venerdì 23 ottobre 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 XX- L’Acropoli, il museo nazionale, capo Sunio, Brauron. Ifigenia, Elena, Menelao e Paride. “Madamina, il catalogo è questo”.


La mattina seguente salimmo sull’Acropoli dove non ci fermammo a lungo perché il Museo era chiuso e Ifigenia aveva paura di rimanere sotto il cielo siccome aveva sentito dire da una barista vaga di ciance che sulla collina grava perpetuamente una nuvola tossica foriera di malattie mortali. Probabilmente tale chiacchiera veniva messa in giro dai commercianti della Plaka situata sotto l’Acropoli perché i turisti non salissero su quel colle avvelenato e rimanessero nel grande mercato  sottostante a comprare con vantaggio di chi vendeva ogni cosa. Ma Ifigenia diede cieca fiducia all’incontrollabile voce. Probabilmente sentiva qualche cosa di malato e cattivo dentro di sé e lo proiettava nell’aria, su fino al cielo. Del resto il pur mirabile Partenone non ci commosse quanto Delfi, né quanto Micene e Olimpia visitati l’anno precedente dopo il soggiorno con Fulvio a Debrecen.

Non sentimmo il divino come in quei luoghi sacri: il tempio più grande di Atene ci apparve costruito mirabilmente  per suscitare meraviglia anche terrena e con un fine politico se vogliamo: mettere in mostra la grande potenza della città esemplare : apparire la signora  oltre che la scuola dell’Ellade[1] ai nemici e ai federati asserviti e taglieggiati.

 Del resto nell’Atene di Pericle la politica entrava dappertutto, come in Italia nel 1968 e per alcuni anni successivi: i più interessanti nelle vite dei giovani della mia generazione nata in un mondo sconvolto dalla guerra risolta da un ordigno  inaudito,  più letale di tutti i precedenti e ancora più abominoso di tutti gli altri. E’ imitatio diaboli e dovrebbe essere bandito, non sbandierato da alcuni e vietato solo ai cosiddetti Stati canaglia. Le canaglie potenzialmente più distruttive hanno i denti atomici.

 

Quindi andammo al Museo Nazionale dove ci piacque sopra tutto lo Zeus dell’Artemision: in quella statua di bronzo vedemmo e ci commosse l’idea del divino rappresentata non astrattamente ma attraverso la forma umana còlta nei suoi aspetti migliori: la forza consapevole, la nobile semplicità, la calma sicura dove si manifesta una bellezza serena che non appassisce con il volgere delle stagioni, anzi acquista nuovo vigore siccome incarna  una potenza mentale sempre più cosciente di sé, un equilibrio sicuro, un’armonia  tra le parti del corpo e  quelle dell’anima sintonizzate tra loro.

 “Anche io come questo maestro-dissi- vorrei trovare e rappresentare in immagini chiare, luminose, il significato esemplare  delle tue belle membra, del nostro amore, e del piacere tanto corporeo quanto mentale che ne traemmo”.

Ifigenia in quel momento gioì del proposito mio.

Nel pomeriggio ci recammo a Capo Sunio per vedere il tempio di Poseidone e pregare il dio  tendendo le braccia quali supplici devoti.

Per tornare ad Atene cambiammo strada e giungemmo a Brauron.

Ricordai che  l’Ifigenia di Euripide  dopo la Tauride avrebbe custodito le chiavi del tempio di Artemide nelle sacre praterie di Brauron[2].

 Lì poi sarebbe morta e sarebbe rimasta per sempre la figlia di Agamennone. “Riceverai ornamento dei pepli e i tessuti che le donne morte di parto lasciano nelle loro case”[3]. Questo  le preannuncia la dea Atena ex machina nell’esodo della tragedia sciogliendo i nodi intricati della trama insolubili da menti umane.

Ma Ifigenia in carne e ossa, brutta o bella copia che fosse della fanciulla Pelopide, non gradì questo mio sfoggio e tanto meno di venire accostata a una ragazza che prima era stata designata dal padre  quale  vittima del sacrificio poi venne relegata tra i barbari, e infine destinata alla custodia di un tempio dai funebri arredi.

Disse di non essere tagliata per quella parte: si sentiva piuttosto simile a Elena,  più donna, più bella, più libera, tanto che aveva piantato il re suo marito per seguire un principe di passaggio che le piaceva di più. Avevano sbagliato i suoi nel darle il nome di una fanciulla disgraziata dunque.

Le risposi che dai genitori prendiamo quasi tutto oltre la vita e il nome: l’aspetto, il carattere e  la malattia che ci ucciderà.

Quindi le domandai: “E adesso dov’è Menelao il tuo biondo marito? ”

Speravo di non essere io, anche perché non sono biondo, tanto meno marito.

“Non c’è-rispose-Adesso sto bene con te Pavri"  gunaimanhvv"”[4].

Fui contento di questo. L’epiteto di donnaiolo secondo me è onorifico anche se in casa mia chiamavano “quella fogna” ogni uomo scapolo che corteggiava le donne. Speravano di impormi un contro- modello.

Volevano indurmi a  sposare “una brava collega”, invece il mio paradigna mitico era don Giovanni, tanto che da ragazzo entrai nella chiesa dei servi di Maria e giurai: “se non saranno 1003, devo arrivare almeno a cinquanta”.

Lo raccontai a Ifigenia,

Mi domandò a quale punto del catalogo l’avessi incontrata.

Risposi, “Madamina, il catalogo è questo: sei arrivata per trentaduesima ma oggi devo dire: “Ifigenia, bellissima  artista, sei  la prima della lista !”.

Avevo mentito spostando Elena Augusta, la signora suprema dal posto che le spettava, ma  la compagna di viaggio se ne rallegrò e, con una metamorfosi eschilèa, divenne eumenide benevola da erinni spietata. Bastava non addentrarsi nelle questioni di fondo: si poteva scherzare, citare, recitare, sempre, comunque ponendosi dei limiti che impedissero di sfiorare la zona malata, ferita, ulcerata  dell’anima sua e della mia.

A proposito delle mie amanti, non tante ma neanche pochissime grazie a Dio, devo dire che questa mia storia è anche una laudatio funebris, una processione di donne con maschere dal volto simile al loro, personae che da vive hanno reso la mia vita vivibile, cioè non sonnolenta bensì emozionata da gioie e dolori cui sono sempre seguiti pensieri con apprendimento e la presa di coscienza che mi ha aiutato a diventare me stesso. 

 

Avvertenza Il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato

 

Bologna  23 ottobre 2026 ore 19, 31 giovanni ghiselli

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[1] “Levgw thvn te pa`san povlin th`"  JEllavdo" paivdeusin ei\nai”. Sono parole del logos epitafios attibuite da Tucidide a Pericle (II, 41, 1) 

 

18  “ajmfi; semna;" leivmaka"- braurwniva",  Euripide, Ifigenia fra i Tauri 1462-1463) .

[3]

19 ujfav~, a{~ a]n gunai`ke~ ejn tovkoi~ yucorragei`~-lipw`s  j ejn oi[koi~ (Euripide, Ifigenia fra i Tauri 1465-1466

 

[4]  Donnaiolo di un Paride, Paride che va matto per le donne (e  fa impazzire le donne. Cfr. Iliade, III, 39.


Storiografia undicesima parte. Distinzione tra mito e storia. Storia genealogica (Ecateo), tragica (Filarco ), pragmatica (Polibio)


 

 Ecateo poi Erodoto e Livio non escludono il mito come fanno Tucidide e Polibio. Le tragedie storiche “preteste” di Nevio, Ennio e Lucio Accio. Polibio  non celebra i consoli plebei Marcello e Decio discari agli Scipioni.

 

 

Difficile e tardiva è la distinzione tra mito e storia: “l’età eroica, che coinciderebbe press’a poco con l’età micenea dei nostri libri di storia, era caratterizzata, secondo i Greci, da certi elementi divini, che nessun “razionalismo” poteva eliminare. Ecateo[1] stesso riferisce che gli Egiziani calcolavano ben 345 generazioni di soli uomini, generazioni che non avevano avuto contatto con gli dèi. Ma non riusciva a buttar via, per questo confronto egiziano, la sua convinzione che gli dèi avessero avuto rapporti con gli uomini, in Grecia, fin verso un’epoca che coinciderebbe, grosso modo, con il nostro 1100 a. C. (la fine dell’età micenea-submicenea). Infatti, imperturbabile, continuava ad affermare, per esempio: “A Danae si unisce Zeus”…questo “genealogo”, cioè studioso del mondo eroico, non può negare il presupposto fondamentale di quella storia eroica ch’egli tratta: il commercio, cioè, fra uomini e dèi.

 All’incirca nello stesso tempo, l’ateniese Ferecide trattava anch’egli “genealogie”; esse arrivavano giù fino alla piena età storica (per lo meno fino a Milziade, ecista del Chersoneso verso il 540 a. C.); ma prendevano le mosse dall’età degli dèi, e difatti la sua opera si chiamò anche Teogonia, oltre che Storie. Al solito: fra mito e storia non c’era distinzione. Persino Tucidide ricorderà, con rispetto, tradizioni eroiche: per esempio, quella di Alcmeone colonizzatore delle Echinadi, le isole derivate dai detriti dell’Acheloo”[2].

“Erodoto (che scrisse tra il 445 e il 425 a. C.) tratta chiaramente Ecateo di Mileto come il suo solo predecessore autorevole”[3].

 

Polibio ( 206-124) non si occupa di genealogie come Ecateo (550-476) bensì di popoli, città  e costituzioni soprattutto quella dell’impero romano. La sua vuole essere una storiografia pragmatica non mitica né tragica.

 

F. W. Walbank esclude Polibio dagli autori inclini alle genealogie:" Polibio distingue il genere di storia che egli stesso scrive, e che chiaramente considera come il più utile, da altri tipi, con finalità meno ambiziose, e rivolti a un pubblico differente. Nel corso dell'introduzione alla 142a Olimpiade che si trova all'inizio del libro IX[4], egli contrappone il tipo di storia da lui coltivato a quello che egli chiama 'il tipo genealogico', che attrae il lettore casuale (to;n filhvkoon, lett. quello che ama ascoltare), e a quei "racconti di colonizzazioni, fondazioni di città e legami di parentela", che si rivolgono a lettori con interessi antiquari (to;n polupravgmona kai; perittovn) quello che è curioso e che va dietro alle cose superflue. Un po’ oltre [5] lo storico associa le genealogie con i miti, ed è chiaro che con il tipo ‘genealogico’ di storiografia egli intende quella specie di storia che si occupa delle più antiche leggende in tutti i loro risvolti favolosi e che elabora relazioni genealogiche; il primo volume dei Fragmente der griechischen Historiker di Jacoby raccoglie esempi di diversi autori del genere, Ecateo, Acusilao, Ellanico ed altri, le cui opere presuppongono la rielaborazione di materiale epico e la riduzione di quest’ultimo in un ordine cronologico[6]. Colonizzazioni, fondazioni di città e legami di parentela, viceversa, possono ritrovarsi particolarmente in storie locali sul genere dell’Atthís, ma anche in opere come quelle di Eforo e Timeo. La storia che Polibio scrive è in contrasto tanto con le une quanto con le altre, poiché si occupa delle vicende di popoli, città e sovrani, e presenta conseguentemente interesse e utilità per l’uomo di Stato "[7].

 

Eforo (IV secolo), allievo di Isocrate, scrisse le Elleniche, una storia greca dal ritorno degli Eraclidi ai suoi tempi. Si trattava di una storia universale ellenocentrica ma aperta alla storia delle altre nazioni.

“Polibio considerava Eforo suo predecessore come storico universale” (V, 33)”[8].

Timeo è storiografo siciliota, nato a Tauromenio (Taormina), verso il 346. Morì quasi un secolo più tardi. Venne esiliato dal tiranno Agatocle e visse per vari decenni ad Atene dove compose le sue Storie  che raccontavano in 38 libri le vicende della Sicilia e dell'Occidente greco dalle origini mitiche  agli inizi della prima guerra punica. Ne sono rimasti solo brevi frammenti.

 

 

Petronio nel Satyricon, attraverso il poeta Eumolpo dà precetti ai poeti che vogliano verseggiare fatti storici.  I modelli sono Omero, i lirici greci, il romano Virgilio e la curiosa felicitas (118, 5) l'accurata (cfr. cura) fecondità di Orazio.

 

 

Santo Mazzarino sul rapporto fra le Storie di Polibio e la tragedia storica romana. Le laudationes funebres

La fabula praetexta è la tragedia di argomento nazionale romano. Toga praetexta era la toga bianca orlata di porpora indossata dai ragazzi liberi fino a 17 anni poi da consoli pretori edili curuli.

 

L'autore dell’ottimo Il Pensiero Storico Classico [9] esamina il rapporto tra l'opera di Polibio e la tragedia storica romana:"In Roma la tragedia era sorta con Nevio, il poeta storico-epico del Bellum Poenicum. In particolare, la tragedia storica, o "pretesta", dei Romani si connetteva con la più tipica manifestazione del loro senso della storia e della morte:" quando muore un uomo di famiglia insigne, portano al funerale le imagines " (consistenti in maschere) "dei suoi maggiori. Con tali maschere coprono il viso di uomini che presentano particolari somiglianze, per l'altezza e per il resto, con quegli avi. I mascherati indossano toghe preteste" (orlate di porpora) "se il morto che rappresentano fu console o pretore; abiti di porpora, se fu censore; inaurati, se ebbe il trionfo, o simili. Vanno innanzi su carri, preceduti da fasci, scuri ed altre insegne delle magistrature che quei nobili morti avevano ricoperto. Infine, arrivati ai rostri, seggono su selle d'avorio.-E chi non potrebbe essere colpito alla vista di queste immagini di uomini illustri e palpitanti?". Sono parole di Polibio[10] stesso: rendono l'impressione che lo storico straniero riceveva a quello spettacolo abbastanza frequente, in cui la storia delle virtù gentilizie veniva rappresentata, come per generazioni disposte in fila, nella sua attualità continua. La storia diventava processione di venerate maschere...Se confrontiamo l'opera di Polibio con i frustoli di preteste che pervennero sino a noi, il carattere delle sue Storie  si potrà illuminare anche meglio.

Delle lotte fra Romani e Galli, due vittorie furono celebrate con preteste: quella di Clastidium, riportata da Marcello nel 222 a. C.; e quella di Sentinum, del 295 a. C., in cui il console Decio Mus, che comandava l'ala sinistra contro i Galli (alleati dei Sanniti), s'era consacrato, col rito della devotio , agli dèi della terra e, gettandosi contro i nemici, aveva assicurato la sua morte e la vittoria. La battaglia di Clastidium era stata portata sulle scene da Nevio stesso, che certo poté seguire con ansia, come contemporaneo, quella vicenda in cui Claudio Marcello, allora il più insigne esponente del ramo plebeio dei Claudii, aveva vinto in duello il celtico Virdumaro, e riportato il trionfo.

La battaglia di Sentinum fu celebrata in una pretesta di Accio, Aeneadae  o Decius ; a differenza del Clastidium  di Nevio ( in cui si doveva sentire la passione del contemporaneo), qui c'era il ricordo di una vittoria riportata quasi due secoli prima...Polibio tratta (II 18-35) le guerre romane contro i Galli; perciò anche (II 19, 6) le vicende del 295 e più tritamente (II 34) quelle del 222. Ma non accenna alla devotio  di Decio nel 295; e non tocca il duello di Claudio Marcello con Virdumaro. Quei due consoli plebei non commuovono particolarmente la sua fantasia storica, la quale si limita a ricordare la distruzione e la fuga delle truppe galliche a Sentino, il successo strategico di Marcello a Clastidium. Si direbbe che, in entrambi questi casi, Polibio abbia voluto evitare la memoria di una devotio  e di un duello, argomenti cari ai poeti tragici-tanto più che si trattava della devotio di un plebeo, Decio Mus, il cui nome gentilizio era portato, al tempo di Polibio, da uno dei più accaniti sostenitori della tendenza graccana (il tribuno P. Decio); e del duello affrontato da un altro plebeo, Marcello, che non fu mai caro alla tradizione degli Scipioni.

Tuttavia sarebbe errato pensare che Polibio non apprezzasse la virtù romana che si esaltava in quei racconti sui plebei Decio Mus e Marcello. La battaglia di Sentino, con la devotio di Decio Mus, aveva già avuto una larga eco nel mondo ellenico: Duride, tiranno di Samo, storico di tendenza aristotelica, aveva ricordato la devotio  di quel grande console, suo contemporaneo. Era impossibile che Polibio, uomo d'arme, ignorasse quella storia di religione e di morte; o che non ne intendesse-nei limiti definiti dal suo razionalismo-il misterioso fascino. La sua differenza da Duris è, piuttosto, in ciò: egli non riteneva opportuno dedicare a Decio Mus una digressione, od anche un cenno, particolare; per Polibio, simili imprese individuali, affascinanti per se stesse, possono essere oggetto di rievocazione tragica, non di storia pragmatica.

Perciò la devotio  di Decio a Sentinum, già ricordata dallo storico 'tragico' Duris, fu celebrata poi dalla tragedia storica di Accio; secondo la forma mentis  di Polibio potrebbe rientrare nell'anonima descrizione delle virtù romane. "Ci furono molti romani i quali volontariamente si batterono in duello per la decisione delle battaglie; e non pochi scelsero morte sicura, alcuni in guerra per la salvezza degli altri, e taluni in pace per la sicurezza pubblica"(VI 54). Polibio scrive queste parole non in particolare, a proposito di questa o quella vicenda della storia romana; ma in genere, nella sua sintesi sui caratteri dello stato romano, nel VI libro"[11].

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Bologna 23  ottobre 2026 ore 18, 30 giovanni ghiselli

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[1] Ecateo di Mileto, il primo logografo, nato verso il 550, scrisse Genealogie  che volevano contrapporre una visione razionale a quella tradizionale :"Ecateo di Mileto dice così: scrivo queste storie come a me sembrano vere; infatti le tradizioni dei Greci sono molte e, a parer mio, anche ridicole ("oiJ ga;r JEllhvnwn lovgoi polloiv te kai; geloi'oi, wJ" ejmoi; faivnetai, eijsivn", fr. I Jacoby). 

L’altra opera è Perihvghsi" gh'" (o Perivodo" gh'" ), comunque una Descrizione della terra  con una carta allegata.

 Era una descrizione etnica e geografica del mondo conosciuto divisa in due libri: uno dedicato all'Europa, l'altro all'Asia (ndr).

[2] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I, pp. 78-79.

[3] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 6.

[4]IX 1-2.

[5] IX 2, 1.

[6] Cfr. F. Jacoby, Atthís. The Local Chronicles of Ancient Athens, Oxford 1949, p. 134.

 

[7] Frank W. Walbank,  Storiografia tragica e storiografia pragmatica: la scelta di Polibio, in La storiografia greca Guida storica e critica a cura di Domenico Musti,   p. 145. 

[8] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 51.

[9]II, 1, p. 149 e sgg.

[10]Tratte da VI 53 e tradotte liberamente. E' la maggior trattazione che possediamo sui funerali degli uomini illustri con le laudationes funebres  che falsificavano la storia.

[11]S. Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 152.