Prima sezione con un lungo excursus sull’ingratitudine.
Teseo, ottima guida di Atene, la città esemplare, contraccambia l’aiuto ricevuto da Eracle che l’ha liberato dall’ Ade ma poi è caduto nella disperazione dopo per avere ucciso i propri figli e la moglie Megara, spinto da Lyssa, la follia inviata da Iride per ordine di Era.
Questa tragedia è di poco anteriore o posteriore alle Troiane del 415.
Teseo
Avanti, a te che siedi su infelici seggi
Dico di mostrare il tuo volto agli amici 1215
Infatti nessuna tenebra ha un nembo così nero
Da nascondere la sciagura dei tuoi mali.
Perché agitando la mano mi segnali il terrore? Oer fare sì che non mi colpisca la contaminazione-muvso~- delle tue parole?
Non mi preoccupa proprio stare male con te;
infatti una volta ho avuto fortuna, è là che ci si deve riportare:
quando mi hai salvato fino alla luce fuori dai morti
Detesto la gratitudine degli amici che invecchia 1223
Cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn
E chiunque voglia approfittare dei beni
Ma non navigare con gli amici quando hanno sfortuna,
L'ingratitudine.
Nella Ciropedia di Senofonte leggiamo che un motivo serio di punizione e disonore tra i Persiani è l'ingratitudine (ajcaristiva):"kai; o}n aj;n gnw'si dunavmenon me;n cavrin ajpodidovnai, mh; ajpodidovnta dev, kolavzousi kai; tou'ton ijscurw'". Oi[ontai ga;r tou;" ajcarivstou" kai; peri; qeou;" a]n mavlista ajmelw'" e[cein kai; peri; goneva" kai; patrivda kai; fivlou""(I, 2, 7), e quello di cui sanno che potendo contraccambiare un favore, non lo contraccambia, lo puniscono severamente. Credono infatti che gli ingrati trascurino completamente gli dei, i genitori, la patria e gli amici.
"Come cosa caratteristica dei Persiani-osserva Jaeger- Senofonte rileva che l'ingratitudine è severamente punita in questo tribunale, in quanto essa appare come origine dell'impudenza e pertanto di ogni malvagità"[1].
L'ingratitudine è biasimata come vizio capitale già nell’Odissea da Penelope saggia ( "perivfrwn") quando rimprovera gli Itacesi dicendo all'araldo:"ajll j oJ me;n uJmevtero" qumo;" kai; ajeikeva e[rga--faivnetai, oudev tiv" ejsti cavri" metovpisq j eujergevwn"( IV, 694-695), il vostro animo appare evidente, e indegne le vostre azioni, e non c'è più gratitudine alcuna in seguito ai benefici.
Nei Memorabili di Senofonte, Socrate fa notare al figlio Lamprocle che particolarmente grave è considerata ad Atene l'ingratitudine verso i genitori, e per questa mancanza di riconoscenza sono previste delle pene, mentre negli altri casi, la città si limita a disprezzare coloro i quali ricevendo del bene non mostrano gratitudine:"periora'/ tou;" eu\ peponqovta" cavrin oujk ajpodovnta""(II, 2, 13).
Nella commedia pastorale As you like it (1599) di Shakspeare il nobile musico Amiens rifugiatosi con il suo duca spodestato nella foresta di Arden, canta: “Blow, blow, thou winter wind,-Thou art not so unkind-As man’s ingratitude.-Thy tooth is not so keen,-Because thou art not seen-Although thy breath be rude-…Freeze, freeze, thou bitter sky-That dost not bit so nigh-As benefits forgot” (II, 7), soffia, soffia, tu vento d’inverno, tu non sei tanto scortese, quanto l’ingratitudine umana. Il tuo dente non è tanto aguzzo perché non ti si vede, anche se il tuo fiato è aspro…Gela, gela, tu amaro cielo, che non mordi così dentro quanto i benefici scordati.
L'ingratitudine è il marchio della persona volgare: Nietzsche nel 1864 (a vent'anni) scrisse una Dissertazione su Teognide di Megara simpatizzando con le teorie del lirico antico. Lo colpì fortemente il biasimo espresso per l'ingratitudine dell'animo plebeo:"Teognide ritiene che non c'è niente di più vano e di più inutile che fare bene ad un plebeo, dal momento che non ringrazia mai [2].
Quindi il filosofo cita alcuni versi della Silloge teognidea (105-112) che riporto in traduzione mia :
"E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili:/è come seminare la superficie del mare canuto./Infatti seminando il mare, non mieti folta messe,/né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne bene in cambio:/ché i malvagi hanno mente insaziabile: se tu sbagli,/l'affetto per tutti i favori di prima si versa per terra./I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono ("oiJ d jajgaqoi; to; mevgiston ejpaurivskousi paqovnte"", v. 111),/e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito".
Senofonte nella Ciropedia[3] annette al vizio capitale dell'ingratitudine quello dell'impudenza che anzi considera madre di tutte le turpitudini:"e{pesqai de; dokei' mavlista th'/ ajcaristiva/ hJ ajnaiscuntiva: kai; ga;r au}th megivsth dokei' ei\nai ejpi; pavnta ta; aijscra; hJgemwvn"(I, 2, 7), pare che all'ingratitudine di solito si accompagni l'impudenza: questa infatti sembra essere la guida più grande verso tutte le brutture.
"E qui ci torna in mente l'importanza data da Platone e da Isocrate all'aidòs , senso di onore e di pudore, per l'educazione dei giovani come per la conservazione di ogni ordine sociale"[4].
Come si vede Senofonte, al pari di Euripide , stabilisce un nesso tra cavri" e aijdwv". Il tragediografo mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice:" cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia, e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.
Pure Sofocle attribuisce grande valore alla gratitudine considerandola una virtù senza la quale non può darsi animo nobile: Tecmessa per indurre Aiace a non suicidarsi ripete la parola chiave cavri" in poliptoto :"cavri" cavrin gavr ejstin hJ tivktous j ajeiv:-o{tou d j ajporrei' mnh'sti" eu\ peponqovto",-oujk a]n gevnoit j ou|to" eujgenh;" ajnhvr" (Aiace, vv. 522-524), la riconoscenza infatti genera sempre riconoscenza; quello dal quale cade il ricordo del bene ricevuto, ebbene costui non può essere un uomo nobile.
Dopo il suicidio dell’eroe, nell’esodo della tragedia, Teucro aggredito da Agamennone lamenta la caducità della gratitudine: “Feu': tou' qanovnto" wJ" tacei'a ti" brotoi'"-cavri" diarrei' kai; prodou'" j aJlivsketai” (Aiace, vv. 1266-1267), ahi, come svanisce rapida per i mortali ogni gratitudine verso un morto e cade tradita”.
L’Aiax mastigophorus di Livio Andronico (III secolo a. C,) traduce liberamente: “praestatur laus virtuti, sed multo ocius/verno gelu tabescit”, si offre pode al valore ma questa si scioglie molto più in fretta del gelo a primavera.
Nel Filottete, Neottolemo afferma che l'amicizia di un uomo capace di gratitudine vale più di qualsiasi tesoro:"o{sti" ga;r eu\ dra'n eu\ paqw;n ejpivstatai-panto;" gevnoit j a]n kthvmato" kreivsswn fivlo" " (vv. 672-673), infatti chi sa fare il bene dopo averlo ricevuto, dovrebbe essere un amico più prezioso di ogni ricchezza.
L'ingratitudine dei vili viene stigmatizzata da Teognide quando afferma che è del tutto insensato il favore (cavri") di chi fa del bene ai deiloiv :" i\son kai; speivrein povnton aJlov" polih'" " (Silloge, vv. 105-106), è come seminare l'immensa distesa del mare canuto.
L'immagine risale ad Alceo:"chi fa doni a una puttana è come se li gettasse nelle onde del mare canuto" (fr. 117 Voigt).
Secondo Shakespeare fu l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, a vincere la resistenza del grande Cesare che allora cadde:"Ingratitude, more strong than traitors' arms,/quite vanquished him: then…great Caesar fell" (Giulio Cesare , III, 2).
Nel Tito Andronico l'imperatrice Tamora, ex regina dei Goti, suggerisce all'imperatore Saturnino di prendere tempo prima di annientare la fazione di Tito che lo ha appoggiato nell'ascesa al trono: rischierebbe di essere soppiantato "for ingratitude,/Which Rome reputes to be a heinous sin" (I, 1), che Roma considera essere un peccato odioso.
In effetti Catullo lamenta l’ingratitudine generale: “omnia sunt ingrata. Nihil fecisse benigne./immo etiam taedet, taedet obestque magis” (73, 3-4), tutto è ingratitudine. Avere fatto del bene è uguale a nulla. Anzi dà fastidio, dà fastidio e nuoce piuttosto.
L'ingratitudine è anche una forma di disprezzo di se stessi. Lo mette in rilievo il "collaborazionista" Céline che non si faceva pagare le visite mediche:"Ero troppo compiacente con tutti, lo sapevo. Nessuno mi pagava…E' un torto. Le persone si vendicano dei favori che loro fate"[5].
Pesaro 17 agosto 2026 ore 11, 08 giovanni ghiselli
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