Il quarto giorno entrammo in Messenia e arrivammo a Kalamàta, una
cittadina situata sul grande golfo sotto il Taigeto. Spettacolare è la veduta
sul seno marino che di notte è pieno di luci
poste sui lati della costa
montuosa, sulle barche nel mare e inviate dalle stelle del cielo. Riconobbi la
mano del grande demiurgo artista il quale non può essere che buono per avere
infuso tanta bellezza nelle sue creazioni.
Questo fu il primo pensiero quando ci sedemmo a cena sul lungomare. Il
secondo fu meno lieto: mi preoccupava la tappa del giorno seguente: trenta
chilometri di ascesa dalla periferia di
Kalamàta alla cima del monte Taigeto, la tomba degli antichi bambini spartani
gettati nei burroni se non apparivano subito abbastanza robusti da diventare
dei guerrieri validi.
Anche le bambine doveva essere forti per diventare madri di guerrieri
un giorno. La spartana Gorgò disse che solo le donne spartane generano degli
uomini veri.
Mi domandavo se vecchio e indebolito
com’ero, ce l’avrei fatta o avrei trovato anche io il mio precipizio su quella
montagna che giudica i deboli spietatamente,
li condanna con sentenze inappellabili, e li giustizia.
Non ero sicuro di farcela e mi procurai il numero di telefono di un
taxi per chiedere soccorso in caso di necessità. L’avevano già fatto i comites di viaggi precedenti senza
vergognarsene sebbene giovani. Ma per me sarebbe stata un’onta che avrebbe
diminuito di tanto la mia identità, forse l’avrebbe storpiata. Pensai perfino
che se non fossi riuscito a superare la prova con onore avrei seguito
volontariamente la sorte di quei bambini gettati nei dirupi della montagna
posta tra la Messenia
e la Laconia.
Passeggiavo da solo dopo la cena in compagnia di Alessandro ottimo alunno
di altre stagioni, poi bravissimo collega e amico prezioso che quella sera mi incoraggiò
ricordando le mie imprese precedenti: avevo già scalato il Taigeto da una parte
e dall’altra staccando tutti entrambe le volte. Non potevo dubitare di farcela.
Se vogliamo distinguere l’amicitia
dalla negotiatio dei falsi amici,
quelli che in realtà ci vogliono usare, un criterio di valutazione è il loro
comportamento quando siamo in difficoltà.
Mentre ricordavo le pendenze dei numerosi chilometri del percorso che comprende anche quattro o cinque pezzi in
discesa, mi sovvenni
di alcuni versi dell’Achilleide di Stazio che menzionano la
montagna sopra di noi.
Il poeta
latino condanna la guerra che distrugge o danneggia non solo le vite umane ma
anche la natura: la costruzione della flotta necessaria alla spedizione contro
Troia spogliò delle loro ombre i monti e li rimpicciolì: “Nusquam umbrae veteres: minor Othrys et ardua sidunt/ Taygeta, exuti
viderunt aëra montes./Iam natat
omne nemus” (I,
426-428), in nessun luogo le antiche ombre: è più piccolo l’Otris e si abbassa
l’erto Taigeto, e i monti spogliati videro l’aria. Oramai ogni bosco galleggia.
L’Otris è una catena montuosa della
Tessaglia; del Taigeto dico che quella
sera rammentai di averlo scalato da Kalamata alla cima (km 33, 12) in
bicicletta nel tempo di 2 ore, 14 minuti e 27 secondi, alla media di 14, 7 Km all’ora quando avevo 62
anni e 8 mesi.
Certamente arrivato a 79 anni e 8
mesi ci avrei messo più tempo ma potevo farcela ancora. Sicché strinsi con un
pugno e appallottolai l’ontoso foglietto con il numero del tassista, quindi lo
buttai nel mare e gridai: “dissolviti, con vergogna, nell’acqua!”, poi alzai
gli occhi al cielo e aggiunsi :“tutta l’aria
è pervia all’aquila”. Conclusi da neogaribaldino: “O il Taigeto o
morte!”. Poi feci un sorriso e andai a dormire.
Bologna 3 febbraio
2026 ore 18, 52 giovanni ghiselli
p. s.
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