sabato 12 settembre 2026

Ifigenia CLVI. La fantesca dalle cosce stupefacenti e la doppia attesa di Ifigenia nella cupa stazione di Trento. L’insufficienza.


 

Sabato primo marzo Ifigenia volle venirmi incontro alla stazione di Trento sulla via del mio rientro a Bologna. Saremmo passati lungo il  lago di Garda. Volevamo vedere la venusta Sirmio di Catullo e trarne auspici per le nostre vite amorose e lavorative piuttosto travagliate.

Doveva arrivare alle 13 e qualche minuto. Era una giornata piena di sole potenziato dalla neve sui monti. Partìi da Moena alle undici con il disappunto di perdere le ore più luminose e calde per andare da una che che non mi convinceva, né mi piaceva del tutto. Cercavo di consolarmi pensando: magari la primavera l’ha fatta rifiorire, e  vederla e toccarla dopo una settimana di pausa mi emozionerà.

Arrivai un quarto d’ora prima del treno, come avevo calcolato per non farla aspettare.

Detesto la mancanza di puntualità perché i ritardi mi hanno sempre reso infelice e non voglio fare agli altri quanto non devono fare a me. Piuttosto arrivo in anticipo magari con un libro da leggere o con un giornale.

Mi aspettavo che dal contatto rinnovato dopo il divorzio pur breve rinascesse qualche scintilla. Speravo che quella sera si sarebbe fatto del sesso abbondante se non altro.

Vero è che c’era stato un segno non buono riguardo al mio interesse carnale per Ifigenia. Una sera, tornato tardi dalla passeggiata sotto le stelle, avevo trovato chiusa la porta dell’albergo. Sicché avevo suonato ed era venuta ad aprirmi una cameriera  giovane, mora, carina, con la vestaglia aperta tanto da lasciare scoperte le cosce brune, agili, sode, fino alle mutande: una  visione meravigliosa, paradisiaca quasi quanto quella del cielo stellato.  

Ebbene l’avevo osservata con attenzione e simpatia  non dissimulate, poi le avevo detto: “grazie signorina e complimenti” .

“Di che?”

“Di tutto. A domani”

Poi, salito in camera, l’avevo pensata con desiderio.

Un fatto nuovo che un anno prima non sarebbe accaduto.

Ero stato tentato di accarezzare almeno su una guancia la  fantesca belloccia e seduttiva.

Il giorno dopo provai a lanciarle un’occasione di fare del bene a me e a sè stessa. Mentre bevevo il secondo caffè nel bar dove serviva quella ragazza l’avevo indotta a chiedermi l’indirizzo di Bologna decantando le meraviglie della città. Quindi, da gesuita quale talora mi ritrovo a essere ammaestrato dalle zie, le avevo dato il recapito della scuola per non sentirmi fedifrago. Tanto valeva: anche se fosse venuta a cercarmi là, avrei trovato il modo di portarla in casa mia per vedere se c’era verso di ghermirla, come sognavo e speravo dopo la visione eccitante che mi aveva offerto aprendo la porta.

Intanto però aspettavo il treno di quell’altra  nella stazione di Trento.

Un luogo triste assai. Si trova alla base di una collina bassa e spelacchiata, tuttavia sparge ombre umide e cupe. Sopra vi sorge e si impone alla vista un tempietto neoclassico  circolare e colonnato, un monumento all’irredentismo fautore di guerre e di stragi. Quando il treno arrivò, Ifigenia non ne scese: o l’aveva  perduto oppure stava procedendo verso il Brennero per seguire un controllore o magari un cuccettista che le era piaciuto.

Il treno successivo da Bologna arrivava alle cinque. Mi vennero in mente gli appuntamenti mancati da mia madre. Quando ero bambino e l’amavo al di sopra di ogni altra donna, avvisava che sarebbe arrivata il tal giorno con il tal treno. Il nonno Carlino, “il su’ babbo”, mi portava alla stazione: eravamo entrambi felici di vederla. Però  tra quelli che scendevano nella stazione di Pesaro la madre mia non c’era. Mi domandavo dove fosse finita.

 Quando tornavamo a casa il nonno gridava “fiasco!” probabilmente perché gli piaceva il vino. Io rimanevo sconsolato e desolato. Le zie dicevano:” che ti importa?  Noi siamo qui”. Ma per me non era lo stesso: la mamma era più giovane, più bella  e meno imperiosa di loro, meno severa con me. Con se stessa per niente. Una volta Ifigenia mi disse che ero attirato dalle donne giovani siccome mia madre era infantile. Un’osservazione non sciocca.

La mamma quando gliela riferìi rispose: “ma fai stare zitta quella ragazza: la vera fallita!” Eva contro Eva, pensai, ricordando un film che la mamma mi aveva portato a vedere quando ero piccino.

Nel marzo del 1980 avevo trentacinque anni suonati e non ero più disposto a subire maltrattamenti da chicchessia. Il trattamento che più aborrisco è quello che mi fa perdere tempo. Dunque decisi di andare a sciare sulla vicina Paganella prendendo altro sole. Sarei tornato al treno successivo e se non fosse arrivata nemmeno con quello, tanti saluti! Sarei andato subito a Bologna e avrei telefonato alla fantesca dalle  cosce stupefacenti.

 

 

Poco prima delle 17 ero di nuovo nella stazione di Trento. La attendevo per accoglierla, posto che fosse arrivata, con un sorriso non privo di spregio.

Questa volta la vidi scendere dal treno, bella e guardata dagli uomini, come al solito. “Però, non è il mio tipo pensai”. Bella sì, ma poco fine. Helena, Kaisa e Päivi erano altre persone, altri gevnh, razze spirituali diverse: studiose,  educate, capaci di amare, di parlare e di stare zitte:  amorem amoenitatemque  exercentes [1].

Si scusò dell’errore grossolano: il treno per venire da me partiva dalla stazione occidentale mentre lei lo aspettava in quella centrale.

Ma forse era una menzogna. Aggiunse delle falsità dolciastre.

 

Avevo imparato da Freud che gli atti mancati non sono mai casuali. Ne ero convinto perché l’avevo verificato vivendo. Probabilmente colei voleva andare da tutt’altra parte. Incosciamente si dice, e di fatto il suo Io veniva spesso invaso dall’Es. Né era propensa a bonificare il pantano dell’inconscio, a estendervi la parte cosciente poiché era convinta che l’attore bravo deve assecondare l’istinto.

Quello istrionico l’aveva in misura ridondante, però le mancava   la potenza espressiva dello sguardo, il  tono, e lo stile della  persona dotata di kalokajgaqiva.

 

Di questo però non facemmo parola quel giorno. Dissi invece che avevo impiegato benissimo il tempo dell’attesa andando a fare un’altra sciata a Fai della Paganella dove iniziano piste meravigliose che giungono fino ad Andalo. Ifigenia raccontò che aveva parlato con Lucia denominata “la fedelissima”.  Non sapevo di che avessero chiacchierato, né glielo domandai. Provai comunque un’allegrezza scellerata pensando che quelle due, una già avvelenata dal desiderio di successo, l’altra ancora tutta da scoprire, solidarizzavano celebrando l’immagine della mia persona.

 Ma probabilmente avevano fatto solo del pettegolezzo, magari non senza qualche intrigo.

Di fatto nessuna delle due studiava sul serio e volevano fruire dei miei  sudati lavori sui libri, fino a quando sarebbe servito.

 Ifigenia poi disse che a Verona era salito sul treno un uomo distinto e l’aveva corteggiata fino a chiederle l’indirizzo: invano. Non feci alcun commento e pensai: “Troppo tardi, ojyev, come dice Dioniso a Cadmo[2]: quando eri in tempo, tu non hai voluto sapere di riservatezza e rispetto”.

Ci fermammo per qualche minuto sul lago di Garda. Non c’era un filo di vento e il Benaco non sorgeva con flutti e fremiti marini come favoleggia Virgilio[3].

Non era tempo di citazioni né favole: mi annoiavo piuttosto.

La faccia di Ifigenia era ottusa e non suggeriva niente. Ero certo che  non aveva un’espressività capace di  sostenere la sua ambizione.

Arrivati a Bologna tentammo un contatto carnale. Come fummo nel letto però, non riuscivo nemmeno a desiderarla con forza. Quella sera lontana, nel talamo grande dove avevamo gridato di piacere e di gioia, nel giaciglio martire cui una volta si era spezzata una gamba incapace di reggeri i nostri salti da festa sacra, la sera del primo marzo, dopo una settimana di astinenza, facemmo l’amore una volta sola senza fatica, mentre la seconda avvenne con stento e con sforzo. Dovetti pensare ad altro. Non eravamo arrivati nemmeno alla sufficienza amorosa del terzo tripudio. Spensi la luce. Mi girai verso il muro. Poi lo toccai con un dito per avere la certezza che non stava cadendo anche lui. Ifigenia  piangeva.

 

Avvertenza: il blog contiene tre note.

 

Pesaro 13 settembre ore  3, 50 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Cfr. Plauto, Miles gloriosus, 656, in grado di praticare l’amore e la piacevolezza.

[2] Cfr. Euripide, Baccanti, 1345

[3] Cfr. Virgilio, Georgica II, 160


Seneca Oedipus. Sommario del secondo coro, del terzo atto e del terzo coro.


 

Tema del bel volto che porta aiuto

Il secondo coro (403-506)  intona un inno in onore di Bacco. Il bel volto solare.

Fino a quando ci saranno le stelle e l’Oceano “candida formosi venerabimur ora Lyaei” (506) .

 

Cfr. la parodo dell’ Edipo re: 188 eujw'pa pevmyon ajlkavn, manda un aiuto dal bel volto.

 

Vultus indicat mores. Os è la bocca e la faccia parlante. Rostrum la bocca mangiante. Vultus è la faccia che vede, gli occhi dove abita l'anima. Il dionisiaco e l'apollineo. La bellezza di Bacco disarma Iuppiter  (v. 502) e dona la pace al mondo.

 

Il terzo atto (507-762).

Edipo Creonte (507-706)

 

 Creonte è reticente: è meglio non sapere che sapere.

 

Cfr. Edipo re di Sofocle:  "Ahi,ahi, sapere come è terribile quando non giova/a chi sa!” (316-317)

Cfr. Eraclito, fr. 82 Diano:"polumaqivh novon ouj didavskei", sapere molte cose non insegna a essere intelligenti.

anche

 

Ma Edipo vuole sapere. Attività dell' Edipo re e passività dell' Edipo a Colono di Sofocle.

Edipo già nell’ Edipo re  accenna  al fatto che il male lo ha soltanto subìto.

Lo dirà chiaramente ai versi 266-267 dell’Edipo a Colono::" ejpei; tav g j  e[rga mou-peponqovt j ejsti; ma'llon  h] dedrakovta", le mie azioni piuttosto che compierle io le soffersi", e allora gli dei che lo avevano abbattuto, lo rimettono in piedi (v.394).

Il lunatic king Shakespeare dirà parole simili:I am a man/more sinned against than sinning” (King Lear, III, 2), io sono un uomo contro il quale si è peccato , più che un peccatore.

.    

 

 La libertà minima è quella di tacere, la schiavitù estrema è  non avere la facoltà di parlare (cfr.Tacito, Agricola).

 

 Il luogo inameno della necromanzia. Le querce simboliche nell'Oedipus (v. 533) e nel Tieste (v. 656).

Il luogo inameno della necromanzia. Le querce come alberi profetici e simbolici.

 Creonte viene costretto a riferire gli orrori che ha visto. Il racconto inizia con la descrizione del luogo inameno della necromanzia.

Questo ha delle corrispondenze nel posto orribile dove Atreo scanna i nipoti nel Tieste (vv. 641 sgg.).

Vediamo qualche particolare: fuori dalla città vi è un lucus ilicibus niger ( Oedipus, v. 530), un bosco sacro nero di elci. Intorno i cipressi, in mezzo una quercia annosa, enorme:"curvosque tendit quercus et putres situ/annosa ramos. Huius abrupit latus/edax vetustas; illa, iam fessa cadens/radice, fulta[1] pendet aliena trabe" (Oedipus, vv. 533-537), protende i rami curvi e fradici per la muffa. Di questo albero ha scavato i fianchi l'antica età ingorda; quello, già inclinato sulla stanca radice è in bilico puntellato sui rami degli altri. Il bosco è il simbolo della razza decadente e disfatta dei Labdacidi.

 La quercia è un albero profetico: l'oracolo più antico, quello di Dodona dava i consigli di Zeus attraverso una  quercia dall'alta chioma (cfr. Odissea, 14, 327 e 19, 296). Nelle Trachinie di Sofocle Deianira racconta di un responso che Eracle le riferì:  l'ambigua profezia della sua fine veniva  dall'antica quercia di Dodona interpretata dalle colombe (vv. 171-172).

Più avanti l'eroe morente si ricorda di antichi responsi uditi dalla quercia paterna con molte lingue (v. 1168).

 

I simboli. Il rito necromantico compiuto da Tiresia nel racconto di Creonte. Ecate è la principessa delle tenebre. Continuo è il pericolo del Caos "innumeros avidum confundere mundos " (Pharsalia, VI, 696).

Il mondo uscito dai cardini (Amleto) . Il sangue appiccicoso.

 Presenze orribili : il Luctus, il Morbus, la gravis Senectus, il  Metus.

Ci sono tuttavia anche vecchiaie gagliarde o arzille- Caronte nell’Eneide..

 

Eppure a volte il terrore è bene: Eschilo, Crizia, Polibio, Curzio Rufo, Seneca, Machiavelli. Il metus hostilis di Sallustio. Lucano: emiturque metus…nescit plebes ieiuna timere Si compra la paura distribuendo cibo.

 

Vantaggi della cecità. L' exangue vulgus degli innumerevoli morti. Teste svigorite.  I Tebani: Anfìone e Zeto, Niobe, Agave, Penteo.

I manes rivelano l'estrema realtà di se stessi, come le anime di Dante.

Arriva Laio pieno di vergogna come Deifobo sconciato nel VI dell'Eneide. La sconciatura di Laio. La denuncia del re assassinato: maximum Thebis scelus- maternus amor est (629-630) . L'Erinni della madre e quella del padre. Edipo è mivasma e farmakov".

Come diverrà Dario III dopo Gaugamela.

La zoppia del tiranno. Il re lunatico rimane un enigma per se stesso e per gli altri cfr. Ludwig II du Baviera nel meraviglioso film di Visconti.

Terminato il racconto di Creonte con le accuse di Laio al figlio, Edipo contrattacca il cognato accusandolo di avere congiurato, con Tiresia, contro il suo potere.

La paura del tiranno: metus tyranni:  genitivo soggettivo e oggettivo.

 La difesa di Bruto e Amleto, gli ossimori viventi, i falsi scemi o pazzi.

 La vicina libertas dà coraggio alla  vecchia nutrice di parlare liberamente al regius tumor della sua signora Fedra, durus et veri insolens (Fedra, vv. 135- 139).

Scetticismo sulla fedeltà.

 Creonte afferma che è più vantaggiosa la posizione del vicetiranno. Il tempo come rivelatore e il dovere dell'attenzione.

Nell' Edipo re   di Sofocle, Creonte, accusato, si appella al giusto giudizio del tempo : infatti "soltanto il tempo rivela l'uomo giusto" ( crovno" divkaion a[ndra deivknusin movno". 614).

Il Coro lo spalleggia:" Ha detto bene per chi si guarda dal cadere signore/: infatti i veloci a capire non sono sicuri" (vv. 616-617).

Il tempo come rivelatore viene invocato pure da Cordelia, la figlia buona di Re Lear :" Time shall unfold what plaited[2] cunning hides", il tempo spiegherà ciò che l' attorcigliata astuzia nasconde (I, 1).  

 

Ancora sull'odio e la paura che circondano il tiranno che è nemico dell'uomo, come il lupo della nenia funebre di Il diavolo bianco di Webster.

Edipo ordina l'arresto di Creonte e la sua reclusione in una caverna sassosa. Cfr. l’Antigone di Sofocle.

 

III coro 707-762

Il coro con il terzo canto assolve Edipo. La Beozia è infestata dai mostri fin dal tempo di Cadmo. La frequentazione dei mostri rende mostruosi (cfr. Deianira nelle Trachinie). Il drago e gli Sparti.

 

 Atteone e gi Sparti

Gli orrori di Tebe sono il drago, e i guerrieri (oiJ Spartoiv) che, nati dalla terra seminata con i denti del mostro, si uccidono a vicenda, prefigurando tante sciagure della stirpe. Cfr. Romolo e Remo con il commento di Orazio:

 

Sic est: acerba fata Romanos agunt

scelusque fraternae necis,

ut immerentis fluxit ìn terram Remi

sacer nepotibus cruor

 (Epodo 7, 17-20) .

 

L'ultimo mito ricordato è quello di Atteone figlio di Autonoe e  nipote di Cadmo, che venne trasformato in cervo e sbranato dai suoi cani per punizione di avere visto nuda Diana "nimium saevi diva pudoris " (Oedipus, v. 763), dea dal pudore troppo feroce. Qui viene echeggiata la critica euripidea alla crudeltà degli dèi che spesso sono peggiori degli uomini.

Secondo Bruno Snell, Seneca “ha derivato da Callimaco questa maniera di collegare i miti”. Ma mentre nel poeta ellenistico “tutto è subordinato allo scherzo e all’umorismo”, Seneca lo fa per “dare un tono patetico allo stile”[3].

 

Pesaro 12 settembre 2026 ore 20, 48 giovanni ghiselli

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[1] Part. passato di fulcio, "puntello".

[2] L'astuzia è  dunque, come l'incesto.

[3] La cultyra greca e le origini del pensiero europeo, p. 375.