Un altro frammento
interessante e degno di essere commentato è il 67aD. Ne facciamo una traduzione
letterale, quasi verbum de verbo
:" animo, animo sconvolto da
affanni senza rimedio
sorgi e difenditi dai malevoli, contrapponendo
il petto di fronte, piantandoti vicino agli agguati
dei nemici
con sicurezza: e quando vinci, non gloriartene davanti
a tutti,
e, vinto, non
gemere buttandoti a terra in casa.
Ma nelle gioie
gioisci e nei dolori affliggiti
non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini.
(mh; livhn: givgnwske d j oi|o~ rJusmo;~ ajnqrwvpou~ e[cei, tetrametri trocaici catalettici).
Questi
versi contengono alcune norme basilari della civiltà classica e della cultura
europea. Hanno qualche precedente in Omero e un seguito infinito, tanto che
sembrano riecheggiare dal fondo dei secoli nell'anima del lettore anche non
esperto di greco. L'idea del tollerare con forza le avversità, si trova nell'Odissea
, quando Ulisse, davanti allo
scempio che vede in casa sua, invita il proprio cuore a sopportare i mali con
il ricordo di mali ancora peggiori già superati:
"sopporta, o cuore un
altro dolore più cane sopportasti una volta/ (tevtlaqi dhv kradivh: kai; kuvnteron allo pot j
etlh")
quel giorno quando,
irrefrenabile possa, mi mangiava il Ciclope/
i gagliardi compagni: e tu
resistevi, finché l'ingegno
ti tirò fuori dall'antro dove
credevi che saresti morto"(XX,
18-21).
Un motivo dunque che può sollevarci l'animo
nelle disgrazie è il ricordo di un
precedente successo.
Anche Saffo nella pena amorosa impiega questo balsamo quando rammenta
che Afrodite immortale dal trono variopinto una volta venne e le disse:
"Chi ti fa torto, Saffo? Se fugge, presto ti inseguirà, se non accetta
doni, te li offrirà, se non ama, presto ti amerà anche se non vuole"(fr.1
LP, vv.20-24). La persona nobile infatti non dimentica il bene. Ma sulla
poetessa di Lesbo ritorneremo.
Anche le sciagure si
stancano.
Nell’Eracle
di Euripide, Anfitrione esorta la
nuora Megara a sperare, nelle grandi ambasce in cui si trovano durante l’assenza
di Eracle e perseguitati da Lico: il vento sfavorevole potrebbe cambiare: infatti anche le sciagure degli uomini si stancano (kavmnousi gavr toi kai; brotw'n aiJ sumforaiv, v. 101), e le raffiche dei venti non hanno sempre la
stessa potenza. Gli uomini di successo non rimangono fortunati sino alla fine.
Essere angosciato è tipico dell’uomo vile: “to; d j ajporei'n ajndro;~ kakou' “
(v. 106).
Machiavelli nella Lettera
a Francesco Vettori del 10
dicembre 1513 descrive la sua giornata fatta di studio e di un ingaglioffarsi
con persone volgari e aggiunge: “sfogo questa malignità di questa mia sorte,
sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la si
vergognassi”. Del resto alla fortuna non
si deve “dare briga” ma “aspettare un tempo che la lasci fare qualche cosa agli
uomini”.
Vero è pure che poi in Il Principe Machiavelli scrive che la
fortuna è “arbitra della metà delle azioni umane” e “dimostra la sua potenzia dove non è
ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove sa che non sono
fatti li argini e li ripari a tenerla” (XXV). In effetti Machiavelli cerca
un’occasione mandando in giro i suoi scritti, come faccio io. Manda dunque
l’”opuscolo De principatibus” al
“Magnifico ambasciatore”.
“E se vi piacque mai alcuno
mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere”. (Lettera a Vettori).
Archiloco
dunque concepisce la vita umana come un grande ritmo, una ruota fatta di uno scendere e
un salire con una forza ineluttabile, pari a quella della naturache non è mai inefficiente. Di qui deriva il consiglio
presente in tutta la classicità di non discostarsi dall'armonia del cosmo. Tale
precetto può riassumersi nella massima di Cicerone (De Officiis I, 100):"quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus ", e se la (la natura) seguiremo
come guida non ci svieremo mai.
"Nulla
di troppo" (mh; livhn, v. 7), con
il "conosci te stesso" erano le due massime scolpite nel santuario
delfico e sono rimaste fondamentali
nel comportamento di chi possiede una buona educazione, tanto che se ne trovano
riflessi nei trattati di galateo dell'età moderna come, per esempio, ne Il
libro del cortegiano del
Castiglione (1528): il perfetto cortegiano deve essere "umano, modesto
e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se
stesso"(I, 17) e dovrà "fuggir quanto più si pò, e come un
asperissimo e periglioso scoglio, la affettazione"(I, 26).
Questo aspetto è relativo
alla psicologia e al costume. Il versante dell'armonia
cosmica invece ha un seguito nella filosofia presocratica e, per quanto
riguarda il campo letterario, nella
tragedia di Euripide . Per il
momento menzioniamo il dramma Le Fenicie del 410, dove Giocasta, per convincere il
figlio Eteocle a rinunciare alla brama di potere assecondata con ogni mezzo,
compresa l'iniquità, gli ricorda che
l'oscura palpebra della notte e la luce del sole percorrono uguale il giro
annuo nell'alternarsi delle stagioni (vv.543-544). Dunque come nel ritmo cosmico c'è una regolarità, in
forma di isonomia, così
nell'avvicendarsi dei fatti umani, e all'uomo dotato di sguardo mentale
tale armonia non può sfuggire. Una sentenza di Eraclito raccoglie questa
verità: "l'armonia invisibile è più forte della visibile"(fr. 27
Diano). Possiamo chiudere questo commento citando un proverbio di padron 'Ntoni
che ripete questo tipo di saggezza:"Buon
tempo e mal tempo non dura tutto il tempo!"( I Malavoglia , p.172).
Un altro frammento (7D) di Archiloco ripete il concetto in termini consolatori per la polis
che ha perso diversi cittadini in un naufragio:
" pur disapprovando lutti lamentevoli, o Pericle,
né alcuno
dei cittadini godrà di feste né la città;
ché l'onda del mare sonante tali uomini
sommerse, e noi abbiamo i polmoni gonfi
per le sofferenze. Ma gli dei ai mali irrimediabili,
o amico, accordarono la forte sopportazione ( kraterh;n tlhmosuvnhn)
come farmaco (favrmakon). Ora gli
uni ora gli altri provano queste sventure; ora si sono volte/
verso di noi e lamentiamo una ferita sanguinante,
un'altra volta toccherà ad altri. Ma adesso
sopportate
respingendo il pianto femmineo (gunaikei`on pevnqo~ ajpwsavmenoi)".
Questi distici elegiaci non
solo costituiscono un energico richiamo alla vita, ma formano l'archetipo della
cosiddetta allegoria della nave, e
"sotto 'l velame delli versi strani", forse , "s'asconde" la
difficoltà di un gruppo sociale.
L'Anonimo Sul
sublime , il trattato di estetica
più famoso dell'antichità ( scritto in greco nel I secolo d. C.) afferma che
l'elevatezza di questi versi consiste nel fatto che Archiloco ha saputo
"ripulire e combinare tra loro i punti culminanti senza lasciare nella
composizione nulla di grezzo, indecoroso o noioso"(10).
L'immagine si trova poi in
vari poeti greci (Alceo, fr.326 LP; Teognide, Silloge , vv.668-682;
Eschilo, I sette a Tebe , vv. 62 e
sgg., 208 e sgg.; Aristofane, Le rane
, v. 361, e Sofocle, Antigone , v.
163). Sono tutti autori sui quali ritorneremo.
Che il pianto sia cosa
da donne lo afferma anche Tacito raccntando, non senza
ammirazione, i costumi dei Germani:"Feminis
lugere honestum est, viris meminisse "
alle donne si addice piangere, agli uomini ricordare. (Germania , 27).
Ricchezza e potere non sono necessariamente
dei beni.
Passiamo a tradurre , sempre il più
letteralmente possibile, il frammento 22 D.
"Non mi importano le ricchezze di
Gige pieno d'oro
né mai mi prese l'invidia, né ammiro
le imprese divine, e non ho brama di grande
potere:
infatti questo è lontano dai miei
occhi". Trimetri giambici.
Altre
negazioni e affermazioni queste che avranno un lungo seguito. Gige è il re di
Lidia (687-652) antenato del più famoso Creso. Erodoto nel primo libro delle
sue Storie ( 8-14) ne racconta
l'avventurosa ascesa al trono. Egli divenne sovrano dopo avere ucciso il suo re
Candaule che lo aveva indotto a nascondersi nella camera da letto della regina
sua moglie perché la vedesse nuda. Al sovrano dispiaceva che le fattezze della
splendidissima donna fossero conosciute solo da lui. Gige, che era guardia del
corpo del "lunatico re", tentò di schermirsi dicendo: "con lo spogliarsi delle vesti, la donna si
spoglia anche del pudore"(I, 8).
La nudità come immoralità era sentita anche da molti Romani del tempo
di Catone il Vecchio il quale, seguendo il costume degli antichi, evitava di
fare il bagno insieme al figlio e ai generi “perché si vergognava di stare nudo
davanti a loro” (Plutarco, Vita di Catone
il Vecchio, 20).
Non andava così a Sparta secondo Euripide (cfr. Andromaca).
Candaule dunque
riuscì a convincere Gige. La regina, accortasi di essere stata spiata lì per lì
fece finta di niente, ma poi, chiamato lo scudiero del marito, gli ordinò di ammazzarlo, se non voleva
essere ucciso lui stesso. "Gige,
entrato di soppiatto e uccisolo, ebbe la donna e il regno. Di lui fa menzione
in un trimetro giambico anche Archiloco di Paro, vissuto nello stesso tempo",
ricorda Erodoto (I, 12).
Gige
dunque attraverso la violenza e l'ingiustizia acquistò ricchezze e potere che
divennero beni non desiderabili in quanto forieri di lutti. Nel caso del re
lidio, non fu lui personalmente a pagare il fio, ma il suo quarto discendente,
il notissimo Creso di cui torneremo a parlare trattando sia Solone sia Erodoto.
Intanto del legislatore ateniese del sesto secolo possiamo anticipare che
esprime un'idea non lontana da quella centrale negli ultimi versi citati quando
afferma:"ricchezze desidero averle,
ma procurarmele ingiustamente/ non voglio: infatti poi in ogni caso arriva la
giustizia"(Solone, Elegia alle
Muse , 7-8).
Il
succo dei trimetri giambici di Archiloco è lo stesso. Il rifiuto della potenza
terrena separata dalla giustizia si trova naturalmente anche nella filosofia: nel Gorgia,
Platone rappresenta Socrate che si
contrappone al luogo comune secondo il quale un uomo molto ricco e potente è
necessariamente una persona invidiabile: a Polo che, credendo di fare una
domanda retorica, gli chiede se si possa
dire del gran re di Persia che non è
felice, risponde:"non lo so, poiché
non so come stia a cultura e giustizia"(471d).
Questi
autori classici insomma non hanno la caratteristica u{bri" dell'uomo economico che considera virtù massima la capacità di fare denaro. Un
elogio della povertà e del santo che la amò si trova nel Paradiso di Dante:"Francesco e Povertà per
questi amanti/prendi oramai nel mio parlar diffuso"(XI, 74-75).
Del
resto nella Repubblica di Platone il
personaggio Glaucone racconta l’episodio di Gige in altra maniera da Erodoto,
volendo dimostrare che nessuno è giusto di sua volontà (eJkwvn), ma solo se costretto (ajnagkazovmeno~, 360c). Gige
divenne l’amante della regina e uccise il suo re dopo che, da pastore al
servizio del sovrano di Lidia, ebbe trovato un anello che lo rendeva invisibile
quando girava verso di sé il castone dell’anello
Frammenti
di poesia amorosa.
Del
poeta di Paro rimane da trattare la
poesia amorosa. Il fr. 25 D. è un delicato ritratto di ragazza:
"
gioiva di avere un ramo di mirto
e un bel fiore di rosa,
e la chioma le ombreggiava le spalle e
il dorso". Trimetri giambici
Alcuni
commentatori pensano che la fanciulla
sia Neobùle ("magari mi
capitasse di toccare la mano di Neobule", fa il fr 111 T.) , la
protagonista, si racconta, della storia amorosa più importante nella vita del
poeta il quale, dopo una promessa di matrimonio ritirata da Licambe, il padre
della fidanzata, investì la sposa e il suocero mancati con versi talmente
feroci che i due si impiccarono. Ma questa probabilmente è una leggenda creata
per sottolineare la violenza di alcuni giambi archilochei.
I trimetri del fr.25D ci danno un'immagine di ragazza
riversa nella natura e ad essa quasi assimilata.
La
donna e la terra.
Tale
visione della femmina umana risale ai cretesi della civiltà minoica dove era
adorata una signora degli alberi e delle fiere della quale troviamo un'eco
nell'Iliade (povtnia qhrw'n- [Artemi", XXI, 470-471); essa prosegue nell'Odissea , quando Ulisse vezzeggia
Nausicaa paragonandola a un germoglio (qavlo~, VI, 157) e
a un nuovo virgulto di palma (foivniko~ nevon e[rno~, VI,
163), che si alzava nell' isola santa di Delo, presso il tempio di Apollo. La
ragazza dunque è vista come entità sacra e naturale nello stesso tempo. Ma
l'accostamento letterario della donna alla natura è assai comune; anzi Mircea
Eliade nel Trattato di storia delle
religioni (p. 265) fa notare che"l'assimilazione fra donna e solco
arato (...) è intuizione arcaica e molto diffusa".
Per
questo tipo di similitudine, invero volto a significare la fertilità e la
maternità piuttosto che l'aspetto primaverile e adolescenziale, si possono
trarre esempi da un paio di tragedie sofoclee. Nel quarto stasimo dell'Edipo re di Sofocle (1210-1212) il coro domanda al
protagonista:"come mai i solchi paterni poterono sopportarti fino a tanto
in silenzio, o infelice?" I solchi paterni sono quelli già seminati dal
padre, Laio, ossia, fuor di metafora il corpo della magna mater Giocasta.
Nelle Trachinie (vv. 31-32) ,
Deianira trascurata da Eracle paragona il marito a "l'agricoltore, padrone
di un campo lontano, che lo visita una volta sola, al tempo della semina".
Anche
Shakespeare usa questa metafora: Cleopatra indusse il grande Cesare a mettere a
letto la spada: “he plough’d her, and she
cropp’d”,
egli la arò ed ella diede il raccolto.
In
epoca moderna questa linea arriva ovviamente a D'Annunzio
che è particolarmente sensibile alla
naturalezza della donna, ma prima di essere messa in versi da lui, tale
analogia è stata teorizzata dal seduttore intellettuale, l'esteta Giovanni di Kierkegaard
il quale scrive:"ella è come un fiore...e perfino quel che c'è in lei di
spirituale ha alcunché di vegetativo"(Diario
del seduttore , p.138).
Ancora
un frammento (104D.) di lirica amorosa:
"infelice giaccio nella brama (duvsthno~ e[gkeimai povqw/),
senza vita, trapassato nelle ossa
da duri spasimi per volere degli dèi".
Povqo~ è il desiderio
di qualche cosa che non c’è, o non c’è più: il
rimpianto,"vano pascolo d'uno spirito disoccupato".
E’ quel desiderio dell'assente che
fece addirittura morire la madre di Odisseo, Anticlea, la quale nell'Ade dice
al figlio che il rimpianto
di lui le ha tolto la vita.
Qui c'è un'altra
innovazione rispetto all'epos di Omero
dove, al massimo Agamennone si accusa di acciecamento per avere
sottratto Briseide ad Achille. Ma era una questione di prestigio più che di
amore. E Ulisse nel letto delle dee marine si annoia: nel quinto dell'Odissea , quando l'amante Calipso va a
cercarlo, lo trova seduto su un promontorio che piange"poiché la ninfa non
gli piaceva più"(v.153).
Un precedente casomai può trovarsi nelle Opere
di Esiodo dove il poeta racconta che la prima donna, Pandora, ricevette
in dono da Afrodite la grazia, la passione struggente e gli affanni che
fiaccano le membra (vv. 65-66).
In Archiloco il desiderio erotico diviene
acuminato quanto un coltello appuntito, e il sentimento amoroso si avvicina al
senso di morte, come sarà in Saffo (fr. 2D) che esprime lo smarrimento e la
debolezza infusi da Eros. L'accoppiamento o l'affratellamento di Amore con
Morte avrà un lungo seguito come si sa.
Un
altro frammento che lamenta la brama tormentosa di amore è il 118 D.:
"mi prostra, amico, il desiderio che strugge
le membra (lusimelhv~ povqo~).
Amore
e vecchiaia. Il desiderio forse è eterna giovinezza tuttavia a mano a mano che si
procede con l’età sempre più difficilmente esso viene contraccambiato.
Ancora
il desiderio d'amore (fr. 27 della raccolta di Savino):
"
profumati i capelli
e il petto, così che anche un vecchio ne
avrebbe desiderio".
Ecco
invece un monito a una donna non più giovane che si profuma (fr. 28 Savino):
"Farebbe meglio a non spalmarsi di unguenti
profumati, perché è vecchia". Forse con questo verso l'autore cerca di
consolare se stesso per essere stato respinto, con l'argomento della vecchiaia
imminente della donna, come faranno gli alessandrini nel "lamento davanti
alla porta chiusa".
Certo è
che Pericle (Vita scritta da Plutarco,
28) citò questo verso coniugando il verbo alla seconda persona e rivolgendosi,
"con un sorriso tranquillo", a Elpinice, sorella e forse amante di
Cimone, un suo ex avversario politico, quando la donna lo aveva criticato per
la facile vittoria contro i Samii del
439.
Ecco
un ultimo biasimo della vecchiaia (fr. 175 Savino):
"Comunque non fiorisci più nella pelle
tenera, essa si raggrinza già
nei solchi della vecchiaia cattiva che
ti distrugge
...il dolce desiderio saltato via dal
volto amabile
è caduto; infatti davvero molte raffiche
di venti invernali si sono avventate
spesso... ".
Pesaro 15 settembre 2026 ore 16, 48 giovanni
ghiselli
p. s.
E’ necessario
conoscere i ritmi, i propri innanzitutto, come avere un metodo, se no si cade nella
confusione: questo vale tanto per la vita delle persone quanto per quella degli
Stati e delle civiltà.
Ora
potrò fare un salto al mare anticipato rispetto a luglio dato il cambio di stagione.
Tornerò a lavorare un poco quano tutta l’aria imbruna.
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ne Il Piacere ( del 1889) Andrea Sperelli dichiara che "fra i mesi neutri", aprile
e settembre, preferisce il secondo in quanto "più feminino (...) E la
terra?-aggiunge- Non so perché, guardando un paese, di questo tempo, penso
sempre a una bella donna che abbia partorito e che si riposi in un letto
bianco, sorridendo d'un sorriso attonito, pallido, inestinguibile. E'
un'impressione giusta! C'è qualche cosa dello stupore e della beatitudine
puerperale in una campagna di settembre!"(p. 169).
Ne Il Fuoco (1890) l'amante non più
giovane, la grande attrice tragica Foscarina, viene assimilata, tra l'altro, a
"un campo che è stato mietuto"(p. 306).
Su questa linea si trova Liolà il primo
personaggio di un dramma anomalo nel teatro pirandelliano:" il
protagonista è un contadino- poeta ebbro di sole, e tutta la commedia è piena
di canti di sole" scriveva l'autore al figlio Stefano nel 1917. Sentiamo
alcune parole di questa forza fecondatrice della natura. La terra, sostiene,
parlando con Don Simone, ricco massaro vecchio e impotente, è produttiva come
una donna e l'una e l'altra appartengono a chi le rende madri di frutti. :" Scusassi: ccà cc'è un pezzu di terra;
si vossia si la sta a taliari senza faricci nenti, chi cci fa 'a terra? Nenti.
Comu 'a fimmina! Chi cci duna 'u figliu?-Vegnu iu, nni stu sô pezzo di terra: l'azzappu;
la conzu; cci fazzu un pirtusu; cci jettu 'u civu: spunta l'arbulu! A cu' l'ha
datu st'arbulu 'a terra? A mmia!.-Veni vossia e dici no, è miu. Pirchi? pirchì 'a terra è sô? Ma la terra, beddu zû
Simuni, chi sapi a cu' apparteni? Duna 'u fruttu a cu' la lavura"
(I atto).
Si può continuare la rassegna, certo parziale e
limitata, con uno dei massimi autori del Novecento, Robert Musil che, ne L'uomo senza qualità , compie l'operazione inversa: assimila la
terra alla donna. "Ulrich la trattenne e le mostrò il paesaggio.-Mille
e mille anni fa questo era un ghiacciaio. Anche la terra non è con tutta
l'anima quello che momentaneamente finge di essere-egli spiegò-. Questa
creatura tondeggiante è di temperamento isterico. Oggi recita la parte della provvida
madre borghese. A quei tempi invece era frigida e gelida come una ragazza
maligna. E migliaia di anni prima si era comportata lascivamente, con foreste
di felci arboree, paludi ardenti e animali diabolici"( p.279).