sabato 1 agosto 2026

Sofocle Filottete del 409. Edipo a Colono prima parte


In questa tragedia non ci sono donne. C’è un Filottete dolente : soffre per una ferita e per la solitudine.

Un Odisseo truffaldino, la consumata volpe (cfr. Aiace, 103 ejpivtripton kivnado"-to;) suggerisce allo schietto figlio di Achille di agire con la frode (dovlw/, v. 101) e di parlare mentendo se la menzogna porta salvezza e profitto:"o{tan ti dra'/" ej" kevrdo", oujk ojknei'n prevpei" (v. 111), quando fai qualche cosa per un guadagno non è conveniente esitare.

Odisseo[1] in conclusione raccomanda a Neottolemo  di ricavare un utile dalle parole che dirà e da quelle che ascolterà via via:"devcou ta; sumfevronta tw'n ajei; lovgwn" (v. 131). 

La solitudine è dolorosa secondo gli autori dell’Atene democratica: la socialità è una determinazione essenziale della vita nella polis. Nella Roma di Seneca la solitudine diverrà un privilegio e lo sta diventando anche oggi i Italia.

Alla fine il deus ex machina è Eracle che risolve il contrasto tra gli uomini mortali    

 

Edipo a Colono rappresentata postuma nel 401. Prima parte

Altra tragedia della massima importanza e bellezza

L'Edipo di Sofocle attraverso la passività consegue la seconda, non precaria e definitiva apoteosi:"La prima apoteosi consiste nell'abbattimento della Sfinge e nell'ascesa al trono.

La seconda apoteosi nell'inghiottimento del martire da parte della terra e nella sua deificazione. E' caratteristico però per l'antica, sana Grecia il fatto che come divinità egli non sia il difensore dei sofferenti, ma diventi il difensore della città dai pericoli militari. La parte che custodirà il suo cadavere riporterà la vittoria"[2].

La propria passività viene proclamata da Edipo ai vecchi di Colono:" ejpei; tav e[rga mou-peponqovt j i[sqi ejsti; ma'llon  h] dedrakovta" (Edipo a Colono, vv. 266-267), poiché le mie azioni sono state subite piuttosto che fatte.

Lo stesso afferma "the lunatic King "[3] di Shakespeare:" I am a man/more sinned against than sinning" (King Lear, III, 2), sono uno contro cui si è peccato più di quanto io abbia peccato.

L'ira di Edipo continuerà a colpire i  nemici anche dopo la morte: nell' Edipo a Colono Ismene dice al padre che un giorno il suo cadavere sarà un grave peso (bavro" , v. 409) per i Cadmei, quindi la ragazza precisa: "th'" sh'" uJp ' ojrgh'", soi'" o{tan stw'sin tavfoi" " (v. 411), a causa della tua ira, quando staranno presso la tua tomba. Lo ha fatto sapere Apollo delfico (v. 413). Alla fine della guerra del Peloponneso Tebe era la nemica più piena di odio nei confronti di Atene,

  Plutarco nella Vita di Lisandro (15) racconta che nel 404, dopo la sconfitta di Atene, il comandante vincitore della battaglia di Egospotami imponeva la distruzione delle mura agli Ateniesi e questi riluttavano. Allora un tebano Erianto, propose di radere al suolo la città. Poco dopo i condottieri vincitori si riunirono in un convito e un Focese cantò la parodo dell’Elettra di Euripide.

Plutarco ne cita due versi

Jj Agamevmnono" w\ kovra ,

 h[luqon,  jHlevktra, poti; sa;n ajgrovteiran aujlavn (167-168), figlia di Agamennone, Elettra, sobo venuta alla tua dimora di campagna

All’udire i versi Euripide, tutti si intenerirono e sembrò loro un atto crudele eliminare una città che produceva uomini tanto grandi

 

Cfr. gli Ateniesi riscattati e liberati dai Siracusani perché sapevano a memoria e recitavano i versi di Euripide nella Vita di Nicia.

 La poesia greca dunque salva la vita cfr. anche Canetti (La lingua salvata).

 

 

 

Nell' Edipo a Colono il cieco ha imparato ad ascoltare:"Egli chiede

informazioni sul luogo in cui si trova, sulla natura e gli usi che sono propri di tale luogo, nonché sui modi di adeguarsi ad essi. "Nascondimi nel bosco, finché abbia sentito che cosa diranno" (vv. 114-115), dice ad Antigone. E il coro si rivolge a lui per la prima volta con queste parole:"Odi, o infelice errante? (v. 165). Antigone lo avverte:"E' meglio che entriamo ora, e che li ascoltiamo (v. 171). "Alla voce,  vedo"[4] (v. 138). Essere vivi è ascoltare.  Il Coro descrive la morte come "senza imenei senza lira senza cori" (v. 1222).

Edipo impara la preghiera dal Coro ascoltando (ajkou'sai bouvlomai[5], v. 485).

Se nel Tyrannos non riusciva a smascherare con lo sguardo l'inganno di Creonte, nell' Epi Kolonoi ci riesce con l'udito (ajkouveq ', v. 881)"[6].

 

Anche re Lear suggerisce di vedere dalla voce quando dice al cieco Gloster:"A man may see how this world goes, with no eyes. Look with thine ears- lat. – auris -is femm-orecchio " (King Lear, IV, 6), un uomo può vedere come va il mondo anche senza occhi. Guarda con gli orecchi tuoi.

 

Il tiranno non ascolta

Nell'Antigone la protagonista rinfaccia a Creonte che il suo gesto sarebbe approvato dal popolo se non fosse per la paura del tiranno:" Si potrebbe dire che a tutti questi questo/piace, se la paura non serrasse la lingua" (eij mh; glw'ssan ejgklh/voi fovbo" , vv. 504-505).

 

Il tiranno inceppa le lingue anche nel Macbeth:This tyrant, whose sole name blisters our tongues-old latin dingua-” (IV, 2), questo tiranno, il cui solo nome, fa venire vesciche sulla lingua, afferma Malcom, uno dei figli del re Duncan ucciso da Macbeth.

 

La Medea di Seneca prova a obiettare a Creonte che l'iniquità è una base instabile per un regno:"iniqua numquam regna perpetuo manent" (Medea, v. 196), i regni iniqui non durano mai a lungo.

 L'iniquità consiste nel non ascoltare la parte avversa:"qui statuit aliquid parte inaudita altera,/aequum licet statuerit, haud aequus fuit" (vv. 199-200), chi ha emesso una sentenza senza avere ascoltato l'altra parte, anche se ha decretato il giusto, non è stato giusto.

 

 

Il riso dei nemici

Nell’Edipo a Colono, Teseo chiama a raccolta fanti e cavalieri contro Creonte e i Tebani che hanno rapito le figlie di Edipo: “wJ~   mh; parevlqws j aiJ kovrai , gevlw~ d’ ejgw;-xevnw/ gevnwmai tw`/de ceirwqei;~ biva/ (vv. 902-903), perché le ragazze non spariscano, ed io non divenga oggetto di riso per lo straniero cedendo a questo per la prepotenza.

“ la rabbia di diventare oggetto della derisione dei nemici trionfanti è un elemento tipico della morale binaria arcaica ( che consiste nell’odiare i nemici e amare gli amici) e forma un nesso che si potrebbe dire quasi formulare, ved. p. es. Euripide, Her. Fur. 285 ejcqroi`si gevlwn didovnta~.ù Megara dice: non dobbiamo morire consumati dal fuoco dando motivo di riso ai nemici (ejcqroi'sin gevlwn-didovnta", 285-286), cosa che per me è più grave della morte (ouJmoi; tou' qanei'n mei'zoin kakovn)

 .Il riso dei nemici è un’ossessione dell’eroe sofocleo, un residuo della civiltà di vergogna che condiziona l’agire dei personaggi: è un’offesa al loro senso dell’onore, uno sfregio intollerabile inferto pubblicamente  che è il segno di una sconfitta, ved. p. es. Ai. 367 oi[moi gevlwto~,  Ant. 839 oi[moi gelw`mai,  Phil. 1125 gela`/ mou (Filottete a proposito di Odisseo). Nell’ Edipo re (v. 1445) Creonte si rivolge al cieco Edipo dicendogli di essere venuto oujc wJ~ gelasthv~ (ved. anche Knox, pp. 30-1)”[7]. 

 

 

Ama il prossimo tuo perché è te stesso.

 

 

Espressioni di umanesimo

L’ espressione di umanesimo più efficace e sintetica è quella che il vecchio Sofocle attribuisce a Teseo  nell'Edipo a Colono : "e[xoid j ajnh;r w[n"(v.567), so di essere un uomo. E' la coscienza della propria umanità senza la quale ogni atto violento è possibile. Il sapere di essere uomo che cosa comporta? Significa incontrare una creatura ridotta a un rudere  come è Edipo vecchio, provarne pietà, incoraggiarla ponendo domande e ascoltandolo:"kaiv s j oijktivsa"-qevlw jperevsqai[8], duvsmor j Oijdivpou, tivna-povlew" ejpevsth" prostroph;n ejmou' t& e[cwn", vv. 556-558, e sentendo compassione, voglio domandarti, infelice Edipo, con quale preghiera per la città e per me ti sei fermato qui. Poi significa comprendere e aiutare con simpatia poiché siamo tutti effimeri, sottoposti al dolore e destinati alla morte. "Anche io-dice il re di Atene al mendicante cieco-sono stato allevato xevno" esule come te" (vv.562-563)."Dunque so di essere uomo e che del domani nulla appartiene più a me che a te"(vv. 567-568).

E' una dichiarazione di quella filanqrwpiva che si diffonderà in età

ellenistica e partorirà l'humanitas  latina.  

Una simile dichiarazione di umanesimo, quale interesse per l'uomo e disponibilità ad ascoltarlo, leggiamo nel  più    famoso verso di Terenzio:"  :"Homo sum: humani nil a me alienum puto "[9].

 Enea viene salvato dalla compassione, quella di Didone che pure non è in alcun modo ricompensata dall’esule troiano.

La regina che ha fondato Cartagine prima di decadere a donna abbandonata esprime questo tw/' pavqei mavqo" : " non ignara mali miseris succurrere disco ", Eneide, I, 630, non ignara del male imparo a soccorrere gli sventurati.

Un soccorso che verrà mal ricompensato dal “pius” Enea, antenato di Augusto, secondo il poeta cortigiano Virgilio.

L’autore che scrive quale panegirista del despota non può avere lo spessore etico, e neppure estetico, di chi scrive con la prospettiva di un popolo che lo legge o lo ascolta, come avevano gli auctores maximi dell’Atene democratica: Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane

 L’ humanitas della compassione viene affermata dalle prime parole del Decameron : "Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti.

 

Cicerone nel III libro del De Officiis  dice che l'umanità è un unico corpo del quale i singoli individui sono le membra. Dobbiamo aiutare l'uomo perché ogni uomo è parte di noi stessi :"Etenim multo magis est secundum naturam excelsitas animi et magnitudo itemque comitas, iustitia, liberalitas quam voluptas, quam vita, quam divitiae, quae quidem contemnere et pro nihilo ducere  comparantem cum utilitate communi magni animi et excelsi est. Detrahere autem de altero, sui commodi causa, magis est contra naturam quam mors, quam dolor, quam cetera generis eiusdem  "(III, 24). Infatti è molto più secondo natura l'elevatezza e la grandezza d'animo, e parimenti la cortesia, la giustizia, la generosità, che il piacere, che la vita stessa e le ricchezze; quindi disprezzare questa roba e valutarla nulla paragonandola con l'utilità comune è proprio di un animo grande ed elevato. Sottrarre invece a un altro per il tornaconto proprio, è più contro natura che la morte, il dolore e altre cose del medesimo genere.

E più avanti (III, 25):" ex quo efficitur hominem naturae oboedientem homini nocere non posse  ", da ciò deriva che l'uomo il quale obbedisce alla natura non può nuocere all'uomo.

Marco Aurelio, imperatore (161-180 d. C.)  e filosofo, scrive (Ricordi , II, 1): noi siamo nati per darci aiuto reciproco ("pro;" sunergivan"), come i piedi, le mani, le palpebre, come le due file dei denti. Dunque l'agire  uno a danno dell'altro è cosa contro natura ("to; ou\n ajntipravssein ajllhvloi" para; fuvsin").

Marco Aurelio in effetti dice a se stesso: “ bada a non cesarizzarti: “ o{ra mh; ajpokaisarwqh'/" " ( A se stesso,  VI, 30)

 

 

Una splendida idea dell'humanitas  del circolo scipionico che è stata e sarà ripresa nei secoli dei secoli : in Devotions upon Emergent Occasion di  John Donne (1572-1631), per esempio,  leggiamo:" Nessun uomo è un'isola conclusa in sé; ogni uomo è una parte del Continente, una parte del tutto. Se il mare spazza via una zolla, l'Europa ne è diminuita, come ne fosse stato spazzato via un promontorio (…) la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io appartengo all'umanità, e quindi non mandare mai a chiedere per chi suona la campana ("for whom the bell tolls "[10] ); suona per te.

"La comprensione permette di considerare l'altro non solo come ego alter, un altro individuo soggetto, ma come alter ego, un altro me stesso con cui comunico, simpatizzo, sono in comunione. Il principio di comunicazione è dunque incluso nel principio d'identità e si manifesta nel principio di inclusione"[11].

Insomma: ama il prossimo tuo perché è te stesso.

 

Pesaro primo agosto 2026 ore 17, 58 giovanni ghiselli

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[1] Personaggio nel quale, secondo Luciano Canfora, gli spettatori potevano riconoscere l’abile e spregiudicato Teramene, soprannominato “coturno”, il calzare che si adatta ad entrambi i piedi, per la sua ambiguità politica. Filottete viene invece identificato con Alcibiade e Neottolemo con il più giovane stratego Trasillo.

[2] V. Propp, Edipo alla luce del folclore, p. 134.

[3] Il re matto (Re Lear, III, 7)

[4] fwnh'/ ga;r oJrw' , alla voce infatti vedo.

[5] Ascoltare voglio.

[6] J. Hillman, Variazioni su Edipo , p. 129.

[7] Avezzù-Guidorizzi, Op. cit., p. 317.

[8] =ejperevsqai: infinito aoristo di ejpeivromai, domando.

[9]Heautontimorumenos  ,77.

[10] E', notoriamente, il titolo di un romanzo di  Hemingway, 1940

[11] E. Morin, op. cit., p. 132.


Antonio e Cleopatra-Plutarco e Shakespeare, settima parte. Vezzi e vizi dei due amanti. Grandi sprechi e colossali abbuffate di cinghiali-


 

La giovane principessa  formae confisa suae confidando nella propria bellezza va da Giulio Cesare adit tristis sine ullis lacrimis , triste ma senza lacrime, acconciata di un finto dolore simulatum compta dolorem (Lucano, Pharsalia, X, 83) quā decuit (84 ) fin dove le stava bene, veluti laceros dispersa capillos, sparsi i capelli, come strappati.

Nell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare, la regina d’Egitto prima dice a Carmiana cut my lace, Charmian, com se stesse male, poi però la ferma (But let it be) dicendo : I  am quickly ill and well; So Antony loves ( I, 3, 71-73) io passo in fretta dallo stare male allo stare bene; così Antonio ama.  

 

La dissolutezza di Antonio viene messa in rilievo da Ottaviano mentre parla a Lepido. “ from Alexandria -this is the news: he fishes, drinks and wastes-the lamps of night in revel: is not more manlike-than Cleopatra, nor the queen of Ptolomy-more womanly than he I, 4, 3-7  queste sono le notizie da Alessandria: egli va a pescare, beve e consuma le lampade notturne in orge: non è più virile di Cleopatra  e la regina dei Tolomei non è più femminile di lui, you shall find there a man who is the abstract of all faults –that all men follow, troverete in lui un uomo che è il compendio di tutte le colpe che tutti gli uomini seguono (Antonio e Cleopatra, I, 4,  7-10))

 

Sentiamo anche Cicerone sulla dissolutezza di Antonio:" Sumpsisti virilem, quam statim muliebrem togam reddidisti, hai messo la toga virile che hai subito reso veste da femmina.

Primo vulgare scortum, certa flagitii merces, nec ea parva, in un primo tempo prostituta volgare, a tariffa fissa del disonore, e nemmeno bassa, sed cito Curio intervenit qui te a meretricio quaestu abduxit et, tamquam stolam dedisset, in matrimonio stabile et certo conlocavit" (Filippiche , II, 44), ma presto intervenne Curione che ti ha tolto dal traffico della prostituzione e, come se ti avesse dato la stola, ti ha sistemato in un matrimonio stabile e certo. La stola era la veste lunga delle matrone

 

Segolatezza di Antonio.

Ottaviano aggiunge che Antonio ha regalato un regno per uno scherzo, che siede a bere con una schiava, poi va to reel the streets- latino strata-sterno- at noon a barcollare sulle strade a mezzogiorno (cfr. latino  nona hora, circa le tre del pomeriggio) e fa a pugni con dei farabutti che puzzano di sudore (I, 4, 18-21). 

 

Cleopatra innamorata

o Charmian,-where think’st  thou he is now? Stands latino sto greco e[sthn-- he, or sits-latino sedeo greco e[zomai-  he? Or does he walk? Or is he on his horse? O happy horse to bear ( latino  ferre) the weight of Antony!  (I, 5, 18-21), O Carmiana, dove pensi che sia adesso? È in piedi o seduto? ? Oppure cammina o è sul suo cavallo? O beato cavallo che porti il peso di Antonio!

 Gli è grata anche perché è da lui amata pur non essendo giovanissima: si sente wrĭnkled  deep in time, solcata dalle rughe profonde del tempo. Insomma non è più la ragazza amante  di Giulio Cesare quando I was a morsel latino morsus, mordēre- for a monarch, un boccone degno di un monarca (I, 5, 29-31).

 

Di nuovo Antonio

Anche Sesto Pompeo parlando a Menecrate nota la dissolutezza di Antonio e si augura che duri:

prega che stregoneria e bellezza si uniscano (II, 1, 22) (join, cfr. latino  iungo e greco zeuvgnumi) ed entrambe si associno alla lussuria.

Tie up the libertĭne latino liber- in a field of feasts,

keep his brain -greco brecmov", sommità dal capo-fuming latino fumus greco qumov"- epicurean cooks latino coquus- sharpen with cloyless- sauce latino salsa- his –appetīte latino appetitus appĕtere- (II, 1, II, 1, 23-25) ), avvinci il libertino in un campo di banchetti festosi, mantienigli il cervello nel fumo: cuochi epicurei aguzzino il suo appetito con salse stimolanti.

That sleep and feeding may prorogue latino prorŏgo- rimando, faccio durare-his honour –even till a lethe’d dulness (II, 1, 26-27) tanto che il sonno e il cibo possano rimandare il suo onore in un oblio leteo.

 

.

 Sesto Pompeo aggiunge che non si aspettava l’ingresso in una piccola guerra di quell’amorous –surfeiter latino super facere-  ghiottone innamorato (II, 1, 33) e riconosce che la sua abilità militare vale due volte quella degli altri due-his soldiership is twice the other twain, tuttavia se riusciamo a staccare Antonio mai sazio di piacere-ne’er -lust greco lilaivomai, bramo, latino lascivus- wearied Antony   (35-37) dal grembo della vedova d’Egitto possiamo alzare la nostra stima di noi. Forse voleva cooptarlo.

Lo spreco del bene più prezioso: il tempo. Le abbuffate orrende.

 

Nella seconda scena del secondo atto dell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare i  triumviri si incontrano accompagnati dai loro amici.

 Mecenate popone che Antonio rimasto vedovo sposi Ottavia (II, 2). L’amico di Ottaviano ne elogia la sorella come la migliore delle donne e chiarisce che il suo è un pensiero studiato e meditato a dovere, non improvvisato ‘tis a studied, not a present thought, by duty ruminated- latino rumino (II, 2, 142-143).

Antonio e Ottaviano si stringono la mano accordandosi su quel matrimonio. Poi i triumviri escono.

Quindi  Enobarbo, l’amico di Antonio che in seguito lo tradirà, racconta a Mecenate  che loro in Egitto dormivano di giorno e della  notte facevano giorno bevendo and made the night light drinking (II, 2, 183)

Mecenate domanda se è vero che per colazione arrostivano otto cinghiali interi eight wild –boars roasted whole at a breakfast per 12 commensali.

Enobarbo risponde che questa era solo a fly by an eagle: we had much more monstrous matter of feast which worhly deserved noting     (II, 2, 184-187) una mosca di fronte a un’aquila: noi avemmo festini molto più mostruosi che meritavano davvero di essere notati.

 

Plutarco racconta che durante la guerra di Perugia (42-40) combattuta contro Ottaviano dal fratello di  Antonio e da sua moglie Fulvia, Cleopatra catturò Marco Antonio tanto che il triumviro si lasciò portare ad Alessandria dove si diede a divertimenti puerili e a scialacquare e dissipare nello spreco che Antifonte definì il più dispendioso: quello del tempo: “polutelevstaton wJ"   jAntifw`n ei\pen ajnavlwnma, to;n crovnon” (Plutarco, Antonio, 28, 1).

 

Cfr. Seneca: Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est (Ep. 1, 4)

Sentiamo Plutarco.

 

Antonio e Cleopatra avevano costituito un’associazione detta degli inimitabili, quelli dalla vita inimitabile-suvnodo"   jAmimhtobivwn legomevnh  (Plutarco,  Vita di Antonio, 28, 2) e ogni giorno si invitavano a pranzo a vicenda  facendo spese  incredibili e smisurate.

 

Il medico Filota di Anfissa raccontò a Lampria, il nonno di Plutarco, che aveva visto arrostire dai cuochi della reggia su`" ajgrivou" ojptwmevnou" ojktwv, otto cinghiali, e preparare numerose altre vivande. Allora aveva esclamato  che si meravigliava del gran numero degli invitati. Ma il cuoco si mise a ridere e disse che i commensali oiJ depnou`nte" non erano molti ajlla; peri; dwvdeka circa dodici ( Plutarco, Vita di Antonio, 28, 4-6)

 

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