martedì 24 marzo 2026

Kafka Lettera al padre e Diari.


 

L’oscurità di Kafka e lo stile di Omero che mette tutto in primo piano e in piena luce

Argomento

Omero contrapposto da Auerbach alla Genesi della Bibbia.

 Questo commento è  riferibile anche ai romanzi di Kafka.

 

Vengono a proposito a questo punto le parole di Auerbach sulla "fondamentale tendenza dello stile omerico a presentare le cose in una forma finita ed esatta, palpabili e visibili in tutte le loro parti e nelle loro relazioni di spazio e di tempo"[1].

Tale stile è contrapposto a quello del racconto del sacrificio di Isacco nella Genesi  ( 22) dove "Dio tentò Abramo e gli disse:-Abramo!- Ed egli rispose:-Sono qui!" Già questo inizio-fa notare lo studioso di stilistica-, quando noi veniamo da Omero, ci lascia sorpresi. Da dove vengono i due interlocutori? Non viene detto. Ma il lettore sa benissimo che non si trovano sempre nel medesimo luogo, che uno di essi, Dio, può venir da dovunque e irromper sulla terra da qualsiasi altezza o profondità, per parlare ad Abramo. Di dove viene? Di dove si rivolge ad Abramo? Non ne è detto nulla. Non viene come Zeus o Posidone dagli Etiopi, dove si è allietato al banchetto sacrificale. Nè è detto nulla della ragione che l'ha mosso a tentar così orribilmente Abramo. Non ne ha, come Zeus, ordinatamente discusso nel concilio degli dèi, e nemmeno ci vien detto quello che si è agitato nel suo cuore. Inopinato ed enigmatico egli arriva sulla scena da altezze o profondità sconosciute, e grida:-Abramo!...Si pensi, per ben convincersi della differenza, alla visita d'Ermete alla grotta di Calipso, dove l'incarico, il viaggio, l'arrivo e il ricevimento del visitatore, la condizione e l'occupazione della visitata sono ampiamente narrati in molti versi"[2]

 

Cfr. Pavese"il realismo, in arte, è greco; l'allegorismo è ebraico"[3].

 



[1]E. Auerbach, Mimesis , p. 6.

[2]E. Auerbach, Mimesis , pp. 8-9.

[3]Il mestiere di vivere , 29 set

 

“Tutto ciò che è possibile avviene: possibile è soltanto ciò che avviene già” (Kafka , Diari, 1914).

Questo va detto a chi si lamenta con siffatte parole: io avrei potuto!” Se potevi, lo facevi.

 

Diari 16 gennaio 1922

Tutta la letteratura è un assalto al limite.

15 dicembre 1910

 

Sono come il mio monumento funebre

1911 16 novembre

 

Dopo avere studiato fino dalle sei del mattino, di sera mi sono accorto che la mia sinistra stringeva le dita della mano destra per compassione.

 

 

“La mia vita uniforme somiglia ai compiti che si danno per punizione agli scolari: devono scrivere una frase dieci o cento volte, secondo la colpa. Il castigo dice: tante volte quanto sei capace di resistere (…) Io sono incapace alla vita. So soltanto descrivere la mia sognante interiorità: il che ha atrofizzato tutto il resto. Io vacillo sempre  e non è la morte ma l’eterna tortura del morire. I genitori che si aspettano gratitudine dai figli sono come usurai: rischiano volentieri il capitale pur di incassare gli interessi.

 

Io voglio vivere in modo fantastico, soltanto per scrivere; lei vuole la mediocrità: la casa comoda, il letto abbondante, il sonno alle undici di sera” (Diari).

 

“I miei sentimenti sono interamente staccati dalla famiglia. Una immagine della mia esistenza, in questo riguardo, sarebbe una pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine d’una grande pianura, in una buia notte invernale” Diari, 1914, 5 dicembre.

 

La mia educazione mi ha nociuto molto in parecchi sensi (i miei genitori, alcuni parenti, singoli visitatori della nostra casa, diversi scrittori, una cuoca che mi accompagnò a scuola, un mucchio di maestri, un ispettore scolastico, passanti in cammino a passo lento) insomma  questo rimprovero si insinua come un pugnale nella società. Diari domenica 19 giugno 1910.

 

 

Brani della Lettera al padre 

 

Nella Lettera al padre  di Kafka (scritta nel 1919) leggiamo: “Bastava la tua corposità a opprimermi (…) Alla tua corposità fisica faceva riscontro quella spirituale. Tu ti eri innalzato con le Tue sole forze, di conseguenza avevi una fiducia illimitata in te stesso (…) La tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione (…) Acquistati ai miei occhi un alone misterioso, come tutti i tiranni, il cui diritto si fonda sulla loro persona, non sul pensiero”.

 

Il tiranno è  spesso un criminale sanguinario. Cfr. il tiranno in Erodoto (III) libro,  in Tito Livio (I libro), nelle tragedie greche (Antigone di Sofocle p. e.), nel Gorgia e nella Repubblica  di Platone

 

Kafka  ricorda di avere ricevuto dal padre ammonimenti di questo genere:"Bastava esser felici per qualche cosa, averne l'animo pieno, venire a casa ed esprimerlo, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare del capo, un tamburellare delle dita sul tavolo:"s'è già visto qualcosa di meglio" [1].

Non ti attenevi ai precetti che mi imponevi. Perciò il mondo era diviso per me in tre parti: nell’una vivevo schiavo, sottoposto a leggi inventate solo per me e alle quali io, non so per quali ragioni, non sapevo pienamente assoggettarmi; nella seconda, infinitamente lontana dalla mia, vivevi Tu, partecipe al governo, occupato a dare ordini e irritarti quando non erano obbediti, e infine c’era un terzo mondo dove la gente viveva felice e libera da comandi e obbedienze. Io vivevo sempre nella vergogna” (p. 70)

“L’impossibilità di tranquilli scambi di idee ebbe un’altra conseguenza, in fondo assai naturale: io disimparai a parlare” (p. 75).

 

Cfr. l’Ottavia di Tacito: la giovinetta figlia di Claudio e Messalina, moglie e vittima di Nerone, ragazzo manovrato dalla madre e dai pedagoghi in un ambiente dove c'erano pugnali perfino nei sorrisi[2]: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis, dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales, XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età[3], aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti i sentimenti

 

Torniamo alla lettera di Kafka al padre: “Sin dal principio mi vietasti la parola: la Tua  minaccia: “non una sillaba di protesta!” e la mano alzata mi accompagnano da anni e anni”

“Rafforzavi le ingiurie con minacce. Era terribile, per esempio, sentirTi dire: “Ti sbrano come un pesce” (p. 77).

 

Uno dei motivi della discrepanza è che Kafka aveva preso dalla madre Jiulie Löwy, come spesso succede ai figli maschi: “Confrontiamoci l’un l’altro: io, in breve sono un Löwy  con un certo fondo kafkiano, che però non è mosso dalla volontà di vita, di attività, di conquista dei Kafka, bensì da un aculeo löwyano che agisce più segreto e più pavido in varie direzioni e sovente s’arresta”.

 

“Davanti a Te avevo perduto la fiducia in me stesso, scambiandola con uno sconfinato senso di colpa (…) La diffidenza che cercavi di ispirarmi, in negozio e in famiglia, contro la maggior parte della gente, la diffidenza alla quale bambino non trovavo conferma, poiché vedevo dappertutto solo persone infallibilmente integre, divenne in me sfiducia verso me stesso e perpetua paura di tutto” (96). 

 

Si può reagire anche in maniera opposta: io alla diffidenza inculcatami da alcuni della famiglia reagìi fidandomi di tutti e mi presi grosse fregature. Così imparai a diffidare degli stupidi malvagi che ci sono e non sono pochi purtroppo.

 

 “ Più esattamente colpisti con la Tua avversione la mia attività letteraria (…) Qui io avevo fatto veramente un tratto di cammino indipendente da Te. Anche se facevo un po’ pensare al verme che, schiacciato da un piede nella parte posteriore, si libera con la parte anteriore e si trascina da un lato (101).

 

“Da quando ho l’uso della ragione, tanto mi tormenta il problema della sopravvivenza spirituale, che tutto il resto mi è indifferente”

“Ma poiché non ero mai sicuro di nulla (…) anche la cosa a me più vicina, il mio corpo, mi sembrava incerto” (103)

A trentasei anni si parlò “del mio ultimo progetto di matrimonio. Tu mi dicesti pressappoco: “Quella avrà indossato una bella camicetta che la faceva carina, le ebree di Praga se ne intendono, dopo di che tu hai deciso di sposarla. E il più presto possibile, fra una settimana, domani, oggi. Non ti capisco, ormai sei un uomo, vivi in città, e non sai fare di meglio che sposare la prima venuta. Non ci sono altre combinazioni?” (111-112)

 

Nell’Antigone di Sofocle, Emone chiede a Creonte, suo padre: "Ma ammazzerai la fidanzata del tuo stesso figlio?" (568).

E Creonte risponde :"Sì: ci sono campi da arare[4]  anche di altre" (569)

Più avanti Emone avverte il padre dell'errore che fa volendo imporre a tutti i costi il suo potere dispotico:"Dunque non portare in te stesso un solo modo di pensare: cioé che è retto (ojrqw'" e[cein) questo come lo dici tu, e nient'altro (Antigone, vv. 705-706).

Emone si ucciderà vedendo Antigone che si è impiccata nella caverna dove Creonte l’ha fatta rinchiudere, Franz Kafka invece morirà di consunzione ante diem.

 

Sentiamo ancora il nostro Franz: “Mai mi umiliasti di più con parole né mi dimostrasti più chiaro il tuo disprezzo  (…) Che io avessi prescelto una determinata ragazza per te non significava niente”

“Perché  dunque non mi sono sposato? Vi furono ostacoli, come sempre accade, ma la vita consiste appunto nell’accettare l’ ostacolo” (114)

In greco ostacolo fa provblhma: un ostacolo che chissà chi  getta davanti (probavllei)  nel percorso.

Ma se l’ostacolo è dentro di te?

“L’impedimento essenziale , purtroppo indipendente da ogni singolo caso, era che io, non v’è dubbio, sono spiritualmente incapace di sposarmi” (114).

 

Lo stesso è accaduto a me: non ho mai sopportato una convivenza per più settimane né la convivente ha sopportato me. Vero è che non eravamo congeniali l’uno all’altro. Si impara non solo dai successi ma anche dagli insuccessi veri o presunti. Io credo che gli insuccessi veri non esistano: ci insegnano infatti a procedere metodicamente, ossia per un’altra strada (ojdov")

 

Aristotele nell' VIII libro dell’Etica Nicomachea   scrive che i rapporti tra i coniugi devono basarsi sulla filiva, affetto che tra l’uomo e la donna esiste per natura. L’uomo è spinto dalla natura più ad accoppiarsi che ad associarsi politicamente e la famiglia è anteriore e più necessaria dello Stato.

 I coniugi si ripartiscono i compiti e si aiutano reciprocamente dopo avere messo in comune le proprie sostanze. In questa amicizia si trova tanto l’utile quanto il piacere. I loro rapporti devono essere rapporti di giustiza (1162 a)

 

 

Torniamo al Nostro: “Intendi: ho già accennato che con lo scrivere e tutto ciò che vi si ricollega ho fatto alcuni mediocri tentativi di indipendenza e di evasione, ottenendo scarissimi risultati” (116).

 

Io invece sono contento dei miei: soprattutto da quando ho aperto questo blog dove dal gennaio del 2013 mi leggono mediamente più di 400 persone al giorno e non pochi mi scrivono in fsacebook.

Non prendo denaro per questo come quando scrivevo nei giornali o per gli editori scolastici, ma ho più lettori, molti di più ed è per essere letto che scrivo. Questo è il risultato.  Non credo che i pezzenti i quali vanno a mendicare nelle televisioni pubblicità per i loro libri abbiano tanti lettori quanti ne ho io:  il poverello di Pesaro dove pure “monachello mi fecero far quando ero giannetto”.

 

Dunque Kafka ha ricordato i suoi risultati  “scarsissimi” con gli scritti. Poi continua così: “Ciò nonostante è mio dovere, o piuttosto è la mia vita stessa vegliare su essi, impedire per quanto sia in me che un pericolo, anzi la sola possibilità di un pericolo li sfiori. Il matrimonio è la possibilità di tale pericolo, pur essendo anche la possibilità di un enorme progresso, ma a me basta che sia la possibilità di un pericolo” (117)

“E’ vero che noi lottiamo l’uno contro l’altro, ma ci sono due modi di lottare. C’è il combattimento cavalleresco, in cui si misurano le forze di due avversari autonomi, ciascuno rimane per sé, perde per sé, vince per sé” (119).

 

Ci sono duelli bellici e pure amorosi fatti così. Eris infatti si associa non solo a Polemos ma pure a Eros.

Il tema catulliano dell’odi et amo- misei'n-filei'n- prosegue in Ovidio il quale negli Amores scrive:"Odi, nec possum cupiens non esse quod odi " (II, 4, 5) odio e non posso non desiderare quello che odio.

Nei successivi Remedia amoris  il poeta di Sulmona però  rifiuta l’amore che diventa odio o si mescola con esso, atteggiamento tipico di anime poco fini:"sed modo dilectam scelus est odisse puellam;/exitus ingeniis convenit iste feris./ Non curare sat est ; odio qui finit amorem,/aut amat aut aegre desinet esse miser " (vv. 655-658),  ma è un delitto odiare una ragazza amata fino a poco tempo prima;/una conclusione del genere si addice ad animi rozzi./Basta non curarsene; chi vuole finire l'amore con l'odio/o ama o con fatica smetterà di essere disgraziato.

 

Torniamo a Kafka: “E c’è la lotta dell’insetto che non soltanto punge, ma che, per conservare la vita, succhia anche il sangue. Costui è il vero soldato di professione, e questi sei tu”

 

Infine Kafka rilancia l’accusa al genitore che lo ha condizionato troppo: “Neppure la Tua diffidenza verso gli altri è tanta quanto quella che provo verso me stesso, e ad essa tu mi hai condotto” (p. 120)

Nella conclusione Kafka riconosce che la vita è più variegata e complicata della sua lettera.

 

Fine della Lettera al padre

 

Ho seguito una norma che ho trovato ottima: commentare i poeti con i poeti: il testo di un autore innanzitutto con altri testi dello stesso autore, secondo il criterio del filologo Aristarco di Samotracia[5]

  per il quale bisogna spiegare Omero con Omero : “  {Omhron ejx   JJOmhvrou safhnivzein"[6]. Inizierò questa conferenza riferendo alcuni critici del Novecento ma credo che la Lettera al padre sia un commento più chiaro e profondo ai romanzi di Kafka.

 

Torniamo ai Diari

 

 L’educazione nei Diari di Kafka

 

Domenica 19 giugno 1910

Argomenti

L'educazione. Il problema dell'identità ostacolata (cfr. provblhma)

 

“la mia educazione ha voluto fare di me un uomo diverso da quello che sono diventato. Rinfaccio dunque ai miei educatori il danno che, secondo loro, avrebbero potuto arrecarmi. Faccio dei miei rimproveri e delle mie risate un rullo di tamburo che li raggiunga fin nell’al di là.

La mia educazione ha fatto più guasti di quanti io riesca a comprendere

Tuttavia ho dentro di me fin dalla nascita il centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare. Ho ancora il centro di gravità, ma non ho più il corpo di una volta quando anche se piuttosto piccolo e un po’ grasso piacevo alle ragazze.

 

Altrove invece dice di essere alto e magro. Insicurezza anche dell’identità corporea. Ma forse attribuisce tutto questo a un alter ego. Spesso Kafka non è perspicuo. Forse lo fa apposta, di proposito ndr)

 

Un centro di gravità che non lavori diventa piombo ed è fitto nel corpo come una pallottola di schioppo.

 

Il centro di gravità che non funziona è l’identità che va in crisi.

 

Non mi pento, anche se il pentimento sarebbe un bene per me poiché si squaglia in lacrime

 Breve excursus

La dolcezza delle lacrime in Euripide

 Il pianto può sciogliere il dolore e avviarlo a comprendere la sofferenza popria e quella degli altri.

 

Le lacrime manifestano commozione e la creano. Alcuni autori hanno simpatia per le lacrime: Euripide è stimolato a comporre dal carattere patetico del soggetto: al drammaturgo ateniese, come a Virgilio (“ sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt" (Eneide, I, 462), ci sono lacrime per le sventure e le vicende mortali toccano il cuore) interessano le situazioni che grondano pianto. Piangere può essere consolatorio :"come sono dolci le lacrime  per quelli che stanno male (wJ" hJdu; davkrua toi'" kakw'" pepragovsi )/e i lamenti dei pianti e una musa che narri il dolore " afferma il coro delle Troiane (vv. 608-609).

 

La razionalità viene sopraffatta dal patetico e dal pianto che può essere pure piacevole:"avanti, ridesta lo stesso lamento/solleva il piacere che viene dalle molte lacrime (a[nage poluvdakrun aJdonavn)", si esorta Elettra  nella tragedia euripidea di cui è eponima (Elettra, vv. 125-126).

 

 Nell'Elena di Euripide,  Menelao che ha ritrovato Elena dichiara il suo amore e la sua felicità con il pianto: "le mie lacrime  sono motivo di gioia: hanno più/dolcezza che dolore"(654-655).

 Fine excursus. Torniamo a Kafka

 

“Come dicevo, la mia imperfezione non è innata, non è meritata, ma ciò nonostante la sopporto. Ma al di là di ciò sono ancora io stesso, colui che ha deposto ora la penna per aprire la finestra, il migliore aiuto, forse dai miei assalitori”.

 

Kafka spesso è perspicuo: l’aiuto migliore è penna o la finestra? ndr.

 

“Io infatti mi sottovaluto e ciò è già un sopravvalutare gli altri , ma io li sopravvaluto anche altrimenti e, prescindendo da ciò, mi danneggio addirittura. E se mi hanno nociuto per affetto, ciò rende ancor maggiore la loro colpa, poiché chi sa quanto avrebbero potuto giovarmi per affetto”.

 Bologna 24 marzo 2026 ore 9, 34 giovanni ghiselli.

p. s.

Che cosa ci scoraggia nella vita? Molto spesso la famiglia. Talora talmente tanto che ci guardiamo bene dal formarne una. Per non soccombere da piccoli tuttavia dobbiamo trovare degli aiuti anche nella famiglia più difficile. Sembra che Kafka non li abbia trovati.  

Che cosa ci incoraggia? I successi nello sport, nella scuola, nel lavoro, nell’amore, nell’amicizia. Viceversa ci scoraggiano gli insuccessi in questi stessi ambiti. Bisogna lottare perché prevalgano i successi. Kafka si è rinchiuso in se stesso in un rapporto esclusivo con lo scrivere.

Bologna 24 marzo 2026 ore 9, 50 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]F. Kafka, Lettera al padre , p. 70.

[2] Cfr, Shakespeare, Macbeth:"There' s daggers in men's smile" II, 4.  Alla SSIS di Bologna ho fatto una lezione comparativa partendo da questa tragedia.

[3] Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici anni. 

[4] ajrwvsimoi: dalla radice ajro- su cui si forma ajrovw=aro

[5] 217 ca-145 a. C.

[6]  Schol. B a Z 201.


Kafka Il processo X La fine.


 

 

Argomenti

Due uomini muti vanno a prelevare K. Il buio del cielo e la luce dei bambini. L’uomo morente e il bambino nel romanzo di Buzzati Il desero dei Tartari. La vita come recita. Le mosche e la carta moschicida (Kafka e Musil). La luce della luna (Kafka, Apuleio e Leopardi). Le odiose cerimonie preliminari. Uno si affaccia a una finestra tendendo le braccia, chiunque egli sia, come nella preghiera dell’Agamennone di Eschilo[1]. Infine al condannato viene fatto girare un coltello nel cuore, più volte. Come un cane.

Di nuovo la prima tragedia della trilogia Orestea dove Ifigenia viene sacrificata  divkan cimaivra~ (232), come una capra.

 

 

 

Alla vigilia del suo trentunesimo compleanno due individui pallidi e grassi si presentano a casa di K.

Josef K aveva l’atteggiamento di chi aspetta degli ospiti. Domandò ai due se fossero destinati a lui. Quelli annuirono senza parlare.

Erano  muti come il destino che non parla ma significa.

 

Cfr. Eraclito:” il signore di cui c’è l’oracolo a Delfi, non dice né nasconde, ma significa-ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei (fr. 120 Diano)

 

K guardò fuori dalla finestra e vide tutto buio, tranne una luce che veniva da una finestra di fronte: dentro la stanza c’erano dei bambini che giocavano tendendo le manine uno verso l’altro.

 

I bambini

Nell’oscurità mortificante del mondo degli adulti moribondi, le luci vivificanti vengono dai bambini.

 

Cfr. N.T. Matteo 18, 3-4 : Amen dico vobis, nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum caelorum. Quicumque ergo humiliaverit se sicut parvulus iste, hic est maior in regno caelorum disse Cristo dopo indicando un fanciullo che aveva chiamato vicino a sé.

 

Nel  romanzo di Buzzati Il deserto dei Tartari, il protagonista Giovanni Drogo passa la vita nell’ attesa vana della gloria, e nell’epilogo, già malato a morte,  lo portano a morire in una locanda.

Quando vi giunge osserva una donna “seduta sulla soglia, intenta a lavorare di calza e ai suoi piedi dormiva, in una rustica culla, un bambino. Drogo guardò stupito quel sonno meraviglioso così diverso da quello degli uomini grandi, così delicato e profondo. Non erano ancora nati in quell’essere i torbidi sogni, la piccola anima navigava spensierata senza desideri o rimorsi per un’aria pura e quietissima. Drogo stette fermo a rimirare il bambino dormiente e un’acuta tristezza gli entrava nel cuore. Cercò di immaginare se stesso immerso nel sonno, singolare Drogo che mai egli aveva potuto conoscere. Si prospettò l’aspetto del proprio corpo, bestialmente assopito, scosso da oscuri affanni, il respiro greve, la bocca socchiusa e cadente. Eppure anche lui un giorno aveva dormito come quel bambino, anche lui era stato grazioso e innocente e forse un vecchio ufficiale malato si era fermato a guardarlo, con amaro stupore. Povero Drogo, si disse, e capiva come ciò fosse debole, ma dopo tutto egli era solo al mondo , e fuor che lui stesso nessun altro lo amava” (capitolo XXIX, pp. 243-244)

 

K pensò che gli avessero mandato attori vecchi, di secondo ordine.

 

Verso la fine della vita si capisce che essa è stata una farsa recitata da noi e da altri scambiandoci talora i ruoli.

 

Nella Vita di Svetonio troviamo l'ultima scena di Augusto il quale supremo die, fattisi mettere in ordine i capelli e le guance cascanti, domandò agli amici "ecquid iis videretur mimum vitae commode transegisse" (99), se a loro sembrasse che  avesse recitato bene la farsa della vita, quindi chiese loro, in greco, degli applausi con la solita clausula delle commedie:" eij de; ti-e[coi kalw'" to; paivgnion, krovton dovte", se è andato un po’ bene questo scherzo, applaudite.

 

Epitteto: “ricorda che sei uJpokrith;" dravmato" ma non il regista. Tu devi recitare bene il ruolo assegnato e scelto da un altro (Manuale, 17).

 

I due boia prendono il condannato sottobraccio e lo stringono- e K vedendo la loro grossa pappagorgia  pensò: “Saranno tenori”.

Quelli non allentavano la stretta e a K vennero in mente “le mosche quando strappandosi le zampine tentano di staccarsi dalla pania Faranno una bella fatica questi signori”. (p. 229)

Non è chiaro se alle zampine siano assimilate le proprie braccia o quelli dei due che lo conducono al patibolo.

 

 

 

Nel romanzo di Musil L’uomo senza qualità, c’è un’immagine simile quando Ulrich pensa: “tutto ciò che io credo di raggiungere mi raggiunge. Da giovani la vita ci si stende davanti come un mattino senza fine, colmo di possibilità e di nulla, poi ecco nel meriggio giunge qualche cosa che pretende già di essere vita e ci troviamo diversi da come ci eravamo immaginati. Qualcosa ha agito nei nostri confronti come la carta moschicida su una mosca: qui ha imprigionato un peluzzo, là ha bloccato un movimento, a poco a poco ci ha avviluppati e sepolti sotto un involucro spesso. La forma originale rimasta al di sotto tira e frulla e c’è la ribellione contro l’ordine e ci sono tentativi di fuga . Ma questo vuol dire che nulla di ciò che intraprendiamo da giovani è dettato da un’esigenza intima” (p. 124).

 

 

  K poi pensò  che non faceva nulla di eroico se resisteva. Procurò loro della gioia e un poco ne povò anche lui.

Gli permisero di scegliere la direzione  e si mise a seguire una ragazza che assomigliava molto alla signorina Bürstner

Pensò: “l’unica cosa che posso fare è conservare sino alla fine il raziocinio che inquadra tutto con calma. Questi due muti, privi di intelligenza mi hanno insegnato a dirmi da solo quanto mi occorre” (p. 230).

 

Cfr. la cattiva scuola e i suoi docenti peggiori che non danno agli allievi niente più dei manuali e li costringono a studiarli da soli, spesso a memoria.

 

K  si ferma a osservare da un ponte l’acqua luccicante e tremula alla luce della luna. 230

Incontrano un poliziotto e K si mise a correre. I due boia si diedero a correre con lui. Infatti costituiscono il destino e la sua series causarum che non ci lascia mai.

Giunsero fuori città, a una cava di pietre abbandonata e solitaria sotto una casa dall’aspetto ancora cittadino. Qui si fermarono. Il chiaro di luna illuminava ogni cosa con quella pacata naturalezza che solo la luna possiede (231).

 Si può pensare alla visione della luna da parte di Lucio-asino nell’ultimo capitolo del romanzo di Apuleio. Qui però K non prega.

La luna vede dall’alto e sa come stanno le cose.

 

Viene in mente la luna osservata da un pastore errante dell’Asia del Canto notturno di Leopardi: “ E tu certo comprendi-il perché delle cose, e vedi il frutto-del tacito, infinito andar del tempo” (60-72) .

“Ma tu per certo/giovinetta immortal, conosci il tutto” (98-99).

 

I due carnefici “si scambiarono alcune cortesie” per stabilire chi dovesse fare che cosa. Uno dei due comincia a spogliare K il quale rabbrividì. Poi piegò  giacca, camicia e panciotto come se  dovessero servire ancora. Quindi prese K sottobraccio e lo fece passeggiare perché non soffrisse troppo il freddo. Trovato il posto adatto, chiamò l’altro e i due fecero stendere K per terra. Gli fecero appoggiare la testa sopra un macigno. La posizione del condannato però rimase forzata e inverosimile. Uno dei boia estrasse un lungo sottile coltello a due tagli e ne esaminò il filo alla luce.

 

Seguirono “odiose cerimonie”.

 

Questo “odiose” fa venire in mente il sacrificio di Ifigenia esecrato da Lucrezio come uno dei tanti orrori causati dalla superstizione-Tantum religio potuit suadere malorum” a crimini tanto grandi poté indurre la religio (De rerum natura, I, 1OI)

Si passavano l’un l’altro il coltello.

 

I carnefici possono simboleggiare le diverse malattie che prima o poi ci affosseranno.

 

K pensò di dovere usare a quei due la cortesia di pugnalarsi da solo. Pensiero del suicidio, il cupio dissolvi di K.

Non poté dare una buona prova togliendo ogni fatica all’autorità, ma la responsabilità di questo ultimo errore era di colui che gli aveva negato il resto dell’energia occorrente.

 Di nuovo l’ombra gettata sulla propria vita dal padre

K girò la testa verso l’ultimo piano della casa. “Si spalancarono le imposte di una finestra. Un uomo debole e sottile si sporse di colpo e tese le braccia. Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? Era ancora possibile ricevere aiuto? C’erano obiezioni dimenticate?

E’ il grande mistero della morte per noi mortali

Certo che c’erano obiezioni. La logica è bensì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuol vivere” (p. 232)

 

 Ma K non voleva vivere. La vita è anche logos ma non è logica. Tanto meno la morte

 

C’è una speranza in queste ultime parole di K? 

La speranza non si compie mai e i boia lo uccidono.

Max Brod amico, poi editore e biografo di Kafka gli domandò: “c’è ancora speranza?”

Kafka sorrise: “Oh certo, molta speranza, infinita speranza; ma non per noi”. La speranza che fiorisce sempre di nuovo, poi sfiorisce sempre rende il mondo di Kafka tragico e disperato.

Cfr. Il vaso di Pandora: la speranza si trova nell’orcio tra i mali. La speranza è uno dei mali.

Kierkegaard: “si deve colpire a morte la speranza terrestre e solo allora ci si salva con la speranza vera”

 

Leggiamo le ultime parole: “dov’era il giudice che egli non aveva mai visto? Dove il supremo tribunale fino al quale non era mai arrivato? Alzò le mani e allargò le dita.

Ora le mani di uno dei signori si posarono sulla gola di K mentre l’altro gli immergeva il coltello nel cuore e ve lo girava due volte.

Con gli occhi prossimi a spegnersi K fece in tempo a vedere i signori che vicino al suo viso, guancia contro guancia, osservavano l’esito.

“Come un cane!” disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere”

 

Come un cane o come una capra

 

Cfr. Il sacrificio di Ifigenia Nell’Agamennone di Eschilo, il padre hJgemw;n oJ prevsbu~ (v. 185), il comandante anziano delle navi achee, per risparmiare il tempo che andava sciupato nell’attesa che si placassero i venti kakovscoloi (193), forieri di ozio cattivo, naw'n kai; peismavtwn ajfeidei'~ (195), sperperatori di navi e cordami, non osò diventare lipovnau~ (212), disertore della flotta e invece e[tla quth;r genevsqai qugatrov~ (224-225), osò divenire sacrificatore della figlia, la primogenita Ifigenia, che venne sollevata sull’altare divkan cimaivra~ (232), come una capra, imbavagliata per giunta affinché non potesse proferire maledizioni contro la casa

 

Fine del romanzo di Franz Kafka  Il processo

Bologna, 24 marzo 2020 ore 8, 52 giovanni ghiselli

 

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[1] Cfr. Eschilo, Agamennone, v. 160. E’ il canto del pavqei mavqo~ (v. 177)