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II Capitolo (pp.26-30)
II Capitolo (pp.26-30)
Dunque come forze artistiche che erompono dalla natura senza
la mediazione dell’uomo, l’apollineo è connesso alle immagini del sogno, il
dionisiaco all’ebbrezza che annienta l’individualità. L’artista imita questi
stati della natura. Il tragediografo greco li rappresenta entrambi: è artista
del sogno e dell’ebbrezza. Il tragediografo dionisiaco si isola dalle schiere
deliranti ed esprime il suo stato di unità con l’essenza intima del mondo in
immagini di sogno simboliche.
N. ricorda la teoria
della Poetica (1447a) di Aristotele :
epica, tragedia e commedia sono tutte e tre mimhvsei~,
anche se non imitano nello sesso nodo e con gli stessi mezzi.
I sogni dei Greci
dovevano essere simili ai versi di Omero, data la virtù plastica del loro
occhio e il loro piacere del colore (p. 27)
Un abisso immenso separa i Greci dionisiaci dai barbari
dionisiaci le cui feste consistevano in
una esaltata sfrenatezza sessuale, in un’orribile miscuglio di voluttà e
crudeltà, vero beveraggio delle streghe.
Apollo difese i Greci dalla febbrile eccitazione di quelle
feste, da tali manifestazioni dionisiache grottescamente rozze.
L’arte dorica
rappresenta quella maestosa repulsa.
Apollo si conciliò con Dioniso dopo avergli tolto le armi
annientatrici.
Fu una riconciliazione epocale.
Vedi Baccanti di
Euripide vv. 306-318, Tiresia parla a Penteo
Un giorno lo vedrai anche sulle rupi Delfiche
saltare con le fiaccole sull’altopiano a due cime
agitando e scagliando il bacchico ramo,
grande per l’Ellade. Via Penteo, da’ retta a me:
non presumere che il potere abbia potenza sugli uomini,
e non credere, se tu hai un’opinione, ma è un’opinione
malata,
di capire qualcosa; invece accogli il dio nella nostra terra
e fai libagioni e baccheggia e incoronati la testa.
Non sarà Dioniso a costringere le donne a essere
caste nei confronti di Cipride, ma nel temperamento
sta sempre l’essere casto in tutte le occasioni,
a questo bisogna pensare: e infatti anche nei baccanali
quella che è casta non si guasterà.
L’orgia dionisiaca dei Greci non fa regredire l’uomo a tigre
o a scimmia come quei riti barbarici, ma è piuttosto una festa di redenzione.
In essa la
lacerazione del principium
individuationis diventa fenomeno artistico.
In quelle feste greche la natura sospira per il suo
frammentarsi in individui. La musica dionisiaca generò spavento e orrore nei
Greci. Era del tutto diversa da quella di Apollo che era architettura dorica tradotta
in suoni, suoni appena accennati quali appartengono alla cetra. E’ tenuta
lontana la violenza sconvolgente del suono. La musica dionisiaca porta
all’unificazione della natura. La coscienza apollinea nascondeva come un velo
il mondo dionisiaco manifestato dal ditirambo che mostrava l’unità della natura
attraverso un nuovo mondo di simboli.
Capitolo III (pp.
30-34)
Ma da dove scaturisce il mondo olimpico generato da Apollo?
Non è un mondo fatto di carità e misericordia, ascesi,
spiritualità e doveri. E’ il mondo di un’esistenza rigogliosa e trionfante dove
tutto ciò che esiste è divinizzato, non importa se sia buono o malvagio
:"Qalh'"
wj/hvqh pavnta plhvrh qew'n ei\nai"[1],
tutto è pieno di dèi, pensò Talete
Questi uomini tracotanti godevano la vita al punto che
dovunque guardassero rideva loro incontro Elena fluttuante in dolce sensualità.
Ma prima di questo c’è stata la sapienza silenica.
“L’antica leggenda narra
che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli
cadde fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più
desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile il demone tace; finché, costretto
dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile
ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che
per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente
irraggiungibile: non essere nato, non essere,
essere niente. Ma la cosa in secondo
luogo migliore per te è-morire presto”.
Excursus: testimonianze
sulla sapienza silenica: Erodoto,
Teognide, Bacchilide, Sofocle, Euripide, Leopardi, Menandro, Lucrezio,
Cicerone, Seneca, Petronio, T.S. Eliot
Negli autori classici
troviamo varie espressioni della triste saggezza del Sileno: partiamo da
Erodoto, il quale narra la fiaba tragica di Cleobi e Bitone che la dea Era, per
ricompensare della loro devozione, fece morire ventenni mostrando come per l'uomo sia meglio essere
morto che vivere ( dievdexev te ejn touvtoisi
oJ qeo;ς wJς a[meinon ei[h ajnqrwvpw/
teqnavnai h] zwvein, I, 31, 3)).
Nel quinto libro lo
storiografo di Alicarnasso narra lo strano costume dei Trausi che compiangono il neonato e
seppelliscono il morto con manifestazioni di gioia:"sedendo attorno al
neonato i parenti piangono...enumerando tutte le sofferenze umane; invece
scherzando con gioia mettono sotto terra (paivzontev"
te kai; hJdovmenoi gh'/ kruvptousi) il morto, spiegando che si trova in
completa felicità, liberato da tanti mali"(V, 4, 2).
Traccia di questo uso
anomalo si trova in Verga: in seguito alla morte di Bastianazzo ci fu al visita
dei compaesani alla casa del nespolo che si era riempita di gente, Don
Silvestro fece una battuta : “E tutti si tenevano la pancia dalle risate, ché
il proverbio dice: “Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto”[2].
Un terzo momento silenico
nelle Storie di Erodoto è quello in cui
Serse, invadendo la Grecia ,
vede l'Ellesponto coperto dalle navi e dapprima si disse beato (oJ
Xevrxh" eJwuto;n ejmakavrise, VII, 45), ma subito dopo
scoppiò a piangere (meta; de; tou'to
ejdavkruse) per compassione al
pensiero di quanto è breve tutta la vita umana: “ wJ~ bracu;~ ei[h oJ pa'~ ajnqrwvpino~ bivo~, eij touvtwn ge ejovntwn
tosouvtwn oujdei;~ ej~ eJkatosto;n e[to~ perievstai” (VII 46,2), dal
momento che di questi che sno tanti nessuno sopravviverà al centesimo anno.
Allora Artabano, lo zio paterno, lo consolò dicendogli che, essendo la vita
travagliata, la morte è il rifugio preferibile per l'uomo ("ou{tw" oJ me;n qavnato" mocqhrh'"
ejouvsh" th'" zovh", katafugh; aiJretwtavth tw'/ ajnqrwvpw/
gevgone", VII, 46, 4).
La medesima idea del resto viene espressa da diversi altri autori. Facciamone una
scelta.
Ricordo Teognide il quale
deplora una forma di decadenza tumultuosa e caotica che è ciclica evidentemente
poiché se ne duole anche Dante:"La gente nova e' subiti guadagni,/orgoglio
e dismisura han generata/ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni"[3].
Si parva licet componere magnis [4],
non pochi opinionisti dei nostri giorni elevano lamenti simili a questo
teognidèo: "ajllhvlou" d j
ajpatw'sin ejp j ajllhvloisi gelw'nte"-ou[te kakw'n gnwvma"
eijdovte" ou[t j ajgaqw'n"( Silloge , vv.59-60), si ingannano a vicenda, deridendosi a vicenda,
senza criterio del bene e del male. Per la ricaduta nell'oggi, cito, quasi a
caso:"Ma come si potrà governare questo meccanismo infernale tenendo i
ladri, i corrotti e i corruttori al loro posto? Andate in luogo pubblico,
parco, piazza, fiume, mare, montagna il giorno dopo un raduno di cittadini.
Questi selvaggi che sporcano e avvelenano tutto...[5]"
e così via.
In tale squallore di
rapporti umani la conclusione di Teognide è silenica:"La cosa migliore di
tutte per quanti vivono sulla terra è non essere nato (mh; fu'nai)/e non vedere i raggi del sole abbagliante,/ma una
volta nati, al più presto varcare le porte dell'Ade,/e giacere sepolto sotto
gran massa di terra"(Silloge ,
vv. 425-428).
L'espressione "mh;
fu'nai" è usata anche da
Bacchilide che, nell'Epinicio V, fa dire al gagliardo Eracle, uno capace di
bonificare la terra dai mostri:"la cosa migliore per i mortali è non
essere nati/ e non vedere la luce/del sole"(vv.160-162).
Sofocle nel suo ultimo dramma, l'Edipo a Colono , fa cantare al
coro:"Non essere nati (mh; fu'nai)
supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/
donde si venne,/ è certo il secondo
bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere,
/quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia,
discordie, contesa, battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata
vecchiaia impotente,/ asociale, priva di amici /dove convivono tutti i mali dei
mali"(vv.1224-1238).
Anche nelle Trachinie si trova qualche
cosa di silenico: Eracle credeva di stare bene, da vivo, in seguito alla
liberazione dai travagli che i sacerdoti di Dodona gli avevano predetto, ma non
aveva compreso che liberarsi dai mali significa, dopo tutto, morire:"toi'" ga;r qanou'si movcqo" ouj
prosgivgnetai"(v. 1173), sui morti infatti non sopraggiunge fatica.
Né manca una riflessione silenica
nell'Edipo re il cui quarto Stasimo
si apre con questo lamento:"ijw;
geneai; brotw'n,-wJ" uJma'" i[sa kai; to; mh-de;n zwvsa"
ejnariqmw'",(vv. 1186-1188), Oh generazioni dei mortali/come vi
conto uguali al nulla/finché siete vive!
Questi versi d'altra parte non rappresentano
la somma della visione di Sofocle il quale rimane il poeta della misura: quella
delfico-POLLINEA del "nulla di troppo" e del "conosci te
stesso" ossia , per utilizzare Freud, dell'ingrandimento dell'Io a spese
dell'Es, che va bonificato al pari di una palude[6].
Il "sacrilego" Euripide
nell'Alcesti fa scattare la sapienza silenica dentro
l'anima di Admeto quando costui entra in contraddizione e sente la mancanza
della moglie cui aveva chiesto egli stesso di morire per lui:"zhlw' fqimevnou", keivnwn e[ramai,-- kei'n j
ejpiqumw' dwvmata naivein"(vv.865-867), invidio i morti, quelli
amo, quelle dimore desidero abitare.
Ma Kott che attribuisce ogni malignità a
Euripide, sostiene, malignamente, che la
resipiscenza di Admeto è fasulla:" Che cosa ha capito? che la casa è
sporca, che i bambini piangono, che lui
non può risposarsi, che tutti lo considerano un codardo"[7].
L'invidia dei morti (genitivo oggettivo)
espressa da Admeto è silenicamente
manifestata anche da Leopardi:" In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e
gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi
sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né
grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro
mi cambierei...Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o
di Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi
scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi"[8].
Detti
memorabili di Filippo Ottonieri: “Dimandato a che nascano gli uomini,
rispose per ischerzo: a conoscere quanto sia più spediente il non esser nato”.
Il poeta di Recanati, nella Storia del genere umano , non manca di
ricordare con simpatia gli autori, Erodoto in primis, che narrano storie
sileniche :"Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novità,
e risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si ridussero gli
uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume
riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono,
che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e loro amici a piangerlo; e
morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano
congratulandosi coll'estinto".
Del resto F. De Sanctis ci fece
notare che "Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si
propone...Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in
petto un desiderio inesausto"[9].
In effetti nel Dialogo di Plotino e di Porfirio troviamo un rifiuto del suicidio che è di
fatto un dire di sì alla vita: "Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci
insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita,
dei mali della nostra specie".
Questo non toglie che Leopardi
senta la vita come male e che anzi tale dolore si possa attenuare attraverso il
non sentire la vita:"E un individuo...allora è più felice quando meno ei
sente la sua vita e se stesso; dunque in una ebbrietà letargica...Ed allora
solo sì l'uomo, sì il vivente è e può essere pienamente felice, cioè pienamente
non infelice e privo d'infelicità positiva, quando ei non sente in niun modo la
vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl'istanti che precedono la
morte"[10].
Leopardi usa la massima monostica, e vagamente silenica
" o{n oiJ qeoi; filou'sin,
ajpoqnhvskei nevo" (fr. 583 Jäkel) " di Menandro, definito "principe" della commedia nuova
nello Zibaldone (3487). La gnwvmh fa da epigrafe al Canto Amore e Morte in questa
traduzione:
" Muor giovane colui ch'al cielo è caro".
Nel Dialogo di Malambruno e di Farfarello del 1824, il mago
Malambruno dice al diavolo Farfarello: “Di modo che, assolutamente parlando, il
non vivere è sempre meglio del vivere”
E Farfarello conclude: “dunque se ti pare di darmi l’anima
prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela”
Non possiamo mancare
di fornire a quanti sanno di latino qualche formulazione silenica nella lingua
di Roma antica: Lucrezio compiange la creatura umana che, appena arriva alla
luce, riempie il luogo con un lugubre vagito:" vagituque locum lugubri complet "[11].
Cicerone ci racconta la storiella sul Sileno (de Sileno fabella ) il quale catturato
da Mida, e poi liberato dal re, non un
poveraccio dunque ma un uomo ricco e
potente, gli diede questo insegnamento:" non nasci homini longe optimum esse, proximum autem, quam primum mori "[12],
non nascere per l'uomo è di gran lunga la cosa migliore, la seconda, poi, morire
al più presto .
Seneca, per consolare Marzia che
ha perso un figlio ventenne enumera le difficoltà della vita umana, insidiosa e
fallace al punto che nessuno l'accetterebbe se non fosse data all'insaputa, e
conclude: "Itaque, si felicissimum
est non nasci, proximum est, puto, brevi aetate defunctos cito in integrum
restitui "[13],
pertanto, se la condizione più fortunata è non nascere, la seconda è, credo,
tornare al più presto all'integrità originaria.
Petronio nel Satyricon: dove, se si fanno bene i conti, il naufragio
è dappertutto[14]
"Si bene calculum ponas, ubique
naufragium est ",
(115, 17), attribuisce il
desiderio di morire alla Sibilla:"Nam
Sybillam quidem Cumis, ego ipse, oculis meis, vidi in ampulla pendere et cum
illi pueri dicerent - Sivbulla tiv qevlei";- respondebat illa -ajpoqanei'n qevlw- "(48, 8), infatti la Sibilla di certo a Cuma
vidi io stesso con i miei occhi sospesa in un'ampolla, e dicendole i
fanciulli-Sibilla, cosa vuoi?-, rispondeva lei-morire voglio-".
La profetessa vuole morire poiché
la terra è sconciata dall'empietà, dall'impotenza e dalla sterilità:" Itaque dii pedes lanatos habent, quia nos religiosi non sumus. Agri iacent
"(44, 18), così gli dèi hanno i piedi inceppati, poiché non siamo
religiosi. I campi giacciono nell'abbandono.
E più avanti (129, 6):"adulescens, paralysin cave ",
giovane, guardati dalla paralisi.
The
Waste Land di T. S. Eliot, che ripropone molti di questi temi, utilizza come epigrafe il cupio dissolvi della Sibilla di
Petronio: nella terra desolata del Novecento le donne prendono pillole per
abortire:"it's them pills I took to
bring it off, she said "(v.159); la natura è inquinata: il fiume
trasuda olio e catrame (vv.266-267), e non c'è neppure silenzio tra i monti
("There is not even silence in the
mountains ", v.341).
Nei rapporti sessuali, leggiamo
in uno dei Poems del 1920[15], manca
il desiderio:"Burbank crossed a
little bridge/descending at a small hotel;/ Princess Volupine arrived,/they
were together, and he fell "(vv. 1-4), Burbank attraversò un piccolo
ponte per scendere a un hotel da poco; arrivò la principessa Volupine, rimasero
insieme e lui cadde.
In conclusione Edipo, come Prometeo, Creso, e tanti altri,
sono portatori di quella dismisura non apollinea che provoca il desiderio di
morte :"A causa del suo amore titanico per gli uomini Prometeo dovette
essere lacerato dagli avvoltoi; per la sua eccessiva saggezza, che sciolse
l’enigma della Sfinge, Edipo dovette
precipitare in un travolgente vortice di atrocità: così il dio delfico
interpretava il passato greco".
“Il Greco conobbe e sentì
i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové
porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici.
L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente
troneggiante su tutte le conoscenze, l’avvoltoio del grande amico degli uomini
Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe
degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma la filosofia del dio
silvestre con i suoi esempi mitici, per
la quale perirono i malinconici Etruschi –fu dai Greci ogni volta superata, o
comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio
degli dèi olimpici. Fu per poter vivere
che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo
evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario
ordinamento titanico del terrore fu
sviluppato attraverso quell’impulso apollineo della bellezza, in lenti passaggi,
l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose
spuntano da spinosi cespugli"[16].
Grazie al mondo olimpico
l’esistenza diventa sopportabile, anzi desiderabile, per quel popolo incline a
soffrire. Così gli dèi giustificano la vita umana, vivendola loro stessi.
Allora la sapienza
silenica si ribalta
La misura apollinea e omerica dunque costituisce un antidoto
a tale pessimismo: Omero giustifica le difficoltà e gli inganni della vita con
l'eroismo e la bellezza; allora vivere, vivere comunque, diventa il bene
supremo, e Achille nell'Ade chiede a Odisseo di non volere consolarlo della
morte (mh; dh; moi qavnaton ge
parauvda, Odissea , XI, 488)
poiché sarebbe disposto a servire un padrone povero sulla terra, piuttosto che
dominare su tutte le teste svigorite del regno dei morti.
continua
[1] Aristotele, Sull'anima, 411a 8. Non
diversamente da quanto leggiamo nell’
enciclica di Papa Francesco: “c’è una manifestazione divina nello
sfolgorare del sole e nel calare della notte”
(Laudato si’, 85)
[2]
I Malavoglia, p. 87.
[3]
Inferno , XVI, 73-75.
[4]
Virgilio, Georgica IV, 176, se è
consentito rapportare il piccolo al grande.
[5]
Giorgio Bocca, ne Il Venerdi di
Repubblica del 26 settembre 1997, p.
38.
[6]Freud (Scomposizione della personalità , in Freud Opere , Boringhieri, Torino, 1979, vol. XI, p.188 e sgg.)
scrive:"Rafforzare l'Io rendendolo più indipendente dal Super Io, ampliare
così il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che
possa annettersi nuove zone dell'Es, è il compito della psicoanalisi: dove era
l'Es deve subentrare l'Io. E' un'opera di civiltà, come, ad esempio, il
prosciugamento dello Zuiderzee".
[7]Mangiare Dio , p. 127.
[8]Dialogo di Tristano e di un amico .
[9]Saggi critici , vol. II, Laterza, Bari,
1965, p. 184.
[10]Zibaldone , 3848.
[11]De rerum natura , V, 225.
[12]Tusculanae
I, 48.
[13]Consolatio
ad Marciam , 22.
[14] "Si bene
calculum ponas, ubique naufragium est ", (115, 17)
[15]Burbank with a
Baedeker, Bleinstein with a cigar.
[16]
F. Nietzsche, La nascita della tragedia,
p. 31 e 32.
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