venerdì 8 maggio 2026

Ifigenia CXXX Il film Ludwig II di Visconti. La cucina sconvolta e la mente turbata.


 

Il 24 febbraio del 1981 andammo a vedere il film di Visconti Ludwig

secondo, il lunatico re di Baviera, annegato nelle cupe acque dello

Starnbergersee la sera del 13 giugno del 1886. Ci commosse la

tragedia del sovrano impazzito per il desiderio frustrato di amore,

e per la solitudine immensa dove si era rinchiuso, siccome

incapace di sopportare la società profanata e deformata, già allora, da industrie e cannoni.

Trovammo che il monarca, prima bello e gentile, poi decaduto a

mostro pazzo , grasso e deforme, per certi versi ci

assomigliava: Ifigenia mormorò che se qualcuno lo avesse

aiutato, si sarebbe salvato dalla degradazione.

Quindi dicemmo che noi due, diversi come il re matto, romiti e strani non meno di lui, dovevamo aiutarci a vicenda, se volevamo fare

qualcosa di egregio, ed evitare il decadimento a differenti da tanti

altri, borghesi, sicari o bigotti, soltanto nell'essere più

sciagurati e infelici. Ricordo che dopo questa constatazione, fatta

nei dieci minuti dell'intervallo fra il primo e il secondo tempo, la

ragazza mi fissava estasiata, come non faceva da tanto tempo.

Io che una volta avevo avuto la nausea di essere osservato così fissamente,

quella sera ne fui felice e orgoglioso.

Mi venne in mente un giorno lontano, quando Ifigenia

davanti alla mia renitenza a essere  sbaciucchiato , aveva

bisbigliato:"Eppure è una fortuna per te!"

Arrivati a casa, disse che dovevamo ritrovare la forza di credere

l'uno nell'altra, e il coraggio di correre ancora nelle reciproche

braccia dove eravamo stati pazzi di gioia. Potevamo farcela.

Quindi  facemmo l'amore con soddisfazione. Infine

l'accompagnai a casa e tornai indietro tutto contento.

 

Però l'incoercibile, suprema forza della Necessità  agiva contro la resurrezione della nostra intesa fatata. Quando fui nel mio appartamento verso le due della notte, prima di entrare nel letto ancora profumato del seno e del ventre suo, misi piede in cucina per bere dell'acqua.

Allora la felicità che mi aveva aperto e scaldato il cuore, si strinse

e raggelò, capovolgendosi in pena. Le stoviglie ammucchiate nel

lavandino maleodorante mi fecero pensare: "Quella in realtà non

mi ama: i piatti li abbiamo sporcati insieme; io non riesco a

trovare una donna delle pulizie, e lei non vuole darmi una mano;

però a me la chiede per i comodi suoi. L' amore risorto, esiste solo

nelle parole non veritiere che dice. Ma per quale ragione mi

rinnova dichiarazioni e profferte? Che miri a farmi alcolizzare,

ingrassare, odiare le donne, come il povero Ludwig? No, vuole

solo sfruttarmi finché le potrà servire e non avrà trovato uno più

conveniente".

Nel letto, aspirando il suo aroma, cercai di reagire ai pensieri

cattivi con il ricordo consolatorio della bellezza e con l'immagine

della Giustizia che mi aveva salvato in novembre, ma non riuscivo

più a distinguerla bene: appariva enigmatica e oscura come la Sfinge di Tebe, o per lo meno isolata dal contesto sociale come  la Pace che siede a parte, da sola,  nell’affresco del Buon Governo dipinto da Ambrogio Lorenzetti  nell’antica sala dei Nove del palazzo di Siena.

Questa Pace non si trova nello spazio comune ma è isolata in un luogo soltanto suo.

"Lei è bella – pensavo –, e il profumo del suo corpo è degno di

Dio: mi fa venire in mente il sole e le stelle; ma non è generosa né

giusta. Perché dopo avermi proposto un patto di amore eterno, non

fa qualche cosa per me, oltre a lasciarmi nel talamo questa traccia

di paradiso? Perché non affronta qualche piccolo sacrificio, non


lava nemmeno un bicchiere o un cucchiaino fra i tanti  arnesi che abbiamo

sporcato insieme?". Poi mi girai, guardai il lenzuolo inferiore e aggiunsi: “compreso questo cencio ormai lercio”.

 

Mi crogiolavo in tale dolore e nella contraddizione tra l'estetica e

l'etica; mi ci inabissavo volutamente con pena e pure con voluttà depravata, forse per evitare di caderci senza volere. Non seppi darmi risposta;

"Andremo avanti a furia di sotterfugi, bugie, finzioni, come

abbiamo ricominciato”-mi dissi-. “ E’ l’eterna aporìa dei miei amori.

Questa non è finlandese, non è incinta di un altro né di me, non è più sposata  né una collega, ma non funziona bene quale amante perché non è nemmeno un’amica. E così sia fnché dura” conclusi.

 

Bologna 8 maggio  2026 ore 11, 25 giovanni ghiselli.

p. s.

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Ifigenia CXXIX. Ifigenia dà lezioni di recitazione, invano. Il progetto di un grande romanzo.


 

Nel primo mese del nuovo anno Ifigenia sembrava avere

ritrovato fiducia in me e nel nostro dramma, La scuola corrotta ,

tanto che due volte la settimana preparava alcuni studenti prescelti

a recitarlo, e lo faceva con energia efficace. La osservavo pieno di

ammirazione mentre insegnava il mestiere che lei stessa voleva imparare.

Quelle sere speravo che saremmo tornati all’amore aurorale dei primi giorni;

eppure sentivo che quanto di brutto era accaduto tra noi,

 aveva sconciato senza rimedio la nostra intesa antica, fatata,

per cui facevamo l'amore innumerevoli volte, dovunque: anche in

mezzo ai cespugli, come gli uccelli.

Ebbene, tale fusione o versamento dell'uno nell'altra, oramai si era

guastato per sempre: era diventato una miscela inquinata,

una porcheria, un fango pieno di mostri.

"Se la conoscessi adesso, farei salti mortali per conquistarla", mi

dicevo scrutandola, ma, sapendo che i miei sentimenti non erano

contraccambiati, non glieli manifestavo. Soffrivo, siccome lei non

mi gradiva, tuttavia mi consolavo con il pensiero che fino a quando

avevamo uno scopo comune, c'era pur sempre qualche cosa di

vivo tra noi.

Per qualche tempo non parlammo del nostro rapporto, ed

evitammo gli scontri, le menzogne, gli scoppi dell'ira e dell’angoscia.

In febbraio però le difficoltà e i contrasti vennero fuori di nuovo.

I miei ex alunni degli anni precedenti, dopo avere ricevuto riprovazioni e minacce, non se la sentirono più di venire alle lezioni: così ci mancarono

gli attori.

Cercammo di sostituirli con alcuni allievi della sua scuola di recitazione

ma non era agevole: ogni volta bisognava insistere molto, e mancava sempre qualcuno.

Ifigenia cominciò a diradare le sue lezioni, e, verso la fine di

gennaio, ai pochi rimasti volonterosi di recitare, disse  che nel

1981 la tragedia non si poteva rappresentare. Bisognava aspettare

che cambiassero i gusti della massa: che corrompere ed essere

corrotti passasse di moda[1].

Così cadde il nostro penultimo scopo comune; restava solo il suo esame da aspirante attrice  per il quale continuavamo a studiare entrambi.

Dopo il nuovo fallimento , pensai che fosse

impossibile risollevare il nostro benessere, sia con parole dette o

scritte anche divinamente, sia con azioni egregie: Ifigenia aveva annientato la sua l'ammirazione per me, e nessuna impresa mia, parola ornata o lezione forbita, forse nemmeno un capolavoro, se non avesse avuto un successo immediato evidenziato da fama e quattrini, avrebbe potuto risuscitarmi nell'anima sua.

Ora so che tale brama le trafiggeva le ossa.

Restava al mio fianco solo per assuefazione e convenienza: in

giugno doveva superare la prova per la quale sapevo darle suggerimenti e farle lezioni utili, anche di stile. In fondo pure noi professori dobbiamo saper recitare magistralmente per  attirare l’attenzione.  Perciò colei  avrebbe fatto sesso con me fino all'esame , e forse, siccome le abitudini sono tenaci, anche dopo per qualche tempo, ossia fino a quando non avesse trovato altri amanti più utili e convenienti.

Il nostro rapporto, caduto in una  buca di melma e  sassi acuti, si era rotto e sporcato tanto, che niente aveva la forza di rimetterlo in piedi com'era una volta.

Però potevo farlo rivivere tutto in una grande opera che

consegnasse alla memoria dell'umanità il ricordo delle nostre

gesta, dall'incontro dell' ottobre del '78 allo schianto finale, oramai

certamente vicino.

Affinché quei fatti grandi e meravigliosi, con il passare del tempo

non divenissero oscuri.

Intorno alla storia conduttrice e centrale, ne avrei raccontate

altre: avrei creato il mito della finnica bruna, biancovestita, Helena , che nell'estate del '71 prefigurò Ifigenia almeno nell’aspetto, seppure in maniera assai più elegante e fine; la favola di Päivi ,  la donna fulva con occhiali  e l’aria intellettuale che nel '74 mi motivò per sempre a studiare mentre aspettava un figlio da me: l'unico che abbia mai concepito con il corpo, eppure senza lasciargli la possibilità di nascere, per cui non mi sarebbe stato più consentito di mettere al mondo al mondo una creatura di carne e di sangue. Sarebbe stata una bambina per giunta, la creatura attesa che mi sarebbe mancata per tutta la vita fino alle lacrime.

Ma la grande opera d'arte, una figlia mia secondo lo spirito,  ne avrebbe fatte le veci, dando alla luce tante situazioni e persone, reali più dei loro stessi modelli.

Tutte ci sarebbero entrate le femmine umane che mi avevano fatto

sentire la vita: consanguinee, compagne di scuola, alunne,

colleghe, amiche e ciascuna sarebbe diventata più significativa e reale che nella sua esistenza contigente, mortale.

 

Una sera, mentre si  mangiava una pizza, proposi ancora una volta il progetto del romanzo a Ifigenia. Ne fu interessata, volle parlarne, e mi consigliò di

mettere in rilievo gli aspetti mitici, i segni divini presenti

nella nostra storia .

Ottenni l'effetto, ormai raro, di farmi ascoltare con interesse, di

essere guardato in faccia dagli occhi vivi e commossi di lei.

Poco più tardi però, nel grande letto, le cose andarono nel solito

modo di quel periodo triste: dopo il secondo orgasmo,

faticosissimo, la ragazza chiese l'ora, poi disse che era molto tardi,

che aveva sonno, che la mattina doveva alzarsi presto, e volle

essere accompagnata a casa presto.

Rimasto solo, verso le undici, pensai con pena e rimpianto al

tempo remoto in cui dopo il quinto orgasmo alle sette del

pomeriggio, o dopo l'ottavo all'una di notte, l’amata  amante

venticinquenne diceva:"Vai a lavarti di corsa, gianni, ché seguitiamo a oltranza".

“Sì, e pure a repentaglio”, rincaravo.

E se mi attardavo a contemplarla, aggiungeva:

"Muoviti, tesoro, prima che venga tardi sul serio!"

Quelli potevano essere mesi di felicità.  Ma la base orgiastica non è un fondamento solido.

Nei momenti migliori  avrei dovuto prendere e darle la gioia spirituale

donata e richiesta: invece non avevo spalancato la mia anima che era rimasta chiusa davanti all'oblazione della giovane donna radiosa e sacra che mi amava nei primi tempi senza riserve né censure, come può farlo una fanciulla che sogna, mentre la contraccambiavo con diffidenza, egoismo e calcoli vani secondo il rovesciato vangelo dei pregiudizi diffusi in quel tempo.

Non le avevo dato il meglio di me: la volontà di educare i ragazzi; e

 non avevo accettato il meraviglioso di quell'offerta: l'apertura della

sua anima. Però del bene che mi ero lasciato sfuggire, potevo

recuperare almeno una parte, raccontando le nostre vicende in un

grande libro: un’epica  amorosa, storica, politica, educativa.

Sì, ma quando avrei iniziato? Finché Ifigenia stava con me, di

malavoglia eppure a lungo, tenendomi spesso impegnato a

occuparmi di lei e del suo esame, non potevo dedicarmi sul serio

all'altro compito grande, innamorarmene, dargli il meglio  delle mie

forze. Ci voleva una catastrofe, un crollo tra noi, una ferita quasi

mortale che scatenasse il mio istinto di sopravvivenza il quale a

sua volta mi costringesse a fare, per non morire, la cosa cui tenevo

più nella vita: scrivere un epos degno di essere letto, onde compensare il fallimento amoroso altrimenti insopportabile.

 

 

 

Bologna 8 maggio  2026 ore 11, 11 giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Tacito:"nemo enim illic vitia ridet, nec corrumpere et corrumpi saeculum vocatur " ( Germania, 19), e conclude il capitolo:"plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges ".