martedì 12 maggio 2026

Ifigenia CXLIV. Le Pale di San Martino quali opliti giganti. Un giorno felice e un capitolo bello.


 

Lunedì nove marzo c'era un sole caldo, luminoso, sicuro. Ci

trovammo a colazione pieni di buonumore. Durante la notte avevo

deciso che da quell’ amante squlibrata e pure splendida non dovevo aspettarmi più di quanto voleva darmi: nient’altro che la fruizione del suo corpo oramai, comunque un dono non  piccolo che  avrei utilizzato al meglio per procedere metodicamente sulla mia strada da solo.

 Anche figenia era tranquilla:  probabilmente aveva pensato di prendermi quanto poteva, senza fare storie e lagne prive di qualsiasi costrutto. Così armonizzati e contenti come possono esserlo due amanti ex innamorati che hanno deciso di  cogliere tutto l’utile possibile l’uno dall’altro, salimmo con la funivia al rifugio Le cune dove ci fermammo ad abbronzarci, quasi in silenzio.

 Sul mezzogiorno, per cambiare posizione e visuale, scendemmo in un

rifugio più basso e riparato, dove era più forte il calore della fiamma

suprema che dona e nutre la vita. Appena scesi dalla seggiovia, ci

togliemmo le giacche a vento e arrotolammo le maniche delle

camicie. L'umore era allegro. A un tratto notai

una casetta di legno in mezzo alla neve: distava circa un

chilometro in direzione di Bellamonte  sulla strada del passo Rolle, e tutt’intorno, per ampio tratto, non si vedevano orme. Doveva essere disabitata.

Dissi:"signorina, guarda quel casinetto: è nostro27.  Andiamo là ad abbronzarci anche i corpi". Desideravo fare l'amore all'aria aperta, tra il sole e la neve che lo potenziava, ma conservavo parte della cautela che mi ero imposta la sera prima. Però ifigenia mi fece capire che potevo, anzi dovevo

essere franco.

"Dai – disse – andiamoci tosto e facciamo il massimo consentito a un uomo e a una donna!".

"Come ai bei tempi-pensai-. Stai a vedere che questa è rinsavita!". Le feci un sorriso di riconoscenza, poi ci incamminammo semiabbracciati. Qua e là affondavamo  fino alle ginocchia e oltre, in qualche buco pieno di acqua per il disgelo.

Prendevamo tutto con allegria.

"Poi ci spogliamo e  asciughiamo ai raggi caldi, corroborati da

questo biancore lucido" dicevo.

E lei:"Sì, e facciamo zazzì tante volte quante ci va".

“Non ti vergogni?” domandavo per scherzo

"Io no. E tu?”

“Nemmeno per sogno!”

Eravamo eccitati e felici. Finalmente giungemmo alla baita. Era

proprio isolata. Salimmo sulla terrazza non alta che la cingeva,

afferrandone il bordo e tirandoci su con fare da atleti. Poi scavalcammo il parapetto e ci stendemmo sul lato volto a sud ovest, verso il passo Rolle. Si

vedevano soltanto le montagne innevate e la cascata di luce che le

faceva brillare. Rimanemmo fermi e silenziosi per alcuni minuti,

osservando il paesaggio. Sembrava un pomeriggio estivo: il

cielo era così luminoso e l'aria tanto calda che non

rabbrividivo all'idea di spogliarmi per fare l'amore con una ragazza di cui non

mi fidavo. Alcune grosse mosche iridate volavano e il  ronzio  delle loro canzoncine  aleggiava  qua e là senza parole.

 Davanti agli occhi avevamo le pale di San Martino, chiare, lontane, e illuminate così ardentemente da sembrare tre opliti giganti levatisi al sole con  armature bianche per riverberarne i dardi di fuoco. I lati settentrionali, i fianchi destri degli smisurati guerrieri, dall'ombra che eternamente li

copre, mandavano bagliori azzurrini, gradevolmente freschi in

quella illusione d'estate.

Ci spogliammo entrambi, del tutto. Stendemmo i vestiti a far da

giaciglio, ma le mutande le appesi ad un filo teso sopra le nostre

teste con delle mollette; per potere riprendere subito in caso di

necessità, le mie e quelle della ragazza, odorose del sesso

suo, della carne viva, stillante" fragranza e rugiada"28.

  Quando eravamo a Bologna, nel grande letto, e dovevamo alzarci in fretta

e furia poiché il tempo del suo permesso era scaduto, talvolta non

riuscivamo a scovarle che dopo lunghe ricerche. A dire il vero

mentre ficcavo la testa gonfia di sangue sotto il letto, e allungavo

una mano, affannato, respirando la polvere del pavimento,

pensavo in dialetto pesarese: "Se quest è un accident, che Dio ne

manda cent ". In effetti me ne mandati tanti il buon Dio di tali accidenti, mai deprecati.

Negli ultimi tempi avevo ripreso l'abitudine, imparata dalla magna mater iperborea,  Elena augusta, di metterle sotto il cuscino, ma anche

da lì talora sparivano, diabolicamente. Le care, profumate mutande

delle mie amanti amate. Quando ripenso alle mie donne e al tempo

migliore con ciascuna di loro, come quando ricordo i giovani cui

ho insegnato ad amare la vita, non credo che il vivere mio sia stato

soltanto il sogno di un'ombra29, né una tragedia totale, né un

fallimento completo. Una bella opportunità è stata la vita per me,

e  non l'ho sprecata, anzi, mi sono avvalso delle occasioni che mi ha dato per fare del bene, e non solo a me stesso. Lo constato ancora oggi da quanti mi leggono.

Così, distesi su quella terrazza di legno, scaldati e abbronzati dal

sole di primavera, compenetrati a vicenda, riversi e fusi l'uno

nell'altro, sorvolati da mosche ronzanti musiche primaverili, ci

scambiammo piacere illudendoci di avere ritrovato il tempo felice

di quando eravamo innamorati e avevamo sempre voglia di unirci:

sui colli di Bologna, sul mare di Pesaro, quando prendevamo un moscone e lo remavamo velocemente, a

turno, finché si giungeva al largo, lontani da ogni presenza umana;

allora, sul fondo ligneo della piccola imbarcazione, abbacinati dal

sole, sorvolati da bianche farfalle disperse sopra la grande pianura

d'acqua azzurra e salata, ci toglievamo i costumi, li mettevamo

sopra la panca del rematore e facevamo l'amore tante volte da arrivare a

sentire la gioia dionisiaca della fusione con la luce, con il mare,

con l'intero universo che ci sorrideva. Allora i preti maligni, le zie

pretificate e imperiose, la madre mia imprevedibile, la nonna mia Margherita gelosa e tiranna con il marito, crudele con la “servaccia” mezza vecchia presunta amante del caro nonno Carlino, il padre vacante, i colleghi furfanti, i presidi tangheri, erano confutati, messi a tacere, tutti sconfitti dalla vita reale, talora inverosimile eppure sempre vera.

Il 9 marzo del 1981 in mezzo a quei monti antropomorfi vicini al

disgelo riuscimmo a fonderci ancora una volta con la stessa panica

ebbrezza.

Allorché fummo sazi di baci e carezze, ci rivestimmo. Il sole

intanto si era avvicinato alle montagne: molto più lunghe e fredde oramai cadevano le ombre dai dossi rotondi e dalle rocce appuntite.

Bisognava tornare verso la seggiovia prima che chiudessero le

piste e fermassero gli impianti, lasciandoci in mezzo alla neve

tutta la notte, quando sarebbe stato non piacevole bello e festoso,

ma raccapricciante e rabbrividente, forse anche letale, rimanere distesi sotto il cielo, sia pure abbracciati e vestiti, guardando le stelle.

Eravamo ancora contenti, anzi quasi felici. Ifigenia disse che

l'amore fatto all'aperto era un segno di ritrovata intesa dopo due

anni di smarrimento e confusione. Mentre tornavamo in paese con

l'ultima corsa, tanto che la cabina pullulava di inservienti rubizzi e

giulivi, osservavo il sole declinare tra le rupi aguzze: sembrava

uno splendido uccello di fuoco calato sul nido di pietra dove aveva

appoggiato gli artigli, mentre raccoglieva le ali e piegava il collo,

arrotondandosi sotto le piume vermiglie.

"Lì non si scorgono del sole le rapide membra; in tal modo nel

serrato segreto dell'armonia si è è resa compatta la sfera circolare

tripudiante della beata unicità"30.

  Era l’immagine visibile della Mente dell’Universo, era Dio stesso che ci salutava e benediceva mentre andava a domire31

 

Pensai a quante preghiere gli avevo rivolto dovunque l'avessi visto

quando si annidava tra i monti dopo un volo in

mezzo alla luce emanata da lui , o si tuffava nel mare, oppure si stendeva, come un vagabondo, in un giaciglio di foglie tra gli alberi delle colline, o scendeva su grandi pianure, in mezzo a corone di rondini e di piccole nubi purpuree. Dovunque gli avevo rivolto preghiere, sempre esaudite se buone e proficue non soltanto per me.

Ogni volta gli avevo reso ringraziamenti pieni di riconoscenza, e lo feci anche quel giorno di marzo, poiché la sua fiamma amorosa aveva

ravvivato la fiaccola nostra, già vacillante, languida e vicina a

morire. Ero grato pure a Ifigenia, siccome aveva

assecondato i progetti del dio che da noi si aspettava le cose

egregie cui ci aveva predestinati da sempre. Io  avrei scritto un

capolavoro, lei sarebbe diventata una grande attrice e ci saremmo

amati senza più screzi. Glielo dissi e le feci piacere. Così, confidando

in destini buoni, tornammo alla Campagnola e cenammo.

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

.

 

Note

27Cfr. Don Giovanni di Mozart. Da Ponte: “Quel casinetto è mio: saliremo, /e là

gioiello mio, ci sposeremo” (I, 9).

 

28Cfr. J. Joyce, Dedalus, trad. it. Adelphi, Milano, 1976, p.285.

 

29 Cfr. Pindaro, Pitica VIII, 95-96:

"skia'" o[nar- a[nqrwpo"",sogno di un'ombra è l'uomo.

30Cfr. Empedocle, Poema fisico, fr.30 Diels-Kranz.

 

31“Nulla sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che’l

sole. Lo sole tutte le cose col suo calore unifica” (Dante, Convivio, III, 12).


 

Bologna  12 maggio 2026 ore 11, 23 giovanni ghiselli

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Ifigenia CXLIII. L’imperversare dello squilibrio. “Donna, mistero senza fine bello!”.


 

 

Come Dio volle, arrivò l'ora di cena. Per fortuna la cameriera della colazione

non c'era. Oltretutto in effetti non era un granché.

Non avevo più alcuna voglia di vedere la mia compagna in quello stato pieno di furia o di lagna: mi faceva pena e mi dava fastidio. Il quesito dilemmatico era se, dopo mangiato, era meglio chiederle di fare

l'amore con estrema cautela, o non proporglielo affatto.

Nisi caste, saltem caute  pensai mentre la osservavo con sguardo che voleva essere mite.

Temevo che se avessi fatto una proposta erotica, probabilmente

avrei provocato un'altra commedia di dolore o una scenata della furente.

-Come osi, dopo quanto hai detto? Senza contare quello che

avresti fatto se non fossi fuggita lontana da quel precipizio! Appena in

tempo!”-

"No, no, per carità – pensai –, è meglio stare zitti!". Tempus tacendi.

Parlava lei traendo profondi sospiri dal'imo petto. Diceva che tra

noi due infelicissimi, si erano alzate barriere di incomprensione

alte, fredde e scoscese più degli algidi monti che incoronano la valle di

Fassa.

Era più istriona e barocca del solito. Sfoderava pose e

accenti melodrammatici inconsueti pure per lei, avida di esibire se

stessa. Sentivo che qualche cosa non funzionava nella sua mente turbata,

e le rispondevo in maniera generica, come faccio con Stefania, la

vecchia amica demente, quando ha le crisi nervose:"Eh sì,

purtroppo sì. Sembra anche a me".

Dicevo che se tra noi non andava bene come una volta, la colpa

non era sua né mia: era tutta  del fato.

"La divinità infatti è invidiosa e turbolenta-citavo-, l'uomo è soltanto vicissitudine 23, e ciò che proviene dal cielo non è consentito stornarlo".

Recitavo anche io.

Non volevo più litigare né discutere con lei che, secondo le mie previsioni, per quel giorno non avrebbe riacquistato il controllo del cavallo pazzo, che la trascinava indietro verso un passato doloroso e spaventoso.

Finita la cena, ci alzammo per avviarci verso le camere. Salimmo

in silenzio le rampe comuni, finché arrivammo dove le strade

nostre si dividevano:"Hic locus est, partis ubi se via findit in

ambas"24,  pensai. Lì ci fermammo in silenzio. Aspettavo che

dicesse qualche parola convenzionale come "buona notte".

Ed ecco che invece mi chiese:"Vuoi che facciamo l'amore?"

"Io sì – feci, piacevolmente stupito –, e tu?"

La fanciulla, invece di rispondere, si mise a fissarmi in

silenzio.

"Le orecchie, quantunque non sia una lince, sono piuttosto

aguzze " pensai, evitando di muovermi, come è d’uopo fare con gli

animali  strani e bizzarri. Non volevo decidere io; ero quasi sicuro che se

mi fossi incamminato da una parte o dall'altra, ella si sarebbe

sdegnata; forse mi avrebbe dato una rapida unghiata.

Nessuno dei due si spostava. Dopo un tempo non breve,

Ifigenia disse:"Viemmi vicino: ho tanto bisogno di te,

Gianni.". Mi avvicinai senza arrivare a toccarla. Mi abbracciò lei,

poi mi baciò. Non trovò opposizione né una partecipazione

entusiasta. Il fatto è che avevo paura come se fossi stato afferrato da una pantera.

Ella affermò:"Il mondo è proprio cattivo, ma io ti amo tanto".

Poi scostò il suo volto dal mio e riprese a fissarmi.

"Facciamo finta di niente", pensai. A questo punto però sembrava

auspicare e aspettare una proposta.

Azzardai:"Vieni cocca, andiamo in camera mia".

Non rispose; continuava a puntarmi. Allora, con cautela, le presi la

mano sinistra e sussurrai:"Vieni tesoro, andiamo". Poi cominciai a

guidarla, a tirarla pianino pianino, facendo piccoli passi. Cercavo

di comportarmi con fermezza, ma anche con tutti i riguardi di cui

hanno bisogno tali creature finite in balìa del cavallo furioso.

 

Un breve excursus. Potete saltarlo se vi annoia.

Ho imparato dalla coetanea Stefania. Una volta, nei primi anni

Settanta, quando ero giovane e non sapevo trattarla, diede in escandescenze in

piazza Garibaldi, l'ombelico di Padova, soltanto perché le avevo

detto che I diavoli, un film di Ken Russel, mi era piaciuto.

"Sei un comunista e un maiale!" gridò nell'agorà centrale affollata, piazza Garibaldi, alle sette di sera. Poi mi colpì con un ombrello, in mezzo alla testa,

facendomi male. Quindi fuggì, lasciandomi semi intontito in


mezzo alla gente esterrefatta. Qualcuno cercò di prestarmi soccorso.

Un' ora più tardi  l’amica matta venne a casa mia pentita: si scusò dicendo che la colpa era stata non sua ma di mestruazioni tremende. "Sì, e di quel cavallo tutto nero, peloso e furibondo", pensai.

E della mimesi materna, aggiungo ora. Falcia l'autonomia delle

donne. Le femmine rimangono appendici delle madri, i maschi dei

padri, quando ce l'hanno, e pochissimi crescono fino a diventare

persone indipendenti dai genitori: maximum scelus, maternus (vel

paternus) amor est26

 

Stephen Dedadalus nel  IX episodio dell’Ulisse di Joyce- Scilla e Cariddi La biblioteca-, sentenzia: “ il padre è un male necessario A father is a necessary evil ;  poi aggiunge Paternity may be a legal fiction  la paternità  magari è una finzione legale

Stefania durante uno dei suoi intervalla insaniae mi disse: “tu sei un antipadre”.

Päivi me lo confermò abortendo la nostra bambina. Da allora mi sono  care le ragazze madri e le loro creature che talora diventano  persone speciali. Gesù il Cristo in primis.

 

Un'altra volta  Ifigenia mi vide assumere con l’amica coetanea dalla pazzia  intermittente l'atteggiamento di riprovazione calma e  risoluta che presento alla vista dei commedianti irragionevoli:  Stefania si lasciò disarmare, e da furibonda divenne prima lamentosa, quindi benigna al punto da offrici il suo appartamento e da andare a dormire dalla mamma, a Venezia, per lasciarcelo tutto.

Furente divenuta gentile.

Non dico che i maschi sono migliori, anzi. Hanno piuttosto

la debolezza di sottostare alla tirannide  dei costumi  diffusi, anche quelli pessimi:  per esempio devono sfoggiare la propria forza virile perfino  con prestazioni  mercenarie atteggiandosi a giovani leoni,  fino a quando  rinunciano a ogni interesse tranne quello per il tristissimo gioco delle carte.  Tutti dovremmo liberarci da questi ceppi e afferrare la briglia del cavallo nero della nostra biga mentale: ne acquisteremmo energia e disciplina.

Quando, uscita Stefania, ci trovammo soli, Ifigenia scoppiò a

ridere per la commedia cui avevamo assistito, come se tali follie

non fossero state un pericolo serio anche per noi due.

"Hai fatto finta di niente mentre la pazza infuriava, vero?", mi

domandò. Le spiegai che con i matti bisogna mostrare una calma

forte e sicura di sé.

Fine della digressione comparativa

 

Ebbene questa necessità si presentava di nuovo

a Moena, la sera dell'otto marzo, festa della donna del 1981, quando nella mia compagna vedevo formarsi una furia minacciosa o un nichilismo assoluto , e facevo di tutto per evitare uno scontro. Pensavo che non fosse utile chiederle un chiarimento dei suoi stati d'animo, poiché

probabilmente non ne aveva coscienza; del resto se pure l'avesse

avuta non avrebbe saputo spiegarla, e anche se l' avesse saputo,

non lo avrebbe fatto, siccome non si fidava di me. Nemmeno di sè

stessa si fidava questa nuova Desdemona, la disgraziata dal demone sinistro.

 

Comunque facemmo l'amore tre

volte, e abbastanza di gusto. Io l'avrei iterato ancora, poiché

trovavo in qualche modo eccitante quell'intermittenza mentale,

quel barbaglio  lampeggiante della sua coscienza ; ma la

fanciulla divenne pazza di nuovo, come Geronimo27,  e questa volta troppo matta per proseguire.

Dopo il terzo orgasmo sembrava allegra e compiaciuta; io già

molto contento di quel risultato, quasi stropicciandomi le mani

dalla contentezza, andai nel bagno a lavarmi, per continuare a

battere il ferro caldo come si dice e tornando verso il talamo cantavo:” Nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno Moena cui può separare”, ma interruppi la giuliva canzone d’amore come vidi che  piangeva a dirotto bagnando il letto di lacrime.

Le domandai:"Cosa c'è tesoro?". Non rispose. Le chiesi se potessi

aiutarla. Disse che nessuno poteva fare nulla per lei, infelice,

svuotata, forse anche malata nel corpo.

"Ho capito: allora vestiamoci subito; ti accompagno in camera,

così ti riposi", dissi con tono pacato, guardandola negli occhi

senza ironia né incertezza. Con le donne in crisi è necessario

comportarsi così; gli uomini che invece di prendere le briglie del

cavallo pazzo si lasciano calpestare, oppure montano in furia, si

meritano le zoccolate che ricevono in faccia.

Ifigenia saliva i gradini con passi di enorme stanchezza.

Sembrava che andasse a morire. La salutai, poi tornai in camera

mia, assai contento di dormire da solo.

 

Avvertenza: il blog contiene  4 note e il greco non traslitterato

Note

23

Cfr. Erodoto, Storie, I, 32 pa'n ejsti a[nqrwpo" sumforhv

24

Virgilio, Eneide, VI, 540.  Questo è un luogo dove la via si scinde in due.

 

26

Il crimine più grande contro se stessi è imitare i genitori per tutta la vita,

traduzione libera. Cfr. Seneca:"maximum Thebis scelus/maternus amor est”,

Oedipus, vv. 627-628,  il delitto più grande a Tebe è l'amore della madre.


27" Hieronymo's mad again” ( T. S. Eliot, The waste land, v. 437 citato da La tragedia spagnola (1586) di Thomas Kid.

 

Bologna 12 maggio 2026 ore 11, 03 giovanni ghiselli

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