martedì 1 settembre 2026

Ifigenia CXIX Il calcolo positivo del Bene che prevale sul Male. Le due cartoline. Io degnamente scrivo, tu degnamente leggi.


 

 

Dieci minuti dopo l’anestesia, il gentile odontoiatra con il trapano vorticoso forò due denti della fanciulla che poi sputò del sangue e, se pure non sentì molto male per via dell’iniezione, fastidiosa comunque, rimase così sbigottita che non poté trattenere qualche lacrima di compassione per sé.

La osservavo pensando: “probabilmente ogni uomo, persino il più avventurato, almeno una volta nel corso pur rapido della sua vita mortale, subisce una lacerazione cruenta nel corpo, destinato per giunta alla putrefazione nonostanti le cure, e sanguina e sente dolore; la vita però ci promette, e spesso mantiene, tanti momenti di gioia: prima di tutto l’amore quando nasce e cresce simultaneamente in due anime affini, una felicità di poco superata da quella divina, poi l’apprendimento, l’educazione ottenuta e donata, lo sport agonistico con la grande salute, la forza fisica e intellettiva raggiunta con la cosmesi vera data dall’esercizio somatico e da quello mentale.

Se fai il calcolo del meno e del più ricordando il male e il bene: le botte, le ferite, le umiliazioni, le ingiustizie, le cattiverie, le calunnie subite da una parte; e dall’altra l’amore contraccambiato con reciproca felicità, il bene che fai e ti fanno, la giustizia che rendi e ottieni, il bello che crei, ispiri e ricevi con mutua beatitudine, il vero che cerchi, trovi e riveli: ebbene la somma  è positiva, se la coscienza non si è macchiata di grossi delitti e non hai commesso errori irreversibili e irrimediabili. Insomma vivere vale la pena. Le perdite vengono compensate sempre, abbondantemente, finché duriamo. Dopo, chi lo sa. Né Lucrezio né Dante, né il  vostro modesto redattore di vicende umane lo sa.

 

Se perderò Ifigenia- mi dissi- vorrà dire che non ho altro da darle e che da lei ho già ricevuto quanto la sua bellezza poteva donarmi perché accrescessi la mia potenza e la mia volontà di fare del bene.

Insomma lì dal dentista rinnovellai le speranze.

 

 

Il 14 agosto non arrivò posta per me. Il 15 nemmeno. Il 16 invece, era un giovedì, terminate le ore dell’ultimo giorno della scuola estiva, ancora prima che fossi uscito dall’Università per correre a vedere se c’era l’espresso, appena ebbi messo la testa fuori dall’aula, mi si avvicinò Stefania, la patavina commediante di sempre, e disse: “Gianni Ghiselli, in collegio c’è posta per te”.

 

“L’espresso di Ifigenia  con la sentenza di vita o di morte su questo amore assai malsicuro” pensai.

 

Il cuore mi balzò nel petto, le gambe tremarono, mi rombarono le orecchie e forse anche io, come la poetessa di Lesbo, divenni più verde dell’erba.

Tuttavia, facendomi forza per dissimulare la frenesia, ringraziai seccamente la messaggera, quasi sempre maligna e male ominosa, e mi avviai verso il collegio, in fretta ma senza correre. Allora quella donna, usa alla farsa, dispiaciutissima poiché non le avevo dato l’occasione di fare una delle sue scene tragicomiche, gridò. “Ehi tu, ghiselli! Guarda che è solo una cartolina!”

“Grazie, anche troppo per  uno come me!”, risposi senza voltarmi, per non farle vedere la mia delusione e non darle la gioia di avermela inflitta come una pugnalata dentro la schiena.

“Maledetta istriona intrigante e ficcanaso!”  mormorai.

Quindi, con pena, pensai. “ magari sarà una cartolina di Fulvio”.

Allora non potevo sapere che di lì a pochi mesi la presenza di Fulvio mi sarebbe diventata più cara e gradita di quella dell’amante nemica e che l’anno seguente a Debrecen dove saremmo andati tutti e tre insieme, avrei preferito frequentare l’amico, e  altre persone da meno di lui, piuttosto che quella druda quasi semore ostile.

Nella cassetta della posta situata presso la porta d’ingresso  dunque trovai non una ma due cartoline di Ifigenia che ancora una volta risuscitarono e rimisero in piedi la moribonda speranza.

Erano scritte in rosso, senza data. Nel timbro postale però si poteva leggere “Siracusa 7 agosto”.

Una diceva: “sono appena arrivata qui. Un bel posto. Mi manchi moltissimo, più di quanto immaginassi. Mi fido di te e di me. “Zazzì”. Tua Ifi. Quando ci vediamo?

E l’altra: “La Sicilia è magnifica. Il paesaggio stupendo: se tu fossi qui sarebbe meraviglioso. Ti amo tanto, sai? A presto. Ifigenia”.

Zazzì faceva parte del nostro linguaggio cifrato, del resto facilmente decifrabile da parte tua affezionato lettore che mi conosci, mi leggi, mi ascolti quando parlo in pubblico e con la tua attenzione mi spingi a scrivere e a parlare ancora.

Più o meno degnamente-

“Sì:  degnamente io scrivo, e  degnamente tu leggi (cfr. Sofocle, Edipo re, v. 1339).

Pensai, tra l’altro, che poteva essere andata a Siracusa con un amante che poi l’aveva lasciata lì e per questo era ricorsa a me senza raccontarmi alcun fatto né un gesto, né  altro.

 

Pesaro   primo settembre 2026 ore 20, 41  giovanni ghiselli

 

p. s.

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L'avvelenamento fallito.

Euripide Ione diciassettesima parte (1171-1194).

 

Quando i banchettanti furono sazi, il vecchio aio di Eretteo e di Creusa si piazzò nel mezzo e fece ridere i banchettanti comportandosi con un comportamento pieno di zelo benevolo provquma pravsswn (1173): distribuiva dalle brocche acqua per lavarsi le mani e faceva esalare vapori du mirra, poi cominciava a maneggiare calici d’oro senza averne ricevuto l’ordine. In questa fase il Vecchio appare quale buffa figura ma c’è dell’ironia tragica: lo spettatore sa che sta preparando un avvelenamento.

Quindi mentre iniziavano a suonare i flauti, arrivato il momento del bridisi comune, il simposiarca suggerisce di passare dai bicchieri piccoli con il vino alle coppe grandi perché gli invitati giungano più rapidamente qa`sson (1180)   all’euforia. Il suo zelo dunque nasconde la volontà di uccidere presto. Gli addetti al servizio portano coppe d’oro e d’argento. Il vecchio incantatore e avvelenatore ne scelse una e la porse al nuovo padrone-tw`/ nevw/ despoth/ (1183) Ione cavrin fevrwn, rendendogli omaggio ossia dando a vedere di farlo.

Ma nel vino aveva messo quel favrmakon dravsthrion veleno efficace che gli aveva dati la padrona a quanto dicono, affinché il nuovo ragazzo lasciasse la luce (1185-1186). La donna avvelenatrice aiutata dal maestro di suo padre rischia di ammazzare il proprio figliolo senza saperlo.

Ma il destino di Creusa era diverso da quello di Medea.

Infatti quando Ione stava per bere, uno dei servi gridò una parola di malaugurio- blasfhmivan ti~ oijketw`n efqevggxato- (1189). I segni vocali non devono venire ignorati e Ione che è stato allevato dai sacerdoti del massimo oracolo greco lo sa bene.

 

Dunque non fraintende come fece Crasso quando non colse l’avvertimento lanciato dal venditore di fichi che senza volere dava voce al destino: Cauneas! Da intendere come cave ne eas. Crasso non intese e andò a morire a Carre: Assyrias Latio maculavit sanguine Carrhas [4], macchiò di sangue latino Carre di Assiria.

 Costui, come la generazione malvagia e adultera biasimata da Cristo[5], notava cose insignificanti ed era cieco e sordo ai moniti che lo riguardavano e lo mettevano in guardia.

 

Ione dunque che era stato allevato nel santuario delfico - mavntesivn t j  ejsqloi`~  e con sacerdoti eccellenti notò la parola di cattivo auspicio e chiese che gli riempissero un’altra coppa (1191-1192).

Euripide qui si contraddice con quanto ha scritto nell’Andromaca contro la pretaglia delfica e il loro Dio.

 

Devo a mia volta correggermi rispetto a tutte le critiche che lanciai contro la Democrazia Cristiana quando ero molto più giovane. In effetti durante il centro sinistra la DC alleata con i socialisti poi aperta al dialogo e al compromesso con i comunisti era diventata un partito veramente popolare e Papa Giovanni XXIII nel suo quinquennio (1958-1963) aveva democratizzato il Vaticano. I giovani della mia generazione negli anni di Papa Pacelli avevano subìto e sofferto l’oppressione clericale.

Ma negli anni Sessanta è iniziata una politica progressista che ha portato a un miglioramento delle condizioni dei contadini, degli operai e dei loro figli che potevano studiare. Poi c’è stata la controffensiva capitalistica e ora c’è il culto della violenza che il più forte può infliggere al più debole a suo arbitrio. Devo dire che sono arrivato a rimpiangere certi democristiani come Fanfani e Moro e pure alcuni limiti che ci venivano imposti dal Vaticano guidato da Roncalli.

Negli ultimi versi dello Ione commentati pare che Euripide smentisca alcune critiche espresse in precedenza contro l’oracolo delfico.

Nelle Fenicie composte intorno al 411 poco dopo lo Ione, Euripide  attraverso Giocasta si rivolge ai politici ateniesi di quegli anni: mevqeton to; livan, mevqeton:  (vv. 583), abbandonate l’eccesso, abbandonatelo: E’ un monito alla parte oligarchica e a quella democratica.

La mia generazione è arrivata a eccessi quando rivendicava la libertà assoluta, l’abrogazione di ogni limite. L’arbitrio illimitato di chicchessia non porta ad alcun bene. Oggi il sistema impone limiti alla libertà di parola la parresia che, salvo il rispetto per ogni persona, dovrebbe anzi venire incoraggiata con lo spirito critico, mentre viene coartata come viene sempre più ristretto il diritto a una buona scuola, a cure mediche tempestive, a un tenore di vita dignitoso che andrebbe garantito a tutti. Invece non è abbastanza limitata la violenza, lo spreco, la menzogna, la volgarità, la precarietà, la poverà e l’umiliazione di tanti lavoratori

 

 

Ione dunque versò a terra il suo vino e ordnò a tutti di imitare il suo gesto.

Sigh; d j uJph`lqen (1195) scese il silenzio, poi riempirono i crateri sacri con acqua e vino di Biblos (1194), un vino sicuro questo.

 

Pesaro primo settembre 2026 ore 17, 48 giovanni ghiselli.

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