mercoledì 7 gennaio 2026

Ifigenia CLXXXI Vale la pena accoppiarsi tante volte per rimanere ogni volta più solo?


 

Tornai a casa mia, nel mio letto. Ero infelice. Tanto che non potevo dormire. Pensieri simili a enigmi penosi formavano intrecci inestricabili e confusi nei labirinti del mio tormentato cervello.

Avevo notato da tempo che Ifigenia non era più entusiasta di me e avevo sospettato che la sua distrazione amorosa fosse dovuta al maestro di danza del quale mi aveva parlato più volte, e sapevo fin dall’inizio pure gioioso di due anni prima che il nostro amore non sarebbe durato tutto il  tempo pur breve della mia vita mortale,  poiché già allora non ero inesperto di eventi amorosi, e i più belli vissuti erano durati giusto un mese; però non avevo previsto  che una sera, nuda nel nostro letto e seduta sulle calcagne, Ifgenia avrebbe detto: “gianni devi essere forte perché io mi sto innamorando di un altro”. Non una umiliazione siffatta.

Mi trovavo dunque spiazzato, vilipeso e non sapevo come reagire.

Sono sempre stato bravo nelle reazione a infortuni e disgrazie ma questa volta la situazione mi appariva più che mai penosa e difficile.

Mi diedi a esaminare le possibilità che avevo di evitare il disfacimento della mia identità gravemente ferita.

Se se ero io a decretare il divorzio, perdevo subito quella che era non solo la mia residua compagna di letto ma ancora la principale ragione di vita.

Era per Ifigenia soprattutto che studiavo e scrivevo.

Se invece era lei a lasciare me poveretto, non sembrava che ne avesse intenzione, ma già allora non ignoravo queste parole:

varium et mutabile semper femina”. Le avevo lette e pure provate più di una volta. Del resto potevo tenere ancora invita quel rapporto malato a morte? Sicuramente non a lungo:  era malconcio come un infermo che si regge sulle stampelle. E tossisce e piscia sangue per giunta.

Vale la pena accoppiarsi per restare sempre più solo?

Ora so che devo fondare il mio benessere su me stesso facendo quello che so fare e facendolo bene. Questo accade solo negli ambienti dove funziono al mio meglio. In tali situazioni devo operare ed evitare quelle a me sfavorevoli.

Chiesi aiuto al mio santo: l’onesto Giovanni e chiusi la preghiera con le parole di Cristo, prima in latino, poi in greco per sentirmi maggiormente devoto: “Amen dico vobis: non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista”.

  Amh;n levgw uJmi`n: ouk ejghvgertai ejn gennhtoi`~ gunaikw`n

meivzwn  jIwavnnou tou` Bsaptistou`[1]. Subito dopo mi addormentai.

 

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[1] N. T. Matteo, 11. 11.

 


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