sabato 18 luglio 2026

La storia di Päivi 29. Faina, la buona ragazza Ciuvassa e il mio ceffo da cane. Il contrappasso.


 

Durante le vacanze della Pasqua del 1975 Bruno Pera morì in un incidente stradale nel Sudan. Sono iniziate presto le dipartite degli amici di Debrecen.

Oggi noi superstiti siamo pochi: tre o quattro che io sappia.

In quei giorni di ferie, per non dimenticare le sensazioni dell’estate passata, andai a interrogare la grande facciata grigia del Budaörsi Kollegium e tutti i luoghi dove ero stato felice con Päivi. Prendevo appunti.

 Meditavo di raccontare tutta la storia, ma solo dopo averne elaborato il dolore seguito alla gioia.  La pena doveva diventare intelligenza dei fatti, di me stesso, della donna. Dovevo anche leggere molti libri buoni per raffinare e potenziare il mio stile. Ce n’era bisogno. Cominciavo intanto a capire che la nostra storia era finita perché il metro del futuro di coppia non poteva darne una misura che ci piacesse. Päivi seppe antivedere quasi subito un avvenir fallace e poco dopo me ne resi conto anche io.

 

Questo pellegrinaggio pasquale a luoghi che consideravo sacri mi serviva più che altro a  riesumare dei ricordi per raccontarli con precisione, ma non mancò un risvolto egoista e crudele, poiché mentre giravo devoto e quasi estatico, ossia fuori di me, come l’adoratore di una divinità crudele, tra i locali, per le piazze, lungo le vie, attraverso le campagne frequentate in agosto con la donna di cui ero ancora innamorato, in quei giorni mi portavo dietro un’altra amante: Faina, una Ciuvassa russificata che stava facendo la tesi a Budapest.

Fu la vittima sacrificale di quella dea rossa e feroce che adoravo.

Avevo conosciuto questa ragazza mite  a Debrecen nell’estate del ’72, quella dell’amore di Kaisa che ho già raccontato nel secondo dramma della trilogia finlandese prossima a terminare. Poi magari passerò al dramma satiresco su Ifigenia. Scrivo queste storie perché vengono lette da tanti visitatori del blog, e anche con la speranza di ritardare la mia morte. Faccio tesoro di sentimenti forti che mantengano viva la memoria dei tanti significati  di una vita vissuta nell’amore, nel lavoro, nello sport, nella gioia e nel dolore.

Faina dunque, nell’agosto del 1972, la sera della sua partenza dalla cittadina universitaria ungherese, mi aveva chiesto di accompagnarla alla stazione, poi, siccome il treno per  il grande oriente sovietico aveva un grosso ritardo, eravamo andati a parlare, e a bere dell’Egribikavèr[1] all’Arany bika[2].

Le avevo esposto la mia visione del mondo nella lingua magiara, in breve e molto all’ingrosso.

Tuttavia da quella sera remota, Faina, da vera orientale russificata e romantica, si era creata il mito di Gianni il buono, il generoso, l’ingenuo, e lo coltivava senza ragione, come una delle creature estreme di Dostoevskij. Ci eravamo scambiati qualche lettera. In particolare mi associava al principe Myskin, l’idiota santo e geniale. Diceva di amarmi perché nell’anima mia vedeva la forza della bontà. Dopo il nostro incontro aveva  imparato bene la lingua italiana per comunicare con me. Mi amava e sperava di essere contraccambiata.

Tuttavia in quei giorni di primavera non poté non accorgersi che ero innamorato di un’altra e me lo fece notare con mitezza e mestizia.

Una mattina, mentre giravamo l’Ungheria con la nera Volkswagen e io andavo a caccia di ricordi con gli occhi, con le orecchie, fiutando le tracce lasciate da Päivi con il naso da avvoltoio e  il resto del ceffo da cane, Faina notò che avevo un grosso peso nel cuore e me lo disse.

Non la smentii, siccome sono stato qualche volta anche un po’ farabutto in questa mia vita mortale, ma bugiardo per niente. Mi piaccio abbastanza da non dovermi camuffare.

Posso capire e accettare la dissimulazione, ma non ammetto né mi permetto la simulazione dei servi.

Avuta dunque la mia tacita conferma, Faina si mise a cantare una canzone ciuvassa dalla melodia triste. Quindi me la tradusse.

Una donna dice a un uomo: “Amore mio, portami via con te: ti farò da compagna”.

L’uomo risponde: “Non ti voglio: ho già una compagna”.

Lei allora gli fa: “Caro, portami via con te: ti farò da sorella”

E lui: “Non ti voglio: ho già una sorella”.

Infine la donna lo prega: “Ti prego, portami via con te, ti farò da serva straniera”.

“Non ho bisogno di una serva straniera” - risponde spietatamente l’uomo - Va’ via”.

“Tu sei quell’uomo, Gianni, io quella donna”, concluse Faina sbirciandomi malinconicamente con occhi tartari, obliqui.

Mi venne in mente: “I am your wife il you will marry me;/if not. I’ll die your maid[3].

Invece dissi: “Faina, tu sei una cara compagna e io ti vorrò sempre bene”.

Di fatto però tale rimprovero, seppure mite, mi faceva  sentire un carnefice di quella giovane donna di cui assaporava appunto le carni assai bianche tutte le sere nel letto. Io stavo infliggendo ingiustizia e crudeltà a quella giovane donna immeritevole di tale maltrattamento.

Ne imploro perdono a lei e a Dio, chiunque egli sia.

Vero è che più avanti dovrò scontare queste sofferenze arrecate a Faina con quanti dolori mi verranno inferti da Ifigenia e altre furie vendicatrici.

Poiché il male fatto si paga: prima o poi torna indietro, rimbalza sull’autore secondo il contrappasso.[4]

 

Tra le altre caratteristiche, Faina aveva quella di essere comunista convinta. Il regime diceva, perfino al tempo di Stalin, aveva aiutato la gente e le popolazioni più povere dell’Unione Sovietica facendo costruire ospedali e scuole dove non c’erano. Per questo lei aveva potuto studiare, viaggiare e fruiva ancora di borse di studio. Dall’autunno seguente avrebbe lavorato come interprete a Budapest.

Forse con lei ho perso, per mia stupidità, la donna migliore, la più buona, la più intelligente e capace che abbia mai incontrato.

Allora avevo soprattutto bisogno di un’amica buona che mi credesse tanto, tanto buono, e mi desse qualche indicazione e qualche ragione per diventarlo davvero.

Päivi mi aveva motivato allo studio intelligente e al pensiero cosciente, sicché cominciavo a capire che non si può essere davvero felici se non si è  profondamente morali.

Quella ragazza ventitreenne diceva che le facevo comunque del bene poiché la aiutavo a pensare con lucido realismo e la motivavo a studiare la mia bella lingua madre.

E mi amava perché  ero comunque educato e  gentile.

A me invece in certi momenti sembrava di essere un boia perverso che strazia una vittima innocentissima con crudeltà inaudita.

Perciò, finita la breve feria d’Aprile, tornai volentieri a Bologna per terminare decentemente l’anno scolastico.

In luglio partii per la Finlandia. Dovevo parlare con Päivi, sentirmi dire almeno se aveva abortito o aveva fatto nascere la nostra bambina. Ero ancora capace di illudermi sull’educazione di questa donna fatale. I semi che aveva piantato dentro di me seguitavano a vivere e a crescere. Oggi siamo due vecchi, io un uomo di 81 anni suonati, lei una donna  di 76, e da quanto leggo nel suo face book trovo che abbiamo avuto sviluppi diversi e sono sicuro che la nostra storia è finita come doveva. Al pari di ogni storia del resto.

Note

[1] Sangue di toro di Eger, un famoso vino ungherese.

 

[2] Toro d’oro. Albergo e ristorante storico di Debrecen. Cfr. la storia di Helena Sarjantola, quella di Kaisa e l’arrivo a Debrecen presenti nel blog.

 

[3]Shakespeare, The tempest, III, 1.

 

 

[4] Nel doloroso canto (kommós) che precede l’epilogo dell’Agamennone (vv. 1562 - 1564), il Coro dice queste parole: “paga chi uccide”, κτίνει δ’  καίνων, “rimane saldo, finché Zeus rimane sul trono, che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina”, μίμνει δ μίμνοντος ν θρόνωι Δις / παθεν τν ρξαντα· θέσμιον γάρ. C’è una ripresa di questo nel kommós delle Coefore (vv. 313 - 314): δράσαντα παθεν, / τριγέρων μθος τάδε φωνε, “subisca chi ha agito, un detto tre volte antico suona così”.

 Ricordo anche l’Eracle di Euripide dove Anfitrione indirizza queste parole a Lico inconsapevolmente incammi­nato verso la morte (vv. 727 - 728): προσδόκα δ δρν κακς / κακόν τι πράξειν, “aspettati facendo del male di averne del male”.

Infine l’Oreste di Euripide. A Menelao che gli domanda τί χρμα πάσχεις; τίς σ’ πόλλυσιν νόσος; (395) “che cosa soffri? quale malattia ti distrug­ge?”, il nipote risponde  σύνεσις, τι σύνοιδα δείν’ εργασμένος, 396 - “l’intelligen­za, poiché sono consapevole di avere commesso cose terribili”. Oreste dunque è reso sofferente dalla propria σύνεσις . Menelao allora ricorda al matricida la legge del contrappasso per la quale deve soffrire (v. 413): ο δειν πάσχειν δειν τος εργασμένους, “non è terribile che patiscano conseguenze tremende quelli che hanno compiuto atrocità.

Spero di avere chiuso tutti i conti del meritato contrappasso con la frattura del femore, l’operazione, i dieci giorni di ospedale e i 45 di riabilitazione.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro 18 luglio 2026 ore 17, 46 giovanni ghiselli

 

p. s.

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Riccardo III - XXVI parte- . Atto quarto, scena 5. Facciamo capolino su Amleto e La tempesta.


 

Stanley chiede a sir Christopher di far sapere a Richmond che il proprio figliolo Giorgio è rinchiuso nel porcile  del cinghiale implacabile- in the sty of the most deadly boar- (V, 5, 2).

 

 Il tiranno è un uomo imbestiato che fa vittime e finisce per diventare  la maxima victima lui stesso come abbiamo già rilevato.

 

Stanley sa che la testa del figlio salterà se lui, il padre, si rivolta: "If I revolt,- latino revolvere far rotolare-off goes young George's head (3).

Il "rotolare indietro" del padre è associabile  al rotolare giù della testa del figlio. Si ricordino le storie già menzionate di Periandro di Corinto, Policrate di Samo e dei due Tarquini: re e pincipe di Roma.

Richmond deve anche sapere che la vedova di Edoardo IV ha consentito al mantrimonio della figlia con Riccardo.

Intanto questo vendicatore invero misterioso è sbarcato nel Galles. Christopher  fa i nomi dei nobili in rivolta tra cui sir William Stanley and many other of great name and worth (16) e molti altri di grande nome e valore.

 

Sappiamo che la rinomanza e la fama di valore sono spesso usurpate ma in guerra una grande reputazione anche se falsa, qualora sia convincente, può contribuire alla vittoria. Lo sapeva bene Alessandro Magno che si spacciava per figlio di Zeus . Diceva che anche se non era vero, conveniva farlo credere.

Famā  enim bella constant, et saepe etiam, quod falso creditum est, veri vicem obtinuit” ( Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni VIII, 8, 15), le guerre sono fatte di quello che si fa sapere (attraverso la propaganda), e spesso anche quanto si è creduto per sbaglio, ha fatto le veci della verità.

 

I nemici di Riccardo dunque puntano su Londra

Stanley conte di Derby fa fretta a Christopher perché torni da Richmond e gli dica  che gli bacia la mano “I kiss his hand”.

A un padrone se ne sostituirà un altro, non necessariamente migliore.

Alla fine di questo dramma, come del Macbeth, il nuovo re insedia i suoi amici e parenti sui seggi dai quali sono stati gettati nella fossa gli sconfitti.

Si combatte per una tomba come ci ha insegnato Lucano.

Le ultime parole della tragedia Amleto (1600-1602) sono di Fortebraccio, principe di Norvegia, il quale dice: take up the bodies: such a sight as this-becomes the field. But here shows much amiss- Go, bid the soldiers shoot, togliete i cadaveri. Uno spettacolo come questo si addice al campo di battaglia. Ma qui è assai fuori luogo.

Andate, ordinate ai soldati di sparare.

Jan Kott lascia un interrogativo: “Chi è questo giovane principe norvegese? Non lo sappiamo. Shakespeare non ce lo dice. Che cosa deve rappresentare? Il destino cieco, l’assurdità del mondo o il trionfo della giustizia? Gli shakespearologi hanno difeso a turno ciascuna di queste tre interpretazioni. E’ il regista che deve decidere. Fortebraccio è un uomo giovane, forte, splendente. Arriva e dice: “Portate via questi cadaveri. Amleto era un buon ragazzo, ma è morto. Adesso il vostro re sono io. Torna tutto benissimo, perché mi sono ricordato che ho dei diritti su questa corona”. Dopodichè sorride ed è soddisfatto di sé”

Mi fa pensare al deus ex machina, per esempio Apollo alla fine dell’Oreste di Euripide o i Dioscuri alla fine dell’Elena di Euripide.

“Ed ecco alla fine arriva un giovanotto sano e vigoroso e con un affascinante sorriso dice: “Portate via questi cadaveri. Adesso il vostro re sono io”[1].

 Take up the bodies” .

 

Lo stesso deus ex machina è Richmond nel Riccardo III. Ma la storia si  ripete senza rinnovarsi

Ogni gradino che separa Riccardo III , poi Rchmond dal trono è una vita umana.

I re sono a turno ora carnefice ora vittima. Gli uomini che creano la storia ne cadono vittime, altri credono di crearla e ne cadono vittime, altri non la creano né credono di crearla ma ne cadono vittime lo stesso.

Alcuni capitoli del Principe di Machiavelli sono fatti dramma da Shakespeare.

 

L’ultimo dramma di Shakespeare, La tempesta (1610) si svolge in un’isola sperduta tra persone finite  lì schivando a malapena la morte per acqua.

Tra loro si ripetono i malefici che abbiamo visto nelle corti.

Alla fine del dramma Prospero mostra ad Alonso re di Napoli i loro figlioli:  Ferdinando e Miranda che giocano a scacchi

Miranda vede  i personaggi del dramma e dice: Oh meraviglia, quante buone creature sono qui! Come è bello il genere umano! Oh magnifico nuovo mondo che contiene tali abitatori!

Invero sono un branco di farabutti.

A Prospero, duca di Milano spodestato da suo fratello, bastano 4 brevi parole per smentire quanto ha detto sua figlia Miranda: ‘Tis new to thee. È nuovo per te (V, 1)

Prospero pronuncia la parola disperazione: and my ending is dispair (Epilogo, 15) . La stessa disperazione augurata a Riccardo dalle sue vittime.

Per Shakespeare il potere è un nucleo di male, come per Seneca.

Ma questo lo abbiamo già detto.

 

La prossima volta passeremo al quinto e ultimo atto del Riccardo III.

Pesaro 19 luglio 2026 ore 11, 34 giovanni ghiselli

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[1] Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo, Felrtinelli, 1976, p.70