lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXVI Preghiera al dio Sole. Saluti alla signora e alla signorinella magiare. Addio a Marisa, fanciulla pesarese.


 

Mi allontanai un poco dalla csárda e pregai l’eroica luce del sole già molto vicino al margine occidentale della grande pianura.

“Aiutami Elio, a scovare dentro questo lungo travaglio l’idea del Bene di cui tu doni agli occhi mortali l’immagine visibile.

Dammi la lucidità necessaria per trovare nel dolore la comprensione del mio viaggio terreno, della serie di cause che mi hanno condotto qui e mi guideranno fino alla morte di questo povero involucro che tuttavia cerco di tenere nella migliore forma possibile con il tuo valido aiuto.

Voglio assecondare il mio fato comunque esso sia. In ogni caso non mi sembra meschino. Ho già educato centinaia di giovani. Vorrei diventare maestro di un popolo intero. Questa sofferenza, se me la sono cercata e la coltivo, vuole dire che è dovuta alla mia crescita, al mio progresso di educatore. Sulla fellona che non risponde, in verità non mi sono mai creato illusioni. Non risponde perché non mi corrisponde: non è del mio stampo. Mi ha potenziato con il piacere che mi ha offerto, ma ora devo cercare di trarre altra forza dalla intelligenza di questo dolore. Dalle sofferenze e dalle ingiustizie subite ho sempre imparato. Aiutami a capire, santa faccia di luce, fiamma che nutre la vita, Mente dell’Universo, primo fra tutti gli dèi. Aiutami a non impazzire per tanta pena, anzi a diventarne più saggio”.

Dalle canne della palude verde saettarono schiere di rondini verso sinistra, simili a frecce alate. Ottimo segno: volatus avium dirigit Sol invictus.

“Con il tempo-pensai- ho imparato che i segni del cielo sono tutti buoni se sappiamo volgerli al bene. Anche le sventure possono essere provvide. Sono funzionali all’insieme della vita: alla mia come a quella dell’Universo.

Scio ad conservationem Universi pertinere ”.

Alle 19, 41 il sole vermiglio spariva nella terra nera. “Dai contrasti bellissima armonia. –pensai ancora-Augurio di più sereno dì al pio educatore. Ma sono pio e sono davvero un educatore? Alcuni lo negano, altri lo giurano: sono segno di contraddizione anche io, come Socrate, come Giovanni Battista, l’onesto Giovanni, come Cristo e altri profeti assassinati come delinquenti”.

Ritenni che non aveva più senso rimanere lì fuori.

Rischiavo di compiacermi della solitudine fino a diventare un anacoreta demente.

Volevo rivedere la bambina con la madre per cogliere dei segni vocali da queste due femmine della mia specie: potevano significarmi molto anche parlando tra loro. Tornai seduto dov’era stato un quarto d’ora prima. La bella signora e la signorinella c’erano ancora.

La bambina mi domandò:

“Dove sei stato Janos?”-

“A pregare, cara Sarolta”

“Chi, Gesù?”

“No; il Sole che è la sua immagine visibile. Pensa che gli antichi chiamavano Natale il giorno della rinascita del Sole”

“Come mai?”

“Perché nelle giornate più corte pensavano che stesse morendo, poi vedevano che la luce tornava a crescere e capivano che era guarito, quindi tornava ad alzarsi”

“Quale grazia gli hai chiesto pregandolo?”

“Di mettere al mondo una figlia simile a te”

“Perché simile a me? Io non sono tanto buona né molto bella”

“Sei una bambina carina e intelligente. Diventerai molto bella e tanto buona, come tua mamma, se studierai e farai sport.

Ero riuscito a dire queste semplici frasi in ungherese.

La signora mi fece un sorriso e mi ringraziò.

Poi mi domandò se fossi italiano

“Sì, risposi dell’Italia centrale. Come ha fatto a capirlo?’”

“Dalla cortesia usata a noi due e dall’aspetto. Ho pensato che lei è tipicamente italiano”.

“Anche voi siete state gentili con me. E siete veramente, deliziosamente magiare. Ora devo tornare a Debrecen: vi auguro il meglio di tutto. Lo meritate”.

“Grazie. Arrivederci”.

Mi alzai e uscìi pensando: “missione compiuta. Ho raccolto i segni vocali di cui avevo bisogno”.

Dopo i complimenti di quelle due femmine umane beneducate potevo essere soddisfatto di me. Mi avevano confermato che meritavo una donna migliore della ragazza fallace e cattiva: una che voleva indebolirmi cercando di farmi soffrire.

Sicché tornai in collegio e andai a dormire senza altro dolore.

p. s.

A proposito di signorinella.

Mi è venuta in mente Marisa, la signorinella tredicenne di cui ero perdita mente innamorato in terza media. Eravamo entrambi nell’ultima classe della scuola Lucio Accio di Pesaro, io nella sezione B dei maschi, Marisa nella A delle femmine. Eravamo i più bravi delle rispettive classi e gareggiavamo per chi fosse il più egregio di tutto l’istituto confrontando i voti. Quando una sua sorella mi diede la notizia della morte di Marisa disse che mi ricordava come rivale bravissimo a scuola. Ho replicato con cavalleria e le ho detto che non ero io il più bravo tra noi due. In effetti c’era una nobile gara benefica per entrambi e rimasta indecisa

Oggi ho ricordata quella fanciulla cantando con qualche variazione una canzoncina la cui melodia sentivo cantare   dalla mamma quando ero bambino:

“Signorinella pallida,

amabile rivale delle medie,

la nostra legna è diventata cenere,

tu sei lontana, io sono diventato un vecchio tanti stanco”.

Però poi ho studiato egregiamente preparando le prossime conferenze  perché il ricordo di Marisa e dei nostri tredici anni mi dà ancora energia e mi infonde volontà di essere il più egregio di tutti

Quindi ho cantato ancora:

“Negli occhi tuoi brillavano

una speranza, un sogno, un avvenire lieto,

senza inviarmi neanche una carezza,

ma non ho mai scordato il tuo sorriso,

contento e luminoso di giovinezza!”

Ho poi ricordato di avere quasi ottandadue anni e che se entrassi in un conclave a gareggiare, i cardinali antagonisti mi direbbero in coro: “Non es papabilis!!”

E io risponderei: “deo gratias!!!!”

Pesaro 31 agosto 2026 ore 20, 45 giovanni ghiselli

p. s.

Ora vado al cine poi la meritatissima cena

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Ifigenia CXV . La gita nella puszta. Da solo. La bambina e la mamma. Un capitolo che mi è molto caro.


 

Salito in camera rimuginavo: “Aspetta il mio espresso”, aveva telegrafato l’infame. Poi qualcuno le ha fatto cambiare proposito. Chissà quale rozzo bagnino l’ha stuzzicata , o quale borghesuccio l’ha manipolata dopo essersi spacciato da gran signore”.

“Faccia il tuo megasignore, gran signora pure te”, canticchiavo simulando noncuranza. Invero era il lugubre qrh`no", il canto funebre dell’amore morto male.

Poi tornavo a fare ipotesi più o meno balorde: “Oppure, perversa com’è, magari si è data da fare con il curiale cui  sfacciatamente esibiva le mutande celesti tra le coscione sudate durante la gita sul lago di Garda, a Sirmione. Salve o venusta, le aveva detto il domine non so quanto turbato, ma probabilmente ricordava Catullo, sicché  rivolgeva il saluto alla venusta puella ricordando il poeta.

Tali erano gli arzigogoli del mio cervello arido e inconcludente mentre calzavo le scarpe di gomma, rosse e non poco fetide, le stesse che avrei usato due anni più tardi quando andammo sull’ombelico del mondo a pregare Apollo, il signore di Delfi, perché ci concedesse felices in cetera cursus, percorsi ricchi di successi nelle altre attività che restavano da fare a me e a lei non più ridicolmente e pure dolorosamente legati. Allora i nostri cammini erano già volti in direzioni diverse. Eravamo contenti del discidium avvenuto. Si poteva fare ancora l’amore e non avere più il problema datato e stonato della fedeltà tra noi. Avevo finalmente capito che non potevo imporle niente.

Quel 9 agosto intanto mi allacciavo le scarpe puzzolenti per correre e liberarmi dalle tossine dell’odio. Feci un tempo mediocre: superiore ai venti minuti. La pena mi appesantiva l’anima e il corpo.

 

Più tardi  andai a Hortobágy da solo. Partìi  dopo avere atteso tutti i passaggi del postino. Invano. Come succedeva a Moena, in via Damiano Chiesa 11 dove passavo parte dell’estate negli anni Cinquanta sotto la tutela della zia Giulia, aspettando ogni giorno per diverse  ore almeno una cartolina della mamma anche lei bella e bruna, pure lei sempre silente.

Pensavo che la madre mia cantasse una canzone feroce:

“oggi non ho scritto a Giannetto,

ieri nemmeno gli ho scritto,

neppure domani gli scriverò.

Lui deve attendere ancora:

ieri, oggi  e domani,

deve attendere ognor!”.

 

Cantavo  questo a Moena non senza singhiozzare. A Debrecen 25 anni più tardi sentivo ancora l’eco di quei singhiozzi antichi.

Dai novantenni in avanti  però la mamma ha contraccambiato il mio amore. Abbiamo smesso di combattere il nostro bellum plus quam civile. Ora la madre mia sta nei cieli e ogni tanto mi appare viva nei sogni. Ci abbracciamo quasi sempre nelle immagini oniriche.

 

Quel pomeriggio di fine estate dell’anno 1979 il cielo era tutto sereno: a mano a mano che il sole calava sulla grande pianura un po’ desolata lo supplicavo di farmi avere un segno da Ifigenia. Ma il dio non accennava ad ascoltarmi, a esaudirmi: avrei preso per buono financo un cenno pur quasi impercettibile del suo assenso. L’avrei notato e ne avrei tratto auspici. Ma non ci fu verso.

 

Allora mi venne in mente il pomeriggio radioso del luglio del 1974 quando andai là nella puszta con Päivi che credevo fosse il massimo scopo della mia eterna ricerca. Il punto d’arrivo: la meta dove il mio tanto ricercar fu volto. C’erano Bruno, Silvano e due tedesche amiche loro. Eravamo sei giovani educati, contenti, in due automobili. Uno dei momenti più belli della mia vita mortale fu quando scesi dalla Volkswagen e andai a urinare in direzione del sole. Allora Dio mi ascoltò, Dio mi esaudì. E’ stata l’ultima volta che ho amato una donna senza nessuna riserva. Ero improvvido di un avvenir malfido quale si sarebbe rivelato anche con questa donna. Due mesi più tardi abortì la bambina concepita con me. Sicché decisi: non posso avere un amore a tempo indeterminato, perciò non lo voglio. Arriverò a cinquanta ganze almeno, come ho giurato da fanciullo, poi andrò in pensione.

 Nei cinque anni passati da allora il caro Bruno era già morto e gli altri quattro erano andati comunque lontano da me. Anche la nostra bambina era morta. Più tardi sono  morti quasi tutti  i cari compagni di Debrecen, tranne Danilo salvato da Bacchus Pannonius.

Mi fermai sul luogo dell’atto magico e propiziatorio di cinque anni prima. Ero già innamorato di Päivi appena conosciuta e mi sentivo contraccambiato. Lo ero e lo sarei stato per un mese. Facemmo l’amore quella sera stessa, la sera del dì della festa dedicata alla conoscenza: in tutti i sensi. Meravigliosamente io conobbi quella ragazza rossa nel collegio numero due.

Mentre urinavo, osservavo la luce del sole al tramonto  e ci vedevo l’immagine della ragazza rossa la  donna amata quantum amabitur nulla pensavo. In lei avevo visto la luce di cui avevo bisogno.

 

Ma torniamo alla solitudine del 1979. Rivolsi  la parola all’amico morto ante diem e sempre rimpianto.

“Allora ci bastava poco per essere felici. E’ ve’ Bruno? Ci bastava una ragazza fine e bellina, o almeno passabile, una per uno, se no si litigava. I nostri attriti di certi momenti dipendevano dal fatto che tanto a me quanto a te dava fastidio che l’altro, temuto magari a torto come rivale, piaceva alle donne lui pure, e ognuno di noi temeva di piacere  meno dell’altro. Ma poi nell’età allegra di quegli anni con una ragazza a testa, una bottiglia di Egrikikavér, un bagno in piscina, una partita a tennis e due ghiribizzi eravamo contenti. Si era giovani allora e ci si accontentava. Ragazzi eravamo.  “Scavessacoi” ci chiamava Danilo. Di recente mi ha chiamato “vecchio leone”.  Tu caro amico, sei rimasto giovane e bello fino alla tua dipartita. Quando ti penso, mi tornano in mente le gioie ancora ingenue dei nostri venti anni che si avvicinavano ai trenta però, e incombevano già tempi peggiori per tutti. Il 1974 fu forse il limes, o limen se preferisci, da giurisperito qual sei.

 Tu non l’hai oltrepassato quel confine tra la nostra età dell’oro e le successive sempre più tristi. Non dico meglio per te, non lo dico, per carità,  ma è vero che ti sei risparmiato tanti orrori, tante delusioni, tanti disincanti che rendono vecchi. Se va bene vecchi leoni ma vecchi comunque. Del resto sono  due le Chere che  incombono sui mortali non più giovani: la vecchiaia e la morte che è peggiore della vecchiaia.

Anche se  con il passare degli anni , mentre le forze scemano, crescono le pretese. Adesso, a trentaquattro anni, quasi trentacinque, ci vuole altro che la ragazza bellina e una bottiglia di vino per sentirmi appagato. Io ho bisogno di onestà, pulizia, intelligenza, cultura. Ifigenia la mia donna, non tiene fede alle promesse. Bella è bella ma una voce mi dice: “un altro amante la tiene in pugno e le bacia l’arteria femorale come preludio. Tralascio il seguito con pudica aposiopesi”.  Poco, fa in piscina, ho contato i battiti cardiaci: quarantadue in un minuto. Ancora qualcuno in meno poi ti raggiungo dove sei ora: forse là, nella pianura Elisia ai confini del mondo dove è facilissima per i mortali la vita[1], dove ci ritroveremo e staremo bene come nel collegio di Debrecen quando eravamo nel fiore noi due. Ti ricorderò nel capolavoro che scriverò quando le Muse mi spingeranno a essere l’aedo di Debrecen. Fulvio me l’ha profetizzato e io aspetto l’ispirazione. Se arriverà, anche tu non omnis morieris[2]”.

Allora vorrò contrappore pagine che sappiano di umanità alla brutalità che ha dilagato dal 1969  al 1978 con l’assassinio di Aldo Moro, poi anche oltre.  Hominem pagina nostra sapiet.

 

Mi ero seduto sul paraurti posteriore della bianca Volkswagen. Pensai queste parole e le scrissi, non così bene come oggi a dire il vero. Poi ripartii e arrivai a Hortobágy. Salìi sui gradini-sedili del teatro di legno situato davanti al fiume e al ponte famoso, quello a nove arcate: il kilenclyukú híd.

Luogo di ricordi e pure di attese: l’anno seguente, sul palcoscenico di quel piccolo teatro, Ifigenia in scarpe da ginnastica, calzoncini bianchi attillati e maglia rossa, aderente,  avrebbe alzato le braccia al cielo gridando : “

O! for a Muse of fire, that would ascend

The brightest heaven of invention[3] .

Voleva lasciare la scuola per recitare nei teatri i drammi dei grandi autori e io avrei voluto diventare il più grande di tutti.

Non sapevo che da conferenziere avrei recitato tante parti da attore in efetti.

Intanto Fulvio, l’amico caro e profetico la fotografava. Oggi nemmeno Fulvio c’è più qui sulla terra. E’ un amico celeste anche lui. Il più caro tra gli amici che stanno nel cielo.

 

Nella O di legno[4] del teatro nella puszta  dunque, l’anno seguente a questo che sto raccontando, nell’agosto del 1980 dunque,  la mia giovane amante avrebbe pregato.

Chiedeva al buon Dio di farla diventare un’attrice famosa.

Insegnare proprio non le piaceva. Bella era bella kalh; kalhv[5]. Non è poco ma non basta. Poi, a dirla tutta, non era bella abbastanza per fare l’attrice, non aveva la bellezza profonda manifestata da occhi espressivi.

Alle sue spalle, c’era la scenografia naturale: il paesaggio non dipinto ma vero: le canne, il fiume paludoso, il ponte a nove arcate, il cielo. Davanti, sulla càvea, non c’era altro pubblico che me e Fulvio intento a fotografarla. Bella era bella. Ma debole e vana, mio Dio, nervosa, non abbastanza proba e colta, e nemmeno tanto astuta e dura da evitare di venire strapazzata, stritolata, inghiottita e vomitata dal paese di abitanti peccaminosi dove voleva entrare nuda inopsque.

In quel mondo  spietato, clientelare, mistificatòrio, le relazioni sono rapporti di forza, di potere e di piacere. Scambio di piaceri.

Lei aveva solo la transeunte, effimera venustà della giovinezza. Per giunta il suo sguardo non era abbastanza significativo né in termini di dolcezza né di potenza. Aveva commosso me per il mio narcisismo nel tempo in cui mi imitava. Poi avevo perso interesse in seguito ai  suoi sgarbi, al suo egoismo, figli della sua scarsa immaginazione. Senza questa non si capiscono gli altri e non si può divenire un buon attore.

Avrei voluto comunque aiutarla a divntare forte e bella per sempre, non certo vomitarla dopo averla mangiata[6]. Altri l’avrebbero fatto probabilmente.

 

Ma torniamo all’agosto del 1979 . Mi sento in dovere di segnalare i tempi come si vede nei film che li saltano. Devo chiarire tutto, come fa Omero con la cicatrice di Odisseo per esempio: tutto deve essere in primo piano e in piena luce. Lascio l’oscurità agli scritori dall’anima ottenebrata.

 Osservavo i maiali edaci e obesi come sempre. Pensavo: “I porci si nutrono, poi noi ci nutriamo di loro. Ci gonfiamo di carne non nostra. Negli uomini che non sanno o non vogliono pensare, l’anima forse serve soltanto a preservare il corpo dalla putrefazione, come fa il sale con i prosciutti di questi onnivori. Adesso chi sa pensare ed è capace di parlare con chiarezza, togliendo alle persone e alle cose le maschere imposte dal sistema, rimane isolato. Questo è un grave rischio per me. Voglio vivere una vita politica, al servizio degli altri”.

Dalla csárda veniva il suono dei violini che  intonavano le danze ungheresi di Brahms. Soffio possente di un fatale andare[7] sempre più avanti, quasi sicuramente da solo, come quando arrivai in Ungheria nel luglio del ’66, come quando me ne andrò per sempre via dalla terra con la più eroica delle morti: senza nessuno vicino.

Nella vita che mi resta invece vorrei imparare dell’altro e fare del bene.

Una donna che non risponde alle mie iterate  suppliche di  mandarmi una lettera, certamente non mi aiuterà, anzi mi toglierebbe le grandi forze necessarie alla mia opera se rimanessimo insieme. Voglio procedere metodicamente sulla strada in compagnia di persone che condividano i miei gusti, i miei scopi, il mio bisogno di cultura e di arte”.

 

Intanto sopra il teatro di legno  avanzavano nuvole grosse, acquose: provenivano da ovest muovendosi verso il centro del cielo. Coprirono il sole portando un buio precoce, autunnale oramai. Mi si stringeva il cuore. I maiali invece continuavano a grugnire, a spalancare le fauci e mangiare con appetito implacabile. Mi sovvenne un contadino di Montegridolfo: mi raccontò che un porco del podere aveva mangiato la testa di un bambino infante.

Mancava solo che i porci giocassero a tombola oppure a mercante in fiera come fanno gli umani ottenebrati dopo il cenone.

 Una vita la loro senza logos e con il solo pathos del consumo di cibo e la vaghezza di ciance infinite. Andrebbero recuperati a  quanto non è solo bestiale. Fare capire che l’umano riguarda anche loro.  L’umano è inattuale, tuttavia a me piace, forse proprio per questo. 

Le nubi coprivano grandi tratti  dell’immensa pianura. Le automobili sulla strada di Eger accendevano i fari. Erano solo le sette di sera, ora legale. Da alcuni comignoli si alzavano spirali di fumo. Autunno era. Mi aspettavano mesi molto difficili se quella mi lasciava o mi costringeva a scappare ad maiora mala vitanda. A un tratto le nuvole raggiunsero la parte orientale del cielo, verso l’Unione Sovietica, e così il dio occidente prima di andare a riposarsi si spogliò dalle nere e  piagnucolose gramaglie .

Era più bello che mai: grande, rosso, e specchiandosi nell’acqua sotto le arcate si raddoppiava. Si inclinava verso la madre terra e le due immagini erano molto vicine. Si baciavano quasi. “Buon segno”, pensai. “domani mattina, o forse già questa sera, miracolosamente troverò la posta che restaurerà il mio equilibrio”. C’era un senso di pace nell’aria. Una cicogna  volava ad ali ampiamente spiegate verso il nido per nutrire i pulcini e passarvi la notte. Anche io presto sarei tornato ai miei affetti. Se Ifigenia non aveva scritto, c’erano comunque i libri dei miei autori e la bicicletta, organi sempre vivi, sostegni della mia vita . Poi l’amico carissimo Fulvio e gli studenti amati. E avrei trovato un’altra donna meno disordinata e cattiva. Così tra il rassegnato e il confortato entrai nella csárda.

Andai a sedermi al tavolo dove ero stato  con le  tre  finniche: Helena, Kaisa, Päivi in tre anni diversi. Dall’ultimo erano passati cinque estati, già un grande spazio nella vita di un uomo[8].

Da Elena Augusta, la prima in tutti i sensi, addirittura otto.

 

 

 Ricordare quelle tre muse mi spingeva a scrivere. Erano state quelle  donne  a scoprire il mio valore e a farlo riconoscere a me: ogni cosa ben fatta che ho compiuto la devo alle loro parole buone. Con l’aiuto che mi veniva dalla forza ricevuta da quelle tre fatidiche amanti amate trovavo il proposito fermo di rifiutare chiunque volesse svalutarmi e avvilirmi.

Non smetterò mai di unire le Grazie alle Muse, dolcissima unione.

Scrissi in un quaderno da scolaro: “Dopo non avere degnato di una risposta le mie suppliche e non avere mantenuto una promessa inviata in fretta, a casaccio  con un telegramma bugiardo, inviato tra una baldoria e un’altra, Ifigenia nihil iam putabit esse nefas nei miei confronti: crederà di poter infliggermi qualunque torto, menzogna e umiliazione”.

Cercavo le parole forti e atte a deprecare la sciagurata, quando una bambina bruna bruna di sette-otto anni che si trovava seduta su una panca contigua mi domandò perché non scrivessi in ungherese.

“Perché non lo so fare-risposi-conosco solo poche parole nella tua lingua”

“Per esempio?”

“Queste che sto dicendo a te”

“E poi?”

“Sei carina. Come ti chiami?”

“Sarolta[9]. E tu?”

“gianni, Jáno".”

La mamma seduta di fianco alla figlia intervenne: “Sarolta, ringrazia il signore e lascialo scrivere”

Allora la bambina disse, riempiendomi il cuore di gioia: “sei carino anche tu”.

“Grazie signorina”. Poi aggiunsi: “complimenti signora per questa bella bambina. Non c’è dubbio che sia sua figlia. Talis mater…”. Mi guardò stupita forse non si aspettava di venire corteggiata davanti alla sua bambina .

Ma io davanti a una bella donna non riesco a non farlo. Soprattutto se è una mamma e ancora di più se è la mamma di una bimba. Avevo comunque capito che bastava così. Corteggiare sempre, molestare mai.

Quindi le lasciai in pace. Non senza pensare che se al mio letto di moribondo si avvicinerà un’infermiera carina la corteggerò con l’ultimo fiato, e se questo angelo mi farà un sorriso ne sarò rallegrato in punto di morte [10]. Morirei contento. Le donne ci sono sempre; dalla culla  alla tomba.

Queste sono le pie donne e non mancano neppure le empie.

“Ecco- ripresi a scrivere- la mia compagna ideale dovrebbe essere ingenua e diretta come questa cittina. Le finniche un po’ primitive, pure se colte, si avvicinavano a questo modello. Con loro avevo potuto parlare senza infingimenti. Dopo altri cinque anni di partite a scacchi o di poker, insomma di mezze verità, con le amanti, le colleghe, i colleghi, i presidi e così via, non ne posso più di finzioni.

Perché quella non scrive? Come puoi avere ancora dei dubbi? Perché non ti ama. Allora se non sei un budello, se sei un uomo umano nei tuoi stessi confronti, devi disprezzarla e rigettarla. Già senti la nausea. Mettiti un dito in gola, l’indice, e vomitala tutta”.

Uscìi dalla csárda. Il sole si era avvicinato tanto alla strada di Eger da trasformarla in un tappeto di porpora. Una guida verso l’eternità dell’arte o la via dolorosa verso una morte straziante? Mi sovvenne il sire Agamennone[11]. Il futuro verrà[12], ricordai ancora.

 

Avvertenza: il blog contiene 11 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  31 agosto 2026 ore 17, 28

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[1] Cfr. Odissea, IV, 563ss.

[2] Cfr. Orazio Odi, III, 30, 6

[3] Shakespeare, Enrico V Prologo vv. 1-2. Oh per una Musa di fuoco che sapesse salire al più luminoso cielo dell’invenzione

[4] Cfr. di nuovo Shakespeare, Enrico V, prologo v. 13 “this wooden O”

[5] Cfr. Callimaco, Antologia Palatina, XII, 43, 5

[6] Cfr. Shalespeare, Otello dove Emilia, la moglie di Iago, dice:

 “ ‘Tis not a year or two shows us a man

They are all but stomachs and we all but food;

They eat us hungerly, and when they are full

They belch us. Look you, Cassio and my husband” (III, 4, 97-101)

Non bastano un anno o due a mostrarci un uomo;

Loro sono soltanto stomaci e noi solo cibo;

Essi ci mangiano avidamente e quando sono pieni

Ci rigettano a rutti. Guardate Cassio e mio marito.  

 

[7] Pascoli, Alexandros , v. 34

[8] Cfr.  Tacito, De vita Agricolae, III, quindecim annos, grande mortalis aevi spatium.

[9] Carlotta

[10] Cfr. Svevo, La coscienza di Zeno: “La mia ultima occhiata dal mio ultimo letto di morte sarà l’espressione del mio desiderio per la mia infermiera, se questa non sarà mia moglie, e se mia moglie avrà permesso che sia bella!” (capitolo 3, il fumo)

[11] Cfr. Eschilo, Agamennone, 910: “porfurovstrwto" povro"”, via coperta di porpora.

[12]To; mevllon h{xei   Eschilo, Agamennone,  1240.