Tre amori a Debrecen
Ho cercato di dare l’impronta dell’universale ai miei casi personali.
Credo che questo mio libro che racconta l’apprendistato di un giovane, apprendistato alla vita e all’amore, possa giovare anche all’educazione sentimentale di tanti ragazzi, soprattutto di quanti, carenti di parole, non sono in grado di corteggiare una ragazza elegantemente, persuasivamente, e talora nemmeno civilmente.
I corteggiamenti reciproci che racconto sono tra le parti più significative e formative del romanzo. Anche l’ampia sezione dedicata alla scuola contiene parole e idèe che possono aiutare i giovani nel loro sviluppo. Non solo i ragazzi studenti ma anche i giovani insegnanti che trovano difficoltà all’inizio del loro lavoro. Il primo problema è quello di farsi ascoltare da una classe.
Il docente come ogni persona che parla ad altre persone deve rendersi interessante. Per questo è necessario avere una buona conoscenza degli argomenti trattati e qualche esperienza vissuta che verifichi o smentisca la teoria esposta.
La scuola non deve reprimere la fantasia, lo stupore dei giovani, lo qaumavzein da cui nasce la filosofia secondo Aristotele: "dia; ga;r to; qaumavzein oiJ a[nqrwpoi kai; nu'n kai; to; prw'ton h[rxanto filosofei'n"[1].
Il professore deve essere un maestro di vita oltre che della sua disciplina, non un umbraticus doctor inteso a distruggere gli ingegni-ingenia delere.
La cultura insomma deve diventare sofiva, sapienza che potenzia la vita.
Le scienze ridotte al calcolo e alle formule possono ignorare i caratteri individuali, esistenziali, affettivi dell’essere umano, mentre un bel romanzo o un bel film rivelano anche gli arcani della condizione umana-cfr. Cfr Morin, La testa ben fatta (p. 41).
Ciascun lettore può riconoscere diversi aspetti della propria vita attraverso questo mio libro: indagando me stesso ho scoperto l’umano.
Quanto alla mia professionalità scolastica, insegnando ho cercato di dare le visioni d’insieme che raramente ho ricevuto da chi mi insegnava a Pesaro prima, a Bologna poi; sicché ho voluto trovarle con le mie ricerche perché mi mancavano e ne sentivo il bisogno per me e per i miei studenti.
Visioni d’insieme di ogni autore e delle sue opere senza trascurare la specificità di ogni testo e la bellezza di molte espressioni.
La mia base di queste sinossi è stata la conoscenza di buona parte della letteratura greca con la filosofia e la storiografia. Poi, su questo fondamento, la cultura latina e diverse parti di quella europea. Cultura prevalentemente letteraria e storiografica con gli antichi, poi quasi esclusivamente letteraria a mano a mano che ci si allontana dai Greci e dai Latini.
Tra le lingue moderna me la cavo solo con l’inglese. Discretamente con quello scritto, abbastanza da farmi capire con il parlato.
Per quanto riguarda la musica mi piace il melodramma per la presenza della parola e perché, come pesarese, ho sempre saputo di Rossini e tutti gli anni ne seguo il festival da tanto tempo oramai. All’Arena di Verona sono stato invece poche volte. Vado invece ogni anno a vedere le tragedie greche rappresentate a Siracusa e diverse volte quelle recitate nel teatro di Epidauro.
Quanto alle arti figurative ne possiedo solo un’infarinatura e non ne ho una forte sensibilità. Mi hanno commosso il maestro di Olimpia e quello di Pergamo per la rappresentazione dell’Ordine che prevale sul Caos. Ci vedo la storia della mia vita e di ogni vita davvero umana. Mi piace molto anche il sommo maestro di Sansepolcro, per averne sentito parlare e viste le opere fin da bambino, data la provenienza dal Borgo aretino della famiglia materna, e per avere trovato da adulto delle analogie di forma e di spirito tra le madonne di Piero della Francesca, particolarmente quella del parto, e l’Elena della mia vita.
Anche Raffaello Urbinate è tra i miei preferiti. Questi due pittori hanno rappresentato l’ordine, l’apollineo mentre il Caos lo vediamo piuttosto in Hieronymus Bosch e in Picasso, per esempio.
Come motto conclusivo cito le parole che costituiscono la somma del pensiero educativo di Pindaro: gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II v. 72), diventa quello che sei.
Aggiungo un altro motto latino: Se sei umano, diventa davvero umano e sappi che tutto quanto è umano ti riguarda, ti si addice e ti conviene.
Tale dichiarazione di umanesimo è di Terenzio:" :"Homo sum: humani nil a me alienum puto "[2]
Ho scritto questo libro inattuale per elogiare la Vita che oggi viene offesa fino allo sterminio di bambine e bambini. La violenza è di moda.
La moda sorella della morte?
Giacomo Leopardi in una delle sue Operette morali più significative- Dialogo della Moda e della Morte- ha scritto che la moda è sorella della morte. Aggiungerei la guerra quale terza sorella criminale e funesta.
Nel dialogo la Moda dice alla Morte: “io sono la moda, tua sorella”. E la morte: “Mia sorella?” “Sì-risponde la moda- non ti ricordi che siamo nate dalla caducità?...e so che l’una e l’altra tiriamo parimenti a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù…la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi”.
Si pensi ai tatuaggi, alla chirurgia estetica e ad altre schifezze del genere
Oggi piuttosto la morte è proprio la moda più diffusa.
Morte degli aspetti più vivi della vita.
Morte dell’amore, morte della cultura, della cortesia, del rispetto, della virtù, sia nel senso cristiano, sia in quello machiavelliano della capacità.
Morte della politica i cui rappresentanti ripetono tutti gli stessi luoghi comuni. Non sono politici siccome non si prendono cura della polis. All’ideologia tanto deprecata è subentrata la chiacchiera vuota di contenuto
Ho scritto un libro che racconta un mondo dove la vita per qualche anno è stata viva, bella, rigogliosa, un romanzo che descrive una società nella quale era di moda l’umanesimo, l’aiuto reciproco, perfino l’amore era di moda, non la droga seguita dallo stupro digrignante, poi pubblicizzato con il cellulare. Non era una consuetudine ammazzare le donne.
Gli anni d’oro della mia generazione sono stati gli ultimi del decennio Sessanta e i primi di quello successivo.
Era di moda, ossia i mores optimi e molto diffusi erano osservare il cielo, la natura, il prossimo invece del telefonino. Osservare e ascoltare, leggere libri buoni e imparare.
Per qualche tempo c’è stata perfino la moda dell’aiuto reciproco, dell’accoglienza dello straniero strano, e quella del corteggiamento reciproco tra ragazzi e ragazze fatto a lungo con intelligenza, rispetto e cortesia per amare ed essere amato.
Non era impossibile che un ventenne disgraziato e infelice, quale sono stato io per tre anni, trovasse una solidarietà fra i coetanei, un aiuto che valesse non solo a salvargli la vita, ma addirittura a rendergliela desiderabile e bella.
Poi la moda dell’amore è passata, però c’è un ciclo, un orbis delle mode, come delle stagioni, e sono certo che ritornerà il costume buono della solidarietà e dell’ amore.
Lo stile del mio libro
Per quanto riguarda lo stile credo siano ancora validi i suggerimenti
di Aristotele "Levxew~ de; ajreth; safh' kai; mh; tapeinh;n ei\nai” (Poetica 1458a, 18 ), pregio del linguaggio è essere chiaro e non pedestre.
Lo stile si scosta dall’ordinario quando usa espressioni peregrine toi`~ xenikoi`~ kecrhmevnh :“xeniko;n de; levgw glw'ttan kai; metafora;n kai; ejpevktasin kai; pa'n to; para; to; kuvrion” (1458a, 22 ), con peregrino intendo la glossa, la metafora, allungamento e ogni forma contraria all’usuale. Si tratta insomma di trovare inopinata verba e callidae iuncturae che tuttavia siano chiare, come il viso esotico deve essere comunque luminoso.
Appendice sull’adulterio.
Le adultere del mio libro hanno lasciato me, non i mariti.
Mi hanno dichiarato amore dicendo che i loro sposi non erano abbastanza intelligenti poi però sono tornate ciascuna dal rispettivo consorte.
“Vennero donne con proteso il cuore
Ognuna dileguò senza vestigio”[3].
Le tracce le ho lasciate io raccontando le nostre storie.
Ho giustificato l’adulterio dopo diversi altri autori a partire da Saffo.
Sentiamo come si giustifica l’adultera Molly Bloom dell’Ulisse di Joyce: “Oh quanto chiasso se fosse tutto qui il male che facciamo in questa valle di lacrime O much about it if thats all the harm ever we did in this vale of tears.
Lo sa Iddio che non è poi un gran che tutti lo fanno solo che non si fanno vedere God knows its not much doesnt everybody only they hide it (Joyce, Ulisse, XVIII episodio, Penelope. Il letto)
Voglio indicare un'altra adultera che nega ogni significato cattivo al suo tradimento: si tratta della Clitennestra della Yourcenar che fa l' autodifesa:"Signori della Corte, esiste un solo uomo al mondo: il resto, per ogni donna, non è che un errore o un malinconico surrogato. E l'adulterio non è sovente che una forma disperata della fedeltà. Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino a che punto fosse sostituibile colui che amavo"[4].
L' indulgenza verso l'adulterio del resto non se l'è inventata la Penelope infedele di Joyce né la Clitennestra della Yourcenar: si trova già in Saffo (VII-VI sec. a. C.), in Menandro e addirittura nelle parole di Cristo. Viceversa Catullo lo condanna. Cerco sempre di presentare opinioni contrastant
Sentiamo Saffo
La cosa più bella. Contro la guerra
Vediamo l'ode più ideologica di Saffo, quella chiamata "La cosa più bella"(fr. 16 LP):"alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti,/altri di navi dicono che sulla terra nera/sia la cosa più bella-emmenai kavlliston-, io quello/che uno ama./Ed è facile assai rendere questo/comprensibile a ognuno: infatti quella che di gran lunga superava/nella bellezza gli esseri umani, Elena, dopo avere lasciato/il marito che pure era il più valoroso di tutti,/andò a Troia navigando/e non si ricordò per niente della figlia/né dei suoi genitori, ma Cipride la/trascinò, in preda all'amore. (vv. 1-12)...Anche a me ora ha fatto ricordare[5]/di Anattoria assente./Di lei ora vorrei vedere l'amabile passo/ e il fulgido scintillio del volto/piuttosto che i carri dei Lidi e i fanti/che combattono nell'armatura". (vv. 15-20).
Saffo afferma il proprio gusto di persona e di donna: al mondo maschile della guerra ella contrappone quello femminile dell'amore, e non dell'amore matrimoniale, bensì dell'Eros come rapimento dei sensi e dell'anima travolti da Afrodite.
Come succede a Cherubino di Da Ponte-Mozart "ogni donna mi fa palpitar. Solo ai nomi d'amor, di diletto, mi si turba, mi s'altera il petto".
Il nome che prediligo è quello di Elena circondato da un alone sacro.
Da Saffo dunque ha inizio la palinodia su Elena[6], una rivalutazione che però non ha bisogno, come quelle operate da Stesicoro (VII-VI sec. a. C.) e da Euripide, (nell' Elena del 412 ) di sostenere che la bella donna in realtà rimase fedele a Menelao, siccome a Troia andò solo un fantasma; né adduce il motivo patriottico, come farà Isocrate[7] nell' Encomio di Elena[8] sostenendo che la splendidissima fu la causa dell'unità del mondo greco contro la barbarie asiatica (67) in una guerra che prefigurò l'unità antipersiana auspicata dall'oratore; né deve accumulare una caterva di giustificazioni come Gorgia, il maestro di Isocrate, nel suo Encomio di Elena :" ella in ogni caso sfugge all'accusa poiché fu presa da amore, fu persuasa dalla parola, fu rapita con la violenza, e fu costretta da necessità divina"(20)
Invece la riabilitazione di Saffo è semplice e diretta: la poetessa approva la scelta amorosa della donna che ha seguito il richiamo della cosa più bella, un uomo che le piaceva più del marito, e quindi ha lasciato Menelao, senza tenere conto di convenzioni sociali, convenienze economiche o pastoie di qualsiasi genere[9].
Vediamo altri casi di comprensione per l'adulterio, anzi proprio per l'adultera. Nella commedia L'arbitrato (Epivtreponte") di Menandro (attivo tra il 320 e il 292 a. C.) troviamo un vero momento di mavqo" (comprensione) tragico quando Carisio, il marito che si crede tradito, definisce se stesso, ironicamente, l'uomo senza peccato attento alla reputazione ( ejgwv ti" ajnamavrthto", eij" dovxan blevpwn, v. 588) e comprende che l'errore sessuale della moglie Panfile, presunto, ma da lui ritenuto reale, è stato un "infortunio involontario"( ajkouvsion gunaiko;" ajtuvchm j, v. 594).
Il protagonista di questa commedia ripropone la formula antica della dovxa , la reputazione, ma poi la supera con quel "io l'uomo senza peccato", ejgwv ti" ajnamavrthto", che anticipa il Vangelo di Giovanni:"chi di voi è senza peccato scagli la pietra per primo contro di lei, oJ ajnamavrthto" uJmw'n prw'to" ejp j aujth;n balevtw livqon (8, 7).
Qui, nel Nuovo Testamento secondo Giovanni, non si tratta di un adulterio presunto come nella commedia di Menandro. Infatti gli scribi e i farisei portano al tempio una donna còlta in adulterio (mulierem in adulterio deprehensam ) e chiedono al Cristo, che insegnava in quel luogo, se dovesse essere lapidata secondo la legge mosaica. Lo dicevano per metterlo alla prova e magari poterlo accusare. Gesù allora si diede a scrivere con il dito sulla terra. E siccome lo incalzavano, il Redentore rizzatosi disse loro:" qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat ". E riprese a scrivere per terra. Tutti gli altri uscirono, e il Cristo, rimasto solo con la donna, la assolse, come tutti gli altri, aggiungendo:"vade et amplius iam noli peccare " (7, 11), vai e non peccare più. Che significa: scegli tra i due uomini quello che ami.
Cristo disse bene anche della peccatrice :"Remissa sunt peccata eius multa, quoniam dilexit multum, cui autem minus dimittitur, minus diligit " (Luca, 7, 47), le sono perdonati i suoi molti peccati poiché ha amato molto, quello invece cui si perdona meno, ama meno
L’epigrafe del mio libro potrebbe essere. “remissa erunt peccata mea multa quondam dilexi multum”.
Ma devo dare spazio anche a Catullo che biasima l’adulterio
Nel carme 66 i versi di biasimo dell'adulterio (79-88) aggiunti alla Chioma di Berenice di Callimaco associano la polvere all'impurità delle spose infedeli:"sed quae se impuro dedit adulterio,/ illius a! mala dona levis bibat irrita pulvis ", ma se qualcuna si concede all'impuro adulterio, ah la polvere leggera beva inutilmente i doni cattivi di quella (84-85).
Appendice della presentazione del mio libro.
La presenza dei classici antichi e moderni nel mio libro.
A proposito del classicismo che si ripropone periodicamente nella nostra Civiltà, possiamo aggiungere che la bellezza si coniuga non solo con la semplicità ma anche con l'antichità. Lo suggerisce Plutarco nella Vita di Pericle quando afferma che ognuna delle "opere di Pericle", ossia degli edifici fatti costruire sull'Acropoli, era, kavllei, per la bellezza già allora antica , ajrcai'on; mentre per la loro rifioritura (ajkmh'/ ) appare ancora oggi recente e appena ultimata (13, 5).
Credo che anche la letteratura, se pure tratta di fatti contemporanei, debba apparire subito antica per la nobiltà e la bellezza tanto della forma quanto del contenuto .
Questo romanzo di formazione ha una concezione pedagogica: non solo il protagonista ma tutti i suoi personaggi sono emblematici e lasciano un’immagine della loro vita. Sono insomma paradigmi, modelli. Se positivi, negativi o ambigui lascio deciderlo al lettore.
Hanno in comune la stranezza, la stravaganza rispetto alle persone ordinarie siccome queste non sono entrate nell’indagine accurata dell’autore. Il lettore può vedere immagini peregrine, cioè esterne rispetto all’orizzonte ristretto dei media e dei luoghi comuni.
Chi mi leggerà troverà situazioni situate al di là delle pareti della caverna platonica e delle menzogne tanto pubblicitarie quanto propagandistiche.
Nello straordinario e stravagante fuori luogo rispetto all’ordinario odierno metto in prima fila la cultura, la cortesia, la generosità, la bellezza. E l’amore realizzato attraverso il corteggiamento.
Il protagonista alla fine dell’adolescenza ha provato a contraffarsi per apparire ordinario anche lui, ma non ci è riuscito, anzi si è accorto che per volere apparire usuale diventava molto più brutto e infelice di come credeva di essere; allora ha accettato e talora perfino accentuato la propria stranezza, magari abbellita, cosmetizzata attraverso letture di libri buoni e grazie alla frequentazione di persone intelligenti e probe.
Quindi un poco alla volta è piaciuto a se stesso, poi via via ad alcuni suoi simili, infine a molti tra i suoi allievi. Quasi tutti.
La salvezza del personaggio protagonista del libro si è fondata sulla cultura, la bellezza e l’amore. Se questi valori torneranno a essere di diffusi salveranno il mondo.
Concludo citando una definizione non mia della cultura
"Cultura è quella vasta forma del ricordo che non solo sa mettere spiritosamente in contatto cose fra loro distanti e divertire con sorprendenti trovate l'ascoltatore, ma che abbraccia anche, con largo sguardo, le varie parvenze della vita"[10].
Bologna 27 maggio 2026 ore 17, 43 giovanni ghiselli.
p. s.
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[1] Metafisica , 982b.
[2]Heautontimorumenos , 77.
[3] G. Gozzano, La signorina Felicita, vv. 259-260.
[4] M. Yourcenar, Fuochi, p. 88.
[5]Il soggetto probabilmente è Cipride.
[6]la quale nell'Odissea , IV, 145, tornata a Sparta, buona moglie , brava regina e avveduta padrona di casa, pentita dei propri trascorsi, chiama se stessa "faccia di cagna"
[7] 436-338 a. C.
[8] Del 390 a. C.
[9]Questa prima affermazione di indipendenza della donna risuonerà nelle parole di alcuni drammi greci dei quali ci occuperemo più avanti e procederà a mano a mano fino ad arrivare alla Nora di Ibsen (del 1879):"io devo, anzitutto, pensare ad educare me stessa. Ma tu non sapresti aiutarmi..per questo ti lascio." E quando il marito le obietta:"prima di ogni altra cosa, tu sei sposa e madre", ella risponde:"Non credo più a questi miti. Credo di essere anzitutto un essere umano, come lo sei tu..So che la maggioranza degli uomini ti darà ragione, e che anche nei libri dev'esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso più ascoltare gli uomini, né badare a quello ch'è stampato nei libri. Ho bisogno di idee mie e di vederci chiaro"(Una casa di bambola , trad. it. Newton Compton, Roma, 1973, atto terzo).
[10] Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Il giocoso in Callimaco , p. 382.