mercoledì 25 febbraio 2026

Kaisa 16 . Fine dell’equivoco.


 

Intanto mi aggiravo da solo osservando i miei simili, e anche i dissimili, con aria introversa. Mi rodeva e mordeva parecchio che Kaisa non mi venisse vicino, anzi non si facesse nemmeno vedere.

Quando la scorsi, lontana, mi sembrava perfino irata. Senza ragione. Io l’amavo. Non sapevo che fare. Anche durante il ritorno con il trenino che andava all’ingiù, rimanemmo discosti. Cominciavo a odiarla. A questo punto però mi diede un segno: facendo finta di sbagliare corriera, salì sulla nostra dove probabilmente non c’erano altri Finlandesi. Sedette in prima fila, lontana da me, ed era tutta imbronciata. Mi chiedevo se dovessi andare da lei. Ci pensai qualche minuto poi decisi di risolvere in un modo o in un altro tale situazione da manicomio: in fondo eravamo due amanti che non si erano dichiarata la guerra, e tutto sommato, nonostante pochi piccoli screzi, e alcuni urti del braccio ingessato, facendo l’amore ce l’eravamo goduta parecchio.

 

Che cosa voleva quella strana creatura mezza nordica, mezza asiatica?

Andai a sedermi accanto a lei. Aveva un gran muso.

Fu lei a domandare: “che cosa vuoi tu da me?”

“Quello che ho sempre voluto e che tu hai avuto la generosità di donarmi fino a ieri sera. Ho forse perduto la tua benevolenza?

“E me lo chiedi? Con che faccia? Sei stato sempre lontano da me, di sicuro per cercartene un’altra”, fece, guardandomi male.

Anche nelle intenzioni ero innocente. Ma donne e uomini, più tradiscono, più sono portati a farlo, più attribuiscono agli altri tale inclinazione.

Questa volta del resto l’equivoco non mi dispiacque, perché significava che Kaisa teneva molto a me, a stare con me, almeno per tutto quel mese, con me. 

Rassicurato sugli intenti suoi, riuscii a farle capire e sentire che si era sbagliata: io avevo aspettato con impazienza prima, poi con dolore e struggimento che lei venisse da me. Quando si fu convinta disse: “mi sono sentita così desolata senza di te, così desolata!”(1).

“Anche io” le risposi. “Tesoro”.


Allora mi guardò a lungo con gli occhi azzurri un poco arrossati, bagnati di lacrime e illuminati da un sorriso incipiente: sembravano pezzi di cielo primaverile che, dopo il temporale, al tramonto, ha aperto uno squarcio da dove si affaccia il sole poco prima di sparire con un sorriso purpureo dietro il colle già fiorito sopra il mare di Pesaro, o tra le rocce del Latemar che si specchiano nall’acqua azzurra striata di rosso del lago di Carezza. Quindi, mentre lo strappo si allarga, le nuvole nemiche si diradano e lasciano il campo allontanandosi in direzione di Fano o del passo di San Pellegrino, e gli uomini buoni, abituati a osservare il sole Iperione che tutto vede e tutto ascolta dall’alto (2), gli uomini e le donne inclini ad amare la vita, sentono il sacro presagio di un’estate felice.

 

Dopo avermi guardato a lungo, Kaisa sorrise e disse: “Rakastaa3.

La baciai e mi sembrò che le labbra toccassero il cielo luminoso e la terra fiorita dopo un inverno gelido, abominevole.

Poco dopo l’amante mi domandò perché l’avessi lasciata sola sul trenino e nella radura. 

“Perché là c’erano i Finnici - risposi - e pensavo che tu non volessi che ci vedessero amoreggiare”

“Che cosa vuoi che me ne importi dei Finnici? Io ti amo, mina rakastan sinua”, e mi baciò, sebbene fossimo seduti davanti, visibili, e qualche altro finlandese, attirato da una persona, o dall’alcool del caro Danilo, poteva essere entrato nella corriera riservata, in teoria, a Italiani e Francesi. Questi dopo qualche chilometro si misero a cantare: “Danilò de la table ronde, dite moi si le vin le bon, dite moi oui oui oui, dite moi no no no, dite moi si le vin le bon”. 

L’amico rispose solo, canticchiando con un filo di voce: “xe bon sì! Viva il buon vino! Sostegno e gloria d’umanità”.

Io, tra i baci, gridai: “e le femmine dove le metti?”4

Ma l’amico oramai, oppresso dal piacere del culto reso a Dioniso5, si era addormentato

Note

1. Forse Kaisa ricordava le parole di Tess al marito che l’ha abbandonata: “Only come back to me. I am desolate without you, my darling. O, so desolate!” Thomas Hardy, Tess of the D’Ubervilles, Penguin books, p. 417.

2. L'elogio del sole percorre parte della letteratura greca e prosegue oltre in quella europea. Voglio indicarne alcune espressioni. Chi non è interessato può saltare questa nota lunga, forse troppo lunga ma quale adoratore del sole non me la sento di cassarla.

 Già Omero, nell' Iliade III, 277, gli attribuisce la facoltà di vedere e ascoltare tutto:" jHevliov" q  j, o}~ pant& ejfora'/" kai; pavnt& ejpakouvei""; una formula che torna un poco variata in Odissea (XI, 109) :" jHelivou, oJ;" pavnt j ejfora'/ kai; pavnt  jejpakouvei". 

Nell'inno "omerico" a Demetra, quando Persefone viene rapita, solo Ecate ed Elio, splendido figlio di Iperione ("  jHevliov" te a[nax JUperivono" ajglao;" uiJov"" v.26), udirono la fanciulla che invocava il padre Cronide. 

Nel Prometeo incatenato di Eschilo il titano invoca, tra gli altri, "to;n panovpthn kuvklon hJlivou"(v. 91), il disco del sole che tutto vede.

Nella Parodo delleTrachinie di Sofocle il Coro prega Elio, perché annunzi dove si trovi Eracle, invocandolo come "kratisteuvwn kat j o[mma" (v. 102), tu che superi tutti con il tuo sguardo, come interpreta lo scoliaste:"w\ nikw'n pavnta" tou;" qeou;" kata; to; ojptikovn", tu che vinci tutti gli dèi nel potere visivo. 

Se ne ricorderà Ennio nella Medea: "Iuppiter tuque adeo summe Sol qui omnis res inspicis” (fr. 148 Traglia, v. 1), Giove e tu in particolare, sommo sole che vedi tutto.

Nelle Metamorfosi di Ovidio il sole si presenta a Leucotoe, per farla sua, con queste parole: "ille ego sum - dixit - qui longum metior annum,/omnia qui video, per quam videt omnia tellus,/mundi oculus: mihi, crede, places!" (IV, 226-228), io sono quello, disse, che misuro il lungo anno, che vedo tutto, per cui vede tutta la terra, sono l'occhio dell'universo: abbi fiducia, mi piaci!”

L'espressione si ritrova pure in Shakespeare: "the all-seeing sun ne’ er saw her match, since first the world begun", il sole che tutto vede non ha mai visto una sua pari da quando il mondo è cominciato, giura Romeo (Romeo e Giulietta, I, 2)

3 Amore.

4 Cfr. Don Giovanni, Mozart-Da Ponte:

Vivan le femmine,
Viva il buon vino!
Sostegno e gloria
d’umanità!” (II, 18)

5 Cfr. Ovidio:  Vina parant animum Veneri, nisi plurima sumas-et stupeant multo corda sepulta mero” (Remedia amoris, 807-8).

Cfr. Anche Shakespeare: “Much drink may be said to be an equivocator with lechery: makes him stand to and not stand to (Macbeth II, 3).

Bologna 25  febbraio 2026  ore 19, 33 giovanni ghiselli

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Kaisa 15. La processione bacchica.


Sul vagoncino ungherese rimanevo discosto dalla mia amante perché pensavo che non mi amasse abbastanza da rischiare di farsi vedere vicina a me, in atteggiamento per lo meno amichevole, dai finnici capitati nei nostri paraggi e capaci di denunciarla al legittimo sposo.

Così  restavo discosto da lei e non la fissavo intensamente, ma avrei gradito molto che Kaisa invece, siccome io ero libero pensatore, ossia potevo pensarla e guardarla, mi facesse almeno dei cenni di simpatia, di intesa, di complicità cui avrei risposto soltanto con gli occhi che significano amore agli amanti.

 

Invece Kaisa non mi degnava, e io, quando arrivammo al capolinea e scendemmo, ne avevo il cuore stretto se non ancora straziato.

 C’era un grande prato: una bella radura verde, luminosa pur tra alberi di maestà dodonea.

 I più giovani, spensierati e vitali tra i nostri compagni, appena fuori dal trenino si misero a correre.

I consumati bevitori si mossero verso un chiosco guidati da Danilo inghirlandato di pampini. Era arrivato a Debrecen qualche  sera prima, a causa di contrattempi, mezzo morto di sete.

Le sue prime parole furono: “mi scappa da bere!”.

 L’amico, sceso dal trenino, cantava semplicemente: “e se son pallido, senza colori, non voglio dottori, non voglio dottori! E se son pallido come una strassa, vinassa, vinassa e fiaschi de vin!”.

Quindi, in stile più alto: “spumeggiano ricolme le coppe del piacere!”.

 Assecondavano il signore della baldoria diversi cultori di Dioniso. Uno di loro aveva sulle spalle la nebride, un altro impugnava il tirso delle baccanti. Chiudeva la processione una menade ambigua in groppa a un grosso cane coperto da una pelle di pantera. Si faceva largo gridando: “Chi è per strada? Chi è per strada chi?

Poi, per darsi importanza aggiungeva: “e ognuno consacri la bocca che serba religioso silenzio. io infatti celebrerò Dioniso secondo il rito in uso, sempre”1.

 

Il  kwmasth;" 2 concludeva cantando l’aria di Papageno: “sono io gran bevitore sempre allegro, eccomi qua!”.

La turba dei seguaci lanciava applausi e accompagnava il dionisiaco metro con appropriate grida bacchiche.

Un prete ortodosso, non lontano da quella schiera, si segnava cristianamente per esorcizzare gli dèi “falsi e bugiardi” evocati da quella festività orgiastica. 

Invano, poiché la frenesia aveva invaso il corteo e i volti accesi di quella confraternita invasata dal dio dell'evoè assumevano l'aspetto della faccia tremenda della Gorgone, mentre la voce di Danilo a tratti sembrava avere un timbro sovrumano e incuteva spavento. Nec taciturnus nec prudens,  gridava: cum gravis vino sim, tamen sitio sanguinem!, benché sia pieno di vino, ho sete di sangue. Alludeva, credo al rosso “sangue di toro di Eger” ma non ne ero del tutto sicuro. Ebrietates continuae efferant animos 3.

 I suoi seguaci, avvicinandosi al chiosco bramato con una sete straziante, emettevano bava secca dalle bocche inaridite e roteavano pupille distorte.

Finalmente riuscirono a trarre sorsi lunghi da coppe, bottiglie e boccali inneggiando, raucisono cantu, a Bacco il loro signore. 

 Quando gli venne servito un bicchiere di media grandezza Danilo che,  in qualità di ierofante, conosceva i misteri, lo considerò un segno di malaugurio e gridò: “ Che cosa è questa blasfhmiva? Devo morire oggi stesso? Portaci subito coppe grandi come crateri pieni di succo divino, in modo che il cuore e la mente possano gioire più in fretta”.

Quando  gli fu portato un orcio, il sacerdote sommo  lo alzò  con entrambe le mani e lo travasò nella gola assetata.

 

Note

1 Cfr.  Euripide, Baccanti, parodo 68-72

2Cfr. Aristofane, Nuvole, 606, signore del kw'mo", baldoria, festa, Dioniso stesso. In questa circostanza era Danilo.

3 Seneca, Ep., 83, 26.

 

Bologna 25  febbraio 2026 ore 18, 40, giovanni ghiselli

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