venerdì 24 luglio 2026

Modelli per i giovani.


Voglio indicare ai giovani Pogačar quale modello di talento non sotterrato, non sciupato bensì valorizzato appieno con la spinta della volontà, dell’amor proprio, dell’intelligenza. Ho  82 anni oramai e un femore rimesso quasi in sesto dopo una frattura scomposta. Nonostante tutto ciò, mi avvalgo di tale campione come modello. Ho avuto anche io un poco di talento ciclistico e l’ho sempre valorizzato. Dopo i 79 anni e l’incidente dell’anno scorso è stato sempre più difficile impiegare questo talento che mi ha aiutato nella vita fin da bambino infondendomi l’autostima necessaria. Avevo bisogno di primeggiare nelle gare ciclistiche come a scuola. Su questi successi fondavo e costruivo la mia identità. Ci è sempre voluta una volontà di ferro, un grande spirito di sacrificio e tanto esercizio sia mentale sia fisico. Nei primi anni Cinquanta il mio modello di ciclista era Fausto Coppi. In questi giorni, dopo avere visto un’impresa di Tadej Pogačar, non esito a spingere la bicicletta su per salite anche ripide dicendo a me stesso che alla mia volontà da asceta pagano e pure cristiano  deve essere pervia ogni ascesa. Le scalate riuscite bene mi riempiono di soddisfazione e mi fanno sentire congeniale a Pogačar, così come quando mi impegno nello scrivere, anche questo ogni giorno per ore, mi sento membro della confraternita degli scrittori dei quali sono stato discepolo per tutta la vita da quando ho imparato a leggere. Più o meno nello stesso periodo dell’apprendimento a pedalare. Eravamo nei primi anni Cinquanta.

 

Pesaro 24 luglio 2026 ore 18, 39 giovanni ghiselli

p. s

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Il viaggio in Grecia del 1978 VIII parte. A Micene. La notte sul tetto del povero ostello.


 

 

La mattina seguente pedalai da Epidauro a Micene. L’occhio era guarito del tutto. I terrori  nati dai mostri risvegliati dalla fatica, e altri evocati dall’angoscia con masochistica  necromanzia, erano stati espulsi e ricacciati nei bassifondi con gli orribili demoni che li avevano generati ingravidando streghe deformi quanto le Forcidi cui basta un occhio soltanto e un unico dente tra tutte e tre.

Rinfrancato, potevo  riprendere il dialogo con la mia bella, eroica figliola.

Ifigenia era più che mai decisa a morire per dare un esempio. Parlavamo mentre si cavalcava affiancati lungo la strada che prima scendeva sul porto di Nauplion amena, poi si stendeva in pianura per qualche chilometro e infine saliva fino alla rocca possente di Micene ricca d’oro, costeggiando  fortezza minori.

Come fummo arrivati alla porta dei leoni, la sposa Tindaride mi accolse senza cordialità: non gradiva l’intesa evidente che si era creata tra me e la  nostra figliola primogenita.

A Clitennestra non chiesi la ragione di tanta freddezza: volevo corteggiare e vezzegiare  soltanto la mia ragazzina che si era consacrata alla patria  con una morte gloriosa.

Ifigenia parlò all’assemblea popolare e disse che con il sacrificio della sua vita avrebbe salvato la Grecia dai barbari che non dovevano osare altri rapimenti di donne.

w\ lh`m j a[riston  o anima ottima”, mormorai, “non posso dire più niente, se questa è la tua decisione: gennai`a gar fronei`~ ,  nobile è il tuo pensiero[1].

La mia creatura moriva anche per la gloria dei Pelopidi e pure per  la mia di a[nax: sarei stato il condottiero capace di punire il crimine dell’ospite profanatore distruggendo dalle fondamenta la città che aveva accolto il principe indegno in compagnia dell’adultera Elena, la sciagurata cognata, l’emula di Afrodite che si sarebbe tramutata nell’incarnazione di Nemesi. Il popolo era commosso e trascinato dal fulgido esempio dato dalla mia figliola eroica e bella come la luce del sole: tutta la gioventù era pronta a sacrificarsi per l’Ellade santa, e per me. Ne ero felice. Non prevedevo  Nemesi incarnata in entrambe le due sciagurate sorelle uterine: la bipede leonessa Tindaride e l’impudica figliola di Zeus.

Verso sera notai che la rocca non era cupa né sepolta nell’ombra come avevo letto nei manuali di storia, anzi prendeva la luce del sole fino alle otto e otto minuti.

Pensai che gli eroi e gli artisti dell’antica reggia avessero tratto forza da quella luce presente e  viva fino al tramonto. La sua resistenza alla tenebra mi riempiva di gioia

Il sole accarezzava la terra con i suoi ultimi raggi come fa Febo quando  con il plettro d’oro  tocca le corde della sua lira sul far della sera. Passai la notte nell’ostello della gioventù situato duecento metri sotto il palazzo degli Atridi.

 Mi avvolsi nel lenzuolo sdrucito e mi stesi sopra una brandina situata sulla terrazza-tetto dove non mi era tronca la veduta del cielo ricco di stelle. Guardavo quelle luci sante  alte sopra di me e sul palazzo dove Agammennone al ritorno da Troia avrebbe pagato con il sangue  suo quello dei giovani greci e troiani caduti in guerra.

Quella notte lontana, mentre ero disteso sotto il cielo sereno, le stelle mi sembravano occhi di bambini stanchi che imploravano il sonno e la pace, forse i figli di Tieste che Atreo aveva imbandito al padre loro per odio verso il fratello che gli aveva adulterato la sposa.  Nei lunghi ululati provenienti da cani immersi  nell’ombra credevo di riconoscere le grida del re afamennone  cui la scure bipenne della moglie furente aveva macellato le membra nella vasca da bagno dove l’acqua fluttuava con onde arrossate dal sangue.

Gridai: “una rete è la compagna di letto, la complice dell'assassinio"1.

Quindi non potei trattenermi e aggiunsi con tutta la voce che avevo:  "tieni il toro lontano dalla giovenca: lo ha preso nei pepli, lo colpisce con la trappola delle nere corna, ed esso cade nella vasca piena d'acqua" [1 bis].

Le nere corna probabilmente alludono a Egisto dato che la giovenca non le ha.

Dei ragazzi  vicini assonnati e disturbati da questo mio farneticare chiassoso mi intimarono di fare silenzio. Ma quei vicini erano  lenti a punirmi, anzi nemmeno si mossero e seguitai. 

“quell’ italiano è pazzo”, avranno pensato

Quasi tre anni più tardi nell’aprile del 1981, di fianco a Ifigenia, quella reale, la bella, giovane collega e amante,  vedevo biancheggiare alla luna le piume di un cigno immoto nell’acqua fredda dello Starnbergersee, e  pensavo alla morte del lunatico re di Baviera annegato lì dentro mentre cercava di allontanarsi dai  suoi carcerieri.

Più di un a[nax assassinato ricordavo: Agamennone, Ludwig II,  Allende, Pasolini, Moro, Mattarella, dico di Piersanti il diadoco unico successore di Moro. Sono mancati gli epigoni.

 “Sono in bilico pure io con costei- avrei pensato quella notte in Baviera- con il preside Tanghero e con altri malevoli. Ma saprò cavarmela, come sempre. Mihi favebo, farò il tifo per me”.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.

Nota

[1 e 1bis] Sono citazioni tratte dall’Agamennone di Eschilo (vv. 1116-1117 e 1125-1128)

Pesaro 24  luglio 2026 ore 16, 07 giovanni ghiselli

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Questo mese ho superato i 400 mila lettori

 

Ogni singolo lettore è un gradino di questa scala santa eretta in su


tanto che la mia vista non ci arriva

 

 

 

 



[1] Ho utilizzato parole dirette da Achille alla ragazza nell’ Ifigenia in Aulide di Euripide (vv. 1421-1423)