lunedì 5 gennaio 2026

Ifigenia CLXX. La strage alla stazione. Il viaggio penoso Bologna- Trieste- Debrecen. I due demoni.


Logica degli affetti: Chi non vuole bene agli amici dell’ amante,  vuole  male all’amante.

 

Nell’agosto del 1980 noi due, amanti in declino, andammo a Debrecen sperando di capire e di porre rimedio agli errori dell’estate precedente .

Dopo quegli sbagli si era vissuto un anno tutt’altro che lieto. Sentivamo che si dovevano cambiare molte cose.

  Con noi venne anche Fulvio alla guida della propria automobile per essere libero di tornare quando gli pareva.

Partimmo da Bologna il primo del mese nel pomeriggio: giusto in tempo per schivare l’orrenda strage della stazione, la più micidiale tra le tante che hanno insanguinato il nostro paese con lo scopo di sconciarne  la politica e  il  costume, di terrorizzare le persone e alterare i rapporti umani nel verso della diffidenza, del sospetto, dell’odio.

 

Speravo che Ifigenia si sarebbe trovata a suo agio nell’ambiente internazionale frequentato da tanti giovani di educazione accademica, contenti di trovarsi là per fare conoscenze non senza imbastire amicizie e amori. Forse anche noi potevamo trarne motivi di crescita.

 Quel luogo per me era stato cruciale: un incrocio di strade non solo geografiche ma anche mentali, un posto dove funzionavo bene e avevo incontrato diverse persone preziose, messaggere di novità buone: amanti, amiche e amici.

Ero in attesa di altri vangeli.

Ifigenia invece era scontenta e immusonita fin dall’inizio del viaggio.  Questo era un segno né bello né buono.  Non gradiva la presenza di Fulvio che pure  viaggiava da solo, dietro di noi. A Trieste la ragazza cercò di provocare un contrasto che sedai con fatica. Tra le mie donne e i miei amici non c’è mai stato buon sangue né tra le loro donne e me.

Dipende dalla possessività di chi si accoppia senza amore.

 Non ho mai permesso a nessuna delle mie amanti di maltrattare gli amici, i parenti e gli ospiti miei. Anzi, considero una mancanza di rispetto per me i maltrattamenti inflitti ai miei cari.

Vediamo il caso in questione, quasi un casus belli.

Sulla strada panoramica che scende su Trieste, Fulvio ci superò per suggerirci una sosta. Quando fummo scesi commentò il panorama della città e della costa. Senz’altro degno di nota. Conosceva tutta la zona dato il suo fidanzamento con la ragazza triestina conosciuta a Debrecen nel ’71: andava a trovarla ogni fine settimana prima di sposarla e condurla a Parma con sé. Il matrimonio oramai era in crisi, però Trieste gli piaceva ancora e voleva illustrarla a Ifigenia che non era mai stata da quelle parti.

La sciagurata maleducata lo interruppe per dire che della toponomastica, non si curava, mentre la città affacciata sul mare poteva vederla anche dall’automobile, dato che era visibile girando la testa a  destra, senza perdere tempo con una sosta priva di senso. Mi vergognai di tale brutalità e odiai la sua becera insolenza, il tono ostile al mio miglior amico, la faccia torva, da strega indemoniata. Nulla la interessava se non le faceva comodo subito. Rimasti soli, le feci notare che il suo comportamento non era umano e neppure civile. Reagì trivialmente: disse che il mio migliore amico era stato un idiota a imporci una fermata solo per farci vedere un pezzo di mare qualsiasi. “Così faceva anche quell’imbecille di mio marito e  l’ho lasciato”. Risposi che il marito aveva potuto  trattarlo come voleva dato che lui glielo consentiva, ma Fulvio doveva rispettalo e non solo perché era il mio amico più caro, ma anche in quanto persona di raro valore. Per giunta l’avevo invitato io a venire in Ungheria con noi, perciò, che le piacesse o no, doveva essere per lo meno corretta con lui, se voleva proseguire nel viaggio. Altrimenti poteva tornare a casa in treno.

“Cercherò di sopportarlo; comunque quella sosta  era scema”. Volle avere l’ultima parola come fanno  gli imbecilli.

Irritato da tanta protervia, dissi che probabilmente lei aveva bisogno di un uomo che la facesse filare senza nemmeno darle spiegazioni.

“Provaci tu,-mi sfidò con l’aria dell’irriducibile-provaci, se ci riesci.

Tale ostinazione  mi diede la nausea, per cui strinsi le labbra e non la degnai di altre parole. Non parlammo quasi più per il resto del viaggio che terminò la sera seguente. Appena fummo arrivati all’Università estiva, alcuni italiani ci dissero della strage alla stazione. Una specie di correlativo enorme e criminale della catastrofe dei sentimenti, degli affetti, di quanto di buono può esserci nell’animo umano.

 

  Era già buio, e gli uffici amministrativi dell’Università  erano chiusi, sicché non potemmo prendere alloggio nel collegio. All’Aranybika non c’era posto, pertando dovemmo arrangiarci in un alberghetto triste accanto alla stazione situata dalla parte opposta a quella dell’università. Anche questo fu un segno, un chiaro annunzio di futuri danni: mi respingeva il collegio dove avevo passato i giorni e le notti migliori della mia vita con le amanti  e gli amici migliori.

Ero ridotto a dormire con una nemica in un posto semisquallido rimediato per ripiego. Pensai che Ifigenia, sebbene non  meno bella, come persona era pur sempre un ripiego, una pessima copia rispetto a Elena, Kaisa e Päivi di cui conosci le storie grandi e meravigliose, lettore.

Oltretutto, in quel luogo già connotato dallo squallore, Ifigenia vomitò quanto non aveva smaltito. Invidiavo Fulvio che dormiva da solo.

Il giorno seguente ottenni tre letti in collegio distribuiti in due stanze: Ifigenia venne sistemata con altre donne.

Me ne consolai. Per festeggiare il successo, la sera invitai a cena Fulvio ovviamente e Alfredo che era arrivato prima di noi. La compagna di viaggio però aveva ancora la nausea e di sua iniziativa non  diceva parola. Rispondeva a monosillabi. Ne avevo l’angoscia e rimpiangevo talmente tutte le estati passate, comprese quelle della mia solitudine antica, che alla fine dell’orribile cena, vaticinai una profezia lugubre:

 “Sono sicuro che morirò come vivo: del tutto solo”. 

Fulvio intanto disegnava con arte il mio volto buio, straziato e irrigidito e pietrificato dal dolore

“Bravo amico -pensai- Sei stato e sei un maestro: a essere il  meglio di me  spesso l’ho imparato da te, fin dal luglio remoto del 1966 quando ero spesso pensoso di cessare il viver mio in qualche maniera, e tu mi salvasti dicendomi, tu solo allora, che valevo qualcosa.  Ora mi insegni che devo curare questo dolore prima che causi altri danni: resecare questo falso amore diventato penoso e pericoloso non meno di un cancro.

Morbosus amor cancer est.

 Ipse valere opto et taetrum hunc deponere  morbum”.

Non basterà un’untorella quale costei a togliermi i progressi fatti dal luglio de 1966 quando approdai in questo luogo di cura mentale dove sono rinato.

 

  

 I due dèmoni

 

Mentre tornavamo in collegio nel tram numero uno, noi due, lasciati soli per nostra richiesta, litigammo: quel demonio di donna disse che non reggeva i miei amici, io ribattei che non sopportavo lei. Sciaguratissimo connubio il nostro.

 Una volta arrivati, colei non volle rientrare con me. Del resto non avevo chiesto a Fulvio la cortesia di lasciarmi la camera per un’ora di tripudi nel letto come facevo ogni giorno negli anni felici delle finniche angiole,  angeliche o angelicate che fossero. Mi diedi a girovagare e la vidi seduta su una panchina accanto alla fontana, attorniata da uomini strano: Mongoli o Uzbeki o, forse, Kirghisi.

Mi sovvenni di quando sedussi una Ciuvassa: Faina una ragazza molto migliore di Ifigenia. Sbagliai a darle scarsa importanza. Era meno bella ma molto più buona: mi identificava con l’idiota di Dostoevskij e io recitavo volentieri quel ruolo.

E’ proprio vero che uno degli errori più grandi e frequenti sta nella valutazione o svalutazione sbagliata del prossimo. Succede che ci accorgiamo dell’importanza di certe persone solo quando le abbiamo perdute. L’aspetto delle donne spesso ci inganna.

La mattina seguente credevo che fosse partita, invece la incontrai nella mensa. Facemmo colazione insieme, quasi ignorando quanto era accaduto e parlando, anzi chiacchierando di niente. Ifigenia sapeva che non sopporto la ciancia e credeva di punirmi con l’inondarmi sotto una cascata di luoghi comuni rancidi e nauseanti; io la punivo a mia volta mostrando di non curami di quanto diceva. Mi consolavo sapendo che con Fulvio avrei potuto parlare scambiando idèe con lui. Come nel tempo di Nefertiti che ho raccontato. Eravamo a Debrecen nel 1976, molte pagine fa.

 A Debrecen nel 1980 dunque passammo quindici giorni tra liti, paci malsicure e orgasmi frenetici. In quelle due settimane non trovai alcun vestigio di quella atmosfera incantata che mi aveva reso felice nelle estati dei primi anni Settanta.

La gioventù europea era mutata e certamente non in meglio. Una metabolhv negativa dovuta al decadere della politica, della cultura e della scuola.

Dovevo occuparmi di Ifigenia dopo averla portata lì, in un ambiente che, pur così ridimensionato, era comunque inadatto alla sua natura. Si trovava male in mezzo a persone in ogni caso educate ben più di lei. Si sentiva soprattutto a disagio quando mi vedeva contento con i miei amici e soprattutto quando Fulvio , quasi ogni sera, usciva con noi. Una volta, dopo la cena all’Aranybika con l’amico soltanto mio, fece un’altra scenata. Arrivati sotto il collegio, disse che Fulvio non era il grand’uomo che io credevo e che tutto quell’ambiente  a lei non piaceva: era meschino, piatto, volgare, povero di vera cultura e privo di arte.

A me poteva essere congeniale, a lei proprio no.

Pensai: “infatti qui non ci sono vecchi attori famosi e libidinosi né uomini facoltosi che ti invitano in ristoranti e alberghi costosi, né le persone becere che frequenti volentieri ”

Poi ribattei: “Non siamo arrivati qui per fare dell’arte. Io ci sono venuto per stare in compagnia dei miei amici, per conoscere nuove persone e imparare da loro, per praticare il mio inglese con gli stranieri, per correre nella pista dello stadio e gareggiarvi e magari vincere. A me frequentare Fulvio piace, poi mi va di riposare, di nuotare in piscina, di prendere il sole. Non preoccuparti: sul conto di noi due insieme non faccio progetti. Probabilmente una volta tornati in Italia, non ci vedremo più, ma se vuoi frequentarmi qui,  devi lasciarmi in pace e rispettare i miei amici. Se no torna in Italia con un altro. I mezzi per trovare passaggi , li hai ”.

“I tuoi amici non li sopporto, correre mi ripugna, e non posso nemmeno parlare con altri perché non conosco nessuna lingua tanto da dialogare”, bofonchiò, accusandomi velatamente di trascurarla.

“E’ un’ottima occasione per imparare”, la incoraggiai conciliante. “Nemmeno io quando arrivai qui la prima volta sapevo parlare  con il mio inglese scolastico, studiato  soltanto fino alla quinta ginnasio. Leggevo benino Shakespeare ma non ero in grado di colloquiare. Ebbene, mi sono arrangiato, aiutandomi con il latino che viene studiato in molte università europèe e qui lo conoscono tutti più o meno. Una volta un’amica che parlava con me in inglese disse una parola che non capìi e le chiese di ripeterla. Continuavo a non capire. Allora lei disse: in latin is materia. Era una finlandese, come forse già sai”.

Ifigenia conosceva la storia e gliel’avevo ricordata più di una volta perché capisse quale tipo di donna sapeva accordarsi con me e , quindi, sentisse che potevo fare a meno di lei se continuava a disturbarmi offendendo i miei amici, i miei gusti e la mia stessa persona.

“Era Helena”- aggiunsi-già il suo nome è circondato da un alone sacro per me”

Poi pensai: “E detto l’ho, perchè doler ti debba”. Quella fece una smorfia poi tacque.

Eravamo davvero una coppia infernale

 

Bologna  5 gennaio 2026 ore 10, 25 giovanni ghiselli  

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