venerdì 29 maggio 2026

Ifigenia CXCVI Il temporeggiare voluto dal fato e da me stesso.


 

La mattina seguente andai a scuola pieno di sonno e di angoscia.

Con gli allievi i cui volti mi rinfrancarono un poco, recitai la

 lezione conclusiva.

 Doveva essere fatta bene poiché suscitò l'interesse dei

ragazzini che presero appunti nonostante la scuola fosse

finita; anzi, io non lo sapevo, ma questa fu l'ultima lezione tenuta al

Minghetti dopo cinque anni: due di liceo con grande impegno e soddisfazione nel lavoro e tre di ginnasio con piaceri e dispiaceri forti.

Alle undici, durante l'intervallo, una ragazzina mi

domandò:"Professore, vorrei sapere se lei è felice".

"Tu che cosa pensi?" risposi con un'altra domanda, meravigliato,

ma non troppo, dalla sua.

"Io credo di no", fece l'adolescente con leggero imbarazzo.

"E' vero-ammisi-, in questo periodo non lo sono. Vivo  come molti altri,

credo, in situazioni oscure e contorte, mentre ci sarebbe bisogno di

chiarezza, bellezza e dirittura morale, kalokajgaqiva insomma. Comunque mi rifarò, poiché mi piace la vita, e io stesso non mi dispiaccio del tutto".

Alle due telefonò Ifigenia. Disse:"Ciao Gianni, mi sei

mancato, mi manchi. Quando vieni? Vieni presto! Ti aspetto".

Sembrava uno dei nostri messaggi stereotipati, e nello stesso tempo carichi

di nervosismo e insicurezza.

Non potevo andare presto a Riccione: dovevo preparare le valutazioni degli scolari da consegnare in segreteria lunedì.

 Inoltre volevo andare al campo sportivo per mettere alla prova le mie forze

fisiche che erano indebolite: non riuscivo a correre i 5000

metri in meno di venti minuti. Così, per essere sicuro di avere il

tempo necessario a compiere le  cose da fare, e anche per dare a

lei l'occasione di effettuare le sue con agio, e senza di me, ma

soprattutto perché era predestinato ab aeterno che la nostra storia

d'amore finisse in quel modo e quella notte, risposi:"Arrivo verso


le undici: oggi devo lavorare fino alle nove, se voglio tenermi

liberi il sabato e la domenica per andare a Pesaro con te".

Ifigenia provò a protestare:"Così tardi? Vieni prima, amore: ti

ho detto che mi manchi e che ti amo tanto".

"Anche tu mi manchi tanto, ma oggi pomeriggio ho da fare. Così

avremo tutto il tempo per i nostri impegni. Tu potrai seguire

spettacoli e conferenze. Anzi, guarda, per non spezzarti la serata, arriverò dopo cena, poco prima di mezza notte".

Sapevo bene che in questo modo le davo l’ occasione di fare

quello che avrebbe fatto; sapevo che più rimaneva sola, più era

esposta al rischio di andare a letto con uno dei personaggi del

Grande Hotel i quali le avrebbero chiesto il piacere di introdursi del suo

corpo giovane e bello in cambio di una promessa di introduzione

nel mondo dello spettacolo. E sapevo che c'era l'attore famoso,

incline a fare tali proposte di scambio alle belle ragazze avide di

notorietà; infine sapevo che lui per lei era una specie di mito fin

dall'infanzia. Tutto questo mi era chiaro allora come adesso, e

l'avevo messo in conto quando le dissi che sarei arrivato tanto

tardi a Riccione. Volevo correre il rischio, e anche farglielo

correre. “Quoque pronior esset in vitia sua” 1.

 Del resto la ragazza, se valeva qualche cosa, se voleva entrare in

quel mondo con dignità e decoro, a letto con il primo famoso che

glielo chiedeva senza conoscerla, non doveva andarci, per lo meno non subito; altrimenti sarebbe diventata roba da gettare via una volta usata. Da parte mia non è stata una svista il compimento del nostro destino.

Io l'ho voluto. Amor fati è la mia intima natura, non solo quella di

Nietzsche 2.

 E' stata una scelta, una provocazione intelligente arrivare tardi. Era

ora che Ifigenia dopo tanto sesso, commedie, bacini, dopo

tanti "mi manchi" e "ti amo", mi desse qualche cosa di autentico,

di morale, di veramente suo: impegno, sacrificio, fedeltà, non solo a parole, bensì con i fatti quando aveva occasione di rompere la fede con chi la  attirava, la lusingava, la emozionava. Ma in realtà mi aveva già dato tutto quanto poteva, e altro, poveretta, non aveva da offrirmi.

Quel pomeriggio remoto presi una decisione che adesso, dopo

tanti anni, prenderei un'altra volta. Non ne sono pentito:

eJkw;n eJkw;n h}marton, oujk ajrnhvsomai 3.

 

La catastrofe che dieci ore più tardi segnerà la fine del nostro

rapporto, mi ha inflitto  dolore, però nello

stesso tempo mi ha messo alla prova, mi ha allenato, ha suscitato e

corroborato tutte le mie capacità di resistenza e reazione alle

peggiori avversità, mi ha dato l'opportunità di conoscere meglio

me stesso, e la spinta definitiva a scrivere questo romanzo con il

sacrificio di una grande porzione di questa vita mortale. Ben più di quindici anni4.

  Se è vero che le difficoltà temprano la virtù, come la fatica i muscoli, quella che sto per raccontare , è una montagna scosceva, impervia anche nel passo almeno  quanto lo Stelvio, il Pordoi, il Parnaso nevoso di Sofocle 5  l'Ossa,

l'Olimpo e il Pelio dalle foglie agitate di Omero 6  più la bruna

montagna del Purgatorio dantesco messe una sull'altra.

E con il vento contrario, ma forte. Più i 5000 metri a piedi, ripetuti dieci

volte di seguito, sotto la grandine.

Al fine di superare il senso di frustrazione provato quella notte

famosa, ho dovuto decidere di chiudermi in casa per anni, per

decine di stagioni che ci portano tanto, quindi portano via tutto, e leggere, studiare,  scrivere: impiegare ogni energia, la mia cultura, i ricordi, i sentimenti al servizio del riscatto, della rivalsa costituita da un grande romanzo che di fatto ha già  interessato, centinaia di migliaia di persone e arriverà  a diversi milioni di donne e uomini: non meno numerosi degli spettatori dell'attore gradasso quello di “un’ora sola ti vorrei”.  

Ma questo intento non sarebbe bastato da solo a farmi scegliere lustri di sacrifici, di rinunce ai piaceri e alle distrazioni della vita esterna. Ci voleva un altro scopo più alto, più generoso: l'educazione di quanti mi avrebbero letto. Questo l'ho trovato scrivendo. Adesso che l'attore e Ifigenia sono defunti, io sono grato a entrambi per quella notte. Talora li ricordo nelle

preghiere: “lucem aeternam dona eis Domine”.

Dopo la corsa svigorita, tornai a casa depresso, mi lavai, e, mentre

mi asciugavo, accesi il televisore. Sentii che un bambino era

caduto in un pozzo profondo da diverse ore, ma era vivo, anzi

parlava e stava bene. I pompieri lo avrebbero tirato fuori presto.

La notizia mi fece una brutta impressione, eppure non dubitai che

l'avrebbero salvato come assicurava il giornalista. Sembrava cosa

già quasi fatta. Studiai: rilessi le Olintiache. Volli ripassare

 Demostene che esorta gli Ateniesi a ritrovare lo

spirito di sacrificio smarrito. Alle dieci partii per andare da lei:

dovevo incontrarla due ore più tardi sulla terrazza del cupo

giardino ghiaioso del Grande Hotel di Riccione.

 

Note

1

Cfr. Livio, Storie, 22, 3. anche perché assecondasse di più i propri difetti. Annibale

provoca il console Flaminio, ferox a consulatu priore, già spavaldo dal suo

precedente consolato.

2

F. Nietzsche: “Amor fati, das ist meine innerste Natur”, Ecce homo.

3

Di mia volontà, di mia volontà ho trasgredito, non lo negherò. E' il verso 265  del Prometeo incatenato di Eschilo.

 

4

Cfr. Tacito, Agricola, 3:"per quindecim annos, grande mortalis aevi spatium",

per quindici anni, grande porzione di una vita mortale.

5

Cfr. Edipo re, v. 475.

6

Cfr. Odissea, XI, 315-316.

 

Bologna  29 maggio 2026 ore 11, 39 giovanni ghiselli

 

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KAOS


Sto leggendo un libro uscito da poco: KAOS di Massimo Cacciari e Roberto Esposito (il Mulino, 2026).

Un volume di 126 pagine molto dense che mi offrono l’occasione di rivedere diverse parti dei miei studi di antichista e di elaborare nuovi pensieri sulla storia politica dell’Europa del tempo passato e pure di questo presente.

Oggi voglio presentare la prima pagina della premessa dei due autori (9-11)  che parte dal mito narrato da Esiodo e arriva al presente con una sintesi  che dice, significa e spiega molto.

Questa premessa  dunque prende inizio dal poema cosmogonico Teogonia  (seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo)

Prima di tutto dunque c’era il Cao~ (v. 116). Poi la Terra e il Tartaro tenebroso, quindi   [Ero~ lusimelhv~ che scioglie le membra (120) e soggioga la mente con la saggia deliberazione di uomini e dei. Si trovano subito forze contrastanti. Dal Caos nacquero Erebo e Notte, dalla Notte Etere e Giorno.

“Gli opposti sorgono dal suo abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso”.

 Cavskw significa “sto a bocca aperta”. C’è il verso di un urlo afono.

E’ la fase dell’orrore e della sapienza silenica che i Greci superarono con la bellezza dell’epos omerico.

Ieri sera in San Petronio Cacciari ha parlato di paideiva, educazione del pai`~ , il fanciullo nella scuola dove il buon maestro deve invogliare lo scolaro ad accogliere nell’anima e nel carattere la kalokajgaqiva la bellezza e la bontà che i greci intendentissimi del bello consideravano unite.

 

“Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze, l’avvoltoio del grande amico degli uomini Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma la filosofia del dio silvestre  con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i malinconici Etruschi –fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dèi olimpici. 

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento titanico del terrore  fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo della bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli"[1].

 

Nel canto dei morti dell’Odissea lo spettro di Achille evocato da Odisseo ribalta la sapienza silenica affermando che essere ancora vivo sarebbe il più grande dei suoi desideri.

 Il Pelide nella Nevkuia dice al figlio di Laerte " non consolarmi della morte, splendido Odisseo./Io preferirei essendo un uomo che vive sulla terra servire un altro,/presso un indigente, che non avesse molti mezzi per vivere,/piuttosto che regnare su tutti i morti consunti"(Odissea , XI, 488-491).

 

Il Caos domato  dall’arte tuttavia ritorna periodicamente.

“Il Vuoto –Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi. E’ sotto la striscia di terra che ce ne separa, essa può fare craque in ogni istante. Avvertiamo un vuoto capace di inghiottirci? Questo è il vero pericolo; ma la confusione e il disordine che possono marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi princìpi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili (…) Chaos è Principio morfogenetico” (p. 9)

 

Continua. Quando avrò concluso di riferire la premessa con un poco di commento la manderò a Massimo Cacciari chiedendo un suo intervento.

 

Bologna 29 maggio 2026 ore 10, 47 giovanni ghiselli

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[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, capitolo 3.