martedì 17 febbraio 2026

Elena 2. L’approccio insufficiente e il rimuginare per la riparazione nella sessione successiva.


Se conoscere è ricordare quanto abbiamo imparato in altre vite, come afferma Platone[1], anche amare è legato alla reminiscenza di qualche persona antica, o, viceversa, alla dimenticanza di qualche situazione penosa.

Ho amato un’Elena che mi ha fatto venire in mente un’altra Elena, e mi ha fatto pure scordare il dolore delle frustrazioni passate.

Questa nuova Helena, la finnica, dunque mi disse di avere studiato lettere e che le insegnava da un anno in una scuola media di Yväskylä. Avrebbe compiuto ventisei anni in settembre: “ha dieci mesi meno di me”, pensai subito

Le piaceva molto imparare e insegnare. “Dum docemus, discimus”, le dissi per impressionarla favorevolmente. Sorrise e rispose: “videlicet”, forse non senza una punta di ironia.

All’epoca i giovani europei di educazione accademica usavano parole latine come segno di appartenenza a un gruppo eletto. Adesso, quale laudator temporis acti me puero, mi dolgo del fatto che gli ignoranti chiacchierano storpiando l’italiano mescidato con una lingua franca spacciata per inglese.

Hanno la mente distorta e l’anima malata, poiché parlare male fa male all’anima[2].

 

Ma torniamo ai tempi belli, torniamo alla vita.

Helena amava la natura e la vita.

La propria e quella degli altri. Questo è il predicato di nobiltà più nobile e raro.

Si faceva conoscere parlando con precisione, senza parole di troppo, senza luoghi comuni, senza inciampare mai in quanto diceva. Lo faceva con semplicità elegante, non usava la micrologica eppure prolungatissima ciancia delle persone vuote, scontente, spesso anche cattive.

 La trovavo simile e complementare alla mia persona: mi suggeriva e rappresentava l’idea della donna in grado di adoperare la propria indole e intelligenza, capace di parlare evitando  gli stereotipi rancidi continuamente impiegati dagli imbecilli, gli ottusi ripetitori della pubblicità che fa come Circe[3]: trasforma gli uomini, quelli che hanno l’apparenza di uomini, nei maiali veri che sono. Anzi, i maiali veri in confronto a certi cialtroni panciuti fanno una figura meno porca. Helena mi piaceva e mi andava a genio quanto a ciascuno dovrebbe piacere il proprio destino. Quel fato dovevo ancora conquistarlo però.

Infatti io a lei, nel primo approccio, non piacqui oltre la cortesia dovuta a un collega: da come mi guardava e ascoltava, capivo che non l’avevo colpita con l’aspetto né con altro.

A un tratto credetti che il suo sguardo stanco, oramai quasi annoiato,  volesse significarmi: “perché non te ne vai? Tu, trattenendomi qui con te, mi fai perdere tempo!”.

Eppure mi trovavo nella mia forma migliore: snello e abbronzato pur dopo il servizio militare. Il fatto è che non trasmettevo forza né sicurezza con il mio sguardo: in faccia avevo il colorito del sole, ma non il suo sangue ricco di vita[4]; il mio parlare non era abbastanza intenso e preciso, non aveva densità né bellezza, anche per via dell’inglese che conoscevo meno bene di lei. Non trovavo la forza di esprimere il meglio di me: la mia diversità dalla gente comune priva di logos e di pathos.

Dovevo avere il coraggio di affondare lo sguardo, come un palombaro[5], dentro la mente per ricavarne qualche pensiero profondo, luminoso e semplice, privo di affettazione, degno di quella donna, e di me. La bella donna però non mi incoraggiava. Sentivo che stavo assumendo espressioni e atti più imbarazzati che brillanti. Le raccontavo soltanto con quale mezzo, per quale via, e con chi, ero arrivato il giorno prima dall’Italia, e che cosa contavo di fare a Debrecen il mese seguente: molto esercizio fisico, qualche lettura, e, magari, se il destino mi assecondava, potevo fondare un’intesa proficua con una donna di valore, se tale pregevole signora si lasciava conoscere e mi accoglieva. Non ebbi il coraggio di dirle: “con te o con nessun’altra; senza di te la mia crescita umana rimarrà bloccata per sempre e il destino mi ricaccerà nello squallore dell’insignificanza”. Non glielo dissi, ma pensavo proprio queste parole.

Ancora  non avevo compreso che per fare qualcosa bisogna essere qualcosa, e, a dire il vero, in quel tempo remoto non ero un granché, quindi non potevo fare niente di egregio. Sapevo commettere qualche bravata giovanile e mi presentavo con un aspetto e uno stile forse non proprio brutti del tutto. Conoscevo già alcune belle sentenze di autori bravi e le snocciolavo perché suonavano bene e pensavo mi facessero fare bella figura. Tutto senza sufficiente profondità né spassore.

 

La scuola di Helena, la mia professoressa dell’amore, l’incarnazione stessa dell’amore celeste, mi ha insegnato sulla vita molto più dell’erudizione scolastica succhiata dai libri nei venti anni precedenti.

Lascio il giudizio a te, lettore. Più avanti vedrai.

In quel momento capii solo che non potevo avere quella donna siccome sulla bilancia del fato non ero in grado di mettere un contrappeso del valore costituito da lei. Dovevo scavare dentro di me e trovarlo. Oppure piangere la bella creatura perduta prima ancora di averne tratto i benefici che avrebbero potuto dare alla mia vita una svolta verso le cose grandi e belle cui mi sentivo portato. E forse, se non mi avesse amato, sarei morto a[wro", anzi tempo, ante diem. “Nel caso, mi sia lieve il suol” pensai, tragicomicamente.

Oppure potevo consolarmi con un’altra donna, altrettano egregia sicuramente no, però, magari, meno impervia e inaccessibile.

 “E lei ne troverà un altro certo più fortunato, ma non più innamorato di me”, pensai.

Prima di cedere e di cercare uno straccetto di ganza tra le creature insignificanti che andavano e venivano, volli provare ancora a conquistare il mio destino che vedevo incarnato in quella donna superbamente meravigliosa. Mi preparavo delle frasi significative per farle intendere che non ero una persona comune

“ Tu  e io, così separati, siamo ciascuno soltanto un suvmbolon, la metà di un segno di riconoscimento. Dobbiamo costruire l’interezza fatta dalla fusione delle nostre anime.  Devo gettare un ponte vertiginoso tra il tuo spirito e il mio. Spero che la vertigine ci faccia cadere nello stesso letto, dopo esserci abbracciati durante il volo”, pensavo preparandomi come uno scolaro.

Poi: “Sarà l’abbraccio voluttuoso di due condannati a morire, non posso negarlo, come accade a tutte le altre creature mortali.

Eppure, se questo amplesso avverrà, rimarremo uniti per sempre: attraverseremo insieme le onde del tartareo Acheronte: nemmeno l’orrendo traghettatore potrà separarci agitando implacabile il terribile remo che spezza le ossa.

Neanche Minosse il quale, giudicando  con Eaco e Radamanto  sul prato nel  triodo 6 dal quale si dipartono  vie diverse, emette sentenze definitive, nemmeno questo giudice supremo potrà obbligarci a prendere cammini divergenti: se tu dovrai imboccare la strada caliginosa del Tartaro, io ti seguirò, anche se avessi la possibilità di dirigermi all’isola dei beati piena di luce. Senza di te, in nessun luogo, mai!”. Questo pensai ed ero pazzo, ma di una pazzia più saggia della saggezza dei più.

Di una pazzia che non è alienazione meschina e volgare ma è la divina manìa dalla quale derivano agli uomini i beni più grandi.

 

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.

 

Note

[1] Menone (81d)

 

[2] Di nuovo Platone: Fedone: "euj ga; r i[sqi (…) a[riste Krivtwn, to; mh; kalw'" levgein ouj movnon eij" aujto; tou'to plhmmelev", ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei' tai'" yucai'"" (115 e) , sappi bene (…) ottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

 

[3] hJ suw`n morfwvtria-Kivrkh, Euripide, Troiane, 437-438, Circe che trasforma gli uomini in porci.

 

[4] Cfr. il faraone Amenhotep (Amenophi IV) nel romanzo di T. Mann Giuseppe e i suoi fratelli: “Guarda qui!” disse a Giuseppe. “Avvicinati e guarda!” E scostando la batista dall’esile braccio gli mostrò le vene azzurre nella parte interna dell’avambraccio. “Questo è il sangue del Sole!” Giuseppe il nutritore (IV volume), p. 204.

Anche Medea ha sangue del sole.

 

[5] Cfr. Eschilo, Supplici407 divkhn kolumbhth`ro~.

 

 6 Cfr. Platone, Gorgia, 524 a

 

Bologna 17  febbraio 2026 ore 20, 17 giovanni ghiselli.

p. s

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La storia di Elena. Primo capitolo. L’incontro alla “festa della conoscenza” nell’Università di Debrecen

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Partii da Pesaro il 18 luglio del 1971, oramai ventisettenne. 

 Feci il viaggio con Claudio nella nera Volkswagen decappottabile, tenuta a tetto scoperto durante il giorno caldo e luminoso. Ero contento, tutto contento come un bambino: senza sapere perché. Se avessi previsto che il compagno di università, di strada e di qualche bagordo, avrebbe perduto il lavoro e sarebbe finito in galera accusato di infamie su infamie[1], e se avessi immaginato che nella città universitaria dell’Ungheria orientale stava arrivando da una terra remota, iperborea, praticamente l’ultima Thule, e proprio per incontrare me, la donna bella e fine che cercavo da anni, non sarei stato allegro e spensierato, ma dispiaciuto per l’amico dal duro destino, e viceversa felice, pieno di felicità per il dono di Helena, la meravigliosa creatura di Yväskylä, città universitaria della Finlandia centrale.

 

A Debrecen dunque, il 20 luglio del ’71, incontrai la terza finnica del mazzo, la prima davvero importante, la più influente sul seguito della mia vita. Mi piacque subito per l’aspetto, nello stesso tempo florido e snello; poi la ascoltai parlare, ne osservai lo stile, ne apprezzai il valore, e me ne innamorai; quindi mi feci conoscere come persona e riuscii a piacerle; infine, come volle Dio, chiunque egli sia, facemmo l’amore.

 

La vidi nel grande cortile dell’Università la sera della “Festa della conoscenza”: mi apparve vestita di colore bianchissimo, bianca la pelle, come l’avorio tagliato,  ma neri i capelli, e neri gli occhi dal taglio obliquo. Scintillavano di energia spirituale, non erano solo due brillanti scaglie di mica[2]. Helena non era soltanto materia, come mi farà notare lei stessa durante una breve crisi verso la conclusione di questa storia.

Era bella, fine, sicura di sé.

Aveva una femminilità di razza. Di pura razza umana, quella delle persone buone.

Avevo riconosciuto in lei la forma che mi rende contento: quella della bellezza con semplicità dell’eleganza come aspretto della persona.

 Niente commedie né tragedie, le scene cui erano ancora inclini molti italiani, uomini e donne. Nessuna maschera comica, né tragica.

Helena era naturale come i fiori non coltivati, i gigli dei campi, e come le stelle del cielo che non hanno bisogno di orpelli, cosmetici, lifting cui ricorrono i brutti, i bugiardi, gli insicuri di sé.

Le persone che hanno riconosciuto,   approvato e coltivato il proprio destino-carattere, non fanno scene. Di questi ci si può fidare.

Appariva, ed era l’antitesi delle mime volgari che insultano il buon gusto, ed era il contrario degli snob, i maleducati che trasudano ridicola affettazione. Vogliono fare colpo sugli altri cercando di apparire diversi, più importanti di quello che sono.

Dalla sua persona uscivano, con naturalezza, effluvi di grazia nobile e antica.

Nobile siccome naturale era questa donna apparsa sul far della sera: niente è nobile quanto la natura che è aristocratica più di qualsiasi società feudale basata sulle caste.

Non aveva niente di servile né di artificiale.

Come l’ebbi notata, pensai che solo stando vicino a tale donna avrei potuto impiegare al meglio il mio tempo. Notavo diverse persone chiassose, infantili, pronte a trasgressioni sciocche e disordinate.

 Ero sicuro che quella ragazza mi piaceva quanto nessun’altra delle numerose femmine umane raccolte in quel luogo dove non si radunava certo il peggio dell’umanità

“Questa donna è giunta nel tempo e nel posto dovuto al nostro incontro-pensai- “è lei la persona predestinata a me. Ed è pure il genius loci”.

 Mi avvicinai dunque, e mi presentai.

Rispose con cortesia, ma senza dare segni di particolare interesse per la mia persona. Bevemmo un bicchiere di “sangue di toro di Eger”, il vino rosso ungherese dal nome dionisiaco. L’avevo sorseggiato più volte in passato pensando di pregustare  esiti di gioia coribantica con le donne via via corteggiate. Talora avevo congetturato bene.

 Parlammo un poco, poi la invitai a ballare. Quando mi ebbe ripetuto il suo  nome classico, guardai le braccia appoggiate sulle mie spalle, le chiome negre che le ombreggiavano il collo e il vestito scollato  sul petto bianco, tondo e luminoso più della luna piena e alta d’estate, quindi, commosso, pensai: “ Elena dalle bianche braccia, dalle belle chiome, probabilmente hai lavato da poco il corpo candido con acque correnti, poi devi avere tirato fuori la biancheria e la veste da una cassa di cedro che protegge i tessuti dall’umidità e dalle tarme. Voglio piacerti e sentirmi accolto da te”.

 

Le seguenti parole in corsivo le ho in parte anticipate raccontando l’estate del ’67 e la primavera del ’68, oggi vi ho inserito qualche variazione corredata di note con citazioni. Quindi non mi sento di atetizzarle . Ma voi, se vi annoiano, potete saltarle.

 

Una  digressione: Helena Schejbalova

Mentre preparavo l’esordio con la finnica vestita di bianco mi sovvenne il ricordo incoraggiante di un successo erotico precedente. Sul mar Nero, nel luglio di quattro anni prima, una ragazzina diciassettenne, di Praga, un’Elena anche lei, Helena Schejbalova, mi aveva sorriso una mattina, mentre bevevo il caffè in un bar dove ero andato per allontanarmi dai compagni di viaggio, tre marchigiani simpatici, con i quali avevo avuto un screzio piccolo, non serio, da ragazzi insicuri quali eravamo tutti e quattro. Segnavamo sullo sportello dell’automobile, con un pennarello, una piccola croce per ogni ragazza baciata e facevamo a chi ne metteva di più. Era il 1967 e avevamo 22 anni

 Questa prima Helena era una biondina dagli occhi cerulei. Il suo sguardo colorò di celeste anche il sorriso che mi rivolse. Glielo contraccambiai, mi avvicinai e ci presentammo. “Sei bellina -le dissi- molto bellina”.

A parte l’eterno richiamo dei sessi, allora i rapporti umani erano spesso cordiali. I giovani soprattutto si guardavano con simpatia.

E non c’erano pugnali nei sorrisi degli uomini[3].

 Parlammo, facemmo amicizia e riuscii a baciarla, ma non potei procedere oltre: disse che era troppo giovane per fare l’amore.

“Sono giovane anche io-provai a replicare- eppure maturus tibi, puella”. Invano.

Tornai al campeggio, dai miei compagni di viaggio, tutto contento comunque, e amichevole assai. Si fece la pace. Poi andai a mettere la crocetta. Una in più.

La primavera successiva, quella magica del ’68, Helena e io ci ritrovammo a Praga dove ero andato nell’ambito di uno scambio di collegi universitari. Quello fu un anno in cui la gioventù aveva fiducia in se stessa e nelle forze positive, progressive della Storia. La fanciulla nel frattempo si era già iniziata al culto di Afrodite, la dea dal sorriso amabile, e vivemmo una settimana d’amore che allora non valutai abbastanza.

Io avevo un’Elena finché la mia disattenzione non la dimenticò.

Ma passati tre anni, potevo avere un’altra Elena e ne avrei fatto tesoro.

Mi tornò in mente la più remota molto tempo dopo, durante una gita scolastica a Praga. Erano passati più di trent’anni, quasi quaranta, veloci e inopinati come le nuvole in cielo quando il tempo si guasta. Oramai avevo superato i sessanta, ero senex, eppure le donne mi piacevano ancora molto. “Il genio non ha età”, pensavo quando mi interessavo a una donna che poteva essere mia figlia, “vediamo di farglielo capire”.

 Ero con una mia terza liceo, e gli allievi si trovavano in giro per conto loro, o con altri professori, colleghi che mi piacevano poco, e io a loro piacevo anche meno di poco. Andai dunque da solo nella storica birreria Ufleku dove da ragazzo ero stato con lei, la diciottenne bionda, sorridente con gli occhi celesti. Mentre ricordavo nei particolari quella settimana remota e il dono della  fanciulla, pensai che la mia vita era stata, e poteva essere ancora, un’avventura magnifica, piena di eventi belli, quindi piansi di gioia e di gratitudine non invecchiata[4]. Riconoscenza per lei, per le altre  femmine umane che mi avevano contraccambiato, non poche, grazie a Dio e alla vita.  Ero  grato per il destino che mi era stato assegnato, o avevo acciuffato io tra quelli disponibili.

Non sapevo, non saprò mai se l’avevo scelto il demone mio, o era stata Lachesi, la figlia di Ananche a sorteggiarlo per me[5].

Comunque ero felice e, solo com’ero, sollevai il bicchiere  brindando  a quell’ajgaqo;" daivmwn. Chi mi vide dovette pensare che fossi ubriaco.

 In quel tempo ero oramai quasi vecchio e abbastanza maturo per valutare con attenzione i grandi doni ottenuti con l’impiego di tutte le mie facoltà, regali preziosi come l’iperborea Helena Sarjantola e come Helena Schejbalova, fanciulla di Praga. Nel ’68 non fui abbastanza cosciente e grato di quell’offerta celeste, un’oblazione che cominciò a cambiarmi la vita in meglio. Ero ancora una specie di prostituta che riceve i doni come potrebbero fare le onde del mare se venissero seminate con chicchi di grano [6].

Ma la sera del 20 luglio del ’71 il ricordo improvviso di quel sorriso caldo e luminoso mi incoraggiò parecchio.

 

Note

[1] Processato, venne assolto.

 

[2] Cfr. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, p. 397: "Se pensassimo che gli occhi di una ragazza come quella non sono che una brillante rotella di mica, non saremmo così avidi di conoscere e di unire a noi la sua vita. Ma sentiamo che quel che riluce in quel disco pieno di riflessi non è dovuto unicamente alla sua composizione materiale; che sono, ignote a noi, le nere ombre delle idee che quell'essere si fa a proposito delle persone e dei luoghi che conosce (…)  le ombre, anche, della casa in cui rientrerà, i progetti ch'essa fa o altri han fatti per lei; e soprattutto che è lei, con i suoi desideri, le sue simpatie, le sue repulsioni, la sua oscura e incessante volontà".

 

[3] Cfr. Shakespeare, Macbeth, II, 3.

 

[4] Euripide mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle, dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice: "cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia.

 

[5] Ognuno di noi, secondo il mito di Er, prima di tornare sulla terra, si sceglie il proprio demone.

 

Platone, alla fine della Repubblica (617 e) fa dire a Lachesi, la vergine figlia di Ananche: "oujc uJma'" daivmwn lhvxetai, ajll& uJmei'" daivmona aiJrhvsesqe", non sarà il demone a sorteggiare voi, bensì voi a scegliere il demone.

[6] Cfr. Alceo chi fa doni a una puttana è come se li gettasse nelle onde del mare canuto (fr. 117 Voigt).

 

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 17 febbraio 2026 ore 15, 15 giovanni ghiselli

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