giovedì 22 ottobre 2026

Introduzione alla storiografia settima parte.


 

Seneca sconsiglia di proporre contromodelli. Mazzarino: la logica dei Greci è sempre aperta al contrasto.  Tutto deve essere presentato in maniera problematica. Il metodo protagorèo della antilogie e i dissoi; lovgoi.  Il dubbio non va eliminato.

Si ereditano anche le colpe dai padri?

 

Seneca invece sconsiglia di proporre contromodelli: nella Praefatio al III libro delle Naturales quaestiones afferma che è molto meglio spengere i propri vizi piuttosto che raccontare ai posteri quelli degli altri: "quanto satius est sua mala extinguere quam aliena posteris tradere! " ( 5), quanto meglio è spengere i propri vizi che tramandare ai posteri quelli degli altri!

 Seguono comunque gli esempi di Filippo e di Alessandro e di tutti gli altri che furono pestes mortalium non meno rovinose di inondazioni e incendi.

 

Tutto dunque deve essere presentato in maniera problematica agli studenti, insinuando il dubbio, e, un modo per farlo, è ricorrere al metododo  delle antilogie  :"La nostra logica è rettilinea, astratta: quella dei Greci è sempre aperta al contrasto. Nell'Oresteia  di Eschilo Divka Divkai (xymbaleî  ) "Dika si scontrerà con Dika"[1]: ci possono essere due Dikai, due Giustizie nel caso dell'Oresteia , quella "matriarcale" di Clitennestra ( e delle Erinni, a cui il ghénos di Eschilo non può sacrificare) contro quella "patrilinea" di Oreste (e di Apollo, il dio degli Alcmeonidi legati al ghénos  Eupatrida di Eschilo). Così in Erodoto: c'è la "tirannide" dei Greci nemica di Dike; ma c'è anche la "tirannide" di Deioce[2] per cui i Medi hanno kòsmos  ed eunomìa , e la "tirannide" di Ciro, dalla quale i Persiani ricevono "libertà", eleutherìa "[3].

Questa logica aperta al contrasto diviene metodica già con i  Dissoì lògoi [4], i “Discorsi in contrasto” presenti pure nelle Antilogie perdute di Protagora[5] il quale "fu il primo a sostenere che intorno ad ogni argomento ci sono due asserzioni contrapposte tra loro" come ricorda Diogene Laerzio ( Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi, IX, 51).

Il dubbio non va eliminato come deleterio, anzi:"Togli il dubbio, il dubbio su me stesso, sulla mia identità, sul mio sapere, e non mi resterà che il già fatto e il già detto"[6].

“Lo sviluppo dell’intelligenza generale richiede di legare il suo esercizio al dubbio[7], lievito di ogni attività critica…Comporta anche quell’intelligenza che i Greci chiamano métis, “insieme di attitudini mentali…che combinano l’intuizione, la sagacia, la previsione, l’elasticità mentale, la capacità di cavarsela, l’attenzione vigile, il senso dell’opportunità… “Unico punto pressochè certo nel naufragio (delle antiche certezze assolute): il punto interrogativo”, ci dice il poeta Salah Stétié”[8].

C’è una poesia di B. Brecht che costituisce un inno in lode del dubbio: “Sia lode al dubbio!...Oh bello lo scuoter del capo/su verità incontestabili!/Oh il coraggioso medico che cura/l’ammalato senza speranza!...Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai…Tu, tu che sei una guida, non dimenticare/che tale sei, perché hai dubitato/delle guide! E dunque a chi è guidato/permetti il dubbio!”[9].

La Lettera a un bambino mai nato  della Fallaci è dedicata “A chi non teme il dubbio/a chi si chiede i perché/senza stancarsi e a costo di soffrire di morire”.

 

 

 

Un problema grande nell’uomo greco è quello della ereditarietà delle colpe dei padri. Sentiamone alcune espressioni: Eteocle nei Sette a Tebe di Eschilo non è personalmente colpevole ma deve pagare per :"l’antica trasgressione-parabasivan- antica/dalla rapida pena- wjkuvpoinon-/che rimane fino alla terza generazione:/quando Laio faceva violenza/ad Apollo che diceva tre volte,/negli oracoli Pitici dell'ombelico/del mondo, di salvare la città/morendo senza prole;/ma quello vinto dalla sua dissennatezza/generò il destino per sé,/Edipo parricida,/quello che osò seminare/il sacro solco della madre, dal quale nacque/radice insanguinata,/e fu la pazzia a unire/gli sposi dementi"(vv.742-757).

 

Il Coro dell’Antigone deplora la catastrofe della ragazza con queste parole: "Avanzando verso l'estremità dell'audacia,/hai urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia,/creatura, con grave caduta,/ del resto sconti una pena- a\qlon- del padre" (vv. 853-856).

 

Ora leggiamone un’interpretazione, a sua volta parecchio problematica, di Pasolini:“Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. E’ il coro-un coro democratico- che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale”

Pasolini trova una ragione nella legge  della tragica predestinazione a ereditare le colpe: i giovani del 1975 sono figli di padri colpevoli, padri “che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine”.

I figli dunque sono puniti. “Ma sono figli “puniti” per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. E’ giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione-che pareva così ciecamente irrazionale e crudele-del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità”.

E le colpe dei padri? Esse sono la complicità col vecchio fascismo e l’accettazione del nuovo fascismo. Perché tali colpe?

“Perché c’è-ed eccoci al punto-un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese” [10].


Per quanto riguarda la storia greca, Erodoto nel primo libro attribuisce la caduta di Creso tra l’altro alla colpa del suo quinto antenato Gige che, dietro richiesta della regina uccise il re  di Lidia Candaule prendendo il suo posto. Gige non scontò la colpa ma la trasmise al discendente di quinta generazione. Un lungo percorso. I mulini degli dei msacinano lentamente.

 

Bologna 22 ottobre 2026 ore 11, 34 giovanni ghiselli

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[1]Coefore  461:" [Arh"  [Arei xumbalei', Divkai Divka/".

[2] Il quale ridusse a unità il popolo dei Medi e lo governò. (Erodoto, Storie, I, 101). Venne scelto come re dotato di potere assoluto poiché era stato capace di porre termine alle ruberie e ai disordini con i suoi giudizi (Erodoto, I, 96 ss.) (ndr)

[3]S. Mazzarino, Il pensiero storico classico , I, p. 175.

[4] " Un testo che può definirsi la formulazione "relativistica" del pensiero dei sofisti…Gli "agoni di discorsi" tucididei echeggiano questa problematica, pur a mezzo secolo di distanza dai Dissoì lògoi… uno scritto sofistico redatto verso il 450 o al più tardi 440" (S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 1 pp. 258 ss.

[5] Nato nella ionica Abdera intorno al 485 a. C., all'incirca coetaneo di Euripide dunque.

[6] M. Cacciari, "L'espresso", 6 gennaio 2005, p. 69.

[7] Montaigne che cita Dante: “Che, non men che saver, dubbiar m’aggrata”, Divina Commedia, Inferno XI, v. 93.

[8] E. Morin, La testa ben fatta, pp. 16-17 e 55.

[9] B. Brecht (1898-1956), Lode del dubbio.

[10] P. P. Pasolini, Lettere luterane, I giovani infelici, pp. 5-12.


Una prova infantilmente insensata.


 

Si fa di tutto per suggerire la colpevolezza di Sempio. A  me gli indizi contro di lui sembrano evanescenti almeno quanto quelli contro Stasi.

In una trasmissione televisiva si è visto Mino Infante, che ha il 44 di piede,  infilare con fatica una scarpa 42 per significare che anche Sempio può esserci entrato con il suo medesimo 44.

Altri colpevolisti hanno affermato che il piede di Sempio era ingrandito di due numeri dal tempo del delitto efferato come parte del suo ingrassamento che doveva andare dalla testa ai piedi. Questi si devono esse pure allungati.

Tale volontà di indurre a considerare Sempio un criminale con affermazioni del genere mi pare un indizio di innocenza dell’indagato.

Anche io ho sofferto un appesantimento di parecchi chili ma il piede non mi si è ingrandito.

Quanto al calzare  scarpe di due numeri al di sotto della misura dei piedi e durare fatica nell’inserirli, quindi soffrire nel camminare, perché l’avrebbe fatto?

So già che cosa risponderebbero i colpevolisti accaniti: “perché è un diavolo incarnato come chi vuole difenderlo”.

Bologna 22 ottobre 2026 ore 10, 58 giovanni ghiselli.

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