La Parodo delle Eumenidi (vv. 143-177) è piena dei lamenti delle Erinni. Esse si dolgono degli "dèi nuovi"( oiJ newvteroi[1] qeoiv, v. 162) che governano l'universo trascurando la giustizia[2]. L'ombelico della terra è insozzato di sangue (v.166). Ma ci penseranno loro a vendicare la madre punendo il colpevole.
All'inizio del Primo episodio (vv.179-243) Apollo esce dal tempio con l'arco teso contro le Erinni, ordinando loro di "uscire subito fuori in fretta"(v.179) poiché la loro sede non è quella delfica, bensì i luoghi:"dove si tagliano teste, dove si strappano gli occhi con processi e supplizi, e si distruggono i semi e si danneggia la virilità dei ragazzi (paivdwn kakou'tai clou'ni~), e ci sono mutilazioni, lapidazioni, e mugghiano con lunghi gemiti quelli trafitti nella schiena"(vv. 186-190).
Dunque esse devono abitare in un "antro di leone che ingozza sangue"(v. 193).
Insomma queste divinità più antiche rappresentano il dolore, la miseria, e possono essere venerate solo da gente per la quale la vita è tortura e strazio.
Segue un dibattito tra Apollo e le Erinni. Il dio ricorda che la donna uccisa dal figlio, aveva ammazzato il suo sposo (v. 211), e la corifèa ribatte che la moglie non si macchiò del delitto di un consanguineo (v. 212). E' dunque vincolante solo il legame di sangue per l'antichissima religione. Un vincolo molto sentito da Sofocle.
Apollo replica che esistono anche patti di fedeltà sanciti dal matrimonio e, per giunta:" Viene disonorata e buttata via da questo discorso Cipride, dalla quale ai mortali derivano le gioie più care. Il letto infatti per l'uomo e la donna è fatale (eujnh; ga;r ajndri; kai; gunaiki; movrsimo~), è più grande del giuramento (o{rkou jsti meivzwn), ed è protetto dalla giustizia"(vv. 215-218).
Il letto, vedremo è il mobile più importante della casa nell'Alcesti di Euripide (vv. 177 e sgg.), e nella Medea è un nodo di affetti così sacro e forte che, se l’uomo unilateralmente lo scioglie o lo taglia, rende la donna feroce (vv. 265-266).
Ma l'Erinni corifèa risponde: "mi aizza infatti il sangue della madre"(a[gei ga;r ai|ma mhtrw`/on, 230), e aggiunge che per questo motivo non può cessare di dare la caccia a Oreste.
Le Erinni sono sanguinarie anche nella scelta delle parole
Quindi la scena si sposta sull'Acropoli di Atene dove Oreste abbraccia la statua della dea e la supplica di accoglierlo benigna (v. 236).
Poi rientra il coro delle Erinni (Epiparodo) e la corifèa ribadisce la loro feroce determinazione di cacciatrici del matricida: "infatti come un cane fa con un cerbiatto ferito, noi seguiamo le tracce del sangue che goccia"(vv.246-247).
La portavoce della banda sembra eccitata da una voluttà depravata di sguazzare nel sangue: "mi arride l'odore di sangue dei mortali"(ojsmh; broteivwn aiJmavtwn me prosgela`/ v.253).
Quindi le Erinni si incitano a vicenda: "liquido sangue materno versato a terra, oh, non si raccatta: il liquido versato al suolo è perduto. Ma bisogna che tu in cambio mi dia che da te vivo possa ingozzare denso liquido rosso dalle membra"vv. 261-265).
L'offesa alla madre è un peccato per il quale non c'è remissione.
Perciò Oreste deve morire ed essere trascinato sotto terra dove si trova " chi tra i mortali ha peccato commettendo sacrilegio contro dio o un ospite o i propri genitori"(vv. 269-271), trasgressioni considerate gravissime, lo abbiamo visto, già nelle Supplici, poi ricordate, sia pure in un contesto comico e con qualche variante, da Aristofane che nelle Rane scrive: "poi vedrai molto fango e sterco perenne, e in esso attuffati chi una volta ha maltrattato l'ospite, o eccitando un ragazzo lo ha derubato, o ha battuto la madre o ha percosso la mascella del padre[3] o ha giurato un giuramento falso"(vv. 145-150).
Luogo simile nell'Eneide dove sono elencati, con ampliamenti dovuti ai programmi restauratori di Augusto, i grandi criminali del Tartaro. Dopo varie figure del mito, ecco i delinquenti umani :" Hic quibus invisi fratres, dum vita manebat,/ pulsatusve parens et fraus innexa clienti,/aut qui divitiis soli incubuere repertis/nec partem posuere suis (quae maxima turba est./quique ob adulterium[4] caesi, quique arma secuti/impia nec veriti dominorum fallere dextras""(Eneide, VI, vv. 608-613), qui ci sono quelli dai quali furono odiati i fratelli, finché la vita restava, o fu maltrattato il padre[5], o frode fu ordita al cliente, o quelli che da soli si stesero sulle ricchezze trovate e non ne fecero parte al prossimo loro (che è la masnada più grande), e quelli ammazzati per adulterio, e quelli che armi seguirono empie e non esitarono a ingannare la fede dei padroni.
La fraus innexa clienti è propria della nostra terra dove il rapporto tra patrono e cliente era codificato già nel codice più antico: quello delle 12 tavole (451-450). E’ la mafia istituzionalizzata
Tra i dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè si trova
“Onora tuo padre e tua madre.
Non uccidere.
Non commettere adulterio”. (Esodo, 20).
Oreste prova a difendersi da solo dicendo che il sangue della sua mano "dorme e svanisce"(Eumenidi, v. 280), in quanto oramai "la macchia del matricidio è lavata"(v. 281).
Ma questa volontà unilaterale non basta. Il figlio di Agamennone chiama in aiuto Atena, eponima della città dove si è rifugiato, e in cambio promette che la dea: "conquisterà senza battaglia me e la mia terra e il popolo argivo che sarà giustamente fedele e alleato per sempre"(vv. 289-291).
Con questi versi Eschilo vuole dare una base mitico-religiosa alla lega stipulata tra gli Ateniesi e gli Argivi , successivamente al “maggiore errore politico”[6] commesso da Cimone che nel 462 portò aiuto agli Spartani in guerra contro gli Iloti ribelli. Il contingente ateniese venne bruscamente congedato e fallì la politica filospartana di Cimone che fu ostracizzato dagli Ateniesi (461 a. C.).
Argo approfittò di tale alleanza per stabilire il suo dominio su Micene e Tirinto.
“Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466), e il 461 a. C., ne sono un interessante riscontro. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico”[7]
Oreste dunque si fa portavoce anche della nuova tendenza antispartana propugnata da Pericle.
La corifèa però cerca di annientarlo apostrofandolo quale:"dissanguato, nutrimento dei demoni, ombra"(-ajnaivmaton, bovskhma daimovnwn, skiavn- v.302).
E’ di nuovo l’attualizzazione del mito. A questo proposito sentiamo Dodds: “Argos is not yet a democracy. But Athens, is, or so it would appear. The curious circumstance that in the Eumenides, alone among greek tragedies, Athens lacks a king has hardly received the attention it deserves. True, ‘the sons of Theseus’ are casually mentioned at line 402; but even if this means Akamas and Demophon rather than the Athenians generally (a point which is open to doubt), they are plainly not sovereign. The only sovereign is Athena, cwvra~ a[nassa (288). She it is who, exercising the same royal function of Pelasgo in the Supplices, wheighs the grounds for accepting or rejecting the suppliant’s claim; she it is who in the trial scene takes the place of the a[rcwn basileuv~. In mythical time, as her first words show (397-4029, we are still within a few years of the Trojan war, but in historical time we have leapt forward to a new age and a new social order. This telescoping of the centuries is characteristic of the Eumenides, and I believe essential to his purpose. The Athenian audience must have begun to be aware of it when at line 289 Orestes provides a mythological ai[tion for the recent alliance with Argos; and when in the next breath he speculates on the possible presence of Athena in Libya, ‘helping her friends’ (295), I imagine they asked themselves ‘What friends?’ and quickly guessed the answer: ‘Of course, our other ally, those Libyans whose king we are just now helping to break the yoke of Persia.’ ( That the actual campaigns of 459 and 458 were fought not in Lybia but in the Delta is true, so far as our limited knowledge goes, but surely unimportant. The ancients had no war correspondents and no maps of front. Probabily neither the poet nor the majority of this audience would be in position to know just where the battles were taking place; what they would know is that many of their kinsfolk were overseas, fighting for the Libyans. The phrase cwvra~ ejn tovpoi~ Libustikh`~ (292) is in fact studiously vague[8], while the reference to Lake Triton is added only for the sake of the necessary mythological link)”[9], Argo non è ancora una democrazia. Ma Atene lo è, o così vorrebbe apparire. La curiosa circostanza che nelle Eumenidi, unica fra le tragedie greche, Atene non ha un re, ha ricevuto appena l’attenzione che merita. E’ vero che ‘i figli di Teseo’ sono casualmente menzionati al v. 402; ma anche se questo significa Acamante e Demofonte piuttosto che gli Ateniesi in generale (un punto che è aperto al dubbio), essi sono chiaramente non regnanti. L’unica sovrana è Atena, cwvra~ a[nassa (288). E’ lei che, esercitando la stessa funzione regale che Pelasgo nelle Supplici, pesa le ragioni per accettare o respingere la richiesta del supplice; è lei che nella scena del processo prende il posto dell’arconte basileus. Nei tempi mitici, come le sue prime parole mostrano (397-402), noi siamo ancora entro pochi anni dalla guerra di Troia, ma nel tempo storico noi siamo balzati avanti in una nuova età e in un nuovo ordine sociale. La condensazione dei secoli è caratteristica delle Eumenidi, e io credo essenziale al suo scopo.
Il pubblico ateniese deve avere cominciato ad essersene accorto quando, al v. 289, Oreste procura un ai[tion mitologico per la recente alleanza con Argo; e quando nel successivo respiro egli fa una congettura sulla possibile presenza di Atena in Libia, ‘soccorrendo gli amici’ (v.295 [10]), io immagino che se si chiedesse ‘Quali amici?’ e ben presto indovinassero la risposta: ‘Naturalmente, l’altro nostro alleato, quei Libici il cui re noi proprio ora stiamo aiutando a spezzare il giogo della Persia.’ (Che le reali campagne del 459 e 458 fossero combattute non in Libia ma sul Delta, è vero, fin dove la nostra limitata conoscenza arriva, ma sicuramente non ha importanza. Gli antichi non avevano corrispondenti di guerra né mappe del fronte. Probabilmente né il poeta né la maggioranza del suo pubblico era in grado di sapere dove le battaglie avevano luogo; quello che essi potevano sapere è che molti del loro parenti erano oltremare, combattendo per i Libici. La frase “nei luoghi della terra libica” (292) è di fatto volutamente vaga, mentre il riferimento al lago Tritone è aggiunto solo in grazia del necessario legame mitologico.
Nell'Agamennone il primo dramma di questa trilogia (del 458) del resto Ares viene definito "oJ crusamoibo;" d j [Arh" swmavtwn"(v.437), il cambiavalute dei corpi, nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori.
invece di uomini
urne e cenere giungono
alla casa di ciascuno"(434-436).
Secondo Gaetano De Sanctis, Eschilo con questa tragedia ha voluto mettere in guardia gli Ateniesi"contro le guerre ingiuste, pericolose e lontane, onde tornano, anziché i cittadini partiti per combattere, le urne recanti le loro ceneri. La lista dei caduti della tribù Eretteide mostra quale eco dovesse avere nei cuori tale monito durante quella campagna d'Egitto (anni 459-454) in cui fu impegnato il fiore delle forze ateniesi"[11].
Bologna 22 giugno 2026 ore 18, 19 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] A Roma nell'età di Cesare e Catullo si chiamavano così i poeti che volevano raffinare le lettere latine, snellirle, ed erano guardati con sospetto dai tradizionalisti
[2] La lotta tra vecchi e nuovi dèi si trova pure nei Veda (dove si chiamano Asura e Deva) e nella mitologia scandìnava (Asi e Vani).
[3] Questo spauracchio non distoglie Fidippide, il giovane delle Nuvole corrotto dalla cattiva educazione di Socrate, dal picchiare il padre Strepsiade; e l'antica tradizione che inculca il rispetto per i genitori e gli anziani non gli impedisce di coonestare l'atto empio con ragionamenti sofistici.
[4] Si pensi alla volontà augustea di reprimere l’adulterio dilagante e di incoraggiare la monogamia matrimoniale. Essa verrà codificata, invano, dalla lex Iulia de adulteriis coercendis, dalla lex Iulia de maritandis ordinibus ( entrambe del 18 a. C.) e dalla lex Papia Poppaea ( del 9 d. C. ). Seneca nel De beneficiis mette in rilievo la diffusione di poliandria e poligamia : “Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inritet? Argumentum est deformitatis pudicitia”(III, 16, 3), c'è forse più un poco di vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di bruttezza. Si ricordi anche l'irrisorio "casta est quam nemo rogavit di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.
[5] Trattare male i genitori dunque è un peccato classico. Della mancanza di affetto e comprensione per il proprio padre dovrà dolersi a lungo lo Zeno di Svevo dopo lo schiaffo e la morte di lui:"Magari mi fossi comportato con semplicità e avessi preso fra le mie braccia il mio caro babbo divenuto per malattia mite e affettuoso!"( La coscienza di Zeno, p. 59.).
Così pure il protagonista dell'autobiografico Il male oscuro di Giuseppe Berto conclude il suo romanzo con queste parole:"si è fatto tardi ma innaffierò egualmente l'orto e stasera proverò a portare i due bidoni pieni come faceva mio padre può darsi che ce la faccia senza versare l'acqua né cadere, e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine, forse è già tempo"(p. 416).
[6] D. Musti, Storia greca, p. 337.
[7] D. Musti, Storia greca, p. 350.
[8] Despite Dover, op. cit. 237, it should be remembered that ‘Libya’ was a general name for the African continent, and that its frontiers wew uncertain (Pind. Pyth. 9. 9 and schol, Hdt, 2. 16).
[9] Dodds, The ancient concept of progress, p. 47.
[10] Fivloi~ ajrhgou~’
[11] Storia dei Greci , II vol., p.91