Tornai a casa rattristato anche io. Non erano nemmeno le sette di sera ed era già notte. Il sole mi aveva tolto il suo favore, sicché ero caduto in disgrazia. Senza il conforto del dio luminoso avevo perduto il sostegno del mio difficile procedere sulla via del chiarimento di quanto volevo.
Non ricordavo nemmeno se l’avevo baciata o mi ero lasciato baciare.
Certo, desideravo portarmela a letto, come no?, magari congedando le altre due che non potevano reggere il confronto con lei per l’aspetto assai meno lepido e il resto meno inquietante ma anche molto meno attraente.
Quelle però mi portavano a casa prelibatezze varie preparate da loro, mentre questa, a quanto avevo capito, non sapeva cuocere nemmeno un uovo sodo. Per giunta aveva un marito grosso e ringhioso come un molosso che poteva azzannarmi con quel ceffo e quei denti feroci da cane sanguinario. Non so se i suoi denti fossero lunghi perché davanti a mariti siffatti fuggo via spaventato, ma so che nella prosodia il molosso è un piede formato da tre sillabe lunghe: nequiquam per esempio.
E i cerberi della mia scuola si sarebbero astenuti dal mordere vedendoci amoreggiare?
Insomma la ragazza era deliziosa ma una relazione con lei poteva anche rovinarmi. Sicché, afflitto dal buio del cielo e da quello della mia povera mente, mi domandavo: “posso azzardare un assenso alla sua e alla mia concupiscenza?”. Non ne ero sicuro.
D’altra parte era arrivato il tempo di decidere se valeva la pena di correre il rischio: dovevo darle una risposta se non volevo perdere del tutto l’intraprendente e bella ragazza che aveva mille altre possibilità oltre questa con me, e non mi avrebbe permesso di eludere ancora a lungo la sua richiesta già iterata.
Ero stato ritrosetto ogni volta. Ridicolmente .
Se fare l’amore con Ifigenia o non farlo, del resto non era il solo problema che mi ponevo quella sera oramai vicina all’inverno con le sue brume che rendono inerti. Volevo trovare la realtà di me stesso mezzo fallito nel lavoro. A scuola funzionavo ancora egregiamente nei confronti dell’utenza ma non più agli occhi della dirigenza. Forse l’insegnamento non era la mia destinazione più alta dato che dipendevo da presidi che potevano essere degli imbecilli incapaci di apprezzarmi per loro ignoranza che suscitava anche malevolenza come vedevano con disappunto quanti riconoscimenti ricevevo dagli allievi e dalle loro famiglie.
“Devo trovare un ambito- pensavo- dove possa essere del tutto me stesso: quello che realmente e veramente sono al mio meglio”. Mi venne in mente l’impiego dei miei talenti nella scrittura. La sua qualità sarebbe dipesa solo da me, il suo riconoscimento dai lettori. Se fosse stata egregia quanto quella manifestata insegnando avrei potuto impiegarla anche nel campo cruciale dell’amore dove convergono tutte le strade da me percorse. Avrei reso le storie con le mie donne più reali e vere di come erano state: la narrazione dell’amore di Elena, per esempio, si sarebbe trasformata in una realtà più grande bella e duratura rispetto a come era stata nella vacanza mensile dell’estate del ’71. Anche la prossima, probabile storia di Ifigenia, che dopo i sogni del giro ciclistico dell’ultima estate iniziava a concretizzarsi, poteva assurgere a mito e poesia attraverso una rielaborazione fatta con ispirazione e perizia.
Pensato questo, mi addormentai.
Bologna 13 marzo 2016 ore 18, 21 giovanni ghiselli
Il sole da oggi alla fine di settembre arriva a lanciare i suoi raggi benedetti anche nel corridoio di casa mia quando tramonta intorno alle 6. E’ un sì della vita.
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