domenica 4 gennaio 2026

Ifigenia CLXIX I passi del Pordoi e del San Pellegrino in bicicletta. Il tennis, le seppie e il sale pesarese.


Il giorno seguente facemmo un’altra pace provvisoria e precaria.

L’ intermittenza sentimentale del nostro rapporto era la conseguenza del terreno sismico dove lo avevamo fondato  malamente quasi due anni prima.

Tanti mesi di scosse iniziate presto.

Il 2 luglio dunque ci incontranmo per caso in via Ugo Bassi. Mi sentivo già scapolo e guardavo le donne. Ero in forma: snello, abbronzato, con le gambe-il mio forte- lasciate in buona parte scoperte da calzoncini corti e mi capitava di venire contraccambiato da sguardi di simpatia. Talora ci scappava anche un sorriso: l’eterno, meraviglioso, richiamo dei sessi che infonde gioia se reciproco. Non c’è niente di meglio al mondo.

Mentre non c’è cosa più amara che l’indifferenza delle donne quando rimangono convesse ai nostri sguardi vezzeggiatori.

“Ma sì- pensavo- posso fare benissimo a meno di quella. Ce n’è tante di femmine in giro anche attraenti non meno di lei e non così fastidiose”. Un pensiero che sarebbe stato spesso contraddetto dagli incontri degli anni seguenti.

A un tratto la vidi. Si avvicinò con aria giuliva e disse: “Ciao bello, che cosa fai qui?” Rimasi di stucco: non sapevo come reagire.

Lo capì e volle togliermi dall’incertezza dando segni di sicura benevolenza.

“Ti sei perduto nella nostra città, amore mio?”

“Oggi recita la parte della  persona ilare e innamorata” pensai e stetti al gioco. Le accarezzai la faccia e risposi: “Non mi sono perduto. Temevo di avere smarrito te. E ti cercavo”.

Quindi mi diedi a canticchiare: “Io cerco la Titina, la cerco e non la trovo, chissà dove sarà”.

“Io invece cerco te” fece lei . Così, attorialmente,  ancora una volta raccapezzammo i cocci del nostro rapporto.

Il resto del mese andò bene tra noi siccome ci vedevamo poco: io stavo a Pesaro per lo più, Ifigenia a Bologna seguendo le lezioni del suo maestro alla scuola di recitazione.

Era il frequentarci nell’ozio che ci faceva litigare. 

 

Il 19 andai  nella valle di Fassa con Fulvio e le nostre biciclette smontate e sistemate sopra la sua automobile.  Avevamo deciso di scalare il Pordoi da Canazei alla cima, la nostra cima Coppi: 12 chilometri circa di salita non ripida, perciò pedalabile con un  rapporto non tanto duro.

Fulvio mi superava in discesa ma in salita non teneva il mio passo, sicché dovevo gareggiare con me stesso: ridurre ogni giorno il tempo impiegato. Già da bambino avevo una forte volontà agonistica che significa sentire il bisogno di primeggiare sempre e non cedere mai là dove si hanno le doti.

Fin  dalla terza elementare avevo individuato i miei due talenti: le lettere e la bicicletta e volevo utilizzarli, potenziarli, avvalermene nella vita.

Al primo tentativo impiegai un’ora e un minuto usando il 25. Non ne ero contento. Quindi giurai che il giorno dopo ci avrei riprovato con il 21 per scendere sotto l’ora per lo meno. Arrivai in 48 e 28. Me ne vantai con Fulvio e dissi: “lo dovevo a me stesso”.

“Sei un fanatico e un tiranno di te stesso” fece l’amico che ha sempre cercato di calmare le mie frenesìe.

Un’altra volta scalammo il San Pellegrino, nove chilometri di salita da Moena, senza tornanti e con pendenza maggiori.

A metà percorso fui inseguito da due cani feroci che mi costrinsero a uno scatto da ghepardo per salvarmi la vita.

Dovetti aspettare Fulvio al passo, ma l’amico mi distanziò in discesa.  Mia sorella che era a Moena e ci aspettava in paese, quando arrivai diversi minuti dopo l’amico, mi canzonò con un pesaresismo simpatico  e pure nobile come ogni cosa antica :

“ Fulvio in discesa ti  ha dato le seppie”.

Significa: ti ha battuto sonoramente. Le seppie doveva essere stato un cibo da poveri nella nostra città, non so quando.

Mi venne in mente una volta che venni sconfitto in una partita di tennis, uno sport per il quale ero negato: troppo poverello, in tutti i sensi, sono io per tale sport.

Di gran moda da qualche tempo.  Una volta i borghesucci che volevano sentirsi simili ad Alessandro Magno e ad altri principi guerrieri andavano ridicolmente a cavallo nei maneggi. Oggi il tennis va per la maggiore. Chi cerca un’identità gregaria deve sempre imitare chi vince. Da bambino mi specchiavo in Fausto Coppi, non perché vinceva giri, tour e altre corse, bensì per il fatto che staccavo tutti in ogni salita come faceva lui.

Ebbene quandi giocai la brutta partita di tennis  era un bel giorno di primavera avanzata, nel 1960 più o meno, e gli uccelli tripudiavano tanto sugli alberi quanto nel cielo.

Dissi al rivale che stava infliggendomi una sonora sconfitta: “Maurizio, senti come  cantano bene oggi gli uccelli?”

“Io sento soltanto le seppie” rispose salacemente l’antagonista e compagno di scuola nella  ginnasio Terenzio Mamiani di Pesaro.

Da quel giorno fatidico non giocai più a tennis: non era sport per me. Ora però, a 81 anni, mi beo osservando la tennista Paolini. “Godi occhio e stenta gola” dirà la madre mia che mi vede dall’alto del cielo. Me lo diceva quando ero ragazzo e non beccavo Marisa.

Dai 23 ai 79 anni un bell’intervallo ma poi la gola è tornata a stentare.  Eppure non mi avvilisco: so bene quale ritmo tiene la vita degli uomini.

 

Bologna 4  gennaio 2026  ore 17, 26 giovanni ghiselli

 

p. s.

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