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Il 31 dicembre di pomeriggio partimmo per Bratto dove ci aspettava mia sorella e la sua compagnia. Dovevano esserci sei adulti e quattro bambini. Sapevo che l’ambiente non era esaltante: quegli amici di Margherita sono borghesi, parecchio lontani dalla vita artistica mista di puro fascino divino e della grande bellezza demoniaca der groben, der demonischen Schönheit-[1] che attirava la scellerata coppia costituita da Ifigenia e da me stesso, Quelli lassù erano persone culturalmente modeste ma oneste per quanto ne sapevo. C’era comunque da imparare osservandole e ascoltandole senza fare gli schizzinosi dandosi ridicole arie di superiorità. Scrivendo, ho criticato più volte il modus vivendi del piccolo borghese tipico, ma penso altresì che un borghesuccio contento di sé sia meno negativo di un aspirante artista fallito e rancoroso nei confronti dell’umanità che non lo ha riconosciuto e gli ha negato il successo. Meglio il borghese incolto del malvivente, del drogato, di una volgare mima che insulta il pudore. L’ultima sera dell’anno 1980 Ifigenia era mentalmente malconcia: era ostile nei confronti di mia sorella e intollerante, scortese verso le persone della sua compagnia. Forse voleva provare quanto potere avesse nei miei confronti: verificare che io fossi sottomesso del tutto permettendole di comportarsi con tanta maleducazione. Da vanitoso e meraviglioso pavone era diventata una civetta male ominosa e ripugnante. Quando partimmo da Milano, verso le tre del pomeriggio, il cielo era tutto sereno e pieno di luce, ma solo mezz’ora più tardi, a mano a mano che il sole si abbassava, il suo fulgore scemava finché vedemmo l’occhio del giorno d’oro eclissarsi tra i monti. Uscimmo dall’autostrada a Bergamo, quindi entrammo in una valle fiancheggiata dai monti.. La ragazza era inquieta e petulante: chiedeva più volte informazioni sulla gente che andavamo a trovare contro la voglia sua. Le rispondevo che erano borghesucci brianzoli, un ambiente diverso da quello cui aspiravamo noi, ma proprio per questo c’era molto di nuovo da imparare. Potevamo trarne spunti per le nostre attività. Insegnare, scrivere e recitare richiedono conoscenza dei vizi umani e delle debolezze oltre che del valore. La avvisai che non avrei sopportato sgarbi nei confronti degli ospiti che ci avevano invitati. Intanto colei continuava a stancarmi con domande ansiosamente iterate su quello che ci aspettava. Se le chiedevo di smetterla, si metteva a sbaciucchiarmi oppressivamente, ostruendomi la vista della strada oltretutto e dicendo parole insensate. Una serie di versi e dispetti per mettere alla prova il suo potere. Stavamo procedendo su per una valle sbagliata senza che me ne fossi accorto data l’opera distrattiva messa in atto da tale commediante invasata.
“Dove sono le tre finniche, dov’è il loro stile, l’attenzione che avevano per ogni parola, il loro pensiero, il garbo, l’educazione squisita? Che cosa mi è successo? Non deve finire così” pensavo con pena.
Dopo il tramonto eravamo già in alto, non lontani dai gioghi dei monti innevati ma di Bratto non c’era alcuna indicazione. Mi fermai, entrai in un bar e chiesi del paese annidato in chissà quale landa nascosta da rupi o da brume. Mi dissero che avevo sbagliato valle: eravamo nella Brembana mentre Bratto è nella val Seriana, parallela a est. Dovevamo tornare a Bergamo. Domandai altre tre o quattro volte, e finalmente imboccai la valle giusta. Bratto però era ancora lontana nel buio già pesto. La compagna di viaggio si era addormentata e non dava una mano. In compenso non disturbava. Quando si svegliò e le dissi che in quel buio di notte privata di ogni stella, pianeta e satellite, Bratto non si trovava, divenne euforica: “magari torniamo a Bologna poi facciamo l’amore che tanto ci manca da un pezzo” disse, non so se con lo scopo di lusingarmi o di irritarmi. Certo è che sperava di schivare l’abominata compagnia con l’aborrita cena. A un tratto cominciò ad accarezzarmi lascivamente sperando che mi fermassi, lì in mezzo ai lupi, ma io scostati la mano impudica. Quella allora reagì dicendo “buona notte” e si scostò indispettita.
Avrei ripetuto quel gesto con una invasata una notte in un alberguccio di Egion durante uno dei tanti giri ciclistici in Grecia. Anche quella allungava una mano inopportuna e importuna credendo di farmi piacere e di riceverne. Invece le dissi: “lascia perdere per favore, se no vado a chiedere asilo politico nella stanza di Fulvio e Valerio”. Quella sfacciata allora ribatté con aria sdegnosa: “Che cosa hai capito tu? Volevo solo darti la buona notte”. “Sì buona notte a chi so io”, pensai. Veramente ho tolto una parola chiave con pudica aposiopesi da quanto leggete, e a costei risposi soltanto “Buona notte dunque!”. Intorno alle dieci e mezzo finalmente arrivammo. Gli ospiti ci accolsero festosamente nonostante il nostro ritardo li avesse costretti a differire l’avvio del bramato cenone. Avvertenza: il blog contiene una nota.
Bologna 8 gennaio 2025 ore 11, 15 giovanni ghiselli.
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Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
giovedì 8 gennaio 2026
Ifigenia CLXXXIX. Il viaggio penoso da Milano a Bratto. La ridicola buona notte delle infatuate.
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