domenica 15 marzo 2026

Ifigenia XXV Il risveglio. Il cielo e la strada. La scuola e la sua atmosfera. Didattica e politica.


 

La mattina seguente, il 30 novembre, mi alzai ancora assonnato. Aperta la finestra, vidi confortevoli segni della terra e del cielo: la grande nevicata era finita e la massa bianca liquefacendosi permetteva consentiva di transitare da casa al lavoro con qualsiasi mezzo. Anche il cielo si stava schiarendo: tra le nuvole che a mano a mano si rarefacevano apparivano alcuni pezzi di azzurro. Questo, aiutato da un vento non freddo, apriva la strada ai cavalli del sole che, usciti dal mare Adriatico, galoppavano verso l’alto del cielo. Una nube nera ma squarciata nel mezzo e sbrindellata sui fianchi non poteva nascondere l’immagine luminosa, divinamente compatta che risaliva rotonda con i raggi ancora irrorati dalla spuma marina, portando conforto, con l’augurio di un dì più sereno, a me e agli altri mortali oppressi dal buio inquieto della lunga notte nevosa. Nutrivo nell’anima ancora qualche apprensione per le difficoltà che avrei dovuto affrontare insieme con la giovane collega e amante , tuttavia non avevo angosce quella mattina poiché, dopo aver riposato e mentre osservavo la faccia santa e luminosa del primo fra tutti gli dèi, pensavo che la bella ragazza fosse disposta a lottare con me per seguitare a incontrarci nel talamo nostro dalle cinque alle sette di sera, e confidavo che per noi due ci sarebbe stato un futuro pieno di cose belle e utili da fare insieme.

 Non solo lussuriosi, libidinosi e dissoluti eravamo entrambi, ma anche capaci di creare nel bello secondo l’anima. Ifigenia queste speranze le aveva dichiarate più volte e quella mattina volevo condividerle mettendo via la stanchezza, rinunciataria, senile che talora mi assaliva.

Quando per le strade non più ingombre fui arrivato al liceo ed ebbi parcheggiato la nera Volkswagen nel cortile della scuola, entrai nel piano terreno e lo percorsi tutto senza incontrare la bella compagna, quindi salìi le scale ed entrai nella sala dei professori.

In settembre avevo iniziato il terzo anno di insegnamento al Minghetti che nei due precedenti era stato guidato dal preside gentiluomo Pietro Cazzani, democratico, colto, intelligente e ancora di bell’aspetto pur dopo i sessanta. Una figura paterna e quasi un modello per me.

Quest’uomo mi aveva aiutato nella difficile circostanza dell’inserimento nel nuovo ambiente piuttosto prevenuto nei confronti dei colleghi giovani e non deformi. Cazzani aveva incoraggiato con parole umane la mia laboriosa crescita culturale e professionale ancora in fìeri dopo l’esordio imolese dove un altro preside galantuomo Davide Ciotti, una cara persona, mi aveva aiutato. Altri incoraggiamenti decisivi li avevo ricevuti dalle ragazze e dai ragazzi miei studenti.

Il preside nuovo arrivato non era bello né buono, nemmeno educato era. Quando andai a salutarlo per vedere chi fosse e farmi conoscere, mi respinse pregiudizialmente dicendo: “Io non l’ho fatta chiamare”. Tornai indietro assai disgustato da quel modo di fare. Mi tornò in mente l’esordio alla scuola media di Carmignano di Brenta che tu, lettore, conosci .

“E’ un prepotente e un villano”, pensai anche questa volta.

Il nuovo preside bolognese mi era ostile come quello della scuola media di Carmignano dove avevo debuttato nel 1969, ma là per fortuna c’era  una collega autorevole che mi difendeva: la vicepreside Antonia Sommacal che sarebbe poi diventata un’amica, l’amica migliore che abbia mai avuto, molto migliore e più amica di tante amanti.

Nel liceo Minghetti di Bologna invece non avevo difensori decisi e sicuri tra i colleghi.

Il gruppo, o piuttosto il gregge degli apolitici, inutile peso alla terra, per non avere noie si conformava agli umori del preside e al suo malvolere nei miei confronti; a fascisti non ero mai piaciuto, ma finché c’era il preside a me favorevole si limitavano a evitarmi, ma  dopo l’avvento del nuovo dirigente, lo aizzavano contro di me rendendolo sempre più malevolo e ostile alla mia persona.

E i comunisti?

Nemmeno quelli che avevo immaginato quali compagni politici mi approvavano del tutto per la varietà delle idèe che traevo da autori diversamente disposti non solo negli scaffali: dai “religiosi” arcaici Pindaro e Sofocle, come dal “sacrilego Euripide” e dai razionalisti Democrito, Epicuro, Lucrezio; per giunta mi piacevano Nietzsche e T. S. Eliot, Pound e Céline, autori che per alcuni di loro andavano addirittura messi all’indice.

Tra i denigratori, i più rancorosi, ipocriti e tristi tutori dell’ordine piccolo borghese e fascista,  mi calunniavano accusandomi  di estremismo, e istigavano il preside perché mi cacciasse una volta per tutte. Che cosa facevo di male secondo il loro pensiero che presentavano confusamente attraverso metafore e allegorie maliziose?

Insegnavo a pensare, a non credere, a non obbedire prima di averci pensato; estirpavo l’erba cattiva dei luoghi comuni dall’anima dei ragazzini invogliandoli a leggere i testi degli autori-accrescitori; stimolavo a confrontare gli autori tra loro, a esaminare idèe contrapposte-dissoi; lovgoi appunto-, a verificare o smentire attraverso le loro esperienze le letture fatte, a raccogliere e ricordare le espressioni efficaci e belle, a utilizzare la cultura per potenziare la natura, come avevano insegnato a me gli autori egregi che mi avevano accresciuto.

Abituavo i ragazzi a considerare la grammatica e la sintassi quali mezzi necessari per arrivare a leggere i testi, a capirli, a conoscere bene i significati veri, cioè etimologici delle parole. Dagli autori che presentavo, citavo e spiegavo, i miei allievi dovevano imparare a parlare e a scrivere con chiarezza, brevità e forza, a trovare uno stile di studio e di vita, elegante e pure produttivo di risultati buoni. I ragazzi del liceo che mi erano stati tolti seguitavano a chiedere la mia presenza perché si erano sentiti aiutati a maturare da un giovane insegnante impegnato a crescere con loro, a diventare uomo lui stesso con una disciplina severa e un entusiasmo che sapeva trasmettere.

Ma la cricca invidiosa metteva su il nuovo preside contro di me e gli dicevano che io plagiavo gli studenti seducendoli per politicizzarli con artifici e astuzie indegne di un docente.

Una vecchia collega simpatica mi disse: “i ragazzi ti amano perché li attrai con i mezzi non comuni che hai, diversi colleghi ti odiano perché non hanno le tue doti né le capacità tue”.

I simpatizzanti con il mio metodo e la mia persona però erano pochi, si facevano sentire di rado e assai flebilmente.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota.

Bologna 15 marzo 2026 ore 18, 32 giovanni ghiselli

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Ifigenia XXIV. Il taxi della salvezza. Le Maddalene di sesso maschile.


Non sapevamo come fare. A un tratto, sebbene non si vedessero automobili in giro, ci venne in mente l’esistenza dei taxi. Finalmente una voce rispose al telefono. Supplicai di mandarne uno al più presto : mia moglie, incinta di sette mesi , doveva ricevere la benedizione estrema della madre soggetta a sua volta all’estrema unzione, dissi.

Mi era venuta in mente Filumena Marturano.

La voce fredda o raffreddata rispose che si sarebbe  fatto il possibile. Quindi ci vestimmo e ci attaccammo alla finestra che risponde alla strada schiacciando contro il vetro i nasi abbastanza pronunciati, e già geneticamente e un poco ornitologicamente incurvati, per  antivedere l’arrivo sotto casa dell’autoambulanza necessaria al salvataggio del nostro amore in pericolo serio.

Dovevamo predisporci a scendere nella strada.

 Tuttavia ogni tanto staccavamo i nasi dalle lastre fredde per darci dei baci, scaldarci e incoraggiarci a vicenda. Ifigenia faceva domande allarmate: “Se la neve che cade da ore causando incidenti avesse ostruito e bloccato ogni strada?”. La guardavo allargando le braccia in segno di impotenza disperata, ma pensavo che lei invece  sperasse di essere costretta dalle circostanze a una rivelazione, quindi a una rottura con il marito.

Io al contrario temevo che se il nostro rapporto avesse preso la strada piatta della legalità avrebbe perso quel gusto piccante del proibito, del momentaneo rubato alla consuetudine noiosa. Per me era importante che si conservasse e durasse il più possibile a lungo quel tanto di furtivo che eccita il desiderio e innalza, potenzia la sensualità fino a prestazioni veramente olimpiche.

 

Finalmente scorgemmo un taxi in arrivo. Era bianco e giallo. “Ecco la Margherita della salvezza!”, esultò Ifigenia. “Bellina,  monella!” pensai tutto contento che potesse tornare a casa sua e mi lasciasse solo a riflettere in pace e in silenzio.

 

L’ascensore era occupato sicché scendemmo i cinque piani di scale saltando precipitosamente i gradini a due o tre per volta ma senza cadere.

La frattura del mio femore destro distava decenni.

 

Poi finalmente la ragazza entrò nel taxi. “Ti abbraccio forte ” le gridai, quindi pregai il tassista di fare presto. L’uomo indicò la neve senza dire parola. Risalìi adagio le scale.  Ero in contraddizione con me stesso: da una parte mi garbava che Ifigenia tornasse  nel legittimo talamo, dall’altro temevo  che il nostro castello fatato svanisse prima del tempo. In effetti non aveva fondamenta valide né solide mura. Intanto eravamo fuori pericolo. Erano le sette e un quarto di quel 29 novembre.

 

Ora so che la mia paura era interna: un sentimento di colpa che si aspettava un castigo. Oscuri terrori superstiziosi o piuttosto scrupoli morali per i nostri inganni?

Ora so  che Cristo salvò la vita all’adultera e perdonò la peccatrice: “dico tibi: remissa sunt peccata eius multa quondam dilexit multum; cui autem minus dimittitur minus diligit.  Dixit autem ad illam: “Remissa sunt peccata tua” - N. T. Luca, 7, 47- 48).

 Parole santissime. Valgano anche per me e per Ifigenia che del resto non si trova più in questa dimensione. Non so se dal cielo o dovunque si trovi mi benedica. Credo di no. E’ stata una formidabile amante piuttosto a lungo però quasi mai un’amica.   

 Se ho peccato fu in diversi paesi e oramai le donne sono tutte morte, quasi tutte.  Impiegherò il tempo che mi resta a onorarle scrivendo, e a pregare per loro.

Chiudo il racconto di quel 29 novembre lontano con questa piccola ma devota orazione : “Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen”.

 

p. s

Cristo salvò la vita all’adultera e perdonò la peccatrice.

Tolstoj ci scherza sopra con intelligenza:" I libertini, queste Maddalene di sesso maschile, hanno un segreto senso della propria innocenza, né più né meno come le Maddalene femminili, e basato sulla medesima speranza di perdono:"Tutto le sarà perdonato, perché ha molto amato; e a lui tutto sarà perdonato, perché si è molto divertito"[1].

La peccatrix-ajmartwlov~ non era Maria Maddalena  e nemmeno l’adultera ma va bene lo stesso.

Nella letteratura le adultere femmine come Madame Bovary e Anna Karenina finiscono suicide, mentre gli adulteri maschi come Stiva, il fratello di Anna Karenina se la spassano impuniti. Non mi sembra giusto.

 

 

Bologna 15 marzo  2026 ore 18  giovanni ghiselli

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[1]Guerra e pace ,  libro II, parteV, 10. p. 855.