Verso la metà di maggio gareggiai con alcuni allievi maschi nel campo sportivo Baumann di Bologna. Erano le sette di una bella sera dall’aria piena di profumi e di voli. Ci togliemmo le tute, rimanemmo in calzoncini leggeri, maglie di cotone, scarpe di gomma. Facemmo un giri di riscaldamento, poi partimmo. Ero felice di avere provocato tale situazione classica nei fatti, dopo avere tradotto e spiegato Pindaro che celebra gli agoni negli stadi
dove gareggia velocità di piedi tacuta;~ podw`n ejrivzetai-
e vertici ardimentosi di forza; e il vincitore per il resto della vita loipo;n ajmfi; bivoton-ha una dolce serenità (Olimpica I, Strofe 4).
Nella nostra corsa c’era l’idea che la cultura deve farsi prassi e potenziare la persona non solo nella mente ma anche nel carattere e nel corpo.
Ifigenia assisteva, prendeva i tempi e mi incoraggiava ad ogni passaggio. Dovevamo percorrere i 400 metri della pista per 12 volte e mezzo: 5000 metri in tutto. Gli allievi sedicenni invero erano meno allenati di me e dopo un paio di giri cedettero tutti tranne Ferrari che aveva i muscoli e il fiato esercitati nella pallacanestro. Correva dietro di me. Mi seguiva come un’ombra. Ero partito veloce cercando di imporre subito un ritmo elevato poiché nella corsa, come nella vita, mi manca lo scatto e non posso vincere lottando negli ultimi metri con antagonisti che non vi siano giunti stremati. Devo arrivare in fondo meno disfatto degli altri. In tutte le mie attività ho più resistenza che scatto. Ho bisogno di tempi lunghi e gare lunghe.
Sto lavorando su questa epica della seconda metà del Novecento da quarantacinque anni.
A metà del percorso dunque avevo staccato tutti eccetto il giocatore di pallacanestro dalle gambe molto più lunghe delle mie.
Questo era rimasto attaccato alla mia schiena incutendomi nervosismo e paura di essere superato negli ultimi metri: il grido di vittoria cominciva a strozzarsi nella gola della mia Musa. Quando mancavano cinque giri, 2000 metri, Ifigenia che conosceva le tattiche mie e le forze di cui disponevo, mi gridò che dovevo accelerare pima che fosse tardi. Allora sentìi di essere come Odisseo o Diomede sospinto da Pallade Atena e cercai di alzare il ritmo. Mentre aumentavo la frequenza dei passi con cautela e calcoli davvero odissiaci per non restare senza forze né fiato, sentivo il respiro del rivale affrettarsi, accorciarsi, farsi rauco, scomporsi.
Ne fui incoraggiato e incrementai ancora il ritmo spremendo gran parte delle energie residue per provocare il crollo dell’avversario che infatti cominciò a respirare con sibili mozzi, poi perse un metro, poi cinque, e infine non si sentì più per niente. Si era fermato. Come passai di nuovo davanti al traguardo, la dea mi fece un sorriso di approvazione. Glielo contraccambiai e terminai la gara senza sfiatarmi in 20 minuti e 12 secondi. Promisi a me stesso che sarei sceso sotto i 20 minuti entro maggio e sotto i 19 nello stadio di Debrecen prima di ferragosto. Nel salutarli chiesi ai ragazzi di allenarsi per sfidarmi di nuovo e cercare di battermi.
Quindi passai una bella serata di festa e di amore con Ifigenia.
Sere fa sono tornato a rivedere Paris, Texas. C’era anche Wenders, il regista nato nel 1945 che ha parlato di questo suo film del 1984.
Ho nominato Wim Wenders come uno dei miei modelli in un capitolo precedente che racconta l’estate del 1979 quando lui e io eravamo molto più giovani. Wenders era già allora un maestro, un modello per me. Un uomo ben tenuto nell’aspetto, laborioso e geniale.
Il film in questione racconta la storia di un amore troppo bello, felice e intenso perché potesse durare a lungo. Una storia simile alle mie con Helena, Kaisa, Päivi, Ifigenia e qualche altra. Quando lo vidi la prima volta, la ferita dell’ultimo amore fallito non si era ancora cicatrizzata e rimasi molto colpito. Ieri mi sono commosso di nuovo anche vedendo nella bella vecchiaia del regista ben vissuto e ancora vivo qualche similitudine con la mia. Wenders ha sempre tanti progetti. Anche io che pure sono nato otto mesi prima di lui.
Il mio progetto giornaliero di questi tempi è rivedere le parole scritte fino a quando i verba avranno raggiunto la bellezza universale, ontologica del Verbum poetico.
Quando sentirò di avere raggiunto questa meta sarò libero di riprendere a vivere amando persone vive, oppure di morire ritrovando i miei cari defunti: i consanguinei, le amanti, le amiche, gli amici
Saluti a tutti
Bologna 3 gennaio 2026 ore 9, 57 giovanni ghiselli
p. s.
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