domenica 28 giugno 2026

Apprendistato XXI. Summer time. L’orto botanico percorso con Elena sotto il cielo sereno diventerà il nostro paradiso terrestre.


 

Il giardino era pieno di vita, eppure non la sentìi vivere anche dentro di me prima dell’alba fatata in cui lo percorsi abbracciato a Helena biancovestita che adunava nel volto sereno il primo chiarore del dì con le ultime della notte  e mentre  cantava Summertime con voce calma, manifestava l’armonia che finalmente mi aveva accolto offrendomi le sue meraviglie impersonate da lei, donna dotata di stile,  capace di infondermi nell’anima  la verità semplice e santa che vivere, soprattutto d’estate, è facile, piacevole e gioioso, se non abbiamo commesso delitti inespiabili o sbagli irrimediabili.

Allora pensai: “sum, o superi, beatus, nullique potestas hoc auferre homini” , sono felice e nessuno ha la possibilità di togliere questo all’uomo che sono.

L’orto botanico divenne un pezzo di paradiso terrestre solo dopo la conoscenza di quella femmina umana  rara, talmente bella e fine che la terra dove era passata olezzava.

Helena mi aprì la strada verso le altre muse di questa mia vita mortale. In lei ho previsto le seguenti e nelle migliori di queste ho ricordato lei. Perché la donna che una sera mi disse: “io non sono materia” e mi fece provare vergogna dell’ ingiustizia che stavo per infliggerle,  ha risvegliato in me l’idea dello spirito, e attraverso il suo petto, il suo cuore, mi ha fatto auscultare i palpiti dell’universo.

Ma questo sarebbe avvenuto cinque anni più tardi, cinque tutti interi, nell’estate felice del 1971.

 

Nel luglio del ’66, mentre percorrevo i sentieri ghiaiosi dell’orto botanico, le piante, le erbe e i fiori dei quali pure leggevo con sguardo ebete superficiale e distratto i nomi latini incisi nei cartelli di latta inchiodati su pezzi di legno piantati nella terra contigua al sentiero ghiaioso dove camminavo con passo stanco, da vecchio anzi tempo, quei vegetali denominati Heuchera Sanguinea, o Campanula Karpatica, per me erano soltanto materia e non risvegliarono la mia fantasia, né mi infusero  il gusto della vita con cui potessi difendermi dal marcio sapore di morte che ogni tanto rigurgitava dal cuore alla bocca.

L’anima mia storpia era gravata dalla paura di non trovare una donna, né alcun affetto, e, in quel momento in particolare, di non inserirmi nel nuovo ambiente pieno di giovani meno disgraziati, insicuri e infelici e  di me. La mente sciancata dal peggiore dei vizi, l’autodisprezzo, era diventata uno spettro svigorito, desolato inquilino di un corpo gonfio e infiammato dal cibo.

Con l’amore di Helena, invece, nell’ orto botanico avrei visto trionfare la vita: alberi strani e altri già noti, piccole piante esotiche irretite da ragnatele azzurre filate con arte, stagni vivaci dove nell’acqua guizzavano  pesci pieni di voglia di vivere come gli uccelli contenti che sfrecciavano nel cielo, e rane abbicate  alla terra che  ripetevano il loro verso antico 1 ringraziando il creatore. Quella donna mi ha fatto capire che la vita stessa mi amava, la vita che è la verissima amante degli uomini buoni i quali non possono non contraccambiarla.

Prima di Helena non ero in grado di notare la parentela di tutto con tutto: non mi accorgevo che le ninfèe distese sopra lo stagno sembravano  pezzi di un mosaico strano,  né assomigliavo le tartarughe a soldati vecchi ma ancora validi, collocati a difesa del luogo con lo scudo dorsale che non avrebbero mai potuto abbandonare. Mi sarebbero venuti in mente i Germani di Tacito e dissi a Elena che pure quelle testuggini dovevano avere il senso dell’onore militare “scutum reliquisse praecipuum flagitium1bis.

“Sei intelligente e colto- fece lei-Ho fatto bene ad amarti”.

“Tu hai fatto molto bene a me”, le risposi.

“E tu ne hai fatto tanto a me”.  

Magnifiche provocazioni erotiche. Fu impossibile non raccoglierle subito, lì dove eravamo.

Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato

 

Note

1 berekekeke;x koa;x koavx nelle Rane di Aristofane, 209 e 210

 1bis Tacito, Germania, 6.

 

Bologna 28 giugno 2026 ore 18, 37

 

giovanni ghiselli

p. s.

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L’apprendistato XX. La passeggiata meridiana con intermittenze mentali e sentimentali.


 

“Mi piacerebbe incontrare una ragazza che come me aspira all’arte e al bello”, fantasticavo , mentre tornavo in collegio costeggiando la rete che separava la piscina dal bosco. Vedevo le gambe, i costumi,  i capelli delle ragazze agognandone i corpi come nessun’altra cosa di questo mondo.

Tale visione paradisiaca mi diede un’altra scossa.

Negli ultimi tre anni di vita avevo invocato la Morte che annullasse ogni mio grande dolore, ma l’ ambiente strano mi induceva a muovermi con passi pieni di desiderio verso suo fratello Amore da cui “nasce il piacer maggiore/che per lo mar dell’essere si trova”.

 

Non mi ero mai svestito dell’ abito letterario. Avevo trascurato solo lo studio senza anima che veniva imposto da molti professori. Al liceo mi ci ero sottoposto pensando che, eliminato il conteggio dei numeri e la memorizzazione di formule astratte, iscrivendomi a Lettere antiche, le  parole piene di idèe e di sentimenti sarebbero giunte oltre i tecnicismi fine a se stessi. Invece questi costituivano il massimo oggetto di studio e di scienza all’Università ancora più che al liceo dove per lo meno potevo distinguermi con le prove scritte di greco e di latino. Per tradurre il greco in particolare non bastava conoscere le regole: era necessario il genio intuitivo.  

Non si può  tirar su la verità dal pozzo, servendosi di ajnav e di katav. 1

“Come se l’Odissea fosse un libro di cucina. Due versi all’ora, che vengono sminuzzati e rimasticati parola per parola, fino alla nausea” 2  .

Euripide aveva autorizzato il mio disgusto confermandomi che il sapere non è sapienza 3  ed ero giunto alla nausea di un nozionismo che non è cultura. Una congerie spesso disordinata di fatti anche insignificanti. La cultura  potenzia la natura, rende più viva la vita, non la mortifica. Lo compresi del tutto quando constatai che citare le parole belle degli autori bravi favoriva i miei approcci con donne di qualità.

Ma già allora la sofferenza mi aiutava a capire ogni giorno qualcosa di più. Il tempo dei miei successi difettava di intelligenza delle donne e dunque della vita, quindi non dovevo rimpiangerlo.

 

Non osai entrare da solo nella piscina. Avevo bisogno di appoggi. Perciò mi diressi verso il collegio. Ma arrivato nella stanza che dividevo con Danilo, Fulvio e Luigino, non li trovai.

 

Non era ora di desinare perciò, giunto alla mensa, procedetti dall’altra parte, sempre cercando segni  che mi indicassero la direzione da prendere per attenuare il peso dell’infelicità che mi gravava di nuovo addosso come l’Etna sul maledetto Encelado 4   o sul mostro ejkatogkevfalo", Tifone 5

Cento teste tutte bacate, come la mia negli ultimi anni.

Ma stavo iniziando a risalire la china, a capire qualcosa sia pure con intermittenza.

 

Anche da quella parte, l’occidentale rispetto al collegio, avrei vissuto esperienze felici senza le quali la mia vita sarebbe stata diversa e di gran lunga peggiore. Non lo sapevo ma lo auspicavo.

Chiedevo a Dio degli eventi belli che ne avrebbero causati altri ancora più belli, poi questi altri ancora, fino a formare una serie di fatti sempre più ricchi di conoscenza e di luce, una collana di gioie che avrebbe adornato questa mia vita mortale.

Camminavo in direzione dello stadio dove avrei corso tante volte i 5000 metri perdendo via via lo schifoso rivestimento porcino indossato negli anni del dolore cieco. Capivo già che di questo abito orrendo dovevo svestirmi. Sebbene ottenebrato, avevo  visto che con quella carne non mia addosso sarei dispiaciuto alle donne senza il cui aiuto non potevo redimermi.

Centocinquanta metri dopo il collegio, sulla destra, vidi un grande cancello chiuso, ma non a chiave. Su un cartello c’era scritto Botanikus kert.

Incuriosito e incoraggiato dalla desinenza latina, entrai per vedere se potevo trovarci qualche reliquia dell’antica Pannonia.  

Aquincum dista poco più di duecento chilometri da Debrecen.

Di fatto era l’orto botanico dagli alberi strani e dai fiori esotici acclimatati come certe finlandesi sposate in Italia. Cosa da evitare tutto sommato. Come sposare chicchessia del resto.

I pretendenti alle nozze, i proci sono predestinati male. Non solo quelli di Penelope. Quasi tutti. Vanno a caccia di tristi imenei, poi se ne pentono. Questo ho visto, sempre, nella mia vita mortale.

 

Stavo cadendo di nuovo nell’angoscia: rivedevo la vita attraverso una  cortina metallica sudicia, nera, bucata tipo la grata dei confessionali:  non mi lasciava scorgere l’ordine bello del mondo con la splendida epifania della donna la cui figura talora mi era apparsa mentre danzava fra le trecce verdi della terra e i sorrisi azzurri del cielo. Bella, sensibile all’arte, generosa, colta e sportiva.  La kalokajgaqiva in persona. L’avrei incontrata nel luglio del 1971: Elena Augusta. Oggi la ricordo vedendola in fotografia o ritrovandone alcuni aspetti in donne belle e intelligenti che vedo nei film come Catherine Zeta- Jones o in televisione come Rula.

L’immagine allora sognata corrispondeva all’immagine ideale di me stesso, al paradigma mitico della mia vita: quello che potevo diventare se non fossi stato avversato dal destino ostile che mi inceppava il cammino.

L’avrei incontrata cinque anni più tardi, un lungo tratto di vita con laurea, insegnamento e servizio militare: grande mortalis aevi spatium 6.

Già allora però  avevo deciso di restituire a me stesso la mia forma umana. Era il 16 luglio del 1966:  avevo ventun anni otto mesi e due giorni. Non era troppo tardi.

La lurida grata nascondeva o stravolgeva le immagini belle. Ma non del tutto e per sempre.

 

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato

 

Note

 1] Cfr Nietzsche,   Sull'avvenire delle nostre scuole  , terza conferenza .

2] H. Hesse, Sotto la ruota, del 1906, p. 90.

3] To; sofo;n d j ouj sofiva (Baccanti , 395

4] Callimaco vorrebbe spogliarsi delle vecchiaia che gli pesa addosso quanto l’isola tricuspide sul maledetto Encelado (Aitia fr. 1, vv. 35-36). Nell’Eracle di Euripide i vecchi coreuti vecchi  compagni d'armi di Anfitrione biasimano la vecchiaia che grava sul  loro capo dei con un carico più pesante delle rupi dell'Etna ("to; de; gh'ra" a[cqo"-baruvteron Ai[tna" skopevlwn-ejpi; krati; kei'tai" ( vv. 638-640).

5] Eschilo, Prometeo incatenato, 369.

6) .Cfr. Tacito, 3. Qui si tratta di quindici anni. Il mio apprendistato del resto è ancora in corsp.

Bologna 28  giugno 2026 ore 18, 24 giovanni ghiselli

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