La notte tra il 27 e il 28
luglio del 1979 sognai: situazioni felici dei miei ventanni lontani, sognai. Ebbi
due visioni notturne pullulate dal ricordo di due gite fatte nell’estate del
1971.
La prima al Tibisco in luglio con Helena,
Fulvio, Ezio, Alfredo e Claudio.
Giungemmo a Zahóny dove il
fiume divideva l’Ungheria dall’Unione Sovietica all’epoca. Oggi dall’Ucraina.
L’acqua era solcata da motoscafi con uomini armati. Volevo farmi bello con
Helena e dissi: “andiamo a nuotare?”.
Ezio approvò.
Per accentuare il rischio e
l’eroismo dell’impresa dissi: “dai Ezio, attraversiamo il fiume: “vediamo se i
Russi sono davvero cattivi come si dice e ci sparano addosso” Fulvio, sebbene
fascista, replicò: “No i Russi non sono
cattivi, anzi sono pii, sono nostri fratelli”.
“Vedremo: andiamo a
sfidarli!”, gridai con impeto giovanile.
“Ne va della vita ma si
vada!”rincarò Ezio.
“Eatur in mortem?” domandai simulando apprensione.
Helena replicò con il suo
stile di donna coraggiosa e incoraggiante: “Ma no, il Tibisco non è l’Ussuri!
Da Budapest a Vladivostok vale e funziona il patto di Varsavia!”.
Dopo tale benedizione dalla domina santa e mia protettrice avrei
affrontato anche le cannonate. Sicché ci tuffammo dalla riva cespugliosa e
sassosa. Quando fummo in mezzo alle rauche correnti però, il via vai dei motoscafi
che perlustravano ci sbigottì. Temevamo urti terribili dalle prore dei battelli
veloci o sventagliate di mitra mentre si nuotava con la testa appena affiorante
dalle correnti. Mezza bravata l’avevamo già fatta e gli amici ci applaudirono.
Quindi ci offrirono da bere in una csárda con violani zigani e le danze
ungheresi di Brahms. Era l’Ungheria ritenuta vera, mentre era
un poco falsa e di maniera, tuttavia mi piaceva.
Ripartimmo per Debrecen verso
le nove. Nel sogno che sto raccontando Helena non c’era più. Non vedevo l’ora
di arrivare per ritrovarla. Cantavo una canzoncina finlandese Kalliolle kukkulalle-rakennan mina maiani-
tule tule tytto nuori- yakama se munkassani. Una lingua che mi sembrava
buona per vezzeggiare degli infanti.
Queste parole avevo sentito dal coro delle finniche e le ripetevo nel
sonno senza sapere che cosa significassero, però ci sentivo dell’amore.
Arrivati a Debrecen intorno
alle 23, mi
precipitai sotto la finestra dove mi era apparsa tante volte Elena bella ma
questa volta non c’era. Allora mi diedi a correre freneticamente su e giù per
le scale dei due collegi, invano. Quindi decisi di cercarla in tutti i locali
della cittadina universitaria. Prima però andai a fare una doccia. Tornato in
camera, avvenne il miracolo: bussò lei e mi chiese di portarla a ballare dove
volevo. Questo ultimo fatto era successo
davvero e mi aveva riempito di gioia quella sera lontana. “Ti ricordi più
quella sera che tu danzasti accanto a me?” mi metto a cantare ora, da vecchio
ultraottantenne.
Dopo questo sogno ne feci un
altro, sempre fondato sul ricordo di una serata felice.
Ero con Elena in un locale
sul Balaton, una sera di agosto. Avevamo cenato e bevuto insieme, parlando bene
delle nostre vite. Eravamo pieni di vita e di gioia.
Volli dare un’altra prova di
coraggio, di confermare il mio ruolo di vir,
anzi di onorarlo mostrando segni di virtus.
“Vado a tuffarmi e nuotare nel lago”, dissi alzandomi di scatto.
Questa volta Elena cercò di
trattenermi: “stai scherzando? Hai appena terminato di cenare: vuoi lasciarmi
vedova qui in Ungheria? Dovrò ripartire domani in gramaglie?”
“No, anzi, tesoro: vado a ribattezzarmi
nell’acqua del Balaton per meritare il tuo amore: se non facessi il bagno dopo
questa mangiata e bevuta rischierei il torpore che costituirebbe un’offesa alla
tua persona, una profanazione della tua immagine meravigliosa e santa”.
Così andai a nuotare e al
ritorno fui accolto come un eroe da Elena e dai nostri amici allertati da lei
nel caso che l’acqua fredda avesse provocato il
colpo finale. Mi dissero che avevano giurato, nel caso, di onorarmi fino
alla tomba di Sansepolcro. Dopo sarebbero andati a vedere la Resurrezione di
Cristo e avrebbero concluso con una bevuta alla mia salute.
Due storie dunque e un doppio
sogno. Credo che se non avessi nell’anima tali ricordi sarei morto da un pezzo,
morto pazzo per la pena e la noia
sofferte dai tanti stolti e mascalzoni, imbecilli e profittatori incontrati via
via. Ricordi belli e santi come questi
costituiscono la migliore delle
educazioni. Lo dice Alioscia alla fine dei Fratelli
Karamazov e lo confermo con queste storie di Elena e mie.
p. s
Le parole della canzoncina
finlandese possono essere piene di errori grafici. Se qualcuno me le correggerò
sarò contento. Magari fossi tu, Elena cara! Chissà se sei ancora viva o defunta
come gran parte dei miei coetanei.
Era del ’45.
Marisa che era nata nel luglio del 1944 è
morta: ne ero innamorato in terza media nel 1958 a 13 anni e mezzo:
eravamo i due
scolari più egregi delle due classi del Lucio
Accio dove ci avevano disposti: lei nella sezione femminile di francese, io in
quella maschile di inglese.
Cantavo: “Nessuno, ti giuro
nessuno, nemmeno l’inglese ci può separar!”
Mi tenevo su leggendo, scrivendo, parlando e pedalando.
Lei era una ragazzina di razza: un’ottima alunna come me. Temo che sia inciampata
nella corsa però. E’ stata l’unica che mi ha fatto pensare alle nozze.
L’amico Piero, un
mattacchione, gridava: “gianniizzarus, perché ami Marisa? Tanto non ti sposa?”
Magari se ci fossimo sposati sarebbe andata meglio a entrambi. Chi lo sa?
Ma eravamo due bambini, poi ci siamo persi di
vista. Il destino ci ha separati, non l’inglese. Non ho potuto neppure
accarezzarla. Neanche durante la gita scolastica di terza media a Venezia. Però
non l’ho mai scordata.
Bologna 11 aprile 2026 ore 17,
10 giovanni ghiselli
p. s.
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