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| Renaissance-Inspired Ancient Style Painting of Heaven, Celestial Serenity Unveiled: Enchanting di David (generato con intelligenza artificiale) |
Lo scopo del mestiere di storico - cui modestamente noi aspiriamo anche da queste colonne - è quello di guardare al passato con l'idea di trovare qualche spiegazione alla realtà attuale, offrendo qualche linea da seguire per il futuro. Metodo che illustre filosofi, da Hegel a Nietzsche, ma anche Agostino e Carlyle, fino a Bloch, hanno tentato di approfondire allo scoccare di ogni passaggio di millennio o di secolo. L'occasione di ripetere anche ora, in un XXI secolo denso di guerre, carestie, epidemie e disastri naturali, avvenute in appena meno di trent'anni. Idea che nasce da due volumi che vi invitiamo a meditare: Il nome della rosa, del sociologo e storico Umberto Eco, a 10 anni della morte; nonché il recentissimo saggio di Rosario Lo Bello, Logici eretici, Amalrico di Bène gli Amalriciani nelle fonti del XIII secolo, ed. Vita e Pensiero, Milano, 2025. Essi riaprono la storia e i problemi della prima grande crisi alle soglie del secondo millennio cristiano, quando la fine delle invasioni barbariche, la sconfitta dell'islam in Europa occidentale, il contenimento delle carestie e delle epidemie connesse a quegli eventi, sembravano limitare quello scoramento culturale e sociale scatenato dalla caduta e dalla frammentazione del mondo mediterraneo, senza contare la fine della miriade di eresie e interpretazioni del Cristianesimo, che avevano sconvolto la vita dell'Uomo classico, ormai lontano dal paganesimo e dall'anarchia politica che lo aveva visto spaesato sia per la fine dell'Impero Romano sia per l'avvento dell'età senza schiavi imposta dalla nuova Fede.
Non
stupisce che verso la fine del secondo Millennio, nell'800 tecnico e
scientifico, positivista e ateo, era il tempo di demitizzare il portatore di
quella Fede che non aveva limitato le antiche calamità che affliggevano il
genere umano. Al mito della Salvezza ottenuta col sacrificio dell'uomo - Dio -
incarnatosi per riportare l'Uomo in cielo; un Carducci positivista sostituisce
il mito delle scoperte scientifiche quali vere armi moderne per vincere quei
mali. Il poeta usa la metafora dell'alba dell'anno 1000, come momento di
speranza e di rinnovamento dopo le paure dei secoli bui. La tromba
diffondendo un suono tra i sepolcri del mondo /spingerà tutti davanti al trono/
la morte e la Natura si stupiranno/quando risorgerà ogni creatura/ per
rispondere al giudice./ Davanti alla Resurrezione, la morte stessa si stupisce
e contempla quanto avviene./Sarà presentato il libro scritto / nel quale tutto
è presente/ dal quale si giudicherà il mondo./E dunque, quando il
giudice si siederà/ogni cosa nascosta emergerà/niente resterà senza pena!/Che
dirò allora, misero me?/Quale santo invocherò? O Re dalla maestà tremenda/che
persino gli eletti non perdoni? Solo per la tua Grazia, salvami e abbi pietà!
Distico raccolto da Gioacchino da Fiore però ben dopo l'anno 1000, quando la
verità reale di un mondo che continuava nei suoi mali, consentiva all'Uomo del
Medio evo più buio di riprendere a vivere. Infatti, all'alba dell'anno 1000,
gli storici dell'economia rilevano come la ripresa dell'agricoltura dovuta sia
al mulino ad acqua e alle connesse procedure ampliative della coltivazione di
cereali, col relativo incremento commerciale derivato a partire dai mercati per
la fine delle invasioni barbariche. Sono state queste le cause del risveglio
sociale da parte delle masse contadine verso una nuova urbanizzazione. Fattori
che la guerra delle Investiture fra Papato e Impero hanno sostenuto a vantaggio
dell'istituzione locale, il c.d. Comune Rustico. La convergenza dei ceti
emergenti paleocapitalisti impone l'adozione di forme istituzionali sganciate
dalla tradizionale ma superata diarchia fra Papato e Impero.
Da
qui la ricerca di una mediazione culturale al di là del conflitto. Spicca ora
il ruolo degli intellettuali, filosofi e teologi, peraltro inclini a tutelare
le parti a danno delle altre, rinforzati da opinioni poco allineati alla
tradizione. Si pensi ai filosofi vicini all'Impero - per esempio Giovanni di
Salisbury (1110 - 1180) - oppure ai filopapisti - per esempio, Egidio
Romano (1243-1316) - mentre avanza l'ideologia favorevole ai Comuni: è il caso
di Brunetto Latini (1220-1294), maestro di Dante, fautore dell'idea comunitaria
della politica, naturalmente in odore di eresia. In sintesi, il secolo XII e il
successivo costituiscono il tempo di un'età in movimento, fra la lotta fra
Impero e Papato, fra dispersione dell'unità imperiale post-carolingia; e
frammentazione di una Chiesa romana che ancora non riesce ad assumere una
proficua stabilità rispetto alla parallela omogeneità della Sorella Ortodossa
d'oriente.
Una
domanda di mediazione culturale all'interno del mondo cristiano è poi
sollecitata dai movimenti ereticali radicali e moderati, che vanno di pari
passo con le istanze comunali borghesi in ascesa. I nomi di Averroè, Abelardo,
Amalrico di Bène, perfino di Francesco d'Assisi, corrono fra intellettuali
laici e religiosi lungo quei secoli, in attesa di una definitiva rielaborazione
politica, sociale e religiosa, che metta fine all'instabilità relazionale fra i
poteri in Europa e in Italia. Sarà necessaria l'Autorità papale - Innocenzo III
e quella imperiale - Federico II di Svevia - a riportare un ordine fra le
parti, nel solco del pensiero riformatore di Tommaso d'Aquino (1274). Epperò,
il XIV secolo costituirà un nuovo bivio della storia italiana ed europea in
bilico a causa di guerre, epidemie, disastri naturali e carestie, i quattro cavalieri
dell'Apocalisse, dietro l'angolo delle nostre vicende quotidiane fino a
oggi.
Ma
chi è l'Uomo emblema di questo world in progress? Le città italiane, governate da Vescovi/Conti,
assumono forme di autogoverno affidate ai vari ceti produttivi. La difesa
dell'agro dell'Urbe è affidata spesso a militari di ritorno dalle Crociate: per
esempio, dopo il 1098, quando termina l'occupazione di Antiochia da parte di
Boemondo d'Altavilla principe di Taranto, un re normanno comandante della Prima
Crociata; chiamato al soldo dell'aristocrazia rurale, trasferita dalle campagne
nelle antiche città e legato al Vescovo locale. Insieme a essi, collabora una
classe ampia dai mercanti che a poco a poco si imparenta coi soldati ritornati
in Patria. Da qui, la storiografa moderna fa derivare il Comune rustico,
dove nasce anche un ceto nuovo professionale di giuristi che reggono la
cosa pubblica. Il modello repubblicano romano è la fonte del diritto. Il Consolato
è la loro magistratura. Durante la lotta delle Investiture del I secolo dopo il
Mille, tale figura prende piede in buona parte del Centro e del Nord Italia. Il
contado o è conquistato o è a esso federato.
Siena, Perugia, Firenze, rappresentano nel
XIII secolo esempi di questa convergenza fra urbe e contado. Anzi, Perugia nel
1130 si libera dalla protezione papale e costituisce un proprio governo
comunale, dove i Priori Papali vengono sostituti dai predetti Consoli. Il
processo testé descritto deriva dunque da un processo migratorio di ritorno
dell'agro verso le città, che però incide sui rapporti sociali, sulla domanda
di miglioramento delle classi inferiori, soprattutto nel trasferimento dei
diritti feudali entro le città da parte dei grandi Signori Feudali. Se dal lato
laico, i contadini riescono a ottenere Statuti scritti che consentono nuovi
diritti di libertà nelle mura cittadine; moltitudini di servi che non hanno
tale possibilità e dunque si rifugiano in consorterie che reclamano diritti a
loro favorevoli economicamente, fondando le loro Eresie mistiche in
competizione ai Vescovi proprietari terrieri ora legati ai nobili feudatari. Si
è detto dunque di una lotta fra ceti, dove il capitale mobile (attività
mercantile e artigianale) pretende e prevarica il capitale fisso
immobiliare. Solo che la storiografia marxista - chiaramente promotrice di
tale lettura - ha guardato al fenomeno a cose fatte, cioè al secolo XIV, quel 300
che ha come testimoni d'eccezione Boccaccio, Dante e Petrarca.
E così è per la valle padana, area che
vede Milano e Cremona, Pavia e Piacenza, Comuni che sono abitati da mercanti
ben presenti al loro interno, rivolti alla conquista di terre e dal cui
sfruttamento alimentano i loro commerci. Un periodo lungo altri due secoli,
pieno di conflitti fra Papato, Impero e di feudatari maggiori e minori, che Carducci
rappresenta icasticamente nelle sue opere appunto sul comune rustico,
fin dalla battaglia di Legnano (1176) contro il Barbarossa, Federico I Hohenstaufen.
Situazione che trova già traccia nel 200, quando gli Statuti di quelle città
del Nord rilevano una notevole attività commerciale, comprovata dalla loro
costante e influente presenza nei Consigli Comunali e negli organi
amministrativi Consolari. Una presenza che va studiata città per città,
un'analisi a macchia di leopardo che la storiografia del secondo dopoguerra ha
notevolmente integrato e che ha prodotto economie di scambio in
Adriatico e nel Tirreno meridionale, con lo sviluppo parallelo di mercati fra
porti e territori, anche con paesi stranieri vicini. Uno sviluppo urbanistico
parallelo che trova nelle cc.dd. Repubbliche Marinare - Amalfi, Pisa, Genova e
Venezia - il loro fondamento produttivo, nonché in forme paleocapitaliste in
Francia, Spagna, Inghilterra, che genereranno il moto unitario e la nascita dei
primi Stati Europei. Invece, in Italia e in Germania il segnalato processo di
sviluppo borghese rimane specialmente nel Sud al palo, sia per la forte potestà
papale, sia per resistenza delle potestà statali, alla vita cittadina, entità
che controllano le corporazioni artigianali e ne limitano la spinta
autonomistica.
Non è un caso che le prime rivolte
popolari abbiano avuto sede a Palermo e a Lubecca, aree urbane presidiate
fermamente dal Papato e dall'Impero. Certamente, fino all'anno 1000, dopo la
caduta dell'Impero Romano nel V secolo, le terre coltivabili costituiscono
demanio del Re e del Papa. I contratti agrari e di proprietà cittadine non solo
non prevedono finanziamenti e vendite, concessioni e affitti, diritti reali che
alla fine della schiavitù sono rimasti immutati: la liberazione degli schiavi -
ottenute dal Cristianesimo e favorite dagli ultimi Imperatori romani per
allungare la potestà imperiale (in fondo, la cittadinanza romana aperta a tutti
i residenti nell'impero aveva permesso ai barbari lungo i confini di rallentare
il processo di invasione oltre i vari limes di confine) - si è tramutata in
legami consuetudinari di clientela, considerato che il patto di difesa fra
feudatari e contadini comporta la loro totale sottomissione (la c.d. servitù
della gleba). Solo che dopo quattro-cinque secoli di
immobilismo economico e sociale, la fine delle invasioni barbariche e la
cessazione della minaccia araba, ma anche con l'attenuazione di epidemie e una
più stabile tutela della città, senza contare un proficuo sviluppo culturale
dopo le distruzioni di depositi culturali investite dalla furia dei barbari;
portano nel X secolo all'aumento della popolazione e alla rottura del blocco
agrario feudale nella pianura padana. Il potere dei vescovi-conti e dell'antico
nobilito laico si vede represso dall'Imperatore Corrado II Hohenstaufen, che
vuole limitare quelle classi dirigenti e che riesce a estendere il principio di
ereditarietà anche ai feudi minori concessi ai fedeli cortigiani, operazione
che riapre il discorso della proprietà a valvassori ora più liberi, salvo
il vincolo all'imperatore di contribuire alle guerre esterne (si veda la Constitutio
de feudis, del 1037, per effetto delle rivolte sociali a Milano e a Pavia,
fra il 1024 e 1035) che hanno visto le nuove classi organizzarsi e assaltare i
Palazzi Governativi, rei di non aver raccolto le istanze che provengono dai
mercanti di cui si è detto.
Tutto il secolo XII e buona parte dal
seguente saranno costellati da conflitti interni fra l'economia agraria e
quella urbana, assistendosi ora al prevalere del mercato di immediato consumo
vetero-feudale e quello nuovo di scambio. I nuovi proprietari, e la relativa
classe di mercanti dedita ora allo scambio, e dunque all'accumulazione per
investire e non più al mero consumo; trova nel Mercato e nella Chiesa vescovile
- da tempo esperta nell'arte nella tecnica del risparmio dei prodotti agricoli
per investire poi nelle coltivazioni a maggese e non più al latifondo, come
aveva predicato San Benedetto col suo ora et labora. E' un
formidabile alleato il ceto dei giudici e notai, che fa da consigliere ai
piccoli proprietari, di cui si è parlato.
E' anche una rivolta pacifica contro i grandi feudatari, che li porta a poco a
poco a reggere le città settentrionali, mentre il Sud e buona parte del Centro
d'Italia mantiene ancora una logica di mero consumo che favorisce il latifondo
improduttivo. Mentre la prima Crociata, le Città Marinare e la colonizzazione
dell'Asia Minore, nonché la possibilità di conquistare i lembi dell'impero
bizantino propria di quelle città marinare; forma una borghesia alquanto robusta
e anzi abituata a essere alla guida dell'economia europea. Del pari già nel XII
secolo in Italia - o meglio, nella Lombardia, nel Veneto e lungo le coste
Adriatiche e Tirreniche, ma anche in Toscana e in qualche area della Campania
ex Longobarda - una certa floridezza appare evidente. Autonomie e consuetudini
locali vedono ora il sorgere di un terzo stato, il comune, entità
pubblica che disciplina nel proprio Statuto il diritto di esercitare i più
consolidati privilegi ex sovrani, dal battere moneta, allo stipulare trattati
commerciali, dalla difesa comune alla guerra, dalla protezione da epidemie alla
tutela dei disastri naturali. Ora si forma un precipitato unitario dei vecchi
ceti, cioè la borghesia consolare, regolativa sia dell'agglomera urbano che
dell'immediato contado, da cui trarre il sostentamento e la forza lavoro per le
botteghe cittadine e per i commerci esteri. Un flusso migratorio contrario rispetto
a quello del quarto secolo precedente. Ora il patto sociale è cambiato: non più
la protezione del signore feudale e dei cavalieri rispetto alle popolazioni dei
villaggi attaccate da barbari e saraceni; ma le facoltà di gestire le proprie
abitazioni in modo civile e di collaborare col Comune per gli
adempimenti collettivi di sicurezza Ubi civitas, ibi ius, così si recita
nelle Scuole Universitarie di Bologna e Pavia, dove si forma la classe
dirigente impiegata per gestire la cosa comune. La massa di
immigrati è di fonte contadina e dell'Urbe non perde il contatto con la terra;
ma non manca la massa proletaria, priva di ogni ricchezza e che dunque
inizia la scalata sociale per la conquista di una minima agiatezza, fino ad
arrivare al centro del potere, prima economico e poi politico, come sarà nel
'400 con i Medici a Firenze.
Il primo dato pervenutoci è quello dell'aumento
di popolazione: fornito dalla cerchia di quei cronisti che le università
predette ci forniscono fin dall'XI secolo. E' noto che nel '200 l'aumento è
vertiginoso, cioè il fatto che molte città europee e italiane crescono di
30.000 unità almeno, dalle appena 500 anime all'origine. Senza contare
l'allargamento delle cinte murarie originarie, come vediamo ancora oggi a
Bologna, Milano, Venezia e Genova; oppure a Parigi, Londra e Barcellona. E
vediamo anche il crescere di palazzi, chiese e torri patrizie, prove tangibili
della compresenza di vecchi e nuovi ceti, sempre però accompagnate da modeste
case di legno e di scarsa muratura dove abitavano gli immigrati senza immediato
lavoro, mentre strade più organiche che collegano la città con le campagne, ai
cui lati troviamo magazzini e laboratori artigianali, spesso a far da corona
alle piazze di mercato. L'industria è assente, salvo caseggiati privati per il
lavoro tessile e manifatturiero riservato anche ad abitazione personale, a cui
spesso si associa la convivenza forzata coi dipendenti. I quartieri alti dei
padroni e quelli degli operai si susseguono dietro l'altro. Tutti però
convergono ai due palazzi principali: il Comune e l'Arcivescovado, con la sua cattedrale,
a suggellare l'alleanza originale contro il potere imperiale.
Nondimeno, a guardare una tipica città
medievale nata fra il 200 e il 300, attorno al mercato ritroviamo la via dei
lavori mercantili, per esempio i falegnami, i tessitori, gli armieri e via
discorrendo. Decaduta l'unità economica della curtis agricola, supplisce
il Mercato, cui si partecipa per gli strumenti che non può fabbricare in casa,
per esempio gli aratri e gli altri utensili necessari per le varie
coltivazioni. Servi e coloni diventano così liberi artigiani e bottegai, con la
separazione delle merci da consumare e scambiare, le une riservate alle terre e
le altre prodotte per lo scambio, con aree che saranno coltivate per i futuri
scambi sotto affitto proprio del comune. Nasce così la società capitalista,
frutto della citata rivoluzione economica: il primo stato dei nobili redditieri,
grandi proprietari di terre, ancora titolari di privilegi e immunità, spesso
esenti dalle contribuzioni fiscali, di cui fanno anche parte gli intellettuali,
i militari e i religiosi. Restano le classi meramente mercantili di piccola
produttività, che si raccolgono in Associazioni artigiane facenti parte del popolo.
Corporazioni che secolo dopo secolo costituiscono la borghesia imprenditoriale
prima nei Comuni, poi nelle Signorie regionali, fino a essere nel 600 il nerbo
delle Nazioni Europee idonee ad aspirare alla successione nella guida di tali
Paesi. Sia come sia, affidandoci alle fonti medievali successive l'anno 1000 -
notoriamente imbevute di miti messianici connessi al famoso passo evangelico
dell'Apocalisse di Giovanni apostolo sulla fine del mondo - non sfugge la
problematicità dell'Uomo comune nelle lande dell'Europa attraversata ancora dai
segnalati mostri del quotidiano, ai quali le tante fluenti fonti si
richiamano per spiegarne la radice teologica, salvo una persistente opinione di
libero pensiero ateo, peraltro molto debole nel XII e nel XIII secolo.
I pochi che sanno leggere e scrivere, dopo
la lunga parentesi barbarica, specialmente i chierici, leggono il nuovo e il
vecchio Testamento come prova dell'esistenza di Dio. E quindi è alla sua
creatura - l'Uomo - che filosofia, teologia e le arti
complessivamente guardano con certezza e apprensione. Le fonti artistiche ci
dicono che è il lavoro umano, dopo il pessimismo dei secoli bui - da IV al IX
circa, è la misura delle cose e la speranza dell'esistenza. Ora et labora,
non a caso è il motto dei monaci, nonché la figura di Giobbe, che Papa Gregorio
Magno esalta: la sua volontà di ossequio a Dio, senza ricercare altra via
terrena e materiale, nelle lettere Morali di quel Papa, è la strada della
Salvezza. Proprio le sue umiliazioni anticipano per Gregorio la figura di
Cristo, fino a diventare però nel '200 una iconografia super realista rispetto
all'anno 1000. Anzi, l'iconografia dell'Undicesimo secolo è scissa fra la
bellezza dei Potenti Papi e Imperatori e l'uomo quotidiano spesso imbruttito
dai rischi del lavoro e della vita quotidiana in comune. Certa è la scelta
antropomorfica e reattiva alla iconoclastia ortodossa, musulmana ed ebraica.
Dio, il Figlio e lo Spirito Santo, sia pure quest'ultimo in forma di Colomba,
danno spazio sempre alle forme umane. Il centro resta nel Cristo Pantocrator
normanno e nel Figlio incarnato. Perché Dio è Uomo, come proclama
Sant'Anselmo d'Aosta, anzi si è fatto uomo! Dunque è un solo Dio che è
spirito e materia nello stesso tempo, buono, magari collerico, ma non distinto
nell'essere anche dal Male, come vorrebbero i Catari, una setta
eretica figlia dello gnosticismo alto medievale.
L'uomo resta però l'oggetto dello scontro
fra le forze soprannaturali, angeli e demoni, che guerreggiano per salvarlo o
sprofondarlo agli inferi. Il suo libero arbitrio è intatto dopo la lezione di
Agostino. Di conseguenza la figura teologica discende dall'anima esposta
all'attacco di Satana in agguato e di S. Michele pronto a soccorrerlo per le
strade del mondo. Un destino che incombe, lasciato alle scelte verso la vita o
la morte. Cosicché l'Uomo cristiano ha una duplice veste: un
monaco di clausura e un predicatore per le strade. Il discepolo di Domenico,
Tommaso d'Aquino, sta allo scrittoio; il seguace di Francesco d'Assisi per le
vie del mondo, come lo è Bernardo di Quintavalle. Pellegrini, ma anche
Crociati, da Roma a Gerusalemme, da Santiago di Compostela. Tutti gli Ordini
mendicano ed errano, girovagano e predicano un fare da vagabondi che è anche
una via di scampo dalla morte di fame, o di epidemia, oppure per ritrovare se
stessi (si pensi alle figure della cinematografia di Bergman cristallizzate nel
suo Settimo sigillo, oppure ai monaci di Eco nel suo Il nome della
Rosa). All'uomo che viaggia fa da conseguenza l'uomo che fa
penitenza. Se il primo è alla ricerca di Dio, il secondo vive nella
penitenza, il presupposto della Salvezza.
Autoflagellazioni diffuse, digiuni e
solitudine spesso per prevenire o ringraziare eventi luttuosi. Ma è il IV
Concilio Lateranense del 1215 - tappa fondamentale di una riforma dalla Chiesa
romana che vedremo più avanti - a dare una direttiva indifferibile: almeno una
volta l'anno la Confessione e la Penitenza. Di più: il citato conflitto fra
anima e corpo, vede la vittoria dell'uomo sull'altro dopo una lotta infernale
che porterà alla durissima sconfitta dell'altro, dopo una sofferenza cui sui
accompagna un terrore infinito. Anche se dal corpo del Santo promanerà
misticamente la prova della santità, cioè un odore speciale, come
l'esperienza di S. Francesco finora ci avverte. Una presenza spirituale che si
ritrova nel cuore e che si diffonde nel sangue a simboleggiare quello Spirito
Santo che vivifica la Trinità! E qui, dopo la visione fisica, l'uomo medievale
assume nel pensiero la natura di Corpo politico. Pensiamo all'umanista
di Chartres, Giovanni di Salisbury, che così lo immagina nel suo testo filo-imperiale
di Policraticus (1159). Secondo il filosofo inglese, il corpo umano è
metafora della Società, dove il Re è la testa, mentre il popolo - artigiani,
mercanti, contadini e ogni intellettuale - fanno da mani e da piedi. Di qui, la
conseguente unicità del corpo - quasi le metafore romana e paolina già note - e
la sostanziale forza del corpo collettivo. L'Uomo così è la parte minima del
tutto. Proprio questo ci pare il nucleo ideologico di quella famosa università
francese, che pare finalmente vedere nell'essere umano un tassello ineludibile
della Natura, un segno minuscolo creato da Dio e perciò a Lui obbediente. Un
tassello di un quadro universale non più negato anche dalla Chiesa, che
peraltro rispolvera in forme francescane la tradizionale concezione dei Padri
della Chiesa primitiva.
Uno dei predicatori più sensibili a tale
riscoperta - Bertoldo da Ratisbona (1220/1272) - forse per primo è consapevole
che la persona non è solo un mixtum fra anima e corpo, ma anche
comprende il momento sociale dell'uomo, la dimensione comunitaria di singole
figure a doppio interesse, dove re e papa cominciano finalmente a misurarsi.
Invero, al Chierico - o Monaco che sia - al Cavaliere - nobile o militare che
sia - al Contadino - o servo della gleba che sia - vanno affiancandosi nuovi
tipi sociali legati alla città, cioè il piccolo borghese urbano,
l'intellettuale di Corte o di Università; il mercante e l'artigiano,
antesignani dei Manager d'impresa industriali, già pronti a primeggiare dopo la
peste del '300 da Firenze a Londra. Già si è rilevata la stretta relazione fra
Uomo medievale e nuovo Urbanesimo, dove la nuova Comunità del Mercato e del
denaro, ha timore per la sua sicurezza anche familiare e dunque rafforza ogni
azione per crescere come persona in un mondo esposto alle tante insidie, come
cittadino della cerchia interna e fuori delle mura. Una realtà affollata che
all'intellettuale ricorda la Roma imperiale. Un coacervo di persone, attività e
di riti laici e religiosi, dove regnano tutti i sette vizi capitali, dove
prosperano vicini amici e avversari da cui diffidare, al punto che preferisce
fare da spola col terreno vicino. Ma è anche vita di quartiere, luogo di lavoro
e di scambio; di preghiera e di apostolato, fino a divenire un uomo educato
alla civiltà comunitaria. Feste, processioni, matrimoni, nascite e morti non lo
spaventano, ma poi lo abituano, anche per la presenza delle campane prima e
dell'orologio meccanico poi. Ospedali, scuole, trattorie, parrocchie, sono
luoghi di vita che rompono il silenzio conventuale, senza contare i luoghi
delle maestranze, dove le Corporazioni fungono da palestra per il governo della
città! E poi le Scuola e le Università, dove i chierici diventano filosofi e
viceversa. Manca sempre di più il controllo politico della Chiesa e del
Governatore imperiale. anche se il magister, il doctor, il philophus
e il litteraratus, pur conoscendo il latino ora il borghese deve
comunque salire dolorosamente le scale del Palazzo e dell'Arcivescovado per
avere un tozzo di pane per vivere. Sant'Anselmo, Abelardo,
Arnaldo da Brescia, Ruggero Bacone, Amalrico di Bène, il citato Giovanni da
Salisbury, nuotano nel mare della filosofia e della teologia; spesso, a briglie
legate da parte dei Vescovi e dei Conti allineati ai due Soli. Tuttavia,
a Parigi, la più libera università del tempo, mentre quelle italiane risentono
di maggiori limiti, una novità di certo sorge all'improvviso all'inizio del
'200: gli Ordini mendicanti - cioè i Domenicani e i
Francescani - che stanno sulle strade pronti a combattersi, sull'onda delle conclusioni
di Averroè, l'arabo ispanico che nel commentare il ritrovato Aristotele,
proclama una evidente differenza fra la verità scientifica e la verità
religiosa. Costoro possono insegnare Teologia? Solo fra il 1270 e il 1277,
dietro l'ordine negativo del vescovo Tempier di Parigi, la disfida è aperta con
l'imprigionamento del maestro Sigieri di Brabante, capofila degli averroisti
materialisti e antitomisti, seguaci della doppia verità.
E allora, come la poniamo la questione
dell'intellettuale che vuole fare politica, magari sull'onda del nascente
mercantilismo comunale? Come si può scegliere fra Imperatore e Papa? Non si
rischia di cadere nell'opzione ereticale, vuoi moderata - come Abelardo - vuoi
radicale, come Amalrico? Senza contare i dissenzienti razionali all'uno o
all'altro Potere, come Occam e Marsilio da Padova. E c'erano pure i favorevoli
al mondo che cambia, come Brunetto Latini e lo stesso Dante, vicino alle
libertà comunali, ma neppure lontani da ideali cristiani, benché laicamente
ghibellini, oppure guelfi filopapali. Certo è che l'adesione al Tomismo di
Dante, benché fondamentale al testo biblico, non lo esclude della ricerca
razionale e dunque l'intellettuale urbano solo formalmente si richiama alla
Scienza, il cui nucleo rimane una realtà ancillare alla Chiesa di Dio sempre
all'orizzonte. Però, a scomporre il quadro pur frammentario e ambiguo, cresce
il peso sociale del mercante. Nato dopo l'anno 1000, col marchio evangelico
della cacciata dal tempio e appartenendo per origine al non gradito ceto
ebraico; il ceto mercantile migliora fra le mura contadine. Gli Storici citano
i mercanti delle Repubbliche Marinare che colonizzano le sponde del
Mediterraneo da Cadice a Gaza, da Palermo a Marsiglia, da Ragusa a Malta. E
'spesso giustificato nella sua fede alternativa, oppure alle sue finte
adorazioni, perché è un marinaio esposto alle mille insidie dei loro viaggi.
Sebbene gli ordini mendicanti li scusino con la variante punitiva del
Purgatorio (Dante li cita spesso nella relativa Cantica); tuttavia S. Tommaso
dice: il commercio possiede di per sé qualcosa di vergognoso;
dubbiosa teoria che fa il paio col proverbio usuale - genovesi e lombardi,
dunque mercanti! - che assimila i mercanti agli Ebrei, usurai oppure
agli spendaccioni. Cosa che non esclude la loro santità, visto che a
Cremona si venera S. Omobono commerciante.
Insomma, se dal XII secolo la diffusione
delle lingue e la manifattura di monete di peso e delle misure è loro
appannaggio, così lo è anche quello della scrittura, viste per esempio le tante
lettere di viaggio, presenti nell'archivio del mercante Marco Datini di Siena.
Prove che mettono in crisi il noto principio di Max Weber. Dunque, un'età in
movimento, dove l'ascensore sociale trova rapida soluzione di vita per il
contadino, figura sociale in decadenza dopo lunghi secoli di lotta per la sua
sopravvivenza fra epidemie, guerre e carestie, spesso aggravate da eventi
naturali improvvisi che il proprietario latifondista riesce a superare perché
protetto dalle mura dei castelli rispetto ai villaggi formati da case di legno
e di fango. Onde il suo stare sempre in trepida attesa nelle campagne, col
timore di sentire le campane di allerta che i Chierici impietosamente suonano
quando i briganti si fanno vedere alle porte, oppure le piene di fiumi, o gli
ammalati di peste si avvicinano alle loro povere case. Una tipologia di figure
che ora si accresce coi citati pellegrini e di crociati di ritorno.
A tale proposito, cronisti e storici
segnalano il Vescovo, il Prete secolare - inserito fra i chierici - ma anche i
più importanti ordini mendicanti comparsi nel '200, cioè i predicatori
Agostiniani, Carmelitani e la folta schiera dei Francescani e Domenicani
(personaggi che lo scrittore del citato Il nome della Rosa descrive con
eminenza certosina). E poi abbiamo, fra i militari, soldati di mestiere e
mercenari; predoni e cavalieri erranti; artigiani e operai, ex contadini e
braccianti; nonché medici, chirurghi, infermieri, levatrici ecc. ecc.
Certamente, una categoria di figure numerose, ivi compresi le donne di strada e
i bambini abbandonati, a volte oggetto di una letteratura volgare che anticipa
le descrizioni di masse diseredate nelle grandi città rinascimentali. Per
quanto riguarda gli eretici, essi raggiungono punte di ampia diffusione dentro
e fuori le mura, specialmente quando attaccano i fondamenti della Fede, tanto
da spingere i Papi addirittura a Crociate contro di loro. La Crociata dei
Catari è la più nota: fra il 1209 e il 1229, sarà una campagna militare fra
le più lunghe e complesse. Bandita da Papa Innocenzo III nella Linguadoca nel
sud della Francia, ebbe come destinatari le popolazioni di Tolosa, Carcassone e
Narbona, i cui signori e vescovi hanno autorizzato ai Catari la predicazione
nei villaggi di quelle terre. Addirittura, tanti fra nobili e intellettuali
sono seguaci della setta. In particolare, l'evento in esame prende le mosse
dalla nomina di loro esponenti non solo a vestire l'abito talare secolare, ma
addirittura a essere posti a dirigere i Conventi più ricchi della regione occitana.
E da ciò è facile arguire la finalità comune della notevole repressione di tali
eresie, la ricompattazione della Chiesa e della corona laica, erede dell'Impero
carolingio per la Francia, rivolta da ambedue i Poteri a riconcentrare le forze
verso una nuova restaurazione del feudalesimo accentrato a Roma e a Parigi (e
lo stesso avverrà a Madrid e a Londra con qualche variante). E ancora altre
figure vanno annoverate fra il 200 e il 300, vale a dire i giudici, i
funzionari amministrativi e finanziari, che a poco a poco, insieme agli
avvocati, copriranno gli uffici signorili, reali e municipali, in armonia al
citato processo di formazione degli Stati Nazionali di cui si disse, oppure
delle formazioni comunali fra Germania e nord Italia. Il sud-Italia non seguirà
lo sviluppo europeo: con l'avvento dei Normanni, degli Svevi e degli Angioini
francesi, a volte sollecitato dalla Chiesa romana, naturalmente avversaria sia
ai Comuni che alle dinastie imperiali. Solo in un caso - l'impero Svevo di Federico
II - si specializza una forma di Stato proto-moderno con esiti unitari
alternativi rispetto all'Italia settentrionale. Realtà di grande importanza,
non sempre positiva per il futuro della Penisola, qui però appena considerato
per gli evidenti limiti di spazio concesso. Comunque, altre categorie di persone
vanno enumerate per la loro progressiva importanza; in primo luogo la donna,
che però rimane ancorata non a profili professionali, ma all'essere il classico
angelo del focolare, oppure per essere oggetto sessuale, o anche membro
di gruppi religiosi, in armonia con la cultura religiosa, cui rinviamo per la
sua nota dipendenza dal ceto nobiliare, o in quello proto-borghese come
compagna del mercante, o infine come un ventre idoneo a produrre braccia
e gambe nella logica patriarcale contadina. Spicca dunque la sottomissione ai
doveri di sposa, come donna di piacere, nonché domestica allevatrice di
nidiate di figli maschi, magari come serva della gleba. Solo in età
Rinascimentale, a capitalismo avviato, almeno dopo la peste del 300, con lo
sviluppo delle Corti locali, prevale la posizione della donna cittadina, ma
questa è una altra storia, dove la figura angelicata nel dolce stil novo di
Dante e Cavalcanti riprende un ruolo progressivamente indipendente, come del
resto Boccaccio e Petrarca evidenzieranno alle soglie dell'Umanesimo. Restano,
infine tre prototipi dell'uomo medievale da esaminare: l'artista, l'emarginato
e il Santo. Sul primo, poco c'è da dire lungo il XII secolo. Le
sapienti ricostruzioni romanzesche di Ildefonso Falcones - La Cattedrale del
Mare, (2006) e Gli eredi della terra (2016) - di Ken
Follett - I pilastri della terra (1989) - e di Victor Hugo – Notre
Dame de Paris (1831) - ci mostrano un ruolo presente, benché anonimo, di
grandi creatori di opere architettoniche maestose nell'ampio panorama del
gotico centro-nord europeo e italiano. La facoltà e l'orgoglio di firma dei
costruttori di templi e palazzi dell'età ellenistica sparisce fino all'8
secolo. Poi, lentamente, dopo l'avvento dell'età carolingia, in alcuni porti
della Francia, patria dell'arte gotica, orafi, scultori e scalpellini lasciano
un loro segnale. Vescovi, nobili e consiglieri reali, che sovrintendono alla
creazione di Cattedrali e Conventi, di palazzi e navi, cominciano a dare
autorizzazioni limitate al riguardo, pur nel quadro di quella comunità di
lavoro che domina l'arte cristiana fino al XIII secolo. Diversa fu la gestione
federiciana nel sud di Federico II: già nel XI secolo, Normanni e Svevi
consentano l'iscrizione dei fautori dei castelli meridionali. Il castello federiciano
di Siracusa, per esempio, reca l'iscrizione dei maestri scalpellini, il cui
nome arabo individua una realtà multiforme nella cultura del Regno Meridionale.
Certamente, nel secolo XII, la rinata figura dell'Intellettuale, fra corti e università
rinnova le funzioni dell'artista, nato nella perizia tecnica e a poco a poco
salito alla soglia del maestro, pietraio e poi dei colori.
I muratori lombardi del duomo di Milano
nel 300 nulla hanno da invidiare a quei muratori arabi o nordeuropei descritto
dai romanzi storici predetti. Gli artisti Lanfranco e Wiligelmo, ormai nel 200
sganciatisi dalle comunità operaia di Modena e Parma; rappresentano
l'evoluzione delle arti meccaniche verso le arti liberali, come attestano i
documenti dei Comuni padani, ritornando in auge le loro libertà di espressione
individuale rivolta alla ricerca della bellezza sul modello classico. Non si
può dimenticare la solitudine dei poveri e degli esclusi dal villaggio: si
pensi agli appestati, ai prigionieri, ai morti di fame per carestie, a quei
figuri descritti già nella Bibbia, discriminati spesso dai Chierici (e oggi ai
carcerati, ai barboni e ai tanti extracomunitari). Dopo le guerre delle
investiture, per esempio, il bando dei difensori del Papa nelle aree imperiali,
ovvero gli scomunicati perché di parte dell'Imperatore Enrico IV - uno dei
massimi campioni di quel conflitto nato dalla primazia del potere imperiale
nella nomina dei Vescovi - non pochi chierici o nobili venivano esclusi dai
sacramenti o dalle proprietà e dal loro privilegio. E ancora forme di esilio in
campagna dalle città e il loro vivere in quartieri isolati e per gli ebrei
stare nei famosi ghetti. Di più: i Comuni, dilaniati da lotte fra le fazioni guelfe
e ghibelline - poi addirittura frazionate in Bianchi e Neri a Firenze al tempo
Dante - proclamano gli editti della repressione, simili
alle liste di proscrizione di Silla e Mario nella Roma repubblicana. Un
passo avanti avverrà nella Francia del '300: la possibilità di essere riammessi
in città con le lettere di riammissione, pur se segnati da
morbi mortali. Un segno di parziale riconoscimento di errori e di pietà.
Ma il citato fenomeno del vagabondaggio,
molto spesso forzato dai famosi mostri del quotidiano, non solo portava
al delitto, ma anche alla ricerca di un lavoro stabile e quindi alle vessazioni
dei padroni, che sfociano in rivolte e in atti di brigantaggio.
Un circolo vizioso che generava omicidi, grassazioni, violenze, vendette e così
via. Circostanze che portavano alla cacciata dal borgo comunale. Giullari,
ordini monastici peregrinanti; prostitute e mendicanti. Erano apparentemente professioni
tollerate, ma la loro permanenza era appesa a un filo. Ecco perché la
qualifica infamante li schiera dalla parte degli Eretici, costituendo tutte
codeste figure il bacino di cottura del mondo che avanza e del mondo che
reagisce alzando barricate istituzionali. Nel XIII secolo si ricostruisce un
diverso clima sociale, minato dalla moltiplicazione delle masse di isolati che
vagavano nelle campagne marchiati d'infamia. In Francia, per esempio, i nuclei
signorili tornano all'antico spirito coalizzativo contro le bande dedite al
brigantaggio, benché questa frequente conflittualità ripeta i pericoli
anteriori al 1000. Anche in quel mondo successivo a guerre locali; a epidemie e
a frequenti carestie; la necessità di riaggregare il potere minacciato dalle
novità dei ceti emergenti - i mercanti e i burocrati per esempio - spinge le
Repubbliche marinare oligarchiche, ma anche i re e il papa, a riattivare magistrature
e forze militari, attraverso cui sorvegliare i nuclei di potere locali e a
esercitare la giustizia a loro favore.
Del pari, l'autorità papale, viene
riorganizzata sul modello monarchico imperiale romano: nuovi chierici regolari,
una nuova curia centralista che si assicura privilegi nei Comuni. Una
regolamentazione della Chiesa locale verticistica impone un controllo più
stretto ai dogmi della religiosità. Un ritorno all'ordine laico e religioso
che non poteva non scontrarsi con gli Ordini mendicanti legati al popolo
locale. Alcune date fissano questa controriforma bi-partigiana: per la
Monarchia Papale si nota già nel 1123 un Concilio Lateranense, convocato a
Roma, dove dalla soluzione politica delle Investiture - al Papa toccherà la
nomina spirituale (anello e pastorale) e temporale (scritto) riservato al
Sovrano - discende non solo la primazia del vescovo di Roma, ma anche la
condanna della Simonia, del Concubinato, un ordinamento ecclesiastico esclusivo
per i chierici, un primo statuto di regolamentazione canonica. E' il comando
militare sull'Urbe, l'assunzione della Suprema autorità giurisdizionale locale
e mondiale. I futuri tre poteri dello Stato moderno, il legislativo, l'esecutivo,
il giudiziario, col conseguente apparato amministrativo, troverà
approccio e forma organica poi nel 1140 con i Decretum del monaco Graziano,
raccolta ragionata fra ius novum di fonte conciliare e la
precedente normazione romana già preparata dal Papa Callisto II per il
Concordato di Worms. Saranno tali testi unici e vincolanti seguiti dalla compilatio
novissima di Papa Gregorio IX (1234) e dal liber sextus di
Bonifacio VIII nel l298. Al di là della legislazione canonica - peraltro
integrabile con le bollae di Onorio II nel 1124 e di Celestino III fino
al 1198 - va rilevata la nozione unitaria di diritto comune che viene a
formarsi nel continente europeo, dove l'assoluta fonte di riferimento è il
Corpus iuris Civilis di Giustiniano, rinnovato da parte
imperiale, in nome di una concordata integrazione ierocratica
dell'ordinamento secolare, che giustifica e spiega il fronte comune reazionario
anti-eresie maturato proprio con l'ascesa del Comune, ultimo arrivato
sulla scena politica europea, portatore dei nuovi interessi economici e
politici, a volte rivestiti da motivazioni dottrinarie, come avviene per la
Crociata contro i Catari del 1209. Ma qual era il modello che poteva ricucire
senza conflitti il mondo ecclesiale, quello imperiale laico, i nobili, i
contadini, i mercanti, i militari, le donne, gli artisti, gli eretici radicali e
i briganti di strada? Fu l'anima sognata dalla società medievale, agognata da
quelle figure: l'incarnazione del Santo. Esemplifichiamo: l'Uomo medievale
risente di alcune fissazioni che lo assillano nella vita quotidiana.
Elenchiamo, come le ha catalogate un manoscritto fiorentino del 200: spicca
subito la simonia - cioè la compravendita di cariche ecclesiastiche o di
beni spirituali in cambio di denaro - tipica del clero secolare. Segue a ruota l'ipocrisia
dei monaci che fanno il contrario di quello che pregano. Poi la rapina diffusa,
vale a dire l'attività dei Cavalieri che di fatto sono dei briganti.
E il contadino? Nulla di diverso dal
chierico, perché spesso prega statue legate alla terra, oppure invoca e
sacrifica a Dei pagani pur di avere un raccolto sufficiente per sé e la
famiglia. E che dire dei servi dei proprietari o della Chiesa - ma anche
dei Comuni in mano alle classi grasse - che esigono biecamente gli ordini di
esecuzione di magistrati corrotti? Simulano la Giustizia, ma praticano ogni
genere di vessazione, salvo a pretendere dai debitori delazioni a suon di
pretese di ogni genere (sembra di rileggere il Manzoni dei Promessi sposi,
opera che sembra oggi senza tempo). Emerge poi l'usura dei borghesi cittadini,
che Dante sferza come il male del nuovo mondo malgrado i moniti di Tommaso
D'Aquino. E che dire delle matrone cittadine, o delle prostitute nella città?
Una lussuria - e una gola, tanto per citare i peccati capitali - con i quali
tanti vescovi, mercanti e nobili vivono e convivono, ritratti come comuni
uomini e donne fin dalla letteratura dei primi poeti dell'età basso medievale,
da Cecco Angiolieri, a Jacopo da Lentini, da Cielo d'Alcamo, a Guittone
d'Arezzo. E dunque la speranza di un mitico Uomo che riporti un po' di Cielo in
terra. E' il mito del Santo ora a trionfare. Il corpo, la tomba, le reliquie,
l'attività mediatoria fra bene male, un ausilio per la Chiesa secolare incapace
di autonominarsi. Un tipo positivo per il popolo. E' il patrono delle Città in
rinascita e per quei Comuni che sembrano rivoluzionare la dinamica dei lavoro e
della produzione, anche con qualche caratteristica del Dio pagano vicino alla
gente comune, come lo è il martire dell'età imperiale, magari quel Cavaliere
del Santo Gral che ruba ai ricchi per dare ai poveri, come sarà veramente
Robin Hood, o il Parsifal, o anche l'Ivanhoe di Walter Scott, leggendario
personaggio che il Romanticismo ricostruisce per salvare le indegne figure dei
Potenti della loro epoca, sublimando invece alcune loro condotte di origine
signorile che hanno sottomesso il popolo schiavitù.
Ma proprio nel secolo XI -XII, si
assiste a un salto di qualità, quando tre grandi santi europei - S. Antonio
di Padova, San Domenico di Gurmans, San Francesco d'Assisi - assumono un alto
grado soggettivo: non solo abbandona la propria famiglia, ma si fa un povero
frate errante nelle città in piena ripresa, maturando l'idea base dell'uomo
medievale dopo l'anno mille. Vale a dire una santità ancorata all'imitazione di
Cristo, un luogo ideale derivato da un libretto che va per la maggiore nei
conventi medievali tedeschi, la c.d. imitazione di Cristo, attribuita al monaco
Tommaso da Kempis, di fine '300, benché già di fatto circolante dal XII
secolo in forma orale, derivato da mistici presenti in comunità conventuali
lungo il Reno dalla Svizzera a Colonia. Un Santo devoto pedissequamente al
Cristo evangelico che si incarna fra la gente realizzando una vita apostolica,
attuando alla lettera il messaggio cristiano, dunque rovesciando quella logica
a doppia faccia, ingannevole emulatrice, che si è visto ossessionare la società
medievale anche dopo la rivoluzione comunale. Il carattere francescano emerge
dalla sequela del Cristo nudo. La dematerializzazione della Santità si
lega allo stile di vita dello status sociale, piuttosto che ai miracoli
che i santi primitivi compivano contro il paganesimo classico. L'avvicinamento
del possibile cristiano, fuori dal mito della bontà contro il male, il
profetismo dei predicatori verso una società veramente a misura d'uomo, la
certezza dell'avvento dello Spirito Santo, dopo l'età del Figlio e del Padre;
sono un processo teologico che la Chiesa Romana osserva con attenzione, perché
la creazione dei Santi, così impetuosa dopo l'anno 1000 e l'avvento del Comune
potrebbero debordare in forma di eresie incontrollabili.
Un passaggio delicato che giustifica
quella mutazione centralistica che abbiamo già accennato da parte dei due
Soli, scoccata in Europa e in Italia nel secolo XII e che però non riesce a
contenere un nuovo genere - per esempio - di cavaliere dopo la sua
idealizzazione in età carolingia. Già allora si notano decreti regi contro i
vagabondi, che diventano isolati da difendere, se non da imitare come Cristo.
Del pari, l'intellettuale che si stacca dalla Corte, poi passa alla Biblioteca,
fino ad appartenere all'Università per poi ritornare di nuovo alla Corte, perché
l'isolamento non paga. E' la tragica vicenda di Dante, Boccaccio e Petrarca,
fra il XIII e il XIV secolo, il c.d. autunno del Medioevo, melanconicamente
rievocato dal grande storico Huizinga. Vizi e virtù di quell'uomo medievale che
non mancano di rompere la linea di confine fra realtà e fantasia, dove il
soprannaturale buca il vivere tranquillo. Per esempio, l'esistenza del Purgatorio
è testimoniata da luoghi terrestri particolari, come le grotte irlandesi o le
anse a forma di cratere lungo le coste siciliane e spagnole. Oppure apparizioni
di diavoli e fantasmi lungo le pendici di monti e vulcani. Senza contare l'Inferno
e il Paradiso, i miracoli a ogni bivio stradale con le edicole votive plurime a
ogni angolo. E poi i tanti taumaturghi e le ombre dei santi, tanto da
incrementare i poteri del re al ruolo di grande Santone, posto a
garanzia dell'ordine gerarchico fra Arti e Chiese (Marc Bloch con i suoi Re
taumaturghi, già negli anni 30 così spiega il rapporto fra Impero e Chiesa
nel secolo decimoterzo). Senza dimenticare il ruolo di Dio per verificare tesi e
antitesi dinanzi al giudizio del magistrato in casi di omicidio e di gravi
lesioni di lesa Maestà (è l'ipotesi dell'ordalia, come prova regina di
quei giudizi di Dio, mantenuta fino alla Firenze di Machiavelli e
di Savonarola proprio indetta per giustificare quel monaco troppo austero). Memoria,
simbolo, numero, immagine e colore, nonché il sogno, costituiscono l'ossessione
e il tema della società in evoluzione, troppo lontane della razionalità
moderna, ma in cammino lento e costante verso l'idea di Libertà personali.
Viaggio di quel mille e non più mille contraddittorio e inconcepibile
dell'Uomo moderno di Cartesio, Leibniz e Vico. Libertà di pensiero che dopo le
Investiture e il Concilio Lateranense del 1123 e quello del 1215 - indetto da
Papa Innocenzo III - è oggetto di condanna per la concezione trinitaria da Gioacchino
da Fiore, eresia imputata a lui e ai suoi seguaci. Ma nel contempo si ammette
l'ortodossia della Comunità Ecclesiale, perché è il giudizio di Roma a
prevalere: Illam fidem tenere, quam Romana tenet Ecclesia. Un principio
derogato però da Lutero tre secoli dopo, forse la vera radice della Riforma
Protestante (cioè la famosa regola Extra Ecclesiam nulla salus
che sottolinea l'importanza assoluta della Chiesa cattolica romana nel piano di
salvezza di Dio). In altre parole la rivendicazione della Libertas Ecclesiae
nel mondo laico feudale di Carlo Magno.
Tuttavia, dopo l'anno 1000,
contadini e nuovi cittadini invocano e ottengono nuove libertà. La liberazione
dei servi della gleba è il primo passo alla acquisizione della libertà dei
mercanti delle città che godranno nei Comuni di privilegi non più al plurale,
ma lentamente al singolare. Certamente, occorreranno altri secoli per
infrangere altri dogmi della vita comune, quali la gerarchia fissa e immutabile
delle masse popolari secondo quelle stelle fisse che la scienza antica ha
individuato con Tolomeo nell'orbe terraqueo e nelle volte celesti. I ceti
sociali sono per ora meno ingabbiati in un mondo statico, dove angeli e
arcangeli, i troni e le dominazioni sono stati posti e collocati stabili
dal Dio creatore (idea di fissità della logica di Aristotele e riprese da
Tommaso d'Aquino). Ma la lenta trasformazione di lunga durata che si è
segnalata in senso verticale, Chiesa/Impero, trova nel Comune un competitor che
rompe le barriere fin dal XIII secolo. Gerarchia orizzontale quest'ultimo Ente,
pur accettandosi ancora l'obbedienza religiosa, l'auctoritas politica è
ormai presente nel senso di rivolta ai superiori gerarchici. Si comincia dalla
ribellione religiosa con le eresie. Poi nel mondo feudale emerge la rivolta del
Vassallo contro il signore reo di abusi o di incapacità. Inoltre, nel comune
Rustico l'Università, coi magistrati (per esempio Abelardo e Ruggero
Bacone, ma anche Amalrico di Bène e Gioacchino da Fiore) scoppia la
contestazione intellettuale, cui l'operato dal mercante e del borghese suo ragioniere
e leguleio, dà loro manforte. Necessiterà aspettare una vera e propria rivolta
sociale nelle città e nelle campagne dopo la grande peste del 1349: il tumulto
dei Ciompi a Firenze nel 1378, le rivolte contadine in Inghilterra fomentate da
Wat Tyler nel 1381; la Jacquerie agraria nella Francia dell'Oise nel 1358;
senza contare le rivolte romane guidate dal Cola di Rienzo (1344-1354)
preceduto colà dal non inferiore senso politico di Arnaldo da Brescia
(1090-1155). Si può dire alla fine - parafrasando lo straordinario affrescò di Johan
Huizinga sull'Autunno del Medioevo (XIV-XV secolo) - che i due
secoli precedenti costituiscono l'estate, con qualche nuvola autunnale che
prelude alla tempesta socioeconomica della successiva età mistica
Rinascimentale, in cui è già visibile l'Età Moderna in avvicinamento.
Giuseppe Moscatt
Bibliografia
- Oltre alle fonti citate nel
testo cfr. Storia d'Italia. Dalla Caduta dell'Impero Romano al secolo
XVIII, la società medievale e le Corti del Rinascimento, a cura
di RUGGERO ROMANO e CORRADO VIVANTI, Einaudi, 1974.
- GIOVANNI CASSANDRO, Lezioni
di Diritto Comune, E.S.I., Napoli, 1982.
- MARC BLOC, La società
feudale, Einaudi, Torino, 1987.
- BERNHARD SCHIMMELPFENNIG, Il Papato, Viella, 2006, Capitoli VII-VIII.
