La mattina seguente pedalai
da Epidauro a Micene. L’occhio era guarito del tutto. I terrori nati dai mostri risvegliati dalla fatica, e
altri evocati dall’angoscia con masochistica
necromanzia, erano stati espulsi e ricacciati nei bassifondi con gli
orribili demoni che li avevano generati ingravidando streghe deformi quanto le
Forcidi cui basta un occhio soltanto e un unico dente tra tutte e tre.
Rinfrancato, potevo riprendere il dialogo con la mia bella, eroica
figliola.
Ifigenia era più che mai
decisa a morire per dare un esempio. Parlavamo mentre si cavalcava affiancati
lungo la strada che prima scendeva sul porto di Nauplion amena, poi si stendeva
in pianura per qualche chilometro e infine saliva fino alla rocca possente di
Micene ricca d’oro, costeggiando
fortezza minori.
Come fummo arrivati alla
porta dei leoni, la sposa Tindaride mi accolse senza cordialità: non gradiva
l’intesa evidente che si era creata tra me e la
nostra figliola primogenita.
A Clitennestra non chiesi la
ragione di tanta freddezza: volevo corteggiare e vezzegiare soltanto la mia ragazzina che si era
consacrata alla patria con una morte
gloriosa.
Ifigenia parlò all’assemblea
popolare e disse che con il sacrificio della sua vita avrebbe salvato la Grecia dai barbari che non
dovevano osare altri rapimenti di donne.
“w\ lh`m j a[riston o anima ottima”,
mormorai, “non posso dire più niente, se questa è la tua decisione: gennai`a gar fronei`~ , nobile è il
tuo pensiero.
La mia creatura moriva anche
per la gloria dei Pelopidi e pure per la
mia di a[nax: sarei stato il condottiero capace di punire il
crimine dell’ospite profanatore distruggendo dalle fondamenta la città che
aveva accolto il principe indegno in compagnia dell’adultera Elena, la
sciagurata cognata, l’emula di Afrodite che si sarebbe tramutata
nell’incarnazione di Nemesi. Il popolo era commosso e trascinato dal fulgido esempio
dato dalla mia figliola eroica e bella come la luce del sole: tutta la gioventù
era pronta a sacrificarsi per l’Ellade santa, e per me. Ne ero felice. Non
prevedevo Nemesi incarnata in entrambe
le due sciagurate sorelle uterine: la bipede leonessa Tindaride e l’impudica
figliola di Zeus.
Verso sera notai che la rocca non era cupa né sepolta
nell’ombra come avevo letto nei manuali di storia, anzi prendeva la luce del
sole fino alle otto e otto minuti.
Pensai che gli eroi e gli artisti dell’antica reggia
avessero tratto forza da quella luce presente e
viva fino al tramonto. La sua resistenza alla tenebra mi riempiva di
gioia
Il sole accarezzava la terra con i suoi ultimi raggi
come fa Febo quando con il plettro d’oro
tocca le corde della sua lira sul far
della sera. Passai la notte nell’ostello della gioventù situato duecento metri
sotto il palazzo degli Atridi.
Mi avvolsi nel
lenzuolo sdrucito e mi stesi sopra una brandina situata sulla terrazza-tetto
dove non mi era tronca la veduta del cielo ricco di stelle. Guardavo quelle
luci sante alte sopra di me e sul
palazzo dove Agammennone al ritorno da Troia avrebbe pagato con il sangue suo quello dei giovani greci e troiani caduti in
guerra.
Quella notte lontana, mentre ero disteso sotto il cielo
sereno, le stelle mi sembravano occhi di bambini stanchi che imploravano il
sonno e la pace, forse i figli di Tieste che Atreo aveva imbandito al padre
loro per odio verso il fratello che gli aveva adulterato la sposa. Nei lunghi ululati provenienti da cani
immersi nell’ombra credevo di riconoscere
le grida del re afamennone cui la scure
bipenne della moglie furente aveva macellato le membra nella vasca da bagno
dove l’acqua fluttuava con onde arrossate dal sangue.
Gridai: “una rete è la compagna di
letto, la complice dell'assassinio"1.
Quindi non potei trattenermi e aggiunsi con tutta la
voce che avevo: "tieni il toro
lontano dalla giovenca: lo ha preso nei pepli, lo colpisce con la trappola
delle nere corna, ed esso cade nella vasca piena d'acqua" [1 bis].
Le nere corna probabilmente alludono a Egisto dato che
la giovenca non le ha.
Dei ragazzi vicini assonnati e disturbati da questo mio
farneticare chiassoso mi intimarono di fare silenzio. Ma quei vicini erano lenti a punirmi, anzi nemmeno si mossero e seguitai.
“quell’ italiano è pazzo”, avranno pensato
Quasi tre anni più tardi nell’aprile del 1981, di fianco a Ifigenia,
quella reale, la bella, giovane collega e amante, vedevo biancheggiare alla luna le piume di un
cigno immoto nell’acqua fredda dello Starnbergersee, e pensavo alla morte del lunatico re di Baviera
annegato lì dentro mentre cercava di allontanarsi dai suoi carcerieri.
Più di un a[nax assassinato ricordavo: Agamennone, Ludwig II, Allende, Pasolini, Moro, Mattarella, dico di
Piersanti il diadoco unico successore di Moro. Sono mancati gli epigoni.
“Sono in bilico pure io con
costei- avrei pensato quella notte in Baviera- con il preside Tanghero e con
altri malevoli. Ma saprò cavarmela, come sempre. Mihi favebo, farò il tifo per me”.
Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.
Nota
[1 e 1bis]
Sono citazioni tratte dall’Agamennone di Eschilo (vv. 1116-1117 e
1125-1128)
Pesaro 24 luglio
2026 ore 16, 07 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time2613401
Today18680
Yesterday13094
This month215813
Last month193158
Questo mese ho superato i 400 mila lettori
Ogni singolo lettore è un
gradino di questa scala santa eretta in su
tanto che la mia vista non ci
arriva