mercoledì 1 luglio 2026

Apprendistato XXXIX Il viaggio del giovane migrante chiamato a insegnare.


Il 28 ottobre del 1969 ricevetti la nomina di professore di Lettere a tempo indeterminato nella scuola media Ugo Foscolo di Carmignano di Brenta, un altro paese dal nome lungo, in provincia di Padova.

Ricordate Hajdúszoboszló il borgo dal nome difficile da imparare situato in prossimità di Debrecen? Lo  avevo attraversato trepido e angosciato tre anni e 4 mesi prima.

 Non avevo idea di dove precisamente fosse Carmignano, come nel 1966 non sapevo nulla di Debrecen.

 Ma sentivo che il destino mi stava aprendo un’altra porta e non esitai a partire per la nuova meta fatale. La mamma provò a dirmi che, se volevo, mi avrebbe  mantenuto a Roma dove avrei potuto studiare in una scuola di regìa. Mi fece piacere, però mi parve cosa troppo vaga e insicura. Non destinata a me dunque. In fondo avevo studiato per insegnare e mi ero laureato in marzo con la lode. Sicché partìi da Pesaro alle due del pomeriggio.

Era una bella giornata, ancora tipica di ottobre con qualche tocco residuo della buona stagione;  il cielo era appena velato però. Quando fui nell’autostrada dentro la Mini Minor carica di libri e bagagli, mi invase il timore di iniziare un viaggio verso la malinconia e la vecchiaia, in direzione di un triste tramonto piuttosto che per una nuova fase di vita più responsabile e attiva. Avrei varcato porte che non si sarebbero aperte mai più?

 

A Bologna il sole era già declinato parecchio nel rosa-grigio del cielo; a Ferrara, verso le cinque, si trovava vicino alle foglie vizze degli alberi e mi fece venire in mente un aggeggio rotondo, il piumino, con cui la madre mia cinquantaseienne si spargeva una polvere colorata sulle guance ormai stanche. Sicché il cielo osservato a occidente  mi pareva la carne incipriata di una donna non più giovane né sicura di piacere, sebbene di fatto ancora attraente.

Ho sempre trovato bella la mamma: anche diversi decenni più tardi.

Ricordo questo viaggio perché me ne tornano ancora in mente le speranze e le paure come da quello di tre anni e quattro mesi prima, quando, anche allora partito da Pesaro e diretto a Nord-est, andavo in cerca di una vita nuova. Tutte e due le volte sulla speranza predominava la paura. In questa replica al terrore era subentrata magari l’apprensione. Ero un po’ maturato ma dopo tutto non avevo compiuto i 25 anni.

Dovevo ancora fare il servizio militare rimandato a oltranza.

L’aria del tramonto dunque era rosa e farinosa proprio come una cipria che imbellettava il cielo, quindi scendeva appesantita dall’umidità e ammorbidiva la terra senza però riuscire a nasconderne i solchi, le rughe, le cicatrici conseguenze dei parti numerosi e dolorosi che avevano sfinito la grande madre esaurendo la sua potenza generativa.

Dopo Ferrara, il dio da arancione divenne rosso sangue, quindi si scolorì, mentre anche l’aria, le glebe nude e le acque si stingevano e diventavano grigie, anemiche, spente come la faccia di un umano malato a morte. Intorno alle sei il sole si assimilò a quel grigiore, quindi scomparve. Subito dopo cominciò a  fluttuare una nebbia leggera che confondeva e uniformava tutte le cose. Stava chiudendosi l’oscura palpebra della notte1 su l’occhio del giorno

A San Pelagio, l’ultimo distributore prima di Padova, mi fermai.

Uscito dall’automobile, sentii singhiozzare con voce acuta e strozzata un uccello che annunciava la lunga stagione del freddo, del buio, della mia solitudine in un paese sconosciuto, lontano.   Per chissà quanto tempo. La nomina del provveditorato di Padova infatti era “a tempo indeterminato”.

Un a[peiron che  oggi farebbe felice un giovane laureato. Io invece ero inquieto.

 Fulvio era stato nominato subito nel liceo classico di Parma dove viveva. Né lo invidiavo. Io del resto venivo da una famiglia legata alla terra e non avevo il padre professore di filosofia in un liceo di Pesaro né di Bologna. Ero contento per lui. Era diventato il mio migliore amico e questo pensiero mi confortava.

Il grido dell’uccello però mi parve sinistramente ominoso e mi si strinse il cuore. Mi confortai osservando alcune  foglie gialle che suscitarono il ricordo delle estati ungheresi con gli amici, le donne, la puszta, la luce, il calore.

Aprìi la carta stradale e la appoggiai su un muretto. Allora un gatto nero, bellino,  macchiato di bianco sulla testa, verdi gli occhi, ossia con i colori simili a quelli della madre mia che iniziava a incanutirsi, venne a strofinare la schiena sulle mie gambe, quindi saltò sul muretto e mi accarezzò la mano destra con la fronte screziata, più volte. A un tratto si fermò e si mise a fissarmi. Sembrava chiedermi aiuto e affetto, ma io dovevo usare per me tutto quello che avevo, così solo al mondo, onde farmi coraggio e proseguire verso la vita nuova e arcana che mi aspettava e non era tanto bene auspicata. Ma neanche malissimo: l’accentuata decadenza della stagione era dolce, e se l'inverno era vicino, nemmeno la primavera poteva essere troppo lontana, il gatto era nero ma variopinto con il bianco e il verde, comunque era una creatura viva, bella e attirata da me, fiduciosa di me. Magari era una gatta. Un giorno probabilmente avrei suscitato attrazione e fiducia in creature razionali, in giovani donne sensibili e intelligenti, speravo. Avevo ripreso coraggio: dovevo e volevo proseguire sulla mia strada, con metodo.

 

Bologna primo luglio  2026  ore 18, 34 giovanni ghiselli    

Nota

1Cfr. Euripide, Fenicie, 543

p. s.

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Apprendistato XXXVII- Debrecen: l’estate del 1969- Damaris una ragazza robusta e mite. Una bella e cara persona.


 

In luglio tornai a Debrecen dove ritrovai l’ambiente a me congeniale con tante puellae doctae e gli amici che oramai del resto frequentavo anche in Italia, sopra tutti Fulvio.

Ci dicemmo che non eravamo più dei ragazzi: bensì uomini laureati e quasi venticinquenni. Fulvio anzi ne aveva già compiuti 27 e lo salutai con un verso delle Baccanti di Euripide: “ho stabilito degli accordi con te:  io che sono un vecchio con uno più vecchio ancora- “prevsbu~ w]n geraitevrw/” (v. 175).

Fulvio replicò citando altre parole della medesima tragedia: “ejpilelhvsmeq j hJdevw~ gevronte~ o[nte~ (188-189)  ci siamo dimenticati volentieri di essere vecchi. Sono Tiresia e Cadmo che decidono di unirsi alle seguaci di Bacco. Dioniso conduceva ogni anno  nell’università estiva di Debrecen menadi scelte da tutta l’Europa e da parte dell’Asia.

 

Quell’anno il mese “debrecino” fu meno significativo dei due precedenti, tuttavia feci una nuova conoscenza interessante con una ragazza diciannovenne di Monaco di Baviera, Damaris, che l’anno scolastico seguente sarei andato a trovare due o tre volte nel fine settimana per interrompere la solitudine grave e cupa del motel Palace di Cittadella, il paese cerchiato da mura rese fosche dalla nebbia e dure  dal gelo per non pochi mesi: almeno due terzi dell’anno scolastico.

La fanciulla tedesca non fu un amore grande né piccolo, però mi insegnò a rispettare le ragazze che già potevano essere mie alunne. Il nostro rapporto non fu mai chiarito del tutto ma il fatto è che non si fece del sesso, non insieme.

 

Prima di conoscere la Bavarese, una sera mi ero appartato con una finlandese nel bosco dove, dette solo poche parole, ci eravamo stesi sull’erba abbracciandoci e mi capitò un incidente mai accaduto prima e che non si sarebbe più ripetuto: ebbi un orgasmo, come dire, extra moenia o ante portas, insomma precoce.

 La ragazza fu spietata e implacabile: si alzò disgustata e se ne andò sorda alle mie suppliche, implacabile. Quando ci incrociammo il giorno seguente  assunse un’espressione schifata. Provai a dirle: “E’ successo perché mi piaci oltre misura!” Ma lei conservò lo sdegno per tutto il mese.

Pavese si chiedeva se si potesse sopravvivere a un difetto del genere.

Non so che dire siccome a me non è più capitato.

 

Damaris invece la attirai citando Petronio: “Nam Sybillam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: "Sivbulla tiv qevlei" ;" respondebat illa: "  jApoqanei'n qevlw" (Satyricon 48, 8)[1].  

Le piacque talmente tanto che lo ripeteva ai tedeschi e pure ai russi. Sancta simplicitas ! della ragazza, una ragazzona robusta.

 

Soddisfacimento sessuale mancato con soddisfazione morale

Una sera, una delle ultime della Debrecen ’69, Damaris le cui contubernali erano già partite, mi chiese di passare la notte da lei, nel suo letto. La fanciulla di Monaco era una ragazza di fattura oplitica, tipicamente tedesca. Tanto che una volta Fulvio  domandò: “ come fanno a chiamarla kisásszony[2]? E’ grande come una casa!”. Per fortuna era mite e non mi  picchiava né sbigottiva.

A Fulvio risposi: “ Ricordi Tacito?”,  quindi citai alcune parole dalla Germania:

“Sera iuvenum venus, eoque inexhausta pubertas. Nec virgines festinantur; eadem iuventa, similis proceritas; pares validaeque miscentur, ac robora parentum liberi referunt " (20, 3).

Poi lo tradussi perché si era in una lieta brigata multinazionale e non tutti conoscevano il latino: “viene tardi l'amore per i giovani, perciò la virilità non è indebolita. Neppure alle vergini si fa fretta; hanno lo stesso vigore giovanile, un analogo sviluppo fisico; si maritano ugualmente vigorose, e i figli rinnovano la forza fisica dei genitori”.

 

Comunque Damaris era appetibile. Poi mi piaceva per l’onestà ingenua e intelligente nello stesso tempo. Perciò al suo graditissimo invito risposi: “arrivo da te tra venti minuti”. Andai di corsa a fare una doccia, assai contento della notte d’amore che in mente avevo. L’amore con un’amica robusta buona e fidata può dare maggiore soddisfazione che con un’amante  magari più minuta, eppure perfida quanto il demonio.

Come mi trovai in sua compagnia nel soffice buio del letto ero tutto contento, ma dopo qualche bacio e carezza più che altro amichevole, la ragazza mi chiese di non chiederle di fare l’amore poiché  aveva subito un trauma quando era bambina e aveva provato disgusto per i maschi prima di conoscere me: già sentiva di amarmi e mi avrebbe amato ancora di più se non  lo avessimo fatto. Quindi si mise a piangere. E’ vero che feminis lugere honestum est pensai, ma non sarebbe stato ancora più honestum e salutare fare l’amore? Però non glielo dissi e, sebbene volessi farlo più che mai, stuzzicato da quelle lacrime sgorgate da occhi privi di menzogna, trovai opportuno assecondarla senza insistere, senza discutere né farle domande sull’argomento che mi incuriosiva ma era doloroso per lei. Il giorno seguente e poi per mesi ebbi la sua gratitudine e il conforto dell’ospitalità a Monaco durante l’inverno di Cittadella, e io stesso fui contento di essermi comportato così “bene” poiché in cambio della rinuncia al piacere e al soddisfacimento della mia vanità virile, avevo conservato l’amicizia di una cara persona e ne avevo tratto una soddisfazione morale.

Avvertenza: il blog contiene due note con traduzione: una del latino, una dell’ungherese

 

Bologna primo luglio    2026 ore 18, 04  giovanni ghiselli

 

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[1] Infatti la Sibilla proprio a Cuma l’ho vista io stesso con gli occhi miei sospesa in un’ampolla, e chiedendole i fanciulli : « Sibilla che cosa vuoi ?, lei rispondeva : « morire voglio ».

 

[2] Signorina