domenica 29 marzo 2026

Didone-Enea Quindicesima parte. Preghiere nere. Didone e Medea.


Appena  sveglia Didone si accorge dell'abbandono, si infuria e vorrebbe inseguire il fuggiasco per attaccargli il fuoco che la divora e vederlo ardere come lei:"ferte citi flammas, date vela, impellite remos! " (v. 594), portate, svelti le fiamme, spiegate le vele, spingete i remi!  Per lei le azioni del Troiano sono tutt'altro che pie:"infelix Dido, nunc te facta impia tangunt? " (v. 596), infelice Didone soltanto ora ti colpiscono le scelleratezze? domanda a se stessa.

 Quindi torna la denuncia della perfidia:"En dextra fidesque! " (v. 597), ecco la fedeltà dell'impegno! C'è il rimpianto di non avere usato il suo fuoco marziale per provocare una conflagrazione risolutiva :"faces in castra tulissem/implessemque [1]  foros flammis[2] natumque patremque/cum genere extinxem[3], memet super ipsa dedissem " (vv. 604-606), avrei dovuto portare le fiaccole nell'accampamento, e riempire di fiamme i ponti delle navi  e il figlio e il padre  annientare con tutta la razza, e me stessa avrei potuto gettare sopra l’incendio.

 Se non nella vita  potevano essere uniti almeno nella morte.

Segue un'altra preghiera nera, con maledizioni per la cui attuazione sono chiamate a raccolta potenze celesti e infere.

"Sol, qui terrarum flammis opera omnia lustras,/tuque harum interpres curarum et conscia Iuno/nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes/et Dirae ultrices et di morientis Elissae/accipite haec meritumque malis advertite numen/et nostras audite preces " (vv. 607-612), Sole che con le tue fiamme rischiari tutte le opere della terra, e tu Giunone, mediatrice e conscia di queste  pene, ed Ecate, invocata a ululati nei trivi notturni per le città e voi Furie vendicatrici e tutti gli dèi di Elissa morente, accogliete queste maledizioni, volgete la vostra potenza meritata contro i malvagi e ascoltate le mie preghiere-"l'interpres altro non è se non colui che stabilisce un "prezzo" (-pres) "fra" (inter-) due parti"[4]. Il prezzo qui è molto alto: è la vita di Didone.

    

Sol: il sole come divinità suprema che vede tutto è un tovpo" della letteratura greca che prosegue in quella europea[5].

-Iuno: è stata la dea pronuba che, subito dopo la Tellus , ha dato, con le folgori, il segnale delle " nozze" nella spelunca (vv. 165 sgg.).-conscia: Giunone è, come le stelle[6]. al corrente del fato di Elissa. -ululata: il verbo intransitivo è insolitamente usato con diatesi passiva. L'ululato fa parte dei rumori infernali:"visaeque canes ululare per umbram", si videro cagne ululare nell'ombra, si legge nel VI canto (v. 257) quando Enea si appresta al descensus Averno (v. 126).-Dirae ultrices: sono le Furie infernali (cfr. v. 473).-Elissae: la pluralità dei nomi di una donna, soprattutto di una donna importante, fa pensare alla Magna mater dopo il Prometeo incatenato il quale invoca la  madre sua, la matriarca primordiale come "Qevmi"-kai; Gai'a, pollw'n ojnomavtwn morfh; miva" (vv. 209 -210), Temide e Gea, una sola forma di molti nomi. La  Grande Madre dunque viene chiamata in vari modi: tale  doveva essere in origine anche Giocasta la moglie-madre di Edipo che  Omero menziona quale "kalh;n  jEpikavsthn"[7].

 

Pure in alcune opere di Pirandello la donna compare binominata: nella commedia Ma non è una cosa seria  (del 1918) per esempio, la protagonista è una sola donna di due nomi: Gasparina e Gasparotta.

Altrettanto Evelina Morli [8]  che viene chiamata "Eva" dal marito Ferrante Morli, e "Lina" dall'amante Lello Carpani.

  Se questo da una parte può significare la lacerazione della donna e la divisione dei suoi affetti, dall'altra rimanda alla magna mater : pollw'n ojnomavtwn morfh; miva appunto.

 

La preghiera nera della Medea di Seneca

Alla preghiera nera di Didone accosto quella della Medea di Seneca la quale si è costruita un'identità cattiva per controbattere un mondo cattivo. Già l'invocazione iniziale, dalle "connotazioni stilistiche decisamente innologiche" è una "preghiera nera" [9] indirizzata "voce non fausta " (v. 12), con parole di maledizione. Dopo avere pregato Giunone e Minerva, Nettuno ed Ecate triforme[10], la donna furente chiama  "quosque Medeae magis fas est precari", anche gli dèi che Medea ha maggior diritto di invocare, ossia le potenze delle tenebre:" noctis aeternae chaos, aversa superis regna, manesque impios, dominumque regni tristis et dominam fide meliore raptam, voce non fausta precor  " (vv. 9-12), caos della notte eterna, regni opposti al cielo, ombre empie, signore del regno cupo e signora rapita con miglior fede[11], con parole non propizie vi prego.

La donna abbandonata dunque cerca di congiurarsi con le divinità infernali attraverso una specie di devotio: consacro a voi me stessa, i miei figli e i miei nemici.

 

Segue l'invocazione alle Erinni:"Nunc, nunc adeste sceleris ultrices deae,/crinem solutis squalidae serpentibus,/atram cruentis manibus amplexae facem,/adeste, thalamis horridae quondam meis/quales stetistis: coniugi letum novae/letumque socero et regiae stirpi date" (Medea, vv. 13-18), ora, ora siate presenti, dee vendicatrici del delitto, irte le chiome di serpenti guizzanti, stringendo la fiaccola fumosa con mani cruente, siate presenti, quali una volta vi alzaste spaventose accanto al mio talamo: date la morte alla nuova sposa, la morte al suocero e alla stirpe regale. La fiaccola che dà fumo invece di fuoco è un segno infausto.

"Non ibo in hostes? Manibus excutiam faces/caeloque lucem-spectat hoc nostri sator/Sol generis, et spectatur, et curru insĭdens/per solita puri spatia decurrit poli?/Non redit in ortus et remetītur diem? " ( Medea, vv, 27-31), non andrò contro i nemici? strapperò alle mani le fiaccole e al cielo la luce! Vede questo spettacolo il Sole padre della nostra razza e si lascia vedere e assiso sul carro percorre i soliti spazi del cielo sereno? Non torna indietro a oriente e non percorre all'incontrario il tragitto giornaliero?

In un mondo che va a rovescio, anche il Sole deve farlo.

A proposito del Sole che non dovrebbe illuminare la terra empia vedo che non lo sta facendo in questi giorni prossimi a Pasqua. Il Sole che tutto vede è inorridito dai crimini compiuti da un’umanità indegna della sua luce. Guerra non cavalleresca ma costituita da facta impia:   sterminio di bambini e di vecchi oltre che di giovani soldati, terrorismo ovunque. 

.

Quindi Medea pensa di incenerire l'istmo di Corinto e di assumere la ferocia massima negando la propria femminilità:"Per viscera ipsa quaere supplicio viam,/si vivis, anime, si quid antiqui tibi/remănet vigoris; pelle femineos metus/et inhospitalem Caucasum mente indue./Quodcumque vidit Pontus aut Phasis nefas,/videbit Isthmos. Effera ignota horrida,/tremenda caelo pariter ac terris mala/mens intus agitat: vulnera et caedem et vagum/funus per artus " (vv. 40-48), attraverso le viscere stesse cerca la via per il castigo, se sei vivo, animo, se ti rimane qualche cosa dell'antico vigore; scaccia le paure femminili e indossa mentalmente il Caucaso inospitale. Tutta l'empietà che il Ponto o il Fasi hanno visto, le vedrà anche l'Istmo. La mia mente medita dentro di sé malvagità feroci, inaudite, terrificanti, terribili per il cielo parimenti e per le terre: ferite e strage e un cadavere iriconoscibile tra le  membra.

p. s

Preghiere nere sentiamo da anni durante queste guerre che i profittatori e i loro servi vorrebbero vedere prolungate. Diverse manifestazioni   popolari  però stanno dicendo NO a tali crimini non impediti da certi governi che iniziano a vacillare.

Alle preghiere nere si contrappongono le piazze e le vie percorse dalle persone ancora umane.

Avvertenza: il blog contiene 11 note e il greco non traslitterato.

 

 

Bologna 29 marzo 2026  ore 16, 32

 giovanni ghiselli

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[1] Forma sincopata di implevissemque. E', come i due seguenti, un congiuntivo irreale.

[2]Si noti il nesso allitterante

[3]Forma sincopata di extinxissem .

[4] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, Einaudi, Torino, 200, p. 15.

[5] Nel mio commento all'Antigone (Loffredo, Napoli 2001) di Sofocle ho fatto una scheda che raccoglie le testimonianze degli echi letterari di questo culto solare .

[6] Cfr. conscia fati/ sidera, vv.519-520.

[7] Odissea, XI, 271.

[8] La signora Morli, una e due, commedia del 1920.

[9] G. G. Biondi, op. cit., p. 91, n. 1.

[10] "Divinità primitiva e trina (triformis ), essendo associata a divinità appartenenti ai tre regni: la luna (il cielo), Diana (la terra) e Proserpina (gli inferi)". (G. G. Biondi, op. cit., p. 91, n. 5.)

[11]Proserpina che, pur rapita dal re delle tenebre, Plutone, ha ricevuto un trattamento migliore di Medea da Giasone. Come dire che l'inferno peggiore è questo qui sulla terra. Si noti come nei pochi versi citati la parola  fides compaia due volte.


Ifigenia LXI. La vispa Teresa. Una collega quasi simpatica. Est, est, est: il vino.


La sera del 23 marzo ero di nuovo a Viterbo, questa volta in gita scolastica.

Ifigenia a Bologna si aspettava una telefonata che non potei farle. Quando la vidi un paio di giorni più tardi mi disse che aveva passato diverse ore vicina al telefono aspettando che la  chiamassi. Veramente ne venni ostacolato ma sappiamo tutti che se uno ha tanta voglia di fare una cosa tutt’altro che impossibile, come telefonare, trova il modo di farla. Dopo la cena in effetti mi ero messo in fondo a una piccola fila di giovani rumorosi in attesa del mio turno di telefonare.

Pensate: il cellulare ancora non esisteva! Per me non esiste tuttora

A un tratto mi si accostò una collega  simpatica, Teresa, una cinquantenne ben messa e vispa davvero. Aveva in mano un grosso cartoccio grigio e un poco unto.

Disse: “vieni Gianni Ghiselli,  vieni con me: ti faccio assaggiare un’offa buona da impazzire; anzi:  diventeremo pazzi entrambi se non la gusteremo”

“Cioè? Che cosa mi offri? Una squisitezza locale, un lusso adatto a un ventre  erudito? Ma le viscere mie  sono pressocché analfabete, abituate come sono a pane ordinario e rape cotte. Quando va bene un morso di cacio”, le dissi per stare al gioco.

“Una sorpresa” rispose a bassa voce protendendo l’offerta che mandava odore di porchetta molto pepata.

Ero incuriosito dalle mosse della donna che all’epoca consideravo troppo matura viro, ossia per il vir  che ero allora, non ancora trentacinquenne.

Oggi che ne ho ottanta e rotti  tale donna sarebbe un bocconcino.

Salimmo dunque nella sua camera. Quando fui entrato, la signorina appoggiò l’involto sopra un tavolo, lo spalancò con mossa rapida e disse: “guarda che meraviglia! Mezzo chilo di porco cotto e drogato!”.

Mi venne in mente un capitolo dell’Ulisse di Joyce che stavo studiando: “Calipso, la colazione”.

Teresa seguitò : “ Il cibo sciapo del ristorante non mi ha appagata. Sicché ho girato qui intorno cercando una rosticceria e ho trovato questa delizia.

Poi c’è una seconda prelibatezza: una bottiglia di vino vero, sostanziale, tre volte essenziale: Est, Est, Est di Montefiascone!” E lo tirò fuori dall’armadio posandolo sul tavolino accanto alla porchetta.

La cena era stata davvero modesta ma non mi ero meritato di più con il  movimento perciò non allungai le mani sulla carne di porco che pure mi faceva gola. La collega invece prese il pezzo più grosso e pepato, quindi me lo allungò dicendo: tieni caro giovanotto, ti offro il boccone più grande e più condito, un brano di carne sapida e palpitante:  sei giovane e snello: goditi la vita!”

Devo chiarire che questa donna era una brava insegnante e aveva una buona educazione. Era carina e umana. Quando parlava si teneva a metà tra l’ironica predilezione crepuscolare per le buone cose di pessimo gusto e il compiacimento felliniano della mostruosità stupefacente. Tutto con ironia.

Risposi che la sua ospitalità era principesca, ma io non avevo fame. Ne avrei mangiato un pezzo il giorno dopo se me l’avesse serbato.

“Non sai  quello che perdi, ghiselli. La porchetta oltretutto è un ottimo afrodisiaco. Ovidio  nell’Ars amatoria consiglia :"bulbus et, ex horto quae venit herba salax/ovaque sumantur, sumantur Hymettia mella/quasque tulit folio pinus acuta nuces", tu me lo insegni ma io ti avverto che questo boccone è più efficace. E’ pure vero però che con la splendida ragazza che hai tra le mani  non hai bisogno di altri stimoli. Sicché non insisto. Il vino essenziale  comunque devi accettarlo.

“Sì volentieri, collega, compagna e cara amica Teresa”.

        

 

Mentre si beveva un poco di questo vino da comunione casta  parlammo  di D’Annunzio, in particolare del romanzo Il piacere con il protagonista che aveva eliminato il senso morale per lasciare tutto il posto a quello  estetico.

 

A un tratto Teresa mi fece una domanda che mi spiazzò: “quanto bene conosci la giovane collega che frequenti?”

“Abbastanza bene”

“Allora ti sarai accorto che è un’avventuriera!”

“Può darsi, comunque mi piace. Da quando la frequento mi trovo visco concupiscentiae expeditus, liberato dal vischio della concupiscenza per altre donne. Mi ha liberato da un tiranno furente e selvaggio: quello che mi costringeva a provarci con tutte: dalla giornalaia, alla bidella alla tabaccaia magari incinta di un molosso.

“Capisco: è davvero bella. Peccato che sia cretina: se fosse anche intelligente potrebbe conquistare la terra con quell’aspetto”.

 

Questa volta la “cara collega” mi aveva indispettito, prima dicendo che la mia compagna era scema, poi aggiungendo che se fosse stata meno imbecille avrebbe conquistato cime ben più alte e maestose del misero cocuzzolo collinare costituito dal pofessorino di ginnasio che ero io.

 

Tuttavi risposi con civiltà: “Per quanto la conosco sinora, Ifigenia non è una cretina, anzi è una ragazza non priva di genio. Quanto a successivi traguardi, ha tutto il tempo per raggiungerli data l’età”.

“Ma quali traguardi? E’ una sesquioca! Tu sei già troppo per lei! Non è della tua levatura!”

“ A me va più che bene. Il vino era buono. Grazie davvero”.

 

Dire “grazie davvero” invece del semplice “grazie” è un segno di   irrisione o di perfetta idiozia. E’ sufficiente a marchiare l’imbroglione, il ruffiano o l’imbecille. Oggi lo dicono quasi tutti.

L’amica che era intelligente, oltre che maliziosa, replicò: “grazie davvero? Non per finta?”

“Scusa, il davvero è riferito al fatto che ora vado a dormire. Ciao Teresa. Se i fatti daranno ragione alle tue parole, te lo farò sapere. Buona notte”.

 

Mi aveva comunque turbato perché  nella mia amante c’era comunque qualcosa che non mi convinceva, a parte i tripudi pieni di piacere nel talamo.

Il senso estetico e quello edonistico erano più che soddisfatti ma quello etico era carente.

Data l’ora non le telefonai: non sapevo nemmeno con chi vivesse.

Sicché andai a fare due passi per le strade deserte di Viterbo, quindi tornai in camera mia a dormire da solo. E mi andava bene così.

Quando raccontai questo episodio a Ifigenia, la ragazza disse che quella nostra collega era una brava professoressa e una donna non del tutto fallita.

Forse sperava di sentirsi dire: “con me però ha fallito il bersaglio”. Non glielo dissi. Era bene che anche lei stesse in guardia.

 

Bologna 29 marzo  2026 ore11, 52 giovanni ghiselli

 

p. s.

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