giovedì 20 agosto 2026

Ifigenia LXXXVII . Tempus breviatum est.


 

Venerdì sei luglio andai a Misano, desideroso di lei.

Come fui giunto sulla spiaggia la vidi adagiata sopra un lettino con la schiena sollevata sui gomiti e la faccia rivolta al tremolar della marina. La riconobbi  tra tante dai capelli nerissimi che le cadevano sulle spalle rotonde , lisce abbronzate, e dalle gambe splendidamente tornite, slanciate eppure polpose. Fisicamente la Kore era dotata assai.

 

Mi venne in mente la mamma quando negli ultimi anni Quaranta, ancora bella, formosa, bruna bruna di capelli e di pelle sempre abbronzata, mi faceva la grazia di portarmi al mare con sé e mi sembrava una divinità che si degnava di accompagnare un mortale, un bambino  privo di qualsiasi fascino, dato che a scuola non andavo ancora e non avevo incontrato i maestri che mi avrebbero elogiato per la mia intelligenza e sensibilità non ordinarie. Non era iniziato il mio riscatto attraverso la scuola. Né  quello con la bicicletta sulle salite. L’unica cosa bella di me  era la madre mia che miravo e ammiravo senza esserne contraccambiato.

 

Nell’estate del 1979 mi ero rifatto del mancato amore materno con una trentina abbondante di donne, alcune anche belle e fini. Le tre finniche di cui ho già raccontato.

 Bella era bella Ifigenia, ma andava  dirozzata ancora un po’ per  poterle attribuire della finezza. Del resto all’epoca ero  meno giovane e bello di lei e, per giunta, nemmeno granché raffinato. Dovevamo lavorarci insieme per mesi, per anni, ma non avevamo tanto tempo davanti: il nostro avvenire era oramai limitato. Non era più quello che avevo avuto in mente quando la conobbi. La decadenza già avvenuta aveva abbreviato il nostro tempo. Mi erano venute  in mente più di una volta le parole paoline Tempus breviatum  est [1].

Quella mattina era proprio così: solo poche ore buone avevamo ancora davanti.

 Vero è che Helena in un mese mi aveva reso migliore  ben più di altre compagne  durate pur troppo a lungo: pesi gravosi e inutili sulle mie spalle.

 

In quel mese eravamo stati capaci per qualche ora di comprensione reciproca, un’attitudine ottima e necessaria all’amore.

Con Ifigenia c’è stata più a lungo un’ esaltazione  recitata piuttosto che davvero vissuta.

 Oggi so che la financo la madre mia non mi ha amato fino a quando non sono divenuto abbastanza intelligente e buono da comprendere e accettare la sua stranezza, di compatire il suo dolore, di consolarla dei suoi insuccessi.

Mi amò quando finalmente le dissi che non era fallita siccome aveva generato  me e mia sorella che eravamo contenti di vivere e  le eravamo grati di averci messo in questo mondo pieno di bellezza e di gioia.

“Tu non sei soltanto una mamma, sei la mammissima nostra” le dissi. E aggiunsi: “ Non sarai  emerita però prima dei miei 70 anni e dei tuoi 101. Solo allora potrai andare in pensione”.

Non è  giunta a quel traguardo, bensì  soltanto a quello dei 98, ma abbastanza a lungo per arrivare a capirmi e farmi capire.

 

Ora torniamo sul mare di Misano. Dopo le accoglienze più o meno liete  non avevamo molto da dirci ma non sentivamo la noia poiché l’emozione reciproca era tenuta viva da una tensione erotica, un assillo ancora tanto acuto e pungente da stimolare il desiderio di fare l’amore appena possibile e spingerci a trovare un talamo adatto senza andare nella casetta che condivideva con un paio di conoscenti.

 La nuda estate ci avrebbe offerto un asilo, ma dovevamo trovarlo. Altro non ci interessava in quel momento. Ricordo questo stato d’animo e lo rivedo in una foto scattata quel giorno lontano: le labbra della ragazza sono tese, gli occhi vivaci e aperti nonostante il sole abbagliante, i muscoli delle braccia, dello stomaco, delle gambe pronti a scattare come quelli di una puledra o di una baccante che muove rapido il piede impaziente verso il pascolo, a balzi. Tempus breviatum erat, anche per lei.

Oramai questa sentenza riguarda l’intera mia vita purtroppo, non solo uno dei tanti amori perduti. Sono un vecchio studente a vita, pensionato e povero ma farò in tempo raccogliere tre milioni di lettori con questi miei scritti. Magari anche molti di più. Perché no?

 

Pesaro 20 agosto 2026  ore 17 e 27  giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Paolo,  Prima Lettera ai Corinzi  (7, 29).

 


Ifigenia LXXXVI L’amore nel mare colore del vino.


 

Mercoledì 4 luglio Ifigenia in forma splendente venne a Pesaro per fare l’amore con me. Non si poteva nella casa delle due zie più anziane le quali del resto la accolsero decentemente. Quel giorno parlammo senza fraintenderci delle nostre vite e delle letture fatte nel frattempo, poi giocammo, nuotammo, remammo e verso la sera facemmo l’amore nel mare che al tramonto assumeva il colore del vino. Questa era l’attività che ci riusciva meglio di ogni altra.

La bella ragazza era piena di luce: scintillava sulla sabbia, rifulgeva sopra e dentro l’acqua salata, e dopo il tramonto mandava lampi di gioia nella notte ingentilita da uno spicchio sottile di luna. Alle otto di sera la spiaggia era quasi deserta: sulle cabine chiuse, sull’umida sabbia, sulle sdraie ripiegate, sui mosconi allontanati dall’acqua, si stendevano lunghe le ombre degli alberghi costruiti pazzamente a pochi metri dalla rena marina. Ifigenia aveva un costume di colore carneo che metteva in risalto l’abbronzatura e la compattezza  della sua pelle.

Mezz’ora più tardi sulla spiaggia non c’era anima viva e la ragazza propose: “Vieni, andiamo a fare l’amore nell’acqua simile al vino”.

L’invito mi piacque assai, però domandai:

“Come si fa?”

“Come fanno i pesci”.

Pensavo che poteva essere scomodo e difficoltoso un concubito sommerso oltre che irregolare e proibito, però se non l’avessi fatto quella sera con la splendidissima giovane che me l’aveva chiesto, forse non avrei avuto un’altra occasione di provare tale esperienza che poteva allargare la mia coscienza.

 Sicché entrammo nell’acqua del mare che non era calda, anzi faceva accapponare la pelle.

“Hai la pelle d’ochina”, dissi per esorcizzare quel freddo con una canzonatura. Ridemmo, poi, per scaldarci, nuotammo fino agli scogli antistanti. Fare l’amore lì sopra non si poteva: era troppo scabroso.

Dove non toccavamo il fondo non era possibile, per mancanza di appoggio.

Allora tornammo verso la riva deserta. Il sole, tramontato dieci minuti prima dietro l’alta terrazza di un albergo sovrastante la spiaggia, era risorto sulla sinistra dell’edificio e aveva aggiunto un tocco di arancione al mare rimasto tuttavia cupo, denso e capace di tenere celata la nostra impudicizia che poteva spiacere a chi ci avesse visto dalla banchina o dagli alberghi vicini. Avrebbero potuto chiamare dei vigili che non sarebbero stati lenti a punirci.

 Ci fermammo dove l’acqua ci arrivava alle spalle: a metà strada tra  gli scogli scabri della scogliera irta di cozze e la rena asciutta.

Ci togliemmi i costumi sistemandoli intorno alle braccia. L’acqua ci dava carezze lascive: senza difficoltà pentrai nella giovane donna come un pesce boccheggiante, muto e senza pensiero.

Arrivato alla base del fianco occidentale dell’albergo follemente edificato in prossimità dell’acqua, il sole , sgonfio oramai di luce e calore, sembrava una palla rossiccia gettata via da un bambino, che stanco di giocarci, per spregio l’aveva lanciata da una finestra. 

 

 

 

 Il bagnino Virgilio. Portitor horrendus terribili squalore.

 

A un tratto l’aria immobile del crepuscolo fu attraversata da un urlo orrendo. Nell’oscurità che avanzava da oriente vedemmo avvicinarsi  a colpi di remi il vecchio bagnino Virgilio che alla fine degli anni Quaranta mi aveva insegnato a nuotare ma con il volgere delle stagioni il tempo lo aveva mutato, dal giovanotto simpatico che era, in un vecchio misantropo sempre arrabbiato. Si avvicinava maledicendo la nostra inverecondia sfacciata. La bocca lanciava  grida  minacciose e appariva come una squarcio nel viso deformato in  maschera tragica.

Ifigenia spaventata da quella figura infernale stava scivolando sott’acqua ma rabbrividiva anche per il  freddo ed evitò l’immersione afferrando il laccio di cuoio che lei stessa mi aveva cinto al collo come simbolo di legame amoroso. L’avrei tagliato all’alba del 13 giugno del 1981 quando il piccolo Alfredo moriva nell’orribile pozzo dove era caduto. Caduta dolorosa e simbolica di tanti altri precipizi. Verso le tre di quella notte fatale sarei entrato nella cucina sporca di piatti unti e avrei tagliato quel vincolo oramai sfilacciato. Quindi, per schiodarmi del tutto dalla croce del mio pur necessario martirio,  avrei preso la bicicletta e sarei salito su per la Futa fino a Monghidoro dove sarei entrato in chiesa a chiedere di sopravvivere. Dio mi esaudì. Questo sarebbe successo due anni più tardi.

Il 4 luglio 1979 invece il nostro legame era ancora robusto, sia pure per poco, e non lasciò che Ifigenia cadesse sotto l’acqua.

“Ti amo-disse-. Se non ci fossi tu, perderei l’equilibrio” 

“Ma io ci sarò finché tu vorrai restare in piedi con  me”.

Parole che si dicono quando si sente la fine che si avvicina con piedi già piuttosto veloci.

Intanto il demente si avvicinava remando in posizione eretta. Mi venne in mente Caronte: traghettatore orrendo di terrificante squallore.

Era infuriato. Tendeva in avanti e piegava indietro freneticamente le braccia muscolose nonostante l’età. Già alquanto vecchio ma cruda e piuttosto verde la sua vecchiezza era ancora. Sembrava un grifone che agita le ali e apre il becco bramoso di sangue. A un tratto però giunse il disincanto, sicché demitizzai la figura primordiale e riconobbi il maestro di nuoto diventato con i decenni un vecchio mezzo matto, un sinistro rompiscatole. Rassicurai anche Ifigenia, quindi rimettemmo al loro posto i costumi e tornammo sulla riva oramai oscurata quasi del tutto. Virgilio aveva cessato di perseguirci  stava tirando il moscone sulla sabbia, non lontando da noi. Alzai una mano in segno di saluto. Allora il volto del vecchio tornò a essere umano e abbozzò un sorriso benevolo che mi rese contento e contraccambiai.

Infine il vecchio ingentilito  eseguì due passi di danza con grazia inusitata.

 Oggi ho cercato di rendere ogni mossa con parole assolutamente

 necessarie e abbastanza precise.

Pesaro 12 agosto 2026  ore 17, 12 giovanni ghiselli

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