martedì 11 agosto 2026

Ifigenia LXI. Il cielo sopra Bologna. La nuvola acquosa minaccia quaranta giorni di relegazione.


 

Il 4 aprile si temeva la pioggia. Ifigenia mi aveva insegnato una credenza popolare secondo cui, se  piove quel giorno, le nuvole acquose seguitano a gocciare per sei settimane di fila: praticamente il sole sparisce con il calore e i colori che dona alla terra. Passammo quella giornata fatidica osservando le nubi: da scuola durante gli intervalli, poi tra i libri e gli amplessi domestici ne scrutavamo l’ampiezza, lo spessore, i movimenti inquietanti.

Di giorno andò abbastanza bene: le nuvole rimasero bianche e sottili, e non si congiunsero a formare ammassi scuri, forieri di pioggia; anzi verso il tramonto, oramai una mezzora dopo le sette, la maggior parte del cielo, sereno, rallegrato da  uccelli sonori e variopinti faceva già antivedere l’estate. Noi due  iterammo l’amore diverse volte per festeggiare il pericolo già quasi scampato. Ma appena il primo fra tutti gli dei si fu eclissato, a un tratto da ovest si vide avanzare minacciosa una grossa nuvola nera imporporata del resto dal sole che declinava già  spostato verso la grande pianura del nord. In breve la nuvola divenne cupa, densa, e tosto si estese togliendo chiarezza al cielo e gaiezza ai  nostri volti. Se fosse piovuto, e l’orribile auspicio di un mese e mezzo di pioggia aveva una validità almeno statistica, sarebbero andate in malora le nostre escursioni ciclistiche, le  rincorse sui prati, gli amplessi sull’erba schiacciata dalle natiche sode di Ifigenia, callipigia in quel tempo quanto Afrodite.

 La bella collega e amante  al momento del congedo disse: “giura che fino a mezzanotte e un minuto non pioverà”.

“Lo giuro”.

Volle che ripetessi lo scongiuro con maggior convinzione.

“Giuro che impiegherò tutta la forza della mia testa per tenere a distanza quella deprecatissima nuvola nera che non deve tenerci rinchiusi escludendoci dalla dea natura già adorna di trecce verdissime”.

Ifigenia sorrise fiduciosa scoprendo un dente, un canino che conferiva al suo volto di femmina bruna, un’aria da bambina vorace e un poco feroce.

L’accompagnai a casa sua poi tornai nella mia sempre tenendo la mente tesa contro la nuvola gonfia che si estendeva nel cielo e pure dentro di me. Rivolgevo deprecazioni contro la pioggia, il fango, l’assenza della santa faccia di luce per sei settimane. Sarei stato costretto a chiudermi in casa diventata una  caverna rischiarata a tratti soltanto dai baglior intermittenti di Ifigenia.

Verso le 21 stavo uscendo per distrarmi quando telefonò.

“Pronto sono io”

Un esordio telefonico che mi infastidisce, un segno di egoismo e narcisismo. Senza contare che può  prestarsi a equivoci anche raccapriccianti. Non questa volta, ma capitò che sbagliai persona credendo che la voce dell’innominata fosse quella di un’amante tra le più dissolute, mentre era una collega anziana cui rivolsi parole  indecenti che la fecero inorridire. Dovetti scusarmi pieno di imbarazzo.

Dunque risposi alquanto seccato: “Io chi? Lascia perdere: ho capito chi sei. Io sono gianni e sto uscendo. Hai qualcosa di importante da dirmi?”

“Mio marito ha telefonato minacciando un delitto di onore, anzi due”

“Chi vorrebbe ammazzare?”

“Me e te”.

“Che cosa hai risposto?”

“Che noi due, tu e io, ci amiamo e siamo una forza”

“Hai fatto bene. Domani ne parliamo, ma ora devo uscire. Mi aspetta un collega in centro”.

Mi avevano disturbato le parole lanciate e lasciate nell’incertezza- in ambiguo verba iaculata-, forse addirittura inventate per mettermi in agitazione, per darsi importanza. Mezzucci miserabili. Pensai del resto che se erano vere non deponevano a favore dell’intelligenza e del buon gusto di una donna che aveva sposato un uomo del genere il quale riponeva il proprio onore sulla fedeltà della  moglie che di fatto l’aveva lasciato.

“Un marito decente- pensavo e penso- se perde una  che  non lo ama, dovrebbe festeggiare l’evento, non inseguirla, incalzarla, minacciarla o pregarla. Costoro sono dei mentecatti, uomini che vanno tenuti alla larga.

Doveva pensarci lei. Che questa storia fosse vera o inventata, non volevo parlarne. “Sai quanto erano meglio le finniche!” mi dissi ancora una volta.

Dal 1974 era diventato un ritornello  ripetuto durante tutte le storie successive.

Le mie tre grazie dei primi anni Settanta nemmeno si sognavano certe commedie penose. I loro mariti- dicevano le  finlandesi- scrivevano lettere buone giusto per incartare gli sgombri, senza aggiungere altro.

Cacata charta pensavo tra me e me, ricordando Catullo.

 

Prima di posare il telefono mi limitai a domandare : “Cambia qualcosa tra noi?”

“No, gianni”-gridò- Non credo. Penso anzi che, casomai, cambierà in meglio: avremo più tempo per stare insieme!”

Aveva capito che la sua scena, tragica e minacciosa quanto la nuvola nera, mi aveva disgustato ed era passata alla farsa dell’ottimismo.

 

“Sai che pacchia!” pensai e la salutai.

 

Ero schifato. Andai a guardare il mio viso e, mentre lo avvicinavo allo specchio allungando il collo come un’oca turbata, dissi: “conserva il tuo volto di uomo, non lasciarti istupidire da tali starnazzi!”

 

La mente però si era afflosciata. Non potevo più tendere l’arco ormai slentato contro la nuvola acquosa. Mi accostai alla finestra e invece di alzare gli occhi al cielo, li abbassai sulla strada. Cadevano già alcune rade ma grosse gocce di pioggia.

 

Mi dissi: “Massì, piova pure: tanto la primavera sarebbe stata fradicia comunque”.

Il 13 aprile volli cambiare aria e tornai a Moena. Da solo.

 

Pesaro  11 agosto 2026 ore 8, 48 giovanni ghiselli.

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Tremila lettori prima delle 9: non siamo sotto la media. Potrò andare dal fisioterapista, scriverò meno e tornerò senza tema d’infamia.

 


lunedì 10 agosto 2026

Euripide tredicesima parte. Eracle terza parte.


 

 Parodo 107-137.  Coro di vecchi tebani

I coreuti descrivono la loro condizione di vecchi; procedono appoggiandosi ajmfi; bavktroi", ai bastoni e si paragonano a cigni: aedo di lugubri lamenti come l’uccello canuto (111) w{ste polio;" o[rni".

 

Un breve excursus con Platone, Eschilo e Petronio.

 

Per il canto del cigno cfr. Platone, Fedone.

Il mito dei cigni

Gli uomini per la loro paura della morte, calunniano anche i cigni e dicono che essi cantano lamentando la morte favsi aujtou;;" qrhnou'nta" to;n qavnaton a[/dein. In realtà nessun uccello canta quando ha fame o freddo o soffre qualche altro dolore, neppure l’usignolo ajhdwvn o la rondine celidwvn o l’upupa e[poy.

 I cigni dunque siccome sono uccelli di Apollo,  indovini mantikoiv,  prevedendo i beni dell’Ade kai; proeidovte" ta; ejn    {Aidou ajgaqav ,  cantano e gioiscono (a[dousi kai; tevrpontai) in quel giorno più che in passato (85b). Ebbene, conclude Socrate, io sono confratello dei cigni e consacrato allo stesso dio che mi dà la divinazione th;n mantikhvn e non credo di dovermi separare dalla vita più triste di loro.

 

La prima testimonianza sul canto del cigno si trova nell’Agamennone di Eschilo in un Commos nel quale Clitennestra dice che Cassandra, come l’amante Agamennone delizia per giunta delle Criseidi, giace morta dopo avere cantato l’ultimo lamento di morte kuvknou divkhn (1444), come il cigno, e a lei, la moglie di Agamennone, e amante di  Egisto,  “ha portato un manicaretto in aggiunta ai miei piaceri del letto  ejmoi; d j ejphvgagen -eujnh'" paroywvnhma th'" ejmh'" clidh'"” (1446-1447).

 

 Cfr. in promulside libidinis nostrae (Satyricon, 24, 7)

   

 Il pupo Gitone si scompisciava dalle risate e attirò l'attenzione di Quartilla, la sacerdotessa dell'orgia postribolare, la quale chiese cuius esset puer, diligentissima sciscitatione (24, 5) a chi appartenesse quel ragazzo con una domanda molto seria. Quel superlativo diligentissima. che qualifica una domanda relativa alla proprietà di un amasio, è appropriato a  un mondo dove le uniche cose serie sono il denaro e il sesso. Infatti subito dopo, saputo che era il "fratello" di Encolpio, la donna domandò:"quare ergo-inquit-me non basiavit? ", allora perché non mi ha baciato? Quindi  passò ai fatti: lo inchiodò a sé con un bacio, poi fece anche scendere la mano sotto il vestito e  palpatogli il cosino ancora tanto inesperto (pertactrato vasculo[1]tam rudi ) fece:"haec belle cras in promulside libidinis nostrae militabit; hodie enim post asellum diaria non sumo" (24, 7), questo servirà bene domani durante l'antipasto del mio piacere; oggi infatti dopo il pesce non prendo una razioncina.-promulside è ablativo di promulsis , "antipasto" formato da pro-+ mulsum , "vino con miele".

 

Torniamo a Euripide

I vecchi corifei si definiscono visioni di sogni notturni, tremanti ma volonterosi (Eracle, 114). Con versi piuttosto convenzionali gli anziani sottolineano la debolezza della loro età e la vivacità dei figli di Eracle che hanno negli occhi raggi di Gorgone  simili a quelli del padre- patevro"  wJ~ gorgw'pe"  ai{de prosferei'" ojmmavtwn aujgaiv (129-131).

 Al v. 868 le pupille da Gorgone verranno attribuite da Lyssa a Eracle impazzito. Ma qui nei fanciulli lo sfavillio degli occhi è segno della cavri" (134) la grazia,  che la presente sventura (kakotucev") non ha potuto annientare. Tuttavia questo sguardo da Gorgone che accomuna i figli al padre è un segnale del destino orrendo che attende l’uno e gli altri.

 

Lo sguardo da Gorgone viene attribuito da Omero a Ettore quando infuria insostenibile nell’VIII canto dell’Iliade (vv. 349 e 355).

 

Quindi viene annunciato Lico, il capo di questa terra th'sde koivranon cqonov" che si avvicina (Eracle, 139).

 

Pesaro 10 agosto 2026 ore 16, 48 giovanni ghiselli

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Talora mi stupisco, piacevolmente certo, di tanti lettori in poco tempo. Oramai sono anche io un polio;~ o[rni~, un uccello canuto aedo talora di lugubri lamenti. Del resto li alterno con tripudi gioiosi e danze festose sulla pista della vita non priva di soddisfazioni. Corrispondono alla mikth; ojdov~  da me percorsa fin da bambino e al metodo mitico- politico della mia narrazione.

 

 

 



[1] Vasculum=mentula .