domenica 9 agosto 2026

Ifigenia LIV . L’otto marzo. Il festeggiamento reale della donna e dell’uomo. “Ti prego, ti prego, ti prego!”


 

Lunedì 26 febbraio Ifigenia mi telefonò dalla gelateria dove ci si incontrava di solito. La voce aveva un tono di sincera letizia

“Vieni subito gianni: non ne posso più dalla voglia di fare l’amore con te”

“Anche io. Sarò là tra dieci minuti, massimo un quarto, poi ti porterò nel nostro grande talamo, il mobile più santo di casa mia: il nostro letto è  un altare”.

Posai il telefono e guardai il sole che stava annidandosi tra i colli con un sorriso. Erano le 17, 38. Già 90 minuti di borsa di studio rispetto a metà dicembre. Segnai il progresso sul calendario, tutto contento. Come Omero non dimentico mai di osservare il tramonto del sole che tutto vede e tutto ode. Avevo iniziato a Pesaro da bambino quando nelle sere estive andavo al porto per osservare il sole immergesi  nel mare ondeggiante: “uJpo; povnton  ejduvseto kumainonta[1]. E non mi saziavo di lacrime piene di gratitudine al dio per tutte le ore di luce che mi aveva donato.

 Quel giorno di fine febbraio avevo finito di commentare Delitto e castigo per raccontarlo il giorno seguente ai ragazzini. Ero tutto contento, senza retropensieri acidi.

Pensavo: “tutto va bene: l’inverno grazie a Dio è passato, Ifigenia, la primavera incarnata, mi cerca al momento giusto, appena ho finito i compiti dovuti ai miei allievi. Ora posso fare l’amore senza rimorsi né ubbìe né riserve”

Quindi uscii nella sera già primaverile, lieta di pupurèe speranze, e mi affrettai sorridendo verso la bella giovane donna che mi aspettava contenta e piena di desiderio.

 

Poi venne marzo, il marzo del 1979 che fu un mese ricco di casi, colmo anche di gioia.

Giovedì 8 facemmo l’amore per la prima volta all’aperto. Dopo la scuola si era andati  al Mulino bruciato, un locale dell’estrema periferia nord di Bologna.  Eravamo contenti delle ottime tagliatelle, del buon vino che è Veneris hortator et armĭger , capace di debellare e bruciare ogni pudoris ignaviam. Per giunta eravamo soddisfatti di noi stessi, già abbronzati, carini e allegri più del solito, mentre l’aria tiepida andava ammorbidendo la terra che cominciava ad aprirsi, a lasciarsi toccare intimamente dai soffi del vento che ne traeva un profumo di vita nascente, un odore carezzevole che  stuzzicava i sensi di uomini, donne e animali. Amor omnibus idem.

Dopo il pranzo gustoso Ifigenia mi fissò a lungo come faceva nel talamo nostro quando voleva che andassi a lavarmi per iterare  l’atto d’amore, quindi, illuminandosi in volto, disse:

“Gianni, facciamolo qui! Ne ho tanta voglia. Del resto dobbiamo smaltire le tagliatelle e potenziare la grande felicità che sentiamo”

“Qui dove?”, le domandai imbarazzato e pure lusingato. “Sulla sedia, sul tavolo o sul pavimento? Potremmo finire in galera per atti osceni in luogo pubblico”

“Ti prego” insisteva infantilmente  “voglio farlo qui, subito, ti prego, dimmi di sì: che cosa ti costa? Anzi, per te e per me è una fortuna questa mia voglia frenetica. Se ci metteranno in galera troveremo il modo di farlo anche là. Una mia amica finita in manicomio lo faceva attraverso le sbarre con un altro demente trasferito lì dalla prigione dove aveva tentato più volte il suicidio.”

Mi guardava con grandi occhi di daina, neri, umidi e attraversati dal lampo di un desiderio prossimo alla follia.

Recitava la sua parte simpatica.

“Potrebbe costarci la libertà, il lavoro nella scuola, la rispettabilità” cercavo di spiegarle, pur sapendo che con i divieti la istigavo sempre di più.

“Ti prego, ti prego, ti prego: non dirmi di no. Facciamolo subito, almeno una volta!” Aveva preso il tono di una bambina che chiede al babbo di non  negarle la soddisfazione  di un bisogno. Disse perfino: “mi scappa di fare l’amore, papà”.

 Era la recita giusta perché quando una giovane donna mi chiede qualcosa  facendo la parte della figliola adorata, io non so dirle di no. Era la prima volta che faceva questo gioco semiserio con me ed io non potevo resisterle. Disse che era la festa della donna e lei voleva essere festeggiata non quale commensale insignificante bensì come femmina amata  da un uomo, da un vir vero e virtuoso, quale ero io.

Quindi fece una proposta quasi plausibile: “Hai ragione. Qui non si può, guarda:  in quel tavolo là c’è anche il sindaco che non gradirebbe e farebbe intervenire la polizia. Potremmo correre a casa tua, ma è lontana e io non ne posso più dalla voglia. Andiamo in un campo vicino, nascosti in un greppo. Ti prego, non dirmi di no. Ho voglia di fare, di farlo con te!!”

“Va bene tesoro, andiamo”.

Come avrei potuto rifiutarmi? Credo che tu non mi condanni lettore.  Il peggio, o il meglio,  del resto deve ancora venire.

 

Chiesi il conto, lo pagai e presi la ricevuta fiscale temendo che venissero a importunarmi per recapitarmela, magari mentre facevamo l’amore, se ci fossimo riusciti in uno dei luoghi inameni intravvisti arrivando nella trattoria.

Il campo meno implausibile era comunque bruttissimo, quasi tartareo: ingombro di rottami rugginosi, recinto dalla ferrovia, dall’autostrada  con tangenziale e da altre strade tutte percorse da automobili. Dentro però non c’era anima viva. Ci stendemmo per terra tra la carcassa di un camion demolito che tuttavia, enorme com’era, ci riparava dalla vista di tre parti del mondo, e un casotto di legno che ci schermiva dalla quarta,

Distesi  sulla terra l’impermeabile dove Ifigenia avrebbe posato la bella schiena e la testa ricca di riccioli viola, poi ci spogliammo, ci sistemammo e cominciammo.

La ragazza era fresca e umida. Il suo sesso era vivo come un cucciolo che ruzza e  cozza petulcus ; il mio nel contatto con il suo  ne assorbiva la vitalità giocosa. Questi atti erano scomodi, tuttavia ci appassionarono: da giocosi diventarono gioiosi e vennero iterati finché la terra toccata, premuta e raspata, ci ebbe annerite la mani, le ginocchia, le gambe e altre parti dei corpi accarezzati con dita frenetiche. Perfino le facce.Quando fummo sazi, ci alzammo esausti e felici. Fu una fatica lieta e santa.

Me ne sovvenni con nostalgia due anni più tardi, quando la giovane briosa stava diventando una cupa, scontenta, stremata istriona vaga di applausi e di lucri, prossima a inquinarsi in voluttà nefande e rovinose, come il ponhrov~  Arifrade bersagliato da Aristofane[2].

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  9 agosto  2026  ore 16, 54 giovanni ghiselli

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Ora la sufficienza giornaliera c’è e posso andare al mare. Adesso mia coscienza non mi garra (cfr. Dante, Inferno, XV, 92) . Saluti e baci tutti casti. gianni

 

 

 

 

 



[1] Cfr. Odissea, 4, 425

[2] Cfr. Cavalieri, 1281 ss.


Ifigenia LIII “ Che fai, mi corteggi?”- “Io sì”. La mite.


 

Il 17 febbraio durante l’intervallo mi avvicinò una supplente nuova: una ragazza mite, educata e tutt’altro che sgradevole. Era bellina e diceva bene di me. Mi riferì che gli allievi avevano decantato la mia bravura e deplorato il maltrattamento che il nuovo preside mi infliggeva. La osservavo con simpatia e gratitudine e non potei trattenermi dal dirle: “benvenuta giovane collega. Sei molto carina!”

“Che fai mi corteggi?”

“Io sì”.

Stavo per aggiungere un’anastrofe  in uso nella parlata pesarese oltretutto usando il tono della domanda retorica per incuriosirla e poi darle una spiegazione: “faccio male, perché?”; invece  la salutai e mi allontanai siccome si stava avvicinando Ifigenia che poteva avermi visto mentre mi sdilinquivo con la nuova signorina arrivata a rallegrare il cupo ambiente. Quando uscimmo insieme notai che era tesa e tetra. Allora, facendo il confronto con la dolce ridente che mi aveva gratificato, notai che la pur bella amante mi piaceva meno del solito.

Tornammo nel bar Diana dei Greci in via Massarenti. Lei non parlava. Allora cercai di sgravarmi la coscienza provocando una discussione che portasse a un chiarimento.

“Oggi ti amo meno del solito”, feci .

Volevo smuoverla dal tetro torpore e dal mutismo che mi disturbavano.

Mi fissò sgranando gli occhi stupefatti e domandò trasecolata: “Che cosa hai detto gianni? Hai incontrato una che ti piace di più?”

Mi aveva visto vezzeggiare la nuova arrivata o glielo avevano detto.

Mi accorsi di averla ferita e cercai di rimediare.

Dissi che di fronte a una faccia rabbuiata com’era la sua quella mattina, si rinnovava il dispiacere degli sgarbi subiti fin da bambino dalle donne di casa. Ero troppo sensibile- aggiunsi- per non accorgermi che c’era qualcosa che non andava . Avevo bisogno di una compagna lieta, pacifica, mite.

“Già come quella ragazza di Dostoevskji che si butta dalla finestra dopo le vessazioni subite dal marito vecchio. Un uomo come te. Siete tutti uguali voi maschi: deboli e perfidi”.

Quindi disse: “ti saluto”, si alzò e andò via.

Il suo ricordare il racconto “La mite in ogni modo mi era piaciuto. E anche il suo sdegno. Avevo rivalutato la mia compagna. La volevo di nuovo: volevo proprio lei. Non depongo mai l’ abito letterario

 Le corsi dietro e le chiesi perdono.

Tornato a casa pensai che dovevo trovare dell’altro al di là del piacere goduto ripetutamente nel letto e oltre le esibizioni  del nostro benessere quando c’era il sole. Il nostro amore aveva una forte componente edonistica e un’altra teatrale fatta di atteggiamenti, di pose, non tutte di buon gusto. La dimensione etica mancava. Conclusi che nemmeno il piacere può durare a lungo senza  morale. Era un pensiero razionale e realistico ma non lo avevo quasi mai realizzato. Tranne  due sere: la prima

 nell’agosto remoto del 1971 quando rinunciai a corteggiare Josiane per non dare un dispiacere alla ragazza madre Helena, la seconda tre anni più tardi, sempre con la pulzella di Strasburgo,  per non offendere l’altra ragazza madre Päivi, incinta di me oltretutto. Ma poco dopo le due finlandesi erano tornate alla loro terra iperborea.  

Sulla crisi momentanea di quel giorno di tardo inverno dunque avevo messo una pezza.  Fu meno difficile che cercare un rimedio strutturale, anche perché di lì a poco la stagione cambiò, il sole ci diede conforto, la vitalità decaduta si risollevò e noi riprendemmo a fare sesso con frequenza e potenza da atleti.

Con il tempo bello tutta la natura diventa un talamo preparato al tripudio.

Eravamo di nuovo contenti, eppure le ferite inflitte dall’incomprensione reciproca, dal narcisismo e dall’egoismo di entrambi non sarebbero state cicatrizzate nemmeno dal sole. Anzi ogni vulnus con il tempo si sarebbe aggravato fino a diventare ulcus: le ferite sarebbero diventate piaghe infette. Ma intanto moriva l’inverno, il sole si alzava ogni giorno di più illuminando e scaldando il nostro emisfero che si rialzava verso il sole dal buio letargo  invernale e  si sollevava sulla punta dei piedi lasciando vedere l’immagine luminosa di Dio. Sicché noi due, rinfrancati, ripristinammo il nostro benessere sessuale e riprendemmo a pavoneggiarci recitando scene barocche sui palcoscenici la cui  scenografia veniva  abbellita dalla primavera ogni giorno di più . Poi sarebbero venuti i dì beati della nuda estate incoronata di spighe,  quando avremmo potuto stupire e scandalizzare i benpensanti e i furfanti bigotti facendo il massimo del bene concesso a due creature mortali ospiti del paradiso terrestre.

Avevamo intanto evitato di affrontare il problema di fondo: perché stando insieme da soli, senza poterci esibire,  dopo poco tempo che si stava fuori dal letto, ci si annoiava, innervosiva  e si arrivava a litigare?

Non lo dicevamo ma si sapeva  che il difetto era proprio l’assenza di spessore morale, di interessi comuni profondi, di progetti seri. L’egoismo di entrambi e l’insincerità sostanziale del nostro rapporto lo avrebbero reso infelice già nell’autunno seguente una volta che fossero calate, fosche fredde e spietate, le brume sulle nostre esibizioni ormai stanche e scolorite come la natura mortificata.

 

Pesaro  9  agosto 2026  ore 16, 34 giovanni ghiselli

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Andrei al mare ma temo che la coscienza mi garri siccome non sono ancora arrivato a 5000 mila lettori nel giorno odierno: sarebbe u{bri~ che non voglio permettermi poiché non è consona a questi mesi di tante letture di cui forse il mio scrivere non è del tutto indegno se Dio lo favorisce, come mi sembra.