mercoledì 7 gennaio 2026

Ifigenia CLXXXIV Progetti di un capolavoro epico, politico, educativo all’amore umanistico dell'umanità e della vita.


 

Ero entusiasta al punto che mi proposi di raccontare presto la storia grande e meravigliosa del nostro amore nato dalla volontà educativa.

Durante la cena lo dissi a Ifigenia comunicandole il mio entusiasmo. La ragazza mi dava suggerimenti dal suo punto di vista.

Dovevo chiarire quale fosse il mio metodo educativo. Mostrare, attraverso i pensieri dell’io narrante e diversi dialoghi, la collisione tra due concezioni opposte dell’insegnamento: la mia, che identifica il docente con l’educatore inteso a favorire lo sviluppo intellettuale, estetico, morale e vitale dei giovani, contro  quella antitetica di quanti considerano l’istituzione scolastica un luogo e uno strumento di repressione e negazione della creatività, della fantasia, degli istinti anche buoni delle ragazze e dei ragazzi da un lato, e dall’altro una misera fonte di  sostentamento e un esercizio di miserabile potere imposto da docenti e burocrati frustrati, e proprio per questo imperiosi nei confronti di adolescenti spesso  invidiati in quanto più belli e benestanti dei loro guardiani almeno nei licei del centro delle città.

Scuole di sapere nel migliore dei casi, quasi mai di sapienza che potenzia la vita.

Lo avevo scritto nel dramma breve già composto ma ora dovevo allargare il quadro facendovi entrare la politica, i costumi della polis, della nazione, dell’intero Occidente la cui cultura nobile e antica stava declinando da alcuni anni. Un grande epos sulla decadenza  osservata e sofferta da due amanti tribolati.

Avremmo collaborato all’impresa noi due da amanti amati sia pure non senza tribolazioni. Scendemmo dal monte e andammo a casa mia colmi di desiderio e di gioia. Facemmo l’amore più volte, senza tenerne il conto.

Le ricordai questi versi di Catullo nell’euforia della bella nottata. E’ il ritornello del sesso benedetto da favore di Priapo.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum

Meglio di così non avremmo potuto festeggiare i nostri compleanni di quel novembre. Ventisette anni Ifigenia, trentasei io.

Nella pièce che avevo già scritto, e l’aspirante attrice voleva recitare. C’erano parole  di emotività istintiva, non ponderata, sebbene  non  fossi più tanto giovane da giustificare certi estremismi di malevolenza nei riguardi di troppi colleghi.

Avevo fatto diversi brutti incontri nella scuola ma avevo già conosciuto anche persone buone. Il fatto è che quelle cattive  e aggressive latravano pubblicamente, talora mordevano pure, le buone, o presunte tali, sussurravano parole benevole, da persone comunque educate  quale erano. Quando arrivava per giunta un dirigente ostile i miei amici si diradavano come i capelli sulla testa canuta di un vecchio.  

In ogni modo quella sera ci sentivamo rispettivamente Musa e poeta. Avremmo educato popoli interi raffigurando con  espressioni  chiare e perspicue  le idee cioè la visioni che ci avevano fatto superare ogni difficoltà: la giustizia, la paideia, la salute morale e fisica, la gioia di vivere.

Saremmo andati a Delfi in bicicletta a pregare per impetrare la realizzazione dei nostri propositi che  potevano non garbare ai tanti  burocrati e impiegati mediocri della scuola, ma proprio per questo piacevano sicuramente alle persone davvero buone e  agli dèi.

Il giorno seguente cominciai e prendere appunti. Mi accorsi quasi subito  però che  era ancora troppo presto per iniziare questo grande romanzo. Non era già tempo. Sarebbe arrivato durante una  notte tragica del giugno successivo. Intanto mi diedi a ritoccare e ampliare la pièce già scritta che conteneva alcuni germi da sviluppare nell’opera maggiore: il grande epos che dovevo a me stesso e all’umanità. Questa che state leggendo in tanti, in diverse parti del mondo. Vi ho impiegato decenni e il mio impegno non è andato perduto.  

Nei giorni seguenti  accolsi alcuni suggerimenti di Ifigenia a proposito della recitabilità di alcuni passi del breve dramma. Erano avvertenza preziose: dovevo trovare parole che suggerissero agli attori il tono e i gesti da usare.

Questi incontri si concludevano con abbracci nel talamo nostro dove avevamo disposto  fogli, matite,  gomme e penne. Un disordine che ci faceva sentire attivi, io quale scrittore, ifigenia come attrice,  e ci piaceva molto. La ragazza, musa e un poco pure figlia, Calliope e Nausicaa,  mi gratificava dicendo che riconosceva in me il genio di uno scrittore non inferiore ai nostri grandi maestri: da Omero e Sofocle a Joyce e Proust menzionando soltanto i sommi.

Bologna 7 gennaio  2026 ore 16, 20 giovanni ghiselli.

p. s.

Il sole è tramontato osservato devotamente dal mio studio è tramontato alle 16, 25 e 45 secondi. Un quarti d’ora di borsa di studio.

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