giovedì 14 maggio 2026

Ifigenia. CLI. La ricerca delle fonti per l'opera che mi aspettava. Autori di stragi chiamati “magni”. Non da Lucano, il più libero.


 

 Dovevo e volevo  scrivere la storia delle mie storie d’amore dunque, tale che fosse anche una storia della scuola, del costume, della cultura e della politica italiana e magari pure europea dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta del Novecento.

 Per alcuni eventi disponevo di appunti, altri invece  dovevo ricostruirli avvalendomi  solo della memoria, lo scrigno del mio sapere e la cassaforte della mia intelligenza. Ho sempre considerato il dimenticare cosa vietata.

Era necessario che mi impegnassi a lungo, cominciando dal reperimento degli appunti, i commentarii sulla mia lotta contro il dolore, durante l’ eterna ricerca della felicità. Le prime note risalivano alla metà

degli anni Sessanta ed erano sparse tra diari e libri; perciò non mi

trovavo nel vuoto di cose interessanti da fare, non rischiavo di sparire nell’abisso  del caos dove si sarebbe persa la mia stessa identità; anzi, avevo

bisogno di tutte le ore libere per realizzare il grande progetto:

raccontando gli amori falliti a causa della pochezza morale mia e delle amanti o della scarsa congenialità e attrazione reciproca, avrei dato un insegnamento ai lettori, allargato la cerchia delle persone influenzate da me, e avrei indagato me stesso giungendo a conoscermi meglio.

Se il mio demone buono avesse reso ricche, strane e non prive di effetto le mie parole, forse avrei anche potuto riconquistare Ifigenia e rivitalizzare l’amore mortificato dall’uso strumentale che se n’era fatto entrambi reciprocamente.

Potevo rinascere con lei o con un’altra più congeniale a me.

Se fossi tornato ad amare dopo avere compreso, non mi sarei più lasciato

ingannare da lusinghe ingannevoli, né attirare da scopi fallaci.

 Avrei saputo digerire e assimilare la rinnovata felicità senza farne indigestione e poi rigettarla con disgusto.

Intanto, lasciandomi quando aveva ancora bisogno di me, Ifigenia mi aveva dato una lezione  confutando, speravo per sempre,  l'iniqua teoria, inculcatami  in testa da gente stupida, cattiva e disgraziata,   secondo la quale solo la donna vergine non è disonesta in partenza e indegna di essere sposata, mentre l’uomo può avere frequentato pure prostitute e cinedi rimanendo un grand'uomo, come Giulio Cesare16 per esempio, o Alessandro il cosiddetto Magno. Due personaggi che hanno sporcato di sangue la terra con innumerevoli  stragi. Grandi soprattutto nel male dunque, come ha già rilevato Lucano.

Nel novembre del 1978, quando era entrata per la prima volta in

camera mia e si era spogliata sorridendomi senza malizia,

irradiandomi della sua luce, Ifigenia mi aveva fatto sentire la

gioia di vivere, la felicità di essere riamati dalla vita cui avevo

sempre proteso gli acuti tirsi dei desideri e la delicatezza dei

sentimenti, ricevendone fino allora dei contraccambi

solo mensili e peregrini.

Quella ragazza venticinquenne, radiosa, era lo stesso sole incarnato che si era degnato di entrare nel mio appartamento, di

stendersi nel mio letto, e mi aveva offerto di fondermi con la sua

luce sovrumana. Quel giorno cantarono in coro le ninfe dei mari, delle fonti e dei boschi per festeggiare il concubitus dell’uomo e della donna felici.

Il 15 marzo del 1981 il primo fra tutti gli dèi era oscurato da nuvole grosse e buie,  eppure serbavo la confortante coscienza che dietro le nubi acquose il suo volto santo c'era sempre, e presto o tardi sarebbe riapparso

ancora più bello e radioso. Potevo pregare, agire come si deve e indurre l’immagine visibile della Mente  divina a farsi vedere di nuovo. Queste furono le riflessioni della mattina.

 

Avvertenza: il blog contiene 1 nota: Catullo su Giulio Cesare.

 

Nota 16. Si può non leggere

Catullo lo chiama"Cinaede Romule (...) impudicus et vorax et aleo (29, 5 e 10),

Romolo invertito (…) libidinoso vorace e biscazziere, e anche, sia pure  con una cetra dose di ironia, Caesar magnus (11,10),

Cesare grande. Un altro magnus, uno dei tanti.

 

A proposito di cinaede, devo avvertire il  lettore che oggi ricevono  critiche più severe gli eterosessuali degli omosessuali. Il sesso tra uomini e donne insomma torna a essere peccato fuori dal matrimonio o dal fidanzamento.

Oggi sarebbe molto malvista, se ancora ci fosse,  un’allegra brigata di eterosessuali fieri di essere tali. Io non sono mai stato particolarmente bello però da sempre mi piacciono molto le donne e non l’ho mai nascosto.

 Per questo sono stato malfamato in alcuni luoghi.

 A Pesaro no, siccome lì ho vissuto da  bambino poi da ragazzino che non ci prendeva. In seguito ogni mia impresa egregia è  stata posposta al “crimine” di avere corteggiato molte donne e di averne persuase diverse ad amoreggiare con me, pulzelle o maritate o separate che fossero.

Poi c’è un altro peccato capitale: non ho e non voglio avere il telefonino. Senza questo mi vengono impedite diverse operazioni, in banca per esempio. Sono considerati più normali quelli che fissano il cellulare guidando l’automobile e ammazzano i malcapitati. Un energumeno del genere mi investì giungendomi alle spalle ferendomi gravemente un anno e mezzo fa. Quindi scese dall’automobile gridando che me l’ero cercata spostandomi a sinistra. Stavo superando un’automobile ferma non senza averlo segnalato con il braccio sinistro. Lo dissi mentre sanguinavo ma quel mostro minacciò di picchiarmi, poi scappò. L’ho denunciato ma non avevo preso la targa e non l’hanno trovato. Lo racconto per significare quanto la prepotenza è nell’aria da anni oramai

 

Bologna 14 maggio 2026 ore 16, 53  giovanni ghiselli

 

p. s. Statistiche del blog

All time2159440

Today1276

Yesterday2919

This month30492

Last month82730


Ifigenia CL. I primi amori. Due bambine brune degli anni Cinquanta. La gara di corsa a Moena. La scuola a Pesaro.


La mattina del 15 marzo 1981, appena sveglio, cominciai a meditare.

Era domenica: ne avevo tutto il tempo, anche troppo. Dopo due

anni, quattro mesi e mezzo, quello era il primo giorno non

lavorativo che avrei passato a Bologna senza vedere né sentire

Ifigenia, con ogni probabilità. Mi ero talmente abituato a

vivere con lei e per lei, a ricevere le sue visite, le telefonate, le

richieste, che se davvero non l'avessi più vista, ascoltata, potuta

aiutare, avrei sofferto il vuoto finché non mi fossi assuefatto al nuovo stato di monaco. La mia decantata vitalità, che l'amica Antonia aveva definito "faustiana", invero era dipesa quasi tutta da quella ragazza dal primo novembre del 1978.

Eppure, sparita lei fisicamente, avrei potuto leggere più di prima, correre gli stadi più di prima,  magari in tempi migliori; avrei avuto modo di pedalare non solo su per la Croara, il Monte delle formiche, il Grappa e il Pordoi, ma pure il Gavia e lo Stelvio.

“Stelvio e Gavia per me pari son” gridai ricordando che l’aveva detto Anquetil. Tifavo per lui dopo Coppi poiché ero bravo a cronometro oltre che in salita. Mi dissi che dovevo scalare anche il Parnaso, l’Olimpo e il Taigeto a cronometro.

 E scrivere un capolavoro dovevo. Un epos grandioso, un romanzo

con la visione realistica, politica e pure mistica di un'epoca

intera. Non avrei sprecato con il vizio e nell'ozio il talento che la

bella donna aveva riconosciuto in me; non avrei sciupato

nell'inerzia, stando seduto a mangiare o steso a boccheggiare, il

fisico che a lei una volta piaceva, e forse le sarebbe piaciuto di

nuovo se non l'avessi lasciato andare in malora. Non avrei mai

abiurato il culto della santa bellezza rivelata e consacrata

dall'amore di quella ragazza bella. Non mi sarei più

abbassato a tresche con femmine deformi o cretine.

L'amore di Ifigenia era diventato un altro culmine della mia vita dopo quello di Elena Augusta : di lassù potevo osservarla intera, comprenderla con una visione d’insieme, e raccontarne le quintessenze che riguardano tutti. Avrei scritto una grande storia d'amore partendo dalle emozioni di bambino per le bambine coetanee, poi, di femmina umana in femmina umana, sarei arrivato al 14 marzo del 1981.

 

Il ricordo dell’emozione più antica risaliva all'estate del '55: avevo 11  anni

non ancora compiuti,  mi trovavo a Moena. Mi impressionò

fortemente una citta mia coetanea una bruna bruna, snella, vivace, vispa, vestita  di bianco. La vedevo affacciata a una finestra: abitava al piano sottostante il mio nell’edificio a tre piani di via Nazario Sauro.

Non conoscevo il suo nome. La sentivo cantare un motivo con parole su

una paloma bianca come la neve, come la neve. La pensavo quale creatura  variopinta, policroma: candida, come la paloma  e  il suo vestito, nera come i suoi capelli lunghi e lisci, azzurra come gli occhi che purtroppo non mi guardavano punto. Fu il primo anno che a Moena non passai le

mattine aspettando, invano, la posta della mamma mia spensierata, spiritosa e leggera, oppure cupa,  irata e furente.  Impiegavo il tempo cercando un'occasione per conoscere quella bambina preziosa e farmi guardare e parlarle. Un giorno avvicinai suo fratello, un  bimbo di sei o sette anni.

 Lo invitai a giocare, e quando la madre, una donna di occhi e di capelli nerissimi 13 lo chiamò in casa, gli chiesi se potessi salire anche io. Disse di sì; anzi ne fu proprio contento poiché uno “più grande” lo degnava della sua

compagnia.

Con questo stratagemma odissiaco entrai nel loro

appartamento. La sorella però purtroppo non c'era, e, quando

giunse, non mi rivolse lo sguardo. Ci rimasi male assai, ma non

desistetti. Ce la mettevo tutta già allora per piacere alle femmine umane.

Qualche giorno dopo, verso la fine di agosto, mi accorsi con

strazio che in quell'amore non contraccambiato avevo pure un

rivale meno negletto di me: un ragazzotto di 13-14 anni che abitava al primo piano della nostra casa di via Damiamo Chiesa.  Paloma dimorava al secondo, io con la zia Giulia al terzo.

 Li osservavo dalla finestra: parlavano volentieri quei due,

senza nascondere qualche complicità. Con mio strazio. Dovevo superare lui agli occhi di lei, ma ero piccolo io, minuto e malvestito. Quello era

grande, massiccio, anche un po' prepotente: prendeva  spesso a calci i bidoni della spazzatura  e gridava. Mi pareva un adulto rozzo, quasi bestiale. Cosa potevo fare contro tale ciclope?

Un pomeriggio, mentre uscivo, li vidi sorridersi davanti al portone.

Allora mi venne in mente un'astuzia da condannato a morte14: mi avvicinai, chiesi se sapevano l'ora, feci una o due osservazioni

insignificanti, quindi sfidai quel Carnera a una gara di corsa in un circuito che andava da via Damiano Chiesa fino alla fontana del Turco, poi dopo una svolta a sinistra  entrava in mezzo a un campo di cavoli e di patate in fiore sorvolati da tante farfalle bianche.

 Il giro  si chiudeva davanti a casa nostra dopo altre due svolte a sinistra

Volevo mettere in lizza la mia agilità alata contro la brutalità greve, semibestiale  dell’aborrito ragazzo di Bolzano. Quel bruto  non poté rifiutare.

Mentre si parlava dei termini della sfida, feci in modo che si

avvicinassero e volessero partecipare anche altri bambini del rione,

villeggianti e moenesi. Più numerosi fossero stati gli agonisti, più bello, famoso  e fatato il mio  trofeo. Ne vennero una decina, tutti maschi.

 Flavio,  detto “lo strullo” dalle mie zie, fu proclamato giudice e ne fu contento.

Bisognava correre per un chilometro e mezzo circa. Paloma osservava  gli  agonisti stabilire, concordare le regole e spiegarle al  nostro arbitro che

sorrideva a tutti e augurava la vittoria a ciascuno di noi. La guardavo di

sfuggita: mi sembrò pallida e più bruna, più bella che mai.

Speravo che fosse in apprensione, se non per me, almeno per il

risultato. I capelli li aveva nerissimi, come la madre sua e la mia, gli occhi

azzurri anche questi come la mia mamma; i bambini del resto non danno agli occhi l'importanza dovuta: trovano maggiore significazione nel naso,

nelle guance, nelle labbra, e, appunto nelle chiome; forse perché

sono parti più concrete, afferrabili, accarezzabili. Da me per altro

soltanto nei pensieri e nei sogni, ché la mamma mia non si

lasciava accarezzare.  

Trovavo quella bambina così attraente che ne tremavo, sia

vedendola  brillare nel sole, sia ricordandola affacciata sul balconcino illuminata dalla luna. Cantava spesso la melodia che ho ancora nel cuore.

 Speravo di rendermi degno di tanto splendore vincendo la competizione che avevo voluto. Pensavo che se mi avesse

approvato, avrei potuto gettarmi dentro i crepacci della

Marmolada senza morire né farmi male. Le ali, mi sarebbero spuntate. Né le

vipere che mi terrorizzavano avrebbero potuto nuocermi, né i lupi, né gli orsi

dei boschi, né i preti maliziosi. Perfino le zie sempre pronte a

sgridarmi avrebbero capito che valevo qualco. E della posta che non arrivava, non mi importava più un fico. Finalmente avevo trovato una ragione per non

soffrire dell'amore non contraccambiato dalla mamma.

 L'interessamento di Paloma dovevo meritarlo. Sapevo

che nessuno ammira nessuno per niente, e sapevo pure di valere

qualche cosa correndo. In fondo da allora poco è cambiato, sebbene siano  passati decenni.

Il tempo infatti non è una cosa concreta, e l'arte deve svelare il significato dei cambiamenti di cui è foriero.

Il tempo porta a ciascuno la formazione della  sua identità che si viene scoprendo negli anni. Finché l'uomo muore e poi, forse, come

affermano molti saggi, ricomincia, o continua a vivere  in

un'altra figura di forma diversa: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago"  15  tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando  .


 

 

Flavio dunque diede il via e la gara iniziò. Il mio rivale

in amore correva davanti a tutti: si era piazzato in prima

posizione, sgomitando e utilizzando la mole per ostacolare il sorpasso. Aggirata la fontana con la testa del Turco, infilammo lo stretto sentiero che attraversava l'orto con i cavoli e le patate, in fila indiana: io seguivo il  grosso rivale come un ombra, ché  l'avversario da battere era lui. Gli altri infatti rimasero presto staccati.

Non si impegnavano come noi due che avevamo in mente una dama da omaggiare.

 Quel grossolano del resto non era portato alla corsa: quando sbucammo in via Damiano Chiesa sul rettilineo d’arrivo sentii che ansimava molto più in fretta di me, e lo superai senza difficoltà. Anzi, allungai pure un poco il percorso, per stare alla larga dalle sue mani invadenti che infatti allungò come tentacoli per ghermirmi, farmi cadere e  grattare il ventre sul duro pavimento.

 Ma non riuscì ad acchiapparmi. Lo avevo superato rimanendo alla larga dalle sue braccia  da orango di pelo chiaro.

 Sicché tagliai il traguardo per primo. Flavio esultava, Paloma per niente. Se fosse stata meno stupida e vana, quella brunetta avrebbe compreso chi era tra noi due il più capace, poiché avevo voluto e vinto la gara; chi il più

onesto, siccome non avevo imbrogliato; chi nella vita avrebbe

combinato qualche cosa di egregio se ero stato io, piccolo, minuto,

 e malvestito, anche debole andavano dicendo le zie a chi

le ascoltava, a prevalere su un ercole  meglio tenuto e

pasciuto di me. Non osai avvicinarmi a lei: speravo che venisse  a

dirmi qualche cosa; almeno:"bravo! Come ti chiami? Di dove

sei?"

Le avrei risposto:"Mi chiamo Giannetto, sono di Pesaro, l'ho fatto

per te. Chiedimi cose più difficili, molto più difficili: per te tirerò

giù le stelle dal cielo". Credo che se mi avesse rivolto un sorriso,

quel giorno mi avrebbe commosso più che se oggi mi sorridesse

l'intero universo, o Dio stesso. Invece andò dallo sconfitto, e con

un'espressione fine, che contrastava con il ceffo sudato di

quel gaglioffo dal ciuffo biondo, disse senza ironia:"Bravo, siamo arrivati secondi".

Quella vittoria dunque non mi elargì il premio agognato e sperato però mi diede piena coscienza del mio talento di corridore. Nel 1980 a Debrecen avrei vinto una gara  podistica di millecinquecento metri nello stadio dell’Università di Debrecen suscitando applausi ed elogi da parte di tanti studenti europei. Quindi Ifigenia avrebbe intonato l’epinicio.

Smisi  di adorare Paloma, però mi accade ancora di ricordare il

volto bianco incorniciato dai capelli neri di lei, quando osservo la

luna alzarsi dagli alberi scuri di una tacita selva. E la sento cantare ancora.

Partendo da quell'immagine bruna dunque sarei arrivato all'icona

di Ifigenia che mi aveva lasciato la sera prima.

Ho continuato a sentirmi attirato dalle ragazze brune a innamorarmi di loro.

 Fino a Päivi che era rossa ma Elena, l’Augusta ottima e massima tra tutte, era bruna appunto.

Tornato a Pesaro e alla scuola media Lucio Accio poche settimane più tardi mi innamorai di Marisa che oltre essere bruna e carina era la più brava della sezione femminile. Studiavo anche per prendere voti non meno alti dei suoi.

Li confrontavamo.  Non ho mai potuto accarezzare nemmeno lei, ma con Marisa almeno potevo parlare. Un passo alla volta nell’apprendistato amoroso. Tuttavia non bisogna procedere troppo adagio:  cade velocemente e precipita presto il destino di noi mortali. Troppo breve è la vita umana pure se centenaria. Siamo creature effimere, della durata di un giorno: “sogno di ombra è l’uomo” scrive Pindaro nel quinto epodo della Pitica VIII.

La penultima estate al mare la sorella di Marisa mi ha addolorato dandomi la notizia della sua morte recente. Le aveva detto di  me che ero molto bravo a scuola.

“Non più di Marisa. Mi dispiace molto. Sono sempre stato un fervido ammiratore di tua sorella”  ho risposto.

Se  lo avessi saputo in tempo sarei andato al funerale e avrei accarezzato la bara. Dedico questo capitolo all’antica compagna nelle scuole Lucio Accio e Terenzio Mamiani di Pesaro. Marisa è stata una delle persone più importanti della mia vita. Quando passo sotto casa sua distante meno di cento metri dalla mia, lancio dei baci con un gesto della mano. Alcuni maschi molto razionali mi dicono che sono ipersensibile. “Fattene una ragione- rispondo- io mi piaccio così come sono e funziono bene così”

Avvertenza: il blog contiene 3 note.

 

Note

13

Cfr. Leopardi, Operette morali, Dialogo della Natura e di un islandese.

14

Cfr. M. Proust, Dalla parte di Swann, trad. it. Einaudi, Torino, 1978, p.32.


 

15 Ovidio, Metamorfosi XV, v. 178.

 

 

Bologna  14 maggio 2026 ore 9, 25 giovanni ghiselli

 

p. s.

Statistiche del blog

All time2159299

Today1135

Yesterday2919

This month30351

Last month82730