O dea, figlia di Zeus,
cominciando da un punto qualunque, racconta anche a noi.
Potremmo iniziare da diversi punti di
partenza, come il primo canto dell'Odissea
, il poema che mi accingo a spiegare, il cui autore, chiunque egli sia,
conclude il Proemio con la richiesta alla Musa, la dea figlia di Zeus, di
raccontare anche a lui le vicende dell'uomo versatile cominciando da un punto
qualunque:"Tw'n aJmovqen ge, qea; quvgater Diov", eijpe; kai;
hJmi'n"
(I, 10) .
L'età dei poemi omerici, le
prime edizioni e interpretazioni.
Cominciamo a studiare Omero partendo dalle Storie
di Erodoto che già conosciamo
e anzi ci sono diventate "venerande" per "l'averle noi studiate
e venerate".
Lo
storiografo di Alicarnasso , lo sappiamo, tende al favoloso e al mitico che a
noi non è dispiaciuto anche se i successori, in effetti meno piacevoli, glielo
rinfacceranno, e, comunque, sul "padre della poesia", il "padre
della storia" dà una notizia che non si discosta enormemente da quanto
affermano gli studiosi moderni.
Raffaele
Cantarella anzi si trova d'accordo con
la data proposta da Erodoto il quale
afferma che Omero fu contemporaneo di Esiodo, e che i due poeti vissero
quattrocento anni prima, non di più
(" JHsivodon ga;r
kai; { Omhron hJlikivhn tetrakosivoisi
e[tesi dokevw men presbutevrou" genevsqai kai; ouj plevosi", II, 53, 2) e che
sono stati loro a comporre per gli Elleni una teogonia, dando i nomi agli dèi,
distinguendone gli onori, le prerogative e indicando il loro aspetto.
“Omero
creò le forme nelle quali le grandi divinità vennero mantenute poi sempre
nell’immaginazione dei Greci nell’arte e nella letteratura. Ci sono però due
importanti eccezioni: Demetra e Dioniso, il dio dell’estasi i cui nomi
compaiono nei suoi poemi assai di rado”.
Il
"poeta sovrano" dunque secondo Erodoto sarebbe fiorito verso l'850 a. C.
Vedremo
che la datazione oscilla tra questa più antica fino al 650 a. C. che è la più tarda.
“Per
chiunque studi l’antica Grecia è da tempo fuori discussione che l’Iliade e l’Odissea non sono poemi primitivi. Non solo la loro arte e la loro
struttura, ma la loro intera concezione del mondo e della divinità sono molto
lontane da quelle dei greci più antichi e più noti. Ambedue i poemi, in verità,
contengono molta materia antichissima; ma ambedue, nella forma in cui ci sono
pervenuti, sono il prodotto di un’epoca civilizzata e il culmine di un lungo
processo di sviluppo”.
E'
noto che sull'età dei poemi attribuiti a
Omero e su chi li abbia composti è aperta una questione che risale almeno al III secolo a. C., quando Xenòne ed Ellanìco, due grammatici discepoli di Zenodoto il quale fu il
primo bibliotecario di Alessandria ( e visse fra il 330 ca. e il 260 ca.),
separarono l'Iliade dall'Odissea considerando la prima opera di Omero, la
seconda di un poeta meno antico.
Per questo vennero chiamati cwrivzonte", separatisti.
Il
loro maestro aveva curato la prima
edizione critica dei testi ritenuti di Omero. Precedentemente le "rapsodie"
omeriche, ossia i brani episodici recitati in pubblico dai rapsodi, erano stati
raccolti da Licurgo a Sparta, e ad
Atene da Solone prima, poi, con
maggior cura, da Pisistrato che fece mettere in ordine le singole parti ; quindi ci furono altre città che approntarono le edizioni
dette appunto kata; povlei".
Seguirono
le edizioni individuali chiamate kat j a[ndra, come quelle di Teagene di Reggio (VI secolo) , di
Antimaco di Colofone (V-IV secolo) e di Aristotele che ne preparò una per
Alessandro Magno .
Ma la prima edizione filologica fu quella di Zenodoto che divise ciascun
poema in ventiquattro libri e curò una diovrqwsi" vera e propria, cioè un
"raddrizzamento", il quale partiva dalla redazione ateniese, la
confrontava con altre, la correggeva e
corredava di un commento. Zenodoto aprì la strada ai suoi discepoli separatisti indicando come spuri non pochi
versi dell'edizione pisistratea, pur molto accreditata, al punto che Cicerone
nel De oratore presenta il non rozzo tiranno come
l'ordinatore praticamente definitivo del grande patrimonio omerico "qui primus Homeri libros confusos antea sic
disposuisse dicitur, ut nunc habemus "( III, 137) il quale dispose, si
dice, come ora li abbiamo, i libri di Omero precedentemente privi di ordine.
Seguirono
le edizioni alessandrine: quella di Aristofane
di Bisanzio (265 ca.-190 ca.) sostenitore dell'analogia, teoria che
considera la lingua un fatto non naturale ma razionale e fondato su regole; poi quella , più nota,
quella di Aristarco di Samotracia (215-144 ca.) il quale, convinto dell'origine
ateniese di Omero, tendeva ad atticizzare il testo e si oppose ai separatisti
attribuendo l'Iliade alla gioventù del poeta e l'Odissea
alla sua vecchiaia.
“Omero come poeta dell’Iliade e dell’Odissea non
è una tradizione storica, bensì un giudizio
estetico”.
Aristarco
corredò la sua edizione di segni marginali che completano quelli già usati dai
curatori precedenti. Tra questi segni
"diacritici", che si trovano in un codice della biblioteca
Marciana di Venezia, "un manoscritto pergamenaceo del decimo secolo, e dei
più importanti della tradizione medievale di Omero", segnalo, per curiosità e
anche perché, data la loro evidenza, si possono ricordare, l' ojbelov", lo spiedo, ossia un
trattino, che "infilzava" il verso spurio; l' ajsterivsko" , la stelluccia, che segnalava un verso
ripetuto;
e
l'ojbelov" met j ajsterivskou , lo spiedo con stelluccia davanti a ripetizione
abusiva.
Questo metodo permetteva al diorqwvth" di mantenere le lezioni non
approvate. La diovrqwsi" alessandrina
era fornita di un commento (uJpovmnhma) che chiariva i motivi delle scelte con ragioni che
sono rintracciabili negli scovlia, le note dei manoscritti omerici arrivati fino a
noi.
Seneca
mostra di non apprezzare la questione omerica e l'attività filologica di
Aristarco: “quantum temporis inter Orphea
intersit et Homerum, cum fastos non habeam, computabo? Et Aristarchi notas
quibus aliena carmina compunxit recognoscam, et aetatem in syllabis
conteram?...adeo mihi praeceptum illud salutare excidit: “tempori parce”? Haec
sciam? Et quid ignorem?” (Epistola,
88, 39), conterò quanto tempo ci corra tra Orfeo e Omero pur essendo privo di
documenti storici? Ed esaminerò i segni diacritici di Aristarco con cui egli
infilzò i versi interpolati e consumerò la vita a contare le sillabe?...davvero
mi è sfuggito quel sano precetto: risparmia il tempo? Dovrei sapere queste
pedanterie? E che cosa ignorare?
“Diceva
Seneca nella medesima lettera a Lucilio: tempori
parce, “abbi pietà del tempo!”. Non si pensa mai che il tempo sia una
creatura viva e possa soffrire: il tempo subisce ogni giorno un’incredibile
quantità di vessazioni informative…Qualcuno dovrebbe decidersi a scrivere un
trattato Sulla dieta informativa.
Siamo sommersi di notizie, servizi, scoop, di valore e significato assolutamente
disuguale ma tutti da consumare in quantità pantagruelica: la tale attrice ha
il seno rifatto, no anche le labbra….”.
Proseguo
indicando alcune posizioni critiche mentre mi riservo di utilizzarne altre ,
non meno note e importanti, nella fase del commento dei versi che sceglierò.
Gli stoici interpretano Omero secondo
il metodo allegorico che era già
stato abbozzato da Teagene di Reggio il quale identificava gli dèi con gli
elementi primordiali: p. e. Apollo ed Elios con il fuoco, Poseidone con
l'acqua. Si può pensare alle Allegorie omeriche di Eraclito, lo
stoico del I secolo. d. C.
Il filosofo stoico Cratete di Mallo , invitato a Pergamo da Eumene II (197-158 a. C.), organizzò la
biblioteca fondata dal re, e divenne caposcuola della filologia pergamena che contrapponendosi a quella
alessandrina, sosteneva l'anomalia, cioé l'irregolarità del linguaggio inteso come fatto naturale, e propugnava l'interpretazione allegorica dei
testi omerici. Egli fu dunque in polemica con il contemporaneo Aristarco, fautore dell'analogia, la quale vuole individuare norme e
regole nell'uso della lingua, e assertore del fatto che bisognava spiegare
Omero con Omero ( " {Omhron
ejx JOmhvrou safhnivzein", cfr. Schol. B a Z 201).
Ma
leggiamo alcune parole del Pohlenz
sull'indirizzo critico degli stoici pergameni:"Cratete, invece, si pose lo scopo preciso di compenetrare di
spirito filosofico la filologia, di cui era insegnante a Pergamo. In antitesi
con i "grammatici" alessandrini egli rivendicò l'antico nome di
kritikov",
dandogli però un significato nuovo, intendendo cioè che solo un'esegesi della
poesia fondata su una conoscenza filosofica e "giudicante" porta a
una vera comprensione della poesia stessa e mette in grado di giudicarla
correttamente. Infatti, per quanto ricercasse in un componimento poetico
l'armonia e lo stile, da buono stoico rinveniva il suo vero valore nel
contenuto di pensiero e nelle tracce del logos divino, che devono essere presenti in ogni
poesia veramente grande. Al pari dei filosofi stoici egli credeva che gli
uomini delle età più antiche, particolarmente i poeti e tra questi prima di
tutti Omero, fossero stati i depositari di una coscienza più pura e genuina:
nel riportarla alla luce della coscienza consisteva per lui il compito più
elevato dell'esegeta. Il metodo
allegorizzante della sua scuola offriva la possibilità di interpretare gli dèi
omerici come forze della natura. Inoltre Cratete era convinto che Omero
avesse già intuito le cognizioni scientifiche delle età posteriori: la sfericità
della terra e del cosmo, le orbite e le zone, la distribuzione delle terre e
delle acque sulla superficie terrestre, l'alimentazione degli astri con le
esalazioni del mare, le lunghe notti polari e molti altri fenomeni gli
sarebbero stati noti.".
Più avanti Pohlenz illustra
la posizione di Posidonio (II-I
secolo a. C.) :"Gli uomini dei primi tempi, essendo più vicini alla loro
origine divina, dovevano avere anche posseduto, secondo Posidonio, una moralità
più pura e una più profonda conoscenza del destino umano. Omero non
rappresentava per lui il compendio di tutto il sapere; però si compiacque
quando credette di poter constatare che l'antico poeta aveva avuto delle idee
esatte intorno alle cause delle maree o alle piene del Nilo. E, pur non esaurendosi
il valore della poesia nella sua azione educativa, Omero rimase per lui
"il poeta", il rappresentante di una saggezza divina, anche se non la
sorgente di una pura conoscenza di Dio. Si tenne lontano, come aveva fatto
Panezio, dall'interpretazione allegorica, ma era convinto che i miti, a chi li
penetrasse veramente, potessero rivelare un senso profondo, al pari degli usi
antichi e delle cerimonie cultuali"(p. 484).
Sull'azione
educativa, non da tutti approvata, dei poemi omerici farò diversi interventi
commentando il testo, ora invece mi preme vedere come l'Anonimo autore del
trattato Sul Sublime (I
secolo d. C.) elabori i suggerimenti dei filologi che l'hanno preceduto per
quanto riguarda la questione della paternità dei poemi. Ebbene l'autore conclude
il suo discorso critico sull'epica, dove trova non pochi esempi di grandezza
eroica, attribuendo entrambi i poemi a
Omero ma affermando che l'Odissea non è altro che l'epilogo dell'Iliade ("ouj ga;r ajll j hj; th'" jIliavdo"
ejpilogov" ejstin hJ jOduvsseia", 9, 12) in quanto il poema di Achille fu scritto quando la forza creatrice
dell'autore era al culmine (" ejn
ajkmh'/") ed è pieno di dialogo e azione, mentre in quello di Ulisse prevale
l'aspetto narrativo che è caratteristico della vecchiaia ("th'"
de; jOdusseiva" to; plevon
dihghmatikovn, oJvper i[dion ghvrw"", 9, 13). L'Omero
dell'Odissea dunque potrebbe essere paragonato al sole
quando tramonta cui rimane la grandezza pur senza l'ardore. Si tratta
comunque di una vecchiaia vigorosa perché è pur sempre la vecchiezza di
Omero!("gh'ra" d j
o{mw" JOmhvrou", 9,14). Questa considerazione è accompagnata da altri giudizi
critici di valore che mi riservo di utilizzare per commentare il testo e per
compilare una scheda sul sublime in Omero.
Pesaro
20 settembre 2026 ore 11, 17 giovanni ghiselli
p. s.
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