venerdì 2 gennaio 2026

Ifigenia CLVII L’attore famoso. Mastice e masticione. Il mito e la polvere della realtà.


 

In marzo arrivò al Duse l’attore famoso che un anno e tre mesi più tardi mi avrebbe cambiato la vita.

Non ne rivelerò mai il nome.

 Di lui, tempo prima, Ifigenia aveva detto che, se fosse venuto a recitare a Bologna, sarebbe andata a cercarlo nel suo camerino o nel suo albergo per chiedergli di fare l’amore.

Poi si era corretta aggiungendo che l’avrebbe fatto se fosse stata libera. “Sei libera” replicai, però era stato ferito e umiliato da tanta improntitudine. Sapevo che era tipa da farlo davvero. Ho sempre presofferto tutto al punto di farci il callo. Ho  anche pregoduto e pregioito diversi piaceri a dire il vero. Avrei  constatato per giunta  che le perdite prima o poi vengono compensate dall’ acquisto di beni migliori.

 

Andammo dunque a vedere il grande gradasso che con il solito stile da histrio gloriosus  tuonava dal palcoscenico e si sbracciava come un gigante centimane. Recitava sempre se stesso.

Assistevamo muti alla girandola dei gesti titanici e delle grida stentorèe tipiche di questo guitto già non poco attempato ma ben tenuto insieme e sempre voglioso di fare colpo sul pubblico. Bombardava e affascinava il teatro gremito. Era un pessimo attore monocorde, ma comunque  un bel vecchio e un uomo di successo.

 Ifigenia si scioglieva dalla commozione e alla fine dello spettacolo volle rimanere nel coro degli osannatori finché si spensero tutte le voci e le luci.

Tale attenzione ovviamente non mi sfuggì e non potei non pensare che se non fossi stato presente sarebbe andata a cercarlo. Non era un pensiero assurdo. Etiam male sentire haud absurdum est.

La domenica successiva ero a Pesaro dalle pie donne di casa, e Ifigenia tornò al Duse per vedere un’altra volta lo strepitoso strepitante. Dopo lo spettacolo andò a omaggiarlo dietro le quinte, poi mi raccontò di averlo trovato avvolto in un nembo satanico mentre beveva vino e sfotteva pesantemente alcune sue ammiratrici che  gli scodinzolavano intorno.

“Una gran delusione!”, concluse. Pensai che l’illusione caduta fosse quella di potere contattarlo da sola e ottenere il massimo da lui.

Quell’uomo di successo indubbiamente le piaceva ma lo aveva messo nel mirino non solo per trarne piacere appunto, bensì e innanzitutto per usarlo come aveva fatto e stava ancora facendo con me. L’amore entrava nei suoi piani molto meno dell’uso. Gli amanti suoi dopo qualche tempo diventavano cose da buttare via quando non servivano più. Sarebbe successo del resto che i massimi oggetti delle sue mire, i famosi, avrebbero buttato via lei.

Gli uomini e le donne non sono cose e non si possono trattare senza amore. Allora non lo avevo capito bene.

 Sapevo però che le cose più temute avvengono sempre.  

Il mastice che ci teneva ancora uniti era oramai soltanto la gelosia impastata con altre emozioni cattive.

Mi venne in mente il masticione rosso con cui mi impiastricciai fino ai capelli per cambiare un tubolare nella tappa Corinto- Epidauro dell’agosto 1978 che ho raccontato tempo fa. Andavo a cercare un ricovero in uno degli alberghetti vicini al teatro antico. Sognavo dell’Ifigenia figlia di Agamennone allora. Invece ne avrei incontrata un’altra. Tutt’altra. Chi come me insegue il mito poi si ritrova in mano la polvere della realtà.

 

Bologna 2 gennaio 2026 ore 10, 21 giovanni ghiselli.

 

  p. s.

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