lunedì 7 settembre 2026

Euripide Ione ventitreesima parte (versi 1312-1356). La rivelazione della profetessa.


Ione critica le leggi non belle e non ricavate da un giudizio saggio: come questa di tutelare gli ingiusti seduti su gli altari da dove dovrebbero venire cacciati: non è bello toccare gli dèi con mano malvagia-oujde; ga;r yauvein kalo;n- qew`n ponera`/ ceiriv- 1315- 1316.

 

Cfr. Lucrezio nel V libro del De rerum natura.

 Che cosa è la pietas

Devozione non è mostrarsi spesso con il capo velato

 Nec pietas ullast velatum saepe videri né nel rivolgersi a una pietra vertier ad lapidem (1199), visitare tutti i templi, gettarsi a terra, cospargere le are di molto sangue di animali, nec votis nectere vota, intrecciare le offerte votive sed mage pacata posse omnia mente tueri (1203), ma piuttosto osservare tutto con mente serena.

 Spesso quella che viene indicata come pietas è spietatezza: quella di Enea con Didone per esempio o il fatto che debba continuare l’attuale guerra in Ucraina con più armi e più morti Ucraini e Russi. Una guerra dove sono già sconfitti tutti tranne i produttori e i mercanti di ordigni letali.

 

Ione procede affermando che solo chi è buono e ha subito un torto dovrebbe avere il diritto di sedersi sull’altare. Euripide attribuisce questa critica a un servitore e pure figlio del dio di Delfi dandole maggiore efficacia.

 

Interviene la profetessa delfica , la Pizia, prescelta tra tutte le donne di Delfi- pasw`n Delfivdwn ejxaivreto~ (1323).

 

Segue un’altra sticomitia

Ione  saluta la sacerdotessa chiamandola fivlh mhvter cara madre, ouj tekou`sa per (1324) sebbene non lo abbia parorito- Un’altra ragazza madre.

 Non è vero dunque che c’è una sola madre. Questo ragazzo ne ha già due, quella vera sconosciuta e questa non vera, tuttavia riconosciuta come madre.

La profetessa gradisce tale attribuzione. La Pizia ha saputo del tentato omicidio, comunque rimprovera Ione di sbagliare con l’essere tanto  “crudo”, crudele, spietato kai; su; d  j wjmo;~ w]n ajmsrtavnei~ (1327)

Ione domanda se non sia suo dovere tou;~ kteivnonta~ ajntapolluvnai (1328) ammazzare a sua volta chi ha cercato di ammazzarlo.

La profetessa ripete il luoogo comune che le mogli da sempre sono ostili ai figliastri- progonoi`s davmarte~ dusmenei`~ ajeiv povte 1329.

Ione ribatte di avere quindi ragione di detestare la matrigna che gli ha inflitto sofferenza.

 

Occhio per occhio, e ressteremo tutti ciechi ebbe a dire Gandhi”.  

 

La buona profetessa cerca di ammansire il figlio adottivo e lo esorta a recarsi ad Atene: vai ad Atene puro- kaqarov~ accompagnato da buoni auspici (ricavati dagli uccelli)- ujp j oijwnw`n kalw`n (1333).

Ione però insiste affermando che è puro chi uccide i suoi nemici.

E’ un dogma precipuamente  spartano. Ione è stato educato dai sacerdoti delfici che spartaneggiavano.

La Pizia, da donna compassionevole, svela al ragazzo quanto non sa della sua nascita: “nu`n de; deivknumen 1341 ora rivelo. Una forma di apocalisse delfica. Il dio dubque ha voluto tenere il bambino poi il ragazzo nel santuario ma ora gli ha rivelato il padre e lo congeda.

La Pizia non dice a Ione che il padre suo è Apollo.

Invece gli mostra il canestro dove l’ha trovato neonato con le fasce spavrgan j (1351) che lo avvolgevano.

 Ione le prende quali possibili indizi per la ricerca della madre mhtro;~ zhthvmata (1352)  e ne è felice. La profetessa lo incoraggia a impegnarsi nella ricerca e il ragazzo la assicura che lo farà per tutta l’Asia e i limiti estremi dell’Europa (1356) . Fine della sticomitia

 

Pesaro 7 settembre 2026 ore 11, 03 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CXXXVII Arrivano altri giorni tribolati. Sulla spiaggia di Pesaro aduggiata dall’ombra.


 

Il 24 agosto andai a Pesaro dalla mamma e dalle zie. Ifigenia mi raggiunse verso la fine del mese e si fermò una settimana. Troppo tempo per le donne di casa mia  sdegnate  dal disordine della ragazza infingarda: nemmeno il proprio letto rifaceva quando andava sulla spiaggia. Anche io, nonostante il digiuno sessuale del mese di Debrecen, dopo un paio di giorni ero sazio di lei e ne avevo abbastanza. Avevamo ben poco da dirci.

Avrei preferito studiare, correre a piedi e in bicicletta da solo in quelle ultime giornate estive vicine oramai all’equinozio umido e già dimezzato di luce rispetto ai giorni di giugno, i più belli dell’anno, se non piove.

Aspettavo che Ifigenia partisse lasciandomi a osservare l’estate morente impallidire nell’aria e sulla pelle di noi esseri umani destinati alla morte. Invece quella mi stava appiccicata, appoggiando il suo peso inerte e gravoso sulle mie spalle, non erculee, anzi poco robuste siccome ho sempre esercitato piuttosto la lena delle gambe, del fiato e della mente che il resto.

 

Dacché mi  sono rotto il femore l’unica grande lena che mi resta è quella del cervello. Cerco comunque di ricostituire con pedalate su per salite  erte i muscoli  deperiti e alquanto afflosciati con i mesi di fermo da infermo  dal luglio del 2025 al marzo di questo 2026.

 

Oltretutto quel  giorno funesto Ifigenia rivelò la sua facies furente.

Eravamo al mare a metà di un pomeriggio noioso come al solito e per giunta ventoso. “Mio dio- pensavo- che cosa ho fatto di male?”.

La spiaggia era semideserta e mortificata dalle ombre che scendevano inesorabili dagli alberghi sovrastanti e,  allungandosi sempre più verso l’acqua del mare, incupivano tutto, compreso il mio umore. Gli ombrelloni, diradati assai, e chiusi, sembravano i pochi capelli rimasti sulla testa intronata di un vecchiaccio mal vissuto: stremato e abbattuto dagli insuccessi.

Mi venne in mente un verso di Eliot: “A dull head among windy spaces[1], una testa intronata tra spazi ventosi.   

A un tratto la donna mi propose di fare una passeggiata. Notai un ragazzo che correva. "O fortunate puer per la tua solitudine!", pensai.

Pur di muovermi dall'inerzia penosa acconsentii alla proposta peripatetica.

Mentre si camminava in direzione di Fano abbracciati per scaldarci a vicenda, ifigenia mi parlava di una sua giornata del mese di luglio senza del resto interessarmi con parole dense di significato. Erano verba prive di Verbum.  Alcune di queste, però, a un tratto mi colpirono come un tuono: disse che uno dei suoi corteggiatori estivi, il più intraprendente e sfacciato, il medico biondo di cui mi aveva parlato già allora, era partito prima di me, perciò non aveva dovuto subirne le proposte insistenti e indecenti durante la mia assenza.

Un'emozione cattiva rivegliò il mio cervello assopito e l'interesse negativo per lei. Mi fermai, la guardai e dissi: "questo non può essere vero: mi hai indicato quell' insolente mentre si aggirava dietro una vetrata con l'aria di uno che spia. Era la notte della mia partenza e mi dicesti che poche ore prima gli avevi chiesto la sua camera in prestito per fare l'amore con me".

 

Rispose senza scomporsi come chi mente per abitudine e con metodo: “Hai ragione. Mi sono confusa. Del resto, se ti avessi tradita con quello, sarei stata attentissima a non sbagliarmi sul conto di lui”.

“Quello è stato uno dei tanti”- pensai- ecco perché ti sei confusa: questo o quello per te pari son”.

Ma non volli né potei replicare poiché si lanciò a correre lungo la spiaggia. Fece qualche decina di metri, poi si fermò e si girò gesticolando per significarmi che dovevo seguirla. Mi incamminai lentamente siccome non mi andava di starle vicino. Ma quella rimase ferma e dovetti raggiungerla non senza disgusto. Mi fissava con occhi spalancati dalla meraviglia, come per dirmi: “che cosa aspetti? Non vedi che sono qui tutta per te, solo per te?”.

Quando fui arrivato tanto poco discosto da udirla bisbigliare, disse: “gianni, facciamo l’amore. Ne ho tanta voglia. Ti prego, ti prego, ti prego”.

La solita solfa petulante e oramai disgustosa .

“No, qui non si può”-risposi- c’è gente, anche dei bambini. Non mi va di dare scandalo.

Ma la bugiarda, intesa solo a farmi scordare la papera oltraggiosa, insisteva: “Ti prego, andiamo nell’acqua”.

“No, è troppo fredda”

“Allora dentro un capanno, oppure imbuchiamoci sotto un moscone o un mucchio di sabbia. Non ne posso più dalla voglia”.

“Io invece non ne ho”.

“Te la faccio venire io”.

Voleva coprire la propria scelleratezza nuda con questa ostentazione frenetica e falsa di insopprimibile libido.

Mentre pensavo questo, mi lasciai cadere sulla sabbia per darle un segno di totale impotenza.

Ma quella prese il gesto sconsolato per un invito erotico e mi saltò sopra. I genitori portarono via in fretta i bambini. Ifigenia sedette pesantemente sul mio costume rivolgendo uno sguardo sfacciato verso il mio viso che aveva impresso un dolore profondo, quindi mi afferrò le spalle con entrambe le mani e si mise a scuoterle mentre canticchiava un’arietta che voleva essere allegra mentre risuonava lugubre nell’anima mia desolata. La poveretta aspettava di essere incoraggiata con un gesto affettuoso ma io oltretutto ero troppo schiacciato e aderente alla sabbia umida per potermi muovere.

Dopo un paio di minuti divenne aggressiva: smise di canticchiare, iniziò a pizzicarmi le braccia, quindi a scuoterle per distogliermi, immagino, dal male che pensavo di lei.

Intanto la spiaggia sotto il monte Ardizio si stava abbuiando e si era fatta deserta.

Visto che seguitavo a non reagire, Ifigenia a un tratto si inferocì: con la mano destra prese una manciata di sabbia e me la scaglio sul viso

Tra le palpebre, le lenti a contatto, i poveri occhi e il cervello, sentivo scrosciare cascate di vetri e di cocci infuocati mentre la gola e la bocca sputavano sabbia tossendo, sputando e mugghiando.

Non come il toro di Pasife infoiato ma come il taurus maxima victima del sacrificio rituale e culinario.

Maledetta cretina. Come potei distinguere qualcosa, mi accorsi che scappava. Dopo qualche minuto la vidi sguazzare nell’acqua come una grossa oca scura. Saltellava poi si accovacciava, schiamazzava e dimenava le braccia. Intanto l’ombra del monte Ardizio era arrivata agli scogli antistanti la riva e tutta la spiaggia comunicava un senso di desolazione.

Quando fu uscita da quel pelago cupo mi venne vicino mentre continuavo a pulirmi la faccia sconciata dal suo pugno pieno di rena.

Disse: “Mi sono tuffata nell’acqua fredda perché sbollisse il desiderio che tu non vuoi più accontentare”

Tra le lacrime cercai di guardarla e le dissi: “Vedi che guaio hai combinato? Se lo farai un’altra volta non potrai più accostarti a me”

“Vedremo” osò ancora dire.

“Sei avvisata. Intanto andiamo via di qui”.

Durante il tragitto verso il bagnino Alfredo di tanto in tanto, colei si gettava in acqua per significarmi che bruciava.

A mia volta pensavo: “Speriamo che vada via presto, che si innamori di un altro, un giapponese magari, o almeno di uno di Castelfidardo che le faccia suonare la fisarmonica e la tenga lontana da me”.

Come fummo arrivati nella zona degli alberghi, questi ombreggiavano già anche  il mare

“Come Dio vuole è autunno-pensavo. Presto ricomincia la scuola. Là dentro dovrò vederla per forza se le rinnovano la supplenza, ma poi, una volta fuori dal liceo, per carità: ognuno a casa sua percorrendo strade molto discoste tra loro”.

 

Pesaro  7 settembre  2026 ore 9, 41 giovanni ghiselli

 

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[1] T. S. Eliot, Gerontion, 16