giovedì 25 giugno 2026

L’apprendistato. Quarto capitolo. Le sorelle fatidiche. Il ghenos.


 

Finalmente potei scorgere un cartello con la scritta Zimmer frei attaccato alla porta di una casa a tre piani.

 Mi fermai, scesi dalla Seicento, suonai. Una finestra del secondo piano si schiuse: ne sbucò una testa bianca che riserrò subito i vetri senza dire parola. Aspettai un poco con la voglia di cercare più avanti, ma l’anziana venne ad aprire il portone .

Zimmer frei?” chiesi. Quella disse solo: “Passport   e tese la mano. Glielo diedi. La donna lo prese e osservò la fotografia confrontandola, sospettosa, con la mia faccia da ragazzo sconciato dall’infelicità.

Poi disse “Einen moment , bitte!”. Quindi si mosse verso una piccola porta situata a metà del corridoio quasi buio che dall’ingresso menava a una scala. Aprì quell’uscio, disse qualcosa a qualcuno e tornò. Camminava piuttosto in fretta per la sua età. Subito dopo, dall’andito scuro arrivò un’altra anziana, somigliante alla prima, meno arcigna nel volto però. Al punto che mi sorrise. Me ne rincuorai. Parlarono un poco tra loro, mentre mi esaminavano guardandomi obliquamente. Infine si resero conto che non avevo intenzioni cattive. “ Forse hanno capito che non sono un epigono di Raskol’nikov”[1], pensai.

In effetti non ho mai premeditato di ammazzare due vecchie. Nemmeno una a onore del vero.

La meno aspra mi diede due chiavi: una della porta di casa che mi fece aprire e chiudere diverse volte per la paura tipica dei vecchi di non avere l’uscio serrato bene, l’altra della mia stanza, che mi indicò con un dito, al piano di sopra.

La più diffidente e dura, non condividendo, forse, l’atto della sorella, ritenuto affrettato, si mise ad agitare entrambe le mani: con la sinistra, più arretrata, accennava a restituirmi il passaporto, ma con la destra, tesa quasi fino al mio volto, manifestava il desiderio  di essere pagata in anticipo, e senza indugio, sfregando rapidamente l’indice con il pollice e dicendo: “Schilling, schilling, sofort!”, più volte. Poi scrisse un numero.  Un prezzo non esoso invero, e colazione compresa. Pagai, riebbi il passaporto, e salii nella camera. Era spaziosa, poco illuminata e fredda. Mentre sistemavo la roba, pensai cosa potessero significare quelle due donne che mi avevano dato ospitalità nella notte, ma con diffidenza. “Sono simboliche queste due ”, pensai, “forse addirittura fatidiche sorelle, messaggere  del fato come the weird sisters del Macbeth [2]”.

Gli auctores, i miei accrescitori mi aiutavano ancora, come sempre: mi fornivano i verba per i pensieri che talora erano immersi così  profondamente nel mio cervello da non trovare  la chiarezza delle parole mie nell’emergere dal fondo dove erano rimasti fissati a lungo. Talora perfino il Verbum, oltre ai verba, mi suggerivano gli autori pagani e cristiani.

  Le anziane  di Graz dunque potevano significare la parte meno buona delle mie zie, le sorelle assai più attempate di mia madre,  Rina e  Giulia nate ai primi del Novecento.

 Io dovevo fruire della loro ospitalità a Pesaro d’estate, e a Bologna nella casa che mi avrebbero regalato dopo la laurea, se l’avessi presa a pieni voti, e dovevo ripagarle, ossia ricompensarle facendo un poco di carriera nella scuola: se fossi diventato professore di greco e latino nel miglior liceo di Bologna, loro due, ex maestre elementari, all’estero, tra l’altro a Budapest quando c’era il fascismo, avrebbero avuto sufficiente soddisfazione.

 “E’ un lavoro già dignitoso” diceva la zia Rina, la più esigente.

Appena dignitoso, intendeva. Il loro nonno materno, Guglielmo Scattolari, facendo l’avvocato, aveva messo insieme diverse centinaia di ettari di buona terra a Montegridolfo. Dopo di lui ero stato il primo della famiglia a fare egregiamente il liceo classico di Pesaro e a studiare nell’alma mater di Bologna.

 Se avessi insegnato all’Università, sarebbero state oltremodo felici le sorelle di mia madre.

 Volevo rispettarle, accontentarle, ed essere grato per l’aiuto che già allora ricevevo, però non dovevo permettere alle due zie, più o meno ancora fasciste e  clericali per giunta, di interferire nella scelta delle mie donne, del mio destino. Volevano che sposassi “una brava collega”. Ossia auspicavano  una ragazza di “buona famiglia”  borghese, vergine, che insegnasse, mi preparasse piatti digeribili, e tenesse ordinata la casa. Dotata, stipendiata e pudica sarebbe stata l’ optima uxor per me. Poteva essere vero ma i miei gusti erano diversi. A parte che la volevano carina anche loro, non meno di loro che di fatto non erano brutte nemmeno dopo i sessanta anni.

Rina anzi era stata proprio bella e aveva avuto molti amanti senza sposarsi, per non fare la serva di un uomo, diceva. Lo racconto in suo onore. Giulia invece aveva sposato un moenese suo collega all’estero. Nessuna delle due aveva figli, per mia fortuna e forse anche loro.

Faccio un salto in avanti  per chiarire i miei pensieri maritali già abbozzati in quel tempo. Quando cominciai a insegnare tre anni più tardi, alla fine del 1969, rifuggivo dalle giovani collega in cerca di sposo. Avevo già iniziato  con le straniere lontane, una gelataia di Lubiana, poi una studentessa Elena di Praga, e tra  le italiane mi interessavano le già fidanzate o le mal maritate. Le ragazze madri anche mi erano simpatiche. A venticinque anni avevo già compreso e deciso di essere un antimarito. Quanto alla paternità cominciavo già allora a sentirla nei confronti dei miei allievi.

Non volevo una moglie tratta dalla sesquiplebe[3], una torsola,  bensì un’amante bella, intelligente, sensibile, libera, colta, sportiva.

Una che vivesse d’arte e di amore, come Tosca o una zingara dionisiaca come Carmen.  Un’artista dotata di vis vitalis, una della mia levatura, quella che avevo perduto e nel ’68 stavo già ritrovando.

Diverse amanti volevo incontrare anziché una sola, e ciascuna più speciale dell’altra. I luoghi comuni, la gente ordinaria, la turba dei chiacchieroni e dei fanfaroni, mi disprezzava contraccambiata. Con quelli che giocano a carte fumando e cianciando tra pettegolezzi, battute da frustrati, ripetitori di luoghi comuni non funzionavo.

 Quando avevo cercato di assimilarmi a coloro, mi ero degradato fino a sentire stridere le strigi che schernivano lo strazio della mia identità deturpata. Ridicolo ero stato per gli usuali, gli sfortunati molti, poiché non fumavo, non giocavo a carte, non seguivo le partite di calcio, non andavo a prostitute, non mi drogavo né cercavo la fidanzata vergine da sposare.

Quando cercai di imitare quegli ordinari non sapevo farlo e mi rendevo spregevole anche ai miei occhi.

Se avessi continuato a tentare di adeguarmi a tale genìa dal carattere opposto e ostile al mio, sarei morto disprezzato e deriso anche da quella specie diversa.

La vita del marito di una donna insignificante, la casalinga di Pesaro o di Cesena, l’esistenza del funzionario della scuola e della stirpe non faceva per me.  Questo cominciavo a intuirlo già durante il viaggio che sto raccontando.

Le zie d’altra parte mi  aiutavano e ancora più mi avrebbero aiutato in seguito. Mia madre le chiamava le “sorelle Materassi”. Invero avrebbero voluto la mia sottomissione.  

Capivo che mi avrebbero aiutato ancora di più una volta che mi fossi sottratto al loro controllo. Soccorrevole  e meno imperiosa era la madre loro l’amabile nonna Margherita più simile a me: da ragazza diciottenne, nell’anno 1900, ancora minorenne in quel tempo, era scappata dal palazzo di Pesaro che ancora porta il suo cognome per seguire l’amato Carlino a Sansepolcro. Un giovane già ammogliato che studiava canto al conservatorio musicale della cittadina marchigiana. “Ti sorrida l’arte e l’amore” gli scrisse l’audace ragazza. Il nonno la portò via con sé lasciando la moglie che dopo l’annullamento del matrimonio fu sposata da Gherardo Buitoni, quello della pasta. Racconto questo per significare che riceviamo tutto dal ghenos cui apparteniamo: qualcosa da ogni persona cui assomigliamo e ci è piaciuta. Da questi nonni materni dunque ho preso l’irregolarità della mia vita.

   Tutte le donne di casa mia dovevano capire che una creatura alata come Pegaso, se viene messo a girare la ruota del mulino, si ammala e muore.

Con il loro aiuto dovevo restaurare

 le ali che mi ero lasciato spennare da gente stupida, cattiva, priva di storia e di gevno".  

Mi mancava la compagnia di persone del mio stampo che sente, respira, vive le bellezza e l’arte. Dovevo trovarla.

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Bologna 25  giugno 2026 ore 18, 39  giovanni ghiselli

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[1] Il protagonista di Delitto e castigo di Dostoevskiy. Ammazza due vecchie appunto.

[2] Shakespeare, Macbeth, I, 3.

[3] Cfr. Vittorio Alfieri, satira IV, La sesquiplebe    

D'ogni Città voi la più prava parte,

       Rei disertor delle paterne glebe,

        Vi appello io dunque in mie veraci carte,

           Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe.  (vv. 31-34)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Prometeo incatenato di Eschilo. Sintesi

 


Il mito di Prometeo è   "uno dei miti antropologici...che rendono ragione della condizione umana-condizione ambigua, piena di contrasti, in cui gli elementi positivi sono inscindibili da quelli negativi e ogni luce ha la sua ombra, giacché la felicità implica l'infelicità, l'abbondanza il duro lavoro, la nascita la morte, l'uomo la donna, e l'intelligenza e il sapere si uniscono, nei mortali, alla stupidità e all'imprevidenza. Questo tipo di discorso mitico sembra obbedire a una logica che si potrebbe definire, in contrasto con la logica dell'identità, come la logica dell'ambiguità, dell'opposizione complementare, dell'oscillazione tra poli contrastanti"(J. P. Vernant, Tra mito e politica,pp. 30-31).

Partiamo  dal Prometeo rappresentato nei poemi di Esiodo.

Nella Teogonia il poeta racconta che Prometeo aveva ingannato due volte Zeus il quale colpì l’umanità infliggendole un male in cambio del fuoco donato dal Titano. Ma si vedrà che il fuoco stesso non è necessariamente un bene, è per lo meno un bene ambiguo quanto il suo donatore. Il male mandato da Zeus agli uomini, ai maschi, è la donna, un male del resto non assoluto, un “bel malanno”: una creatura attraente e ingannevole.

Nelle Opere e i Giorni Esiodo torna sul tema di Prometeo e di Pandora, la donna bella e dannosa, mandata agli uomini per contrappesare il fuoco.

 

Procediamo con il Prometeo incatenato di Eschilo: in questa tragedia, da  molti, ma non da tutti, considerata autentica, il Titano rivendica l’invenzione delle tecniche: “ tutte le tecniche ai mortali derivano da Prometeo” (pa`sai tevcnai brotoi`sin ejk Promhqevw~ v. 507). Le tecniche però tendono a uno scopo pratico e non allargano la conoscenza del mondo: la tecnica “funziona” ma non svela la verità, come nota Galimberti[1].

Lo stesso Prometeo di Eschilo denuncia il limite teoretico delle tecniche: ammette di avere tolto agli uomini la capacità di prevedere il destino (v. 248) e riconosce di avere infuso in loro cieche speranze ( tufla;~ ejn aujtoi`~ ejlpivda~ katwv/kisa , v. 250).

 Bruno Snell sostiene che Prometeo considerava questi dare e togliere vantaggiosi per l’umanità[2].

 

Prometeo che toglie all’uomo la visione d’insieme del destino e dona loro le technai, ossia il pane e il companatico terrestre, agisce e pensa come il grande Inquisitore della leggenda di Ivan Karamazov il quale crede che l’umanità non ha bisogno di libertà e verità ma di beni materiali

Vediamo dunque i doni di Prometeo, ciascuno presupposto dal fuoco che è il padre di tutte  le tecniche (Prometeo incatenato, v. 7).

Intanto il  fuoco era “fiore di Efesto”, e il Titano, donandolo ai mortali, ha cercato di negare il principium individuationis che distingue gli uomini dagli dèi. Una negazione simile a quella tentata da Serse, quando unì le due sponde dell’Ellesponto e attaccò la Grecia per confondere insieme Europa e Asia. Prometeo ha cercato di confondere l’umano con il divino.

Il Titano si vanta di avere dato agli uomini il numero e la combinazione delle lettere, memoria di tutto ( grammavtwn te sunqevsei~,-mnhvmhn ajpavntwn  v. 460- 461), di avere aggiogato gli animali selvatici, di avere inventato le navi, veicoli dalle ali di lino (linovpter j ojchvmata v. 468), prefigurando addirittura il volo. Inoltre ha trovato i farmaci, ha scoperto i metalli: il bronzo, il ferro, l’argento e l’oro. Tutte queste scoperte vengono maledette più volte nel corso della letteratura europea.

 

Una esecrazione riassuntiva si trova nella Tebaide di Stazio:quando Eteocle e Polinice stanno per ammazzarsi a vicenda, la Pietas esecra le orribili tecniche di Prometeo: “o furor, o homines diraeque Prometheos artes!” (XI, 468).

 

Vediamo  di smontare il valore dei  benefici di Prometeo.

Ripartiamo dal fuoco che Prometeo rivendica come dono benefico e padre di tutte le tecniche :"pro;" toi'sde mevntoi pu'r ejgw; sfin w[pasaajf j ou| ge polla;" ejkmaqhvsontai tevcna"" (vv. 252 e v. 254), oltre a queste[3] io donai loro il fuoco…dal quale apprenderanno molte tecniche.

 

  Il fuoco come dono negativo.

Leopardi nello Zibaldone  è molto critico verso la scoperta del fuoco:"Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come l'elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso dalla vista e da' sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo.."(p. 3645).  L’uomo dunque non dovrebbe scoprire quanto la natura nasconde.

Seneca nel De vita beata consiglia di seguire la natura come guida per essere felici:"Natura enim duce utendum est: hanc ratio observat, hanc consulit. Idem est ergo beate vivere et secundum naturam" (8, 1-2), dobbiamo infatti avvalerci della natura come guida: questa la ragione rispetta, questa consulta. Quindi vivere felici equivale a vivere secondo natura.

 

Del resto Prometeo fa storia e “la storia si fa sempre andando controcorrente rispetto alla natura”[4].

 

Il fuoco non è un bene, o, per lo meno, non è stato impiegato bene : nell’Operetta morale La scommessa di Prometeo[5] gli uomini usano il fuoco per uccidersi e uccidere, e Momo, il vincitore della scommessa, domanda al Titano: “Avresti tu pensato, quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi spontaneamente?”. 

 

Anche la navigazione non è ben reputata da tutti

 

Leopardi, con il fuoco, critica anche la navigazione avvalendosi di Orazio:"Orazio (I, Od . 3) considera l'invenzione e l'uso del fuoco come cosa tanto ardita, e come un ardire tanto contro natura, quanto lo è la navigazione, e l'invenzion d'essa; e come origine, principio e cagione di altrettanti mali e morbi ec., di quanto la navigazione; e come altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e indebolimento ec. della specie umana.(Zibaldone , p. 3646).

 

La navigazione viene esecrata anche da Lucrezio (De rerum natura, V, 1004-1006), da Virgilio nella IV ecloga, da Properzio (I, 7, 13-14), da Ovidio (Metamorfosi, I, 96), e, per citare un moderno, da Tirso de Molina:  nel dramma El burlador de Sevilla (1630) Catalinòn il servo di Don Juan  il padre di tutti i Don Giovanni,  in seguito a un naufragio, si salva dalla morte per acqua e, mentre porta in braccio il padrone semivivo, dice: “Maledetto chi per primo/ha piantato pini in mare/e con un fragile legno/ha sfidato le sue rotte!...Maledetto sia Giasone/ e maledetto anche Tifi!” (I, 11). Giasone e Tifi, con gli altri Argonauti, sono i primi grandi navigatori umani, ma l’inventore divino rimane Prometeo.

 

Comunque non pochi strali bersagliano i cercatori del vello d’oro che per prima solcarono i mari.

L’esecrazione più estesa del navigare infatti si trova nella Medea di Seneca che racconta i fatti successivi all’impresa degli Argonauti.           

I profanatori del mare sono morti male, come Fetonte che ha cercato di violentare il cielo. Gli Argonauti hanno prima devastato i boschi del Pelio, poi hanno solcato il pelago, per impossessarsi dell'oro, ma : “ exigit poenas mare provocatum” (Medea, v. 616). Fa pagare il fio il mare provocato.

L'exitus dirus, la morte orribile, è l'espiazione della rottura dei sacrosancta foedera mundi, i sacrosanti patti del cosmo, turbato proprio dalla navigazione.

 

Insomma tutta la tecnica, e pure la scienza, separata dalla giustizia e dalle altre virtù, appare malizia (panourghìa) non sapienza (sofìa) (cfr. Platone, Menèsseno, 247a)- pa`sav te ejpisthvmh cwrizomevnh dikaiosuvnh~ kai; th`~ a[llh~ ajreth`~ panourgiva, ouj sofiva faivnetai. Socrate riferisce il logos epitafios attribuendolo probabilmente ad Apasia

Questa idea si trova anche nell’ Alcibiade II (147 b)

 

Quindi il male del ferro.

Erodoto afferma senza giri di parole che è stato scoperto per il male dell’uomo ( ejpi; kakw/` ajnqrwvpou sivdhro~ ajneuvrhtai, Storie, I, 68, 4).

Ovidio nel I libro delle Metamorfosi maledice tanto il ferro, strumento di guerra, quanto l’oro, cui mirano le brame di chi scatena le guerre.

Effondiuntur opes, inritamenta malorum; / iamque nocens ferrum ferroque nocentius aurum/ prodierat: prodit bellum, quod pugnat utroque,/sanguineaque manu crepitantia concutit arma” (Metamorfosi, I, 140-143), si estraggono dalla terra le ricchezze, stimolo dei mali; e già il ferro funesto[6] e, più funesto del ferro, l'oro era venuto alla luce : venne alla luce la guerra, che combatte con l'uno e con l'altro, e con mano sanguinaria scuote ordigni  che scoppiano.

 

L’aspetto negativo della scrittura

La scrittura viene denunciata come male da Platone nel mito di Theuth, una specie di Prometeo egiziano, cui il re dell’Egitto denuncia la negatività dell’invenzione dicendo: “  Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di coloro che l'hanno imparata, per incuria della memoria, poiché per fiducia nella scrittura, ricordano dall'esterno, da segni estranei, non dall'interno, essi da se stessi: dunque non hai trovato un farmaco della memoria ma del ricordo"

( ou[koun mnhvmh~, alla; uJpomnhvsew~, favrmakon hu|re~, Fedro,  275a).

Pure i Drùidi del De bello gallico di Cesare (VI, 14) non vogliono farne uso, per la medesima ragione.

 

 

L’aggiogamento degli animali aggiogati vantato da Prometeo, talora viene  considerato una violenza fatta alla natura: Tibullo, p. e., ricorda che l’età dell’oro non conosceva le navi, né il commercio, né l’imbrigliamento dei cavalli, né l’assoggettamento del toro (I, 3, 37-46).

 

Riassumo il tutto con il mito di Prometeo raccontato nel Protagora di Platone. In questo dialogo il sofista narra che Prometeo donò all’umanità il fuoco e ogni sapienza tecnica, ma non diede loro l’arte politica, il rispetto e la giustizia, sicché gli uomini si ammazzavano a vicenda. Allora Zeus mandò Ermes a imporre aidòs, dìke e politichè tèchne: chi non le avesse accettate, doveva essere ucciso come malattia della città (322d). 

 

Concludo le testimonianze accusatorie con un testo del 1818:  il Frankestein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley.

L’autrice accusa i disastri provocati dalla scienza, anticipando una denuncia che si ripeterà durante il decadentismo.

 Lo studioso ginevrino si illude al pari di Prometeo:"Una nuova specie mi avrebbe benedetto come sua origine e creatore"(p.56), ma in conclusuone deve additare la sua opera ardita come modello negativo:"Imparate da me-se non dai miei consigli, dal mio esempio-quanto pericoloso sia l'acquisto della scienza, quanto più felice sia chi crede mondo la sua città, di chi aspira ad elevarsi più di quanto la sua natura consenta"(p.55).

 

 

Non mancano del resto espressioni di simpatia indirizzate al Titano ribelle.

Vediamone alcune

Nel dialogo Prometeo o il Caucaso  di Luciano (125-185 d. C.) il Titano si difende davanti a Ermes. Dice che il suo furto fa parte degli scherzi che rallegrano i simposi i quali altrimenti sono gravati da ubriachezza, sazietà, silenzio. Lo sdegno di Zeus mostra molta piccineria e volgarità di sentimenti. Prometeo  rivendica il merito di avere plasmato gli uomini che abbelliscono la terra e onorano gli dèi. Delle donne, parimenti fatte da Prometeo, gli dèi si innamorano e per incontrarle scendono sulla terra trasformati in tori, cigni, satiri. Il fuoco poi è usato per i sacrifici agli dèi.

 

Il Goethe stürmeriano  rappresenta Prometeo che dice: "Io non conosco al mondo/nulla di più meschino di voi, o dèi/…Io renderti onore? E perché?/Hai mai lenito i dolori/di me ch'ero afflitto?/

Hai mai calmato le lacrime/di me ch'ero in angoscia?/…Io sto qui e creo uomini/a mia immagine e somiglianza,/una stirpe simile a me,/fatta per soffrire e per piangere,/per godere e gioire/e non curarsi di te,/come me!"[7].

  

Settembrini, il letterato illuminista di La Montagna Incantata [8] di Thomas Mann,  esalta la figura di Prometeo come l'archetipo dell'umanista:"Che cos'era però in fondo l'umanesimo? Nient'altro che amore verso gli uomini, quindi: politica e ribellione contro tutto ciò che macchiava e offendeva l'idea dell'uomo. Gli si era rimproverato un eccessivo rispetto della forma, ma anche la bella forma era da lui curata per amore della dignità umana, in splendido contrasto col medioevo che non solo era caduto nell'abisso della inimicizia verso gli uomini e nella superstizione, ma nella più vergognosa trascuratezza di forma. Fin dal principio egli aveva parteggiato e combattuto per la causa dell'umanità, per i suoi interessi terreni, proclamando sacra la libertà di pensiero, la gioia della vita, e pretendendo che il cielo fosse lasciato agli uccelli.

Prometeo! Quello era stato il primo umanista, identico a quel Satana cui Carducci aveva dedicato un inno"  

Più avanti Settembrini santifica anche l’ u{bri~ di Prometeo in quanto amica dell'umanità e favorevole alla ragione:"Ma l'"Hybris" della ragione contro le oscure potenze è altissima umanità, e se chiama su di sé la vendetta di dèi invidiosi...questa è sempre una rovina onorata. Anche l'azione di Prometeo era "Hybris" e il suo tormento sulla roccia scita noi lo consideriamo il martirio più santo. Ma come siamo invece di fronte all'altra "Hybris", a quella contraria alla ragione, all'"Hybris" della inimicizia contro la schiatta umana?" (Sesto capitolo, Mutamenti)

 

Il percorso contiene anche un’analisi particolareggiata dei versi cruciali del dramma di Eschilo che si conclude con una tempesta, correlativo oggettivo dell’anima sconvolta di Prometeo il quale viene inabissato nel caos che aveva cercato di ripristinare contro l’ordine olimpico stabilito da Zeus.

Fine della sintesi--

 

Bologna 25 giugno 2026 ore 17, 27 giovanni ghiselli

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[1] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, p. 21. Si veda a questo proposito U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1999.

[2] B. Snell, Debrecen 1966.  L’apprendistato terzo capitolo. Il viaggio fino a Graz. 

[3] Le "cieche speranze" del v. 250 citato sopra.

[4] J. Ortega y Gasset, Meditazioni sulla felicità, p. 132

[5] Del 1824.

[6] Euripide nelle Fenicie attribuisce alla strage un cuore di ferro:"sidarovfrwnfovno" " (vv. 672-673).

[7] Vv. 13-14, 38-42, 52-58 dell'Inno  Prometeo  del 1774 (l'anno del Werther) trad. it. di G. Baioni

[8] Der Zauberberg,  Del 1924.