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martedì 4 ottobre 2022

La mostra "Folgorazioni figurative" (seconda parte)

Subito dopo l’ingresso si vedono fotografie del Pasolini ragazzo. Assomigliava molto a Ettore Garofolo, il figlio di Anna Magnani in
Mamma Roma. Forse questa scelta può spiegarsi con l’identificazione delle due adolescenze molto travagliate.
Oppure è un segno del narcisismo dell’autore: la mostra presenta due autoritratti di Pisolini: uno “con un fiore in bocca”, uno “con la vecchia sciarpa”.
 L’attore che si vede sofferente, legato sopra una tavola mi aveva fatto pensare al Cristo morto di Mantegna (1483) che si trova a Brera, ma Pasolini ha detto che le luci della cella e i colori del ragazzo vanno fatti risalire a decenni prima di Mantegna e caso mai c’è uno strano misto di Masaccio e Caravaggio.
Per quanto riguarda Caravaggio, Pasolini ha scritto che   individua nella luce di questo pittore, “quotidiana e drammatica”, una contrapposizione al lume universale del Rinascimento platonico” E prosegue: “Sia i nuovi tipi di persone e di cose che il nuovo tipo di luce, il Caravaggio li ha inventati perché li ha visti nella realtà. Si è accorto che intorno a lui-esclusi dall’ideologia culturale vigente da circa due secoli - c’erano uomini che non erano mai apparsi nelle grandi pale o negli affreschi, e c’erano ore del giorno, forme di illuminazione labili ma assolute che non erano mai state riprodotte e respinte sempre più lontano dall’uso e dalla norma, avevano finito col diventare scandalose, e quindi rimosse. Tanto che probabilmente i pittori, e in genere gli uomini fino al Caravaggio probabilmente non le vedevano nemmeno”[1]. 
 
Masaccio è uno dei pittori preferiti da Pasolini il quale dice che le sue immagini  sono cariche di una bellezza epifanica: capaci di rivelare il sacro della realtà e della quotidianità.
 
Anche Giorgio Morandi viene omaggiato e ricordato dall’immagine di Stella tra le bottiglie in Accattone.
 
Nella Ricotta invece si vedono immagini tratte dalla deposizione dalla croce (1521)  di Volterra del pittore Rosso Fiorentino.
 
 E anche dalla deposizione di Pontormo (1528) che si trova a Firenze nella chiesa di santa Felicita.
La mostra ne presenta delle fotografie,
 
Nel film Il Vangelo secondo Matteo , Pasolini ha utilizzato Piero per i cappelli monumentali degli uomini di potere, scribi e farisei ipocriti tristi.
 Dante attribuisce agli ipocriti,  “una gente dipinta”,  “cappe con cappucci bassi- dinanzi agli occhi, fatte della taglia-che in Clugnì per li monaci fassi Inferno, XXIII, 58 e 61-63.
Questi monaci avevano vesti vistose.
Vedete come me la cavo molto meglio, incomparabilmente meglio, nella letteratura che nella storia dell’arte, eppure dopo le lezioni tenute al museo archeologico, nel 1967,  presi 30 e lode in storia dell’arte greca l’unica che conosco passabilmente, mentre il Nostro prese solo 28 da Longhi nella materia che amava di più. Per dire quanto maestro e allievo tante volte non si corrispondono.
Comunque queste “cappe” molto alte si vedono nella Storia della vera croce, della basilica di San Francesco di Arezzo.
La Madonna del parto di Monterchi si può ravvisare nell’attrice adolescente Margherita Caruso che interpreta Maria giovane, Maria annunziata
“E’ una giovinetta ebrea, bruna, naturalmente e proprio del “popolo”, come si dice, come se ne vedono a migliaia, con le loro vesti scolorite, i loro colori della salute, il loro destino a non essere altro che umiltà vivente. Tuttavia c’è in lei qualcosa di regale: e per questo penso alla Madonna incinta di Piero della Francesca a Sansepolcro[2]: la madre bambina. Il ventre leggermente gonfio, appuntito per la miracolosa gravidanza, dà a quella giovinetta che tace, col suo dolore, una grandezza sacrale”  (P. P. Pasolini Il Vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, p. 42.)
 
Un’altra ragazza, di altro rango, in questo film è Salomè: “La danza di Salomè non ha nulla di profano, di sensuale e di impudico. Essa è tutta coperta, dal collo alle caviglie, dalle leggiadre vesti che può avere un angelo di Botticelli-o la sua Primavera. Anzi, essa è proprio vestita come l’ha immaginata Filippo Lippi in un suo affresco severo[3]”  (ibidem, p. 141)
 
L’attore che interpreta Cristo, Enrique Irazoqui, fa venire in mente il Cristo della Crocifissione di El Greco (1600)  e il Cristo abbracciato alla croce del 1595.
Per alcune immagini Uccellacci e uccellini il regista ha ricordato il santo Francesco di Giotto.
La conclusione è che questi pittori e il regista hanno restituito significato, valore e vita alla realtà mistificata e mortificata dalle istituzioni.
Riporto alcune parole del Cristo nel film di Pasolini: “E se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scuotete la polvere dai vostri piedi” (ibidem, p. 111)
Et quicumque non receperint vos nec audierint vos, exeuntes inde ecutite  pulverem de pedibus vestris in testimonium illis  (Marco, 6, 11)  una testimonianza contro di loro che consiglio a tutti voi che mi leggete.
 

Sui film di Pasolini  Edipo re e Medea parlerò oggi pomeriggio all’Arci di Rovigo
Bologna 4 ottobre 2022 ore 9, 52
giovanni ghiselli
 
P. S.
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[1] Pasolini, La luce di Caravaggio in Pasolini Tutte le opere, p. 2673.
[2] Da anni si trova a Monterchi, a pochi chilometri da sansepolcro in direzione di Arezzo.
[3] Filippo Lippi fu incaricato di affrescare la cappella maggiore del Duomo dal Comune di Prato nel 1452 per un'ingente somma per l'epoca: si parla di 1200 fiorini. Gli affreschi vennero terminati solo nel 1465, dopo una serie di interruzioni.

lunedì 3 ottobre 2022

Pasolini e le sue "Folgorazioni figurative" (prima parte)

Ieri a Bologna ho visto la mostra
Folgorazioni Figurative sul percorso artistico e umano di Pier Paolo Pasolini.
Ho notato alcune novità rispetto a quanto già sapevo di quest’uomo che considero uno dei miei maestri. Ho notato le sue pagelle nel liceo Galvani dove mi ha preceduto di alcuni decenni. Nel diploma di maturità classica del 1939 ho notato la discrepanza tra i voti conseguiti nelle Lettere italiane, latine, storia (8) e quelle scientifiche (6) e filosofia (6). L’eccellenza è in Storia delll’arte (9). Questi voti mi  hanno confermato nella convinzione che abbiamo delle predisposizioni che ci fanno riuscire più o meno bene nelle materie che studiamo e nelle cose che facciamo.
 
Ora piace e fa comodo il tuttologo del quale diffido. Personalmente arrivavo all’otto anche nelle materie scientifiche ma per conseguirlo dovevo studiare 3 volte di più che per l’8 o anche il 9 nelle letterarie.
 
Quindi Pasolini ha studiato Lettere moderne all’università di Bologna.
Ha preso 30 e  lode di Lingua e letteratura tedesca, 30 in lingua e letteratura inglese e 30 in Estetica. Poi voti dal vari dal 29 in Storia moderna al 24 nello scritto di latino. In storia dell’arte medievale e moderna 28. La storia dell’arte, soprattutto della pittura, a sentirlo parlare e a vedere i suoi film doveva essere la sua materia preferita che gli veniva insegnata da Robeto Longhi in una piccola aula con lunghi banchi di legno in via Zamboni 33. L’ho seguito anche qui dopo più di venti anni.
 L’ammirazione dell’allievo per il maestro non venne contraccambiata da Longhi cui Francesco Arcangeli l’aveva segnalato. Il professore disse di sentire già nel nome puzza di aristocratico e di frignone e non gli diede la tesi. Nell’inverno del ’41 aveva tenuto un corso sul rapporto tra l’arte di Masolino e quella di Masaccio che dal 1424 affrescarono insieme la cappella Brancacci  della chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze. Ebbene, Pasolini non ebbe la tesi da Longhi e nel 1945 si laureò con Calcaterra presentando un’antologia commentata della lirica  pascoliana conseguendo la lode.
Questo mi fa pensare che il maestro bravo può temere la concorrenza e sospettare la supremazia dell’allievo geniale.
La mostra ptresenta anche delle caricature di Longhi fatte da Pasolini.
Forse il rapporto tra i due conteneva una certa dosi di competizione, di e[ri~ non sempre buona. Per ora mi fermo a questi  rumores. Ma c’è dell’altro e di meglio. Ve lo darò. Tra poco devo riprendere il treno.
 

Pesaro 3 ottobre 2022 ore 16, 16
Oggi sono tornato a Pesaro perché avevo dimenticato qui un pezzo del computer senza il quale non potevo scrivere. La mia realtà senza scrittura è privata di uno dei compiti che sacralizzano la mia vita e la realizzano.
Pasolini ha notato spesso la non realtà della vita che la borghesia deteriore spaccia come realtà

p. s.
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giovedì 8 luglio 2021

La Nona Sinfonia di Beethoven e il dionisiaco

Questa sera dopo la bicicletta tra le 20,30 le 21,30, ho visto due programmi: uno con le mosse sbracciate, gli scuotimenti di testa e gli slogan della povera Raffaella Carrà, uno con l’esecuzione della Nona sinfonia di Beethoven.

Vi ho visto l’antiarte seguita dall’arte e ho capito perché Raffaella non mi è mai piaciuta. Un allievo mi ha ricordato che ne sconsigliavo la visione  in classe già verso il 1986. Ora, ripeto, mi disiace che sia morta ma la polemica che ci è stata su quanto ho scritto, mi ha fatto capire che c’è un abisso tra il genere dello spettacolo rappresentato da lei e quelli che piacciono a me. Credo che ci sia un’ incompatibilità tra i gusti di quelli cui piaceva la Carrà e i gusti miei

Anche questi ad alcuni piacciono ad altri no.

Non biasimo e non elogio né gli uni né gli altri, tanto meno prpongo me stesso quale modello,  ma so che siamo due specie spirituali e culturali diverse e contrapposte.  

Riporto sotto un brevissimo oggetto dei miei studi. Pure questi ad alcuni non piacciono. Dunque non mi leggano e lasciamoci in pace a vicenda. Per favore.

 “Sotto l'incantesimo del Dionisiaco non solo si stringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata, celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l'uomo.

 La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente. Il carro di Dioniso è tutto coperto di fiori e ghirlande: sotto il suo giogo si avanzano la pantera e la tigre. Si trasformi l'inno alla gioia di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l'immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s'infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l'arbitrio o la moda sfacciata hanno stabilite fra gli uomini. Ora, nel vangelo dell'armonia universale, ognuno di sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma addirittura uno con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse ormai in brandelli davanti alla misteriosa unità originaria"[1]. 

Cfr. Il primo Stasimo delle Baccanti.

Ant. b Il demone figlio di Zeus

gioisce delle feste,

e ama Irene che dona benessere,

dea nutrice di figli.                                                                        420

Uguale al ricco e a quello di rango inferiore

concede di avere la

 gioia del vino che toglie gli affanni (vv. 417-423)

 

L' Inno alla gioia è originariamente un componimento giovanile di Friedrich Schiller (1759-1805). Con questa ode il poeta intendeva esprimere la sua visione idealistica sullo sviluppo di un legame di fratellanza fra le persone: « L'uomo è per ogni uomo un fratello! Che tutti gli esseri si abbraccino! Un bacio al mondo intero! ».

Beethoven condivise questa visione e scelse di musicare la poesia di Schiller nel movimento finale della sua Nona Sinfonia, che compose nel 1823. Il risultato fu la famosa melodia dell''Inno alla gioia'.


An die Freude


Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken ,
Himmlische, dein Heiligtum.
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt
Alle Menschen werden Brüder,
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Wem der grosse Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein!
Ja, - wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund!
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur;
Alle Guten, alle Bösen
Golgen ihrer Rosenspur!
Küsse gab sie uns und Reben
Einen Freund, geprüft im Tod!
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott!
wie Froh, seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet, brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuss der ganzen Welt!
Brüder, über'm Sternezelt
Muss ein lieber Vater wohnen
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest du den Schöpfer, Welt?
Such' ihn über'm Sternenzelt!
Über Sternen muss er wohnen!

Alla gioia

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L'uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, - chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c'è riuscito, lasci
piangente e furtivo questa compagnia!
Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;

tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva ,
un amico, provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!
Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio (vada) al mondo intero
Fratelli, sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

 



"Con il termine "dionisiaco" si esprime: un impulso verso l'unità, un dilagare al di fuori della persona, della vita quotidiana, della società, della realtà, come abisso dell'oblio…un'estatica accettazione del carattere totale della vita…la grande e panteistica partecipazione alla gioia e al dolore, che approva e santifica anche le qualità più terribili e problematiche della vita…

Con il termine apollineo si esprime: l'impulso verso il perfetto essere per sé, verso l'"individuo" tipico, verso tutto ciò che semplifica, pone in rilievo, rende forte… Lo sviluppo ulteriore dell'arte è legato all'antagonismo di queste due forze artistiche della natura così necessariamente come lo sviluppo ulteriore dell'umanità è legato all'antagonismo dei sessi. La pienezza della potenza e la moderazione, la più alta affermazione di sé in una bellezza fredda, aristocratica, ritrosa: l'apollinismo della volontà ellenica"[2].

 

Bologna 8 luglio 2021 ore 23, 19

giovanni ghiselli 

 



[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, capitolo 1.

[2] F. Nietzsche, Frammenti postumi, Primavera 1888-14, p. 216.

venerdì 5 marzo 2021

Euripide e Caravaggio

Nella rubrica ORA D’ARTE  del settimanale “il venerdì” del quotidiano “la Repubblica” di oggi, 5 marzo 2021, trovo un pezzo di Tomaso Montanari  intitolato “Inquieto e scontroso, san Giovanni è un vero adolescente”

Si tratta di San Giovanni Battista un Olio su tela del 1602. Si trova nel Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, Missouri, Usa.

 

Riferisco alcune parole di Montanari: “E’ un quadro per certi versi urtante, così come la personalità del suo protagonista (…) La pelle di cammello, il grande drappo rosso, ci fanno capire che è proprio quello che Gesù chiama “il più grande dei nati di donna”, l’ultimo dei profeti, il grande Battista (…) Ma qua non ancora: Giovanni è un adolescente inquieto, che ci ricorda terribilmente i nostri figli, i nostri ragazzi. Un sedicenne che si è appena tolto il casco, ha i capelli arruffati, si è appoggiato vicino alla moto, e guarda in terra, guarda lontano, sfugge al nostro sguardo. E’ incazzato nero: forse perché il professore gli ha messo due in un compito (…)  Caravaggio mette questo ragazzo in un lembo di paesaggio (…) siamo nel folto di un bosco di querce: è una foresta dura, dove la luce entra a stento. Un perfetto correlativo oggettivo dell’umore del suo abitante: questo ragazzo ombroso, così lontano dal protagonosta di una pala d’altare. Chi potrebbe accendere una candela di fronte a un sedicenne arrabbiato che nemmeno ti guarda? Eppure è così che li vedeva i santi, Caravaggio”.

 

Questa critica si può associare a quelle sui drammi di Euripide  scritte da Nietzsche che procede sulla via inaugurata da Aristofane e proseguita da A. W. Schlegel.

Leggiamone alcune parole “Prima di Euripide, si aveva a che fare con uomini eroicamente stilizzati, dei quali subito si riconosceva l’origine dagli dèi e dai semidei della tragedia più antica (…) Con Euripide balza sulla scena lo spettatore, l’uomo nella realtà della vita di ogni giorno. Lo specchio, che in precedenza aveva riflesso solo i caratteri grandi e nobili, si fece più realistico e perciò più volgare (…) Ciò che Euripide nelle Rane di Aristofane si attribuisce a merito, cioè d’aver svuotato l’arte tragica e la sua gravità attraverso una cura termale, vale anzitutto per la figura degli eroi; in sostanza, lo spettatore, sulla scena euripidea vedeva e ascoltava il suo doppio, sia pur coperto dell’abbigliamento sfarzoso della retorica”[1].

Questo è uno scritto giovanile il cui contenuto non verrà mai abiurato  da Nietzsche con il passare degli anni come, per esempio, l’alta stima attribuita  a Wagner e Schopenhauer nelle Considerazioni inattuali.

Sono grato a Montanari di avermi dato lo spunto per collegare il realismo “per certi versi urtante”  di Caravaggio a quello di Euripide che dando dimensioni nuove agli dèi e agli eroi della Grecia urtò molti tra i suoi contemporanei e la triade dei critici nominati sopra.


Bologna 5 marzo 2021 ore 19, 48

giovanni ghiselli


p.s

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[1]  Nietzsche, Socrate e la tragedia (conferenza del 1870), in Verità e menzogna e altri scritti giovanili, NEWTON COMPTON EDITORI, p. 52.

lunedì 27 aprile 2020

"La fortuna di Raffaello fra '800 e '900", di Giuseppe Moscatt


Dante Gabriel Rossetti
1863 - Fotografia di Lewis Carroll
Giuseppe Moscatt
La fortuna di Raffaello fra '800 e '900

Il 15 giugno del 1520, con la bolla Ex urge Domine, papa Leone X condannava le tesi di Martin
Lutero. Si aprì così in modo definitivo la rottura fra il Papato ed il monaco riformatore, al punto che
il 10 di dicembre Lutero brucerà nella piazza di Wittemberg non solo la stessa bolla, ma anche i testi
della tradizione canonica. Tramonta così la prima parte dell'età moderna più spiccatamente umanista
e ci si avvia verso un periodo molto particolare, dove il moderno significò progressiva separazione
dell'uomo spirituale dall'uomo materiale, fino al trionfo delle scienze e della tecnica che avrà
nell'uomo capitalista il libero pensatore e l'unico protagonista della storia, il soggetto centrale delle arti visive. Fu il Rinascimento fondato, sulla persona umana e sulla sintesi fra arti e scienze, che Raffaello, nonché Michelangelo e Leonardo, ritroveranno nella chiesa universale proprio perché cristiana. Il '400 era stato il secolo delle riscoperte di Platone e Aristotele, dell'unitarismo intellettuale che andava da Cusano a Pico della Mirandola, fautori della necessità di trovare un intesa fra le differenti fedi religiose, insistendo l'allora classe intellettuale ed ecclesiale sulle affinità sostanziali non solo religiose (unico Dio, unico testo sacro), ma anche uniche realtà teoretiche e morali, nonché politiche e sociali. I concili di Basilea, Ferrara e Firenze (1431-1439) si erano espressi al riguardo nelle relazioni con la Chiesa ortodossa già da secoli scismatica; mentre la formazione degli stati nazionali - Spagna, Francia e Inghilterra – andava stabilizzandosi senza la successiva rottura fra le classi sociali. La “Scuola di Atena” di Raffaello, non a caso affrescava le pareti delle stanze vaticane della biblioteca e dello studio del Papa Giulio II e rappresentava il tentativo delle scuole di pensiero neoplatoniche di fornire un pensiero ecumenico frutto del dialogo non solo fra teologi e filosofi, ma anche fra matematici e fisici. La concezione dell'uomo Vitruviano di Leonardo, fra il 1509 e il 1511, trionfava nelle mani sapienti del maggiore pittore che stava in quell'epoca, Raffaello Sanzio. Il dialogo e la “democrazia” del sapere non durò a lungo: le scoperte geografiche quasi parallele, la tendenza della nuova classe imprenditoriale alla monopolizzazione; l'irriducibile sovranità dei singoli stati nazionali e lo spiccato temporalismo della Chiesa Romana di Papa Borgia, di Giulio della Rovere e di Leone Decimo dei Medici, fecero il resto. Quando la sera del venerdì santo dell'aprile del 1520, il trentasettenne Raffaello moriva di una sconosciuta malattia forse sessuale, l'illusione di un uomo più felice, portatore di una vita e di un'arte dorata perché naturale, venne meno.

Il resto del '500, del '600, fino alla Rivoluzione Francese del 1789, la versatilità artistica, sia che in pittura, o scultura, perse quello spirito umano che la rendeva soprannaturale. La specializzazione delle arti e la separazione delle scienze nasceva come è noto con il pensiero cartesiano. Manierismo, Rococò ed Arcadia si susseguiranno in contemporanea a guerre di religione e di successione dinastica che nascondevano lo sviluppo anarchico del capitalismo. Crebbero i muri fra cristiani e ideologie progressiste, con la pari frammentazione delle società italiane e tedesche, costrette a subire la prevalenza di potenze e classi dirigenti straniere, tanto che “Franza o Spagna purché se magna”, come diceva una massima popolare romana all'ombra del Papa Re. Di qui, nella storia dell'Arte la nascita di un termine che apparve idoneo nell'800 a dividere due epoche, il preraffaellismo e il postraffaellismo. Il primo storico che volle ribaltare lo stato di stallo che aveva bloccato l'anima spirituale delle Arti, accerchiata dal materialismo illuminista di Voltaire, fu un quasi sconosciuto monaco prussiano, Wachenroder che nel 1796 scrisse un libello che riaprì il discorso su Raffaello: “gli sfoghi del cuore di un monaco amante dell'arte”. Anima purissima di sognatore, si espresse per un'arte a lui negata non perché ne fosse privo e incapace, ma in quanto dono divino di grazia. L'arte era un sentimento misterioso perché derivata da Dio. La parola, figlia dell'osannata ragione, non era alcun prodotto di tale grazia, ma la pittura e la musica lo erano pienamente. E chi era l'artista mandato da Dio? Raffaello! Unico pittore della storia che dimenticava di essere solo un uomo e che invece esteticamente diventava uno strumento di Dio, che viveva in uno stato di beatitudine, che nella sua cella prega e dipinge, come pregava e lavorava il benedettino medievale, ma che però imitava la natura, riproducendo idee innate che vincolavano la mera esperienza dei sensi e che riproducevano la bellezza che Dio ha fissato nell'anima. Un Winckelmann in veste cristiana. Il viaggio a Norimberga nella casa di Dürer e le visite al Duomo gotico di Bamberga e alla chiesa cattolica di S. Martino, causarono il rilancio di Raffaello, delle sue Madonne anteriori al periodo romano sotto le vesti di Galatea. Unità di generi che lo rendono uno dei primi romantici. Ma siamo ormai alle soglie del '800 e qui ritroviamo una notevole traccia di Raffaello in un altro artista, oggi in esposizione alla Gemäldegalerie di Berlino, che sul modello di Dürer - incisore eccezionale contemporaneo proprio di Raffaello - riprodusse la breve vita del pittore urbinate. Si trattava di Johannes Riepenhausen, che insieme al fratello Franz, lavorò a Dresda e a Kassel nella bottega di un discepolo di Wackenroder, W. Tischbein. Poi nel 1807 scesero a Roma e si dedicarono a personaggi del medioevo e al Perugino, maestro di Raffaello. Anzi, Johannes, in linea con le regole del monaco di Jena, cominciarono ad incidere una serie di medaglioni sulla vita e le opere del Sanzio. Sopratutto, fecero da ufficiali di collegamento con la scuola dei Nazareni, un gruppo di artisti figurativi tedeschi romantici che si opposero al classicismo accademico, che dopo Winckelmann e Mengs, avevano respinto forme manieriste e scolastiche, mirando piuttosto ad una pittura fondata sul binomio patria e religione. Erano criteri che ritornavano ad un'età arcaica e al colore molto forte e altamente stilizzato. I loro modelli spaziavano sul '400 italiano, dal Beato Angelico a Luca Signorelli - che il von Platen qualche anno dopo narrò in una ballata ancora non tradotta in italiano - e il Perugino, per finire a Raffaello quando era ancora un seguace del pensiero filosofico di Marsilio Ficino. 
E di quel gruppo faceva parte Friedrich Overbeck, legato ai fratelli Riepenhausen, presso cui abitò a Roma e dove dipinse uno dei più famosi quadri dell'età moderna, “Italia e Germania”, (1828). Vissuto a Roma come ultimo esponente, Overbeck a sua volta diede impulso a una scuola analoga per la natura antiaccademica e alla rivalutazione della pittura del '400. Il loro maggiore autore, Antonio Bianchini, ribadì la riscoperta del primo Raffaello, prendendo spunto dalla ricerca di formule linguistiche autentiche che già a Firenze avevano avuto battesimo nel caffè letterario del Vieusseux. Nel 1842 - in coincidenza con lo sviluppo della Giovane Italia del Mazzini - venne pubblicato un altro libello, “il purismo nelle arti”, che da una parte si prodigò nel rivedere in positivo il Perugino e il suo alunno migliore Raffaello, ma che dall'alto gli rimproverarono l'adesione al classicismo, non concependo alcuna mediazione con le convenzioni neoclassiche che invece avevano portato alla mera imitazione e alla conseguenziale falsità del reale. Era un manifesto che precludeva in sostanza al realismo successivo di Ingres e Hayez. Apogeo di questo singolare movimento nazionalista fu una loro prima esposizione a Firenze nel 1861, dove il nascente stato italiano retto dalla borghesia liberale
appena giunta al governo, plaudeva a certe poetiche del Vero, che però favoriva il precedente
glorioso della nazione che era stata ad un passo dall'unificazione politica, ma dall'altro lato non
avevano avuto coraggio - o meglio avevano preferito una politica libero scambista - di avviare una
nuova società democratica. Come nella letteratura gli scapigliati avevano anticipato e non avevano
oltrepassato il limite della mera denunzia, così i puristi di Firenze si appiattirono nel mero
accademismo di regime. Ma un giovane artista italo - inglese Dante Gabriel Rossetti nel settembre
del 1848, in piena età vittoriana, costituì una confraternita di artisti sul modello della confraternita
tedesca a Roma. Il movimento inglese, altrettanto antiaccademico, alquanto riservato e legato
all'arte gotica, si dichiarò preraffaellita come quello dei puristi italiani e si legò ai valori borghesi
industriali e progressisti, benché fuori dal rigido teismo anglicano e piuttosto radicale e fautore del
decadentismo culturale, della parità dei sessi e alquanto liberale nei costumi, visto che fra i
fondatori vi fu anche Oscar Wilde. Scelsero quella etichetta per magnificare l'arte tardo medievale e
nel rivedere il Raffaello perugino e fiorentino, che fino al 1509 aveva idealizzato la natura e la
bellezza a danno della giustizia. Il loro bene era dato dall'unico valore ambito, la bellezza classica
ereditata dai tedeschi romantici. Amavano Dante Alighieri e i commenti del pittore gotico Füssli;
dipingevano a colori forti, come “The Valkyrie's Vigil” (di E. R. Hughes, 1906); “La Beatrice” di
Elizabeth Siddal (1864); “L'Ophelia” di J. E. Millais e tutta una seria di paesaggi dove
primeggiavano le ombre e i cimiteri. Aprirono la via alla pittura decadente di Klimt e al simbolismo
di Segantini. Inoltre Rossetti e W. Hunt e J. W.Waterhouse prediligevano i temi biblici e dell'età
dell'oro, quella mitica visione sensualista ben lontana dalla femminilità eterea della cultura
vittoriana e diedero impulso al mondo femminile scultorio, senza però dimenticare la dignità della
donna, di cui ne approfittò il nascente movimento delle suffragette. La precoce morte del Rossetti e
della sua E. Siddal; le feroci critiche del socialista Dickens e del conservatore W. Turner, già nel
1853 produssero la fine dell'associazione, dissoltasi per il prevalere dell'elemento umano
materialistico che proprio in Inghilterra di mezzo secolo imponeva attenzione ai fattori sociali che
avranno immediato riscontro nel verismo italiano con Verga e Capuana e in quello francese di Zola.

E tuttavia il filo rosso preraffaellita non rimase sepolto dal fango del reale. La reazione culturale
mitteleuropea al positivismo realista ebbe un conato ragguardevole nel primo novecento da parte di
Rudolf Steiner e nell'ottima biografia di Hermann Grimm, che sfatarono con documenti alla mano
la presunta identificazione di Raffaello col classicissimo conservatore. Grimm per primo distinse le
due fasi della breve vita dell'Urbinate e ne individuò nella prima parte perugina e fiorentina tutti
i motivi di un Raffaello diviso da un tormento interiore che appare tutto nella stanza di Eliodoro,
fino a uscire nelle figure piene di dubbi amletici della scuola di Atene, senza contare le contorsioni e
i vuoti linguistici del Vasari che stranamente aveva taciuto sulle modalità della morte, avvenuta a
suo dire proprio lo stesso giorno del compleanno. Steiner scrisse nel suo testamento spirituale nel
1924 che l'opera di Grimm era stata una misurazione della sua grandezza con riga e compasso,
priva di quella spiritualità interiore. Quello studio – mai peraltro completato - apparve a Steiner
insufficiente nel trovare la mediazione fra mondo classico e mondo moderno. Invece lo Steiner
rivedeva un Raffaello sceso dal piedistallo del mito e divenuto piuttosto l'uomo moderno che si
rivolge al reale senza dimenticare l'ideale, il dito alzato di Platone e la mano tesa di Aristotele al
centro della scuola di Atene. Posizione eclettica che riscattava l'ironia dissacrante di Picasso che
nel 1919, dopo un viaggio in Italia, aveva avuto modo di rivedere ironicamente la Farnesina e gli
angioletti usati e abusati dai manieristi barocchi del '600. La sicurezza delle fonti sulla vita di
Raffaello, peraltro sarà messa in luce nel quattrocentesimo anno dalla morte e non si escluse che fra
lo “sposalizio della Vergine”, primo grande affresco “preraffaelita e la “trasfigurazione” ultima
opera del 1519, Raffaello subì una sorta di crescita intellettuale e non certo un “lavaggio del
cervello”, una revisione conservatrice che ne farebbe un pallido difensore dell'accademismo piccolo
borghese. Del resto, la corrente più anarchica di metà '900, il Surrealismo, non mancherà di
rendergli omaggio nella carriera artistica di un Salvatore Dalì che nel 1920, dopo avere dichiarato
con la sua nota supponenza che “forse sarò disprezzato e incompreso anche dopo morto, ma sarò un
genio e che il surrealismo sono io!”; affermò pure che“il nuovo Raffaello sono io!”; tanto da
realizzare quindi il proprio autoritratto col collo di Raffaello stesso. Intemperanza che testimonia
però l'idea di irriducibilità dell'arte di Raffaello, della sua trasversalità e presenza nei nuovi
movimenti culturali succedutosi nel corso dei secoli. E nel '900 un autore che ne comprese il valore
interculturale fu un incisore tedesco erede di Dürer, Max Klinger che non per caso oggi è presente
alla Pinacoteca Moderna di Monaco. Max Klinger, maestro avvenirista che fin dal 1877 sviluppava
i suoi disegni con penna ad inchiostro di china, rompeva con l'accademia di Berlino e si rifugiava a
Oslo dove aprì una scuola che anticipò nello stile di pittura la rappresentazione del sogno. Nella
serie di stampe “un guanto”, apriva una porta da dove transiteranno prima Munch, suo alunno
preferito, poi van Gogh fino ad arrivare all'espressionismo tedesco e al surrealismo dello stesso
Dalì. Figlie dello spiritualismo di inizio secolo, le dieci incisioni di Oslo ruotano attorno a una tema
onirico come un oggetto perduto e poi ritrovato, lungo un percorso che va dalla passeggiata con
l'amata e con i desideri repressi che emergono lungo la strada, passando dalla paura alla nostalgia,
finché un uccello rubò il guanto e provocò l'abbandono della donna amata. Desiderio
simbolicamente alternato alla perdita dell'amore e causa del tormento del pittore che vede il mondo
con occhi diversi accecato dai suoi stati d'animo. Freud, qualche anno dopo ne farà il suo manifesto
nell'esame psicologico dell'opera di Klinger. Ma non mancò anche di rilevare come in quei disegni
emergesse un disegno razionale volto a dare una dimensione reale a un sogno sperato ma non
realizzato. 

Processo estetico che vide anche presente proprio nel Raffaello dei Palazzi Vaticani e
negli affreschi dell'attuale Sala della Segnatura. La sua scuola psicologica dell'arte, partendo da un
saggio non secondario - un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci (1910) - ha ricostruito lo stretto
legame fra vita e ricordo di un'infanzia non certo felice e che non pochi artisti sublimano in quadri
pieni di malinconie e speranze di migliori esistenze. Di qui, la scelta di rileggere opere molto note
alla luce di una domanda di maggiore autenticità dell'esistere realisticamente intrisa dalle proprie
aspirazioni, idealizzando momenti di convivenza familiare come vorrebbe che si fossero svolti, non
per come veramente avvenuti. Il rapporto fra Vero e Bene, fra Bellezza e Giustizia che Raffaello
aveva mirabilmente descritto nelle stanze vaticane; viene trasferito dalla psiche del pittore a livello
di sogno, dove appunto la mediazione culturale dei saperi e dei valori religiosi assume contorni reali
di speranze. Oppure, gli illustri filosofi ivi raffigurati esprimerebbero il bisogno dell'autore di
sostituire il conflitto reale alla pace virtuale. Interpretazione che da ultimo ha visto come originale
fautore il filosofo Giovanni Reale che ha dato alla “Scuola di Atene” un significato di famiglia
umana - e di società universale - che discute e dialoga sotto lo stesso tetto pur di opinioni diverse,
magari contrapposte per ragioni di per sé valide, tutte rivolte però all'obiettivo finale della pace,
cioè quel vero, quel bene e quella bellezza, che Raffaello ci ha indicato per sempre nei suoi
immortali dipinti.

sabato 28 marzo 2020

La distribuzione dei beni sarà di nuovo necessaria. Molto presto

Cappella Brancacci

Massimo Cacciari e Tomaso Montanari sull’affresco di Masaccio della cappella Brancacci
La tavola 7 di La mente inquieta Saggio su l’Umanesimo di Massimo Cacciari (Einaudi, 2019) riproduce un affresco di Masaccio: Distribuzione dei beni ai fedeli e morte di Anania , 1425 - 1428 circa, particolare. Firenze, Santa Maria del Carmine, cappella Brancacci.
Il commento nota che l’atto di carità vi appare come un grande dovere, scevro da ogni sentimentalismo, compiuto da figure che sono “spazio concentrato” (Argan), grande architettura capace di sopportare immensi carichi, espressione di un’antica virtus, che qui rivive, nella città reale fatta dai suoi cittadini, quelli che Masaccio aveva ritratto volto per volto , “in infinito numero” (Vasari), sopra la porta che andava in convento (anche questo dipinto è andato distrutto) in occasione della loro partecipazione alla festa per la consacrazione del Carmine”.
Vasari: E’ un miracolo che Fiorenza”abbia prodotto in una medesima età Filippo, Donato, Lorenzo, Paolo Uccello e Masaccio eccellentissimo ciascuno nel genere suo”.

Sentiamo Tomaso Montanari in un articolo di “il venerdì di Repubblica” (27 marzo 2020, p. 93) intitolato Masaccio, il mio rifugio nella Firenze deserta (p. 93)
La cappella Brancacci “E’ un luogo unico nella storia della cultura europea. Qua, un artista venticinquenne (che sarebbe morto due anni dopo) cambiò il corso della storia dell’arte portando sull’altare lo spazio e i corpi del mondo reale. Come Giotto, più di Giotto: come solo Caravaggio seppe fare dopo di lui. Col suo stile “puro e senza ornato (come dirà un ispirato Cristoforo Landino qualche decennio dopo), Masaccio fece capire a tutti (e per primo al suo dotatissimo “principale” Masolino, che aveva quasi vent’anni di più e dipingeva con lui nella stessa cappella) che anche la pittura poteva mostrare i prodigi con cui Filippo Brunelleschi e Donatello stavano incendiando l’architettura e la scultura. Ora i corpi gettavano ombra, i nudi tremavano dal freddo, i ritratti si riconoscevano al primo sguardo. Le vie di Firenze, con le colline che le sovrastano, col bianco degli intonaci e il rosso delle tegole, diventavano la scena (prospettica, abitabile, credibile) in cui ambientare la storia sacra. E di quella storia erano protagonisti gli ultimi, gli scartati: tra tutti, questa indimenticabile madre povera col bambino mezzo nudo e sgraziato: questa madonna della strada che tende le mani e, con tutta la dignità del mondo, guarda negli occhi un san Pietro incapace di sostenerne lo sguardo. Rappresentare la realtà significa dire la verità. Anche su Anania: stramazzato ai piedi dell’apostolo per aver truffato la comunità pensando al suo profitto privato. Ora d’aria, ora rivoluzionaria”.

“Tommaso (che era il suo vero nome) fu da tutti detto Masaccio; non già perché e’ fusse vizioso, essendo egli la bontà naturale, ma per la tanta trascurataggine; con la quale niente di manco, egli era tanto amorevole nel fare altrui servizio e piacere, che più altro non può bramarsi” scrive Giorgio Vasari (1511 - 1574)il quale ne mette in risalto la naturalezza: “perché invero le cose fatte innanzi a lui si possono chiamare dipinte, e le sue vivaci, veraci, e naturali, allato a quelle fatte dagli altri”
Vita di Masaccio. Da S. Giovanni di Valdarno Pittore.
In Vite dei più eccellenti architetti pittori et scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri.
Prepariamoci dunque a distribuire i nostri beni ai bisognosi.

Bologna 27 marzo. giannettaccio