lunedì 11 maggio 2026

Ifigenia CXLI. Il dialogo tragico davanti al fuoco. Seconda parte con la conclusione.


 

 

Gianni. Sei intelligente tu. Hai un'anima. Quando ti sento parlare

così, mi assale la brama del tuo letto , anzi quasi quella delle nozze16

 con te, e mi rimorde molto avere sciupato l'amore, la stima che tu

avevi per me. In quanto hai detto c'è della verità. Però bisogna

aggiungere che, nonostante le emozioni malate e passeggere per

gli altri due, noi siamo rimasti insieme, e non abbiamo perduto

tempo, anzi, abbiamo fatto diverse cose importanti, e ne stiamo

facendo ancora. Non mi riferisco soltanto ai nostri concubiti,

comunque sempre belli, numerosi e sacrosanti. Io ho scritto un

dramma, breve se vuoi, magari di interesse ristretto al popolo non

numeroso dei licei classici, o, se preferisci, alla gente grama del

ginnasio dove lavoro, ed è fallito pure là dentro. Ma questo non vuol

dire che sia brutto e non significativo dei tempi; forse

ho avuto fretta a concluderlo  in anticipo e per giunta sfasato rispetto ai

gusti ora in voga, come hai detto tu stessa. Ma presto riprenderò a

scrivere: intanto a commentare l'Edipo re con il mio metodo

comparativo e con una prospettiva europea, un lavoro al quale tu

mi hai incoraggiato e hai contribuito non poco, quindi porrò mano

a un'opera grandiosa un epos dove entreranno oltre le esperienze mie, gli

studi, le  gioie, i  dolori, tutto con valenza simbolica e universale, anche la politica, la storia e perché no, il cielo, il mare e la terra.17

  Dovrò  questo a te e al nostro rapporto variopinto per la varietà

infinita dei suoi aspetti. Perciò vorrei che non finisse presto,

anzi che non finisse mai.

 

Ifigenia. Ho capito. Tu scrivi. E io quali capacità

posso acquistare, o accrescere, se la nostra storia continua?

 

Gianni. Tu ora stai preparando un esame non facile. Da me,

quanto meno, ricevi un metodo, un  ritmo e una disciplina di studio.

Quanto più impàri, tanto più  si allarga la tua umanità, la tua stessa vita,  e mi

restituisci moltiplicato tutto quanto ricevi. Quei due non ci hanno offerto il loro amore, è vero, però nemmeno abbiamo proposto il nostro. Io

almeno non l'ho fatto.

 

ifigenia. Nemmeno io. Anche in quello che dici tu c'è del vero.

E tu pure, sicuramente hai un'anima non ordinaria.

Prima citavi l'Ifigenia in Aulide se non ricordo male:

"ma'llon de; levktrwn sw'n povqo" m j ejsevrcetai-

ej" th;n fuvsin blevyanta: gennaiva ga;r ei\ 18

 w\ lh'm j a[riston"19. 

Vedi che bravo maestro sei stato? "

Anche io probabilmente ti amo. Però l'anno prossimo, anzi, subito dopo

l’ esame da attrice, andrò a cercare lavoro, a vivere, in una grande città

dove nascono le idee, dove si crea cultura, dove si dà e si prende,

si fa e si disfa il potere. E voglio andarci senza te. Per imparare a cavarmela da sola, o forse piuttosto per avere l'opportunità di incontrare un altro maestro geniale, uno che mi aiuti a crescere nel campo attoriale. Tu mi hai dato una spinta a pensare a studiare; mi hai donato la vita tua e  hai chiarito la mia a me stessa: te ne sono grata, te ne sarò grata sempre; ma presto avrò bisogno di imparare delle cose che tu  non puoi insegnarmi. Io sento la

necessità di recitare, come tu provi quella di scrivere. Perciò è

meglio se ci lasciamo presto, o anche subito".

 

Le stavo seduto di fronte e avevo il fuoco sul fianco destro,

piuttosto vicino: sudavo, mi bruciavano gli occhi, mi tremavano le

mani al pensiero della fine anticipata e non catastrofica del nostro

rapporto. Per fortuna non era destino. Ma allora non lo sapevo:

dovevo mettercela tutta per arrivare con lei fino al momento in cui

avrei sentito la necessità e il dovere di cominciare a scrivere. Non mancava molto tempo del resto.

A un tratto un pezzo di fuliggine o qualcosa del genere mi entrò

nell'occhio destro: il più miope, il più debole, e già aspreggiato sia

dal fumo, sia dalla lente a contatto che portavo da quindici ore.

Cominciai a lacrimare.

"Scusa – dissi – mi è entrato un pezzo di non so che roba in un

occhio".

Ifigenia  mi accarezzò. La  cameriera gigantessa  ci osservava dal

banco con i suoi piccoli occhi, affondati nella carne copiosa, e

protetti dalle scintille. Dovevo fare pietà anche a lei.

 Ifigenia disse:"Che tragedia!".

"Perché tragedia? – domandai – Se non vuoi più stare con me,

puoi lasciarmi anche in questo momento".

"Non è così semplice. Nonostante tutto, io credo di

amarti; o, quanto meno, mi sento ancora legata a te".

Il pezzo di roba uscì dall'occhio straziato che provò sollievo;

asciugai la guancia lacrimosa e, recuperato un poco di coraggio,

dissi:" Io sono sicuro di amarti poiché ho plasmato il tuo spirito e

mi sono lasciato potenziare, raddrizzare, nel mio, debole e

sghembo, dalla tua forza di ragazza esemplarmente bella.

I tarli, è vero, ancora purtroppo ci sono, ma quale logica ci sarebbe

nel lasciarci, prima che i sentimenti positivi siano esauriti e sia

compiuta l'opera di educazione reciproca? Pensa a quante cose

buone possiamo mettere insieme noi due. Aspettiamo di non avere

altro da costruire in comune, arriviamo almeno a superare il tuo

esame per il quale sto studiando anche io, tanto che finora non ho

trovato il momento opportuno per cominciare la mia, la nostra

creazione secondo lo spirito. Non potrò più sopportare me stesso

se non riuscirò a dimostrarti di sapere scrivere un capolavoro

ispirato da te e degno di me. Avrò milioni di lettori. Educherò popoli interi.

Dammi questa possibilità di

redenzione e riscatto: vedrai che gli errori miei e tuoi, le nostre

pene, delusioni e sconfitte, troveranno una giustificazione estetica,

nella bellezza voglio dire, e noi ci innamoreremo di nuovo l'una

dell'altro, come quando tu eri ingenua, credevi in una vita felice

con me, e ci credevo quasi anche io.  Quando mi venisti incontro  e mi chiedesti aiuto pensai che la mia bambina morta prima di nascere fosse rinata in te e il mio primo pensiero fu di prendermi cura di te.

Poi è successo qualcosa: un salto retrogrado nell'abisso degli antichi terrori, e del nostro  passato più travaglioso.

Ora finalmente ne parliamo: ne stiamo prendendo coscienza. Perché dobbiamo lasciarci, mentre la vicendevole educazione non è compiuta, e la mia opera non è nemmeno avviata?"

Tirai il fiato. Ce l'avevo messa tutta, non potevo aggiungere altro.

La guardai attentamente cercando di piacerle, di essere espressivo

e non stralunato, non malato nonostante soffrissi ancora lo strazio della cornea colpita dalle faville ardenti.

La studiavo: era bella, cupamente bella; il suo volto veniva acceso

e brunito dai guizzi del fuoco.

"Se perdo una donna di questo formato-pensai-dove ne trovo un'altra che

mi motivi a scrivere e a diventare quello che sono".

 

Finalmente disse la sua sentenza: "Va bene. Possiamo restare

insieme. Non so quanto. Io adesso devo pensare all’ esame. Dopo

si vedrà. Lasciamo fare al destino".

"Manco male", pensai, un'espressione quasi apotropaica, raccolta

dai colleghi veneti buoni bicchieri e simpaticamente fedeli alla loro diavlekto~ natia. Non la koinhv letteraria che da noi è la lingua toscana ma un dialetto comunque comprensibile, bonario e simpatico. Un dialetto dall’accento femminile, come è la parola greca hJ  dialekto~, “la dialetta”.

Glielo dissi per sdrammatizzare.

Poi confermai le sue parole:"Certo che seguiremo le orme del nostro destino onnipotente e già tracciato.

Non credo che ci fece solo all’affanno.

 Seguiteremo ad amare il fato, con la coscienza di essere cari agli dei, favoriti da loro e dai nostri caratteri, mai discordi con il suo volere . Adesso andiamo a dormire, ché è tardi. Anche questo ritorno è destinato ab aeterno, come perfino il cinguettare di un passero".

Ci alzammo, pagai il conto alla signorina assai grossa e tornammo alla

Campagnola. Non mi sembrò il caso di fare alcun'altra proposta.

Sicché ognuno andò direttamente in camera sua.

Quando mi trovai solo nel letto, dovetti fare i conti con sensi di

colpa e di inferiorità che, tutti sommati, davano angoscia. Cercavo

di trasformare i sentimenti in ragionamenti.

Pensavo:"E' vero che solo attraversando il dolore si può andare

oltre il dolore, è pur vero che sono passato per Esmeralda e altre siffatte comari utili a raggiungere scopi meschini  e poco sugnificative , prima di

arrivare a Ifigenia,  necessaria al mio scrivere,  quanto Helena lo fu al  sentirmi abilitato e idoneo all’ amore delle donne belle e fini,

quanto Kaisa lo fu allo studiare, Päivi al mio pensare implacabile eppure necessario alla sopravvivenza; però in questo modo con le persone ho

rapporti di uso. I miei progressi, se pure ci sono,

costano sofferenze oltre le gioie poiché non posso vivere me stesso e il

prossimo mio, soprattutto le amanti, senza fare calcoli.

Questa è stata una creatura mia, l'ho fatta crescere io: è mia figlia più che se l'avessi messa al mondo: devo provare a considerarla un fine, non un

mezzo. Sì, ma se è lei che non vuole essere uno scopo per me? E

poi per quale ragione non deve volermi? Perché non le piaccio? O

non le convengo? Oppure non si fida di me? Dice che l'ho

ingannata e delusa con la storia di Lucia. Ma lei stessa prima mi

aveva mentito! Quanto devo penare ancora per la restaurazione del

bene prezioso che ho adulterato? Quali altre sofferenze dobbiamo

infliggerci per riparare i danni della mutua ingiustizia?".

 Chiesi aiuto al buon Dio che mi udì e mi esaudì facendomi addormentare.

Ora so che tutto era molto più semplice: Ifigenia mi lasciava perché non le convenivo né le piacevo più- ejpei; oujkevti h{ndanon kovrh/ 20

 

Avvertenza il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

 

Note

16

Cfr. Euripide, Ifigenia in Aulide, 1410.

17

Cfr. Dante, Paradiso, XXV,1-3

18

Euripide, Ifigenia in Aulide, 1410-1411. Maggiormente il desiderio delle tue

nozze mi penetra/mirando alla tua natura: infatti sei nobile.

19

Euripide, Ifigenia in Aulide, 1421. O anima nobile.

 

20 Cfr. Odissea, V, 153.

 


Ifigenia CXL. Il dialogo dello scorticamento davanti al fuoco. Prima parte


 

Cerco di ricostruire il dialogo ricordando, se posso, le parole precise che dicemmo, e, dove la memoria non basta, ricostruendo quanto ciascuno avrebbe potuto dire in modo confacente 15 al proprio carattere e  alla situazione disgraziata nella quale ci eravamo dolorosamente cacciati.

 

Gianni. In questi lunghi giorni di solitudine ti ho pensata a lungo,

ma non sempre bene.

 

Ifigenia. Lo so. L'ho capito dalla tua telefonata. Mi ha tolto

l'equilibrio. Io, dopo Ludwig, avevo trovato un ottimo accordo con

la tua immagine: con il tuo aspetto, il tuo pensiero, con tutta la tua

persona. Fino al pomeriggio di ieri l'altro, ti amavo di nuovo. Ma

poi, con quella uscita da pazzo, hai fatto impazzire anche me.

 

Gianni. Spiegati meglio; che cosa vuoi dire?

 

ifigenia. Adesso la mia anima non è più completamente

occupata da te. Io sento degli strattoni che mi

fanno vacillare. Ho interessi nuovi, molto forti, e non so

conciliarli con l'amore per te. L'ho sentito dopo la telefonata. Con

la tua possessività esigente, ansiosa, mi hai fatto paura. Se vuoi, te

ne posso dare un'immagine attraverso una metafora semplice ed

evidente.

 

Gianni. Te ne prego.

 

Ifigenia . Nella mia testa c'è un tarlo che rode, scava, e tende a

distruggere il nostro amore.

 

Gianni. Puoi dargli un nome?

 

 

 

Ifigenia  Sì. E' il tarlo del maestro.

 

Gianni. Vuoi dire che sei ancora innamorata, o ti sei innamorata di

nuovo, del maestro di danza?

 

Ifigenia . No, non di lui. E' un fatto più generale. Gennaro però

mi ha dato coscienza del problema. Capisci?

E tu, per quale ragione non pensi bene, o non soltanto bene di me?

Il tuo assillo qual è?

 

Esitai un momento prima di darle la cruda risposta. La osservavo:

il fuoco le illuminava la parte sinistra del volto con un bagliore cupo.

 

Gianni. Io sento il bisogno di amare una vergine. Temo che una

donna non possa amarmi se non sono stato il suo primo uomo.

Non è vero che se fossi stato io a iniziarti all’amore, tu mi ameresti ancora?

 

Ifigenia. Non credo. Però certamente tra noi ci sarebbe  una

cosa importante in più.

 

Gianni. Ma tu, francamente, adesso hai voglia di fare l'amore con

il maestro di danza?

 

Ifigenia. No, ti ho detto di no; tuttavia quell'emozione mi ha

fatto capire che sento il problema dell'amore del maestro in

generale. E' una cosa seria per me. Anche tu d'altra parte,

provando un sentimento forte per una ragazza non splendidissima, non

tanto intelligente, nient'affatto schietta, pur mentre stavi con me,

ed io ero innamorata di te, devi avere capito che vuoi una donna

vergine e di buona famiglia come orrendamente si dice. Non è così?

 

Gianni. Può essere. Ma adesso non ho in mente nessuna ragazza in

particolare. Tranne te voglio dire.

 

Ifigenia. Sì, perché insegni in quarta ginnasio e le tue alunne

sono ancora troppo piccole perfino per i tuoi gusti. Aspetta che arrivino altre supplenti giovani, carine, magari rampolle di famiglie benestanti e vedrai!

 

 

Gianni.  Mi valuti ancora meno di quello che sono. Del resto non credo che mi innamorerò tanto presto.

E tu a quale

maestro tendi ora, a Gimondi? E' lui il problema per te?

 

Ifigenia. No. Ma solo perché non mi piace fisicamente. Te l'ho

già detto. E' grasso assai. Però, se non avesse la pancia, potrebbe essere

un assillo anche lui. Capisci che cosa vuol dire? Il primo regista

bravo e di aspetto passabile, mi attirerà; probabilmente me ne

innamorerò. Forse adesso io devo stare sola. Tu ieri, con la tua

scena  da matto, mi hai terrorizzata. Il nostro amore a questo punto è

inquinato. Io ho perso fiducia in te. Credo che se tu avessi potuto

fare l'amore con quella supplentina bene educata, cioè lusinghiera, smancerosa e nello stesso tempo riottosetta, mi avresti lasciata. Solo che lei, pur girandoti intorno, non è stata abbastanza oblativa

con te. Ti prendeva in giro appunto, ti canzonava.

Durante la gita scolastica a Roma, ti ho visto corteggiarla in modo così sfacciato  che se ti avesse corrisposto anche solo a metà, vi sareste abbracciati davanti a me.

 Io quando ero innamorata di te, ti sarei saltata in braccio

Davanti a tutti, se tu mi avessi vezzeggiata in quella maniera.

Ma Lucia non si è mossa. Per questo, solo per questo, tu sei

rimasto con me.

 

Gianni. Non è vero. Alla fine dell'anno scolastico, rispondendo a

un bigliettino ambiguo che mi aveva infilato in tasca, le scrissi che

la storia di Odisseo e Nausica, ovvero la mia e la sua secondo lei,

non era una storia d'amore. Oppure era un amore fallito. E in gita

scolastica, in treno, di fronte a quella ragazza , io

misi un braccio sulla tua spalla per dire a entrambe che la mia

donna comunque eri tu.

 

Ifigenia. Sì, questi particolari sono veri. Però rimane il fatto

d'insieme, e determinante, che Lucia non ti ha mai dato l'occasione

di cambiare donna: insomma  di prendere lei al posto mio.

Sennò nei momenti più acuti della tua emozione malata, l'avresti fatto. Ne sono sicura.

 

Gianni. Io no, non ne sono punto sicuro. Come potrei? E tu, l'occasione del maestro di danza, l'avresti presa se te l'avesse data?

 

Ifigenia. Non lo so. So solo che non me l'ha data.


 

 

Gianni. Non hai detto che una volta ti ha offerto un passaggio in

macchina e  l'hai rifiutato?

 

Ifigenia. E' vero. Però era soltanto un passaggio appunto, e se

l'accettavo magari potevo finire a letto con lui, e tale opportunità

non è bastata a staccarmi da te, d'accordo; ma se Gennaro avesse avuto maggior potere e mi avesse detto che era innamorato, che voleva stare con me, istruirmi, inserirmi nell'ambiente del teatro, francamente non so se

avrei rifiutato. Anche tu, Gianni, non credo che avresti respinto

Lucia se si fosse offerta di amarti, di stimolarti a studiare, magari

anche di tenerti la casa in ordine o di rendersi utile in altro modo, quando ne eri infatuato. Una sua parente era una donna importante per giunta.

 

Gianni

 “Tu mi consideri molto peggiore di quello che sono. Sua zia  casomai era importante per me solo in quanto era una donna bella. Ti prego di non usare sempre e soltanto il metro dei valori tuoi che non si addice alla misurazione e valutazione dei miei”.

 

Ifigenia.

 Fato sta che ti tremava la voce quella sera nel treno tornando da Roma. Non hai idea di quanto mi hai fatto soffrire. Noi siamo rimasti legati perché quei due non hanno contraccambiato le nostre emozioni e non hanno corrisposto alle nostre intenzioni. Non dico solo per questo, ma anche per questo. Sai che cosa vuol dire? Che mentre stiamo insieme noi due cerchiamo l'amore in altre persone, ciascuno in una che gli assomigli più di quanto io sono simile a te e tu a me, e che sia più funzionale  ai nostri scopi di carriera e di successo. Hai provato attrazione per quella, proprio perché

la trovavi più somigliante a te e alla tua razza. Tanto nell'aspetto

quanto nel carattere. Venivi a domandarmi: "Ma Lucia è calvinista?", in quanto studiava molto, e si sentiva in peccato mortale quando una lezione non le riusciva bene: proprio come fai tu.

Poi dicevi che ti ricordava tua sorella. Ebbene io avevo notato che

somigliava anche a te, e alla più carina delle tue zie in quelle foto di

sessant' anni fa: sì alla Rina ventenne. Così attirava il tuo narcisismo, la

tendenza all'incesto, e chissà quante altre perversioni tue. Del resto io pure, nel maestro di danza devo avere trovato qualche cosa di simpatico, di congeniale  a me stessa.

 

Nota

15

Cfr. Tucidide, Storie,  I, 22.


 

Bologna 11 maggio 2026 ore 10, 36 giovanni ghiselli

p. s.

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