giovedì 28 maggio 2026

Ifigenia CXCIII Il paese guasto già agli inizi degli anni Ottanta. Il banchiere impiccato.


 

Nei primi giorni di giugno studiavo per me e per Ifigenia.

Aveva recitato con forza e fierezza, almeno così mi sembrava,  mi era

apparsa splendidissima in quel costume da bagno; dopo la recita si

era anche rappattumata con me, però non mi amava.

“Perché do  importanza a un amore-tumore oramai inoperabile?”, mi

domandavo, e non trovavo risposta. Oggi, passato tanto tempo ricco di casi1 rispondo.

Negli anni Ottanta spariva la  vita culturale, politica e  sociale del period passato già declinante dal 1972.  

Il capitalismo gestito dagli strozzini si adoperava per annientare i progressi degli anni precedenti. La solidarietà tra le  persone, la simpatia tra gli umani, persino l’eterno richiamo tra i sessi, ogni forma di altruismo, di simpatia  veniva annichilita dall’avidità e dal cinismo diventati esemplari per troppi ottenebrati.

Le stragi, la pubblicità, la miseria mentale e morale diffusa nella

nazione stavano distruggendo i  valori classici, umanistici, umani della

lealtà, dell’amicizia, della fratellanza tra gli uomini, dell’amore

pulito che, intendiamoci bene, non esclude il rapporto sessuale,

bensì l’uso dell’amante quale strumento da usare finché serve. Quindi  gettarlo via come cosa usata e sostituirlo  con uno o una più conveniente utilizzabile.

 L’amore tra gli umani veniva reso impraticabile dal clima di strumentalizzazione generale. Qualche anno più tardi sarebbe scoppiata la cosiddetta peste del secolo, l’AIDS, forse reale, certamente montata per

avvelenare anche l’estremo rifugio. Quindi il covid, il riscaldamento globale, gli armamenti e una serie di altri spettri fatti girare  per accrescere la paura, la diffidenza, l’inimicizia tra gli umani e perfino l’ostilità verso la natura: l’homo sempre più lupus homini.

In quei giorni un banchiere fu trovato impiccato. Era un segno. Il

capitalismo sfrenato, dopo avere strangolato i sentimenti e i

pensieri umani, avrebbe strozzato se stesso con le proprie

mani. La forza della natura e quella dell’umanità hanno sempre  reagito

a quanti hanno cercato di debilitarle

Del resto studiavo per fare lezione a Ifigenia. Lavoravo sui

poeti dell’Ellenismo onde raccogliere idee utili alla sua prova successiva.

 Leggevo i testi degli autori  più significativi: Callimaco, Apollonio Rodio, Teocrito. Schedavo la critica relativa, componevo delle piccole tesi, e le imparavo per recitarle a lei che prendeva appunti. Faticavo molto, poiché c’era un caldo appiccicoso, soffrivo il raffreddore da fieno, e poco diletto traevo da  quella poesia postfilosofica e impolitica.

Era presente però una nuova attenzione nei riguardi della natura che mi piaceva siccome il disgregarsi dei rapporti umani aveva rivolto sempre il mio sguardo al cielo, al mare, alla terra, la dea dalle trecce verdi nei mesi più belli.

Oltretutto l’allieva non dava alcun segno di gratitudine. Arrivava stanca e

svogliata, se ne andava stremata, nauseata, come se ogni cosa le

fosse dovuta, e molto di più; anzi come se fosse lei a farmi un

piacere ascoltandomi.

A mia volta provavo disgusto davanti a tale atteggiamento

parassitario, tipico dei giovani più sdilinquiti e servili di quella

generazione condizionata per stimulos a divenire opportunista e

arrogante; eppure continuavo a sgobbare, poiché pensavo di

doverlo a chi mi aveva aiutato  salvandomi dallo sconforto

quando, tre anni scolastici prima, la canaglia del liceo, una minoranza rumorosa,  con latrati e morsi, aveva palesato ostilità nei confronti di un lavoro apprezzato e amato dagli studenti, siccome fatto con strenuo impegno, con sacrifici enormi e, magari, con qualche capacità.

Se dalla splendidissima supplente nuova arrivata non avessi avuto ben più di quanto quel bestiame 2 invidioso mi aveva tolto, avrei dubitato perfino della giustizia divina. Ebbene, nel giugno del 1981 mi sentivo in dovere di

contraccambiare la ragazza che mi aveva aiutato in una fase difficile della mia vita.

D’altra parte Ifigenia, mentre non manifestava alcuna riconoscenza

per le mie fatiche sudate assai, con i 33 gradi diurni , i 29 notturni,

e un’umidità che incollava tutto addosso, ogni tanto mi dava

qualche soddisfazione dicendo di apprezzarmi come traduttore

dell’Antigone,  e pure come scrittore in proprio: al punto che un

giorno mi chiese se le preparavo un monologo per la prossima

prova di recitazione. E, dopo tutto, talora riuscivo a ricavare

qualche cosa per me pure dai poeti ellenistici, poveri di indagine storica e

 politica, bravi però a padroneggiare la lingua. Insomma da

loro compresi la necessità della cura formale, e quella di utilizzare

il meglio della tradizione, soprattutto nel raccontare una vicenda

d’amore che poteva essere rappresentativa di un’epoca sì, ma

rischiava di sembrare una storiella rosa, a tratti pure nera, se non trovava

un’espressione nobile, ricca dei succhi della cultura europea.

Il sette giugno è l’ultimo giorno nel quale scrissi qualche riga di

appunti prima della catastrofe conclusiva. Era domenica. Ero

stanco. Terminava il giro d’Italia, vinto da Giovanni Battaglin di

Marostica. Ricordai Carmignano di Brenta, la mia gara mancata con il futuro

campione . Come ciclista competitivo nelle grandi gare ero fallito ma qualcosa di buono avevo già fatto e altro potevo ancora fare in altri agoni. Forse.

 Non avevo più le illusioni dei venticinque anni. Sentivo un vuoto interno dove temevo di inabissarmi.

Dovevo incoraggiarmi dicendo a me stesso che presto sarebbero venuti

alla luce valori più forti di quell’amore che stava cadendo. Finita la

trasmissione sull’ultima tappa del giro d’Italia, telefonai a Ifigenia.

“Cosa pensi che potremo fare in futuro noi due?”, le domandai.

“Riguardo al futuro remoto, non so cosa dirti-rispose-; ora io

penso a preparare il prossimo esame . Dopo

vedremo. Cosa ci prepara il destino, non possiamo saperlo. Questa

sera intanto vengo da te per chiederti dei chiarimenti su un idillio di Teocrito.”

“Ho capito. Ti aspetto alle otto”, conclusi. Voleva sfruttarmi. Le

feci una lezione lunga ma bolsa. La poesia pastorale è fuori dalla storia, dalla politica e dalla realtà come i suoi. Io dovevo evitare di scrivere in maniera impolitica.

Gli Ungaretti, i Quasimodo, i Montale non mi erano mai piaciuti.

Non potevo limitarmi all’amore della natura che pure sento con forza. Né a quello di Ifigenia.

La mia lezione fu fiacca, ma  l’aspirante attrice la

trovò ben fatta e utile molto. A me in ogni caso non era piaciuta, e

questo aumentò il mio nervosismo, incupì il senso di frustrazione

dovuto al fatto che volevo l’amore di una ragazza renitente,

una discepola che non mi riconosceva più come maestro, nonostante

prendesse appunti quando parlavo di letteratura e trovasse preziose

per il suo prossimo esame le mie laboriose lezioni. Ma per la vita

aspirava a ben altra guida: a un attore, a un regista, a un

produttore ricco e famoso. E io per vincere il sentimento di essere

identico al nulla, siccome, nonostante tutto, volevo quella ragazza,

dovevo procurarmi fama e successo maggiori di quelli degli

uomini che ella agognava come fa con il cibo un cane affamato

e non trova pace finché non lo morde. L’unica strada a me pervia

per arrivare a recuperarla, era scrivere, ma, per cominciare,

dovevo districarmi dall’imbrigliamento penoso in cui mi trovavo.

Ora so che in quei giorni lontani mi stavo adoperando,

incosciamente ma energicamente, per provocare la

catastrofe redimibile solo con un lavoro grande e meraviglioso.

Mancava meno di una settimana all’esodo con l’ exit di questa ragazza.

Dopo la lezione moscia dunque, le domandai che cosa volesse

fare. Lottavo con la sorte che mi faceva presoffrire il dolore di quella dipartita,

“Andiamo al luna park”, propose.

“Va bene”, acconsentìi, ma controvoglia: temevo che avrebbe

bambineggiato insopportabilmente assumendo il ruolo della fanciullina . Infatti pargoleggiò senza misura e scatenò la mia insofferenza.

Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato. 

 

Note

 

1

Cfr. Tacito, Historiae, I, 2: “opus adgredior opimum casibus”

 

2

Cfr. A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, trad. it. Adelphi, Milano, 1981,

p.178, Tomo I. “Si dovrebbe allora dare peso alla opinione di tali

boskhvmata in terram prona et ventri oboedientia? “, bestiame volto verso terra e obbediente al

ventre.

 

Bologna  28 maggio 2026 ore 11, 49  giovanni ghiselli

p. s.

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Tanti lettori mi fanno pensare che le mie fatiche umamente spese non sono andate tutte perdute come quelle di Prospero per Calibano. Diversi bruti e diavoli incarnati ho incontrato in vita mia ma tutti questi non sono bastati a farmi desistere dall’opera educativa intrapresa fin da bambino quando ammaestravo mia sorella, la citta piccina. Una educazione di me stesso e degli altri proseguita per tutta la vita. E proseguirà dum vita manebit

 

 

 

 

 

 


mercoledì 27 maggio 2026

Ifigenia CXCII Il tranello della gravidanza invocata.


 

La mattina seguente dormimmo a lungo. Il pomeriggio andammo

a Marina di Ravenna.  Durante il viaggio le svelai la mia pena

dell’ultima settimana  nella quale  mi ero  sentito  trascurato, e la

sofferenza della sera prima per il fatto che, finita la commedia,

non si era rivestita subito e mi aveva negletto.

Del bacio concesso al collega, il cui pensiero, pur non straziandomi, mi dava fastidio, non feci parola, poiché in fondo poteva essere giustificato come esigenza scenica.

Rispose che il mio desiderio di non vederla girare in mezzo al

pubblico con quella calzamaglia trasparente poteva essere

legittimo, ma la preparazione, la recita stessa, e l’immediato

dopo recita, l’avevano impegnata tanto che  nemmeno se glielo avessi chiesto avrebbe potuto stare con me più di tanto.

 Su questo punto fui io a darle ragione, sicché ci trovammo d’accordo.

 Arrivati sulla spiaggia, ci venne voglia di fare l’amore subito, in un luogo qualunque, purché un poco riparato dagli sguardi altrui. Insomma come ai bei tempi. Ma erano solo gli ultimi guizzi di una fiamma lontana2 e morente .

 

Ci chiudemmo in un capanno. Mi venne in mente un’espressione carica di amore e odio dei Fratelli Karamazov :”Prima mi facevano languire soltanto le flessuosità del suo corpo infernale, ma adesso tutta la sua anima l’ho trasfusa nella mia, e grazie a lei anch’io sono diventato un uomo!”3

 Per un poco di tempo sperai ancora una volta che i nostri orgasmi si

sarebbero elevati fino all'intesa spirituale, alla trasfusione delle anime. Quando uscimmo di lì, stremati per la scomoda posizione e l'aria pesante nella quale ci eravamo scambiati un piacere affannoso, mi domandò:

" gianni, perché non facciamo un bambino?"

"Quando?"

"Subito".

"Perché subito?"

"Perché io ne ho bisogno subito".

"Possibile?"

"Sì, adesso mi sento molto infelice".

"Non mi sembra un motivo buono. Aspettiamo di essere più

soddisfatti, o almeno più equilibrati. Potremo farlo allora. Tu ieri

sei stata brava; presto reciterai davvero, a teatro, o al cinema, e ti

sentirai realizzata; io ricomincerò a scrivere. Se ci andrà bene,

saremo contenti di noi e metteremo al mondo un figlio per

renderlo partecipe dell nostro benessere”.

Dissi queste parole pieno di sincero ottimismo, siccome mi

inorgogliva il pensiero che Ifigenia volesse un bambino da me.

Ancora l'amavo nonostante tutti i sillogismi implacabili della mia

povera mente spietata. L’amore del resto non è riducibile a dei sillogismi, soprattutto se son difettivi in quanto prodotti da teste alterate dal dolore.

Sentita la mia risposta negativa, Ifigenia si mise a piangere e continuò a lungo.

Quando fu sazia di lacrime, disse:" Non so tu, gianni, ma io sono

molto  disgraziata. Lasciami, se devo rendere tale anche te".

"No-risposi-finché tu vorrai stare con me, e non mi mancherai di

rispetto, non ti lascerò, poiché ti amo, e sono convinto che la

nostra unione darà altri frutti buoni. Ma da che cosa dipende

questo tuo accesso di dolore?"

Non seppe o non volle rispondermi.

Poco dopo, il suo umore migliorò. Siccome pensavo troppo a me

stesso, credetti che avesse dei sensi di colpa nei miei confronti,

forse per avere fornicato. Magari  era pure rimasta incinta di un altro e voleva attribuirmi il bambino. Questo in effetti non si poteva escludere.

Mi sarebbe capitato un paio di volte in seguito. Ma non sono cascato mai in tale tranello.

Oppure piangeva poiché temeva, o aveva capito, di non avere talento. Non sapeva fingere bene, neanche con me.

Tornammo a casa al tramonto. La serata era bella.

 Bastava una sua gentilezza, un moto d'affetto anche sporadico nei miei confronti, per rallegrami.

Lei invece era triste.

Rimasto solo, pensai al mio dolore della sera prima, al suo del

pomeriggio, alla nube che oscurava da quasi due anni il cielo del

nostro rapporto.

Eppure una volta c'era stata una ragazza che faceva brillare le lugubri,

lunghe sere di novembre e dicembre con una luce  vivida

quanto quella del sole, quando entrava come una giovane  dea nel mio

talamo, togliendosi gli stivali ancora innevati.

Che cosa ci era successo? Quando mi fossi messo a raccontare la nostra storia, avrei dovuto scolpire immagini splendidissime con l'aurea,

solida  felicità amorosa delle prime stagioni, e pure estrarre figure orrende della mitologia inferiore dall’ oscurità lugubre degli ultimi tempi.

 

Note

 

2Cfr. Foscolo, Notizia intorno a Didimo Chierico:"Dissi che teneva chiuse le sue

passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana".

 

3Trad. it. Bietti, Milano, 1968,  parte quarta, capitolo quarto, p.709

 

Bologna 27 novembre 2026 ore 19, 36 giovanni ghiselli

p.s.

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