venerdì 17 luglio 2026

La storia di Päivi 26. L’ultima telefonata di Päivi. L’Istituto di cultura italiana a Helsinki. Essere pronti è tutto.


 

Durante la mia ultima notte nel monolocale di  Yväskylä, alle quattro, Päivi mi telefonò da Oulu, da casa di Jussi, dicendo che senza di me non poteva dormire, e che non aveva ancora deciso se tenere la nostra bambina.

Le mancavo, anzi soffriva, pensando che io ero in Finlandia, eppure parecchio lontano da lei.

“Torna qui” le risposi. “Io posso, anzi devo rimanere in Finlandia altri tre giorni. Io ti amo”.

“Anche io ti amo”, replicò lei “ma domani devo entrare in ospedale per le analisi”.

“Che cosa pensi di fare?”.

“Ancora non ho deciso. E’ difficile Gianni, è molto difficile, e nessuno mi aiuta”.

“Se vuoi, ti raggiungo”.

E’ meglio di no. Ciao, Gianni, ti amo molto”.

“Ciao. Domani mattina partirò da casa tua; poi mi fermerò due giorni a Helsinki, da quel simpatico Kalle, che abbiamo conosciuto a Debrecen. Telefonami là, magari. Ti amo molto anche io”.

Il giorno seguente andai a cercare Kaisa, l’amore dell’estate 1972, nella facoltà dove era assistente. Volevo parlare con lei. Si fece negare, poi mi scrisse che non aveva potuto fare diversamente siccome era già abbastanza chiacchierata dalle linguacce dell’università

 Quindi, nel pomeriggio del tutto desolato, partii da Yväskylä in treno, e, due giorni dopo, da Helsinki con l’aeroplano.

Il giorno precedente la partenza andai nell’Istituto di cultura italiana e chiesi del direttore che mi ricevette cordialmente e mi fece i complimenti per essere già di ruolo alle superiori a Bologna. Gli dissi che avrei iniziato in ottobre e che mi sarebbe piaciuto arrivare nel suo Istituto giacché ero molto interessato alla Finlandia. Dentro di me pensavo: “Non si sa mai cosa può accadere con Päivi e nostra figlia”. Prendevo tempo pur sapendo che difficilmente ce ne sarebbe stato dell’altro per noi due insieme. Tuttavia mi sentivo in dovere di essere sempre pronto, siccome la sorte è capricciosa e pure Päivi lo era.  Mi vennero in mente le parole dette da Amleto all’amico Orazio : “the readiness is all (Hamlet, V, 2), essere pronti è tutto.

“Eppure tante volte non basta” aggiunsi di mio.

Noi due e pure la bambina dalla nascita incerta eravamo spinti da una forza enormemente superiore alle nostre umane: quella della Necessità che con mani d’acciaio volge l’asse dell’universo con tutti i movimenti del cielo e della terra.

Ananche ci aveva fatto incontrare a Debrecen in luglio, quindi aveva imbastito il nostro amore, e in settembre ci separava disfacendo la tela tessuta durante quel mese fatato o fatale, o forse soltanto sognato.

 Decidi tu lettore. Fatto sta che a noi due oggi è rimasto quale bene  comune soltanto questa storia che sto scrivendo. Che non è poco comunque, siccome è bella:  piena di amore e di dolore.  Una storia umana.

Pesaro  17  luglio 2026 ore 18, 19 giovanni ghiselli.

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La storia di Päivi 25. Un atto di crudeltà: l’olocausto di una mosca.



Dopo la dipartita della donna pregnante, che per due mesi era stata vita della mia vita, feci un giro per il paese scrutando i pochi passanti che apparivano bianchi quanto le erme funerarie, mentre tutte le vie si abbuiavano nel crepuscolo freddo. Speravo di vedere e riconoscere la dolce e bella Helena, o almeno una che le somigliasse, magari con un bambino di due anni e mezzo, e senza quel  padre.

Ma non la incontrai. “Sono venuto a seppellire le finniche, non a elogiarle. Magari le elogerò scrivendo di loro quando le rimpiangerò se non troverò di meglio”, pensai.

Quindi  tornai nel collegio studentesco. Andai a salutare un’amica di Päivi, conosciuta e frequentata nel lungo, sitibondo e felice mese di Debrecen. Si chiamava Anneli: era bionda, carina, gentile. Mi accolse con simpatia, quale benevola Eumenide, e, dopo i saluti, riprendemmo un discorso sulla storia romana che a lei interessava. Mi faceva domande, mi ascoltava con attenzione, e replicava con intelligenza.

Ne ricavai la sensazione, angosciante, di avere più cose da dire con lei che con la donna incinta di me rimasta spesso silente e  inespressiva da quando mi aveva visto arrivare in Finlandia,  forse già inopportuno,  e oramai scaduto quale moneta oramai fuori corso.

 

Verso le dieci tornai nel monolocale e scrissi una lettera ad Antonella, l’amica romana dell’ultima Debrecen, descrivendole la mia situazione  penosa, e chiedendole cosa dovevo fare, una volta tornato in Italia. La mia confusione era totale. Mi consiglierà di studiare il finlandese e di sposare Päivi che era la donna giusta per me. Quattro anni più tardi l’amica, forse ricreduta, mi ospitò per una notte d’amore con una supplente  durante una gita scolastica a Roma con la collega mia amante: Ifigenia, mediterranea, mora e abbronzata.  

Avevamo affidato i nostri allievi a dei colleghi più seri di noi due:  a vizio di lussuria così rotti da posporre ogni dovere alla libidine.

Ma rimaniamo a Yväskylä per ora.

Quando ebbi concluso la lettera, affettai e mangiai del salame, non molto invero, ma bevvi un’altra birra non piccola, e bruciai  completamente,  sadicamente, una  grossa mosca dal ronzio fastidioso.  Un atto crudele che non avrei ripetuto per niente al mondo, ma quella sera ce l’avevo con il mio fallimento amoroso. Credo che ogni forma di sadismo sia l’espressione dell’odio contro se stesso di chi lo compie.

Prima di andare a letto, feci  futili gesti per impiegare il mio tempo inutile e vuoto con qualche parvenza di attività. L’abito letterario mi fece venire in mente “ ho misurato la mia vita a cucchiaini di caffè”[2].

Veramente già in questa occasione tragica, come poi la notte del pozzo della fuga di Ifigenia con l’attore famoso, nel giugno del 1981, pensai che dovevo scrivere una storia d’amore, anzi la storia delle mie  storie d’amore .

 “Vennero donne con proteso il cuore/ognuna dileguò, senza vestigio”[3], poteva esserne l’epigrafe.  Le tre  storie di Debrecen che stanno terminando   ne hanno prefigurate  altre vissute in Italia. Nessuna altrettanto bella però.

Con il passare del tempo  diverse donne, e donne diverse, mi avrebbero dato retta per un tempo determinato.

Poi mi avrebbero lasciato tutte quante, tranne quattro o cinque prevenute  da me nel giorno dell’addio mestissimo, o recitato come tale.

Con il volgere delle stagioni ho imparato a preferire la solitudine al tedio insopportabile che mi infligge una persona non intelligente né buona. Uomo o donna che sia.

Tornato in Italia, cercai di iniziare il racconto di queste tre storie speciali e irripetibili, ma non avevo i mezzi, cioè le grandi letture necessarie per esprimere sentimenti pur forti in maniera interessante per chi non li aveva vissuti. Il mio pathos senza cultura era soggettivo, noioso, o ridicolo. Gli mancava la dimensione e la categoria dell’Universale necessaria per farsi leggere.

Me ne resi conto e rinunciai a scrivere, per studiare e imparare dalla mattina alla sera. L’amore per Päivi non mi lasciò desiderare altre femmine umane per alcuni mesi. Tanto meno dei maschi; non equivocare lettore: non sono uno degli scampati al fuoco di Sodoma!  

Dovevo studiare per diventare degno di una donna della levatura di Päivi . Ma un’amante  siffatta era irripetibile.

 

Avvertenza; il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

 

Note
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[2] Cfr. T. S. Eliot, The love song of J. Alfred Prufrock: “ I have measured out my life with coffee spoons”, v. 51

 

[3] Guido Gozzano, La signorina Felicita ovvero la Felicità, v. 259.


 Pesaro  17 luglio 2026 ore 18, 10 giovanni ghiselli

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