domenica 31 maggio 2026

Ifigenia . Il viaggio in Grecia dell’agosto 1981 . Capitolo I.


 


La maturità in una scuola privata poi la partenza in bicicletta per la Grecia. Da Pesaro al Metauro    

 

 

Dopo l’addio di giugno andai a Pesaro dove seguitavo a scrivere la nostra storia, poi,  nel luglio del 1981 andai a fare l’esaminatore alla maturità in una scuola privata di Milano. Era un diplomificio il cui padrone tentò prima di lusingarmi poi di intimidirmi, visto che non facevo sconti all’impreparazione di certi candidati. Riuscì a mandare dei carabinieri a perquisire la stanza dell’albergo dove ero  alloggiato. Naturalmente non trovarono niente contro di me e potei bocciare una decina di studenti impreparati e immeritevoli di promozione. Il presidente della commissione mi fece i complimenti. Dal boss equivoco e prepotente non avevo mai accettato nemmeno un caffè. Mi resi conto di quanto la scuola privata fosse peggiore in tutti i sensi di quella pubblica che pure negli ultimi tre anni non aveva valorizzato la mia preparazione che anzi era stata  penalizzata proprio per la sua qualità di gran lunga superiore alla media. Ma per lo meno nel liceo statale di Bologna i diplomi non si compravano né vendevano.

 

Tornato a Pesaro, intorno a ferragosto ricevetti una telefonata da Ifigenia che mi propose un secondo viaggio in Grecia dopo quello dell’estate precedente che ho già raccontato. Questa volta però bisognava andare a pregare in bicicletta perché le nostre orazioni e suppliche  avessero maggiore efficacia.

L’idea mi piacque. Ifigenia mi raggiunse a Pesaro, dormì dalla Giorgia, la zia anomala rispetto alle altre due, tanto  che copriva e  assecondava la nostra relazione addirittura compiacendosene.   Il 19 agosto  partimmo insieme per andare a pregare gli dèi  e gli eroi della Grecia.

Ci mettemmo sulla strada statale numero 16  alle sei di mattina siccome si doveva arrivare al porto di Ancona non dopo le nove. Avevamo due piccoli zaini sopra la schiena e le biciclette sotto di noi. La bella giovane si era adattata a girare da vagabonda. Eravamo due zingari dionisiaci e volevamo interrogare gli dei della Grecia sul nostro destino. Io sentivo la necessità di progredire come maestro educando una polis, un popolo e l’umanità , lei si era stancata di insegnare e voleva fare altro nella vita, cioè recitare.

 Già da tempo aveva rinunciato alle supplenze nella scuola.

Fisicamente eravamo entrambi in ottima forma, però i nostri stati emotivi non erano armonizzati né equilibrati.  Ci si accordava solo saltuariamente, con l’intermittenza emotiva caratteristica del nostro rapporto quasi da subito.

Facevamo quel viaggio insieme forse proprio per il gusto  di provocare e provare emozioni varie, purché utili ai nostri progetti di vita. Eravamo quasi nudi e intenti  a capire come potevamo funzionare in un contesto del tutto nuovo rispetto a quello  vissuto in quella Bologna anche troppo civilizzata dove ci eravamo inflitti a vicenda diverse offese non perdonate e parecchie ferite non rimarginate.

 In vista di questo viaggio si era stabilita una tregua, tuttavia malsicura, soprattutto  durante le prime ore: bastava un’osservazione appena un poco critica per suscitare nubi e perfino temporali.

Pedalavamo dunque tra Pesaro e Fano la mattina di buonora, io avanti lei dietro, come i frati minori vanno per via. Dionisiaci ma cattolicamente allevati, seppur  renitenti e recalcitranti all’oppressione curiale.

 Per chi pedala da Pesaro in direzione dell’antico Fanum Fortunae a sinistra c’è il mare, a destra il colle Ardizio fino a metà percorso tra le due cittadine, segnato da fosso Seiore.

Mentre guardavo il sole che cercava di uscire dalla distesa marina a sud est della strada, mi sembrò che non ne avesse la forza. Quando il suo faticoso svilupparsi dalla fredda pianura salata fu giunto a metà, mi parve che si stesse fermando così dimidiato: al posto dell’emisfero inferiore sommerso vedevo riflesso dall’acqua l’immagine rossa della metà superiore. Mi fece la sinistra impressione di una ragazza  paralitica che passa il tempo seduta su una poltrona tenendo sopra le gambe atrofizzate un grande specchio rotondo per vederci riflessa la faccia ancora bella e la testa splendente di capelli lunghi, fulvi , lucenti, testimonianza del suo buon  tempo quando, ancora  tutta intera, sana e ben fatta, le gambe veloci la portavano dove voleva. Mi tornarono in mente Päivi, il carnevale dei fiori, le feste gioiose dei mesi di Debrecen,  poi la nostra bambina mai nata, gli amici spariti, gli amori svaniti della mia gioventù in precipitoso declino, come tramonta l’estate dopo la metà di agosto. E mi si strinse il cuore “a pensar come tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia”.

Il sole finalmente riuscì a svilupparsi dal mare fremente.

Arrivati vicini a Fano, non ci eravamo detti ancora nulla e pensai che fosse già tempo di  tentare uno scambio di parole: nel girare la testa verso la compagna di viaggio, la vedevo immusonita: poteva essere soltanto assonnata, ma pure scontenta di andare in Grecia con uno che non si impegnava a dire qualcosa di significativo.

Le feci segno di accostarsi, poi cominciai “Ifigenia, guarda il sole che si riflette nel mare raddoppiando il suo fuoco: non sembra una bomba atomica appena scoppiata, l’inizio della grande conflagrazione ignea che tutto distrugge, poi tutto rinnova?”

 Intendevo farle capire che speravo in un salutare rinnovamento tra noi. Ma quella, sgradevolmente colpita  dall’idea apocalittica, oltre che assonnata e già stanca, non tenne conto dell’auspicata catarsi seguita da una palingenesi, anzi mi guardò con disappunto, fece un gesto di scongiuro e disse: “le tue fantasie catastrofiche d’ora in avanti, poeta, tielle per te, almeno mentre pedalo”.

Non risposi. Mi vennero in mente altri suoi atti e parole di questo tono, per niente cortese.

Gleli suggeriva la superstizione. Questa, come la pioggia, cade dovunque ma  s’impaluda soprattutto nel  terreno depresso.

Sul nostro fallimento meditavo con dolore attraversando Fano ancora addormentata. Pensavo alla  bellezza corporea di Ifigenia ancora non vicina alla china da dove nessuno risale. Ma neanche troppo lontana.

“La magnificenza somatica-dicevo a me stesso che pure da anni curavo molto il mio aspetto con l’ascesi sportiva, il mangiare limitato al necessario e l’abbronzatura- se è scompagnata dall’intelligenza  e dalla virtù sfiorisce presto e lascia nell’invalidità chi ha sperato di conquistare il mondo brandendo il proprio aspetto quale arma inoppugnabile e come vessillo di supremazia.

Questa ragazza ha cambiato i modelli e rifiuta la mia educazione,  commettendo l’errore di attribuire alla propria venustà un valore assoluto, preponderante su tutti gli altri e capace di farle raggiungere qualsiasi meta.

Ma la bellezza da sola è un bene fragile e assai per tempo caduco. E’ come un ramo fiorito che il vento di aprile disfiora, è come il fiammeggiante papavero che la calura di giugno scolora, è come il grano giallo che brilla nella luce fulgente dei giorni più lunghi e belli dell’anno, finché la falce  lo miete spietata e l’avido agricoltore lo chiude nel buio di un sacco. E’ come la fragile foglia che il primo temporale di agosto strapazza, stacca dal ramo e trascina nel fango.

Soltanto i fiori dell’anima diventano  frutti che il volgere dei mesi e delle stagioni non possono mai involare.

Questi vivono eterni: il Bene che fai, l’Amore che dai e ricevi, la Giustizia che rendi, il Bello che crei, il Vero che trovi.

Ifigenia mi ha aiutato in questa ricerca, ma non posso dirglielo poiché prenderebbe la gratitudine da me dichiarata per  quanto ha fatto elevandomi l’anima come un giudizio limitativo della propria magnificenza corporea. Il fatto è che io per fruirne al massimo grado ho voluto trarne la spinta a indagare e migliorare me stesso. Facendo l’amore con lei, mi sono spuntate le ali necessarie per assurgere dalla bellezza  terrena a quella celeste.

Questo è il riconoscimento più pieno di quanto e quale bene mi ha fatto, ma non posso dirglielo, siccome le sue mire puntano su altri  bersagli  oramai, e mentre  seguito a percorre una strada in salita per potenziarmi e raffinarmi l’anima, non ho più alcun credito presso di lei”.

Pensato questo, provai a interessarla citando Dante che un tempo non le spiaceva.

 “Ho io grazie grandi appo te?”.

Avevo cercato anche di essere faceto con allegria.

Ma quella ringhiò: “Stai un po’ zitto, letterato incompreso, pedala e lasciami pedalare!”

Non gradiva più le mie citazioni, oppure le davano noia. In Grecia però voleva arrivare e anche io, pure in quella situazione penosa, siccome avrei imparato dell’altro da lei.

Eravamo arrivati al Metauro dove svanì l’ultima speranza del più nobile fallito dell’antichità. Molto tempo fa. Si era nel 207. Avanti Cristo

 

Bologna 31 maggio 2026 ore 17, 04 giovanni ghiselli

 

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Ifigenia CCIV. Fine della XIV sezione del mio epos.

modello 1

 

 

 

 

 

 

 


 

Ultima scena -interno notte-. Quindi il Congedo.

 

Andammo a casa mia, questa è proprio la scena conclusiva di questa sezione dell’epos , ci spogliammo ancora una volta, ci ritrovammo nudi e bramosi nel letto, e facemmo l'amore con gusto. Forse avremmo trovato un nuovo equilibrio, da istrioni quali eravamo entrambi, nei ruoli moderni di amanti non possessivi o amanti-amici che dire si

voglia. Oppure in quelli di Musa-poeta.

Durante una pausa, mi domandai quando avrei incontrato una

donna autentica che avrebbe consentito anche a me di non recitare.

Me lo domando anche oggi, iam

senior,  sed cruda mihi viridisque senectus 1 .

 

Quando ver veniet meum ? 2.

 

Dopo eravamo allegri. Come la prima volta che avevamo fatto

l'amore, nel novembre de '78, forse anche di più, perché nel

frattempo le cose erano diventate più chiare.

Eravamo più autentici in exitu che in ingressu.

Verso l'una, tardi ma non tanto da compromettere il lavoro della

mattina seguente, la riportai a casa sua e tornai nella mia dove per

anni avrei dovuto scrivere il capolavoro facente epoca. Poi si

sarebbe visto. Non c'era fretta. Il ritardare appunto è epico. Misi la

sveglia alle nove per correggere la prima e iniziare la seconda

pagina di questo grande lavoro, fiume epico che sta sfociando nel

mare dopo diversi decenni. Uno dei mari, il più grande, poiché seguiranno altre quattro sezioni con tre viaggi ciclistici in Grecia e un dialogo fra i  tre grandi drammaturghi  atenies.

 Nel pomeriggio sarei andato a scuola per  gli scrutini, quindi in bicicletta sul monte Donato, oppure a correre i cinquemila metri al campo sportivo Baumann. La sera sarei  tornato a prendere Ifigenia per rivedere con lei quanto avevo scritto di  nuovo, ripassare l'Antigone, cercare un poco di fresco e fare l'amore.


 

Congedo.

Mi congedo da quanti hanno letto questa mia lunga lezione scritta,

rispondendo ad alcuni dubbi che essa può avere suscitato.

Ovviamente devo immaginare e scrivere anche le domande presunte.

 

Prima domanda:"A chi dedico3

 quest'opera mia nel momento in

cui ne concludo la parte più ampia?"

A tutte le persone che me l'hanno ispirata e vi sono entrate. Alle

amanti, le consanguinee, i consanguinei, le alunne, gli alunni, le

amiche, gli amici, i conoscenti vivi nella mia mente in questi

decenni passati scrivendo e pensando a quanto dovevo

scrivere. In particolare però  alle donne che hanno creduto in me

incoraggiandomi prima a vivere poi a scrivere:"namque vos

solebatis meas esse aliquid putare nugas "4. E pure a voi lettori che mi avete motivato in questi ultimi anni.

.

Seconda domanda:"Quale delle femmine umane presenti qua dentro, diverse donne grazie a Dio, e donne diverse, quale ho amato di più?”

Quella che considera se stessa la più amata di tutte.

Oggi credo però che avrei potuto amare senza alcuna riserva soltanto una figlia mia.

 

Terza domanda.

“Perché ho raccontato una storia prevalentemente amorosa? I malevoli ignoranti anzi  la giudicheranno soggettiva e  licenziosa, perché racconta i baci e talora perfino li conta” 5.

 Costoro non si intendono di letteratura , né di

bellezza. Chi non è del tutto ignorante  sa bene che

il nostro romanzo tratta  di amore non solo di donne ma anche di

educazione, sia mentale sia fisica, di scuola, di morale,  di natura,  di cultura e di politica.  Un libro umanistico dunque, ricco di umanesimo che è amore dell’umanità. Quello che mi ha insegnato Elena Augusta attribuendoselo e vivendolo con me. E’ l’unica amante che non mi ha fatto alcun torto.

 

Quarta domanda

Perché ho evidenziato anche l’aspetto politico?

Per significare che la politica nel nostro paese non è più decisa dalla maggioranza degli aventi diritto al voto e non si adopera per il bene comune. La politica sta scomparendo dalla vita di tante persone: giovani che fissano il cellulare, adulti idolatri interessati solo al profitto, al tornaconto personale.  La vita indifferente al bene comune non è vita umana.

La distanza tra il palazzo e la piazza è cresciuta di molto rispetto a quella denunciata da Guicciardini6

 

Gli arcana imperii sono sempre più segreti e il quidam de populo può parlare

consapevolmente soltanto di pochi fatti di cui ha esperienza.

Molti però sanno  pensare criticamente, dedurre o immaginare. Alcuni leggono ancora e ricordano le buone letture. Sanno parlare.  Il pensiero e l’immaginazione non possono essere annientati senza annichilire l'umanità. Nonostante tutto sono rimasto ottimista come mi vedeva Päivi;  sono convinto che le donne e gli uomini, come disse Elena , non sono soltanto materia, e credo che l'anima del mondo è il bene. Sono certo che tutto prima o poi tende e arriva al bene. Infatti se il male potesse prevalere, l'umanità si sarebbe già estinta, e io non avrei scritto questo romanzo per

amore dell'umanità.

Avvertenza: il blog contiene 6 note.

 

Note

1

Cfr. Eneide, VI, 304, già piuttosto vecchio, ma gagliarda e verde la mia

vecchiaia. Nell’Eneide si tratta di Caronte (deo invece di mihi), il traghettatore

infernale

 

2

 Cfr. Pervigilium Veneris, v. 89, quando verrà la mia primavera?

3

Cfr. Catullo, Carmi,  1, v.1.

4

Infatti voi eravate soliti pensare che le mie bagattelle valessero qualcosa. Cfr.

Catullo, Carmi ,  1, vv. 3-4.

5

Cfr. Catullo, Carmi, 5, 7-10:"Da mi basia mille, deinde centum,/dein mille

altera, dein secunda centum,/deinde usque altera mille, deinde centum, dein, cum

milia multa fecerimus….", dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi ancora

cento, poi senza fermarti altri mille poi cento, poi, quando ne avremo sommate

molte migliaia…

6“Spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l'occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India" (Ricordi, 141).

 

 

Bologna 23 dicembre   2026 ore 18, 09

 

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“Arriverò a 2 milioni entro il mio ottantaduesimo compleanno”, scrissi il 23 dicembre scorso commentando questi numeri di allora

E aggiunsi:

Siete già tanti miei cari lettori. Quarantacinque  anni di fatiche umanamente spese non sono andati perduti. Voi, quanti siete, avete maggiore importanza di qualsiasi premio letterario, compreso il Nobel. Non me lo offriranno mai , e se lo facessero lo rifiuterei. Omero non ha avuto altro riconoscimento che quelli dei suoi lettori. Così tanti scrittori postumi compreso Leopardi. Quando arriverete a due milioni se sarò ancora vivo, sarò diventato il pesarese Omero e l’aedo di Debrecen come mi chiamava Fulvio, l’ottimo amico.

Questa storia ricca di casi è finita . Ora posso procedere con l’aggiunta di alcune altre scene successive e correlate a queste già scritte. Poi cercherò un editore  capace di farmi leggere, se non sarà un editore illuminato a cercare me. In tanti del resto mi avete già letto sul blog . Voi molti, voi fortunati molti, voi schiera di fratelli.

 

Oggi è il 31 maggio 2026. Sono le 16, 29

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