sabato 2 maggio 2026

Ifigenia CLXI La gara di corsa con gli allievi. Paris, Texas il film di Wim Wenders.


 

Verso la metà di maggio gareggiai con alcuni allievi maschi nel campo sportivo Baumann di Bologna. Erano le sette di una bella sera dall’aria piena di profumi  e di voli. Ci togliemmo le tute, rimanemmo in calzoncini leggeri, maglie di cotone, scarpe di gomma. Facemmo un giri di riscaldamento, poi partimmo. Ero felice di avere provocato tale situazione classica nei fatti, dopo avere tradotto e spiegato Pindaro che celebra gli agoni negli stadi

 dove gareggia velocità di piedi tacuta;~ podw`n ejrivzetai-

e vertici ardimentosi di forza; e il vincitore per il resto della vita loipo;n ajmfi; bivoton-ha una dolce serenità (Olimpica I, Strofe 4).

 

Nella nostra corsa c’era l’idea che la cultura deve farsi prassi e potenziare la persona non solo nella mente ma anche nel carattere e nel corpo.

Ifigenia assisteva, prendeva i tempi e mi incoraggiava a ogni passaggio. Dovevamo percorrere i 400 metri della pista per 12 volte e mezzo: 5000 metri in tutto. Gli allievi sedicenni invero erano meno allenati di me e dopo un paio di giri cedettero tutti tranne Ferrari che aveva i muscoli e il fiato esercitati nella pallacanestro. Mi seguiva come un’ombra. Ero partito veloce cercando di imporre subito un ritmo elevato poiché nella corsa, come nella vita, mi manca lo scatto e non posso vincere lottando negli ultimi metri con antagonisti che non vi siano giunti stremati. Devo arrivare in fondo meno disfatto degli altri. In tutte le mie attività ho più resistenza che scatto. Ho bisogno di tempi lunghi e di gare non brevi.

Sto lavorando su questa epica della seconda metà del Novecento da quaranta e più anni.

A metà del percorso dunque avevo staccato tutti eccetto il giocatore di pallacanestro dalle gambe molto più lunghe delle mie.

Questo era rimasto attaccato alla mia schiena incutendomi nervosismo e paura di essere superato negli ultimi metri:  il grido di vittoria cominciva a strozzarsi nella gola della mia Musa. Quando mancavano cinque giri, 2000 metri,  Ifigenia che conosceva le tattiche  mie e le forze di cui disponevo, mi gridò che dovevo accelerare pima che fosse tardi. Allora sentìi di essere come Odisseo o Diomede sospinto da Pallade Atena e cercai di alzare il ritmo. Mentre aumentavo la frequenza dei passi con cautela e calcoli davvero odissiaci per non restare senza forze né fiato, sentivo il respiro del rivale affrettarsi, accorciarsi, farsi rauco, scomporsi.

Ne fui incoraggiato e incrementai ancora il ritmo spremendo gran parte delle energie residue per provocare il crollo dell’avversario che  infatti cominciò a respirare con sibili mozzi, poi perse un metro, quindi altri cinque, e infine non si sentì più fiatare. Si era fermato. Come passai di nuovo davanti al traguardo, la dea mi fece un sorriso di approvazione. Glielo contraccambiai e terminai la gara senza sfiatarmi in 20 minuti e 12 secondi. Promisi a me stesso che sarei sceso sotto i 20 minuti entro maggio e sotto i 19 nello stadio di Debrecen prima di ferragosto. Nel salutarli chiesi ai ragazzi di allenarsi per sfidarmi di nuovo e cercare di battermi.

Quindi passai una bella serata di festa e di amore con Ifigenia.

 

Sere fa sono tornato a rivedere  Paris, Texas. C’era anche Wenders, il regista nato nel 1945 che ha parlato di questo suo film del 1984.

Ho nominato Wim Wenders come uno dei miei modelli in un capitolo precedente che racconta l’estate del 1979 quando lui e io eravamo molto più giovani. Wenders era già allora un maestro, un modello per me. Un uomo ben tenuto nell’aspetto, laborioso e geniale.  

Il film in questione racconta la storia di un amore troppo bello, felice e intenso perché potesse durare a lungo. Una storia simile alle mie con Helena, Kaisa, Päivi, Ifigenia e qualche altra. Quando lo vidi la prima volta, la ferita dell’ultimo amore fallito non si era ancora cicatrizzata e rimasi molto colpito. Ieri mi sono commosso di nuovo anche vedendo nella bella vecchiaia del regista ben vissuto e ancora vivo qualche similitudine con la mia. Wenders ha sempre tanti progetti. Anche io che pure sono nato otto mesi prima di lui.

Il mio progetto giornaliero di questi tempi è rivedere le  parole scritte fino a quando i verba avranno raggiunto la bellezza universale, ontologica del Verbum poetico.

Quando sentirò di avere raggiunto questa meta sarò libero di riprendere a vivere amando persone vive, oppure di morire ritrovando i miei cari defunti: i consanguinei, le amanti, le amiche, gli amici

Saluti a tutti

 

Bologna 2 maggio 2026 ore 11, 48 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CLX La notte romana. La trasfigurazione di Raffaello Urbinate commentata con l’aiuto di Nietzsche. Il ritorno.


 

Dopo la cena al tavolo con il collega e amico Giovanni, noi due ci separammo dagli altri e andammo a casa di Antonella, l’amica romana dell’estate di Päivi. Erano passati diversi anni, senza notizie di lei dopo la notte dei saluti e delle promesse amorose.

Dico di Päivi. E di molt’altre.

Con Antonella invece ci eravamo sentiti qualche volta. Le amiche sono meno volatili delle amanti.

 Nella vita alcune cose e persone ritornano, altre spariscono inopinate e fulminèe.

A volte si pensa di “trasumanar”, in un modo o in un altro, trasformando la vita impostata con questa o con quella.

Quando Päivi abortì la nostra bambina e disse: “I don’ t  want to see you” arrivai a Capo Nord poi decisi di “significar per verba” il prosieguo della mia vita. Mai più figli né un amore a tempo indeterminato. Infatti i successivi furono tutti amori a perdere o solo avventure.  Le amicizie sono state meno effimere.

 Antonella infatti era ancora un’amica. Ricordammo in particolare il bagno nel Danubio del 25 agosto 1974 e le parole che le scrissi in settembre quando rimasi solo nel collegio universitario di Yväskylä da dove la mia compagna pregnante era partita per andare lontano, oltre il circolo polare ad abortire la nostra figliola concepita a Debrecen in luglio. Non l’avrei vista mai più.

Il  marito dell’amica mi sembrò un crapulone: mangiava e beveva con gusto, senza porsi problemi di linea né di salute. Quindi fumava dei lunghi sigari sempre con l’aria di chi nella vita è arrivato dove voleva.

Infatti a un certo punto mi fece: “Vedi? Didici esse felix. E tu?”

Dedidici  esse infelix. Mi basta”.

Quando fummo soli, Ifigenia disse che quell’uomo le aveva fatto venire in mente il “globo di continenti peccaminosi” incarnato da Falstaff . La citazione mi piacque. Ifigenia quando ricordava le frasi belle mi eccitava, sicché godemmo con voluttà raffinata, erudito luxu, nel talamo offertoci dagli ospiti 

Dovemmo del resto alzarci assai presto per arrivare nell’alberghetto vicino alla fontana di Trevi dove eravamo alloggiati, prima che si notasse la nostra assenza durante l’adunata militaresca della mattina.

 L’ottimo Giovanni ci avrebbe coperto ma non poteva farlo oltre le nove.

Dopo la colazione non priva di sorrisi, Ifigenia portò alcuni studenti a vedere Cinecittà, mentre io accompagnai un altro gruppo ai Musei Vaticani dove volli commentare La trasfigurazione di Raffaello Urbinate avvalendomi dell’intepretazione datane da Nietzsche.

Il fanciullo ossesso nella parte bassa del quadro raffigura il terrore del caos con la distruttiva sapienza silenica, Cristo ascendente  è Apollo che con la bellezza giustifica la vita.

Un trasumanare diverso dal mio.

La nascita della tragedia del maestro tedesco  aveva inaugurato il bello  stile del mio insegnamento già nel liceo di Imola, quattro anni prima,  e da allora avevo continuato a dare grande importanza al solitario di Sils Maria . Anche nel lavoro c’è un ritorno periodico di certi eventi significativi e capitali.

Durante il viaggio di ritorno in treno le due belle supplenti erano sedute davanti a me. Le osservavo con attenzione e le confrontavo. Ifigenia era più grande, più mora, più bella di corpo; Lucia era più fine e più luminosa nel volto. Aveva gli occhi più grandi, espressivi e capaci di luce. In quel momento mi piaceva di più. Mi sembrava più simile a me e alla mia stirpe. Ifigenia se ne accorse con sofferenza e cominciò ad agitarsi: scalpitava con le caviglie snelle e i polpacci torniti. Pensai che questa mi aveva dato comunque molto di più e doveva ricevere  più di quell’altra.

 Come la sera di Helena e Josiane quasi nove anni prima, nell’agosto del 1971 a Debrecen [1]. Le stesse situazioni ritornano. Helena non poteva essere la donna da amare a lungo siccome già impegnata altrimenti, però il mese passato felicemente con lei mi aveva aperto la via a successivi amori, ad altre esperienze buone, a borse di studio proficue; probabilmente anche l’ amore con Ifigenia non sarebbe durato, tuttavia noi due avevamo ancora qualcosa da infonderci a vicenda: un po’ di amore carnale e magari anche spirituale per progredire ciascuno verso la propria meta. Mete comunque remote e distanti pure tra loro

 

Bologna 2 maggio 2026 ore 11, 11  giovanni ghiselli 

 

 

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[1] Chi tra voi lettori fosse curioso di queste storie di amori con le finlandesi può trovarle nel mio romanzo Tre amori a Debrecen. Non dovete comprarlo: si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna.