lunedì 19 ottobre 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 settimo capitolo. Il rancore placato dal sentimento buono della gratitudine.


 

L’ultima battuta le piacque e volle riaprire il discorso, “L’attore tra noi due adesso sei tu: ti metti tutte le maschere: da monachello a Odisseo”.

“ Già intorno ai 6 anni pregustavo già tutti gli amori: se ne accorsero i miei tutori e  monachello mi fecero far. Poi sono evaso dal convento del Beato Sante  presso Mombaroccio di Pesaro e ho girato l’Europa cercando di imparare  a conoscere  meravigliosamente le donne. Ora scusami ma voglio  scrivere”.

 

Ifigenia tentò di ostacolare il mio compito che le dava fastidio. Aggiunse che con me non si sentiva a suo agio e che non riusciva a capire perché stesse facendo quel viaggio in mia compagnia.

 

“Forse perché ti ho invitata. Comunque una volta sbarcati, puoi traslocarti dove più ti garba. Io seguiterò a girare come un passero solitario cui è venuta meno la compagna dalle belle penne. Non mi devi niente. Né io a te”.

 

La guardavo con gli occhi resi meno grandi, meno buoni dalle grosse lenti da miope e aggiunsi: “Io faccio  questo viaggio  per prendere appunti sul mio stato d’animo e sul tuo finché ci frequentiamo, ancora per poco non temere, inoltre voglio andare a Delfi a pregare.

Trova pure tu un motivo sensato per te, se ci riesci”.

L’avevo messa in difficoltà e colei per ripicca riprese a rinfacciarmi la carenza di umanità nei suoi confronti.

“Quando sono con te, mi sembra di essere una che nuota con grande fatica e ogni tanto va sotto, o piuttosto viene spinta verso il fondo”.

Che cosa potevo risponderle? Nulla di sensato.

 

Infatti ripresi a scrivere: “senti, senti: ha parlato Ofelia. Ma no, a forza di frequentare una che trasforma tutto in scene caotiche, assimilando ogni cosa al suo guazzabuglio, confondo le parti. Una volta   io ero Odisseo, lei era Nausicaa che mi salvò dal naufragio nel lavoro. Ma ora chi siamo? Io vorrei scrivere un romanzo e superare il numero minimo di 50 amori, come ho giurato  da bambino sopra l’altare della Chiesa dei servi di Maria di Pesaro;  Ifigenia da ragazza benefica è diventata un’erinni malefica e, se penserà che le convenga, magari diverrà un’eumenide benevolentissima, da mima qual è.  Ha sempre la faccia nascosta dietro maschere tragiche o comiche che cambia spesso come le calzature: cothurni e socci.

 Altro che occhiali! Sono piccoli i miei e coprono soltanto gli occhi, mentre  il suo volto non si vede  più da diverse stagioni.

Anzi, a questo punto non voglio più vederlo.

La sua faccia è una facciata, una maschera una persona che  copre tutto di lei tranne  la sua vanità.

 Se proseguirà fino a Delfi, parlerò soltanto con gli dei che saltano sulle due cime del Parnaso, Apollo e Dioniso, numi che per loro  umanità mi rispondono sempre.

 Però, andare a pregare sul sacro ombelico del mondo, poi magari pure a Olimpia, avendo nel cuore cupi rancori nei confronti della creatura che mi ha dato tanto piacere e dolore quanto nessuna altra donna mortale, nemmeno la buona, dolce, graziosa Elena la  diciottenne della primavera di Praga, neppure la bella e fine, intelligente Elena la donna suprema  che mi diede una lezione di umanità dicendo, “io non sono materia”, neanche Kaisa la studiosa dagli occhi di viola che mi spinse a studiare, né Päivi la psicologa fulva che mi indusse a indagare me stesso poi abortì nostra figlia e mi fece fuggire con un ruggito non senza  una zampata  da bipede leonessa; ebbene andare in pellegrinaggio nei templi degli dèi della Grecia pieno di risentimento verso la donna che mi ha fatto assaporare il gusto e  talora financo la gioia di vivere per  otto mesi di questa mia vita mortale, sarebbe un sacrilegio nefando, un’offesa agli dèi generosi che l’hanno messa sulla mia strada.

Senza il lungo apprendistato di amore e di studio durato un decennio   non sarei stato in grado di piacere a Ifigenia  e non ci sarebbero stati i baci scambiati sui prati odorosi  le carezze sulla riva del mare, gli agoni leali nei campi sportivi durante i tramonti della primavera luminosa  quando già fiammeggia la sera promettendo l’estate, né avrei gioito delle ultime nevi di  aprile  sulle montagne rese brillanti dal sole  che rende le valli fiorite e sonore dei fischi di uccelli corteggiatori, dei  canti delle ragazze  innamorate. Poi la nuda estate con lucciole presso le siepi , le rane lontane e vicine nella campagna, i versi dei grilli in una staffetta canora con le cicale pazze di sole.

Le ragazze amate prima di questa giovane donna mi avevano insegnato un metodo, aperto la via da percorrere  tutta amando sempre la vita.

Tutto quanto è avveduto  non è stata un’ accozzaglia casuale bensì un  destino previdente e  una provvida ventura. Ifigenia è stata uno dei grandi doni del cielo e se non posso fare più niente per il suo  bene, non devo nemmeno volere il suo male. Né maltrattarla.

 

Bologna, 19 ottobre  2026 ore 19, 13 giovanni ghiselli

p. s.

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Grecia agosto 1981 Capitolo sesto. L’insalata greca e il guazzabuglio morale. Un sogno brutto e crudele.


 

Ifigenia si alzò e iniziò a camminare intorno alla mia sdraia con passo furibondo, vesano gradu, come Medea1

Mi mandava all’inferno con rabbia.

Stavo per rispondere alla sua imprecazione replicando: “all’inferno ci sono già qui e ora con te!”, ma trattenni la voce, conscio che quando si trasfigurava in una menade frenetica, non sentiva altro che la sua furia.  

Del resto tali sbalzi di umore contribuivano a conservarle la seduzione della giovinezza animale: i capelli le si rizzavano come serpenti infuriati, gli occhi stillavano gocce di odio, le belle cosce e i magnifici polpacci terminavano in  artigli di bipede tigre pronti a lacerarmi.

I felini mi sono sempre piaciuti: chi mi legge sa che sui trentanni amavo una bipede leonessa fulva che eliminò nostra figlia con una zampata.

Ifigenia dava pure la sensazione che fosse impossibile domare tale fiera e questo rischio accresceva non tanto il disgusto quanto il desiderio di mansuefarla. Il caso si era ripetuto tante volte da assumere l’aspetto del destino. Ma forse quella ragazza era solo una sagoma cui avevo sovrapposto i miei desideri. Probabilmente tutte le mie donne lo erano state ed io mi ero sempre unito a delle sagome nei corporali amplessi.

Dovevo riflettere rimanendo solo.

Sicché mi alzai e mi allontanai verso la poppa   della nave. Il vento vespertino e la situazione dove mi ero cacciato mi facevano rabbrividire. Osservavo il sole che calava rosso nel mare. Mi sembrò che soffrisse per una ferita che ne insanguinava la luce. Aveva bisogno di riposo e di cure anche lui.

Dopo una decina di minuti, Ifigenia mi raggiunse, rabbonita, e mi diede un’occhiata. Lasciata sola, aveva smaltito la furia. Andammo a mangiare l’insalata greca nel self service, poi tornammo a dormire nella cabina rollante. Non facemmo sesso che sarebbe stato un’offesa all’amore.

 

Mentre la nave varcava i flutti dell’abisso salato, feci un sogno angoscioso pieno di significati. Forse può scandalizzare alcuni tra i miei lettori, ma vale la pena che lo racconti. Sono  immagini oniriche che occultano segni profondi. 

Ci amavano fisicamente con molta passione. Durante una fellatio, un attimo prima di avere l’orgasmo estrassi il pene da dove uscì uno schizzo di calce viva che in breve bruciò gli occhi della ragazza lasciandole due buchi  che si internavano nel  cranio. Ifigenia mi rimproverava con un singhiozzo, poi, senza ascoltare le mie preghiere, si allontanava incamminandosi per una strada deserta ma sorvolata da uccelli strani, mai visti, che schiamazzavano con fragore cattivo, e sembravano preparare un assalto violento contro la mia povera amante. Infatti ben presto molti di loro si lanciarono addosso alla giovane donna già acciecata da me e si diedero a beccarla sulla testa, su quello che restava del volto, sulle piccole mani protese in un tentativo vano di protezione. Intanto altri uccellacci feroci si diedero a duellare squarciandosi i petti a vicenda, mentre dei volatili immondi si laceravano con il becco aguzzo da soli oppure scagliandosi violentemente contro rocce appuntite. Dopo qualche minuto, Ifigenia non potendo difendersi da rostri furenti, si mise a correre con tutte le forze residue: allora il mantello scivolò dal suo corpo e la carne splendida apparve più luminosa che mai sotto la testa irriconoscibile tanto era sconciata da quelle bestie pazze e crudeli.

 

La vedevo correre nuda, veloce, e speravo che, perduta la testa, potesse tuttavia salvare il corpo splendente. Ma ecco che, invece, la carne delle braccia tornite, del florido seno, delle natiche belle, delle cosce lunghe e forti, comincia a liquefarsi, a gocciolare come grasso opaco e denso,  che scivolando nel suolo lo impregna. In poco tempo la carne si riduce a misera buccia. Tutto l’aspetto della ragazza già bella si era ridotto a una cosa miseranda che mi fece impallidire.

Dalle gocce del corpo però spuntavano piccole rose rosse sorrette da gambi diritti e sottili, umide di fresca rugiada, illuminate da un sole primaverile e mattutino che accentuava la loro verginale bellezza.

Cercai di coglierne una per tenderla alla mia compagna rovinata e desolata. Volevo consolarla  col dirle: “tu sei simile a questa”. Ma non riuscivo a spezzare il gambo che era probabilmente di ferro. Intanto Ifigenia era diventata uno scheletro e si era fermata in mezzo alla vegetazione viva evariopinta nata dalla sua carne. Finalmente rivolse il teschio dalla mia parte e cercò di fissarmi con le orbite vuote che mi suggerivano il rimpianto del  suo corpo dissolto e del nostro amore.

Mi avvicinai alla creatura disfatta per confortarla: con la mano destra cercavo di accarezzare i pochi capelli rimasti sul teschio, con la sinistra indicavo le rose immortali nate dal suo struggimento, ma Ifigenia, prima che potessi toccarla, tirò fuori l’ultima voce e disse: “gianni, non vedi che sono già morta?”

 

Mi svegliai con stanchezza e dolore. Il signore di Delfi, dall’ombelico del mondo dove eravamo diretti, mi aveva mandato un sogno dal contenuto latente facile da svelare: desideravo la morte di Ifigenia, magari come preludio di una sua palingenesi. Così com’era non potevo più sopportarla.

Pensai di dover dissociare le  parti  di quella sagoma sfatta e di ricostruirla con raggruppamenti diversi. Dovevo prendere appunti.

Mi posi gli occhiali sul naso e iniziai a trascrivere la visione notturna mentre la compagna di viaggio, la comes amata ma non benvoluta, dormiva ancora.

Una volta non avrei aspettato il suo risveglio  senza mettermi le lenti a contatto che migliorano il mio aspetto: in quel tempo non presentarmi a lei al massimo di me stesso mi sembrava un’offesa inflitta a entrambi. Difatti come si svegliò e mi vide con gli occhi completamente invetriati, capì che non stavo annotando riflessioni fauste e propizie.

Mi guardò un momento, poi inarcò le sopracciglia e disse che non dovevo illudermi: lei non avrebbe mai più fatto l’amore con me siccome le confondevo le idee.

“Io sono rassegnato alla castità” risposi-“già da bambino le due zie più vicine alla curia pesarese mi chiusero in un convento e monachello mi fecero far perché non generassi altri peccatori simili a me”.

“Taci, buffone! Tu non sei Amleto, anzi non sei nessuno!”

“Già, come Ou[ti~” replicai

 

Nota

1 Seneca, Medea, v. 738

 

Bologna  19  ottobre 2026 ore  18, 52 giovanni ghiselli

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