venerdì 9 gennaio 2026

Ifigenia CXCII. Ifigenia dà lezioni di recitazione, invano. Il progetto di un grande romanzo.



 

Nel primo mese del nuovo anno Ifigenia sembrava avere

ritrovato fiducia in me e nel nostro dramma, La scuola corrotta ,

tanto che due volte la settimana preparava alcuni studenti prescelti

a recitarlo, e lo faceva con energia efficace. La osservavo pieno di

ammirazione mentre insegnava il mestiere che leistessa voleva imparare.

Quelle sere speravo che saremmo tornati all’amore aurorale dei primi giorni;

eppure sentivo che quanto di brutto era accaduto tra noi,

 aveva sconciato senza rimedio la nostra intesa antica, fatata,

per cui facevamo l'amore innumerevoli volte, dovunque: anche in

mezzo ai cespugli, come gli uccelli.

Ebbene, tale fusione o versamento dell'uno nell'altra, oramai si era

guastato per sempre: era diventato una miscela inquinata,

una porcheria, un fango pieno di mostri.

"Se la conoscessi adesso, farei salti mortali per conquistarla", mi

dicevo scrutandola, ma, sapendo che i miei sentimenti non erano

contraccambiati, non glieli manifestavo. Soffrivo, siccome lei non

mi gradiva, tuttavia mi consolavo con il pensiero che fino a quando

avevamo uno scopo comune, c'era pur sempre qualche cosa di

vivo tra noi.

Per qualche tempo non parlammo del nostro rapporto, ed

evitammo gli scontri, le menzogne, gli scoppi dell'ira e dell’angoscia.

In febbraio però le difficoltà e i contrasti vennero fuori di nuovo.

I miei ex alunni degli anni precedenti, dopo avere ricevuto riprovazioni e minacce, non se la sentirono più di venire alle lezioni: così ci mancarono

gli attori.

Cercammo di sostituirli con alcuni allievi della sua scuola di recitazione

ma non era agevole: ogni volta bisognava insistere molto, e mancava sempre qualcuno.

Ifigenia cominciò a diradare le sue lezioni, e, verso la fine di

gennaio, ai pochi rimasti volonterosi di recitare, disse  che nel

1981 la tragedia non si poteva rappresentare. Bisognava aspettare

che cambiassero i gusti della massa: che corrompere ed essere

corrotti passasse di moda[1]. Così cadde il nostro penultimo scopo

comune; restava solo il suo esame da aspirante attrice  per il quale

continuavamo a studiare entrambi.

Dopo il nuovo fallimento , pensai che fosse

impossibile risollevare il nostro benessere, sia con parole dette o

scritte anche divinamente, sia con azioni egregie: Ifigenia aveva annientato la sua l'ammirazione per me, e nessuna impresa mia, parola ornata o lezione forbita, forse nemmeno un capolavoro se non avesse avuto un successo immediato, evidenziato da fama e quattrini, avrebbe potuto risuscitarmi nell'anima sua.

Ora so che tale brama le trafiggeva le ossa.

Restava al mio fianco solo per assuefazione e convenienza: in

luglio doveva superare la prova per la quale sapevo darle suggerimenti e farle lezioni utili, anche di stile. In fondo pure noi professori dobbiamo saper recitare magistralmente per  attirare l’attenzione.  Perciò colei  avrebbe fatto sesso con me fino all'esame , e forse, siccome le abitudini sono tenaci, anche dopo per qualche tempo, ossia fino a quando non avesse trovato altri amanti2 più utili e convenienti.

Il nostro rapporto, caduto in una  buca di melma e  sassi acuti, si era rotto e sporcato tanto, che niente aveva la forza di rimetterlo in piedi com'era una volta.

Però potevo farlo rivivere tutto in una grande opera che

consegnasse alla memoria dell'umanità il ricordo delle nostre

gesta, dall'incontro dell' ottobre del '78 allo schianto finale, oramai

certamente vicino.

Affinché quei fatti grandi e meravigliosi, con il passare del tempo

non divenissero oscuri 2 .

Intorno alla storia conduttrice e centrale, ne avrei raccontate

altre: avrei creato il mito della finnica bruna, biancovestita, Helena , che nell'estate del '71 prefigurò Ifigenia almeno nell’aspetto, seppure in maniera assai più elegante e fine; la favola di Päivi ,  la donna fulva con occhiali  e l’aria intellettuale che nel '74 mi motivò per sempre a studiare mentre aspettava un figlio da me: l'unico che abbia mai concepito con il corpo, eppure senza lasciargli la possibilità di nascere, per cui non mi sarebbe stato più consentito di mettere al mondo al mondo una creatura di carne e di sangue . Sarebbe stata una bambina per giunta la creatura attesa che mi sarebbe mancata per tutta la vita fino alle lacrime.

Ma la grande opera d'arte, una figlia mia secondo lo spirito,  ne avrebbe fatte le veci, dando alla luce tante situazioni e persone, reali più dei loro stessi modelli.

Tutte ci sarebbero entrate le femmine umane che mi avevano fatto

sentire la vita: consanguinee, compagne di scuola, alunne,

colleghe, amiche e ciascuna sarebbe diventata più significativa e reale che nella sua esistenza contigente, mortale.

 

Una sera, mentre si  mangiava una pizza, proposi ancora una volta il progetto del romanzo a Ifigenia. Ne fu interessata, volle parlarne, e mi consigliò di

mettere in rilievo gli aspetti mitici, i segni divini presenti

nella nostra storia .

Ottenni l'effetto, ormai raro, di farmi ascoltare con interesse, di

essere guardato in faccia dagli occhi vivi e commossi di lei.

Poco più tardi però, nel grande letto, le cose andarono nel solito

modo di quel periodo triste: dopo il secondo orgasmo,

faticosissimo, la ragazza chiese l'ora, poi disse che era molto tardi,

che aveva sonno, che la mattina doveva alzarsi presto, e volle

essere accompagnata a casa presto.

Rimasto solo, verso le undici, pensai con pena e rimpianto al

tempo remoto in cui dopo il quinto orgasmo alle sette del

pomeriggio, o dopo l'ottavo all'una di notte, l’amata  amante

venticinquenne diceva:"Vai a lavarti di corsa, gianni, ché seguitiamo a oltranza".

“Sì e a repentaglio”, rincaravo.

E se mi attardavo a contemplarla, aggiungeva:

"Muoviti, tesoro, prima che venga tardi sul serio!"

Quelli potevano essere mesi di felicità.  Ma la base orgiastica non è un fondamento solido.

Nei momenti migliori  avrei dovuto prendere e darle la gioia spirituale

donata e richiesta: invece non avevo spalancato la mia anima chiusa

all'oblazione della giovane donna radiosa e sacra che mi amava nei primi tempi senza riserve né censure, come può farlo una fanciulla che sogna, mentre la contraccambiavo con diffidenza, egoismo e calcoli vani secondo il rovesciato vangelo dei pregiudizi diffusi in quel tempo.

Non le avevo dato il meglio di me: la volontà di educare i ragazzi; e

 non avevo accettato il meraviglioso di quell'offerta: l'apertura della

sua anima. Però del bene che mi ero lasciato sfuggire, potevo

recuperare almeno una parte, raccontando le nostre vicende in un

grande libro: un’epica  amorosa, storica, politica, educativa.

Sì, ma quando avrei iniziato? Finché Ifigenia stava con me, di

malavoglia eppure a lungo, tenendomi spesso impegnato a

occuparmi di lei e del suo esame, non potevo dedicarmi sul serio

all'altro compito grande, innamorarmene, dargli il nerbo  delle mie

forze. Ci voleva una catastrofe, un crollo tra noi, una ferita quasi

mortale che scatenasse il mio istinto di sopravvivenza il quale a

sua volta mi costringesse a fare, per non morire, la cosa cui tenevo

più nella vita: scrivere un epos degno di essere letto, onde compensare il fallimento amoroso altrimenti insopportabile.



 

 

Bologna 9 dicembre  2025 ore 9, 53 giovanni ghiselli

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Note

[1] Cfr. Tacito:"nemo enim illic vitia ridet, nec corrumpere et corrumpi saeculum vocatur " ( Germania, 19), e conclude il capitolo:"plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges ". 

 2Cfr. Erodoto, Storie, Proemio.


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