Antifemminismo di Eteocle nei Sette a Tebe di Eschilo.
Sette a Tebe del 467 ripropongono il conflitto tra i sessi nel duro discorso di Eschilo contro il coro di fanciulle tebane e contro le donne in generale
Il difensore di Tebe lancia una vera e propria invettiva contro il generefemminile in quanto è disturbato dal gridare delle ragazze terrorizzate: :" so;n d j au\ to; siga'n kai; mevnein ei[sw dovmwn" (v. 232), il tuo compito invece è tacere e rimanere dentro casa. Questa espressione fa parte della misoginia di Eteocle sulla quale possiamo fermarci un poco
Il Coro della tragedia è formato da ragazze tebane che nella Parodo lanciano grida di spavento, non da comari del resto, ma ricche di metafore:"attraverso le mascelle equine/le briglie arpeggiano strage"(vv.122-123).
Sono invocati gli dèi olimpii:"ascoltate, ascoltate come è giusto/le preghiere dalle mani tese delle ragazze" (171-172).
Le suppliche delle giovani donne però non incontrano l'approvazione del re difensore della città che anzi prorompe in una delle più aspre tirate antifemministe della letteratura greca:
"domando a voi, animali insopportabili (-qrevmmat ' oujk ajnascetav-)/sono forse questi gli incoraggiamenti migliori/ per questo popolo assediato ed è la salvezza della città/il vostro urlare e gridare, cadute davanti alle statue/degli dèi protettori, odio dei saggi che siete?/Che io non conviva, né in brutte situazioni/e nemmeno nel caro benessere con la razza delle donne./Infatti quando prende il sopravvento è di un'audacia intrattabile,/quando ha paura è un male ancora più grande nella casa e nella città".(vv.181-189).
Lo spavento delle ragazze diffonde viltà tra i difensori: dunque si chiudano nelle case:"infatti stanno a cuore agli uomini le faccende di fuori,/non le decida la donna: e tu, rimanendo dentro-e[ndon d’ ou\sa, non fare danno"(vv. 200-201). Eteocle esige di essere obbedito subito, senza repliche:"la disciplina infatti è madre del successo peiqarciva ga;r ejsti th`~ eujpraxiva~ mhvthr /che salva, o donna; il discorso sta in questi termini"(vv. 224-225).
Quindi:"il tuo compito è tacere e rimanere dentro le case"( so;n d’ au\ to; siga'n kai; mevnein ei[sw dovmwn, Sette, 232).
Ma non è finita: Eteocle inveisce ancora contro il Coro di ragazze:"non vai in malora, non sopporterai queste difficoltà tacendo?"(v.252), e, poco più avanti,(v.256):"o Zeus, quale dono ci hai concesso, con la razza delle donne!".
Del resto, in confronto all’Ippolito di Euripide, l' Eteocle di Eschilo è un moderato. Infatti, quando, dopo l'ennesima richiesta di silenzio:"taci, disgraziata, non spaventare gli amici"( Sette a Tebe, v.262), la corifea glielo promette ("taccio-sigw`- con gli altri sopporterò il destino", v. 263), il re e difensore di Tebe risponde placato:"io preferisco da te questa parola piuttosto che quelle di prima./Inoltre, stando lontana dalle statue,/rivolgi agli dèi la preghiera migliore: che ci siano alleati"(264-266).
Prometeo incatenato di Eschilo. L’invenzione della tecnologia.
Incerta, oltre la cronologia, è l'attribuzione del Prometeo incatenato.
In questa tragedia è menzionata la Magna Mater sconfitta con il figlio, il Titano che la invoca:"Qevmi"-kai; Gai'a, pollw'n ojnomavtwn morfh; miva"( vv. 209-210), Temide e Terra, una sola forma di molti nomi.
Alla fine della trilogia ci sarà una riconciliazione ma in questa il predominio rimarrà a Zeus, e Prometeo con la Magna Mater resteranno subordinati. Eschilo nelle Eumenidi racconta il passaggio dal matriarcato al patriarcato.
Nel Prometeo incatenato ci sono altre presenze femminili: la schiera amica (filiva tavxi~, v. 128) delle Oceanine che costituiscono il coro. Sono figlie di Teti la feconda, e di Oceano che avvolge la terra con una corrente senza sonno (v. 139). Queste creature parteggiano per Prometeo che ha sposato Esione, una loro sorella, e lo compatiscono anche se sanno che oramai comanda Zeus con nuove leggi (neocmoi`~ novmoi~, v. 149) illegalmente, dispoticamente (ajqevtw~ kratuvnei, v. 150). Prometeo dice loro che un giorno Zeus avrà bisogno di lui e la corifea lo ammonisce a[gan d j ejleuqerostomei`~ (v. 180), parli troppo liberamente. Anche la parrhsiva deve porsi dei limiti. La natura di Zeus del resto è inaccessibile e ha un cuore inesorabile (kai; kevar ajparavmuqon e[cei, vv. 184-185).
Prometeo racconta la sua storia con il consiglio ricevuto dalla madre che gli suggerì di agire non con la forza ma con l’astuzia (dovlw/, v. 213).
I Titani nati da Urano e dalla Terra non lo ascoltavano e Prometeo diede retta alla madre schierandosi con Zeus.
Crono fu sconfitto dal figlio e finì nel Tartaro. Ma Zeus ha la malattia del tiranno: che non è fedele a chi lo ha aiutato. Il dispotico dio voleva annientare la stirpe umana. Nessuno si oppose a questi piani, tranne me dice Prometeo: “kai; toi`sin oujdei;~ ajntevbaine plh;n ejmou` ( 234). Quindi liberò i mortali dall’essere dispersi nella morte
Il coro piange la sconfitta dei vecchi dèi contro i quali Zeus mostra la lancia del suo trionfo.
Il dolore di Prometeo addolora molti popoli barbari: Amazzoni, Sciti, Arabi. Piange il mare e l’Ade e i fiumi.
Tuttavia Prometeo si vanta di avere dato pensiero e coscienza ai mortali i quali
prima blevponte~ e[blepon mavthn, volgendo lo sguardo lo volgevano invano, ascoltando non udivano kluvonte~ oujk h[koun (v. 448), somigliavano a forme di sogno, non conoscevano le case di mattoni esposte al sole (plinqufei`~ dovmou~ proseivlou~ , 450. plivnqo~-mattone- e uJfaivnw tesso). Vivevano sottoterra come labili formiche, in grotte fonde, senza sole. Prometeo ha insegnato loro tutto: i numeri, le lettere, l’aggiogamento degli animali, la navigazione. Non avevano farmaci, e io indicai loro miscele e[deixa kravsei~ di salutari rimedi che tengono lontani tutti i morbi. E ordinai le molte forme della mantica e l’interpretazione dei sogni (485-6) e dei presagi, i voli degli uccelli, gli auspici, l’aruspicina (presagi dalle viscere) Aprii anche gli occhi dei mortali ai presagi della fiamma. Ho scoperto i metalli. Tutte le tecniche derivano da Prometeo :
"pa'sai tevcnai brotoi'sin ejk Promhqevw" (v. 507) verso chiave
La storia di Iò la ragazza perseguitata dalla gelosia di Era e amata da Zeus
Poi comincia il Terzo episodio con l’ingresso di Iò trasformata in mucca dalla gelosia di Era.
Chiede all’incatenato in che cosa ha fallato lui e in quale terra sia giunta lei, l’errante. La ragazza dice crivei ti~ me tan; tavlainan oi\stro~ (v. 566), l’assillo mi punge infelice, e lo spettro di Argo tellurico.
Iò teme vedendo il bovaro dagli innumerevoli occhi (fobou`mai –to;n muriwpo;n eijsorw`sa bouvtan (568-9)
Argo avanza con occhio perfido. Neppure morto la terra lo ricopre, ma dà la caccia all’infelice e la fa errare digiuna lungo la sabbia della costa plana`/ te nh`stin (nh-e[dw) ajna; ta;n paralivan yavmmon (572-573).
Dove mi portano questi passi lungivaganti.
Iò chiede a Zeus in che cosa ha sbagliato per essere aggiogata a tali tormenti.
A sazietà mi hanno sfiancata i molto erranti errori (a[dhn me poluvplanoi planai-gegumnavkasin 585-6 e non so come sfuggire alle pene. Tu Ascolti il grido della vergine dalle corna di bue? -kluvei~ fqevgma ta`~ boukevrw parqevnou;- (588)
Prometeo non può non sentire l’assillata fanciulla ( pw``~ d ouj kluvw oijstrodinhvtou- (oi\stro~ e dinevw faccio girare) kovrh~ (589) la figlia di Inaco amata da Zeus e invisa a Era
Iò chiede a Prometeo chi sia l’infelice che parla all’infelice e vede la malattia mandata dagli dèi che “mi consuma (maraivnei me) pungendomi con aculei terribili, (598)
Prometeo dunque chiarisce a Iò che sta vedendo vede puro;~ brotoi`~ doth`r j (611) quello che ha donato il fuoco ai mortali.
Poi Iò vorrebbe sapere quando finirà il suo errare
Prometeo le risponde che è meglio per lei non apprendere il futuro :" to; mh; maqei'n soi krei'sson h] maqei'n tavde", v. 624.
Iò insiste ma le Oceanine, sorelle di Inaco, vogliono prima sentire il racconto delle vicende passate da Io
Io ha pudore di raccontare qeovssuton ceimw`na (v. 643), la tempesta divina (qeov" e seuvw, spingo, scuoto, cfe. sei`sma)
Il racconto di Iò risale all’antefatto. Le giungevano o[yei~ e[nnucoi, visioni notturne (645)
Le dicono tiv parqeneuvh/ darovn, ejxovn soi gavmou-tucei`n megivstou; (648-649). Perché rimani vergine a lungo quando ti è possibile ottenere le nozze massime? Zeus ti desidera. Vai sul prato di Lerna sempre in Argolide.
Iò rivelò i suoi sogni al padre Inaco
Questi manda indovini a Pito e a Dodona che riferivano oracoli ambigui.
Il responso finale è che Inaco deve cacciare la figlia agli estremi confini della terra. Padre a[kwn cacciò la figlia a[kousan (v. 670)
Lo costringeva Dio;~ calinov~ il freno di Zeus (671)
La ragazza subisce una metamorfosi : diviene cornuta (kerastiv~ , 674) e, punta dall’assillo dalla bocca aguzza (ojxustovmw/ muvwpi crisqei`s j, 674-675), quindi balza verso la sorgente Cercnea (in Argolide) e la fonte di Lerna
Il pastore Argo la seguiva fissando i suoi passi con occhi fitti
Poi all’improvviso Argo muore e Io avanza di terra in terra.
Il Coro depreca una simile sorte per sé.
Prometeo le dice che c’è dell’altro e Iò lo vuole sapere.
La giovinetta dovrà sopportare molti dolori da Era
Arriverà tra gli Sciti che vivono sui carri e tirano frecce.
Devi passare oltre. A sinistra ci sono i Calibi sidhrotevktone~ (v. 714) che lavorano il ferro.
Erodoto afferma senza giri di parole che il ferro è stato creato per il male dell’uomo (:" ejpi; kakw'/ ajnqrwvpou sivdhro" ajneuvrhtai".
Storie, I, 68, 4).
Bisogna guardarsene: sono feroci e inospitali.
Poi il fiume uJbristhvn, Ibriste il Violento da non guadare , poi il Caucaso ojrw`n u{yiston (720) il più alto dei monti dove il fiume esala il suo furore. Superate le vette, volgiti a Occidente. Giungerai alla schiera delle Amazzoni che odia i maschi (stugavnor j, 724). Esse ti guideranno. Arriverai allo istmo Cimmerico- Crimea-. e allo stretto quello Meotico -mar d’Azov- poi arriverai a uno stretto che da te prenderà il nome di Bosforo- boov~ e povro~, il passaggio della giovenca. Lo stretto che divide il mar di Marmara dal mar Nero. C’era bisanzio poi Costantinopoli. Quindi andrai in Asia.
Tremendo è il tiranno degli dèi qew`n tuvranno~ (736) che lascia una fanciulla in tali difficoltà. E’ un pretendente amaro pikro;~ mnhsthvr alle tue nozze
Iò vuole gettarsi dalla rupe, ma Prometeo le fa notare che i propri tormenti sono anche peggiori.
Comunque Zeus dovrà venire a patti con il Titano che conosce un segreto: “Contrarrà nozze di cui dovrà pentirsi” (v. 764)
Non avrà scampo se io non verrò sciolto dai ceppi: “plh;n e[gwg j a]n ejk desmw`n luqeiv~”(v. 770)
Mi libererà il tuo XIII discendente. Sarà Eracle.
Il percorso che Iò deve compiere prima di arrivare in Egitto
Prometeo rivela a Iò il suo agitato vagare; “poluvdonon plavnhn fravsw (788) –donevw, agito-
Iò deve annotare nelle memori tavole della mente (mnhvmosin devltoi~ frenw`n, v. 789)
Andrai verso levante (pro;~ ajntolav~, 791) traversando il fragore del mare, e giungerai dove abitano le tre Forcidi vergini antiche dalla forma di cigno (i[na-aiJ Forkivde~ naivousi dhnaiai; -dhvn per lungo tempo-kovrai/trei`~ kuknovmorfoi 793-795) che hanno un occhio in comune e un solo dente koino;n o[mm j ejkthmevnai, monovdonte~ (795-796) e a loro non volge mai lo sguardo il sole con i suoi raggi né la luna di notte (a}~ ou[q j h{lio~ prosdevrketai-ajkti`sin ou[q j hJ nuvktero~ mhvnh potev” (795-796)
Vicino a loro altri tre mostri: le Gorgoni anguicrinite anche queste figlie di Forco: sono Steno, Euriale e Medusa- odio degli uomini (drakontovmalloi -mallov~ è il vello-Gorgovne~ brotostugei`~, 799): nessun mortale a guardarle conserverà il respiro.
Quindi: “ascolta un’altra vista sgradevole .-a[llhn d’ a[kouson duscerh` qewrivan (802). Guardati dai Grifoni, mute cagne di Zeus dal becco aguzzo, e dalla monocola schiera degli Arimaspi
Curzio Rufo ricorda gli Arimaspi-Evergeti i quali nel 530 avevano aiutato Ciro contro i Massageti che stavano a nord della Sogdiana.
Arimaspi riferisce Erodoto significherebbe uomini da un solo occhio[1] (3, 116), ma lui non crede che fossero tali. Comunque Alessandro premiò gli Arimaspi ob egregiam in Cyrum fidem (7, 3, 3).
Comunque: “touvtoi~ su; mh; pevlaze (v. 807), a questi non accostarti.
Poi andrai sulle rive del Nilo.
Secondo Erodoto, Iò fu rapita dai pirati Fenici (I, 2) che la vendettero in Egitto dalla potabile, venerabile corrente (septo;n eu[poton rJevo~, 812).
Là tu e i tuoi figli fonderete una colonia lontana.
Quindi il Titano dice qual è stato il cammino già percorso da Iò, a garanzia delle sue profezia tekmhvrion muvqwn ejmw`n (826).
Tu venisti alla piana dei Molossi (in Epirio) e presso Dodona sul dorso scosceso dei monti dove c’è la profetica sede del dio Trespota e l’incredibile prodigio, aiJ proshvgoroi druve~, le querce parlanti (832) che dissero chiaramente e per niente con enigmi (lamprw`~ koujde;n aijnikthrivw~, 833) che saresti stata la splendida sposa di Zeus (hJ Dio;~ kleinh; davmar-mevllous j e[sesqai, 834-835).
Poi da Dodona oijstrhvsasa (836), resa furiosa dall’estro, ti sei lanciata nel gran golfo di Rea che verrà chiamato Ionio jIovnio~ keklhvsetai (840), ricordo del tuo passaggio per tutti i mortali
(th`~ sh`~ poreiva~ mnh`ma toi`~ pa`sin brotoi`~, 841).
Queste sono le prove che la mia mente vede oltre il fenomeno palese.
Infine la profezia sulla conclusione del viaggio di Iò
Quando giungerai a Canòo, sulla bocca alluvionale del Nilo, Zeus ti darà il senno, ejpafw`n-ejpafavw, ejpafhv- ajtarbei` ceiri; kai; qigw;n movnon (v. 849) sfiorandoti con mano che non mette paura e con un solo tocco, partorirai lo scuro Epafo eponimo della nascita da Zeus (ejpwvnumon de; tw`n Dio;~ gennhmavtwn-tevxei~ kelaino;n [Epafon, 850-851) che farà fruttare la terra del Nilo.
La quinta generazione di cinquanta fanciulle (Pempth d j ajp j aujtou` gevnna penthkontavpai~) dopo Epafo tornerà malvolentieri ad Argo
Fuggendo le consanguinee nozze (feuvgousa suggenh` gavmon, 855) dei cugini (ajneyiw`n, 856 cfr. lat. nepos), ma i maschi sconvolti nell’animo (ejptohmevnoi frevna~, 856-ptoevw) come nibbi lasciati indietro dalle colombe per non lungo tratto (kivrkoi peleiw`n ouj makra;n leleimmevnoi, v. 858), verranno alla caccia di nozze non cacciabili (qhreuvonte~ ouj qhrasivmou~ -gavmou~ 848-849): un dio invidierà loro i corpi.
La terra Pelasgia li riceverà-verranno sepolti nella terra di Argo- dopo che saranno stati domati da una guerra di donne assassine con audacia che veglia di notte (qhluktovnw- /[Arei damevntwn nuktifrourhvtw/ qravsei, 861-862)
Ogni donna infatti priverà della vita (aijw`no~ sterei`, 863) ciascun marito immergendo nella strage la spada a doppio taglio (divqhkton- div~ e qhvgw- due volte e aguzzo- ejn sfagai`si bavyasa xivfo~ (v. 862) .
Ma il desiderio dei figli paivdwn i{mero~ sedurrà una sola mivan qevlxei (v. 865) al punto di non uccidere lo sposo: delle due, preferirà avere la reputazione di vile (kluvein a[nalki~, 868) piuttosto che omicida h} miaifovno~
Da questa unione deriverà un eroe tovxoisi kleinov~, famoso per l’arco (872), un arciere, Eracle che libererà Prometeo. E’ stata Qevmi~, la madre antica a rivelarmi questo.
Finito il racconto di Prometeo, Iò viene ripresa da spasimo e delirante follia e la tormenta la punta dell’assillo temprata con il fuoco , il cuore scuote il petto per il terrore, gli occhi ruotano convulsamente, la rabbia la trascina fuori dal cammino, non è padrona della lingua (glwvssh~ ajkrathv~, 884) e pensieri confusi urtano a caso sulle onde della tetra sventura (885)
Bologna 5 gennaio 2026 ore 18, 11 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Erodoto IV, 27: Arimaspi ( jArimaspoiv) significherebbe monocoli in scitico: “a[rima ga;r e{n kalevousi Skuvqai, spou' de; ofqalmovn”.
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