giovedì 1 gennaio 2026

Didone Enea. XVI e ultima parte. Alcuni versi del V e altri del VI vanto dell’Eneide.


All'inizio del  successivo canto V Enea, voltandosi a guardare Cartagine dalla sua flotta che prende il largo, vede  brillare  le mura, ed egli con gli altri fuggiaschi, intuiscono, pur senza averne avuta notizia, che quei bagliori  sinistri provengono dal rogo di Didone:" Interea medium Aeneas iam classe tenebat/certus iter, fluctusque atros aquilone secabat, /moenia respiciens, quae iam infelicis Elissae/conlucent flammis. Quae tantum accenderit ignem/  causa latet ; duri magno sed amore dolores polluto  notumque furens quid femina possit ,/triste per augurium Teucrorum pectora ducunt ( vv. 1- 7),   intanto Enea già con la flotta teneva risoluto la rotta in mezzo al mare, e sotto la tramontana fendeva i flutti scuri, voltandosi intanto a guardare le mura che già brillano per le fiamme dell'infelice Elissa. E' oscuro il motivo che ha acceso un fuoco così grande; ma conducono il cuore dei Teucri attraverso un funesto presagio i tremendi dolori di un grande amore violato e il fatto ben noto di che cosa sia capace una donna sconvolta dalla passione.

La fiamma dell'amore è diventata il fuoco del rogo.

 

Passiamo al VI canto.

 

Incontro di Enea con Didone nei  lugentes campi (Eneide VI, vv. 440-477)

 

Premetto la traduzione (mia) dei versi di Virgilio che descrivono questo incontro. Enea supplica chiedendo il perdono, Didone non lo degna nemmeno di una parola.

 

Né lontano di qui si mostrano distesi in tutte le direzioni 440

i campi del pianto (lugentes campi): così, con questo nome li chiamano.

Qui coloro che divorò con consunzione crudele-crudeli tabe-  un amore spietato:

li nascondono sentieri appartati e una selva di mirti

tutt'intorno li copre; gli affanni nemmeno nella morte stessa li lasciano.

In questi luoghi scorge Fedra e Procri, e triste 445

Erifìle che mostra le piaghe del figlio crudele,

poi Evadne e Pasife, con queste Laodamìa

va compagna, e giovane uomo una volta, ora femmina, Cèneo

di nuovo e per destino ritornata all'antica figura.

Tra queste la Fenicia Didone dalla ferita recente-recens a volnere- 450

 

errava nella gran selva. L'eroe troiano appena

le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre

sebbene oscura, come chi al principio del mese vede

o crede di avere veduto spuntare in mezzo alle nubi la luna,

lasciò cadere le lacrime e parlò con dolce amore:

"Infelice Didone, vera dunque la notizia

mi era arrivata: che tu eri morta e con la spada avevi seguito l'ultima via?

Di morte ahi sono stato causa per te? Sulle stelle ti giuro,

sugli dèi del cielo e, se c'è qualche lealtà sotto la terra profonda,

contro voglia regina mi allontanai dalla tua spiaggia-460.

invitus regina tuo de litore cessi

Virgilio ha preso questo verso da Catullo: “invita, o regina, tuo de vertice cessi”  (6, 39) dice la chioma tagliata a Berenice e trasformata in costellazione scoperta dall’astronomo di corte Conone.

Ma gli ordini degli dèi- iussa deum-che ora mi fanno andare in mezzo a queste ombre,/

attraverso luoghi orridi dallo squallore e la notte profonda,

mi spinsero con i loro comandi- imperiis egere suis-; né potei credere

di recarti questo dolore tanto grande con la partenza.

Ferma il passo e non sottrarti alla mia vista465.

Chi fuggi? Questa è per destino l'ultima volta che ti parlo".

Quem fugis? Extremum fato quod te adloquor hoc est

Con tali parole Enea cercava di placare l'anima che ardeva

e lo guardava di traverso et torva tuentem , e intanto versava lacrime.

Quella girata dall'altra parte teneva gli occhi fissi al suolo

né, cominciato il discorso, il volto si muove più

che se dura selce o roccia Marpesia lì stesse.

Finalmente si staccò e ostile fuggì

nel bosco ombroso, dove il primo marito

Sicheo corrisponde ai suoi sentimenti e contraccambia l'amore.

Nondimeno Enea, colpito dall'ingiusto destino, 475

la segue con le lacrime a lungo e la commisera mentre va via.

Quindi prosegue per il cammino assegnato 477.

 

Vediamo il commento ddei versi 440- 450 del VI canto

La regina  si trova nei Campi del pianto (lugentes Campi, v. 441) tra coloro  "Hic quos durus amor crudeli tabe perēdit " (442) che un amore spietato divorò con consunzione crudele. Neanche la morte basta a dissolvere la sofferenza d'amore degli umani:"curae non ipsa in morte relinquont " (v. 444), gli affanni neppure nella morte li lasciano. In questi luoghi ci sono altre donne morte per amore (Fedra, Procri, Erifile, Evadne, Pasife, Laodamia, Ceneo) e finalmente la Fenicia Didone:"Inter quas Phoenissa recens a volnere Dido-errabat silva in magna " (VI, 450-451), errava nella gran selva, con la ferita fresca.

Vediamo i casi di queste donne infelici catalogate da Virgilio quali compagne di pena nella schiera e nel luogo dov’è Didone.

Fedra si innamorò del figliastro Ippolito quindi lo calunniò e si suicidò. Procri tradì il marito Cefalo con più di un amante ma poi tornò da lui. I due si riconciliarono ma Cefalo uccise per sbaglio la moglie durante una battuta di caccia.

Erifile in seguito alla promessa fattale da Polinice della collana di Armonia moglie di Cadmo  e figlia di Ares e Afrodite, svelò il nascondiglio del marito l’indovino Anfiarao che voleva evitare la guerra dei Sette sapendo che vi sarebbe morto. Il loro figliolo Alcmeone quindi uccise la madre facendole pagare caro lo sventurato adornamento.

Evadne si gettò sull’orrendo fuoco dell pira ardente del marito, il bestemmiatore Capaneo.

Pasife è “il nome di colei- che s’imbestiò nelle ’mbestiate schegge” (Dante, Purgatorio, XXVI, 86-87), figlia del Sole, moglie di Minosse e madre del Minotauro, di Arianna e di Fedra.

Laodamia perse il marito Protesilao che fu il primo a morire nella guerra di Troia. Quindi si fece costruire una statua di bronzo con le fattezze dello sposo defunto, la sitò nella camera nuziale e se ne prendeva cura. Quando il padre Acasto lo scoprì, fece fondere la statua. Allora Laodamia si gettò nel rogo.

Ceneo era una donna che si unì a Poseidone il quale poi la trasformò in uomo. Come maschio combatté nella battaglia delle nozze di Piritoo. Ammazzò molti centauri ma alla fine venne ucciso.

     

 Si può notare che il volnus della regina cartaginese non si è cicatrizzato dopo il suicidio.

 

La iunctura "recens vulnus" è utilizzata da Seneca nella Consolazione indirizzata Ad Helviam Matrem (del 42 d. C.) dall'esilio in Corsica:"Gravissimum est ex omnibus quae umquam in corpus tuum descenderunt recens vulnus, fateor " (III, 1), la più grave tra tutte quelle che sono mai penetrate nel tuo corpo, lo ammetto, è la ferita recente.

 

 

Commento dei versi 451-477

Enea dunque vede l'ex amante suicida come immagine sfocata:"Quam Troïus heros/ut primum iuxta stetit adgnovitque per umbras/obscuram, qualem primo qui surgere mense/aut videt aut vidisse putat per nubila lunam,/demisit lacrimas dulcique adfatus amorest " (vv. 451-455), appena l'eroe troiano si trovò accanto a lei e la riconobbe in mezzo alle ombre, non chiara, come chi all'inizio del mese vede sorgere o crede di avere visto la luna fra le nuvole, fece cadere le lacrime e le parlò con dolce amore.

 

 L'immagine ha il suo modello nel poema di Apollonio Rodio quando Linceo che aveva grande acume visivo, credette di vedere Eracle in lontananza, come uno che ha visto o ha creduto di vedere la luna offuscata nel primo giorno del mese ( Argonautiche , IV, 1478-1480).

Eracle è l'eroe tradizionale del poema, contrapposto all'irresoluto Giasone : ebbene questa immagine "che verrà splendidamente reimpiegata da Virgilio (…) suggella definitivamente l'irrecuperabilità di Eracle all'universo argonautico"[1].

Altrettanto irrecuperabile è Didone per il Troiano.      

 

Enea cerca di scusarsi dicendo che non è stato lui a volere la catastrofe (invitus , v. 460) ma furono gli ordini degli dèi (iussa deum, v. 461 ), gli stessi che lo costringono (cogunt, v. 462 ) ad attraversare le ombre,  e lo  spingono con la loro autorità suprema (imperiis egēre[2] suis , v. 463); egli del resto non avrebbe potuto credere di arrecarle tanto dolore con la partenza. La scusa degli ordini ricevuti cui si deve in ogni caso obbedire mi fa venire in mente le giustificazioni addotte dai criminali autori di stragi processati dopo essere stati sconfitti.

Altri criminali di guerra non hanno avuto nemmeno bisogno di giustificarsi, anzi sono stati celebrati come eroi.

 L'eroe fa un discorso imbarazzato (456-466) con il quale  tenta di mitigare la donna ancora ardente, e cerca di spengere quel fuoco con le proprie lacrime:"Talibus Aeneas ardentem et torva[3] tuentem/lenibat dictis animum lacrimasque ciebat ", vv. 467-468), con tali parole Enea cercava di placare l'animo infiammato che biecamente guardava, e faceva cadere le lacrime.

 

"L'humanitas  di Enea ha nel IV libro dei forti limiti che solo nell'incontro con Didone nell'oltretomba (...) saranno superati: solo allora Enea comprenderà fino in fondo ciò che l'amore significava per la donna; ma ciò avverrà in una situazione in cui l'humanitas sarà tanto profonda quanto inutile, giacché il tentativo di mutare un destino ormai compiuto per l'eternità non sarà allora neppure pensabile (...) l'estraneità fra i due perdura anche in questo episodio, salvo che le parti sono come invertite: questa volta è Enea che prega e piange, come nel IV libro era stata Didone. E come egli allora non si era arreso a Didone, così ora Didone è irremovibile, quasi per una specie di contrappasso"[4].

 

 La donna "che s'ancise amorosa"[5] non perdona l'amante che l'ha abbandonata; anzi manifesta il suo sdegno col non rispondergli e non rivolgergli lo sguardo: "Illa solo fixos oculos aversa tenebat/nec magis incepto voltum sermone movetur,/quam si dura silex aut stet Marpesia[6] cautes". ", vv. 469-471), quella teneva gli occhi fissi al suolo, girata dall'altra parte, né, iniziato il discorso (di Enea), si muove nel volto più che se là stesse una dura pietra o una  roccia del Marpeso. 

 

Altrettanto fa la Medea di Euripide conscia del tradimento di Giasone:" E non solleva lo sguardo né stacca il volto/ da terra; e come rupe o marina/onda ascolta gli amici consigliata" (Medea, vv. 27-29).

 

I primi due versi sono citati da Petronio con intenti parodici: Encolpio lancia  un'invettiva contro la mentula che ha disertato:"erectus igitur in cubitum hac fere oratione contumacem vexavi:"quid dicis-inquam-omnium hominum deorumque pudor? nam nec nominare quidem te inter res serias fas est." (132, 9-10), drizzatomi dunque sul gomito strapazzai il renitente con queste parole più o meno:" che cosa dici-faccio- vergogna degli uomini tutti e degli dèi? Infatti sarebbe un sacrilegio perfino nominarti tra le cose serie.

La risposta silenziosa della mentula mortificata è una citazione con intenti parodici, un centone virgiliano fatto di tre esametri:"illa solo fixos oculos aversa tenebat,/nec magis incepto vultum sermone movetur/quam lentae salices lassove papavera collo" (132, 11), quella-la mentula- teneva gli occhi fissi al suolo, girata dall'altra parte, né, iniziato il discorso, si muove nel volto  più dei flessibili salici o dei papaveri dal morbido stelo.

 I primi due esametri del Satyricon corrispondono ai due dell'Eneide (VI, 469-470) che descrivono il silenzio di Didone la quale non accoglie le scuse di Enea. L'Eneide però continua con "quam si dura silex aut stet Marpesia cautes".  (v. 471) che se là stesse una dura pietra o una  roccia del Marpeso, una durezza lapidea che non può essere paragonata alla mentula di Encolpio piuttosto assimilabile alla flessibilità dei salici o allo stelo morbido dei papaveri.

 Il terzo esametro di Petronio è formato da due emistichi tratti da Bucolica V, 16 e da Eneide IX, 436.

"Non c'è dubbio che Virgilio sia il poeta latino preferito da Petronio: al di là del gran numero di puntuali reminiscenze e dell'analogia che non di rado si scorge fra le vicissitudini di Encolpio e quelle di Enea, lo dimostrano le non poche citazioni virgiliane disseminate nel Satyricon (c'è da tener presente che Petronio è molto parco in vere e proprie citazioni). Particolarmente istruttivi, per capire il meccanismo della citazione virgiliana in funzione degradante, sono i tre esametri con cui Encolpio commenta il mutismo dell'inerte sua pars corporis di fronte ai suoi aspri rimproveri (132 11). Essi, infatti, costituiscono un centone di esametri virgiliani: l'ultimo combina un emistichio di buc. 5 16 con Aen. IX 436, dove il parallelo è fra Eurialo morente e un papavero dalla chioma languidamente reclinata; ancor più dissacratorio è il tono dei primi due esametri, che finiscono per stabilire un parallelo fra il mutismo del membro inerte di Encolpio e il silenzio di Didone, che negli Inferi si rifiuta di rispondere alle esortazioni di Enea"[7].

L’utilizzo dell’Eneide da parte di Petronio è del resto parodistico: l’elegantiae arbiter di Nerone è “ideologicamente” ossia contenutisticamente lontanissimo da Virgilio, ne fa praticamente un controcanto

 

T. S. Eliot nel silenzio di Didone riconosce "il più espressivo rimprovero di tutta la storia della poesia" e "non soltanto uno dei brani più commoventi , ma anche uno dei più civili che si possano incontrare in poesia"[8].

 

Il personaggio muto significa più che se parlasse.

 

Possiamo accostare a questo rancore silente quello del suicida Aiace nei confronti di Ulisse nell'XI canto dell'Odissea (vv. 542-564).

 

Il personaggio muto, al pari dell'Apollo delfico di Eraclito [9], non  parla e non nasconde, ma significa.

 

Nelle Trachinie di Sofocle, Iole, la giovane amante di Eracle condotta a Trachis, non risponde alle domande di Deianira, la moglie attempata e negletta dell'eroe dorico. Ebbeene "la necessità scenica qui diventa felice idea drammatica. Il mutismo di Iole, di fronte a Deianira che la interroga, è un effetto potente: è la traduzione più felice di una nobiltà percorsa dal dolore"[10].

 

Nell'Antigone di Sofocle, Euridice in procinto di uccidersi copre il dolore e lo sdegno con un silenzio eccessivo:"kai; th'" a[gan ga;r ejsti; pou' sigh'" bavro" " (v. 1257), in effetti in qualche maniera c'è un'oppressione anche nel silenzio eccessivo. Sono parole del messo.

 

  Non si può manifestare un'ostilità più radicale e nello stesso tempo più educata che opponendo il silenzio ai vani tentativi giustificatòri di quanti ci hanno inflitto i danni più gravi.

Alla fine di questo episodio Didone torna dal primo marito che contraccambia il suo amore.

Non si capisce perché Dante la collochi nella schiera ov’è Semiramìs la quale. “A vizio di lussuria fu sì rotta,/che libito fe’ licito in sua legge/

per tòrre il biasmo in che era condotta” (Inferno V, 55-56)

Né per quale ragione Francesca da Rimini esca con l’amante dalla “schiera ov’è Dido” (v. 85). Vero è “che ruppe fede al cener di Sicheo” (v. 62) ma non pare che questo sia il vizio  dei “peccator carnali-che la ragion sommettono al talento” (vv. 38-39).

Ma Dante si guarda bene dal criticare Virgilio. In compenso lo hanno fatto altri-quorum ego. Non c’è nessuno al di sopra di ogni possibile critica.

Ripeto la critica di Leopardi. “ Dei poeti, come Virgilio, Orazio, Ovidio non discorro. Adulatori per lo più de’ tiranni presenti, sebbene lodatore degli antichi repubblicani.

Il più libero è Lucano” (Zibaldone 463).

Questo non toglie che Virgilio sia bravissimo a scrivere per quanto riguarda la forma e che tradurlo costituisca un’ottima palestra per chi vuole scrivere bene.

 Avvertenza: il blog contiene 10 note e il greco non traslitterato.

Bologna primo gennaio 2026 ore 18, 14 giovanni ghiselli

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[1] M. Fusillo, Lo spazio letterario della Grecia antica, Vol. I, Tomo II, , p. 129.

[2] =egerunt.

[3] Neutro plurale con valore avverbiale.

[4]A. La Penna-C. Grassi, op. cit., p. 359 e p. 561

[5]Dante, Inferno , V, 61.

[6] Il Marpeso è un monte dell'isola di Paro famosa per i suoi marmi.

[7] P. Fedeli, Il Romanzo, in Lo spazio letterario di Roma antica, vol.I, p. 345.

 

[8]Che cos'è un classico? , in T. S. Eliot, Opere , p. 966.

[9]Eraclito:"oJ a[nax, ou'J to; mantei'ovn ejsti to; ejn Delfoi'", ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei", fr. 120 Diano.

[10] U. Albini, Nel nome di Dioniso, Garzanti, Milano, 1991, p. 18.


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