domenica 8 febbraio 2026

Il sogno di un tirocinante. Nona parte, ultima per ora. Sofocle discute con Euripide sulla critica ai loro drammi.


 

Euripide

Che cosa dici dei critici: hanno capito qualcosa dei nostri drammi?

 

Sofocle

Alcuni poco, altri niente. Io sono stato frainteso dal classicismo di tipo winckelmanniano che mi ha mummificato come il tragico sommo dalla composta, olimpica serenità. Del resto nemmeno originale, dato che già Aristofane nelle Rane ha fatto dire a Dioniso che ero eu[koloς  (82),  uno di buona indole da vivo, e  rimasto bonaccione pure da morto.

Invero sono stato un autore e un uomo tormentato dall’orrore del buio che segue al tramonto degli dèi.  

 

Euripide: a chi lo dici! Quel buffonissimo Aristofane nel medesimo dramma mi ha fatto perdere la gara con Eschilo che con i suoi drammi forgiava gli eroi.

Invece ha rappresentato me in un personaggio chiamato falsamente con il mio nome. Questo pseudoeuripide si vanta di avere insegnato alla gente a chiacchierare (lalei`n ejdivdaxa, Rane, 954) e rivendica l’introduzione di regole sottili leptw`n te kanovnwn eijsbolav~ e la rifinitura di parole (ejpw`n te gwniasmouv~, 956).

Quindi questo fantoccio spacciato con il  nome mio viene accusato di  avere insegnato a pensare (noei`n), osservare (oJra`n) capire (xunivenai) meditare (strevfein) amare (ejra`n),  ordire (tevcnazein), sospettare male (kavc j uJpotopei`sqai), considerare tutto (perinoei`n a[panta, Rane, 957-958.

Insomma avrei portato sulla scena cose di casa (oijkei`a pravgmat j , quelle che usiamo oi|~ crwvmeq  j, Rane,  959).

Sicché avrei impartito agli spettatori una mala educazione rendendoli sospettosi, ipercritici, ribelli, calcolatori, affaristi meschini, egoisti.

Per non dire delle mie  Fedre e Stenebèe tacciate di essere sgualdrine, povrnaς, malefemmine che il personaggio Eschilo della medesima commedia  si vanta di non avere messo in scena: né queste due né mai un’ ejrw'san gunai'ka (Rane, 1043) una donna in amore.

Tutte caste e pure come Artemide e Atena.

Poi Nietzsche ha rilanciato queste accuse mettendomi anche in combutta con Socrate il filosofo brutto e cattivo, l’antigreco  latore della decadenza che è orrore dell’istinto.

Quindi il suo allievo Platone secondo questo filosofo tedesco avrebbe proseguito anticipando il cristianesimo con la  svalutazione della vita terrena.

 Credo che la maggior parte dei critici non legga i testi ma solo le critiche precedenti.

Ultimamente c’è stata qualche smentita a questa linea che mi addebita  la distruzione del mito e la razionalità ad ogni costo concordata con Socrate, mio complice nell’assassinio di Dioniso. Un delitto punito dalle menadi del tribunale ateniese, ma troppo tardi: oramai il dio era già morto e  con lui tanto la tragedia quanto la musica secondo Nietzsche.

 

Per quanto riguarda le voci contrarie alla linea Aristofane, A. W. Schlegel- c’è anche questo nella fila- Nietzsche,  cito una pagina esemplare di Eric Dodds: 

“La Medea, l’Ippolito, l’Ecuba, l’Eracle: quello che dà a tutti questi drammi il loro carattere profondamente tragico è la vittoria dell’impulso irrazionale sulla ragione in un essere umano nobile ma instabile. Video meliora proboque, deteriora sequor [1]: è qui che Euripide trova l’essenza della tragedia morale dell’uomo.

Di qui la cura scientifica che, come un antico critico nota, egli ha dedicato allo studio di passioni amorose e follie, l’oscuro lato irrazionale della natura umana. La precisione con cui egli ha osservato i sintomi della nevrosi e della alienazione mentale appare da scene come quella della prima conversazione di Fedra con la nutrice, oppure del risveglio di Agave dall’estasi dionisiaca (…)

In conclusione di questo discorso: “Euripides remains for us the chief representative of fifth-century irrationalism; and herein, quite apart from his greatness as a dramatist, lies his importance for the history of Greek thought[2], Euripide rimane per noi il principale rappresentante  dell’irrazionalismo del V secolo; e in questo, del tutto a parte dalla sua grandezza come drammaturgo, sta la sua importanza per il pensiero greco.

E’ proprio il contrario di quanto ha scritto Nietzsche nella giovanile La nascita della tragedia influenzato da Aristofane.

 

Sofocle

In questo libello a tratti geniale ma spesso lontano dalla sostanza delle nostre tragedie anche io vengo a tratti denigrato

Quando Nietzsche per esempio sostiene che la parte del Coro dopo Eschilo si riduce un poco per volta fino a sparire, non ha torto, ma sbaglia scrivendo:

  “ Già Sofocle non osa più affidare al Coro la parte principale e comincia a franare il terreno dionisiaco della tragedia. Il coro di Sofocle appare ora come coordinato agli attori, come se venisse sollevato dall’orchestra e portato in scena” ( La nascita della tragedia, capitolo XIV)

E conclude: “In questa nuova situazione, il coro appare come qualcosa di fortuito di cui si può fare a meno. Mentre il coro deve essere causa della tragedia”.

Invero i cori miei sono le parti più dense e più rivelatrici dei miei drammi perché costituiscono il commento agli eventi raccontati negli episodi.

 

Euripide.

Hai detto che Nietzsche  è anche geniale quando scrive sulle nostre tragedie. Ricordiamo gli aspetti migliori della sua critica nei nostri confronti.

 

Sofocle

D’accordo.

 Quando, per esempio, mi confronta con Shakespeare il filosofo scrive

Il sale del discorso. Nessuno ha ancora spiegato perché gli scrittori greci abbiano fatto dei mezzi di espressione, di cui disponevano in quantità e forza sbalorditive, un uso così straordinariamente parco, che al paragone ogni libro posteriore ai Greci appare sgargiante, variopinto e sforzato (…) Lo stile sovraccarico . Lo stile sovraccarico in arte è la conseguenza di un impoverimento della forza di sintesi (…)

Così è per Shakespeare, che, paragonato con Sofocle, è come una miniera piena di un'immensità di oro, piombo e ciottoli, mentre quello non è soltanto oro, ma oro lavorato nel modo più nobile, tale da far dimenticare il suo valore come metallo”[3].

 

Nietzsche è acuto anche   quando individua i diversi significati del personaggio Edipo nelle due tragedie che gli ho dedicato: “L'eroe raggiunge appunto nell'attitudine puramente passiva la sua attività suprema, la quale continua ad agire molto al di là della sua stessa vita, mentre il cosciente tendere e sforzarsi della sua  vita precedente lo ha condotto solo alla passività"[4].

 

Euripide: “Fammi capire meglio”.

 

Sofocle: “Nell’Edipo re il figlio di Laio è l’uomo che errando ha trasgredito le leggi naturali e divine, e, pur senza volere, ha comunque inquinato la terra e il cielo di Tebe;  nell’Edipo a Colono invece  dopo avere sofferto tanto e avere  capito, diventa il l’ eroe della passività che rivendica : “ ejpei; tav g j e[rga me-peponqovt j i[sqi ma`llon h] dedrakovta” (Edipo a Colono, 266-267), poiché, sappilo, le mie opere sono state piuttosto subite che fatte. Queste parole dice al Coro dei vecchi di Colono il  vecchio assistito dalle figlie, il vagabondo  cieco che vede ascoltando le voci.

A proposito del rapporto tra me e Shakespeare, ti segnalo che Il lunatic king del drammaturgo inglese dirà, magari casualmente, parole similiI am a man/more sinned against than sinning” (King Lear, III, 2), io sono un uomo contro il quale si è peccato, più che un peccatore.

 

Euripide

Con me Nietzsche è stato più duro assimilandomi arbitrariamente alla scuola di Socrate il quale  nacque almeno 10 anni dopo di me. Saremmo stati entrambi portatori di decadenza operando sistematicamente l’annientamento del mito, della musica, della tragedia. Senti che cosa ha scritto sul mio conto:

“Socrate, l’eroe dialettico del dramma platonico, ci ricorda la natura affine dell’eroe euripideo, che deve difendere le sue azioni con ragioni e controragioni, e che per questo rischia tanto spesso di non suscitare più la nostra compassione tragica”[5].

Del resto ripete quanto già detto  da Aristofane che nelle Rane  fa dire al coro soddisfatto per la vittoria di Eschilo su Euripide:

" bella cosa è dunque non stare seduto a chiacchierare con Socrate disprezzando la musica e trascurando la grandezza dell'arte tragica" (vv. 1492-1496).

Tuttavia  Nietzsche ha riconosciuto che ho avuto del coraggio con le mie innovazioni : “Nella chiusa comunità dei seguaci ateniesi di Anassagora la mitologia del volgo era ancora consentita come un linguaggio simbolico; tutti i miti, tutti gli dèi, tutti gli eroi erano quivi considerati unicamente come geroglifici di un’interpretazione della natura, e persino l’epos omerico doveva essere il canto canonico dell’imperio del nus e delle battaglie e leggi della physis. Qualche voce di questa società d’eminenti spiriti liberi penetrò qua e là nel popolo; e particolarmente il grande e sempre ardimentoso Euripide, teso nei suoi pensieri al nuovo, osò far sentire in vari modi la sua parola attraverso la maschera tragica, dicendo cose che come frecce trapassavano i sensi della massa”[6]

 

Sofocle

Aristotele scrive: “ Sofocle diceva che rappresentava gli uomini come devono essere, Euripide come sono"(Poetica, 1460b, 34).

Invero io li rappresento spesso come non devono essere e perciò commettono errori.  Edipo si ravvede, mentre Creonte capisce troppo tardi cioè dopo avere mandato in rovina la propria famiglia e se stesso.

Tu che ne dici?

 

Euripide

Dico che i critici dovrebbero spiegare Sofocle con Sofocle, Euripide con Euripide cioè il poeta con le sue stesse parole prima di tutto. Poi magari notare analogie e differenze tra i massimi autori che trattano lo stesso tema.

E’ vero che i miei drammi sono dotati di un maggior realismo rispetto a quelli tuoi e alle tragedie di Eschilo, ed è pure vero che il mio stile è più naturalistico del vostro, che i cori sono meno densi di significati e meno ricchi di metafore, però non è vero che ho eliminato il mito; caso mai l’ho presentato con delle variazioni rispetto alla tradizione solita, ed è calunnioso attribuirmi il difetto di avere eliminato il grado eroico dell’esistenza umana. Anzi, la mia innovazione è stata quella di insignirne le donne. Alcesti, per esempio ma anche Medea che ha orrore della derisione,  e non vuole perdere l’onore, come Achille, come il tuo Aiace, come Alessandro Magno.

Ti ricordo alcune parole della mia Medea:

“ma che cosa mi succede? voglio espormi alla derisione

lasciando i miei nemici impuniti?

 Bisogna osare questo; che debolezza però la mia,

anche solo l’ammettere nell'anima parole tenere!” (1048-1051).

Queste espressioni di sostegno al proprio proposito possono   essere accostare al “non cederò” dell’Achille omerico[7], l’Achille cedere nescius di Orazio[8].

Durante la mia vita non ho avuto la tua fortuna di pubblico e di critica perché ho smontato diversi luoghi comuni diffusi dovunque.

 

Sofocle

Fammi degli esempi, poi ti ricorderò le mie posizioni contrarie a quanto si dice usualmente chiacchierando qua e là.

Note

[1] E’ Medea che parla nelle Metamorfosi di Ovidio:"sed trahit invitam nova vis, aliudque cupido,/mens aliud suadet: video meliora proboque/, deteriora sequor! quid in hospite, regia virgo,/ureris et thalamos alieni concipis orbis?" (VII, vv. 19-22), ma contro voglia mi trascina una forza mai sentita, altro consiglia il desiderio, altro la mente: vedo il meglio e l'approvo, seguo il peggio!

Dodds avrebbe potuto citare piuttosto la Medea di Euripide che dice: “Kai; manqavnw me;n oi\\\a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-o{sper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'""( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione, che è causa dei mali più grandi per i mortali",  dirà la furente nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli . 

 

 

[2] Dodds, Euripides the irrationalist in  The ancient concept of progress, p. 90.

[3] F. Nietzsche, Umano, troppo umano, II, Opinioni e sentenza diverse (112, 117, 162).

[4] Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 67-

E’ l’accettazione del destino cui arriva anche Giovanni Drogo il protagonista del romanzo Il deserto dei Tartari di Buzzati.

 Questo è un militare  che scopre"l'ultima sua porzione di stelle"(p.250) e sorride nella stanza di una locanda ignota, completamente solo, mangiato dal male,  accettando la più eroica delle morti, dopo avere sperato invano, per decenni, di battersi"sulla sommità delle mura, fra rombi e grida esaltanti, sotto un azzurro cielo di primavera". Invece il suo destino si compie al lume di una candela, dove"non si combatte per tornare coronati di fiori, in un mattino di sole, fra i sorrisi di giovani donne. Non c'è nessuno che guardi, nessuno che gli dirà bravo".

Gli eroi della passività nella letteratura moderna dunque sono tanti, da Oblomov  di Goncarov, a Zeno  di Svevo per dire solo i più noti.

 

 

[5] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, capitolo 14.

[6] F. Nietzsche La filosofia nell’età tragica dei Greci, del 1876, p. 109.  

 

[7] Iliade, XIX, 423.

[8] Achille non si lascia bloccare dalla profezia di sventura del cavallo fatato Xanto,  e gli risponde:"ouj lhvxw" (Iliade, XIX, v. 423) non cederò.

Quindi Orazio in Odi , I, 6, 5- 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta  ira di Achille incapace di cedere.  Della definizione oraziana dell'eroe si ricorda Leopardi nel Bruto Minore :" Guerra mortale, eterna, o fato indegno,/teco il prode guerreggia,/ di cedere inesperto"(vv. 38-40). Ma ora qualche cosa di più personale

 

 



 

Avvertenza: il blog contiene 8 note e il greco non traslitterato 

 Seguirà con i luoghi comuni confutati esposti e confutati dai due tragediografi. Non so ancora quando.

 

Bologna 8  febbraio 2026  ore 18, 42 giovanni ghiselli.


p. s.

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Il sogno del tirocinante. Ottava parte. Sofocle discute con Euripide. Ambiguità del linguaggio e del pensiero. Euripide il Salvatore.


 

Euripide.

Alcune tue parole, caro Sofocle, mutano significato come fanno i serpenti con la pelle, secondo il personaggio che le pronuncia.

La stessa parola ha significati diversi nell'intenzione di chi la dice e nell'intendimento di chi l'ascolta:  dette da diversi personaggi, parole scritte con le medesime lettere acquistano significati differenti o perfino opposti, siccome il loro valore non è lo stesso nella lingua religiosa, giuridica, politica, e nemmeno nella parlata  comune. Così , per Antigone la parola  novmo" designa il contrario di ciò che Creonte chiama pure lui novmo". Secondo la fanciulla il termine significa "norma religiosa", “imperativo della coscienza”; per Creonte vuole dire "editto promulgato dal capo”.

E in realtà il campo semantico di novmo" è sufficientemente esteso per comprendere ambedue i sensi e pure altri.

 Come ha scritto bene un critico “Le parole scambiate sullo spazio scenico, anziché stabilire la comunicazione e l'accordo fra i personaggi, sottolineano viceversa l'impermeabilità degli spiriti, il blocco dei caratteri; segnano le barriere che separano i protagonisti, fanno risaltare le linee conflittuali"[1].

Altrettanta ambiguità e impossibilità di intendersi viene teorizzata da Pirandello nei Sei personaggi in cerca d'autore  quando l’attore che fa la parte de padre dice:"Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono andate dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro! Crediamo d'intenderci; non ci intendiamo mai! [2].".

 

Sofocle

La tua ambiguità non si limita alle parole: tu arrivi a destabilizzare il pensiero, a farlo oscillare turbando la mente del pubblico il quale infatti ti ha punito negandoti il favore concesso a me che attribuisco intendimenti diversi a personaggi diversi ma presento con chiarezza le mie scelte ideali, o , se preferisci, ideologiche. Io propugno sempre la religione, quella delfico apollinea in particolare, contro l’ateismo, la sofistica e il razionalismo. Tu metti tutto in discussione e dubiti di tutto.

Ti ricordo alcune parole esemplari della tua scepsi radicale: “chi sa se il vivere non sia  essere morti,/ ed essere morti invece laggiù non venga considerato vivere?”. Questo  si legge in due tragedie Frisso e Poliido [3].

Tu metti in discussione perfino l’evidente dicotomia tra l’essere vivi o morti.

 

Euripide

Il fatto è che della vita che viviamo qui da trasognati  mortali sappiamo poco, della vita dopo la morte proprio niente.

 

Sofocle

Tu sai poco anche degli dèi e dubiti di loro o li critichi fino alla blasfemia.  Hai mostrato quel tramonto della religione che io ho denunciato come un male, e purtroppo, a lungo andare, l’hai avuta vinta tu, seppure da vincitore postumo:  la venditrice di ghirlande, nelle Tesmoforiazuse di Aristofane  si lamenta di guadagnare poco da quando Euripide ha convinto la gente, con le sue tragedie, che gli dei non esistono[4].

 

Euripide

 In realtà, dietro alle mie critiche c’è la ricerca di un’immagine divina purificata: così Ifigenia sacerdotessa nella Tauride conclude il suo discorso contro i sacrifici umani   affermando che nessun dio può essere malvagio e gradire tale orrore (Ifigenia tra i Tauri, v. 391).

Ti ricordo anche l’espressione lapidaria l’espressione del Bellerofonte “se gli dei fanno qualcosa di vergognoso, allora non sono dei”.

 

Sofocle

Se Apollo non è un dio che bisogno hai di screditarlo bestemmiandolo  e accusandolo di malvagità?

Nella tua Andromaca, Neottolemo, il ragazzo di Achille, mentre  prega il dio, viene ferito dagli abitanti di Delfi. Allora domanda:"tivno" m j e{kati kteivnet j eujsebei'" oJdou;" h{konta; poiva" o[llumai pro;" aijtiva";", perché mi uccidete sulla strada della pietà? Per quale colpa muoio?"(vv.1125-1126), ma nessuno dei molti presenti gli rispose; anzi lo uccisero continuando a colpirlo con pietre. Tutto questo è raccontato da un messo che alla fine della sua rJh'si" (v.1164) accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo" kakov", come un uomo malvagio, e domanda:"pw'" a]n ou\n ei[h sofov";", come potrebbe essere saggio?

 

Euripide.

L’oracolo di Delfi durante la guerra del Peloponneso spartaneggiava, come poi filippizzò. La mia critica al dio delfico è una risposta politica al fatto che i responsi pitici erano favorevoli ai nostri nemici.

 

Sofocle

Credi che il tragediografo debba fare politica?

 

Euripide

La fa comunque perché scrive per la polis e per  polivtai, i cittadini che andavano a teatro nella nostra Atene. L’abbiamo fatta entrambi: nelle  ultime tragedie scritte da noi, le mie Baccanti e il tuo Edipo a Colono, quando la nostra città stava perdendo la guerra del Peloponneso e i Tebani meditavano di raderla al suolo, noi abbiamo presentato Tebe come l’anticittà: un nido di crimini, orrori e nefandezze. Ti rammento che Tucidide, il creatore della storia politica,  fa dire a Pericle:"movnoi ga;r tovn te mhde;n tw'nde metevconta oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on nomivzomen" (Storie, II 40, 2), siamo i soli a considerare non pacifico, ma inutile chi non partecipa alla vita politica.

Io ho partecipato fino a salvare  i nostri concittadini dalla morte.

 

 

Sofocle: “Come avresti fatto tu a salvare vite di Ateniesi con le tue tragedie?

 

Euripide:  “Se non lo sai, te lo dico io: Plutarco nella Vita di Lisandro [5]  ha scritto che dopo la battaglia di Egospotami il tebano Erianto propose la distruzione di Atene.

   Questa canaglia voleva che venisse rasa al suolo la città e la campagna fosse lasciata al pascolo. Ma io, che pure ero già morto da un paio di anni,  salvai Atene: durante un convito un focese cantò alcuni passi della parodo della mia Elettra.

 Nel sentire tali versi (167ss.)  i comandanti che avevano condotto la guerra si intenerirono e sembrò troppo crudele distruggere una città così illustre che produceva uomini tanto grandi.

Ricordo un’altra occasione nella quale salvai delle vite ateniesi per significarti come anche la poesia possa e debba essere politica.

Un evento che ho vissuto e mi ha reso felice. Puoi leggerlo nella

Vita di Nicia dove  Plutarco racconta  che alcuni Ateniesi finiti nelle Latomie di Siracusa "kai; di j Eujripivdhn ejswvqhsan" (29, 2), si salvarono anche grazie ad Euripide. Infatti i Greci di Sicilia amavano i miei drammi e li imparavano   desiderando citarne dei passi. Alcuni dei superstiti da quella catastrofe dunque, tornati a casa, vennero ad abbracciarmi affettuosamente e dissero che erano stati affrancati dalla loro schiavitù "ejkdidavxante" o{sa tw'n ejkeivnou poihmavtwn ejmevmnhnto" (29,4) poiché avevano insegnato ai loro padroni quanto ricordavano dei miei drammi.

 

Sofocle: Tu sì che sei bravo! D’ora in avanti ti chiamerò Euhripivdh~ Swthvr,  Euripide Salvatore!

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato

 

 

Bologna 8 febbraio  ottobre 2026 ore 17, 50 giovanni ghiselli

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[1]        J. P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento in Mito e tragedia nell'antica Grecia , pp. 89-90.

[2] Sei personaggi in cerca d'autore  ( parte prima). Parla il personaggio del Padre. La commedia andò in scena la prima volta il 10 maggio 1921 al teatro Valle di Roma.

[3] Nel Frisso (fr. 833) e nel Poliido (fr. 638) compare tale famosa questione: “tiv" d  j oi\den eij to; zh'n mevn ejsti katqanei'n, --to; katqanei'n de; zh'n kavtw nomivzetai;

[4] Tou;~ a[ndra~ ajnapevpeiken oujk ei\nai qeouv~:-w[st j oujkevt j ejmpolw`men oujd j ej~ h{misu ( Tesmoforiazuse,  vv. 451-452), ha persuaso gli uomini che gli dèi non esistono:- così non vendiamo nemmeno la metà. 

[5] 15