venerdì 9 gennaio 2026

Ifigenia CXCVI. La Malga Peniola con Flavio “lo strullo”, un idiota dostoieskiano, una cara persona.


 

Il tre marzo sciai di mattina; nel pomeriggio, per variare le

interminabili ore di solitudine, camminavo verso la Malga Panna.

Quando ci fui arrivato, continuai per il sentiero sdrucciolevole che

porta alla Malga Peniola. Era una giornata piuttosto calda: il

cielo appariva gonfio di nuvole giallognole e acquose; la neve,

corrosa da un vento dolciastro, si liquefaceva.

Procedevo guardando gli alberi madidi e la terra fangosa: cercavo

visioni belle e confortanti: invano. A un tratto vidi il cadavere di una tuta da ginnastica forse appartenuta a uno divorato da un orso. Ne ebbi paura.

 Ai cani ero sempre sfuggito ma con quei bestioni micidiali non avrei saputo come fare per cavarmela. 

 Nell'anima  gocciavano terrore  e angoscia. L'ultima telefonata non era valsa ad ammazzare i tarli del mio cervello: continuavo a pensare che di Ifigenia non potevo fidarmi. Tuttavia noi due dipendevamo l’uno dall’altro anche se in maniera viscida e oscura. Nessun ragionamento potente o sottile, diritto o

contorto, valeva a correggere un sentimento così negativo e

profondo.

Sbucato dal bosco in una radura, vidi la Malga e la piccola chiesa

contigua. La prima volta, forse nel '52, mi ci avevano portato le zie.  Ne ero stato contento, tanto che sono tornato tante volte in quel luogo romito nonostante la paura degli orsi omicidi. Mi avvicinai alla cappella. L'uscio era chiavato di sotto, ma l'interno si poteva vedere da una finestrina quadrata,  sbarrata  solo da due  ferri corrosi disposti a formare una croce: dentro il


minuscolo tempio, di fronte alla rugginosa inferriata, c'era

un'immagine della deipara vergine.

"La vergine madre – pensai –, sempre la storia dell'imene. Mentre

siamo bambini indifesi e suggestionabili, i preti ci impongono un tale fatto contro natura. La madre perfetta fa i figli senza fare l’amore.  Oggi trovo simpatiche, a me congeniali, le ragazze madri che partoriscono senza marito. Tale deve essere stata Maria, augusta anche lei.

  Da bambino mi avevano inculcato il rifiuto di tutto quanto è naturale  a partire dalla curiosità e dal desiderio che mi spingevano  verso le bambine, sopra tutte quelle more.  In parrocchia e in famiglia mi avevano riempito di sensi di colpa per offuscare il mio istinto, la mia intelligenza e sottomettermi.

 Hanno fatto di tutto perché temessi l'amore, me stesso quale ero davvero, e l’umanità  intera a partire dalle femmine della mia specie”.

A un tratto, dalla malga uscì un giovane uomo di pelle e capelli rossicci;

mi osservava e sorrideva come si fa con un conoscente, poi

mi venne vicino e domandò se avessi bisogno di qualche cosa.

"No, guardo soltanto".

Continuava a sorridermi. Dopo un po’ riconobbi in lui una simpatica immagine ingrandita dell’infanzia lontana.

Venticinque anni prima era un bambino un pò ritardato.

"Ciao Flavio – gli feci –, come stai? ti ricordi di me?"

"No, chi sei?"

"Sono Giannetto di Pesaro; negli anni Cinquanta venivo a Moena in

agosto; abitavo in via Damiano Chiesa 11. Facevamo le corse intorno alla fontana del Turco. Eravamo piccoli allora. Che strano

rivederci qui da adulti!"

Continuava a sorridere. Teneva le mani in tasca. La stessa

espressione e postura di allora. Probabilmente

anche io: in quel tempo ero un bambino triste; sembravo

sempre in procinto di piangere, dicevano alle due zie.

"Ti posso offrire un bicchiere di vino, Giannetto?"

"Sì grazie, volentieri Flavio." Entrammo nella malga deserta e ci

sedemmo. Mi mostrò una bottiglia: Terodelgo Rotaliano , vino del

concilio di Trento. Pensai alla carneficina dei miei sensi e sentimenti

amorosi, ai roghi degli autodafè, al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov. Lo assaggiai e dissi che mi piaceva molto. Flavio riempì

due bicchieri.

"Raccontami qualcosa di te e degli altri che giocavano con noi. Tu che hai fatto in questi anni?"

Balbettando rispose che aveva servito come facchino in un paio di

alberghi e aveva visto molta gente, persone per bene. Anche allora non diceva  mai male di alcuno. Le zie lo definivano "lo strullo" e mi consigliavano di frequentarlo il meno possibile.

A me invece non dispiaceva: mi insegnava qualcosa con quel suo perpetuo sorriso.

Rimasi là per più di un’ora: mi raccontò alcune storie di nostri coetanei

moenesi, ex compagni di giochi. All’epoca erano ancora vivi quasi tutti.

Oggi siamo rimasti in pochi tra Moena, Pesaro e Bologna.

 Non sentii una parola malevola. Gli dissi di me, del mio lavoro con i bambini che mi curano l'anima 5.

 Poi gli chiesi se potevo invitarlo a cena, non in

via Damiano Chiesa purtroppo, ché non abitavo più in quella casa.

Rispose che doveva restare lì: custodiva la malga e la

chiesa.

Camminando verso l'albergo mi domandavo se quello "strullo"

non fosse migliore e meno infelice di me.

Però poi camminando verso Moena volli ironizzare su questa mia infelicità intermittente: mi venne in mente uno studente ravennate del tempo dell’università, Pierino, che fissando la mia fronte abbronzata sotto i capelli neri, ogni tanto diceva: “Sta’ bon, Ghiselli, zitto per amor di Dio: sono di un infelice!”. Era un omosessuale querulo e buffo.

Una volta durante un convegno una psicologa disse che il mio elogio insistente dell’amore eterosessuale  e il compiacimento fino alla vanteria di questa mia forte inclinazione  poteva significare un’omosessualtà latente.

“Come no?”, ribattei, “nel latente può esserci tutto”.

 

Bologna  9 gennaio 2026 ore 19, 20 giovanni ghiselli

p. s

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