mercoledì 1 aprile 2026

Ifigenia LIX. Pasqua di Resurrezione. La santificazione dell’amore.


 

Tornai nell’albergo un poco riconfortato. Prima di mettermi a letto rilessi e e ritoccai un paio di volte il mio riassunto e commento dei Fratelli Karamazov  che quattro giorni più tardi avrei dovuto recitare ai miei alunni leggendo il meno possibile. Mi posi davanti a uno specchio e provai pure l’actio:  il tono e l’espressività della esposizione. Quel grande romanzo mi appassionava perché potevo identificare me stesso in un paio dei fratelli figlioli di Fëdor, e Ifigenia nella Gruscenka.

Dostoevskij mi influenzava con i suoi personaggi estremi. Mi giustificava anche. Mi sentivo moralmente ubriaco come il sensuale, assatanato Dimitri e Ifigenia nella mia testa diventava la donna il cui corpo flessuoso e infernale  faceva impazzire l’amante prima che riuscisse a scovarne l’anima e a trasfonderla nella sua.

Il desiderio carnale lo torturava finché all’amare non si aggiunse il bene velle.

 

Anche il santo Alioscia però potevo trovare in me stesso. Come ho già raccontato, Elena l’amante augusta, amata più e meglio di tutte, prima di partire dalla stazione orientale di Budapest disse che non mi avrebbe mai dimenticato né scordato perché ero stato buono con lei dopo che si era affidata a me senza conoscermi bene. Aveva comunque  capito subito che non ero cattivo e non si era sbagliata. La sua congettura del primo approccio fu confermata del tutto una sera di agosto quando, spinto dall’egoismo e dalla vanità, volevo accrescere il mio piacere e il numero delle conquiste senza pensare che avrei fatto del male all’amante che amavo e mi amava: a una festa sulla terrazza del casinetto del tennis  c’era una  ragazza francese che mi piaceva molto e manifestava per lo meno simpatia nei miei confronti, perciò avrei potuto corteggiarla e ne fui tentato, ma come mi accorsi che il mio vezzeggiamento di quella giovanissima infliggeva dolore  alla donna conquistata con tante parole e dichiarazioni  di amore,  avevo lasciato perdere la luccicante, liscia fanciulla e avevo chiesto scusa alla donna matura che si era fidata di me.

 “Ti sei vietato un piacere per non danneggiarmi”, disse.

“Non ne sono pentito, anzi ne sono fiero”, risposi. “ E aggiunsi: non dimenticherò mai il nostro amore”.

Ho fatto di più: ne ho creato un mito[1].

L’amante amata dell’anno seguente, la studiosa Kaisa,  aveva detto di avermi amato perché non le avevo fatto paura come gli altri uomini incontrati prima di me.

Due anni più tardi Päivi rimase incinta di me, poi abortì, ma prima di partire mi disse che ero un eterno cercatore e che avevo bisogno di tempo ma avrei trovato quanto cercavo. Infatti quando venni lasciato da questa finnica estrema trovai il ruolo mio: quello dell’educatore. Oltre diverse altre compagne non tut indegne di me.

Quattro anni dopo Elena, una Ciuvassa russificata, Faina, che faceva l’interprete a Budapest, mi disse: “tu non sei debole come talvolta vuoi apparire. Sei forte come Alioscia dei Karamazov e sei buono come il principe idiota e geniale dell’altro grande romanzo dell’autore che amiamo”.

 

“Infatti non sono cattivo” mi ripetevo la notte della resurrezione di Cristo crocifisso o di Adone ucciso dal dente letale di un cinghiale feroce.

“Non sono cattivo, però dopo le tre finlandesi non sono più stato capace di amare. Ora non riesco a fidarmi di questa giovane che pure mi piace e mi dona tanto piacere da rendermi trasognato dalla mattina  alla sera”.

 

Il giorno di Pasqua mentre suonavano le campane della Chiesa di Moena posta davanti al cimitero dove già riposavano alcuni vecchi osservati quando ero bambino, Ifigenia telefonò e mi pregò di tornare subito a Bologna perché lei non poteva più stare senza di me.

Sicché ci incontrammo verso le sei davanti alla libreria Feltrinelli. C’era ancora il sole nel cielo. In aprile il dio tramonta già nella grande pianura e non c’è colle né monte che ne invìdia la vista come fa il Sass da Ciamp a Moena tutto l’anno tranne il mese di giugno quando viene scavalcato nei dì più lunghi e luminosi.

Ifigenia si era fatta tagliare i capelli e sembrava ancora più giovane della sua età. Era luminosa quanto la neve che luccica e potenzia la forza  del sole nel mese di aprile, più ridente dell’erba rinascente sui prati nel tempo della resurrezione di tutta la vita, più lieta dei fiori sbocciati sui rami degli alberi della pianura e dei colli. La vidi con piacere nonostante mi fosse costato parecchio disturbo tornare con un giorno di anticipo cambiando il mio programma. Come l’ebbi osservata e studiata bene, recuperai la ragione e  pensai che una ragazza così appetibile  poteva trovare  tanti maschi quanti ne voleva, di ogni età e condizione; che io d’altra parte non ero un affare dal punto di vista socioeconomico ed ero assai meno giovane e alquanto meno bello di lei, sicché dovevo essere tutto contento del suo amore che non era una negotiatio ma un dono gratuito di Ifigenia e del signore Iddio, chiunque egli fosse. Un regalo del Sole: la santa faccia di luce che nutre e rallegra la vita.

Così la peste contratta dalla pessima educazione che colpevolizza la gioia amorosa era sconfitta.

Sicché celebrammo il trionfo nel modo più santo. Perfino le caste monache di clausura, i sacerdoti santi e i profeti voci di Dio avrebbero benedetto la nostra lussuria se ci avessero visti nell’atto di fare il massimo .

 

Bologna primo aprile  2026 ore 10, 25  giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Questa storia si trova nel romanzo Tre amori a Debrecen che si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna. Non dovete comprarlo.


Ifigenia LXVIII. La telefonata imbarazzante e la divagazione notturna tra i monti.


 

Mentre cenavo nella sala affollata da una masnada di tedeschi biondi, grossi e chiassosi, un cameriere venne a dirmi  che c’era una chiamata per me. Corsi alla cabina telefonica perché in quella età geologica il cellulare non esisteva. Del resto ne faccio del tutto a meno anche oggi.

Era Ifigenia che telefonava da Ozzano dove  era andata a trovare due conoscenti e si annoiava perché aveva poco da dire con loro e le mancava la mia presenza. Mi sembrò che parlasse meccanicamente, con voce metallica.

 

Mi venne in mente Päivi che, partita da Debrecen, appena  arrivata a Danzica mi scrisse “I miss you”, e pochi mese più tardi mi rigettò-mira feritate- dicendo I don’t want to see you”.

Ifigenia ci avrebbe messo di più a buttarmi via, ma io, come Tiresia, ho sempre presofferto tutto e proprio per questo me la sono cavata. Il dolore ci rende saggi  dopo che lo abbiamo attraversato, ma non possiamo varcarlo se  non lo abbiamo previsto preparandoci alla catastrofe finale attrezzandoci come si deve per sopravvivere.

 Il ricordo del voltafaccia della mia terza finlandese, quella che aspettava una figlia da me e non la mise al mondo, non mi consentì di sentirmi sicuro di non ripiombare nella pena antica. “Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis” pensai.

Oltretutto la ragazza, che aveva più o meno l’età di  Päivi nel 1974, mi chiese di tornare a Bologna appena possibile. Lei  vi sarebbe rientrata  la mattina seguente: non ne poteva più della gente zotica di quel mortorio di Ozzano, “davvero una moribunda sedes!” disse. Del resto anche a Bologna, aggiunse, si sarebbe annoiata senza di me e la mia loquela speciale.

Mi sentìi imbarazzato. Non volevo anticipare il ritorno rinunciando al mio girovagare per un altro paio di giorni sotto i monti elaborando i dolori di ulcere antiche e di ferite recenti. Risposi a bocca stretta che sarei tornato presto, siccome anche io mi sentivo dimidiato. Intendevo diviso in due parti ma non glielo spiegai. Né le dissi che mi mancava la sua presenza perché so dissimulare ma non riesco a simulare. Avevo l’angoscia e la salutai senza aggiungere altro. Non mi aveva convinto dicendo soltanto male delle persone che la ospitavano.  Chi erano quegli ospiti così spregiati? Perché ci era andata? Perché ci era rimasta? Mi nascondeva qualcosa. Un ganzo deludente? Un drudo mancato? Una copula rugginosa? “Tutto può essere quando nulla è chiaro”,  mi dissi. “Sospetti troppo!” mi dirai caro lettore. “Con altre donne-replico- non ho mai sospettato e in certi caso avrei dovuto farlo”.

 

Dopo la cena trangugiata in gran fretta, uscìi nella notte. Il cielo brillava di stelle dalla luce vivace. Pensai che  il mio veleno non doveva attoscare altre persone: mi si addiceva la solitudine.

 Camminai su per la strada del San Pellegrino fino alla base delle piste sciistiche del Lusia. Verso le dieci, tra gli alberi non tanto fitti che coprono la schiena dell’umano Piz Meda  apparve la luna, Artemide o Diana che dire si voglia: i suoi raggi disegnavano chiazze di luce bianchissima tra le ombre  del bosco. Un abete che si stagliava davanti alla figura della  diva sembrava essere entrato in lei come una mentula sfacciata per fecondarla dopo avere violato la sua castità. La mia coscienza inquieta vedeva stupri dovunque. Mi voltai verso la valle di Fassa e osservai le anguste convalli, i burroni, le gole, le balze, le cime dei monti, il cielo e le stelle. Volevo purificarmi ritrovando il paradiso perduto della natura.

Certe incavature dove già spuntava l’erba mi ricordavano la vagina di Ifigenia, alcuni dossi bruni di cespugli, la sua bella testa con i capelli neri neri e odorosi,  delle  rocce erano uname e ben fatte, altre deformi e semibestiali, alcune stelle mandavano una luce fissa, altre guizzavano intermittenti, il cielo di  giorno era stato obeso, acquoso e deprimente, di notte era splendente, snello, frizzante e mi invitava a imitarlo. “Ritrova la tua energia- mi dissi- recupera il compiacimento che hai di te stesso nei momenti migliori! Domani vai a correre o a sciare. Esci da questo veternus che ti intorpidisce e amareggia! ”

Pensai: “nella natura c’è tutto e Ifigenia è naturale, perciò anche in lei c’è il bello e c’è il brutto, c’è il bene e c’è il male, c’è intelligenza acuta  e ottusità intermittente, volgarità plebea e finezza signorile.  Secondo le circostanze. Stare con tale persona è come camminare sul filo del rasoio, ma se resto con lei devo accettarla com’è. Nell’insieme del resto è una creatura riuscita piuttosto bene al fuoco artista che procede metodicamente alla creazione”.

Tornai nella mia stanza un poco riconfortato

 

Bologna primo aprile  2026 ore 9, 53 giovanni ghiselli

p. s.

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Qiesta grande quantità di lettori in tutti i continenti significa che devo procedere in questo lavoro. Il mondo ne ha bisogno.