martedì 30 giugno 2026

L’apprendistato XXXIII. Debrecen 1968. Eva Vuortama seconda parte. Il comunista con pretese di eleganza e scarsa coscienza.


 

Nell’estate del 1968 dunque non avevo alcuna possibilità di fare il massimo con Eeva che gradiva la mia compagnia sì, ma non oltre la cena e la chiacchierata finale, priva di corteggiamento geniale necessario per piacere a una donna del genere tanto da  fare l’amore con lei.

 Avevo invece davanti agli occhi la prospettiva di farlo con una ragazza di Debrecen, bella assai e molto bendisposta nei miei confronti.

Non la contraccambiai perché quella venusta ventenne parlava solo ungherese e il nostro dialogo era assai limitato, quindi capivo che non era attirata dalla mia persona bensì dalla parte che recitavo e  cominciavo già a non sentire come mia, quindi a interpretarla male: quella del fighetto italiano con Mini Minor, scarpe, camicie, maglie, giacche di marca buona, cioè piuttosto costosa per uno studente. La correggevo professandomi comunista perché mi sembrava elegante essere di sinistra. Avevo votato per la prima volta in maggio: democrazia proletaria, l’estrema sinistra parlamentare.

Fulvio che allora si dichiarava fascista mi faceva notare che tra noi due il più vicino al popolo era lui: mi  ricordò il caso di Philby  e di altri   giovani facoltosi  britannici di famiglia  borghese che fin dagli anni degli studi avevano abbracciato la causa del comunismo e che,  posizionati nell'intelligence, erano di fatto agenti al servizio dell'URSS.

Quando intorno a metà agosto sentimmo e vedemmo passare nel cielo degli aerei diretti a nord-ovest, l’amico disse: “eh sì eh gianni, questi sono i sovietici che vanno a occupare Praga. Io reagìi gridando: “stai zitto Fulvio, fascista, sei il primo della lista!”. Quindi un altro degli slogan di allora: “fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”.

Il tono era scherzoso poiché pensavo che pure Fulvio scherzasse. Invece diceva sul serio e i fatti gli diedero ragione.

Ognuno è rimasto della propria idea, eppure ci siamo sempre voluti bene.

Ora, pagato il debito al “politico” che non deve mai mancare, torno al privato.

 

La Magiara era bella ma poco espressiva e fine. Preferivo uscire con Eva siccome mi insegnava di più sebbene il suo corpo non fosse irreprensibile: mi motivava a comportarmi con intelligenza e buon gusto per essere accettato da lei anche solo quale commensale e compagno di cori cantati o danzati. Volevo frequentarla come maestra di stile. Era dotata di anima.

Ricordo una sera in cui andammo a ballare al Művesz una cantina dal nome che significa “Artista”. Fuori pioveva. Quella fu un’estate di piogge: un’estate non estate a Pesaro, a Debrecen, sullo Starnbergersee[1]. Questo è il lago dove affogò Ludwig II di Baviera, il lunatico  sovrano del film di Visconti che mi sarebbe piaciuto quant’altri mai. Sarei andato a vederne i castelli teatrali con Ifigenia nel 1981 verso la fine della nostra storia.

 Morte e resurezione del re pescatore.

Docce continue di gocce fredde cadenti da un cielo privo di luci, quasi sempre coperte da nuvole acquose.

Pioveva spesso dunque nell’agosto del 1968 e la donna che bramavo non contraccambiava la brama mia. Però il dispiacere non mi fece impazzire né mi depresse: avevo infatti la sorte come maestra: “tuvchn ga;r ei[con didaskalon[2]. Mi aveva insegnato che quella donna mi avrebbe aperto altre vie con il suo esempio.

Alcune donne sono degne di studio, altre sono loro le borse di studio.

Quella sera Eva disse che aspirava all’arte poiché soltanto il contatto con la bellezza la faceva sentire viva.

“Già-rilanciai, adulandola-

E in te beltà rivive

L’aurea beltade ond’ebbero

Ristoro unico a’ mali

Le nate a vaneggiar menti mortali”[3].

Poi aumentai la dose: “Beauty is truth, truth beauty”, that is all-
Ye  know on earth, and all ye need to know
[4]”.

Troppo in una volta: da  arricchito intellettuale.

Più avanti avrei messo dell’ironia nelle citazioni.

Nel gennaio del ’65 avevo dato un esame complementare di letteratura inglese con un professore, l’ottimo Carlo Izzo, che non si fermava ai tecnicismi come quasi tutti gli altri e ne ero rimasto affascinato. Avevo studiato testi greci e latini senza una guida valida ma pensavo già la letteratura in modo comparativo. Non ancora con chiara coscienza però, né con l’intelligenza d come lo studio potenziasse la vita.

Citavo versi di poesia, Eva la poesia la viveva. E mi educava. Ogni sera pendevo dalle sue labbra dandole in cambio poco più che la mia ammirata attenzione. Evidentemente non le bastava per contraccambiare il mio amore. Mi dispiaceva parecchio.

Cercavo di attirarla con uno abbigliamento non ordinario per studenti borsisti quali eravamo tutti in quel luogo, e con una cura della persona quasi maniacale anche per reazione all’incuria ferina dei tre anni successivi al liceo. Ma la cosmesi vera che è la ginnastica[5] non era ancora entrata con tutta la  forza necessaria nel mio modus vivendi. Eva aveva capito che la bellezza da me sfoggiata era in gran parte esteriore, comprata, esibita. Insomma fasulla.

 Mi rivedo nelle foto di allora: sono ancora piuttosto tondo: non più come un mangiatore compulsivo e obeso quale ero stato, tuttavia non ancora impeccabilmente snello con vita da torero. Pure l’aspetto doveva migliorare. Molti altri passi su per salite erte e arte c’erano ancora da fare. Il mio modo di vivere e di studiare non era adeguato alle mie aspirazioni. Avevo tradotto  opere di Omero, dei tragici greci e di Virgilio senza averne capito i significati profondi, sebbene avessi riempito decine di quaderni di versioni letterali e paradigmi verbali. Non era stato un lavoro inutile: me ne sarei servito ancora quando avrei iniziato a insegnare nel liceo classico, nel 1975.

Nell’estate del ’68 non sapevo associare lo studio alla vita, non ero capace di trovare il momento opportuno per collegare quei versi sublimi alle mie azioni e aspirazioni. Avrei imparato a farlo nei tre anni successi.  Le borse di studio sarebbero state nei quattro anni seguenti  le tre finlandesi della trilogia che probabilmente già conosci, lettore. Helena, Kaisa e Päivi tre donne mirabili.

Rivedrò le loro storie e le renderò ancora più belle. Il numeri dei miei lettori potrà crescere ancora e pure la loro coscienza insieme con la mia

 

 

 

 

Bologna 30 giugno 2026 ore 18, 35

giovanni ghiselli

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[1] Cfr. T. S. Eliot, La terra desolata, 8.

 

[2] Cfr. Medea v. 1203

[3] Foscolo:  Ode all’amica risanata del 1803 (vv. 10-12)  (1803)

 

[4] Sono gli ultimi versi dell’ Ode on a Grecian Urn ( del 1819) di John Keats. “Bellezza è verità e verità bellezza”, questo è tutto/ quanto voi sapete sulla terra, e tutto quanto avete bisogno di sapere.

 

 

[5] Cfr. Platone, Gorgia, 465b-


L’apprendistato XXXII. Debrecen 1968. Eeva Vuortama, elegantiae arbitra. Prima parte. L’amore mancato.


 

Nel luglio del ’68  tornai a Debrecen con la borsa di studio ripristinata. Vi ritrovai  gli amici del 66, con gioia, una gioia che era ed è comunque una cosa seria, siccome nata dall’avere capito le cause di una crisi dolorosissima, quasi mortale, e di averla superata :"ta; dev moi paqhvmata ejovnta ajcavrita maqhvmata gevgone"[1].

 

C’erano, ancora due dei tre contubernali del ’66: Fulvio che cantava bene mettendo in lingua umana il verso delle pernici, e Danilo il bevitore e pure studioso che avrebbe fatto una carriera più brillante di tutti noi nella scuola,  poi si era aggiunto un nuovo studente di Parma, Claudio.  Anche questo non era insignificante. Ve lo farò conoscere.  E’ ancora vivo, come Danilo. Restiamo noi tre. 

 Una settimana dopo essere arrivato con una Mini Minor verde, in compagnia di Fulvio raccolto alla stazione di Ravenna, mi innamorai di una ragazza di Helsinki, la prima del ciclo finnico, non la prima delle amanti finlandesi però. Non posso scrivere, purtroppo, che con questa si fece il massimo- ejprvacqh ta; mevgista-[2] .

Non me lo concesse. Con pianto e rimpianto. Mio di sicuro.

Questa ragazza, Eeva Vuortama, aveva ventun anni , era bionda come è il grano poco prima di venire falciato nei giorni più belli dell’anno quando il sole ci dona benigno la sua luce già prossima al culmine e cominciamo a presoffrirne il declino.

 Eva aveva gli occhi celesti,  un viso bello assai, intelligente espressivo, mentre di corpo non era del tutto irreprensibile. Non contraccambiava il mio amore, non veniva a letto con me nella solita camera numero 4 del secondo collegio dove dormivo con Fulvio, Danilo e Claudio, il contubernale nuovo, un ragazzo di valore anche lui.

 Questa finnica dunque non mi amava, tuttavia  usciva  con me quasi ogni sera. Diceva che mi trovava simpatico, gentile, gradevole.

Sono apprezzamenti non sufficienti per fare l’amore e non soddisfacenti, per chi è innamorato e vorrebbe farlo. Mi dispiaceva assai quel suo sostanziale diniego della mia persona intera, ciò nondimeno la frequentavo assiduamente siccome sentivo di non perdere tempo in quanto da lei imparavo, come Odisseo dalle Sirene, pur costretto anche  lui  a non chinarsi su quelle bocche dalle voci soavi, su quelle lingue fatate. Mentre la osservavo e ascoltavo, pur inceppato dall’impossibilità di fare quanto avrei voluto, vedevo immagini necessarie alla mia crescita. Mi sentivo sollevato sulla pianura della Verità quando potevo starle vicino. Le idèe che questa ragazza ventunenne impersonava e interpretava erano quelle del buon gusto e dell’arte. Mi educava con l’eleganza del suo stile.

Migliorai in tutto durante quel mese grazie a lei. Feci progressi perfino nel mio inglese studiato a scuola solo fino alla quinta ginnasio, come usava in quel tempo. Noi Italiani eravamo, con i Francesi, i meno capaci di parlare altra lingua che quella materna nell’università ungherese frequentata da studenti di quasi tutto il continente eurasiatico. Da Eva imparai a capire e a parlare la lingua di Shakespeare, che al ginnasio sapevo solo tradurre.

Apprendevo  perché  ascoltavo tale maestra con enorme attenzione in quanto consideravo evangelica ogni parola sua e, se me ne sfuggiva anche una sola, me la facevo ripetere tutte le volte necessarie.

Noi umani siamo inclini ad amare chi ci rende migliori. Eva mi insegnò a correggere tanti difetti della mia educazione e del carattere: quell’estate avevo conquistato da poco un aspetto piacevole, da lepido moretto sia pure ancora non abbastanza snello e tanto asciutto da essere scambiato per un torero di successo, comunque  andavo fiero  dei progressi del corpo dando troppa importanza all’aspetto, come un pezzente arricchito sopravvaluta il denaro.

Mi sentivo attraente: già quasi bello,  benvestito non senza tocchi di sprezzatura, fornito dell’ automobile allora di moda e credevo, sbagliando, che questo bastasse ad affascinare e conquistare una donna non ordinaria. In quel mese compresi che quanto avevo raggiunto con grande fatica non era tuttavia sufficiente con una della levatura di Eva. Capivo che mi mancavano competenze speciali, capacità egregie, uno stile non ordinario. Quella ragazza manifestava il suo stile da artista quando cantava o danzava meravigliosamente, e rivelava la sua intelligenza educata quando parlava facendomi vedere le idèe del bello con semplicità e del bene senza mollezza.

 Le sue parole e i suoi movimenti erano di luminosa chiarezza: sicuri, espressivi, pieni di significato. Volevo diventare come lei e la presi quale maestra di stile, elegantiae arbitra.

Come avevo fatto con le miei consaguinèe per gli aspetti che mi piacevano in ciascuna di loro e mi si addicevano, come farò con le tre finniche egregie e generose  degli anni seguenti, quando avevo imparato come si deve parlare e agire con le donne di valore, e ve lo insegnerò, se continuerete a leggermi.

 

Quando ballava sulla terrazza e mi sorrideva, Eva, bionda di chioma, luminosa di occhi e bianca di pelle com’era, mi faceva pensare al sole quando appare  scoperto dai soffi del vento che sposta i rami frondosi della grande foresta e allontana le invide nuvole acquose. Osservavo con un incanto non privo di pena i disegni danzati da Eva vestita di nero e adorna di lunghi capelli che facevano salti  sintonizzati con i suoi passi.

 Da questo periodo piuttosto faticoso e artificioso si vede, caro lettore, che non ho fatto l’amore con Eva e che questo rimpianto mi  offusca ancora il cervello. Vedrai viceversa con quanta evidenza e bella semplicità racconterò gli amori con le tre Grazie

 

Quando il denso fogliame scuro o le nuvole inquiete nascondevano il cielo, allora, se la finlandese aurichiomata si allontanava dalla terrazza, tornava il buio nel mondo e si spengeva ogni barlume per me.

Mentre la osservavo, per la prima volta  capìi che a questa mia vita mortale potevano dare motivi di gioia non il denaro, la carriera, il successo caro al volgo, ma l’amore e l’arte. Sentivo di essere potenzialmente della razza di Eva: quella dei vivi davvero: la stirpe degli artisti fiammeggianti di un fuoco che traspare dalle espressioni del volto e del corpo: il gevno" degli eterni ricercatori della bellezza. Di questa famiglia eletta faceva parte quella giovanissima donna: in lei anche il movimento di un dito era un’espressione non ordinaria. Avevo bisogno di tempo, di studio, forse di altro dolore che avrei attraversato senza sciuparmi, necessitavo di gioia, di amore, poi sarei diventato un artista anche io. Lo volevo con tutte le forze per essere degno di Eva o almeno di una donna altrettanto dotata di quello stile che a me ancora mancava.

Una per cui non sarebbe stata nemesi[3] patire a lungo il dolore di una successiva, nascita nuova. Questa mi sarebbe costata due anni di studio con sacrificio totale di quasi tutti gli altri interessi.  Qualche anno più tardi però. Prima c’erano le tre finlandesi amabili, amanti e amate.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato

 

 

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Più di seimila lettori al giorno questo mese.

Ora comprendo che la rottura del femore  era nei disegni della Provvidenza, una “provvida sventura” per dirla con il Manzoni dell’Adelchi.

 L’ incidente del luglio scorso ha donato tempo al mio studio, ha raffinato la mia sensibilità, ha migliorato il mio stile, ha moltiplicato i miei lettori giornalieri, fatto che è un grande stimolo per me.

 

 

 

 

 



[1] Le mie sofferenze che sono state spiacevoli, sono diventate apprendimenti (Erodoto, I,207). Parole di Creso.

[2] Teocrito, Farmakeuvtriai, le Incantatrici, II idillio, v 143

[3] Cfr. Omero Iliade, III, 156