mercoledì 12 agosto 2026

Ifigenia LXIV. La superstizione della partenogenesi. Dedicato alle ragazze madri. La pedalata romantica e trasognata di oggi.


 

Dopo la cena frugale scesi di nuovo sulla sponda dell’Avisio, poi salìi fino alla Malga Panna di Sorte. Quindi tornai per la stessa strada  all’incontrario: feci la salita dell’andata in discesa e la discesa in salita; infine andai a letto, pago di questo moto necessario alla salute e alla conservazione tanto della salute quanto della  decenza  somatica e pure etica.  

Ricordai la prima notte passata a Moena una trentina di anni addietro. Allora  non mi addormentai fino all’alba siccome mi mancava la mamma . Abbracciavo la suo posto il cuscino, lo accarezzavo, lo baciavo, giuravo che non avrei amato mai altra donna che lei, che mai mi sarei sposato.

Una promessa mantenuta questa delle nozze neglette da quando il logos mi illumina..

Allora chiedevo alla mamma lontana perché mi avesse allontanato da sé  affidandomi alle due sorelle più anziane, le zie Rina e Giulia che durante il viaggio in treno da Pesaro a Bologna, poi con un altro treno fino a  Ora, quindi nel trenino che arrivava a  Predazzo, e in conclusione nella corriera fino a Moena, mi avevano spinto a fare il segno della croce ogni volta che vedevano anche lontani una chiesa o un cimitero di campagna. Pure la requiem aeternam dovevo ripetere mentre il treno di allontanava da quei luoghi dell’eterno riposo.

Decine di volte. Per giunta mi avevano rinchiuso in diversi golf dicendo che a Fontanefredde trecento metri sopra Ora iniziava l’inverno con le sue brume tremende. Ero imbozzolato come una crisalide e non ero per niente sicuro che mi sarei trasformato in un’angelica farfalla.

Quella notte lontana  del 1948, la prima di Moena dunque, avevo la testa rattristata da mille pensieri.

Non  ero sereno nemmeno la notte fra il 13 e il 14 aprile del 1979 a trentaquattro anni suonati. A Bologna mi aspettava una donna giovane, bella e disponibile assai, un risultato atteso, agognato e conseguito, una borsa di studio da studente egregio, meritevole di premi anche cospicui,  un successo non da poco. A venti anni nel tempo della depressione che mi aveva reso pazzo e deforme[1] sarebbe stata follia sperare di afferrare un giorno il trofeo costituito da Ifigenia.

Eppure non trovavo il coraggio di gioirne.

Quella sera di aprile dopo quasi tre lustri ero depresso e pazzo di nuovo, sia pure in maniera diversa. Tendevo di nuovo al ribasso.

“Una vergine voglio, per amare senza angoscia!” pensavo, “una che non faccia sesso nemmeno con me”.

Sia chiaro che mi vergogno molto confessando questo demenziale orrore. Cerco di scusarmi e giustificarmi adducendo il lavaggio del cervello subìto in famiglia, in parrocchia, a scuola, perfino giocando per strada con i  bambini coetanei, gli “squizzi”, come ci chiamavano i ragazzi più grandi del vicinato. Un bigotto perbenista e misogino  volevano fare di me quando avevo appena sei anni.

Mi vergogno ma devo chiarire questo antefatto ai miei lettori perché vedano una delle cause dell’ingiustizia, della prepotenza di tanti maschi verso le femmine umane. La storia della verginità di Maria ha segnato, ha ferito le menti dei giovani della mia generazione e non solo. Il sesso secondo l’ orrenda superstizione della “vergine madre” doveva essere la cosa più sporca del mondo, se  fatto da una donna. I maschi invece si vantavano di pagare le prostitute da strada. Tale modo di pensare è stato  una peste mentale odiosissima e deleteria.

Vero è che con le tre finlandesi di Debrecen non mi ero posto tale problema ed ero stato felice per tre mesi. Una che era incinta di un altro, e ciò non- ostante venne a letto con me, la amai più di tutte, senza riserve, e la considero ancora la migliore che abbia incontrato nella mia vita mortale.

Come mai? Perché era una donna intelligente, sincera, dotata dello stile più egregio: quello del bello con semplicità. Elena era bella e fine.  Era autentica, non era fittizia. Era libera mentalmente e mi ha insegnato a diventarlo.

Per giunta più avanti avrei avuto una relazione triste con una vergine menzognera e calcolatrice di calcoli vani.

 Arrivato intorno ai quaranta anni ho capito che quel pregiudizio odioso inculcatomi da un’educazione cattiva, nefanda, mi faceva spostare sulla mancanza della verginità i difetti reali della donna: quelli della sincerità, della generosità, della cultura, dello stile.

 

La mattina seguente chiedevo lumi al Piz Meda. Ma la sua roccia in forma di faccia umana taceva. Allora provai a guardare una rupe bicipite del Catinaccio: una la cui forma mi aveva fatto sempre pensare a una madre con il figlio piccino in braccio. Mi tornò in mente il dogma della Vergine madre. Mi avvelenava ancora, non l’avevo già rifiutato.

 

“Una vergine voglio: per amarla senza riserve” continuavo a  pensare, da perfetto imbecille pretificato. A trentaquattro anni suonati non era arrivato a una considerazione razionale dei fatti naturali  naturae species ratioque”.

Lo studio  di Lucrezio  mi aveva erudito ma non ancora educato: il sapere non era diventato sapienza. Avverrà solo qualche anno più tardi riguardo alla verginità: quando conobbi una vergine mendace, furace, rapace e incapace.

 

Allora non capivo che gli aspetti non amabili  di Ifigenia non stavano nel suo imene bensì nell’egoismo, nell’esibizionismo, nella scarsa disciplina mentale.

 

Vagai inquieto per le vie del paese rimuginando pensieri confusi, cercando una chiarezza e un equilibrio tra questi. Di Ifigenia apprezzavo molto le belle membra e la volontà di imparare. Non era poco pensandoci bene.

Ma la depressione sceglie il male nel miscuglio dei fatti.

 

Poco prima delle sei, il sole richiamò la mia attenzione aprendosi un ampio varco tra le nuvole. Era già prossimo alla soglia del talamo. Entro qualche minuto vi sarebbe entrato chiudendo l’uscio e lasciandomi fuori, desolato del tutto.

Si trovava molto vicino al dorso del Sass da Ciamp e ne faceva ardere gli abeti come brace che sprizza scintille incandescenti. Quindi, toccata la schiena del monte, sembrava girare vorticosamente come una sega circolare e pareva polverizzare la poca neve rimasta, tagliuzzare le piante, frantumare le rocce sgretolandole in un pulviscolo rosso.

Da Someda osservavo il primo fra tutti gli dei adorandolo, e gli rivolsi una preghiera ad alta voce: “Con il tuo fuoco catartico, Signore, Mente dell’Universo, brucia i bubboni della mia mente schiava, malata, ammorbata dai furfanti bigotti, empi profanatori del tuo volto santo. Rendimi puro e capace di amare un’altra donna pura di cuore come era  Elena Augusta”.

Un anziano con la moglie passavano vicino a me che pregavo inginocchiato e l’uomo disse alla donna: “che vergogna! così giovane e già ubriaco a quest’ora!”.

 

Quel “giovane” mi fece bene e anche l’”ubriaco” perché mi sentivo pieno  di spirito santo come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste: et repleti sunt omnes Spiritu sancto” mentre venivano presi per brilli: “musto pleni sunt isti” (Atti degli Apostoli, 2, 4 e 13).

 

Mi girai e sorrisi al vecchio uomo con gratitudine per l’ottimo segno vocale che, senza sapere, mi aveva lanciato. Capì tutto e ricambiò il saluto.

Poco dopo passò di lì una capretta. La parte posteriore decenter undabat [2] come quella di certe signorine, magari vergini.

  Elena la ragazza incinta non ancheggiava punto, nemmeno Päivi la ragazza madre che non volle partorire, né Kaisa la madre adultera e studiosa di glottologia.

A loro saranno perdonati molti peccati poiché hanno amato molto.  

 

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Pesaro 12 agosto  2026 ore 16, 51, giovanni ghiselli

p. s.

La pedalata romantica e trasognata nelle ore più calde di oggi.

 

Oggi ho fatto una pedalata “romantica” verso il risanatorio dove mi trovai ricoverarato dal 20 luglio al 2 settembre dell’anno scorso.

Mi congratulavo con me stesso di volere e poterci tornare pedalando invece di dovere tornarci con l’autoamulanza che mi ci aveva portato dall’ospedale San Salvatore di Pesaro dove ero arrivato il 7 luglio con il femore destro spezzato da una caduta sullo spigolo scheggiato di un marciapiede.

 

Pedalavo dunque verso Villa Fastiggi cercando la strada, la trovai e percorsi lungo  tutto il sobborgo procedendo anche oltre fino alla salita che porta a Sant’Angeo in Lizzola. Affrontai anche questa,  ma non vidi o non riconobbi l’Istituto Santo Stefano dov’ero stato ricoverato per 45 giorno e riabilitato a nuovermi  con le stampelle per altri due mesi.

Mi domandai se mi fossi sognato tutto e se stessi perfino sognando di pedalare in quel momento. Mi chiesi se la mia vita, la mia persona e le mie amanti fossero tutte ombre di nulla.

 Poi però come vidi che le gambe funzionavano bene anche su per la salita alquanto dura, dopo un chlometro e mezzo di questa prova concreta, accarezzai la coscia destra con la mano destra e mi dissi:  ormai sono lontano dalla beata gioventù - nu`n  ajpoleivpomai ta`~ eujdaivmono~ h{ba~- ma questa c’è ancora e le mie amanti ci sono state tutte. Ne sono ancora felice!

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[1] Vedi il primo capitolo del mio Tre amori a Debrecen disponibile per il prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna.

[2] Cfr Apuleio, Metamorfosi,  decenter undabat (II, 8)  ancheggiava in modo appropriato.


Euripide quindicesima parte. Eracle quinta parte Primo Stasimo (348-450). Il coro ricorda le fatiche dell’eroe di cui soffre la mancanza.


ai[linon è la prima parola. Che può essere scritto anche ai] Livnon come nella oxoniense del Murray. Dunque questo Alinon o ahi Lino è il grido forse di lutto che Febo ijacei' fa risuonare ejp j eujtucei' -molpa'/, dopo un canto di trionfo (vv.348- 349).

 

Erodoto in II 78 racconta che gli Egiziani sono molto rispettosi dei costumi antichi e non ne accolgono altri. Hanno un solo canto, chiamato dai Greci Livno", cantato con nomi diversi anche a Cipro e in .Fenicia. Gli Egiziani lo chiamano Manerw'". Alcuni Egiziani gli dissero che questo era il nome del primo re di Egitto morto a[wro",  ante diem,  e questo loro primo canto era il lamento funebre per il giovane. Dunque Lino, il cantore mitico, può essere una figura simile ad Adone la cui morte era simbolica del taglio delle messi.

 

James George Frazer è noto in Italia soprattutto per Il ramo d’oro, di cui è stata tradotta l’edizione del 1922, ridotta dall’autore rispetto alla prima del 1890.

Di Frazer si professa debitore T. S. Eliot: nelle note a La terra desolata (The Waste land , 1922) egli dichiara di dovere molto a due libri di antropologia: From Ritual to Romance  della Weston, e Il ramo d'oro  di Frazer. Di questo secondo Eliot menziona i capitoli Adone, Attis, Osiride, dove si dice che in epoche remote gli uomini facevano dipendere la forza vitale della gente dalla impareggiabile vitalità di una creatura straordinaria, dall' eccezionale vigore di un capo il quale però con il volgere delle stagioni si consumava, finché  doveva essere sacrificato e sostituito.

Leggiamone alcune parole:"Le cerimonie della morte e della resurrezione di Adone devono essere state anch'esse una rappresentazione drammatica della morte e della rinascita delle piante...Inoltre la leggenda che Adone doveva passare metà, o, secondo altri, un terzo dell'anno nelle regioni sotterranee e il resto sulla terra, si spiega in modo assai facile e naturale ammettendo che egli rappresentasse la vegetazione, specialmente il grano, che sta metà dell'anno sotto terra ed è visibile l'altra metà (Il ramo d'oro , pp.525-526)

Del resto aveva già espresso il medesimo concetto Ammiano Marcellino :" Evenerat autem isdem diebus annuo cursu completo, Adonēa rito veteri celebrari , amato Veneris, ut fabulae fingunt, apri dente ferali deleto, quod in adulto flore sectarum est indicium frugum "(XXII, 9, 15). Avveniva poi in quei medesimi giorni che, compiuto il corso dell'anno (il 361 d. C.), si celebravano secondo l'antico rito le feste per Adone, amato da Venere e ucciso dal dente di un cinghiale selvaggio, il che è simbolo delle messi recise quando sono mature".

Adone che muore e risorge dunque rappresenta la forza riproduttiva che cade e si rialza. Secondo Frazer tutte le divinità che passano per questo avvicendamento di morte e resurrezione avevano tale significato, e Cristo può essere interpretato come un epigono di Adone, Attis, Osiride[1].

      

Nella Parodo dell’Agamennone di Eschilo ricorre tre volte il verso ai[linon, ai[linon eijpev, to; d j eu\ nikavtw (121, 139, 159), canta un canto funebre ma vinca il bene!

Si tratta dunque, probabilmente, di un canto funebre che prelude alla resurrezione.

 

Febo canta colpendo la cetra dal suono armonioso con il plettro d’oro (Eracle, 350-351)

 

I maestri della prima Stoà dicevano che il  mondo è pieno di tovno", tensione. Il sole colpisce il mondo con i suoi raggi, come Apollo con il plettro tocca le corde della lira (plh'ktron ciò con cui batto, colpisco plhvssw). Cleante definì il tovno" forza propulsiva (plhghv) del fuoco. Crisippo mise il pneuma nel posto del fuoco artista che procede metodicamente alla creazione (Zenone).

 

 Il coro di vecchi tebani vuole celebrare con un inno la corona delle fatiche di Eracle uJmnh'sai stefavnwma movcqwn ( Eracle, 356-357). Le virtù delle nobili fatiche sono una statua ai morti- toi'" qanou'sin agalma (358).

 

Le 12 fatiche di Eracle sono rappresentate nel tempio di Zeus a Olimpia (460 a. C.).

La prima qui nella tragedia è quella del leone. Eracle liberò dal leone  Dio;" a[lso" (Eracle, 359), il bosco sacro di Zeus e si coprì il capo biondo con le tremenda fauce fulva della belva.   

 

Ateneo (XII 512f) cita Megaclide il quale afferma che Stesicoro fu il primo a raffigurare Eracle con la clava, l’arco e la pelle di leone, mentre prima aveva solo l’arco e le frecce.

In effetti nella Nevkuia omerica Eracle procede

gumno;n tovxon e[cwn kai; ejpi; neurh'fi ojistovn (Od.  XI, 607) con l’arco nudo e il dardo sul nervo.

 

Poi con l’arco omicida  Eracle stese (e[strwsen, Eracle,   366) la stirpe montana dei selvaggi centauri. Questa impresa è posta nella Tessaglia tra il fiume Peneo il monte Pelio e l’Omole che fa parte del massiccio dell’Ossa. Eracle non è solo l’eroe dorico che ha ripulito il Peloponneso. Prima i Centauri armati di Pini sottomettevano la terra dei Tessali con le loro cavalcate.

 

Segue la cerva dalla testa d’oro, dal dorso variopinto (crusokavranon dovrka poikilovnwton (375-376) uccise, la predatrice degli agricoltori.

Quindi la consacrò nel tempio di Enoe, tra l’Arcadia e l’Argolide, ad Artemide alla dea che uccide le fiere. Eracle come benefattore dei contadini dunque.

 

Quindi le cavalle antropofaghe di Diomede imbrigliate e domate. Queste bestie,  nelle greppie insanguinate (foinivaisi favtnai", 382), prima di essere imbrigliate ajcavlina, muovevano rapidamente cibi cruenti con le mascelle –ejqovazon kavqaima gevnusi si'ta (384), orrende banchettatrici dustravpezoi, nelle gioie  che divorano gli uomini (carmonai'sin ajndrobrw'si, 384). Eracle attraversò l’Ebro dalla corrente d’argento per arrivare in Tracia a compiere questa fatica ordinata dal re di Micene.

Le greppie insanguinate mi fanno pensare a quanti hanno tratto profitti dalle guerre che insanguinano il mondo da sempre.

 

Euripide aveva ricordato questa fatica già nell’Alcesti del  436

Seguono le altre fatiche che mi limito a menzionare: Eracle uccise Cicno che divorava gli ospiti. Quindi l’uccisione del serpente che custodiva i pomi del giardino delle Esperidi nell’estremo Occidente.

Poi scese negli abissi del mare per garantire acque calme ai navigatori

Quindi prese e resse  sulle spalle le dimore stellate degli dèi prendendo il posto di Atlante

Seguì ls vittoria sulle amazzoni presso la palude Meotide e la conquista della cintura di Ippolita, preda esiziale che poi passò alla Grecia.

Fu poi la volta della cagna assassina di Lerna, l’idra dalle innumerevoli teste, quindi Eracle intrise del suo velono la frecce con cui uccise il tricorpore bovaro di Eritia.

L’ultima fatica è la discesa nell’Ade dalle molte lacrime -poluvdakruon- (426) povnwn teleutavn 427- l’ultima delle fatiche e non ne fatto ritorno- oujd j e[ba pavlin- 429.

Ora il remo di Caronte aspetta i suoi figli. La casa di Eracle aspetta le braccia dell’eroe che non c’è-

Il coro dei vecchi tebani dice che vorrebbe difendere i figli di Eracle

Nu`n d  j ajpoleivpomai

ta`~ eujdaivmono~ h{ba~ (440-441) ma ormai sono lontano dalla beata gioventù.

Intanto si affacciano sulla scena i figli do Eracle grande una volta e la sua sposa che li trascina come puledri e il veccho padre.

A tale vista i coreuto non riescono a frenare le lacrime che colano dalle vecchie fonti degli occhi.

Pesaro 12 agosto 2026 ore 16, 24 giovanni ghiselli

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[1] Si pensi anche all’esito del pretenzioso film Apocalypse now, di Coppola (1979) che non solo utilizza Cuore di tenebra di Conrad, ma aggiunge citazioni da Eliot e mette in evidenza la lettura di Il ramo d’oro di Frazer da parte  del colonello impazzito che viene ucciso parallelamente al toro del sacrificio.