Il 25 giugno andammo a Carmignano di Brenta. Volevo salutare Antonia la mia migliore amica, quindi proseguire per Moena. Intendevo presentare a Ifigenia alcune realtà molto importanti della mia vita. Volevo che uscissimo dal nostro vivere idiotamente cioè nella ijdiwteiva, vita privata, chiusi nel nostro particolare fatto soprattutto, talora addirittura esclusivamente, di sesso.
Ero andato a prenderla verso le dieci.
Come la vidi con una valigia grande e gonfia non le domandai se avesse preso quanto sarebbe stato necessario in montagna: glielo avevo detto la sera prima e mi sembrava una segno di sfiducia e una scortesia, quasi una violenza verbale, incalzarla con le domande che si pongono alle persone delle cui capacità mentali si dubita.
Lo facevano con me le due zie più attempate che mi consideravano intelligente- in quanto bravo a scuola- e pure deficiente siccome incapace in quasi tutto il resto.
Il fatto è che volevo vivere come mi pareva bene, mentre a loro la mia vita appariva vissuta male in certe circostanze,
L’ho pagata con tanta solitudine ma ho fatto quello che mi garbava in quanto adatto a me e funzionale ai miei progressi.
Arrivammo a Cittadella nel primo pomeriggio. Ci fermammo per prenotare una stanza nel grosso motel dove avevo passato in solitudine i pomeriggi e le notti del venticinquesimo anno di vita, bramando e sognando una donna giovane, bella e vivace: invano.
Le scolare non erano donne, bensì bambine, e le colleghe non mi si addicevano punto siccome erano in cerca di un fidanzato da sposare per passare insieme una vita triste: senza colore né calore.
Consideravo tale approdo un porto delle nebbie.
Allora iniziavo a insegnare e nella solitudine mi confortava il ricordo bello di Helena, la ragazza ceca amata durante la primavera di Praga e la speranza della successiva amante a Debrecen in luglio. Avrei in effetti incontrato la prima, in ordine temporale, delle mie finlandesi, e avremmo fatto una scorpacciata di sesso, ghiotti e famelici come ne eravamo entrambi. Fu un rapporto simpatico ma piuttosto terrestre che celeste.
L’amore celeste, figliolo di Venere Celeste, l’avrei incontrato solo nel 1971 con Helena, la finlandese augusta. Ma questo l’ho già raccontato[1].
Ma torniamo al giugno del 1980. Eravamo due compagni di viaggio seduti su una panchina di ferro situata tra la strada rumorosa e il motel Palace che ci stava alle spalle alto e incombente. Oggi nemmeno lui c’è più.
Ifigenia era muta. Le domandai perché. Muta metu pensai, ricordando l’Ifigenia di Lucrezio.
“Tu per me sei l’uomo ideale, mentre io per te sono soltanto un esperimento. Non è così?”
Faceva una scena. Voleva mettermi alla prova. Stava giocando una partita a scacchi. Mi diede fastidio. Ma decisi di stare al gioco.
“Ma no, cosa dici? La nostra situazione non è ancora completa: non siamo del tutto armonizzati, ma, vedrai che ci arriveremo. L’armonia per ora è invisibile eppure è più forte di altre già visibili. E’ discordia che cerca la conciliazione. Del resto la sintonia più bella è proprio quella che deriva da elementi discrepanti [2]”.
Parole generiche e quasi imbarazzate.
Quindi aggiunsi una terza citazione per evitare di mentire dicendo che lei era la donna della mia vita
“Ad pulchritudinem tria requiruntur: integritas, consonantia, claritas”, Tu bella sei bella, quindi i tre requisiti della bellezza eterna, dell’arte cui aspiriamo entrambi, possiamo spremerli o mungerli dalla tua persona e nutrircene”. Ero stato quasi offensivo, ora lo comprendo.
Ifigenia, cresciuta alla mia scuola, replicò con un’altra citazione: “Non basta un anno e nemmeno un biennio a mostrarci un uomo: voi siete tutti stomaci e noi tutte soltanto cibo; ci mangiate avidamente e quando siete pieni ci rigettate. Prima la mungitura poi la macellazione.
“Brava: Emilia nell’Otello di Shakespeare! Se vuoi possiamo ricordarlo in inglese”
“Lascia perdere!”, disse e fece un gesto di ripulsa.
Aveva studiato inglese a scuola ma non sapeva parlarlo; me ne accorsi nell’agosto successivo quando sarebbe venuta a Debrecen con me e Fulvio.
Intanto sopra di noi gravava il mortorio opprimente di un cielo innaturalmente grigio. Piovigginava anche e faceva freddo.
Sicché pensavo: “ero più contento nel giugno rovente, apocalittico del 1970, quando scalavo il monte Grappa sulla mia bicicletta da solo, mangiavo e dormivo da solo, e studiavo per preparare i ragazzini di terza media all’esame finale del loro triennio.
Ma in quel tempo mi aspettavo l’amore di una donna della mia levatura. Ero un ragazzo non alto, tuttavia capace di piacere a diverse donne. Anche a me stesso. Sentivo con gioia l’attrazione esercitata sulle femmine umane e la contraccambiavo. Diverse giovani mi trattavano bene, mi corteggiavano. Perciò ero felice, nonostante la solitudine della mia vita da anacoreta. Avevo il cuore pieno di attese e speranze pur nel mio eremitaggio. Almeno cinquanta amanti promettevo a me stesso. Non una di meno, magari qualcuna di più. Oggi non mi lamento.
Invece quel giorno freddo e triste Ifigenia si lamentava. E mi disturbava.
A metà pomeriggio andammo a casa di Antonia che ci accolse bene: parlò con noi e ci ascoltò amichevolmente.
Non era mai noiosa perché si prendeva a cuore le persone ed era intelligente. La suvnesi~ piena di benevolenza la autorizzava a dire anche quanto era a[rrhton, indicibile per i vezzeggiatori falsi peggiori di Giuda.
L’anno seguente, quando andai a trovarla da solo dopo che Ifigenia fu sparita cercando un ingresso nel mondo cui aspirava, Antonia disse che quella ragazza fin dal primo momento mi aveva frequentato con atteggiamento teatrale, ed era quasi sempre in posa mettendosi in mostra per farsi notare. Nel suo sguardo non si vedeva un’anima pura e commossa, come si nota nel volto di una persona dalla buona sostanza morale. Nella relazione con me aveva voluto fare una lunga scena nella scuola dove era supplente precaria e si sentiva a disagio. Del resto durante il nostro rapporto preparava le esibizioni che sperava di ripetere sulle scene. Io avevo perduto la speranza del suo amore quando avevo capito la teatralità integrale di quel personaggio in cerca di palcoscenico.
In ogni caso la consapevolezza raggiunta aveva accresciuto le mie qualità umane concluse l’amica nel solstizio estivo dell’anno seguente.
Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato.
Bologna 4 gennaio 2026 ore 10, 05 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Nel romanzo Tre amori a Debrecen che si trova nella biblioteca Ginzburg di Bologna disponibile al prestito.
[2] Ho utilizzato due frammenti di Eraclito (fr. 27 Diano e fr- 22 Diano)
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