venerdì 17 aprile 2026

Ifigenia CXIII La pioggia catartica, i pensieri, i ricordi più o meno belli, la corsa alata.


 

Domenica 5 agosto fu una giornata piena di meditazioni pullulate da stati d’animo  contrastanti tra loro. Alle 11, come al solito, non trovai la posta che aspettavo da Ifigenia. Pensai che non c’era più posto per me nel suo cuore perfido e nel suo corpo dai recessi  infernali, nonostante il telegramma. La promessa dell’espresso non era stata mantenuta. Sicché la maledissi.

“Un’Erinni feroce vaga nei buchi neri della sua mente” pensai.

 Tuttavia vivevo ancora nella determinazione sostanziale del rapporto malato con lei che mi costringeva a pensarla.

Sicché mi aggiravo  nel bosco con l’anima buia e il volto probabilmente deformato dal brutto colore dell’odio, finché, verso le due, anche il cielo si rabbuiò, quindi si mise a piovere forte.

L’acqua cadeva a righe invece che a gocce. Ero tutto bagnato mentre sentivo il dolore della fine di un’epoca di tripudi amorosi. Quella fase era finita. Intanto, pensavo, “scendo giù per il declivo onde nessun risale”.

 Invero avrà momenti di ritorno e di ripresa molto più tardi. Nel tempo dell’amore postumo.

 

Breve salto nel futuro rispetto al giorno che sto raccontando. Le stesse cose ritornano, però un poco cambiate ogni volta.

Ora ricordo il nostro concubitus. Era il 24 dicembre di un anno del secolo scorso vicino a finire. Da tanto tempo facevamo entrambi altre vite, vite diverse. Io avevo una relazione con una donna sposata, una collega  che per le vacanze di Natale mi aveva ricordato i divieti quasi sempre  imposti all’amante da  una maritata, pure malmaritata.

Dunque ero solo a Bologna come sempre dopo l’exitus finale dei miei cari di Pesaro. Solo come oggi dopo altri decenni. Ora non mi dispiace più perché faccio dipendere il mio contento come lo scontento di me stesso soltanto da me. Non mi scontenta più nemmeno l’inverno: leggo e scrivo tutto il giorno a parte la camminata necessaria perché si riformi il muscolo della coscia destra devastata dall’operazione il 10 luglio scorso.

Quel pomeriggio della fine de secolo scorso dunque sentìi squillare il telefono. Credetti che fosse la sposa infedele  andata nel garage o nel bagno per farmi gli auguri di nascosto, come era successo più volte in altre occasioni. Nemmeno quei rapporti erano equilibrati: le amanti potevano cercarmi, io solo rispondere.

Dissi “ciao tesoro, buon anno” chiamandola per nome, invece era Ifigenia.

Mi scusai. Mi chiese se volevo vederla. “ E come no?”, feci io senza esitare. Ero molto meravigliato dalla inopinata proposta e curioso  di vedere come era diventata dopo tanti anni. Volevo sentire le novità. Andai a prenderla e facemmo un giro sui colli. Ci fermammo sul monte Donato dove salivamo con le biciclette quando si era più giovani.

La scrutavo, le facevo domande, la ascoltavo con attenzione. Era parecchio ingrossata nel corpo e indebolita all’interno: parlava con qualche difficoltà, senza chiarezza. Il viso era alquanto afflosciato: le guance apppesantite  già un poco cadenti, dagli occhi era sparita l’antica luce , la bocca molto dipinta era tutta slentata. Anche io stavo diventando vecchio, più di lei, forse anche peggio. La sua vecchiezza significava la mia decrepitezza.

 Tuttavia poi si andò a casa mia e si fece il massimo consentito a due povere creature senescenti, mortali e destinate alla putrefazione.

Ma quella notte di Natale fu bella oltre che santa.

 

  Ora però torniamo alla tempesta, emotiva e atmosferica, del 5 agosto del 1979. Sbagliavo ad aspettarmi quanto la giovane amanti non voleva darmi.

Non avevo compiuto 35 anni ed ero ancora piuttosto trasognato.

Il vento scuoteva i rami dei salici piegati in basso e tuffati nell’acqua fluttuante del lago  agitato dal vento. Si muovevano in modo strano come i remi stregati di un vascello fantasma. L’abito letterario mi fece rammemorare Leopardi: “ dovrei essere pensoso di cessar dentro quell’acque la speme e il dolor mio?”

“Neanche per sogno-mi risposi- e non solo perché quell’acque sono poco profonde e mi farebbero restare asciutto dalla cintola in su. Mi vedrebbero dal ponticello, si metterebbero a ridere, a canzonarmi e diverrei ridicolo perfino ai miei occhi”.

Feci un sorriso e  mi resi conto che la vita, tolto il dolore irragionevole della lettera mai arrivata, era varia, piena e ricca di ogni bellezza. “Ma sì, mi dicevo-se ne ha trovato un altro, uno del suo stampo, tanto meglio per lei e pure per me. Negli ultimi tempi aveva cercato di ingelosirmi, per sottomettermi. Mezzucci  da donnicciole, comari ignoranti e maligne che non ottengono il risultato sperato con un uomo troppo diverso dalla loro natura,  ordinaria e pure meno. Intriganti dalla lingua bugiarda. Io merito un amore senza sospetti, pensieri maliziosi, ignobili partite a scacchi, menzogne triviali. Di pulizia e chiarezza ho bisogno”.

Il vento scuoteva le foglie facendomi cadere le gocce di pioggia  sulla testa che ne veniva ribattezzata. L’aria  era pulita come non la vedevo da tempo. In quell’atmosfera Ifigenia non aveva più posto. I suoi difetti non avevano  neppure l’ambiguità estetica irradiata dal suo splendido corpo. Quella luce del resto era intermittente oramai.

Alcuni ragazzini passavano con le biciclette dentro grandi pozze di acqua sollevando alti spruzzi. A casa avevo la mia Colnago gialla che mi aspettava per altre scalate e per i giri  nella campagna autunnale quando il grano emerge rinascendo e rinnovando la vita.

Allora, come ogni autunno, mi sarei inginocchiato sussurrando con le lacrime agli occhi : “ecco io mi prostro, o benedetti fili verdi, al suolo”.

Per ragioni letterarie ma anche economiche: il grano prodotto dalle terre di mia nonna contribuivano al mio mantenimento.

Un amore vecchio, cattivo e malato per una donna che non mantiene le promesse è un cancro: antiquus amor cancer est[1]. Una orribile relazione: operabile,  da operare. Mi mossi verso lo stadio per correre i 5000 metri dovuti alla mia volontà di  mantenere la  salute fisica e ritrovare quella mentale.

La pista di terra rossa era bagnata e pesante: non pensavo di fare un buon tempo. Invece presi subito un ritmo elevato. Al posto delle gambe snelle sentivo di avere le ali. Schivavo le pozze dove si abbeveravano i cani senza spaventarmi, saltavo quelle più piccole con vespe e farfalle, sorelle e creature di Dio. I cani cugini lontani tutt’al più.

Talora dovevo allungare il percorso scostandomi dalla corsia più interna, prossima al prato di un verde lucente e molto bagnata. Correvo bene: procedevo con pathos e con logos, con tutta la potenza che avevo e sapevo di avere, con gioia. Il terriccio che ogni tanto mi schizzava addosso, non mi rallentava. Un quarto di giro oltretutto lo correvo lottando contro il vento, ma ero così forte e fiducioso in me stesso che avrei assorbito un uragano, come gli uomini dell’avvenire immaginati da József Attila: “essi saranno la mitezza e la forza”.[2]

Impiegai 19 minuti e 27 secondi: un tempo discreto. Lo dedicai alle donne del mio avvenire. Saranno donne maritate e non separate per evitare rischi di altre relazioni penose.

Non lo sapevo ma a sessanta anni  avrei  rischiato di sobbarcarmi una vergine per imparare dell’altro, però grazie a Dio  anche questa fuggì lontano. Non ho potuto cambiare il mio destino, né l’ho voluto. Sapevo già da bambino che niente è più forte della Necessità. Diventato vecchio ho constatato che  le vergini non sono fatte per me.

 Le due donne più importanti della mia vita, Helena e Päivi, erano ragazze madri. Kaisa era una ragazza sposata con un figlio. Altre erano varie ma tutte non adatte a maritarsi con me dato che io non sono adatto alle nozze, ne sono mentalmente incapace.

Comunque tutto mi sarà perdonato da Dio chiunque egli sia, perché ho amato molto. Se mi fossi sposato avrei amato assai meno e sarei stato perdonato molto meno.

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Bologna 17 aprile 2026 oe 18, 06 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Satyricon, 42.

[2]  Ok lesznek az erő és szelídség . Gli uomini dell’avvenire.


Pirandello, L’esclusa, romanzo del 1901.

 

 Marta Ajala è una bella giovane donna cacciata dal marito Rocco Pentagora per presunto adulterio. Il padre di Rocco, Antonio aveva cacciato la sua anni prima: fece con una mano le corna e le agitò in aria. Disse al figlio: “vedi queste? Per noi, stemma di famiglia!”

Anche il padre di Antonio, nonno di Rocco, aveva avuto lo stesso ornamento. Il mestiere delle mogli è quello di ingannare i loro mariti.

tra un disordinato profluvio di messaggi d'amore" (p. 279).

 

Fa coppia con questi L'eterno marito (1871), Pavel Pavlovič, di Dostoevskij:"Un individuo simile nasce e si sviluppa unicamente per ammogliarsi e, una volta ammogliato, per trasformarsi unicamente in un'appendice della moglie, anche quando egli abbia una personalità sua, ben determinata. La proprietà essenziale di un simile marito è quel certo ornamento. Egli non può non essere cornuto, così come il sole non può non risplendere, però non soltanto non ne sa mai nulla, ma non potrà mai saperlo per le leggi medesime della natura (…) E a un tratto, in modo del tutto inatteso, Pavel Pavlovic si fece con due dita le corna sulla fronte calva, e ghignò piano, a lungo. Rimase così, con le corna e ghignando, per mezzo minuto almeno, guardando Vel' čaninov[1] negli occhi in una specie di ebbrezza della più perfida insolenza"[2].

 

Rusticus est nimium, anche Pavel, come il rozzo marito sbeffeggiato da Ovidio

Rusticus est nimium quem laedit adultera coniunx,/et notos mores non satis Urbis habet,/in qua Martigenae non sunt sine crimine nati,/Romulus Iliades Iliadesque Remus" ( Amores, III, 4, 37 - 41), è davvero rozzo quello che una moglie adultera offende, e non conosce bene i costumi di Roma nella quale i figli di Marte non sono nati senza colpa, Romolo figlio di Ilia e il figlio di Ilia Remo.

Insomma il marito che, tradito, si adonta, è un ignorante integrale 

 

Il padre di Marta, Francesco Ajala, si chiude in camera dalla vergogna e muore presto di un colpo. La madre e la sorella Maria invece la aiutano. Del resto Marta è innocente: è solo stata sorpresa dal marito mentre leggeva una lettera di un corteggiatore che lei aveva respinto. Agli occhi della gente era comunque una donna perduta.

 Il suo spasimante Gregorio Alvignani viene eletto deputato

La fabbrica del padre va in malora e le tre donne si trovano in miseria. Marta non si sentiva in colpa: “aveva la coscienza sicura lei, che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a strapparle una anche una minima concessione” (p. 58)

Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un pensiero che la confortasse, che le desse un momento di requie.

Suo marito Rocco era uno dell’armento[3], lieto e pago di appartenervi

Marta rimpiangeva il tempo dei suoi studi e le dispiaceva non averli seguitati.

Durante una selvaggia festa religiosa la folla aizzata dal suocero Antonio Pentagora dà quasi l’assalto alla casa delle tre donne. C’era poi la miseria che batteva alle porte delle tre desolate.

Antonio diceva che la sorte si era divertita a bollare i Pentagora con il marchio dei cervi. Noialtri di corna negoziamo (cfr. l’orrore della derisione nella Medea, nell’Aiace etc.)

Marta riprende a studiare per diventare maestra. Voleva risorgere dall’onta vile e ingiusta e sollevare la madre dalla miseria.

Era bella assai e guardava con aria di sfida la gente che la considerava una sfrontata. Le stesse compagne di scuola la evitavano. Tornò a scuola per gli esami che superò brillantemente ed ebbe una supplenza, ma aveva contro le allieve e le famiglie. Però non cedeva (cfr. l’eroe: Achille cedere nescius [4]).

La gente chiacchierava : diceva che aveva avuto il posto in seguito a raccomandazione dell’amante, il che magari era vero, data la nostra piaga italica e italiota, da sempre: cfr. le XII tavole del 450[5]

 

 “Protezioni ci voglion!” le dice l’amica Anna. Rocco è ancora innamorato. Marta pensa che voglia schiacciarla nel fango come una ranocchia. Tutto il paese era per l’ingiustizia e per la condanna. Finché le tolgono il posto e lo danno a un’altra, la nipote del consigliere Breganze, sebbene l’ispettore sapesse che Marta le era incomparabilmente superiore

Anche le altre maestre oneste e brutte e zitellone se la recarono subito a dispetto. Un breve saluto, la mattina, con le labbra strette e via. “Un’onta per l’istituto!” dicevano 101

Ai maschi invece piaceva e il direttore ne riconosceva il valore, ma l’ispettore andò a dirgli che l’ingegno e la volontà non bastano, “bisogna pure guardare, guardare nella vita privata, la quale, signor mio, influisce, ha il suo peso, e non poco su la considerazione in cui le allieve debbono tenere la propria maestra”.

Cfr. viceversa Il pessimo preside Zanini (Carmignano di Brenta, 1969) e l’ottimo ispettore Portolano (Bologna 1988)

Marta era avvilita dall’impotenza di lottare contro l’ingiustizia patente di tutti. Eppure rimaneva superiore a tanta volgarità e al giogo livellatore delle leggi e al palmo di fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoia a ogni ascensione verso l’idealità.

Cfr. le leggi come le ragnatele.

 

Nella Vita di Solone di Plutarco troviamo una critica delle leggi scritte da parte di Anacarsi che fu ospite e amico del legislatore Ateniese. Lo Scita dunque derideva l’opera di Solone che pensava di frenare l’iniquità dei cittadini con parole scritte le quali, diceva, non differiscono affatto dalle ragnatele (mhde;n tw`n ajracnivwn diafevrein, 5, 4), ma come quelle trattengono le prede deboli e piccole, mentre saranno spezzate dai potenti e dai ricchi (uJpo; de; dunatw`n kai; plousivwn diarraghvsesqai).

Le cose poi andarono secondo le previsioni di Anacarsi il quale disse anche, dopo avere assistito all’assemblea degli Ateniesi, di essere stupito del fatto che presso i Greci parlassero i sapienti ma decidessero gli ignoranti (o{ti levgousi me;n oiJ sofoi; par j { Ellhsi, krivnousi d j oiJ ajmaqei`~ (5, 6). 

Le leggi dunque colpiscono solo i deboli

Nietzsche: “Le leggi contro i ladri e gli assassini sono fatte a favore delle persone colte e ricche”[6].

 

Una lettera le annunciava un trasferimento.

Alvignani l’aveva di fatto raccomandata. Sicché Marta si reca a Palermo con la madre e la sorella

Nella nuova scuola è accolta bene. Si ridesta in lei il lucido e gaio senso della vita che aveva da bambina. Aveva vinto e vivere le piaceva. Andando a scuola le idee sgorgavano spontanee e quasi le zampillavano le parole che avrebbe detto, i sorrisi con cui le avrebbe accompagnate. Sentiva uno stringente bisogno di essere amata dalle allieve. Le restavano lo studio, la scuola, le alunne e niente altro. Era sempre più bella ma non se ne curava. I colleghi la corteggiavano ma lei si sentiva superiore. 127

Marta riceve una lettera dall’amica Anna la quale scrive che Rocco vuole scoprire cosa faccia la moglie a Palermo, per poi ricorrere ai tribunali onde ottenere la separazione.

 In effetti Marta lo vede uscendo da scuola dove i colleghi la corteggiano facendola rabbrividire.

Marta sente di nuovo il pericolo degli oltraggi e delle calunnie.

Si sentiva anche importunata dal collega Falcone, un mostro che la corteggiava. Pensò di denunciarlo alla direttrice. Falcone aveva nascosto l’ ombrello di Marta per poterle offrire un passaggio sotto la pioggia. Marta dormì e si svegliò decisa a scagliarsi contro qualunque ostacolo che volesse sopraffare la sua vita. Dopo la pioggia il verde degli alberi si era ravvivato quasi festivamente.

Il Falcone abitava in una casa vecchia e vasta con la madre e la zia, decrepite e stolide entrambe. Le due sorelle si odiavano e si domandavano a vicenda: “perché non muori?’”. L’una sperava di sposarsi, morta l’altra. Le due dissennate venivano derise dalle vicine che imporporavano loro le gote squallide, cascanti, con uva turca. E dicevano: così sembri una ragazzina di 14 anni!

La madre diceva al figlio che la mamma era l’altra siccome lei aveva 28 anni e non era maritata. Lo stesso diceva la zia

Questo ambiente aveva forse contribuito, oltre la coscienza della propria bruttezza, all’orrendo concetto che Falcone aveva della vita e della natura. Falcone non concepiva l’infelicità che proviene dai dubbi o dal sapere: “due sole vere infelicità aveva la vita: la bruttezza e la vecchiaja soggette al disprezzo e allo scherno della bellezza e della gioventù” 140

 

Excursus Vecchiaia – Giovinezza

 

Il fr. 1 D. di Mimnermo

 considera la vita umana indegna di essere protratta quando "giovanezza, ahi giovanezza è spenta", e i giorni non hanno più l'unica giustificazione che li rendeva desiderabili: quella erotica o amorosa che dire si voglia.

"Quale vita, quale piacere, senza l'aurea Afrodite?

Vorrei essere morto, una volta che non mi importi più di questi beni,

l'amore furtivo e i dolci doni e il letto:

che sono i soli fiori fugaci di giovinezza

per gli uomini e per le donne; poi quando sia giunta penosa

la vecchiaia che rende l'uomo turpe e insieme cattivo,

sempre cattivi affanni lo consumano nell'animo,

e non prova piacere neppure alla vista dei raggi del sole,

ma è odioso ai ragazzi, spregevole per le donne;

così tremenda rese la vecchiaia un dio".

 

Passiamo a un altro frammento di Mimnermo: il 2 D.:

"Come le foglie[7] che genera la fiorita stagione

di primavera, quando crescono in fretta ai raggi del sole, noi, simili a quelle, per il tempo di un cubito, godiamo dei fiori

di giovinezza, senza conoscere dagli dèi né il male

né il bene. Destini neri ci stanno accanto

uno che ha il termine della vecchiaia tremenda,

l'altro di morte: un attimo dura il frutto

di giovinezza, per quanto sulla terra si diffonde un raggio di sole.

Ma quando questo termine di tempo sia trapassato,

subito essere morto è meglio della vita:

infatti molti mali sopraggiungono nell'animo: talora la casa va in rovina e ci sono le vicende dolorose della povertà:

 a un altro poi mancano figli, di cui soprattutto

sentendo il desiderio va sotto terra nell'Ade;

un altro ha una malattia che gli consuma il cuore: non c'è nessuno

degli uomini, cui Zeus non dia molti mali".

 

Sentiamo un altro biasimo della vecchiaia (fr. 5 D). Sembra che facesse parte della Nannò  di Mimnermo

“A Titono , Zeus diede da sopportare, male immortale,

la vecchiaia, che è anche più raccapricciante della morte tremenda.

" Ma di breve durata è come un sogno

la giovinezza preziosa; e la tremenda e deforme

vecchiaia subito sul capo è sospesa,

odiosa insieme e spregiata, che rende l'uomo irriconoscibile,

e danneggia gli occhi e la mente versandosi attorno."

 

La conclusione di Mimnermo è che è auspicabile morire a sessant’anni:

 “Vorrei che senza malattie e preoccupazioni tremende

il destino di morte mi cogliesse a sessant’anni” (fr. 11 Gentili - Prato).

 

Euripide Eracle 638 sgg. Il secondo stasimo contiene un biasimo della vecchiaia che grava sul capo dei vecchi compagni d'armi di Anfitrione come un carico più pesante delle rupi dell'Etna ("to; de; gh'ra" a[cqo" - baruvteron Ai[tna" skopevlwn - ejpi; krati; kei'tai" (vv. 638 - 640).

 

La giovinezza è preferibile alla ricchezza, ed è bellissima tanto nella prosperità quanto nella povertà: “kallivsta me;n ejn o[lbw/, - kallivsta d j ejn peniva/”, Euripide, Eracle, vv. 647 - 648.

 

Se gli dèi avessero intelligenza e sapienza (xuvnesi" - kai; sofiva) riguardo agli uomini donerebbero una doppia giovinezza (divdumon h{ban) come segno evidente di virtù a quanti la posseggono, ed essi, una volta morti, di nuovo nella luce del sole (eij" aujga" pavlin aJlivou), percorrerebbero una seconda corsa, mentre la gente ignobile avrebbe una sola possibilità di vita (Euripide, Eracle, vv.661 - 669).

 

Nel Miles gloriosus di Plauto si trova un locus similis : "itidem divos dispertisse vitam humanam aequom fuit:/ qui lepide ingeniatus esset, vitam ei longiquam darent,/ qui inprobi essent et scelesti, is adimerent animam cito" (vv. 730 - 732), parimenti sarebbe giusto che gli dèi distribuissero la vita umana: a colui che avesse un carattere amabile, dovrebbero dare una vita lunga, a quelli che fossero cattivi e scellerati, portargliela via presto.

 

Marziale afferma che l’uomo buono che è senza senza rimorsi accresce lo spazio della sua vita godendo anche del proprio passato: “ampliat aetatis spatium sibi vir bonus: hoc est/vivere bis, vita posse priore frui” (X 23, 7 - 8).

 

Callimaco vorrebbe spogliarsi delle vecchiaia che gli pesa addosso quanto l’isola tricuspide sul maledetto Encelado (Aitia fr. 1, vv. 35 - 36).

 

Il terzo stasimo dell’ Edipo a Colono di Sofocle annuncia la sapienza silenica maledice la vecchiaia:"Non essere nati (mh; fu'nai) supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/ donde si venne,/ è certo il secondo bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere (kouvfa" ajfrosuvna" fevron), /quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia, discordie, contesa battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata vecchiaia impotente (ajkrate;") ,/ asociale (ajprosovmilon), priva di amici (a[filon) /dove convivono tutti i mali dei mali"(vv.1224 - 1238). non essere nati è la condizione che supera tutte e una volta nati

 

 Di questa maledizione della vecchiaia, possiamo trovare tante testimonianze nella letteratura classica: un frammento[8] di Menandro dice:" o{n oiJ qeoi; filou'sin ajpoqnhvskei nevo"colui che gli dei amano, muore giovane".

Virgilio la chiama "tristisque senectus "(Eneide , VI, 275) mettendola in faucibus Orci (v.273), sulla bocca dell'Orco in compagnia di pianti, rimorsi vendicatori, pallidi morbi, e diverse altre presenze inamene.

 

 Leopardi è un dichiarato nemico della vecchiaia: in Le Ricordanze del 1829 scrive:"E qual mortale ignaro/di sventura esser può, se a lui già scorsa/quella vaga stagion, se il suo buon tempo,/se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?"(vv.132 - 135). Quindi premette il verso di Menandro, come epigrafe, ad Amore e morte del 1832.

In Il tramonto della luna , del 1836, il poeta di Recanati poco prima di morire compone l'anatema definitivo dell'"età provetta": "estremo/di tutti i mali, ritrovàr gli eterni/la vecchiezza, ove fosse/incolume il desio, la speme estinta,/secche le fonti del piacer, le pene/maggiori sempre, e non più dato il bene"(vv.45 - 50).

 

 Chiudo questa enumeratio chaotica con Anacreonte (VI secolo a. C.)

Molto noto è il fr.5 D.:

"Con una palla purpurea di nuovo

colpendomi Eros dalla chioma d'oro

mi invita a giocare (sumpaivzein prokalei'tai)

con una ragazzina dal sandalo variopinto

nhvni poikilosambavlw/

 ma quella, è infatti di Lesbo

ben costruita, disprezza katamevmfetai

la mia chioma, ché è bianca th;n me;n ejmh;n kovmhn - leukh; gavr

mentre sta a bocca aperta davanti a un'altra". 

Strofe tetrastiche di tre gliconei e un ferecrateo.

 

In un altro frammento Anacreonte sorride, sia pure con tra le lacrime, della propria decadenza fisica, consapevole che essa è umana, è il 44 D.:"Son canute già le nostre

tempie e il capo è bianco,

la giovinezza piena di grazia carivessa d j oujkevt j h{bh

pavra

non c'è più , e vecchi sono i denti,

né rimane più molto

tempo della vita dolce; (glukerou' d j oujkevti pollo;~ - biovtou crovno~ levleiptai)

per questo singhiozzo ajnastaluvzw

spesso qamav temendo il Tartaro;

infatti è terribile il fondo

dell'Ade, e dolorosa è la discesa

in quel buco: poiché è stabilito

per chi è sceso che non risalga più".

 

Passiamo al fr. 88 D. nel quale Snell (La cultura greca e le origini del pensiero europeo ", p.105) trova "il pensiero consolante dell'avvicendarsi della fortuna espresso..senza profondità né compiutezza, ma con spirito e in tono un pò frivolo, in una poesia dedicata a una fanciulla tracia":

" Puledra tracia, perché mai guardandomi con occhi obliqui

 mi sfuggi senza pietà, e pensi che io non sappia fare nulla di buono?

sappi dunque che io potrei bene metterti il morso,

e tenendo le briglie, ti farei girare

attorno alle mete della pista.

 Ora invece pascoli nei prati e giochi saltando leggera: infatti non hai sopra di te un montatore capace ed esperto di cavalle" (dexio;n ga;r iJppopeivrhn oujk e[cei~ ejpembavthn[ 9]). Tetrametri trocaici

 L'arguzia e la piacevolezza di questi versi stanno nelle allusioni erotiche. “Anacreonte proclama il proprio desiderio di “cavalcare” la ragazza e l’ultima parola contiene un doppio senso paragonabile a quello dei termini aristofaneschi kelhtivzein[10], cavalcare,  kevlh~ 11], cavallo da corsa, iJppikov~ abile nel cavalcare 12][13].

Fine excursus

 

 

 

Torniamo a L’esclusa

La madre e la zia di Falcone continuavano a vivere per essere di trastullo alle vicine. E lui perché era nato? Era zoppo e la madre gli diceva: mettiti i piedi giusti! Credeva che li tenesse così per capriccio, o per farla ridere.

Il disgraziato saliva a Montecuccio, il più alto della conca d’oro e lanciava uno sputo in direzione della città gridando: “io verme, a te formicajo!”

 

 

Marta aveva ricevuto un’altra lettera che lesse e strappò. Si chiedeva perché doveva essere morta proprio lei che faceva vivere. Le aveva scritto Gregorio Alvignani che era venuto a Palermo. Aveva unito alla lettera un biglietto d’invito a una conferenza che doveva tenere all’Università

“Venga, s’accompagni con la direttrice del collegio! Vedrà di che luce s’accenderanno le mie parole, sapendo che lei sarà lì ad ascoltarle! p.144

 

 “Coloro che sono belli possono dirsi i prediletti della luce”  (T. Mann, Giuseppe il nutritore, p. 171).

Sono figlie della luce anche la parole belle.

 

Scriveva anche che sarebbe andato a trovarla in collegio

“Vivere, vivere! Diceva la lettera dell’Alvignani. Gli era scoppiato dal cuore quel grido fra le tante cure inutili, gli intrighi, le tristi arti della finzione e della falsità in quel pandemonio della Capitale. Vivere! Vivere. E sono fuggito”.

Quella lettera era un inno alla vita

Anche Marta desiderava vivere.

Alvignani era stremato dal lavoro. Del resto era già sul secondo versante della vita (quando chi danza –“discende un clivo onde nessun risale” -, cfr. Foscolo. Le Grazie,  inno terzo a Pallade, v.158  )

 Si era messo a discendere e temeva di precipitare, sentiva il bisogno di aggrapparsi a qualche cosa. In politica aveva avuto fortuna e successo ma era solo.

In treno gridava a se stesso: vivere! Vivere!

A Palermo voleva vedere Maria ma ci andava cauto. Pensava: dal primo incontro dipenderà tutto 149. All’Università poteva parlare di un soggetto a sua scelta. Aveva con sé pochi libri ma accettò di tenere una conferenza. Aveva portato degli appunti su le Trasformazioni future dell’idea morale e se ne sarebbe giovato. Il titolo sarebbe stato Arte e coscienza d’oggi.

Era sicuro del successo, degli applausi di un numeroso uditorio e voleva che ci fosse Marta. Meditò sulla conferenza poiché avrebbe parlato, senza leggere. Ebbe il previsto trionfo oratorio però Marta non c’era. Dimenticò di rispondere agli applausi dell’immenso uditorio 150.

 

Andò per incontrarla all’uscita dalla scuola. Erano entrambi turbati. Gregorio non si aspettava di ritrovarla in tanto rigoglio di bellezza confusa e tremante. Lui parlava con parole ardenti e affollate. Diceva tra l’altro che aveva sempre pensato a lei. Marta non riusciva a non seguire quell’uomo ardito, elegante. Lui era preso e vinto dall’irresistibile fascino amoroso e parlava sentendo che le sue parole avevano la forza della persuasione.

 

La persuasione

 

L’ Ecuba di Euripide si chiede perché noi mortali ci affatichiamo sugli altri apprendimenti e ci sforziamo –ta[lla maqhvmata mocqou'men kai; mateuvomen - su tutto come se fosse dovuto, mentre non ci adoperiamo per niente di più a fondo per imparare la persuasione anche pagando –oujde;n ti ma'llon ej" tevlo" spoudavzomen - mistou;" didovnte" manqavnein (816 - 817), affinché se uno talora volesse sarebbe possibile persuadere e nello stesso tempo ottenere –peivqein tuvfcavnein q’ a[ma (Ecuba, 818 - 819).

 

Non c'è altro tempio della Persuasione che la parola, dice Euripide, personaggio delle Rane di Aristofane autocitandosi: "oujk e[sti Peiqou'" iJero;n a[llo plh;n lovgo" "[14].

 

L’aria si era come infiammata intorno ai loro corpi, s’era fatta avvolgente e vietava ogni percezione della vita circostante 152.

 Pareva che anche la terra fervesse sotto i loro piedi. La fece salire in casa sua dove un vertiginoso smarrimento la colse: era perduta! Era piombata nel suo fondo dove tutti, tutti l’avevano spinta quasi a furia di urtoni alle terga.

La coscienza, che permette o impedisce, è spesso l’opinione della gente interiorizzata. L’Alvignani le disse che la coscienza gli permetteva di amarla. Ma sentiva che lei non lo amava: si era aggrappata a lui come un naufrago si aggrappa a un altro. Lui era pronto del resto a portarla a Roma con la madre e la sorella. Da due mesi procedeva la loro relazione aduggiata, intristita dall’ombra della colpa che la coscienza di lei continuamente vi projettava. 163. Gregorio le diceva: “tocca a te decidere, sono pronto a tutto”. Intanto arriva notizia che Rocco è gravemente ammalato di tifo e rischia la vita.

Il professor Bandino, un inquilino della grande casa dei Pentagora, va a trovare Gregorio e gli dice che bisognava riconciliare Marta con Rocco: il marito la rivuole. Gregorio replica che la donna è stata infamata e ha sofferto troppo. Quando Bandino va via, Marta salta fuori inopinatamente dalla camera da letto . Schiaffeggia Gregorio e gli dice Vile, vile! Gli rinfaccia che si è stancato e vuole spingerla tra le braccia del marito, Lui nega. Lei rivela di essere incinta oltretutto. Dice “non mi resta che morire!”

Alvignani le dice che lei non ha mai amato nessuno.

Tu ragioni, tu puoi ragionare replica Marta.

Quando la bella donna esce le va incontro Falcone pazzo di gelosia. Marta grida: “vuole mettermi alla disperazione?

E Falcone: “non si disperi…Sono io il disperato! Mi perdoni, abbia pietà di me…merito compassione, non disprezzo…Non sono io il mostro, il mondo è un mostro, mostro pazzo che ha fatto lei tanto bella e me così..Mi lasci gridar vendetta”. 175

Falcone impazzisce e finisce in manicomio.

Marta non vuole tornare con Rocco dopo l’adulterio: se io fossi una cosa… ma io penso, io so che sono stata con te e non posso, dice l’adultera all’amante 184

Pensa di uccidersi dopo avere raccomandato la sorella a Rocco perché la sposi. Medita di buttarsi sotto il treno (cfr. Anna Karenina). Oppure gettarsi in mare da un dirupo.

 Ci fu un temporale: il tuono scoppiò squarciando l’aria con un formidabile rimbombo.

 

Il segno del cielo.

 Cfr. il segno del tuono nell’ Edipo a Colono , nel Tannhäuser di Wagner e in La montagna incantata di T. Mann

Nell’Edipo a Colono di Sofocle ktuvphse Zeuvς (1604) Zeus produsse un frastuono, poi si sentì una voce divina che chiamò Edipo e disse: “tiv mevllomen cwrei'n; che cosa aspettiamo a muoverci? E’ un pezzo che indugi. Poi Edipo se ne andò e sparì in un abisso benevolo e senza dolore (1662).

 

Nel Tannhäuser il protagonista che si trova sul Venusberg dice nella seconda scena del primo atto: il tempo che trascorro qui/non saprei misurarlo/ giorni, mesi, per me non esistono più/poiché non vedo più il sole/né i benevoli astri del cielo” e alla fine della seconda scena  si sente un fragore spaventoso , dopo di che nella terza scena Tannhäuser si trova improvvisamente in einem schönen Tale, in una bella valle.

 

Al compimento del settimo anno di permanenza di Hans Castorp nel sanatorio si udì un rombo ( La montagna incantata, p. 1058) che lo scosse dal torpore.

 

La padrona di casa porta la notizia che Fana Pentagora, altra sua affittuaria, sta morendo. E’ la madre di Rocco, l’altra adultera. Marta va a trovarla e la chiama mamma. Poi scrive un telegramma a Rocco perché corra a trovare la madre morente.

Marta pensa che quella morte prefiguri la propria.

Arriva Rocco. Marta frenava a stento per pudore le lacrime, mentre Juè, la padrona di casa, ostentava smorfiosamente il suo pianto.

La moribonda congiunse le mani di Marta e Rocco. Marta chiede a Rocco di impegnarsi ad aiutare la propria madre e la propria sorella. Gli confessa l’adulterio: “sono perduta!” Aggiunge che lui e tutti gli altri l’hanno ridotta al punto di accettare ogni cosa da Alvignani, che solo da quell’uomo veniva una parola di conforto tra le amarezze e le ingiustizie. Potevo tacere e invece ti ho detto tutto! Siimi grato almeno di questo e aiuta la mia famiglia!

Marta pensa : “gli ho detto tutto, ma non del figlio. Ma il figlio è mio, mio soltanto, com’era mio soltanto quell’altro che mi morì per lui (.. .) Ah, se io l’avessi avuto!”

 Sta per andarsene ma Rocco la ferma: non mi lasciare solo!

Intanto la madre è morta, Ti voglio! Ti voglio gridò lui esasperato, acciecato dalla passione Dimentico tutto! e tu pure dimentica! Non mi vuoi più bene?

Marta: non è questo, ma non è più possibile!

Rocco: perché, lo ami ancora?

Marta; no Rocco, no! Non l’ho mai amato, ti giuro, mai! Mai!

I due si abbracciarono.

Vincendo il ribrezzo che il corpo pur tanto desiderato della moglie gli incuteva, egli se la strinse forte al petto di nuovo e, con gli occhi fissi sul cadavere, balbettò, preso da paura: “guarda…guarda mia madre…Perdono, perdono…Rimani qui. Vegliamola insieme”.

Monte Cavo, 1893

 

L’edizione definitiva è quella Bemporad, Firenze, 1927

 

In quella Treves, Milano, 1908 c’è una lettera di dedica a Luigi Capuana

Vediamola:

A lungo la mia Esclusa si vide costretta a rimanere tale dalle case editrici e dal pubblico. Finché non apparve su “La tribuna” di Roma: primo romanzo italiano nelle appendici di questo giornale.

Non so come l’abbiano preso i pazienti e viziati lettori delle appendici giornalistiche: non mancano scene drammatiche ma il dramma si svolge più nell’intimo dei personaggi. Dubito che una lettura forzatamente saltuaria abbia avvertito la parte più originale del lavoro nascosta sotto la rappresentazione oggettiva dei casi e delle persone: insomma nel fondo essenzialmente umoristico del romanzo.

Credo che alluda alla compassione ndr

Qui ogni volontà è esclusa. I personaggi si illudono di agire volontariamente, mentre una legge odiosa li guida o li trascina, occulta e inesorabile. Una donna innocente viene infamata e scacciata dalla società finché deve commettere la colpa della quale era stata ingiustamente accusata. La natura senza ordine almeno apparente irta di contraddizioni è lontananissima, spesso, dalle opere d’arte che presentano una vita troppo concentrata da una parte e semplificata dall’altra. La vita contraddice spesso quelle semplificazioni ideali e artificiose

La vita agisce con occasioni imprevedute, imprevedibili, ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento fugace.

Fine

 

Bologna 17 aprile 2026 ore 17, 13 giovanni ghiselli

 

 

 

 

Note


[1] Questo è l'eterno amante che gioca con l’eterno marito come il gatto con il topo.

[2] F. Dostoevkij, L'eterno marito, p. 39 e p. 65.

[3] Imitatores servum pecus (cfr. Orazio Epistole, I, 19, 199).

[4]Orazio, Odi , I, 6, 5 - 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta ira di Achille incapace di cedere. Della definizione oraziana si ricorda Leopardi nel Bruto Minore :" Guerra mortale, eterna, o fato indegno,/teco il prode guerreggia,/ di cedere inesperto"(vv. 38 - 40).

[5] Il vizio tipicamente italico della raccomandazione secondo me risale al rapporto patrono cliente codificato già nelle leggi delle XII tavole del 451 - 450 con queste parole: “Patronus si clienti fraudem fecerit, sacer esto " VIII, 2, sia maledetto il patrono se ha commesso una frode contro il cliente.

Tito Livio sotto Augusto che voleva ripristinare gli antiqui mores celebra l’ antico codice definendolo fons omnis publici privatique iuris ( Ab urbe condita libri III, 34, 6), fonte di ogni diritto pubblico e privato. La maggior parte delle leggi restano lettera morta ma questa culla e fonte del clientelismo è rimasta viva “Il rapporto clientelare si configura come un’organizzazione mafiosa che garantisce l’omertà, e il successo dei disonesti”. (L. Perelli, La corruzione politica nell’antica Roma, p. 31).

La prima Bucolica di Virgilio rappresenta al meglio il sentimento legato alla raccomandazione, una pratica tanto presente in Italia da essere emblematica del costume degli Italiani, un proprium et peculiare vitium  della nostra gente

[6] Frammenti postumi, 1876, 14

[7] Cfr. Iliade VI, 146 - 149 (Glauco a Diomede). Glauco chiede a Diomede:

"Tidide magnanimo, perché mi domandi la stirpe?

quale è la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini.

Le foglie alcune ne sparge il vento a terra, altre la selva

fiorente genera quando arriva il tempo di primavera;

così le stirpi degli uomini: una nasce, un'altra finisce".

[8] Fr. 111 Koerte. Dalla commedia Di;" ejxapatw'n di Menandro modello delle Bacchides di Plauto.

[9] Chi è montato o salito (ejpembaivnw)

[10] Thesm. 153; Vesp. 501, cavalcare.

[11] Pax, 901, sella, arcione.

[12] Lys. 677, abile nel cavalcare.

[13] C. M. Bowra, La lirica greca da Alcmane a Simonide, p. 397.

[14] Rane,v. 1391. Euripide, in gara con Eschilo, cita e pone sulla bilancia questo verso della sua Antigone , per noi quasi tutta perduta (fr. 170). Il peso maggiore però è del verso di Eschilo (fr. 279) al centro del quale si trova Qavnato~ (Rane, v. 1392). Dioniso, che fa da giudice, infatti dice che la morte è baruvtaton kakovn (1394), il guaio più pesante; Peiqw; de; kou`fovn ejsti kai; nou`n oujk e[cwn (v. 1396), la Persuasione invece è leggera e senza pensiero. In effetti c’è anche molto di istintivo nella capacità di persuadere.

 

 

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