mercoledì 11 marzo 2026

In lode delle donne.


Parole di reazione alle calunnie dei poeti sulle delle donne nella Medea di Euripide (431)  e nella Serva amorosa di Goldoni (1752).

 

Il coro di donne corinzie nel primo stasimo della tragedia canta:

“E le Muse degli antichi poeti smetteranno

di cantare la mia infedeltà.

Infatti Febo signore delle melodie

 non accordò nel nostro spirito

suono ispirato di lira: poiché avrei intonato un inno di risposta

alla razza dei maschi. Una lunga età ha

molte cose da dire sul nostro ruolo e quello degli uomini (Euripide, Medea, vv. 421- 430).

 

Queste donne greche alludono all’infedeltà di Giasone, che ha abbandonato Medea la giovane donna straniera che lo ha aiutato nell’impresa del vello d’oro e gli ha dato due figli, per fare un matrimonio conveniente sposando la principessa di Corinto.

 

Alla fine della commedia di Goldoni, la serva amorosa Corallina potrebbe fare un matrimonio vantaggioso con un giovane ricco che era stato cacciato dal vecchio padre e salvato da lei. Questa giovane donna intelligente e buona riesce a smascherare la perfida matrigna del ragazzo e a ristabilire un rapporto di affetto tra il padre e il figlio. Questo vorrebbe sposarla ma lei si rifiuta e favorisce il matrimonio del giovane con un’altra, ricca come lui. Quindi giunge a intercedere in favore  della seconda moglie del vecchio, la matrigna che aveva l’aveva maltratta e allontanata.

 

Queste sono le sue ultime parole che concludono la commedia:

Corallina: “Così mi vendico delle sue persecuzioni. Io non ho mai avuto odio con lei, ma tutto ho fatto per il mio povero padrone. Se non ero io, sarebbe egli precipitato. L’ho soccorso, l’ho assistito,  l’ho rimesso in casa e in grazia del padre. L’ho ammogliato decentemente, l’ho assicurato della sua eredità, l’ho liberato da’ suoi nemici. Una serva amorosa che cosa poteva fare di più?

Or vengano que’ saccenti che dicon male delle donne; vengano que’ signori poeti, a cui pare di non potere avere applauso, se non ci tagliano i panni addosso. Io li farò arrossire, e ciò faranno meglio di me tante e tante nobili virtuose donne, le quali superano gli uomini nelle virtù, e non arrivano mai a paragonarli nei vizi. Viva il nostro sesso, e crepi colui che ne dice male” (III atto, ultima scena).

 

Bologna 11 febbraio 2026 ore 17, 52

p. s.

Statistiche del blog

All time1988332

Today323

Yesterday510

This month22011

Last month51138

 

.

 

 

 

 


Ifigenia III. E’ difficile entrare nella gioia tutti interi.


 

Sapevo di essere stato più imbarazzato che brillante, come ero quando corteggiavo le finniche o altre donne pellegrine.

Ma a Debrecen ero uno straniero borsista gratificato con premi d’amore più che di studio,- qui  ci garantiscono “vittu 1 e alloggio” si diceva con lepido bisticcio scherzando tra noi maschi italiani- ed ero sì in una Università, ma quale studente in compagnia di altri universitari più gaudenti che studiosi.  Iuvenes dum fuimus.

 Si beveva e si amoreggiava ringraziando gli dèi con degli evoè scatenati piuttosto che con sussurrati, castissimi  osanna.

A Bologna ero diventato un docente guardato con sospetto da alcuni colleghi malevoli diventati più numerosi dopo l’avvento del nuovo preside, tutt’altro che benevolo nei miei confronti.

Dovevo stare attento a non dare esche ai perfidi che volevano imporporare le scale del liceo-ginnasio con il mio sangue, almeno quello professionale. Rischiavo di essere  buttato in fondo, nelle aule più buie e tristi per me.

 Benevoli erano stati quasi tutti i docenti con il preside galantuomo andato in pensione e magari alcuni lo erano ancora, ma, da quando, con il nuovo anno scolastico il dirigente era cambiato ed ero caduto in disgrazia, stavano attenti a non farlo vedere. Era mutato tutto in peggio dall’anno prima quando lavoravo con un preside estimatore e amico, tanto che come arrivai, trasferito da Imola, mi diede due classi da portare alla maturità con il greco. Adottai l’Edipo re in una sezione e le Baccanti nell’altra, due testi diventati poi miei cavalli di battaglia, quindi due libri tradotti e commentati da me. Mi dicono che vengono ancora usati: magari ricavati dal mio blog dacché sono esauriti.

Questo nuovo preside dunque cercava di spostarmi, confinarmi nel ginnasio, nonostante i liceali delle mie ex classi manifestassero in mio favore.  Da loro Ifigenia aveva saputo che ero molto bravo. Al nuovo dirigente  non  piacevo per ragioni politiche, di metodo didattico, e probabilmente anche personali. Gli mancava tutto quello che avevo e mettevo a disposizione della scuola.

Lui però aveva il potere di danneggiare me e i miei studenti, mentre io non avevo alcuna preiezione dalla sua prepotenza e loro nemmeno. Eravamo sprotetti.

Insomma il mio rapporto con la dirigenza era cambiato molto in peggio e dovevo stare bene attento.

Le manifestazioni dei ragazzi in mio favore non erano richieste, e tanto meno organizzate da me, tuttavia tra i colleghi c’era chi telefonava in Provveditorato perché venissi trasferito in quanto turbavo il clima del “loro” liceo che era stato tranquillo prima che intervenisse la mia figura di agitatore.

 Tornando agli amori dell’università estiva, là il tempo per realizzarli era ancora più breve di quello dell’estate: nemmeno una volta si  riaccese la faccia della  luna, durante il corteggiamento di ciascuna delle donne che volevo amare, che amai contraccambiato in quel paradiso terrestre.

A Bologna  nell’autunno del 1978 avevo sopra di me diverse decine di giri della casta diva celeste per realizzare il mio piano. Per questi vari motivi procedevo adagio.

Dovevo agire con cautela in  un rapporto che poteva diventare serio.

La  bella ragazza e collega non era del tutto implausibile per una relazione lunga però sarebbe stata comunque problematica se non altro perché Ifigenia viveva con un altro uomo, sposato con lei per giunta. Io invece “vivevo la mia contraddizione”, come si diceva allora. Amavo le donne e detestavo le nozze. Non ho mai pensato che portino gioia più che dolore.

Insomma dal don Giovanni che ero stato a Debrecen con donne esotiche, e pure con diverse italiane  nei mesi passati quell’anno a Pesaro e  Bologna, davanti alla giovane, splendidissima collega nella scuola, dove un ducetto nuovo arrivato mi ostacolava, stavo regredendo verso lo sparuto diacono che ero quando bazzicavo la parrocchia di Santo Terenzio, il patrono della mia cittadina. Avevo fatto perfino il chierichetto nel Duomo quando il parroco era il novantenne don Mosca, un vecchio severo, un vero inquisitore.

Capivo bene che Ifigenia esigeva una risposta al suo desiderio di un contatto profondo tra noi: a questo indirizzava la mira dei suoi strali acuminati e potenti: era altamente e alteramente  dotata dei doni delle forme, dell’età e del sesso, una dote che probabilmente desiderava condividere con me in una relazione non solo di breve momento a quanto capivo.

La forza di questo impulso in una femmina tanto giovane e attraente, una che certamente piaceva a tutti i maschi eterosessuali dell’istituto- fino al prete, al bidello e al preside bruttarello- non poteva trovare una lunga resistenza in uno come me, ed ella lo sapeva bene anche prima di parlarmi, data la mia fama, o infamia, di uomo cui piacciono molto le donne e  ci prova con diverse, quasi con tutte purché decenti.

Ifigenia capiva che non avrei resistito a lungo. Sicché, mentre guardavo l’orologio per farle fretta, mi domandò: “In conclusione, ti va di relazionarti con me o non te la senti professore?”. 

Il marito  evidentemente non le andava  a genio.

Il tempo dell’intervallo era già scaduto e si doveva tornare subito dentro, sicché sfruttai questa circostanza per prendere tempo e prepararmi il discorso, magari scrivendone un canovaccio su un foglio.

Dunque le dissi: “ Dipende da quale tipo di relazione sarà possibile tra noi senza danni. Ti risponderò compiutamente all’uscita dalle lezioni. Contaci. Ora dobbiamo proprio andare. Intanto sappi che difficilmente d’ora in avanti mi sarà possibile prescindere dalla  tua persona, carissima Ifigenia”. Ambiguo e gesuitico ancora una volta.

Eppure la ragazza mi assecondò: “nemmeno io potrò fare a meno di te, caro, preziosissimo Gianni”. Forse non senza un pizzico di ironica riprovazione.

Provai a ribattere: “sì, sì, bella signora ma con tuo marito come la metti?”

“Ci penso io: mio marito si scanta!”.

Non mi era chiarissimo cosa significasse tale verbo, ma capivo che la signora voleva cambiare ganzo. Non mancava la nota cinica. Sul momento mi piacque ma con il tempo tale situazione poco chiara avrebbe costituito un impedimento a un Eros uranio, figlio di Afrodite celeste.

Del resto nemmeno Eros pandemio era da buttare via.

 

 

Nota

 

1 In finlandese significa quello che in greco vuol dire su`kon.  Cfr Aristofane, Pace 1350.

 

P. S.

“Scanta” significa “disincanta”. Ifigenia era disincantata quanto me, sebbene più giovane. Io lo ero diventato da quando Päivi, per non diventare una ragazza madre, aveva abortito la nostra bambina nel settembre del 1974 e ancora di più e del tutto nell’agosto del 1975 quando andai a cercarla in Finlandia e lei mi rigettò telefonicamente dicendomi I don’t want to see you”, io non voglio vederti.

Nel disincanto dunque noi due amanti in pectore, Ifigenia e io,  ci si corrispondeva.

 

Lunedì, 16 marzo · 5:00 - 6:45PM. Parlerò di Proust cercando di offrire una visione panoramica della ricerca.
Informazioni per partecipare di Google Meet
Link alla videochiamata: https://meet.google.com/soz-owfm-ehs

 

e qui il link per il sito della biblioteca dove ci sono tutti gli appuntamenti e dove alla voce "clicca qui" è cliccabile per andare direttamente all'incontro online:

https://www.bibliotechebologna.it/events/alle-origini-del-novecento-voci-e-visioni-della-grande-letteratura-europea

 

 

Biblioteca "Natalia Ginzburg"

Settore Biblioteche e Welfare culturale | Comune di Bologna

Via Genova 10 - 40139 Bologna 

tel. 051/2196074 sezione ragazzi
tel. 051/2196080 sezione adulti

www.bibliotechebologna.it