lunedì 3 marzo 2025

Arrivo e sistemazione nel Veneto profondo. Carmignano e Cittadella.


Uscito dalla macchina, sentii gridare con voce acuta e strozzata un uccello che annunciava la lunga stagione del freddo, del buio, della mia solitudine in un paese sconosciuto, lontano.   

Per chissà quanto tempo. La nomina del provveditorato di Padova era appunto “a tempo indeterminato”.

Un a[peiron che  oggi farebbe felice un giovane laureato. Io invece ero inquieto.

 Fulvio era stato nominato subito a Parma dove viveva, nel liceo classico per giunta. Né lo invidiavo. Io del resto venivo da una famiglia legata alla terra e non avevo il padre professore di filosofia nel liceo. Ero contento per lui. Era il mio migliore amico e gli volevo bene.

Il grido dell’uccello però mi parve sinistramente ominoso e mi si strinse il cuore. Mi confortai osservando le  foglie gialle  del granoturco che suscitarono nella mia mente il ricordo delle estati ungheresi con gli amici, le donne, la puszta, la luce, il calore.

Aprìi la carta stradale e la appoggiai su un muretto. Allora un gatto nero, macchiato di bianco sulla testa, verdi gli occhi, ossia con i colori simili a quelli della madre mia che, cinquantaseienne, iniziava a incanutirsi, venne a strofinare la schiena sulle mie gambe, quindi saltò sul muretto e mi accarezzò la mano destra con la fronte screziata, più volte. A un tratto si fermò e si mise a fissarmi. Sembrava chiedermi aiuto e affetto, ma io dovevo usare per me tutto quello che avevo, così solo al mondo, onde farmi coraggio e proseguire verso la vita arcana che mi aspettava e non era tanto bene auspicata. Ma neanche malissimo: l’accentuata decadenza della stagione era dolce, e se l'inverno era vicino, nemmeno la primavera poteva essere troppo lontana; il gatto era nero ma variopinto con il bianco e il verde, comunque era una creatura viva e bella e attirata da me. Se non facevo schifo né paura a lui non dovevo farne nemmeno a me stesso.

Un giorno probabilmente avrei suscitato attrazione e fiducia in creature razionali, in giovani donne sensibili e intelligenti, speravo. Avevo ripreso coraggio: dovevo e volevo proseguire sulla mia strada, con metodo.

 

Nella carta stradale vedevo il paese, ma non sapevo individuare la strada migliore per arrivarci , sicché mi rivolsi al benzinaio, uno del luogo che peraltro non si raccapezzava, non sulla carta mia. Quindi andò a prendere la sua, più particolareggiata.

“Oddio-pensai- come deve essere piccolo e immensamente sperduto questo Carmignano di Brenta”-pensai.

Tornato, il benzinaio mi suggerì di passare per Cittadella: non era la via più breve ma la più facile e mi conveniva, dato che non ero pratico della povincia. Sicché uscìi dall’autostrada, mi aggirai dentro Padova, trovai l’indicazione e mi avviai verso nord. Percorsi quei trenta chilometri con la paura costante di fuorviarmi, come mi era accaduto nella vita, finito il liceo. Finalmente lessi il nome della piccola città murata. Poi una scritta luminosa: “Caron”. Le mura merlate erano illuminate.

“Ecco la città di Dite e le sue meschite vermiglie” [1], pensai.

Entrai nel borgo invero piuttosto oscuro e domandai di Carmignano.

“Vada verso Vicenza per cinque chilometri” mi dissero, facendo segni coi dossi della mano. “Gesto purgatoriale” [2], pensai come la mattina dell’arrivo all’ospedale di Debrecen . Mi chiesi pure da quali vizi e peccati dovessi mondarmi in quella terra  di relegazione.

Passai il ponte sul Brenta o “la Brenta” come la chiama Dante [3].

Avrei dovuto insegnare soprattutto italiano a dei bambini in un paese dove  si parlava dialetto come avevo capito dai Veneti interpellati. Forse per questo mi veniva spesso in mente il primo maestro della lingua nostra, la koinh; diavlekto~ italiana. La mamma le zie e il nonno di borgo sansepolcro la palavano e pronunciavano come si deve. Crescendo a Pesaro avevo fruito di un bilinguismo che mi ha avvantaggiato nel parlare e nello scrivere.

 Finalmente vidi il cartello  il nome lungo del paese che andavo cercando. Si dilungava anche il borgo stesso disteso nel buio. Percorsi una strada rettilinea di due o tre chilometri. Era fiancheggiata da case scure, non accostate tra loro ma distanziate da orti e giardini. In fondo c’era una piazza buia, quasi tutta occupata da una chiesa con le porte chiuse: una cupa fortezza di Dio con la scritta VENITE ADOREMUS stampata sul frontone a lettere giganti.

“Cercherò di insegnare anche un po’ di latino per non dimenticarlo”-pensai. “E non scordarti del greco-aggiunsi- dai l’abilitazione il prima possibile, altrimenti dovrai rimanere qui per tutta la vita”.

Speravo di non restare a lungo in quel paese di frontiera. Mi venne in mente Giovanni Drogo e la fortezza Bastiani prospiciente il deserto dei Tartari. Dalla prima elementare non mi sono mai  tolto l’abito letterario.

Anzi non era e non è un abito: è la parte fondante e decisiva della mia identità.

“Fuori non c’era anima viva. “Gli uomini hanno rinchiuso le donne nella  chiesa, poi sono andati a bere e  giocare a carte in osteria” pensai ricordando i luoghi comuni sentiti sui Veneti.

In effetti ne avrei incontrati diversi  parecchio differenti da questo stereotipo. Nella piazza confluivano altre due vie.

Imboccai una strada larga e dopo cento metri vidi un edificio piuttosto piccolo con la scritta “Scuola Media”. Non era illuminata ma potei leggerla perché sull’altro lato c’era una costruzione  più grande con molte lettere luminose che rischiaravano il buio: “Albergo Bar Ristorante Centrale”.

Mi venne in mente la luce delle lettere Aranybika che mi accolsero a Debrecen tre anni e quattro mesi prima. “Buon segno, pensai, qui farò altri progressi. Crescerò ancora”. Non mi sbagliavo.

Entrai nel bar. Era pieno di uomini che parlavano la lingua dolce, bonaria e un poco ebbra del caro Danilo. Mi piaceva ascoltarla: era del tutto comprensibile: sembrava una  caricatura simpatica dell’italiano letterario.

Segno di apertura ai “foresti”. Il dialetto bolognese per esempio mi risultava incomprensibile. L'Adige ha fermato i barbari mi avrebbe spiegato una sera il caro Tullio De Mauro.

Insomma linguisticamente mi trovai subito a mio agio. Alla barista alquanto carina chiesi se avessero una stanza singola per una notte.

Rispose che era tutto occupato e gentilmente se ne scusò.

La guardai con aria interrogativa, forse anche un poco implorante.

Allora la donna, per sua umanità, mi consigliò di andare a Cittadella, non lontano, dove avrei potuto dormire in un albergo grande, alto quasi quanto un grattacielo: lì c’era posto di sicuro. Non potevo sbagliarmi: era sulla strada, a sinistra, poco prima delle mura. Motel Palace.

Non so perché ma ripartire da Carmignano non mi dispiacque.

Ripercorsi la via in senso inverso. Ero incoraggiato dalle coincidenze con l’arrivo a Debrecen dove nel luglio del ’66 era iniziata una vita nuova per me. “Comincia un nuovo ciclo- mi dissi- rebus cunctis inest quidam velut orbis [4]. Quando si ha del carattere, ci si ripete, eppure ci si rinnova.    

Bologna 3 marzo 2025 ore 20, 45 giovanni ghiselli

 Note


[1] Cfr. Dante, Inferno, VIII, 70-72

[2] Cfr. Dante, Pugatorio, III, 102

[3] Inferno, XV, 7

[4] Tacito, Annales, III, 55. In tutte le vicende c’è qualche cosa di ciclico

p. s.

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Scrivere mi fa bene. Fa riaffiorare le fossette sibaritiche del mio contento.

 

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