Giunti ad Atene dunque, e usciti dalla corriera, ci
trovammo in una grande confusione di persone e di veicoli. Frastornati e
disorientati ci domandammo dove e quando avremmo potuto prendere la corsa del ritorno
a Patrasso. Da soli non riuscivamo a capirlo: non c’erano orari in vista.
Perciò decidemmo di risalire nell’autobus per porre al conducente la questione
che ci preoccupava.
Il caos di quella
stazione ci aveva contagiati rendendoci confusi e nervosi.
Ignari di tutto, risalimmo sul pullman e domandai all’uomo
rimasto là dentro a quale ora del 28 agosto e da dove partisse la corsa
Atene-Patrasso.
Costui, appena sentì dire “Patrasso”, ripetè a voce
alta “Patrasso! Patrasso!” non certo con il tono dolce della ninfa vocale che
echeggia i suoni, la resonabilis Echo .
Il grido del primo energumeno ne attirò un altro dal
ceffo coperto con occhiali scuri; anche costui, appena entrato nel bus si mise
a latrare: “Patrasso, Patrasso!”, poi chiuse la porta, si accostò a Ifigenia
che si era rivolta al primo ciclope con aria interrogativa, e con una manata
immonda osò profanarne le cosce abbronzate, nude sotto i calzoncini bianchi e
tanto succinti da lasciare vedere l’orlo delle mutande celesti. Così acconciata
era eccitante anche per me che avevo fatto l’amore centinaia di volte con lei,
senza annoiarmi mai, quasi mai. Sia chiaro che non sto giustificando quei bruti.
Anzi voglio ricordare che quando la ragazza pedalava
sulle salite alzandosi sopra il sellino, i maschi che ci superavano in
automobile la applaudivano acclamando, cosa che in quei momenti di fatica
poteva averle fatto piacere né dispiaceva a me, però quel pomeriggio nella
corriera chiusa la libidine scatenata dalle sue cosce in quei due forsennati ci
fece paura.
Ifigenia così brutalmente toccata si girò con ira e
cercò di scagliarsi verso l’uscita, ma il mostro dagli occhialoni neri aprì le
braccia empie per sbarrarle la strada, mentre l’altro cieco di mente, afferrò
una chiave inglese e avanzò minaccioso verso di me latrando ancora “Patrasso, Patrasso!”. Seguì una bestemmia poi
su`kon, su`kon!!! che non traduco per ritegno . Il greco e il
latino a volte ci consentono di evitare l’impudicizia verbale.
Mentre mi preparavo a difendermi dal bigliettaio, Ifigenia,
con presenza di spirito, fece cadere un pezzo di carta davanti ai piedi del
mostro che la ostacolava, poi cominciò a chinarsi come se volesse raccogliere
un documento importante, sicché quell’animale tratto in inganno, prima calpestò
la carta, poi si chinò a sua volta per prenderla: allora la ragazza si
raddrizzò, scattò e con un balzo scavalcò il demente prono, quindi corse verso
la porta anteriore, l’aprì e saltò giù dalla corriera. Appena fuori da
quell’inferno cominciò a gridare: polizia!
Allora quello, deluso per avere perduto la preda, si
mise a sputare sul pavimento tirando fuori la lingua come un serpente; l’altro
lasciò cadere la chiave inglese e bestemmiò in italiano; io avanzai verso la
porta e quando arrivai vicino al cieco di mente, gli dissi: “scostati, voglio
uscire di qua prima che arrivi la polizia”.
Quello gridò di nuov “Patrasso, Patrasso, italiano,
Patrasso!”, poi mi lasciò uscire.
Per fortuna non era corso del sangue né altro liquido
organico a parte lo sputo di quel farabutto.
Ci allontanammo, mentre quei due ciclopi, o Calibano il diavolo incarnato e il buffone Trinculo che
fossero, chiamavano i loro colleghi forse per dire che erano stati aggrediti e
derubati da noi. Sul ritorno andammo a informarci in un ufficio. Quindi prendemmo
un taxi per piazza Omonoia ossia Concordia, il centro della città. Lo scontento reciproco che ci stava separando per
sempre cresceva dentro di noi. Era diventato un male
incurabile, un tumore inoperabile lì in Grecia.
Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non
traslitterato.
Bologna, 7 giugno 2026 ore 9, 36 giovanni ghiselli
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