Entro nel museo dell’Acropoli
di Atene. Vedo animali feroci duellanti a scannarsi. Mi fanno pensare a persone
dalla natura e dalla misura lontane da quella umana. Le ho notate dovunque: per
strada, a scuola, sulla spiaggia, in pianura e sui monti. Uomini e donne quasi
ineducabili: ce l’ho messa tutta ma le mie fatiche umanamente spese per tali
Calibani sono andate perdute.
Procedo e noto alcune
fanciulle dai sorrisi sbarrati. Mi sembrano senza pensiero queste Kovrai, quindi carenti di vita interiore. La sembianza umana
nelle figure del sesto secolo ha forme
statiche e rigide.
Tali le mie prime amanti che
non stimolavo, non aiutavo a pensare siccome non ne ero davvero capace nemmeno
io. Sono stato prima un ignorante poi un
saputello mezz’orbo di mente, petulante e pretenzioso.
Helena mi ha redento
dicendomi: “io non sono materia”. Non era giovane come la gelataia di Lubiana,
né quanto l’universitaria di Praga, né studiosa come Päivi, né colta come
Kaisa, ed era incinta di un altro, eppure è stata la migliore di tutte. Una
ragazza madre libera e mai menzognera con me.
Il suo nome greco è rimasto
legato alla sfera del sacro. E’ stata la più costruttiva di tutte, almeno con
me. Abbiamo passato insieme un mese della nostra vita terrena come due
personaggi felici di un bel libro eliminando la polvere della realtà e tutto
l’inessenziale.
Poi vedo un’Atena che tiene
un serpente in mano e minaccia un nemico pazzo e smisurato. Questa donna bella
e scomposta mi fa venire in mente certe mie consanguinee, talora furenti e
incapaci di contenere l’ira in forme ordinate. Ho cercato di educare anche
loro, educatrici e pure educande. Pertanto le ho amate molto: mamma, nonna e
zie. Alla sorella quando era una citta piccina ho fatto quasi da padre vicario.
Mi sono lasciato formare
osservando le donne di casa e imparando quanto mi era davvero congeniale, ma rifiutando quanto non dovevo prendere siccome non mi
si addiceva. Da bambini osserviamo gli adulti consanguinei, li
giudichiamo e scegliamo di imitarli in quello che ci piace e convince in quanto
ci è connaturato, ereditato da loro. Dalle zie Rina e Giulia, maestre fasciste
all’estero, ho preso l’amore per la scuola anche straniera, dalla mamma l’autonomia
consentita e la capacità di vivere in
solitudine, dalla nonna Margherita ho ricevuto il soccorso della grande benevolenza con la quale mi
incoraggiava. Le piacevo perché assomigliavo a suo marito Carlino Martelli e
pure a suo babbo Guglielmo Scattolari. Voleva lasciarmi tutti i suoi poderi ma
non potè farlo perché aveva sei figli. Della terra che è mi è arrivata grazie
alla mamma e alle zie, non ho venduto una zolla per gratitudine a loro. Ho preferito
vivere da povero piuttosto che vendere al palazzinaro di Montegridolfo.
Il nonno era povero più di me, eppure mi ha
lasciato beni preziosi: l’amore per le donne,
la bicicletta e l’adorazione del sole.
Procedo. L’immagine più
ordinata e altamente umana di questo museo è un’Atena pensosa del quinto
secolo. Ha un volto spirituale, un corpo coperto da un peplo che lo lascia
immaginare ben fatto. Tiene la faccia china sulla mano sinistra che stringe una
lunga lancia appoggiata a un angolo formato dal suolo e da un corto pilastro.
La destra è posata sul fianco. In testa ha un elmo sormontato da un cimiero. Mi
appare forte, riflessiva e sicura di sé.
Come Päivi appena la vidi il
19 luglio del 1974. Gli artisti raffigurano sempre le nostre vite, quelle di
tutti. Ho iniziato da bambino riconoscendo le mie pene negli affanni di
Leopardi e ho continuato così, con ogni autore che scrivendo descrive anche me e
mi rende noto a me stesso. Anche nel cinema ho riconosciuto personaggi di uno
stampo simile al mio.
Nella Parthenope di
Sorrentino ho rivisto le mie compagne migliori. Donne libere, assai contente
che le amassi senza volere sposarle. Per carità!
Questa Atena è bella senza
esibizione, è forte ma non grossolana, è pensante ma tutt’altro che indebolita
dal pensiero inutile e inefficace.
“Amiamo il bello con
semplicità e la cultura senza mollezza”, ricordai.
Quando a Päivi dissi, per attirarla con una lusinga: “ti trovo,
interessante, speciale”, ella mi rispose da grande signora: “Proprio me?”.
La amai. Eravamo nel luglio
del 1974 il giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Io mi avvicinavo ai
trenta, età della svolta.
Cominciavo a sapere quello
che volevo: diventare il professore di liceo più bravo di Bologna 11 anni dopo
avere concluso il liceo Terenzio Mamiani di Pesaro dove ero stato lo studente
più bravo. La studiosa Kaisa, poi Päivi mi
avevano ricordato questo compito che avevo ricevuto fin da bambino dalle zie maestre. Ma circondata
da un alone sacro è rimasta soltanto Helena. Non mi ha mai mentito né ferito.
Eravamo belli, autentici e semplici come le parole di Omero e quelle di Cristo.
Poesie incarnate eravamo.
“Ifigenia un giorno mentiva, un altro feriva, poi magari leniva, il terzo mi colpiva di
nuovo per spalmare un’altra volta il suo balsamo, ma oramai ferite e
unguenti, dolori e felicità, menzogne e verità dopo essersi avvicendati per anni si sono amalgamati nella grande, inarrestabile
ruota del destino che mi spinge a scrivere. Questa donna è stata costruttiva,
distruttiva e struggente”, ho pensato.
Esco soddisfatto dal Museo
dell’Acropoli. Ho riconosciuto parti della mia storia in queste figure
nonostante la mia ignoranza della storia dell’arte. Ma i significati forti si
vedono anche senza studio specifico.
Bologna 26 ottobre 2026 ore 10, 21, giovanni ghiselli
p. s.
Dedico questo capitolo alla collega Antonia
Sommacal di Carmignano, la più cara delle mie amiche: mi ha fatto da mamma vicaria con parole di
intelligenza e comprensione che mi hanno aiutato a diventare quale sono e sono
contento di essere. Antonia mi ha rivelato a me stesso come uomo intelligente,
buono, bello e fine. Avevo 25 anni non ancora compiuti quando la conobbi ed ero
ancora quasi informe. Antonia ne aveva cinquanta. Era la vicepreside della
scuola media di Carmignano il cui preside tendeva a maltrattarmi e se la sua vice
che di fatto dirigeva la scuola non mi avesse sostenuto, forse quell’uomo mi
avrebbe fatto del male.
Con Antonia ci siamo dati del
lei ma oggi che sei un amica celeste ti
manifesto il mio affetto e la mia gratitudine in modo diretto: tu mi hai
educato e mi hai salvato Antonia carissima!
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