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Come Dio volle, arrivò l'ora di cena. Per fortuna la cameriera della colazione non c'era. Oltretutto in effetti non era un granché. Non avevo più alcuna voglia di vedere la mia compagna in quello stato pieno di furia o di lagna: mi faceva pena e mi dava fastidio. Il quesito dilemmatico era se, dopo mangiato, era meglio chiederle di fare l'amore con estrema cautela, o non proporglielo affatto. Nisi caste, saltem caute pensai mentre la osservavo con sguardo che voleva essere mite. Temevo che se avessi fatto una proposta erotica, probabilmente avrei provocato un'altra commedia di dolore o una scenata della furente. -Come osi, dopo quanto hai detto? Senza contare quello che avresti fatto se non fossi fuggita lontana da quel precipizio! Appena in tempo!”- "No, no, per carità – pensai –, è meglio stare zitti!". Tempus tacendi. Parlava lei traendo profondi sospiri dal'imo petto. Diceva che tra noi due infelicissimi, si erano alzate barriere di incomprensione alte, fredde e scoscese più degli algidi monti che incoronano la valle di Fassa. Era più istriona e barocca del solito. Sfoderava pose e accenti melodrammatici inconsueti pure per lei, avida di esibire se stessa. Sentivo che qualche cosa non funzionava nella sua mente turbata, e le rispondevo in maniera generica, come faccio con Stefania, la vecchia amica demente, quando ha le crisi nervose:"Eh sì, purtroppo sì. Sembra anche a me". Dicevo che se tra noi non andava bene come una volta, la colpa non era sua né mia: era tutta del fato. "La divinità infatti è invidiosa e turbolenta-citavo-, l'uomo è soltanto vicissitudine 23, e ciò che proviene dal cielo non è consentito stornarlo". Recitavo anche io. Non volevo
più litigare né discutere con lei che, secondo le mie previsioni, per quel
giorno non avrebbe riacquistato il controllo del cavallo pazzo, che la
trascinava indietro verso un passato doloroso e spaventoso. Finita la cena, ci alzammo per avviarci verso le camere. Salimmo in silenzio le rampe comuni, finché arrivammo dove le strade nostre si dividevano:"Hic locus est, partis ubi se via findit in ambas"24, pensai. Lì ci fermammo in silenzio. Aspettavo che dicesse qualche parola convenzionale come "buona notte". Ed ecco che invece mi chiese:"Vuoi che facciamo l'amore?" "Io sì – feci, piacevolmente stupito –, e tu?" La fanciulla, invece di rispondere, si mise a fissarmi in silenzio. "Le orecchie, quantunque non sia una lince, sono piuttosto aguzze " pensai, evitando di muovermi, come è d’uopo fare con gli animali strani e bizzarri. Anche belli magari, come appunto i felini sempre pronti però a sfoderare le unghie, perfino i carinissimi gatti piccini. Non volevo decidere io; ero quasi sicuro che se mi fossi incamminato da una parte o dall'altra, ella si sarebbe sdegnata; forse mi avrebbe dato una rapida unghiata. Nessuno dei due si spostava. Dopo un tempo non breve, Ifigenia disse:"Viemmi vicino: ho tanto bisogno di te, Gianni.". Mi avvicinai senza arrivare a toccarla. Mi abbracciò lei, poi mi baciò. Non trovò opposizione né una partecipazione entusiasta. Il fatto è che avevo paura come se fossi stato afferrato da una pantera. Ella affermò:"Il mondo è proprio cattivo, ma io ti amo tanto". Poi scostò il suo volto dal mio e riprese a fissarmi. "Facciamo finta di niente", pensai. A questo punto però sembrava auspicare e aspettare una proposta. Azzardai:"Vieni cocca, andiamo in camera mia". Non rispose; continuava a puntarmi. Allora, con cautela, le presi la mano sinistra e sussurrai:"Vieni tesoro, andiamo". Poi cominciai a guidarla, a tirarla pianino pianino, facendo piccoli passi. Cercavo di comportarmi con fermezza, ma anche con tutti i riguardi di cui hanno bisogno tali creature finite in balìa della furia.
Un breve excursus. Potete saltarlo se vi annoia. Ho imparato dalla coetanea Stefania. Una volta, nei primi anni Settanta, quando ero giovane e non sapevo trattarla, diede in escandescenze in piazza Garibaldi, l'ombelico di Padova, soltanto perché le avevo detto che I diavoli, un film di Ken Russel, mi era piaciuto. "Sei un comunista e un maiale!" gridò nell'agorà centrale affollata, piazza Garibaldi, alle sette di sera. Poi mi colpì con un ombrello, in mezzo alla testa, facendomi male. Quindi fuggì, lasciandomi semi intontito in
mezzo alla gente esterrefatta. Qualcuno cercò di prestarmi soccorso. Un' ora più tardi l’amica matta venne a casa mia pentita: si scusò dicendo che la colpa era stata non sua ma di mestruazioni tremende. "Sì, e di quel cavallo tutto nero, peloso e furibondo", pensai. E della mimesi materna, aggiungo ora. Falcia l'autonomia delle donne. Le femmine rimangono appendici delle madri, i maschi dei padri, quando ce l'hanno, e pochissimi crescono fino a diventare persone indipendenti dai genitori: maximum scelus, maternus (vel paternus) amor est26
Stephen Dedadalus nel IX episodio dell’Ulisse di Joyce- Scilla e Cariddi La biblioteca-, sentenzia: “ il padre è un male necessario A father is a necessary evil ; poi aggiunge Paternity may be a legal fiction la paternità magari è una finzione legale Stefania durante uno dei suoi intervalla insaniae mi disse: “tu sei un antipadre”. Päivi me lo confermò abortendo la nostra bambina. Da allora mi sono care le ragazze madri e le loro creature che talora diventano persone speciali. Gesù il Cristo in primis.
Un'altra volta Ifigenia mi vide assumere con l’amica coetanea dalla pazzia intermittente l'atteggiamento di riprovazione calma e risoluta che presento alla vista dei commedianti irragionevoli: Stefania si lasciò disarmare, e da furibonda divenne prima lamentosa, quindi benigna al punto da offrici il suo appartamento e da andare a dormire dalla mamma, a Venezia, per lasciarcelo tutto. Furente divenuta gentile. Non dico che i maschi sono migliori, anzi. Hanno piuttosto la debolezza di sottostare alla tirannide dei costumi diffusi, anche quelli pessimi: per esempio devono sfoggiare la propria forza virile perfino con prestazioni mercenarie atteggiandosi a giovani leoni, fino a quando rinunciano a ogni interesse tranne quello per il tristissimo gioco delle carte. Tutti dovremmo liberarci da questi ceppi e afferrare la briglia del cavallo nero della nostra biga mentale: ne acquisteremmo energia e disciplina. Quando, uscita Stefania, ci trovammo soli, Ifigenia scoppiò a ridere per la commedia cui avevamo assistito, come se tali follie non fossero state un pericolo serio anche per noi due. "Hai fatto finta di niente mentre la pazza infuriava, vero?", mi domandò. Le spiegai che con i matti bisogna mostrare una calma forte e sicura di sé. Fine della digressione comparativa
Ebbene questa necessità si presentava di nuovo a Moena, la sera dell'otto marzo, festa della donna del 1981, quando nella mia compagna vedevo sintomi di turbamento mentale , e facevo di tutto per evitare uno scontro. Pensavo che non fosse utile chiederle un chiarimento dei suoi stati d'animo, poiché probabilmente non ne aveva coscienza; del resto se pure l'avesse avuta non
avrebbe saputo spiegarla, e anche se l' avesse saputo, non lo avrebbe fatto, siccome non si fidava di me. Nemmeno di sè stessa si fidava questa nuova Desdemona, la disgraziata dal demone sinistro.
Comunque, giunti in camera, facemmo l'amore tre volte, e abbastanza di gusto. Io l'avrei iterato ancora, poiché trovavo in qualche modo eccitante quell'intermittenza mentale, quel barbaglio lampeggiante della sua coscienza ; ma la fanciulla divenne pazza di nuovo, come Geronimo27, e questa volta troppo matta per proseguire. Dopo il terzo orgasmo sembrava allegra e compiaciuta; io già molto contento di quel risultato, quasi stropicciandomi le mani dalla contentezza, andai nel bagno a lavarmi, per continuare a battere il ferro caldo come si dice e tornando verso il talamo cantavo:” Nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno Moena cui può separare”, ma interruppi la giuliva canzone d’amore come vidi che piangeva a dirotto bagnando il letto di lacrime. Le domandai:"Cosa c'è tesoro?". Non rispose. Le chiesi se potessi aiutarla. Disse che nessuno poteva fare nulla per lei, infelice, svuotata, forse anche malata nel corpo. "Ho capito: allora vestiamoci subito; ti accompagno in camera, così ti riposi", dissi con tono pacato, guardandola negli occhi senza ironia né incertezza. Con le donne in crisi è necessario comportarsi così; gli uomini che invece di prendere le briglie del cavallo pazzo si lasciano calpestare, oppure montano in furia, si meritano le zoccolate che ricevono in faccia. Ifigenia saliva i gradini con passi di enorme stanchezza. Sembrava che andasse a morire. La salutai, poi tornai in camera mia, assai contento di dormire da solo.
Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato Note 23 Cfr. Erodoto, Storie, I, 32 pa'n ejsti a[nqrwpo" sumforhv 24 Virgilio, Eneide, VI, 540. Questo è un luogo dove la via si scinde in due.
26 Il crimine più grande contro se stessi è imitare i genitori per tutta la vita, traduzione libera. Cfr. Seneca:"maximum Thebis scelus/maternus amor est”, Oedipus, vv. 627-628, il delitto più grande a Tebe è l'amore della madre.
27" Hieronymo's mad again” ( T. S. Eliot, The waste land, v. 437 citato da La tragedia spagnola (1586) di Thomas Kid.
Pesaro 29 settembre 2026 ore 20, 53 giovanni ghiselli p. s. Statistiche del blog All time3227724 Today2744 Yesterday5290 This month256356 Last month307804
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Giovanni Ghiselli
Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
martedì 29 settembre 2026
Ifigenia CXLIII. L’imperversare dello squilibrio. “Donna, mistero senza fine bello!”
Ifigenia CXLII. Il disincanto a Moena e il recupero di oggi.
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La mattina mi svegliai di pessimo umore. Il sole non c'era. Pensai subito male. "Ieri ho dovuto pregarla perché non mi lasciasse subito, oggi stesso, otto marzo, giornata della donna. L'ho convinta solo del fatto che troppo presto non le conviene. L'ho indotta a pensare che rischia un punteggio mediocre se mi pianta prima dell'esame di recitazione. Mi ha concesso tre, quattro mesi di proroga dunque, la brava ragazza che per Capodanno volle brindare all'eternità del nostro amore! Ciarlatana! Ma se crede di sfruttarmi, di inghiottire il poco sangue che mi rimane dopo averne succhiato gran parte senza darmi in cambio niente, o nient'altro che i suoi baci da Giuda, si sbaglia! Ha già lucrato molto dandomi la sua bellezza effimera soggetta al divenire, momentanea e apparente con la mia reale, connessa all’essere. La provocherò, la spingerò a manifestare le sue zone estreme: le sublimi e le infime, le oscene e le sante, per metterle nella mia storia e renderla più interessante. Te la faccio vedere io l'otto marzo, la giornata della donna! Tu sei una femmina dissoluta, calcolatrice e pessima, piena di intenzioni malvagie! Ti tratterò come fa Mastroianni nel film in Otto e mezzo di Fellini quando dice a Sandra Milo: ‘Ci vuole un trucco più da porca! Fai la faccia da porca! Cammina molleggiando sui fianconi!’. Dopo due anni e mezzo che mi sfrutti impudicamente, che mi hai isolato per mungermi con mia consunzione quasi totale, adesso ti accorgi che c'è poco altro da spremere e che ti conviene cercartene uno più utile, più funzionale alla tua agognata carriera da istriona. Ora vuole macellarmi la guitta, la mima volgare. Ma io non sono una mucca né un castrone da mattatoio: saprò capovolgere contro di te la tua intenzione. Ti provocherò, ti punzecchierò, ti squarcerò fino a farti rovesciare tutto il pantano melmoso che hai dentro. E su quella sanie, sul tuo dorso di belva costruirò la storia di un amore fallito rappresentativo di questa età malvagia e superba, nemica della virtù” 20. Lo sbudellamento davanti al fuoco mi aveva riempito l'anima di tali sentimenti cattivi. Ci incontrammo nella sala della colazione. Per provocarla subito, le feci notare che la cameriera era bella, bellissima, una meraviglia di donna: non avevo mai visto una delizia siffatta. Reagì soltanto dicendo: “non mi piace" e simulando indifferenza. Salimmo al rifugio Le cune , sperando che il sole rompesse le nubi, ma non eravamo degni della sua presenza lieta, e rimase nascosto
fino a sera. Eravamo cattivi e meschini. Uno peggiore dell’altra. Lo vedevamo
volare “Anche con certe amanti si crepa, magari dopo avere goduto assai”, pensavo quella mattina. Non ero più un bambino e non mi facevo tante illusioni. Una volta vedevo il tutto nel niente, oramai trovavo il niente nel tutto. Il mio disincanto era totale. Eravamo cupi e imbronciati. Parlavamo di nuovo della nostra situazione infelice aggirandoci attorno ai soliti temi: perversioni, tradimenti, emozioni cattive, e così via. Cercavo di provocarla perché dicesse qualcosa di nuovo, onde scriverlo tra gli appunti del capolavoro prossimo; ma quella eludeva le domande, replicando con i luoghi comuni che avevamo codificato insieme negli ultimi tempi a proposito del nostro connubio corrotto. Ad un tratto però, quasi senza volere, riuscii a colpirla in una debolezza essenziale, una zona critica e già vulnerata dell'anima, una ferita che, appena sfiorata, la faceva dubitare perfino della sua identità. Dissi soltanto:"Ifigenia, sei più bella, giovane e affascinante adesso di quando ti ho conosciuta". Tutto qui. Ma quella, cadutale la maschera di indifferenza con cui si era protetta fino allora, mi guardò con un'espressione di terrore e di odio, poi disse:"Io non cerco nessuna consolazione del fatto che non sono più tanto giovane quanto le ventenni delle quali senti bisogno tu per eccitare i tuoi nervi mal protesi e stremati". Quindi si alzò e si avvicinò al ciglio del precipizio. Avevo fatto come la Medea di Seneca, quando con lucida follia trova il punto debole del traditore Giasone. La madre dolorosa e furente ha visto come può colpire il marito fellone e dice fra sé:"sic natos amat?/Bene est, tenetur, vulneri patuit locus" (549-550), ama così i figli? Va bene, ce l'ho in pugno, si è aperto un varco per la ferita. Dopo essermi congratulato di tale riuso del maestro di Nerone, provai compassione della debolezza di Ifigenia e mi alzai per andare ad accarezzarla, a dirle che se soltanto mi avesse voluto, non avrei desiderato altro. Ma non potei farlo. Prima che arrivassi a toccarla, ella scappò nel rifugio. Rimasi fermo dov’ero per qualche minuto. Poi la seguii adagio. La raggiunsi. Piangeva. Le domandai perché. "Ho creduto che tu volessi ammazzarmi buttandomi giù", rispose. La guardai costernato. Non potevo spiegarle più niente. Dissi soltanto:"Ma va' ". Per tutto il giorno non riacquistò la ragione. Il precipizio l'aveva dentro di sé la ragazza. Come Edipo ha dentro di sé il burrone dove butta la Sfinge nel mito da cui Sofocle ha tratto il più grande capolavoro della letteratura europea. Mi aiutava a vivere mentre lo traducevo e commentavo. Chiarisce e rafforza la vita come nessun altro libro. Ifigenia dunque era in bilico sul proprio inconscio, un baratro terrificante; oppure era in balia del cavallo nero, contorto e massiccio, peloso fino alle orecchie, come quello appetitivo e maligno della biga platonica 22 . Desiderava proprio le cose che io non avevo: fama, successo e ricchezza. Lei aveva un'angoscia cieca e regressiva. L'avevo scatenata con un' osservazione tutt'altro che atroce, eppure insopportabile per la sua debolezza. A meno che facesse una delle sue scene per esercitarsi. Nessuna malizia poteva essere esclusa. Da parte sua e pure mia. Comunque fino a sera non fu possibile dirle una sola parola senza insospettirla e farla piagnucolare, o addirittura infuriare. Avvertenza: il blog contiene 3 note
20 Cfr. G. Leopardi, Il pensiero dominante, 59 e sgg. 21 Cfr. F. Nietzsche, Il caso Wagner, trad. it. Mondadori, Milano, 1975, capitolo 12
22 Cfr. Platone, Fedro, 253e.
Pesaro 29 settembre 2026 ore 18, 41 giovanni ghiselli. p. s. Ho imparato a cavarmela bene da solo. Le amanti, le amiche e gli amici sono spariti. Traggo vitalità da quanto scrivo e da quanti mi leggono e scrivono. Le altre e gli altri non ci sono più. Oggi sul mezzogiorni mi sono sentito miracolosamente chiamare in via Branca, la più passeggiata di Pesaro dopo via Rossini. Era un compagno di quarta elementare. Abbiamo ricordato il nostro maestro Gasperi defunto da anni. Per me è ancora vivo: faceva girare in tutte le classi del Carducci i miei temi con l’elogio del mio stile. Contento di questo ricordo sono andato a Fano in bicicletta passando non sul lungo mare bensì attraversando il colle Ardizio e non per la facile “Bettola” la panoramica di questo colle ma attraverso una salita ripida che parte da fosso Seiore e sbuca a Fenile. Di qui a Fano, il Fanum fortunae, dove sono andato a rivedere il percorso della campestre gareggiata in seconda liceo facendo un figurone. Lì c’è una fonte dove vado ad attingere l’acqua per la borraccia. Acqua che brilla e squilla ricordandomi i successi. E’ un diario questo? No è una raccolta di esempi che voglio dare ai giovani per dissuaderli dall’ uscire armati di coltelli pronti a ferire o se preferite a fedire.
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