giovedì 4 giugno 2026

Viaggio in Grecia 1981 IX. La sera e la notte di Patrasso.


 

Sbarcati a Patrasso di sera, prendemmo una camera per la notte, poi andammo a mangiare un’insalata greca con un poco di pane e mezzo litro di retzina in un’osteria.

Ifigenia si mise in posa anche lì. Da borghese piccina qual era si atteggiava a gran signora fremente di sdegno per il locale modesto. In realtà era un posto adatto ai miei mezzi di poverello da Pesaro tornato in Grecia con l’aspetto di un mendico, come Odisseo.

Nel giorno seguente del resto ci aspettava un trasloco zingaresco.

 Un ubriaco ghignava osservando l’assurda, pomposa alterigia della ragazza che trattava con supponenza la cameriera carina e gentile.

 

Breve excursus

Ora mi viene in mente un’altra mia ex, e pure compagna di viaggio ciclistico in Grecia, che una sera a Patrasso, al ritorno da Delfi, si era nel 1989, fece una scenata per la ragione opposta: l’avevo portata la domenica sera nell’unico locale aperto dove i prezzi erano leggermente più alti che nelle bettole infime che questa invece preferiva. Non avevamo scelta poiché il traghetto per Ancona partiva a mezzanotte con il self service chiuso.

Avevamo pedalato tutto il giorno, digiuni, ed era necessario mangiare.

Ma quella strillò che io sprecavo il denaro. “Si tratta  del mio”, risposi.

“Ora mi rinfacci anche le porcherie che mi fai mangiare in questo postaccio esoso oltre”, gridò. Era vegetariana per giunta. Questa era una bolognese dall’avaro seno.

 

 Dopo le estati nell’Università di Debrecen, potendo fare  i confronti, ho pensato che le donne italiane sono tra le meno simpatiche d’Europa, siccome vengono viziate e maleducate da uomini imbecilli che si asserviscono ai loro vezzi e capricci. Oppure convivono con dei mascalzoni che le maltrattano e riempiono di botte. Quando non le ammazzano addirittura.

Le vittime vengono indicate come eroine o sante, invece di insegnare alle ragazze a schivare i farabutti appena riconosciuti  da certi segni tipici dei mascalzoni dai quali si devono mettere in guardia  le fanciulle inesperte. Le femministe meno intelligenti soffiano sulle fiamme infernali dell’odio tra i sessi rinfocolando l’incomprensione.

Pavese scrisse che le donne sono un popolo nemico. Di fatto era lui nemico delle donne e di sé stesso, al punto che si uccise. Non ho mai trovato un popolo tanto amico mio quanto quello delle donne, sapendole scegliere.  

Immagino che a queste parole seguiranno biasimi e accuse nei miei confronti. Ma come l’eroina Antigone so di essere armonizzato con quelli cui devo piacere. E questo mi basta.

 

 

Ora però torniamo all’agosto del 1981.

Quando la cena frugale fu consumata e Ifigenia ebbe teminato la sua quotidiana particina teatrale nella bettola , tornammo nell’albergo da due soldi e ci stendemmo abbastanza distanti nel grande letto. Guardavo il soffitto  e i fasci di luce intermittenti che  provenivano dal traffico della strada. Cercavo anche di farla parlare rivolgendole domande dirette, ma quella ribatteva con astio nervoso o con accuse offensive che mi inducevano a troncare il discorso. Il solito  capo di accusa è che l’avevo prima illusa con una generosità simulata, quindi delusa con la mia vera natura di egoista e narcisista, sempre teso alla supremazia, pur essendo un poveraccio e un avaro per giunta. Mi interessava davvero solo studiare, pedalare e correre.

 

“Se non fossi stato bravo a scuola e fiero di esserlo” replicai-“fin da bambino mi avrebbero schiacciato come uno scarafaggio. I maschi di casa mia erano le pezze da piedi di femmine imperiose. Dovevo piacere alla nonna e alle zie che avevano tutto il potere. Se non mi avessero aiutato loro, assai contente dei  miei successi scolastici, ora vivrei sotto un ponte perché con il mio stipendio non potrei pagare l’affitto, comprare i libri, andare al cinema, a teatro  e nemmeno mangiare altro che pane lardo e patate ingrassando come un maiale.

 Voi donne non perdonate l’insuccesso dell’uomo e in fondo avete ragione. Allora io devo impiegare tutte  le forze che ho per primeggiare, almeno a scuola nella considerazione degli allievi. Poi  nelle corse in bicicletta e a piedi. So che se non piaccio a me stesso, se  non mi amo per primo, tanto meno potrebbero amarmi gli altri”.

“Amati da solo dunque: io non posso amare un uomo come sei tu”

“Come sarei secondo te?”

“Immaturo, vanesio, ingeneroso. Di te non mi fido”

“C’è del vero” pensai-“ io mi sono meritato questa sfiducia, ma lei, poveretta, quali crimini ha commesso per diventare siffatta? Da giovane donna entusiasta, nel volgere di poche stagioni si è capovolta in un’istriona aggressiva, calcolatrice, bugiarda. Ora è molto infelice: non ha perduto fiducia soltanto nella mia persona oramai sparita dai suoi progetti e dalle sue prospettive, ma non si fida più di se stessa, dell’amore e della vita. La metamorfosi cui ho assistito del resto probabilmente ne echeggia altre e ne prefigura altre ancora”.

Questo pensiero però non potei manifestarglielo neppure in maniera coperta: non l’avrebbe capito e avrebbe fatto una scenata tremenda. Forse non sarebbe più venuta a Delfi. Invece, se il dio ci favoriva con un buon vento da ovest, la sera del giorno seguente saremmo già stati in grado di vedere la luce del santuario annidato sul pendio occidentale del Parnaso, montagna dalle due cime, sacre ai poeti , oltre che ad Apollo una, a Dioniso l’altra.

Pregare insieme sull’ombelico del mondo forse ci avrebbe schiarito la mente torbida di pensieri cupi e angosciosi.

Però invocare Apollo provando rancore per la donna distesa di fianco a me  nel letto dove tardavo a prendere sonno, sarebbe stata una preghiera nera.

Sicché dissi: “Buona notte Ifigenia. Posso avere sbagliato. Ma ora comprendo: tu mi hai fatto capire. Non ho mai ripetuto lo stesso sbaglio. Se mi dai un’altra possibilità, non fallisco”

“Mi dispiace gianni. L’amore quando cade  si rompe, si sporca e non si raccatta, non si riscatta. Buona notte”.

Ricordava un verso di Eschilo: in questo almeno le ero servito.

“Buona notte Ifigenia. Prima di dormire però ti dico un’ultima cosa: non pensare male quando mi vedi prendere appunti;  tu sei la mia Musa,  perciò non puoi sospettare che io scriva sempre parole brutte sul tuo conto”.

Non dissi “lo farò ora sì ora no”, ma lei intese anche la parte  latente nella reticenza.

Infatti non rispose e volse il viso accigliato  verso il muro, come fece mastro don Gesualdo malato a morte.

Temetti che non sarebbe mai arrivata sull’ombelico del mondo: se lungo la costa settentrionale del golfo di Corinto, da attraversare con un battello siccome il ponte  in quel tempo ancora non c’era, il vento fosse stato contrario inasprendo le parti in ascesa sui saliscendi continui da San Nicolas a Itea, Ifigenia  non ce l’avrebbe fatta a giungere sull’ombelico del mondo: allora il nostro viaggio nell’Ellade sarebbe stato soltanto un inutile, assurdo massacro mentale oltre che fisico.

 

Bologna  4  giugno 2026 ore 17, 11 giovanni ghiselli

p. s.

Da quando ho aperto questo blog nel 2013 attribuisco molta importanza al numero dei miei lettori. Forse faccio male. Del resto scrivo per essere letto, al punto che  se non lo fossi non scriverei.

Leopardi in vita non ebbe il  successo che meritava, sicché nella lettera a Pietro Giordani del 16 gennaio 1818,  scrive: “né io sarò meno virtuoso né meno magnanimo (dove ora sia tale) perché un asino di libraio non mi voglia stampare un libro, o una schiuma di giornalista parlarne”.

Cè la corsa di innumerevoli autori ai conduttori delle trasmissioni televisive che pubblicizzano libri.

Ho scritto molti libri stampati da editori scolastici e no, sono stato pubblicato  da riviste, da atti di convegni importanti  e  mi rivedo a parlare in diverse conferenze filmate ora presenti in You-Tube.

Il mio Edipo re e la mia Antigone hanno avuto ristampa ma i grandi numeri di lettori da ogni parte del mondo li ho raggiunti con questo blog che ha il contatore. Facebook non ce l’ha ma  in compenso vi trovo diversi commenti ogni giorno.

 

 

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Massimo Cacciari Kaos il mito del globo 7, Mythologica 2.


 

“Non potrà più affermarsi il dominio di uno solo o di una sola.

Zeus è il primo, mai ab-solutus dagli altri, mai Unico, e guai se vorrà farsi tiranno!

 

Zeus secondo Aristofane (cfr. Nuvole) e pure secondo Ovidio è anche libertino e se vuole essere coerente non può limitare troppo la libertà altrui

 

Il Discorso Ingiusto nelle Nuvole[1] (del 423 a. C.) di Aristofane  consiglia a Fidippide: se ti sorprendono in adulterio, rispondi al marito che non hai fatto niente di male,  poi fai ricadere  l'accusa su Zeus, di' che anche lui è più debole di amore e delle donne ( "kajkei'no" wJ"  h{ttwn e[rwtov" ejsti kai; gunaikw'n", v.1081).

 

 

Fedra nelle Heroides di Ovidio interpreta a suo modo il passaggio dal regno di Saturno al regno di Giove: quello fu il regno della pietas  e della rusticitas , questo il regno della libertà e del piacere (Her. 4. 131 sgg.): Ista vetus pietas, aevo moritura futuro,/rustica Saturno regna tenente fuit;/Iuppiter esse pium statuit quodcumque iuvaret/et fas omne facit fratre marita soror " (p. 187), questa vecchia bontà destinata a morire in futuro, c'era quando Saturno governava rozzi regni; Giove stabilì che fosse buono tutto quanto piaceva e rende del tutto naturale che la sorella sia sposata al fratello.

 

Torno a Cacciari: “ Egli mantiene a fatica un ordine che in sé stesso resta polare, multipolare. Impossibile decidersi per il  solo Mare, come impossibile prendere stabile dimora sulla terra. Il mondo è ripartito tra distinte timai, e una sola di queste appartiene a Zeus a pieno titolo : il Cielo”.

Questa divisione dei poteri fa pensare alla democrazia.

 

Cfr. Alfieri

Nel trattato Della tirannide (del 1777) Alfieri distingue la religione cristiana dalla pagana rilevando l’incompatibilità della prima con la libertà: “La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli dèi, e col fare del cielo quasi una repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato[1], e ad altri usi e privilegi della corte celeste, dovea essere, e fu infatti, assai favorevole al vivere libero (…) La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero (…) Ed in fatti, nella pagana antichità, i Giovi, gli Apollini, le Sibille, gli Oracoli, a gara tutti comandavano ai diversi popoli e l’amor della patria e la libertà. Ma la religion cristiana, nata in popolo non libero, non guerriero, non illuminato e già intieramente soggiogato dai sacerdoti, non comanda se non la cieca obbedienza; non nomina né pure mai la libertà; ed il tiranno (o sacerdote o laico sia egli) interamente assimila a Dio” (I, 8).

 

Torniamo a Cacciari

Con Ade il dio celeste può soltanto comporre dei patti, e così con Poseidone. Tutti e tre “sono soggetti a Ananke, e sarà sempre Ananke, come insegna la tragedia, ad avere l’ultima parola”

(cfr, i versi 962-972 dell’Alcesti di Euripide citati sopra).

  I primi tre dei dunque hanno stabilito dei patti dividendo le parti e nessuna potrà mai annullare le altre. “Se la parte vuole farsi tutto, la sua lotta sarà espressione dell’Eris cattiva e le Erinni di Dike le darano la caccia”.

 

Per l’Eris cattiva che gioisce del male e trattiene l’anomo dal lavoro cfr. Esiodo, Opere giorni v. 28

 

Lo Spirito, il Geist, non caratterizza l’infaticabile Mare in opposizione alls Terra, ma esprime il loro drammatico rapporto. Il Mare di cui qui si tatta continua a essere pontos, il Mare che è cammino- strada tra terra e terra o tra isola e isola. Non è Okeanos, l’Oceano theon genesis, generatore degli dei, di Iliade XIV, 201 e 246 origine di tutti i numi, testimonianza forse di una teologia precedente l’esiodea, dove Oceano è figlio di Urano e Gaia” (cfr. Teogonia, 133).

“Omero chiama Oceano apsorros, rifluente su sé stesso, corrente aspetos  che mai non si arresta (XVIII, 399.403).

Democrito spiega di che movimento si tratta: Okeanou periploos.- Oceano compie un periplo, è un grande giro (…) Platone nel Fedone riprende questa immagine”. Oceano è il fiume più grande che percorre il cerchio più esterno (112e) “Oceano è l’onnicircondante, se crollasse, ogni ordine andrebbe distrutto. Il suo Fiume è il Confine che contiene, che “salva” Terra e Mare, custodendo entrambi nella loro forma e nella loro in-secura relazione”p. 25

 

 

 

La questione Oceano

"La carta geografica di Ecateo aveva diviso il disco della terra in due parti: l'Europa da un lato, l'Asia e la Libia dall'altro; attorno al grande disco, l'Oceano si stendeva, quasi ad abbracciarlo.

I fiumi-il Fasi, il Nilo-dividevano i continenti; l'Oceano, da cui partivano i fiumi, li unificava. Le guerre persiane spezzarono quell'illusione di unità; parallelamente si andò correggendo anche l'immagine tradizionale della terra. Il vecchio Oceano di Omero e dei poeti e di Ecateo perdette il suo fascino misterioso. Erodoto dubitava fortemente che a settentrione di Europa ci fosse un Oceano"[2]. 

 

Erodoto di fatto nega l’esistenza di Oceano.

Nel secondo libro lo storiografo di Alicarnasso scrive: colui che ha parlato dell'Oceano ("oj de; peri; tou'  jWkeavnou levxa"", con riferimento a Ecateo) e ha portato il discorso su cose oscure, non merita nemmeno confutazione; io infatti non so che ci sia un fiume Oceano ("ouj gavr tina oi\da potamo;n  jWkeano;n ejovnta", II, 23), ma credo che Omero[3] o qualcun altro dei poeti vissuti prima di lui abbia inventato il nome e l'abbia introdotto nella poesia.

 

Nell'Iliade  Efesto completa lo scudo di Achille, raffigurando sulla sua parte più esterna la grande potenza del fiume Oceano ("potamoi'o mevga sqevno"  jWkeanoi'o", XVIII, 606) che cinge la terra.

 

 Per quanto riguarda la poesia vicina a Erodoto, ricordo che il Prometeo incatenato  di Eschilo chiama le Oceanine:  figlie del padre Oceano che si avvolge intorno a tutta la terra con corrente instancabile ("tou' peri; pa'savn q j eijlissomevnou-cqon  j ajkoimhvtw/   Jreuvmati pai'de"-patro;"  jWkeanou'", vv. 138-140).

 

Del resto ancora Foscolo nel carme Dei Sepolcri  connette la poesia omerica all'Oceano che abbraccia le terre:"Il sacro vate,/placando quelle afflitte alme col canto,/ i prenci argivi eternerà per quante/abbraccia terre il gran padre Oceàno"(vv. 288-291). Ndr.

 

 

 

L’idea universalistica dell’abbraccio dell’Oceano tornò con Alessandro Magno.

“Alessandro Magno aiutò a riscoprire il mondo di Ecateo, caratterizzato, in duplice modo, dalla esigenza unitaria della “storia universale” e dall’identità di ricerca storica e descrizione geografica. Nel 325 a. C. Alessandro fu affascinato da un’alta ambizione: mandare la sua flotta lungo il grande Oceano, dal delta dell’Indo al golfo Persico; lascia affrontare una navigazione ch’egli considerava la più rischiosa, seppure la più affascinante, delle avventure (…) La terra apparve di nuovo nella sua unità, quasi un’isola; e la geografia ellenistica, di cui Eratostene[4] fu poi massimo rappresentante, tornò ad immaginarla, di fatti, abbracciata dall’Oceanonel IV secolo l’ideale universalistico era qualcosa di vivo, già prima di Alessandro. Vale la pena di ricordare…il cinico Anassimene[5]: questi trattava “quasi tutte le imprese dei Greci e barbari”. Eforo[6]…si meritò le lodi di Polibio che lo ritenne “primo e solo ad avere trattato storia universale”. In realtà, primo e solo Eforo non era. Quando, nel quarto dei suoi ventinove libri di Storie, trattava l’Europa, e nel quinto l’Asia, la sua opera si rifaceva, nello spirito, a quella considerazione unitaria di Grecia e Oriente, che già si trovava in Ecateo ed Erodoto”[7].

In Erodoto non direi: aveva infatti negato l’Oceano. 

 

Polibio nota che ai suoi tempi quasi tutte le regioni del mondo sono diventate navigabili e percorribili (scedo;n aJpavntwn plwtw'n kai; poreuetw'n gegonovtwn), quelle dell’Asia grazie all’impero di Alessandro (dia; th;n  j  Alexavndrou dunasteivan), le altre grazie al dominio romano (dia; tw'n   JRwmaivwn uJperochvn, III, 59, 3).

 

Bologna 4 giugno 2026 ore 11, 35 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Il predominio del fato non risparmia nessuno: il Prometeo di Eschilo, afferma consolandosi del suo martirio, che nemmeno Zeus "potrebbe in alcun modo sfuggire alla parte che gli ha dato il destino (th;n peprwmevnhn)"(Prometeo incatenato, v. 518).  Ndr.

 

[2] Santo Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico , I, p. 126.

 

[3] Nell'Iliade  Efesto completa lo scudo di Achille, raffigurando sulla sua parte più esterna la grande potenza del fiume Oceano ("potamoi'o mevga sqevno"  jWkeanoi'o", XVIII, 606) che cinge la terra.

 Per quanto riguarda la poesia vicina a Erodoto, ricordo che il Prometeo incatenato  di Eschilo chiama le Oceanine:  figlie del padre Oceano che si avvolge intorno a tutta la terra con corrente instancabile ("tou' peri; pa'savn q j eijlissomevnou-cqon  j ajkoimhvtw/   Jreuvmati pai'de"-patro;"  jWkeanou'", vv. 138-140). Del resto ancora Foscolo nel carme Dei Sepolcri  connette la poesia omerica all'Oceano che abbraccia le terre:"Il sacro vate,/placando quelle afflitte alme col canto,/ i prenci argivi eternerà per quante/abbraccia terre il gran padre Oceàno"(vv. 288-291). Ndr.

 

 

[4] 295-215 a. C. Geografikà.

[5]  Anassimene di Lampsaco,  seconda metà del IV sec.  Scrisse Elleniche  che arrivavano alla battaglia di Mantinea( 362 a. C.) , una Storia di Filippo e una Storia di Alessandro (ndr)

[6] Eforo di Cuma, allievo di Isocrate, visse nel IV secolo e scrisse Elleniche, una storia universale ellenocentrica (ndr).

[7] Santo Mazzarino, Il pensiero storico classico, II 1, pp. 4- 5.