Daa tempo vivo come Ione, custode del tempio di Delfi nella tragedia di Euripide.
A Pesaro Mi alzo quando Elio dalla sua quadriga lucente fa brillare il mare, tutta la terra e illumina pure lo studio mio orientato verso il primo fra tutti gli dèi con una delle due finestre.
Dopo i lavacri nei gorghi inargentati della Castalia domestica, inizio una nuova giornata di devozione ininterrotta. Mi attendono ore di studio, con la bocca che osserva il silenzio rituale. Attendo alle fatiche sante cui mi sono consacrato fin da fanciullo quando la zia severa, una specie di Pizia, arcanamente sentenziava che ero un intelligente-deficiente se primeggiavo a scuola, altrimenti ero un povero deficiente e nient’altro. In questo caso mi avrebbe ignorato come faceva con altri nipoti. Io l’ammiravo e le davo retta.
Però coltivavo anche la bicicletta, la corsa e il nuoto dove pure avevo talento, senza dirlo a lei, ma sempre onorando il dio delfico. Consacrai dunque la mente al sapere, al "Conosci te stesso" di Delfi, e il corpo alla dea Salute. Ora che sono rimasto senza zie, né nonni, né mamma, vengo a custodire il santuario del nostro gevno" in questa casa di Pesaro. Studiando almeno sei ore al giorno e muovendo le gambe di corsa ciclistica e podistica per almeno altre due. Il nuoto solo nel mare estivo.
Il 7 luglio scorso (2025) mi sono rotto il femore destro precipitando dalla bicicletta su un marciapiede rotto e lanceolato. Cerco di recuperare. Ieri sera ho fatto appello a tutto il mio talento ciclistico per salire in bicicletta sul monte Donato di Bologna: tre chilometri di salita piuttosto dura. Sono partito da casa mia, altri 3 chilometri addietro alle 19, 20 e colevo arrivare non dopo le 20 per vedere il sole tramontare oramai presso San Luca. Ce l’ho fatta e il dio mi ha premiato beandomi per quindici minuti. Ero stremato ma contento.
Compio il servizio giornaliero senza stancarmi: so che i miei morti mi approvano e pure molti vivi leggendo questo blog. Servo la stirpe umana con una fatica bella , e gloriosa per me-kleino;" oJ povno" moi (Ione 131). Turpe ed empio sarebbe invece ingozzarmi e ubriacarmi nei cenoni turbati, andare a fare compere coatte per bancarelle e negozi, ascoltare e dire idiozie. Lo fanno coloro che non sanno quello che fanno, né perché vivono, né chi sono. Lontano dalla pazza folla,-Far from the madding crowd-non mi stanco mai di queste fatiche sante e propizie. Talora faccio una pausa spazzando il pavimento di questo tempio con una ramazza d’alloro-davfna" ojlkoi'"- (Ione 145) sempre in onore del dio e dei miei Mani. La scopa serve anche a tenere lontani i piccioni perché non insozzino le offerte votive che lascio sul davanzale e nel giardino di Pesaro. Li caccio senza fare loro del male in quanto so che il loro volo può venire a portarmi le voci degli dèi.
Poi torno a studiare poiché non posso smettere di servire la mente che mi nutre del cibo che quasi solum è mio.
La luce degli occhi belli-kalliblevfaron fw'"- (189) delle mie ex amanti, delle amiche e delle consanguinee mi illumina con il loro ricordo e mi stimola a procedere nella fatica santa del mio devoto eremitaggio pesarese e bolognese. Sono lo scudiero di queste donne che ho amato.
Vedo la zia Giulia che mi portava a Moena, in via Damiano Chiesa 11, quando ero bambino e mi aiutava contro il caos interno impugnando lo scudo con l’immagine della Gorgone, come faceva Atena contro il maledetto Encelado (Ione 209-210). Tra i maschi mi sovviene il nonno Carlo e Fulvio che con i tirsi incoronati di edera-kissivnoisi bavktroi"-( Ione, 218) mi hanno aiurato a tenere in rispetto la canaglia dei Titani , dei Giganti e di tutti i mostri eterni nemici della cultura. Ora l’ombelico del mio mondo antico è la casa di Pesaro dove abitai fanciullo e iniziai le mie imprese.
L’ amico Claudio mi dava della femmina per la mia sensibilità delicata e aggiungeva che dovevo essere pure lesbica perché mi piacciono molto le femmine umane. Mi sono mescolato con femmine umane di vario tipo.
“ta; ga;r gunaikw'n duscerh' pro;" a[rsena",-kajn tai'" kakai'sin ajgaqai; memigmevnai-misouvmeq J: ou{tw dustucei'" pefuvkamen” (Ione, 398-400).
“Le donne hanno difficoltà con i maschi, e noi buone mescolate con le cattive siamo odiate: in questo modo siamo nate sventurate”.
Questo dice Creusa al figlio che ha avuto in seguito alla violenza subita da Apollo. La madre, una principessa ateniese, dovè abbandonarlo neonato e anni dopo per caso lo incontra adolescente senza riconoscerlo nel santuario delfico da lui custodito. Si tratta appunto di Ione il ragazzo eponimo della tragedia di Eurupide.
Quasi ogni giorno della buona stagione è propizio per interrogare l’oracolo.
Quando le cose vanno bene, studio e scrivo dalle 9 alle 12, poi vado a pedalare fino alla povera mensa di Fano passando per Novilara e Fenile, una trentina di chilometri, quindi studio di nuovo. Tra le 20 e le 21 vado di corsa dal viale della Vittoria, nome bene ominoso, al porto canale e ritorno. Sei chilometri circa. In religiosa solitudine.
“ejpei; kratei'",-ajreta;" divwke” (Ione, 439), poiché hai della forza, segui la virtù. Non maltrattare nessuno. Parole sante che ripeto quando mi sento forte.
Parole di Euripide rivolte da Ione ad Apollo quando ha saputo della violenza inflitta dal dio alla donna. Parole anche mie, rivolte a me stesso. Non sono pentito della mia delicata attenzione delle femmine umane. Mi hanno dato tutto a partire dalla mamma che mi ha messo al mondo, poi le zie e la nonna che mi hanno aiutato a vivere, quindi le amanti e le amiche foriere di gioia. Continua
Bologna 28 aprile 2026 ore 10, 22. giovanni ghiselli
p. s.
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