mercoledì 24 giugno 2026

Eschilo, Eumenidi. Conclusione.


 

Siamo giunti all'Epilogo (vv. 778-1047) delle Eumenidi  che sono ancora Erinni e lanciano maledizioni, sia contro i "giovani dèi "qeoi; newvteroi"(v.778) che le hanno umiliate, sia contro la regione (v.781) dove si è svolto il processo. Minacciano  "una scabbia che dissecca la vegetazione e fa abortire le donne"(v. 785).

 E' la desolazione che prende le terre inquinate da un miasma morale, come la peste che infuria su Tebe all'inizio dell'Edipo re in seguito agli atti contrari alla natura del protagonista che ha ucciso il re suo padre e sposato la propria madre[1].

Atena cerca di mitigare la collera funesta delle Erinni promettendo loro culti e  devozione a nome degli Ateniesi. E' il compromesso tra la religione apollinea degli aristocratici, Alcmeonidi in testa, e quella orfica importata da Epimenide cretese, profeta  delle Erinni e di Demetra Eleusinia, giunto ad Atene intorno al 600.

 La religione delle dee venerande figlie di Crono gli consentì la battaglia contro Delfi[2], roccaforte della tradizione e degli Alcmeonidi che nel 636, o nel 632, guidati da Megacle, avevano sventato  il tentativo di Cilone di instaurare la tirannide, ammazzandone i seguaci sebbene questi avessero cercato rifugio nel tempio delle Erinni.

Quindi Epimenide stesso divenne capostipite di una famiglia nobiliare, e dall'incontro fra questa e i maledetti uccisori dei supplici  ciloniani  , nacque Pericle, il leone dei Greci.

Erodoto racconta che Agariste, la madre di Pericle,  sognò di partorire un leone quando era incinta (VI, 131).

Eschilo, ricordando nelle Eumenidi  la vittoria del dio delfico Apollo contro la Dike  delle Erinni, esalterà in fondo la vittoria degli Alcmeonidi sulle dee di Epimenide.

 Nel compromesso vince la consorteria dei tirannicidi.

 

“Come ghenneta degli Eupatridi, i quali erano esclusi dal sacrificio di sante focacce e di latte in onore delle Semnaí o Erinni, il poeta sentiva su di sé (e su tutto il ghénos degli Eupatridi a cui apparteneva) il sacro nembo del terrore, compagno alle Semnaí stillante sangue: esse erano state offese un tempo dal ghénos degli Alcmeonidi quando questi avevano offeso i Ciloniani vicino agli altari delle dee. Verso il 600 Epimenide aveva purificato Atene dal sacrilegio di circa trent’anni prima; ma l’eco n’era viva ancora. D’altra parte, anche come ghenneta degli Eupatridi , Eschilo era abbastanza vicino a Pericle, il quale (insieme col fratello) fu poi tutore di un eupatrida, il famoso Alcibiade, “Pericle, se per parte della madre (una Alcmeonide) portava ancora nel sangue la tremenda offesa recata alle Erinni dagli uccisori dei Ciloniani, tuttavia-per parte di padre (e perciò sul piano giuridico)-era ghenneta dei Buzygi, purissimi dinanzi alle Erinni, sì da poter identificare il loro eponimo (Buzyge) , addirittura col “purificatore” Epimenide. Perciò Eschilo si sentì chiamato, in quello scorcio della sua vita e della sua opera, a interpretare la storia di Oreste secondo una versione che placasse per sempre la ricerca ateniese di una compiuta giustizia dinanzi alle opposte Dícai delle Erinni (le dee di Epimenide) e di Apollo (il dio degli Alcmeonidi)”[3].  

 

La vittoria sulle Erinni  non vuole essere schiacciante: Atena promette alle rivali vinte:"sedi e antri" dove potranno stare "assise su altari dagli splendidi seggi"(v.806) e avranno onore dalla cittadinanza.

La corifèa tuttavia ribadisce i propositi di vendetta ripetendo, parola per parola, la minacciosa strofe precedente (vv. 777-792; 808-822); allora Atena menziona il fulmine di Zeus con un tono di ritorsione che però addolcisce subito, preferendo puntare ancora sulla persuasione:"Io ho fiducia in Zeus, che bisogno c'è di dirlo? E sono l'unica tra gli dèi a conoscere le chiavi della stanza in cui sta sigillato il fulmine (ejn w|/ keraunov~ ejstin ejsfragismevno~, v. 828). Ma non c'è bisogno di questo (ajll j oujde;n aujtou` dei`, v. 829).

 Tu fidati di me- su; d j eujpiqh;~ ejmoiv-829. Non scagliare contro questa terra parole di lingua temeraria, frutto che porta malessere a tutti. Sopisci l'amaro ardore di nera onda poiché sarai venerata abitando con me"(vv. 829-833).

La corifèa ancora non si lascia convincere; allora Atena prova a lusingarla non senza un pizzico di ironia: "sopporterò le tue collere: infatti tu sei più anziana (geraitevra) e certo anche più saggia di me (ejmou' sofwtevra), sebbene anche a me Zeus concesse di capire qualcosa[4]"(vv. 848-850).

 

Quindi Atena aggiunge altre promesse: "e tu, avendo una sede onorata presso la dimora di Eretteo, otterrai da processioni di uomini e donne onori quanti non potresti ottenere da altri mortali"(vv. 854-857).

 

Eretteo è un mitico re di Atene e le processioni più importanti facevano parte dei culti eleusini fondati da Demetra e  dedicati alle divinità ctonie. I riti eleusini erano misterici, ossia potevano assistervi solo gli iniziati.

 Il 19 Boedromione (verso i primi di ottobre) c'era una processione da Atene ad Eleusi, con scambio di frizzi e motti osceni tra i partecipanti, come in molte cerimonie a sfondo agricolo. Il rito nacque con l'intento di ottenere abbondanza di messi, poi anche la beatitudine dopo la morte. Il privilegio degli iniziati è descritto nelle Rane  di Aristofane: essi fruiscono di una splendida luce, simile a quella terrena (v.155).

 

E' interessante una riflessione di Schopenhauer sui misteri:"L'unico residuo o piuttosto corrispettivo dei misteri dei greci è la massoneria: l'essere accolti in essa è il muei'sqai[5] e le teletaiv[6]; ciò che vi si impara sono i musthvria e i vari gradi sono mikrav, meivzona, kai; mevgista musthvria[7]. Una simile analogia non è casuale, né ereditata, ma dipende dal fatto che scaturisce dalla natura umana: presso i maomettani il corrispettivo dei misteri è il sufismo. Presso i romani, che non avevano misteri propri, si veniva iniziati ai misteri degli dèi stranieri, in particolare di Iside, il cui culto si può rintracciare a Roma in tempi molto remoti"[8].

 

Secondo Jaeger i misteri costituirono "una forma più alta e personale di religione"[9].

 

Nietzsche invece considera i “culti sotterranei” un antecedente del cristianesimo che li assommerà in sé: ““Il nascondiglio, il luogo oscuro è il cristiano. In esso il corpo viene disprezzato, l’igiene respinta come sensualità; la Chiesa si oppone perfino alla pulizia (-la prima misura cristiana, dopo la cacciata dei Mori, fu la chiusura dei bagni pubblici, e la sola Cordova ne possedeva 270). Cristiano è un certo gusto per la crudeltà verso di sé e verso gli altri; l’odio per i dissenzienti; la volontà di perseguitare…Cristiano è l’odio mortale per i signori della terra, per i “nobili”…Cristiano è l’odio per lo spirito, per l’orgoglio, il coraggio, la libertà, per il libertinage dello spirito; cristiano è l’odio per i sensi, per le gioie dei sensi, per la gioia in generale…Il cristianesimo vuole dominare su belve predatrici; il suo espediente è farne dei malati,-la ricetta cristiana per ammansire, per la “civilizzazione” è l’infiacchimento…Il prete valuta, dissacra la natura: è solo a questa condizione che egli esiste…il prete vive dei peccati, egli ha bisogno che si “pecchi”…il cristianesimo, forma fino ad oggi insuperata di mortale avversione contro la realtà…Tutti i concetti della Chiesa…sono la più malvagia falsificazione di moneta che esista, intesa a svilire la natura, i valori di natura…Quando uno colloca il peso della vita non nella vita, ma nell’ “al di là”-nel nulla-, ha tolto alla vita in generale il suo peso…Al cristianesimo la malattia è necessaria, pressappoco come alla grecità è necessaria un’esuberanza di salute- rendere malati è la vera intenzione recondita dell’intero sistema di procedure di salvezza della Chiesa…Si legga Lucrezio, per capire che cosa ha combattuto Epicuro: non il paganesimo, ma il “cristianesimo”, intendo dire la corruzione delle anime per mezzo dei concetti di colpa, pena e immortalità.-Egli combatteva i culti sotterranei, l’intero cristianesimo latente…Ed Epicuro avrebbe vinto…in quella apparve Paolo…il cristianesimo come formula per superare-e per assommare-i culti sotterranei d’ogni sorta, quelli di Osiride, della gran Madre, di Mitra, per esempio: in questa intuizione sta il genio di Paolo…la croce quale segno di riconoscimento per la più sotterranea congiura mai esistita-contro salute, bellezza, costituzione bennata, coraggio, spirito, bontà dell’anima, contro la vita medesima[10]”.           

 

 

 

In cambio di questi culti, Atena chiede prosperità e pace:"tu dunque su questi miei luoghi non scagliare incitamenti sanguinari, rovine di giovani animi pazze per furori non provocati dal vino; non aizzare i cuori come quelli dei galli, non collocare nei miei cittadini Ares intestino, e violenza reciproca. La guerra rimanga fuori dalla porta (qurai`o~ e[stw povlemo~) , e non sia penosa per chi abbia violenta brama di gloria; ma non approvo la lotta di uccelli domestici"(  ejnoikivou d j o[rniqo~ ouj levgw mavchn, Eumenidi , vv.858-866).

Con queste parole sono deprecate le guerre civili[11].

 

 

Le Erinni, difficili a placarsi, oppongono ancora qualche resistenza, ma oramai sono vicine a trasformarsi nelle benevole Eumenidi.

 La corifèa infatti accetta la dimora offertale da Atena nella sua città e le chiede pure quali onori debba attendersi (v.894). Pallade la lusinga dicendole che la prosperità di ogni casa dipenderà da lei (v.895). La Furia diviene sempre meno malevola finché ammette:"mi sembra che mi affascinerai ed esco dall’ira"(qevlxein m j e[oika~ kai; meqivstamai kovtou  v.900).

Quindi Atena chiede prosperità per i buoni, e sterminio contro gli empi, una distruzione affidata alle Erinni stesse (v.910).

 

Nel canto finale il Coro benedice Atene e promette la sua protezione al paese; allora Pallade riconosce alle dèe venerande un grande potere mevga ga;r duvnatai povtni j

 jErinuv~ (950)  sopra e sotto terra: la linea culturale più antica è inserita nella polis di Atena e di Eschilo. Le Erinni è vero possono dare:"ad alcuni gioia di canti, ad altri invece una vita oscurata dalle lacrime"(vv.953-955), ma da ora in avanti questo avverrà secondo una norma razionale che punisce la colpa e premia il merito individuali.

Atena constata che la ragione umana l’ha avuta vinta sui vaneggiamenti magici.

"E' prevalso  Zeus protettore dell’assemblea (ajll j ejkravthse Zeu;~ ajgorai'o~), Zeus politico e la nostra gara di benefìci (ajgaqw'n e[ri~) vince per sempre"(vv.973-975). Alle due e[ride~ di Esiodo[12], quella cattiva e quella buona, si aggiunge questa che è ottima. 

 

E' la vittoria della parola colta e persuasiva sul mugolio con il quale si erano presentate le Erinni entrando in scena (vv. 117 e sgg.).

 

 Isocrate nel Panegirico  (380) metterà in rilievo che Atene, di cui fa un caldo elogio, elargisce al mondo intero i doni di civiltà e di religione ricevuti dai suoi dèi.

 

Il coro si unisce alla deprecazione del fremito raccapricciante delle guerre civili e augura la concordia che "tra i mortali è il rimedio a[ko~ di molti mali" (v.987).

 

"Il messaggio che con questa trilogia Eschilo vuole trasmettere è quello della concordia tra tutti i cittadini, un programma chiaramente stabilizzante"[13].

Atena quindi invita i cittadini a onorare favorevoli le dèe favorevoli (eu[frona~ eu[frone~, v. 992) dai cui volti, già spaventosi,  la dea vede derivare grandi vantaggi per la polis : “ejk tw'n foberw'n proswvpwn[14]-mevga kevrdo~ oJrw' toi'sde polivtai~”(vv. 990-991).

 

 Così le Eumenidi diventano sempre più benevole appunto, e lanciano benedizioni:"salve caivrete, siate felici nel fortunato possesso della ricchezza, siate felici cittadini di Atene, che state vicino a Zeus, cari alla vergine cara, rimanendo saggi nel tempo: il padre ha sacro rispetto per chi sta sotto le ali di Pallade (vv. 996-1002).

 

Atena contraccambia l'augurio mentre si forma una processione che deve accompagnare le dèe venerande alla loro dimora sotterranea dove saranno ospiti;

la parola greca è mevtoikoi (v.1011), meteci, che indica una condizione la quale non gode della piena cittadinanza e dell' optimum ius; questi infatti erano stranieri  che, pur coabitanti, non godevano dei diritti politici e subivano restrizioni anche nel campo dei diritti civili.

Nel compromesso tra le due religioni dunque, quella olimpica prevale. Anche Atena si unisce alla processione che mette al sicuro, sotto terra, le vecchie dèe:"vi accompagnerò alla luce di fiaccole fulgenti nei luoghi inferi sotto la terra con queste ancelle che custodiscono il mio simulacro"(vv. 1022-1024).

Al corteo è invitato o[mma ga;r pavsh~ cqono;~[15]-Qhsh'ido~ (v. 1025-1026),  "l'occhio di tutta la terra di Teseo", una nobile schiera di donne giovani e anziane con vesti di porpora, un colore ctonio.

Quindi la processione si muove verso la sede delle Eumenidi, le dèe venerande divenute propizie. Fiaccole vivaci illuminano il cammino e i devoti alternano religioso silenzio (v.1035) con grida di giubilo e danze che chiudono la tragedia (v.1047).    

 

Leopardi distingue la mitologia “antica” che tende alla chiarezza da quella post-classica che cerca di oscurarla. “Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro, volevano spiegare e non mistificare, e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle che non cadono sotto i sensi…Gl’inventori delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra era, decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e intelligibili colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre; rendeano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci credere mistero e superiore alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti, non avremmo sospettato nessun arcano. Quindi il diverso carattere delle due sorti di mitologie, corrispondenti al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec. (Recanati, 29 Dicembre 1826)”[16].

 

Nella tragedia si costituisce la classicità. “Dove è pericolo, là appare anche ciò che porta salvezza”. Classicità non è   non è chiarezza sin dall'inizio, bensì contesa giunta ad unità, discordia conciliata, angoscia risanata". [17]

 

Nel prosieguo della cultura e del costume europeo è rimasto, purtroppo, l'odio tra i sessi raccontato dalla poesia antica: tutte le cinquanta Danaidi, meno una, hanno assassinato gli sposi,  Clitennestra ha ucciso Agamennone, Oreste la madre, Procne e Medea i propri figli per punire i mariti , poi arriverà il cristianesimo il quale" diede a Eros del veleno da bere: egli non ne morì, ma degenerò in vizio"[18].

 

 

  Aristofane  nelle Rane mette in rilievo il  contenuto didascalico-educativo dei drammi eschilei. Il personaggio che rappresenta il tragediografo di Eleusi afferma, riferendosi ai Sette contro Tebe , di avere composto"un dramma pieno di Ares",  una tragedia così ricca di ardore bellico che "chiunque l'avesse vista bramava diventare un terribile combattente"(Rane, v.1022).

Quindi il personaggio Eschilo prosegue facendo una storia della poesia che è anche storia della paideia: “"considera come fin dall'inizio sono stati utili i poeti di rango. Orfeo infatti ci ha fatto apprendere le cerimonie sacre e ad astenerci dai delitti, Museo le cure delle malattie e gli oracoli, Esiodo poi i lavori della terra, le stagioni dei frutti e l'aratura; il divino Omero da che conseguì onore e gloria se non dall'averci insegnato cose utili come gli schieramenti, il valore e gli armamenti degli uomini?" (vv. 1031-1036).  Poi Eschilo, in polemica con Euripide, si pregia di non avere mai messo in scena Fedre e Stenebee povrna~ (v. 1043), puttane, e nemmeno una donna in amore[19]: “ejrw'san pwvpot j ejpoivhsa gunai'ka" (v. 1044).

La Fedra “sgualdrina” viene moralizzata, direi quasi cristianizzata da Racine, che la rappresenta convinta della morte di Teseo prima della dichiarazione d’amore al figliastro. L’autore francese cerca anche di razionalizzare il mito della discesa di Teseo agli Inferi: “Ho tenuto pure conto della storia di Teseo, così come è narrata in Plutarco; e in questo storico ho trovato che la convinzione diffusa, che Teseo fosse disceso agli inferi per rapire Proserpina, si basava sulla notizia di un viaggio compiuto da quel principe in Epiro, alle sorgenti dell’Acheronte, presso un re cui Piritoo voleva rapire la sposa, e che aveva tenuto Teseo prigioniero dopo aver ucciso Piritoo...E la voce della morte di Teseo, fondata su quel mitico viaggio, dà modo a Fedra di fare una dichiarazione d’amore, che sarà una delle cause principali della sua rovina e che essa non avrebbe mai osato fare, fin che avesse ritenuto in vita il suo sposo…Ciò che posso dire con sicurezza è che in nessun’altra tragedia da me scritta la virtù è messa maggiormente in luce…Questo è precisamente lo scopo che deve proporsi ogni uomo che lavori per il pubblico. Ed è questo che i primi poeti tragici avevano in mente sopra ogni cosa. Il loro teatro era una scuola in cui si insegnava la virtù altrettanto bene che nelle scuole dei filosofi. Così Aristotele ha voluto fissare le regole del poema drammatico, e Socrate, il più saggio dei filosofi, non disdegnava di mettere mano alle tragedie di Euripide” (Prefazione Di Racine alla Fedra [20]). 

 

Il personaggio Euripide delle Rane ribatte maliziosamente al personaggio Eschilo affermando che nei drammi del rivale in effetti non c'è nulla di Afrodite (v.1045), ossia non c'è grazia.  Quindi aggiunge che la storia di Fedra è un fatto reale.

Ma il personaggio Eschilo replica che il poeta  deve nascondere il male in quanto egli è l’educatore dei giovani  come il maestro di scuola lo è dei bambini (vv. 1053-1055). L’agone è vinto da Eschilo che così viene riportato dagli inferi ad Atene Alla fine della commedia c'è un makarismov" dell'intelligenza benefica grazie alla quale Eschilo potrà tornare sulla terra:"makavriov"  g  j ajnh;r  e[cwn-xuvnesin hjkribwmevnhn: -pavra de; polloi'sin maqei'n.-   o{de ga;r  eu\ fronei'n dokhvsa"-pavlin a[peisin oi[kad  j au\qi",- ejp  j ajgaqw'/  me;n toi'" polivtai" ,-ejp  j ajgaqw'/  de; toi'" eJautou'-xuggenevsi te kai; fivloisi,-dia; to; sunetov"  ei\nai" (vv.1482-1490), beato l'uomo che ha intelligenza acuta: è possibile riconoscerlo da molti segni. Questo qui, che si è rivelato saggio, torna di nuovo a casa per il bene dei cittadini, per il bene dei suoi parenti e amici, perché è intelligente.

 Subito dopo Plutone dà a Eschilo, in procinto di tornare alla luce, l'incarico di educare gli stolti che sono tanti:"paivdeuson-tou;" ajnohvtou" : polloi; d  j eijsivn" (vv. 1502-1503).

Una conclusione non ancora obsoleta. Voglio commentarla con due citazioni sul valore morale dell’intelligenza.

"La pietà suprema sarà per i Greci l'intelligenza"[21].

“Non c’è peccato peggiore, nel nostro tempo, che quello di rifiutarsi di capire: perché nel nostro tempo non può scindersi l’amare dal capire. L’invito evangelico che dice “ama il prossimo tuo come te stesso” va integrato con un “capisci il prossimo tuo come te stesso”. Altrimenti l’amore è un puro fatto mistico e disumano”[22].

Intelligenza e indulgenza apparivano a Giuseppe due pensieri strettamente affini, reciprocamente scambievoli e portatori perfino di un nome comune: bontà”[23].

  Leopardi elogia la naturalezza e l’originalità di Eschilo, come quella di Omero e di altri poeti antichi. Una originalità che ai moderni manca: “ quando gli esempi erano scarsi o nulli, Eschilo per esempio inventando ora una ora un’altra tragedia senza forme senza usi stabiliti, e seguendo la sua natura, variava naturalmente a ogni composizione. Così Omero scrivendo i suoi poemi, vagava liberamente per li campi immaginabili, e sceglieva quello che gli pareva giacché tutto gli era presente effettivamente, non avendoci esempi anteriori che glieli circoscrivessero e gliene chiudessero la vista.. In questo modo i poeti antichi difficilmente s’imbattevano a non essere originali, o piuttosto erano sempre originali, e s’erano simili era caso. Ma ora con tanti usi con tanti esempi, con tante nozioni, definizioni, regole forme, con tante letture ec. per quanto un poeta si voglia allontanare dalla strada segnata a ogni poco ci ritorna, mentre la natura non opera più da se, sempre naturalmente e necessariamente influiscono sulla mente del poeta le idee acquistate che circoscrivono l’efficacia della natura e scemano la facoltà inventiva…” (Zibaldone, 40).   

Bologna 24 giugno 2026 ore 17, 55 giovanni ghiselli p. s.

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[1] Cfr. Seneca, Oedipus: maximum Thebis scelus- maternus amor est "(vv.629-630), il delitto più grande a Tebe è l'amore per la madre.,

 

[2]"oujk a[r j e[hn gaivh" mevso" ojmfalo;" oujde; qalavssh""(3B11 DK), non c' era un ombelico centrale della terra né del mare.

 

[3] S. Mazzarino, Il pensiero dtorico classico I, pp. 94- 95

[4] Una battuta conciliante che prefigura questa del Giulio Cesare  di Shakespeare quando Cassio fa a Bruto:"I said an elder soldier, not a better:/ Did I say better?,  Ho detto un soldato più anziano, non migliore; ho detto forse migliore?" (IV, 3, vv. 56-57).

 

[5] Essere iniziati

[6] Riti di iniziazione

[7] Piccoli, maggiori e massimi misteri.

[8] Parerga e paralipomena, Tomo II, p. 537.    

[9] Paideia, III vol., p. 131.

[10] F. Nietzsche, L’Anticristo (del 1895) passim.

[11] Cacciari commenta quella di Corcira (427-425 a. C.) descritta da Tucidide

“Sinistro carnevale, mondo a rovescio, in cui è necessario lottare con ogni mezzo per superarsi e in cui nessuna neutralità è ammessa. Così appare, a Corcira, per la prima volta tra gli Elleni, la più feroce di tutte le guerre (Tucidide, III, 82-84)”. (M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, pp. 42-43.)

[12] Nelle Opere e i  giorni Esiodo distingue due diversi tipi di  [Eri": quella cattiva che fa crescere la guerra malvagia e la lotta (v. 14) e l'altra che, generata prima della sorella dalla Notte, Zeus pose alle radici della terra (v. 19), cioè alla base del progresso umano, e questa suole svegliare al lavoro anche l'ozioso. Allora il vasaio gareggia con il vasaio, l'artigiano con l'artigiano, il mendico con il mendico e l'aedo con l'aedo (vv. 24-26). 

 

[13] V. Di Benedetto (Introduzione di), Eschilo Orestea, p. 18.

[14] Cfr. l’Edipo re di Sofocle dove il coro, nella sciagura tebana, chiede ad Atena:" eujw'pa pevmyon ajlkavn" (v. 189), manda un aiuto dal bel volto. Le maledizioni devono diventare benedizioni e i volti belli da spaventosi che erano. 

 

[15] Espressione di sapore pindarico: poqevw stratia'~ ojfqalmo;n ejma'~ (Olimpica VI, 18), mi manca l’occhio dell’esercito, dice Adrasto di Anfiarao, sprofondato nella terra. Un altro premio di consolazione per le Eumenidi e tutte le donne sconfitte.

 

[16] Zibaldone, pp. 4238- 4239.

[17]B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica , p. 141.

[18] Nietzsche,  Di là dal bene e dal male ,  p. 96.

[19] Lo stesso merito, dubbio assai, se lo attribuisce Manzoni nel Fermo e Lucia :" Non si deve scrivere di amore in modo da far consentire l'animo di chi legge a questa passione. Di amore ce n'è seicento volte di più di quanto sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera impudente l'andarlo fomentando con gli scritti".

 

[20] La tragedia fu rappresentata la prima volta nel 1677.

[21] M. Zambrano, L'uomo e il divino (1955),  p. 194.

[22] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 103.

[23] T. Mann, Giuseppe in Egitto, p. 257.

 

Il sogno del tirocinante Quarta parte. Sofocle, Euripide: rapporti parentali, amore, amicizia come problemi. Edipo re, Antigone, Alcesti.


 

Gianni: “Cari poeti, aiutatemi: gli studenti mi hanno chiesto di chiarire come si presenta  nei vostri drammi il rapporto tra i legami affettivi e quelli di sangue.  Chi vuole illuminarmi per primo?

 

Sofocle: comincia tu Euripide con la tua Alcesti.

 

Euripide, No, no, inizia tu che sei nato prima e hai vinto più premi di me. “Io so i dover miei,  non fo inciviltà”.

 

Gianni: “Vedo che segui il melodramma moderno”

 

Euripide: “certo, quelli ottimi  rinnovano l’opera d’arte totale del dramma antico con la compresenza di parole, musica e scenografia. Il più egregio tra tutti è Mozart. Ma ora lascio la parola al mio venerabile collega”.

 

Sofocle: “Grazie Euripide. Potrei chiamarti Eujrivpidion, Euripidiccio come fa   Diceopoli negli Acarnesi di Aristofane che motteggia sempre e canzona tutti, e se lo facessi sarebbe per affetto, e  anche per il fatto che  sei più giovane di me, ma non lo faccio siccome sei un grande poeta.   

Dunque: nell’Edipo re ho drammatizzato un guazzabuglio completo  tra i legami di sangue e i rapporti affettivi. Tale è l’incesto che confonde le generazioni: Edipo è figlio e marito di sua madre, padre e fratello dei suoi figli, nipote e cognato di Creonte.

 Anche la Sfinge è nata da un incesto: è un mostro ibrido prodotto dall’unione tra la vipera Echidna e suo figlio, il cane Orto.    

Questa mia tragedia smonta l’intelligenza che il figlio di Laio e Giocasta si attribuisce  quando si vanta di avere risolto con la sua gnwvmh l’enigma della cantatrice dura  che aveva ucciso tanti tebani incapaci di svelare l’arcano.

 Tu, professore in  via di formazione, cita ai tuoi studenti i versi chiave 396-398 che ho ricordato prima, quelli dove Edipo vanta la propria intelligenza che non mancherebbe di nulla. Invero non ha capito niente. Quando se ne renderà conto, si caverà gli occhi.

Ho voluto significare che la ragione umana è molto limitata.

Edipo indaga freneticamente per scoprire chi ha ammazzato Laio, cerca indizi, vuole misurarli e commisurarli finché viene a sapere dal servo del re ucciso  e dal pastore di Corinto che l’hanno salvato da infante di essere lui l’assassino parricida e incestuoso.  

Nella parodo della tragedia il coro di 15 vecchi tebani dà voce a quello che penso: “ Ahimé, innumerevoli infatti sopporto/le pene e mi sta male tutto/lo stuolo, e non c'è arma della mente/ con cui uno si difenderà; infatti non crescono i frutti/ della terra famosa, né con i figli/si alzano le donne/dai travagli che fanno gridare” (vv. 168-174).  L’arma della mente frontivdo" e[gco"  spuntata  denuncia i limiti della ragione umana e della sofistica che, mentre proclama l'uomo misura di tutte le cose, e sommo bene l'utile personale, non potrà mai rendere giuste l'ingiustizia e la violenza, non agli occhi dell'uomo religioso.

E’ il sapere senza sapienza di cui ci dirà più avanti il collega e amico Euripide

Peste e sterilità hanno colpito  la terra avvelenata dal mivasma costituito da Edipo stesso succeduto a Laio dopo averlo ammazzato senza sapere che era suo padre e re di Tebe.

Quindi ha sposato la propria madre senza avere coscienza nemmeno di questo. Ecco quanto è illusoria la fiducia che l’arma della mente arrivi a vincere ogni battaglia. 

L’inquinamento è morale, è sempre prima di tutto morale”.

 

Gianni: “ dimmi, per favore, qual è il significato fondamentale dell’Antigone

 

Sofocle: “Certo, in questa tragedia scritta diversi anni prima dell’Edipo re ho drammatizzato il contrasto tra Creonte e la ragazza Antigone, figlia di sua sorella Giocasta. Il nuovo re ha cacciato Edipo da Tebe ed è un fanatico della disciplina, la peiqarciva, quindi  un nemico giurato dell’anarchia che potrebbe dilagare se la nipote rimanesse impunita dopo avere trasgredito l’ordine di non dare sepoltura al proprio fratello  Polinice che ha preso le armi contro la sua stessa città.

Ti ricordo le parole di Creonte:

“Non c'è male più grande dell'anarchia./Essa manda in rovina le città, questa ribalta/le famiglie, questa nella battaglia spezza/  le schiere dell'esercito in fuga; invece le molte vite/di quelli che vincono, le salva la disciplina" (v. 672-675).

Visto che insegnerai anche latino, ti ricordo che questa identificazione della disciplina con la panacea salvifica si trova pure in Tito Livio il quale la  attribuisce, in ambito militare appunto, a Tito Manlio Torquato. Questo console durante la guerra contro i Latini (340-338 a. C.) condannò a morte il proprio figliolo che aveva osato combattere contro il suo ordine, di capo dell’esercito e di padre.

 Le parole dell’accusa sono queste:"tu, T. Manli, neque imperium consulare neque maiestatem patriam veritus, adversus edictum nostrum extra ordinem in hostem pugnasti, et, quantum in te fuit, disciplinam militarem, qua stetit ad hanc diem Romana res  solvisti " (VIII, 7) tu, Tito Manlio, senza riguardo per il comando dei consoli e per l'autorità paterna, hai combattuto il nemico contro le nostre disposizioni, fuori dallo schieramento, e, per quanto è dipeso da te, hai dissolto la disciplina militare, sulla quale sino ad ora si è fondata la potenza romana.

Con questi ti suggerisco di insegnare la letteratura con metodo comparativo.

 

Gianni-

Lo farò.

 

Sofocle.

Ma torniamo al mio dramma Antigone dove la protagonista sorella di Eteocle che ha difeso Tebe, e pure di Polinice che l’ha attaccata con l’esercito argivo, sente amore per entrambi i fratelli, e si oppone al decreto disumano di Creonte.

Antigone è una vestale della sorellanza.

Nei primi versi chiede aiuto a Ismene invocandola con queste parole. “O capo davvero fraterno di Ismene, sangue mio" (v- 1). Ismene però non ha il coraggio di Antigone e non se la sente di sfidare il potere suscitando lo sdegno dell’audace, irriducibile sorella.

Quando Creonte le domanda: “E tu non ti vergogni se la pensi in maniera diversa da questi?"

Antigone gli risponde:"No perché non è per niente vergognoso onorare quelli nati dalle stesse viscere" (vv- 510-511)

 

Gianni:  “Mi piace molto il fatto che tu presenti la carne viva dei tuoi drammi citando i versi e documentando il tuo pensiero con le parole che hai scritto. Mi suggerisci un metodo. Sono testi molto belli oltretutto.

I rapporti di sangue dunque sono fortemente sentiti dai tuoi personaggi e sono complicati: variamente amati, sofferti, odiati .

Non dai niente per scontato: tutto è problematico e lo spettatore deve pensare”.

 

Quindi mi rivolgo a Euripde perché mi aiuti a ripassare i suoi drammi.

Mi sento uno scolaretto di fronte a questi due autori, accrescitori sublimi: Gianni:

“Ricordami, ti prego, come hai trattato questo tema del rapporto spesso problematico  tra le relazioni amorose e quelle parentali. Aiutami a ripassare l’ Alcesti che tradussi anni fa per il secondo esame di greco e ho in gran parte dimenticato”.

 

Euripide:

 “ Alcesti è l’ottima moglie , "gunhv t j ajrivsth tw'n ujf j hJlivw/ makrw'/" (v. 151), di gran lunga la più nobile tra le donne che vivono sotto il sole, e dà la propria giovane vita per salvare quella di suo marito Admeto cui Apollo aveva consentito di farsi sostituire da un’altra persona quale preda di Qavnato~.

Alcesti dunque è migliore delle mogli, tuttavia il Coro di vecchi di Fere non arriva a consigliare le nozze: “:"ou[pote fhvsw gavmon eujfravnein-plevon hj; lupei'n, toi'" te pavroiqen-tevkmairovmeno" kai; tavsde tuvca"-leuvsswn basilevw", oJvsti" ajrivsth"-ajplakw;n ajlovcou th'sd&, ajbivwton-to;n e[peita crovnon bioteuvsei" ( vv. 238-242) non dirò mai che le nozze portino più gioia che dolore, argomentandolo dai fatti passati e vedendo questa sorte del re, il quale, persa l'ottima sposa, vivrà in futura una vita non vita.

 

 Antifonte sofista del resto afferma che Il matrimonio è sempre un gande cimento, una gara dura per gli esseri umani:"mevga" ga;r ajgw;n gavmo" ajnqrwvpwn"[1].

 

Admeto prima di chiedere il sacrificio della vita alla sposa lo fa con i genitori che si rifiutano di sostituirlo nella morte. Il figlio allora li aggredisce e li insulta e la stessa Alcesti li biasima rivendicando a se stessa tutto il merito e la gloria del bel gesto.

Dice che il padre e la madre ("oJ fuvsa" chJ tekou'sa",v. 290) chi ha generato e quella che ha partorito, hanno perso l'occasione di salvare nobilmente il figlio e morire con gloria ("kalw'" de; sw'sai pai'da keujklew'" qanei'n", v. 292).

In questa donna dunque c’è amore per lo sposo e un altro  amore, forse ancora più forte, per la gloria.

Lo metterà in evidenza    Diotima di Mantinea una donna sapiente nelle cose d'amore e in molte altre, che dà chiarimenti a  Socrate nel Simposio di Platone

Come vedi anche i miei testi presentano diversi aspetti della vita umana in maniera problematica.

Il rapporto umano meno insicuro è quello tra gli amici: esemplare è l’amicizia tra Oreste e Pilade: nell’Ifigenia in Tauride ciascuno dei due offre la propria vita per salvare l’altro.

Alla fine si salveranno entrambi aiutati dalla dea Atena ex machina, mentre Alcesti verrà sottratta a Qavnato~ privata della sua preda dalla possa di Eracle, ospitato da Admeto.

 

Gianni: “Fammi imparare ancora, per favore, maestro:  “puoi citare alcuni tuoi versi sull’amicizia? E’ un valore forte anche per me: un rapporto umano che spesso funziona meglio e più a lungo dell’amore”. Chi ama può anche essere un nemico dell’amato e volergli male, gli amici vogliono sempre bene. Spesso funziona meglio anche della consanguineità.

 

Euripide. “Sì. come no? Volentieri. L’amicizia è tenuta in maggior conto della parentela dal figlio di Agamennone che nella tragedia Oreste[2] dice, riferendosi a Pilade:"acquistate amici, non solo parenti:/poiché chiunque collimi nel carattere, pur essendo un estraneo,/è un cara persona preferibile ad aversi di mille consanguinei (murivwn kreivsswn oJmaivmwn ajndri; kekth`sqai fivlo~)"(vv. 804-806).

 

Bologna 24 giugno 2026 ore 16, 21 giovanni ghiselli.

p. s.

Oggi per rendere onore all’onesto Giovanni sono salito al suo tempio posto sul monte Calvo. Era l’orario del caldo estremo sui 37 gradi e ho faticato molto. Ma ne sono stato assai contento.

 Il prescursore di Cristo mi spingeva. Quando sono arrivato ed entrato nel tempio, divo Giovanni tuo, ho sussurrato: “Non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista”, oujk ejghvgertai ejn gennhtoi`~ gunaikw`n meivzwn  j Iwavnnou` tou` Baptistou`

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[1]Intorno alla Concordia  fr. 49 Untersteiner.

[2] Del 408 a. C.