venerdì 1 maggio 2026

Ifigenia CLVI. La fantesca dalle cosce stupefacenti e l’attesa nella cupa stazione di Trento. L’insufficienza.


Sabato primo marzo Ifigenia volle venirmi incontro alla stazione di Trento sulla via del mio rientro a Bologna. Saremmo passati lungo il  lago di Garda. Volevamo vedere la venusta Sirmio di Catullo e trarne auspici per le nostre vite, amorose e lavorative piuttosto travagliate.

Doveva arrivare alle 13 e qualche minuto. Era una giornata piena di sole potenziato dalla neve sui monti. Partìi da Moena alle undici con il disappunto di perdere le ore più luminose e calde per andare da una che che non mi convinceva, né mi piaceva del tutto. Cercavo di consolarmi pensando: magari la primavera l’ha fatta rifiorire, e  vederla e toccarla dopo una settimana di pausa mi emozionerà.

Arrivai prima del treno come avevo calcolato per non farla aspettare.

Detesto la mancanza di puntualità perché i ritardi mi hanno sempre reso infelice e non voglio fare agli altri quanto non devono fare a me. Piuttosto arrivo in anticipo.

Mi aspettavo che dal contatto rinnovato dopo il divorzio pur breve rinascesse qualche scintilla. Speravo che quella sera si sarebbe fatto del sesso abbondante se non altro.

Vero è che c’era stato un segno non buono riguardo al mio interesse carnale per Ifigenia. Una sera, tornato tardi dalla passeggiata sotto le stelle avevo trovato chiusa la porta dell’albergo. Sicché avevo suonato ed era venuta ad aprirmi una cameriera  giovane, mora, carina, con la vestaglia aperta tanto da lasciare scoperte le cosce brune, agili, sode, fino alle mutande: una  visione meravigliosa, paradisiaca quasi quanto quella del cielo stellato.  

Ebbene l’ avevo osservata con attenzione e simpatia  non dissimulate, poi le avevo detto: “grazie signorina e complimenti” .

“Di che?”

“Di tutto. A domani”

Poi, salito in camera, l’avevo pensata con desiderio.

Un fatto nuovo che un anno prima non sarebbe accaduto.

Ero stato tentato di accarezzare almeno su una guancia la seduttiva fantesca.

Il giorno dopo provai a lanciarle un’occasione di fare del bene a me e a sè stessa. Mentre bevevo il caffè nel bar dove serviva quella ragazza incantevole l’avevo indotta a chiedermi l’indirizzo di Bologna decantando le meraviglie della città. Quindi, da gesuita quale talora mi ritrovo a essere ammaestrato dalle zie, le avevo dato il recapito della scuola per non sentirmi fedifrago. Tanto, anche se fosse venuta a cercarmi là, avrei trovato il modo di ghermirla, sognavo e speravo.

Intanto però aspettavo il treno di quell’altra  nella stazione di Trento.

Un luogo triste assai. Si trova alla base di una collina bassa e spelacchiata, tuttavia causa di ombre umide e cupe. Sopra vi sorge e si impone alla vista un tempietto neoclassico  circolare e colonnato, un monumento all’irredentismo fautore di guerre e di stragi. Quando il treno arrivò, Ifigenia non ne scese: o l’aveva  perduto oppure stava procedendo verso il Brennero per seguire un controllore o un cuccettista che le era piaciuto assai.

Il treno successivo da Bologna arrivava alle cinque. Mi vennero in mente gli appuntamenti mancati da mia madre. Quando ero bambino e l’amavo al di sopra di ogni altra donna, avvisava che sarebbe arrivata il tal giorno con il tal treno. Il nonno Carlino, “il su’ babbo”,  mi portava alla stazione: eravamo entrambi felici di vederla. Però  tra quelli che scendevano nella stazione di Pesaro la madre mia non c’era. Mi domandavo dove fosse finita.

 Quando tornavamo a casa il nonno gridava “fiasco!” probabilmente perché gli piaceva il vino. Io rimanevo sconsolato e desolato. Le zie dicevano:” che ti importa?  Noi siamo qui”. Ma per me non era lo stesso: la mamma era più giovane, più bella  e meno imperiosa di loro, meno severa con me. Con se stessa per niente. Una volta Ifigenia mi disse che ero attirato dalle donne giovani siccome mia madre era infantile. Un’osservazione non sciocca.

La mamma quando gliela riferìi rispose: “ma fai stare zitta quella ragazza: la vera fallita!” Eva contro Eva, pensai, ricordando un film che la mamma mi aveva portato a vedere quando ero piccino.

Nel marzo del 1980 avevo trentacinque anni suonati e non ero più disposto a subire maltrattamenti da chicchessia. Dunque decisi di andare a sciare sulla vicina Paganella. Sarei tornato al treno successivo e se non fosse arrivata nemmeno con quello, tanti saluti! Sarei andato subito a Bologna e avrei telefonato alla fantesca dalle  cosce stupefacenti.

 

 

Poco prima delle 17 ero di nuovo nella stazione di Trento. La attendevo per accoglierla, posto che fosse arrivata, con un sorriso non privo di spregio.

Questa volta arrivò, bella e guardata dagli uomini, come al solito. “Però, non è il mio tipo pensai”. Bella sì, ma poco fine. Helena, Kaisa e Päivi erano altre persone, altri gevnh, razze spirituali diverse: studiose,  educate, capaci di amare, di parlare e di stare zitte:  amorem amoenitatemque  exercentes [1].

Si scusò dell’errore grossolano: il treno per venire da me partiva dalla stazione occidentale mentre lei lo aspettava in quella centrale.

Ma forse era una menzogna. Aggiunse delle falsità dolciastre.

 

Avevo imparato da Freud che gli atti mancati non sono mai casuali. Ne ero convinto perché l’avevo verificato vivendo. Probabilmente colei voleva andare da tutt’altra parte. Incosciamente si dice, e di fatto il suo Io veniva spesso invaso dall’Es. Né era propensa a bonificare il pantano dell’inconscio, a estendervi la parte cosciente poiché era convinta che l’attore bravo deve assecondare l’istinto.

Quello istrionico non le mancava, però non aveva la potenza espressiva dello sguardo, né il  tono, né lo stile bello di tutta la persona.

 

Di questo però non facemmo parola quel giorno. Dissi invece che avevo impiegato benissimo il tempo dell’attesa andando a fare un’altra sciata a Fai della Paganella dove iniziano piste meravigliose che giungono fino ad Andalo. Ifigenia raccontò che aveva parlato con Lucia denominata “la fedelissima”.  Non sapevo di che avessero chiacchierato, né glielo domandai. Provai comunque un’allegrezza scellerata pensando che quelle due, una già avvelenata dal desiderio di successo, l’altra ancora da scoprire, solidarizzavano sotto l’immagine della mia persona, celebrata in qualche modo da entrambe. Ma probabilmente avevano fatto solo del pettegolezzo comaresco, magari non senza intrighi.

Di fatto nessuna delle due studiava sul serio e volevano fruire dei miei lavori sudati sui libri, fino a quando sarebbe servito.

 Ifigenia poi disse che a Verona era salito sul treno un uomo distinto e l’aveva corteggiata fino a chiederle l’indirizzo: invano. Non feci alcun commento e pensai: “Troppo tardi, ojyev, come dice Dioniso a Cadmo[2]: quando eri in tempo, tu non hai voluto sapere di riservatezza e rispetto”.

Ci fermammo per qualche minuto sul lago di Garda. Non c’era un filo di vento e il Benaco non sorgeva con flutti e fremiti marini come favoleggia Virgilio[3].

Non era tempo di favole: mi annoiavo piuttosto.

La faccia di Ifigenia era ottusa e inespressiva. Ero certo che il suo fascino non era sufficiente per  sostenere la sua ambizione.

Arrivati a Bologna tentammo un contatto carnale. Come fummo nel letto però, non riuscivo nemmeno a desiderarla con forza. Quella sera lontana, nel talamo grande dove avevamo gridato di piacere e di gioia, nel giaciglio martire cui una volta si era spezzata una gamba incapace di reggeri i nostri tripudi  festosi e sacri, la sera del primo marzo, dopo una settimana di astinenza, facemmo l’amore una volta sola senza fatica, mentre la seconda avvenne con stento e con sforzo. Dovetti pensare ad altro. Non eravamo arrivati nemmeno alla sufficienza tricuspide. Spensi la luce. Mi girai verso il muro. Poi lo toccai con un dito per avere la certezza che non stava crollando anche lui. Ifigenia  piangeva.

 

Avvertenza: il blog contiene tre note.

 

Bologna primo maggio 2026 ore  10, 34 giovanni ghiselli

p. s.

Elogio di Giada.

Seguo l’affare Stasi-Sempio. Il secondo mi è più simpatico del primo, senza del resto sapere che cosa sia successo perché la confusione suscitata sull’assassinio di Chiara è totale.

Stasi dunque non suscita la mia simpatia. Invece mi piace la sua avvocatessa Giada: è brava, preparata ed è pure una donna attraente senza essere particolarmente bella. Ha un aspetto fondamentale del fascino: un’espressività dello sguardo che denota intelligenza. E’ una professionista preparata e seria cioè non istrionica come altri personaggi che partecipano a tutte le trasmissioni sull’orrendo delitto mettendosi continuamente in mostra e sputando sentenze. Giada si vede di rado e la guardo volentieri.

 

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[1] Cfr. Plauto, Miles gloriosus, 656, in grado di praticare l’amore e la piacevolezza.

[2] Cfr. Euripide, Baccanti, 1345

[3] Cfr. Virgilio, Georgica II, 160


Ifigenia CLV Presagi di primavera a Moena. La passeggiata notturna fino a Sorte. Paura dei mostri.


In febbraio non ne potevo più della monotonia del mio vivere, dello stare chiuso in casa o a scuola, e mi presi una settimana di pausa da passare a Moena, tra i monti antropomorfi della mia infanzia. Partìi a mezzo la giornata del 24 incoraggiato da buone previsioni del tempo lassù. Nella turrita Bologna l’aria  era fosca ma già a Trento il cielo era tutto visibile e luminoso. Quando entrai nella valle di Fiemme i monti innevati scintillavano di luce pulita anche se declinante, oramai radente i tronchi degli alberi. A Cavalese il sole  toccava con dita di rosa i tetti aguzzi delle case più alte. Era morituro ma preparava già la rinascita.

A mano a mano che i rapporti umani personali e politici  decadono, cresce l’interesse per la natura.

 Mezz’ora più tardi arrivai a Moena.

Erano quasi le cinque e la mano santa del dio aveva lasciato tutta la valle di Fassa dopo la carezza della buona notte, però le cime dei monti continuavano a baciare le lunghe dita della luce mentre i larici e gli abeti dei boschi supremi, non più aggravati dal gelo, sembravano alzarsi in punta di piedi nel tentativo di cogliere gli ultimi raggi sfuggenti che si attardavano oramai quasi soltanto sulle rocce somme rendendole belle ed espressive come il volto di una donna intelligente e buona: una incapace di fare del male. Provai un moto di compassione verso la meschinità delle persone che cercavano di danneggiarmi.

Il paesaggio che aveva già confortato la mia infanzia trenta anni prima mi diceva che potevo e dovevo essere lieto: l’inverno era quasi finito e la primavera era già prossima a respingerlo, a cacciarlo via per tanto tempo, se alle cinque della sera quel colore di femmina umana, quel rosa vivo, quasi carneo, poteva resistere ancora agli attacchi del buio che, certo, avanzava, ma senza la forza e l’impeto travolgente che aveva avuto nei tre mesi precedenti quando, passate  le quattro, il cielo si accieca lugubramente, le campane suonano a morto perché in quel tempo la gente lascia più spesso e meno malvolentieri la terra, come mi disse un becchino cortese del cimitero di Sansepolcro quando nel gennaio del 1978 accompagnai la nonna Margherita all’eterno riposo, pieno di gratitudine verso la carissima avia non solo e non tanto perché mi aveva lasciato quasi un quarto della sua terra e avrebbe voluto lasciarmela tutta se avesse potuto, quanto per l’affetto più che materno, con il quale mi aveva sempre aiutato e per la stima che mi aveva confortato a diventare quello che sono, chiunque io sia.

 

 

 La notte deforma ogni cosa. La prova di coraggio del bambino nel bosco.

 

Con il calare del buio che toglieva i colori alle cose la pena recrudescente non veniva domata da pensieri lieti che pure avrei potuto nutrire nell'anima partendo dai fatti senza deformarli con il mio vizio assurdo.

 A Moena potevo riposarmi per diversi giorni deliziandomi nel notare la crescita dell'altezza del sole e dei minuti di luce; a Bologna mi aspettava pur sempre un'amante bella e giovane, un lavoro che mi motivava, e c'era pure una seconda collega che mi piaceva. Ma l'angoscia mi impediva di goderne. Non riuscivo a pensare con ottimismo. Un intermittente acciecamento mentale non mi lasciava la perspicacia necessaria per capire con mente lucida.  

 Mi fasciava gli occhi uno straccio che mortificava la santa natura.

 Le rupi non più toccate dal sole, caduto del tutto, avevano cambiato aspetto: grigie com'erano, aguzze in cima e corrose nei lati parevano i denti cariati di un vecchio mal vissuto; le piccole alture rotonde, spelacchiate e divise da solchi sembravano  gobbe di megere infernali o crani spaccati a randellate da crudeli sicari, l'erba dei prati fangosa e giallastra era il crine di un'anziana cartomante  tosata dopo che aveva previsto disgrazie. La punizione doveva significare a quella strega che aveva letto solo la propria sciagura. L'oscurità della sera mi deformava ogni cosa. Il senso di colpa mi segnalava ogni aspetto triste del mondo. Ifigenia aveva ancora bisogno del mio appoggio ma  non mi sentivo di essere la colonna in grado di darglielo. Per giunta stavo alimentando una passione sciagurata diretta a un'altra donna che mi adulava per il proprio utile probabilmente. Andai all'albergo La Campagnola dove avevo prenotato una stanza. Si trova sulla strada del passo San Pellegrino. Dalla finestra vedevo la valle di Fassa con le luci già accese: sembravano tanti lumini cimiteriali. Mi lavai, rilessi e ritoccai alcune battute  del mio dramma sulla scuola, traendone qualche conforto, poi cenai frugalmente. Dovevo comunque fare del moto per non diventare deforme. Quindi uscìi per una passeggiata nottuna. Scesi nel paese, passai sul ponte sopra l'Avisio dal gorgogliare inquietante,  quindi iniziai l'ascesa dell' opposto pendio, l'occidentale, dove si trovano disseminate via via  la chiesa, il cimitero, le case della frazione di Sorte, e, dopo un altro chilometro, la Malga Panna. Di lì  inizia il grande bosco che arriva fino al passo di Costalunga e al lago Carezza dove si specchia la mole turrita del Latemar. Un percorso che mi era noto fin da bambino.

Sfuggito alle zie rimaste sedute alla Malga, entravo da solo nella selva che mi faceva paura: la trovavo spaventosa per la varietà delle luci e dei colori: ombre giganti si alternavano a chiazze di luce che potevano coprirsi o scoprirsi secondo i capricci del vento. Pensavo alle donne irrequiete di casa mia. Quindi mi veniva in mente che a loro tenevo testa, e mi azzardavo a muovere alcuni passi nella foresta. Sul margine coglievo alcuni lamponi e li mettevo in bocca: succosi erano sotto la vellutata secchezza. Più avanti vedevo dei funghi ma questi non osavo assaggiarli: mi avevano avvertito che potevo morirne. Esitavo a procedere: immaginavo la cupa foresta brulicante di fastidiose formiche, con gli alberi attraversati da lesti, graziosi scoiattoli, ma il cammino poteva essere insidiato da vipere mortifere, da lupi inferociti dai digiuni, e orsi affamati, bestie avide di cibo e assetate di sangue. Poi però prendevo coraggio osservando gli uccelli: questi erano liberi e volevo esserlo anch'io. Per questo dovevo disobbedire alle zie imperiose e rischiare. Restare per almeno mezz'ora lontano da loro.  Mi addentravo tra le ombre fitte, rabbrividendo, eppure dicendomi che non dovevo cedere. Mettermi alla prova dovevo, e vincere la paura. Quando giungevo a una radura, mi fermavo un momento per adorare il sole e interrogarlo poi tornavo indietro, di corsa, graffiandomi con i rovi irti o con i rami penduli, con i trochi scagliosi; ferendomi se cadevo sui sassi. Fuggivo immaginando di essere inseguito da chissà quale mostro.

Quando sbucavo fuori da quell'intrico periglioso gridavo: " Ce l'ho fatta!"

Avrei ripetuto azzardi siffatti nei campi vitali dell'amore e del lavoro diverse volte in vita mia. Non sono mai stato prudente come mi rimproverava la zia Giulia. In effetti mi è sempre piaciuto rischiare per mettermi alla prova. Posso dire che fino a oggi me la sono cavata.

Il 24 febbraio del 1980 dunque salivo di nuovo su per il pendio di Sorte: passai accanto alla chiesa, di fianco al cimitero posto al margine del prato, salutai con il segno di un bacio i vecchi Moenesi conosciuti da bambino che ormai riposavano lì, poi mi incamminai verso Sorte, pensando che non avrei calpestato gli asfodeli se ci fossero stati. Così trasognato giunsi al paesino. Proseguivo percorrendo l’unica via in direzione della Malga panna. Era tutto buio e come sentìi abbaiare un cagnaccio infuriato da dentro una stalla trasecolai e fui tentato di fuggire retrogrado giù per la discesa. Ma compresi che la belva era assatanata per il fatto di essere rinchiusa e probabilmente incatenata. Superato dunque il terrore dello sbranamento, l’orrenda morte per cane, bestia temuta fin da bambino, ogni tanto mi voltavo indietro, non più per il sospetto di essere inseguito da quel mostro furioso, forse tricefalo ma  debitamente rinchiuso, bensì per vedere se dai monti orientali del San Pellegrino o del Lusia spuntava la luna.

Il cielo era tutto sereno: le stelle brillavano come diamanti sul collo di una bellissima donna bruna. Mi diede conforto il ricordo delle creature belle, fini e miti che avevo incontrato. Magnifiche borse di studio. Helena dai capelli corvini dal seno ubertoso, materno, dal ventre predisposto a dare alla vita. Mi ero sentito adottato e valorizzato da tale mater et magistra.  

 Speravo che la grande foresta già palestra del mio coraggio puerile e la luna vicina a spuntare da tacita selva, a gettare la propria luce sui boschi e sui prati, mi avrebbero dato un aiuto risolutivo della pena residua. Chiedevo soccorso alla natura sollevando la testa, osservando la purezza del cielo, i suoi lumi che gli alberi mi indicavano con le cime appuntite che vellicavano stelle e pianeti quando un soffio leggero di vento le faceva ondeggiare.

Seguivo i segni di quelle dita giganti cercando risposte ai miei dubbi. Le luci più basse apparivano e sparivano tra gli abeti e i larici come le lucciole in mezzo alle spighe del grano quando queste stanno trascolorando.

Recitavo e citavo sperando che la mia erudizione sofferta si trasfigurasse, che la congerie di nozioni diventasse educazione e forza e bontà, che sul mucchio di parole imparate si elevasse finalmente un’immagine di bellezza che confutasse per sempre la mia insicurezza, la mia infelicità non ancora debellata. Infatti riprendeva sempre la guerra.

 

Bologna maggio  2026  ore 9, 58 giovanni ghiselli

 

p. s.

Oggi festeggerò la festa dei lavoratori lavorando più che mai, pedalando più che mai, riflettendo più che mai. Rivedendo questo capitolo capisco che le mie fatiche umanamente impiegate hanno meritato i tanti lettori che vedete qui sotto e mi incoraggiano a fare sempre meglio.

 

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