lunedì 5 gennaio 2026

Ifigenia CLXXI. La più vana delle emozioni alla festa finale.


Andammo a letto. Ognuno nel suo, in collegi diversi. Verso le tre, quando l’alba faceva già biancheggiare il cielo e si rischiaravano le foglie degli alberi mosse da un vento leggero che le spingeva a strusciare sui vetri delle finestre, Ifigenia aprì la porta della stanza dove non riuscivo a dormire, mise la testa nera nel vano dell’uscio e mi pregò di uscire. Ci fronteggiamo seduti nella saletta di studio compresa tra le due camere con quattro letti ciascuna.

Con le lacrime negli occhi scuri via via rischiarati dalla luce dell’alba  disse che aveva capito di non avere più niente da darmi, né io del resto avevo alcuna attenzione per lei, sicché doveva tornare a casa sua: in quel luogo lontano ed estraneo  dove era venuta improvvida di quanto l’aspettava, oramai si sentiva come un gattino abbandonato da tutti e desolato.  

Sapeva che i gatti mi piacciono molto.

Mi fece pena. Le accarezzai la testa che si piegava davvero come quella di un piccolo felino e con voce commossa sussurrai: “Non buttarti giù così: vedrai che riusciremo a rimettere in piedi il nostro rapporto uscito di sesto. Ti prometto che mi impegnerò per ricomporre la frattura scomposta del nostro amore”.

 

Avevo imparato questo termine medico nel 1972 quando caddi dalla bicicletta in discesa e mi rialzai con terrore vedendo l’avambraccio destro dimidiato: la mano pendeva verso l’asfalto come un pezzo di un ramo spezzato.

Era una frattura rovinosa  e avevo rischiato di restare monco per tutta la vita mi dissero all’ospedale San Salvatore di Pesaro dopo un’ operazione di ore.  Invece ero tornato a vivere come prima. Con il braccio ancora ingessato anzi, soltanto due mesi più tardi, avevo vissuto uno degli amori belli della mia vita mortale: quello con la brava linguista studiosa  Kaisa. Sarebbe diventata preside di facoltà nell’Universita di Turku. Prima di affidarci a un’altra persona dovremmo valutare la sua educazione, per lo meno la compatibilità delle culture e dei caratteri.

 

Ifigenia si confortò e smise di lacrimare. Disse: “quando ti impegni tu hai successo, dato l’uomo che sei”

“Se ce la metti tutta anche tu- replicai- collaborando potremo trionfare sulla parte cattiva, dgenerata del nostro amore”

“Sì, te lo prometto che mi impegnerò e non ti deluderò”.

Erano parole dettate dalla commozione momentanea. Non potevamo rimettere in sesto la nostra relazione uscita dai cardini. Le ferite amorose diventano ulcere  siccome la caduta è quasi sempre irreversibile: non ci si rialza più.

 

 

Tra alti e bassi, come sempre, giungemmo agli sgoccioli di Debrecen. Il penultimo giorno era il dì che si chiudeva con il   bùcsù est, la sera dell’addio, l’ultimo incontro organizzato e solenne che per me e diversi sodali miei era di fatto un arrivederci poiché ogni volta eravamo stati bene nel mese della borsa di studio  e si voleva tornare nella nostra amata Università estiva.

A Ifigenia invece quell’ambiente non era piaciuto.

In effetti non era di suo gusto. A lei andava bene gente orientata in maniera diversa, cioè rivolta  a un pubblico da una ribalta.

Sicché non volle partecipare alla festa finale.

 Non veniva valorizzata, nemmeno notata, poiché le sue scene agli occhi di tanti studenti borsisti, per lo più studiosi,  non avevano alcun valore. Ifigenia insomma era fuori luogo tra le persone che piacevano a me.

Ero contrariato, comunque l’accompagnai in camera sua. Quindi tornai nel mevgaron, il salone posto nel centro della Nyáry Egyetem. Tali contaminazioni linguistiche funzionavano bene tra noi borsisti di Debrecen, quasi tutti studiosi di lingue e letterature. In siffatta compagnia io stesso funzionavo benissimo. Ecco perché ci sono tornato tante volte. Questa volta però avevo spine nei fianchi.

Volevo rivedere e salutare una bella ragazza napoletana dallo sguardo che avevo notato con interesse quando mi gratificava  rivolgendomi anche solo un’occhiata. Ifigenia capì che andavo a cercare uno stimolo oltre lei e mi chiese di risparmiarle altri dispiaceri. La salutai non senza un po’ di rimorso.

Mentre guardavo la bella partenopea che non sdegnava il mio sguardo, pensai al dispiacere che avevo causato nove anni prima a Helena incinta corteggiando sfacciatamente la deliziosa madamigella Josiane di Strasburgo che mi aveva stuzzicato  e non volli ripetere il fatto non solo poco commendevole ma anche privo di senso cioè di risultati oramai. Insomma pensai a Ifigenia come al cucciolo di un animale domestico abbandonato da un padrone crudele.

Come mi vide mentre rientravo, disse: “Sei andato a coltivare la più vana delle emozioni”. Aveva capito tutto. “Proprio così”, ammisi e in quel momento l’ammirai per l’acume.

 

Bologna  5 gennaio 2026 ore 10, 50  giovanni ghiselli.

p. s.

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