domenica 19 luglio 2026

La storia di Päivi. 32. Pensieri ebbri nella sera di agosto che chiude un’epoca.


Ma torniamo al 1974. Forse avrei pianto anche se qualcuno mi avesse visto. Piansi finché sopra il mio tavolino di ferro arrugginito si accese una piccola lampada; allora asciugai le lacrime, aprii un quaderno che avevo con me, e scrissi queste parole:

 “15 agosto 1975, ore 19,45. Sulla terrazza del casotto di fianco allo stadio è già quasi buio. Questo luogo per me è un campo santo, ma non un campo di morti, bensì un santuario di tante care persone vive nella memoria. Mi vengono in mente tutti: Fulvio, Danilo deditus vino, Luigino, Ulderico, Stefania, Elizabeth, Ezio, Alfredo, Claudio, Bruno, Silvano, Eeva, Damaris, Faina, Katina, Kaisa, Helena, Josiane, Päivi, Päivi e la nostra bambina.

Quasi tutti spariti: non sono più con me, qui nella nostra polis fatata, piena di fate. E di fato. Dove siete finiti, poveri cari?

Anche tu Bruno mi sei caro adesso. Se tu fossi ancora qui con me, almeno potrei litigare come facevamo nel tempo della tua vita mortale: eravamo come una coppia di gladiatori allenati da Eros che, generoso qual era con noi, premiava entrambi con quello di cui lo pregavamo. Io le chiamavo borse di studio.

L’anno scorso su questa terrazza celebravamo ancora Eros e Dioniso cui sono care le danze e battevamo le mani alle fanciulle d’Europa quando, come puledre balzavano agitando celeri i piedi e lanciavano in aria le chiome quali Baccanti che folleggiano munite di tirso.

Mi vengono in mente tutti gli anni veloci trascorsi da quando ne avevo ventuno: là nello stadio che ora si abbuia, nell’orto botanico dalle piante strane, nel prato in mezzo ai collegi pieno di sole e di ragazze, nel bosco , sul ponticello di legno, al Vigadó, al Palma, all’Aranybika, al Müvesz[1], a Hortobágy, sul tram numero uno. Perfino sul tram, a parte la prima volta che ci salii[2] nel 1966 da ragazzo terrorizzato, ho passato le ore più belle della mia vita mortale con voi, in quest’ambiente di studio, di vacanza e di amori dove non c’è mai stata competizione, né cattiva e livida invidia, né cupo risentimento o sordo rancore. Qui si veniva per imparare a vivere, a fare l’amore. Una delle mie zie pretificate lo chiamava malevolmente “quel casino di Debrecen”, mentre questo era un luogo sacro a Eros e a sua madre Afrodite che ci riunivano in questa città incantata perché venerassimo con devozione il loro nume possente.

 Afrodite entrando in scena all’inizio dell’Ippolito di Euripide si presenta così “Pollh; me;n ejn brotoi'" koujk ajnwvnumo" - qea; kevklhmai Kuvpri~, oujranou' t j e[sw ( vv. 1 - 2), grande e non oscura dea, sono chiamata Cipride, tra i mortali e nel cielo.

Tale mi apparve Elena la sera della conoscenza del 1971. Ce la misi tutta per farmi benedire da lei.  Elena lo fece spinta da Cipride.

Dove siete finiti amici della mia gioventù? Sono stanco Päivi, tanto stanco di inseguire la felicità senza raggiungerla. Avremmo dovuto acciuffarla quando ci è passata davanti, poiché quella femmina - femina - qhvlu" - felix - qhlhv – che distribuisce la felicità è capricciosa, e ci ha presentato un solo kairov", un’occasione, chiomata davanti ma calva di dietro.

Adesso, ispirato da tanta birra, capisco, e, anche se non sono un profeta[3], forse prevedo e presoffro già tutto[4]. Magari pregòdo pure qualcosa.

Ricordi la terra desolata di Eliot, amore, e gli altri nostri autori - accrescitori? Quasi ci eccitavamo nel citarli. Sì, poi facevamo l’amore. Era una cultura porno o santa la nostra? Santa, santa, santa: tutto era santo qui a Debrecen.

Dove la troverò un’altra straordinaria come eri tu un anno fa?

Ebbene, io non sono un profeta, non sono nemmeno un aiuto profeta come il ragazzo che sostiene Tiresia, se non altro poiché non sono più un ragazzo, ma non perdo i capelli, né divento canuto, grazie a Dio, e non ingrasso per niente, né ingrasserò, e se questa sera ho bevuto birra a dismisura e ora sono ubriaco come Danilo, tuttavia non sono ingrassato perché oggi non ho mangiato, ieri neppure, e domani misurerò la giornata a cucchiaini di caffè[5].

Comunque non desidero la morte, anzi: crastinum si adiecerit deus, laetus recipiam[6].

Ti devo ancora la mia snellezza. Päivi. Se un giorno tu volessi vedermi di nuovo, mi troverai ancora lepido e moro come quando mi amavi. Io dunque non sono Tiresia cui erano note l’una e l’altra Venere[7], poiché ne conosco una sola, sia pure con diverse donne.

Non sono Lazzaro, né sono Er figlio di Armenio, Panfilo di stirpe, entrambi morti e trascinati alla nuova nascita con la velocità delle stelle cadenti, ma so che continuerò a cercare l’amore, e lo troverò amcora. E’ il mestiere più bello del mondo amare le donne e farsi riamare da loro. Se per un giorno, un mese o un anno da ciascuna di loro, non importa. Aborrisco il matrimonio ma adoro l’amore.

Almeno cinquanta. Almeno. Lo prometto a me stesso. Te lo giuro.

 

“Si sta bene a Debrecen, bisogna tornarci”, come diceva Claudio prima che lo chiudessero in una tetra prigione. Debrecen rimane il luogo dei ricordi più belli. Io ne sarò l’aedo, come ha predetto Fulvio, sarò io il cantore ispirato dalla santità di questa cittadina tutta piena di dèi. Le mie muse saranno le finniche amatae nobis quantum amabuntur nullae. Sono ubriaco, ma un poco di latino e di Catullo li ricordo tuttavia.  Chi vuol essere lieto, sia dunque. Però le sante Muse erano nove, le mie ispiratrici quattro o cinque, al massimo sei contandole tutte. Nemmeno la sufficienza. Devo completare il numero, colmare lo svantaggio rispetto alle figlie della Memoria che sanno dire molte menzogne simili al vero, ma anche la verità[8].

Le italiane incontrate sinora in questo momento non entrano nel conto.

 Piuttosto l’Elena cecoslovacca e la Ciuvassa Faina. Josiane invece l’ho perduta con rimpianto.

 Scusami Päivi ma chi a una sola è fedele, con le altre è crudele. Don Giovanni era un bel tipo. Mi piace. E’ un modello per me. Debrecen rimane il luogo dei ricordi più forti, dei giorni più felici della mia giovinezza fuggente, la città dove ho conosciuto e frequentato gli amici più cari di questi trent’anni di vita: Prima di tutti Fulvio che mi ha salvato dalla disperazione rompendo gli odiosi catorci della cittadella di Dite dov’ero racchiuso, poi Ezio, Alfredo, Luigi, Silvano, Danilo,  sempre ebbro, come me adesso, e rubicondo.

Come sta facendosi il cielo, laggiù, sulla sinistra, sopra la curva occidentale della pista da corsa.

Poi le mie donne migliori, le più intelligenti, le più belle. Il catalogo non ha importanza. Mia passion predominante? Dopo i fallimenti con le adultere scafate, con le intellettuali tristi e spietate, con le colleghe nevrotiche, cercherò una giovin principiante[9].

Tra gli uomini il più bello, adesso che sei morto lo ammetto, eri tu Bruno Pera. Delle donne Helena finnica, sì la pregnante fascinosa. Forse per me anche un poco annosa. Coetanei eravamo noi due, Elena e io. Fulvio ogni tanto dice con una certa concitazione: “eh sì eh, Gianni, la donna deve essere giovane!” Poi ci pensa su e aggiunge: “l’uomo no!”

Farò come Massimissa che ebbe un figlio a ottant’anni suonati[10]. Sarà il primo. Poi altri dieci.

Allora, nel 2027 o 2028, mi accontenterò di una conservata  in ottima forma, un bocconcino ghiotto per un vecchio uomo affamato ”.

Detto questo, alzai verso il cielo il bicchiere quasi svuotato e drizzai la testa con la bocca che schiumeggiava di birra.

Pensieri di un cervello ebbro in una stagione triste.

Avvertenza: il blog contiene 10 note.

 

 

Note

 

[1] E’ un locale di Debrecen, come gli altri nominati subito prima. Significa “artista”.

 

[2] Cfr. L’arrivo a Debrecen presente nel blog

 

[3] Cfr. T. S. Eliot, Il canto d’amore di Alfred Prufrock, 84.

 

[4] Il doloroso grido "io ho presofferto tutto" sarà ricorrente nella letteratura europea: dall'Eneide dove il pio eroe risponde così alla Sibilla che gli ha preconizzato disgrazie:"non ulla laborum,/o virgo, nova mi facies inopinave surgit;/omnia praecepi atque animo mecum ante peregi "(VI, 103 - 105), nessun aspetto delle fatiche, vergine, mi si presenta nuovo o inaspettato: io ho presofferto tutto e ho compiuto in anticipo dentro di me con la mente.

In Curzio Rufo, Dario dice all’eunuco che gli portava la brutta notizia della morte della moglie Statira: “cave miseri hominis auribus parcasdidici esse infelix, et saepe calamitatis solacium est nosse sortem suam” (4, 10, 26), non risparmiare le orecchie di un pover’uomo. 

Infine il Tiresia di T. S: Eliot:"and I Tiresias have foresuffered all ", ed io Tiresia ho presofferto tutto (La terra desolata, 243).

 

 

[5] Cfr. di nuovo Il canto d’amore di Alfred Prufrock di Eliot.

 

[6] Cfr. Seneca, Ep. 12, 9.

 

[7] . Ovidio, Metamorfosi III, 323 Venus huic erat utraque nota.

 

[8] Cfr. Esiodo, Teogonia, 27.

 

[9] Sto echeggiando qualche battuta del libretto di Da Ponte del Don Giovanni musicato da Mozart.

 

[10] Nel XXXVI libro delle  Storie Polibio racconta che durante il secondo anno (148 a. C.) della terza guerra punica morì, novantenne Massinissa, il re della Numidia che viene elogiato per la sua vigoria, la sua fecondità (lasciò un figlio di quattro anni ed altri nove figli) e rese fertile la sua terra, secondo il principio che le capacità di un capo influenzano il suo popolo e perfino la produttività della sua regione.

 

Bologna  19 luglio 2026 ore 18, 44 giovanni ghiselli

p. s.

oggi Pogačar ha compiuto un gesto nobile: poteva vincere la tappa ma non ha cercato  per due ragioni. Una che voleva farla vincere al suo gregaro Isaac Deltoro che però non ce l’ha fatta. L’altra che non gli sembrava cosa buona vincere nel giorno in cui il suo primo rivale, il bravo Vingegaard, è caduto rompendosi la clavicola e ritirandosi dalla competizione.

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Päivi 31 . Il ritorno a Debrecen, in automobile, nel 1975. Il pellegrinaggio ciclistico nel 2011. La strana consolazione del piangere da solo nel casinetto del tennis.


 

Poi mi riscossi. Considerata la reticenza irata di Päivi e dei numi, decisi di andare in cerca di Anneli, l’amica dell’estate precedente, per consultarla.

Non la trovai nella sua stanza del collegio universitario di Yväskylä. Allora andai a cercarla nella casa dei genitori, in campagna: tra le betulle, i mirtilli, le folaghe e i cigni selvatici. Qualche uccellino sbiadito provò a farmi coraggio con il suo cinguettare querulo e fioco.

I due canuti signori finnici dissero che la loro figliola non era lì, né in Finlandia: era partita per Debrecen due settimane prima.

Sicché , forzando la nera Volkswagen ormai stanca, portai Silvano a Bologna e ripartii immediatamente per la città del mio apprendistato amoroso, dove speravo di trovare la bionda, dolce amica cosciente Anneli. Ma quando arrivai, era già ripartita, né alcuno seppe dirmi per dove.

Era il 15 agosto, l’ultimo giorno del corso estivo che si chiudeva con il Búcsú est[1].

Al tramonto andai a osservare lo stadio delle mie corse. Sedetti sulla terrazza delle feste dei miei vent’anni, della mia gioventù.

Non c’era anima viva. A quell’ora la gente cenava prima della festa finale.

Bevvi una birra grande e pensai alle mie finlandesi, a Eeva, a Katina, a Helena, a Kaisa, a Päivi; pensai pure a Josiane, a Faina, a Claudio in galera da un anno, a Fulvio che, infelicemente sposato, andava a piangere tutte le sere sulla riva del mare, siccome la moglie non gli piaceva più, a Bruno morto da quattro mesi, alla mia bambina non nata, a me stesso senza amore, senza amici, là nella puszta, trentenne solo e infelice, come quando ci ero arrivato la prima volta, ragazzo ventenne grasso, depresso, miope, foruncoloso, inetto, del tutto inidoneo e inadeguato all’amore , nel luglio del 1966[2]. In tutto questo tempo non avevo acquisito niente che potesse aiutarmi arrivato sulla soglia dei trentanni. Lapidi e fantasmi. Potevo sì trattarli come care immagini, icone belle dentro di me, però vicino a me non c’era anima viva, né corpo umano. Soltanto spettri. Quale piega poteva prendere la mia vita così desolata? Avrei passato il tempo che mi restava, ogni sera come quella, da sordido anacoreta che rimugina tristi pensieri, oppure sarei andato in cerca di altre donne da donnaiolo più o meno contraccambiato, mai pago, piuttosto ognora vago di esperienze nuove, sempre più dissolute, finché annoiato dalla facilità degli adultèri avrei cercato di soddisfare libidini inaudite?[3]. Come Messalina, la meretrice Augusta, o come un vecchio sibarita annoiato della vita.

Avevo fatto l’amore con una donna incinta di un altro; una incinta di me aveva abortito. Quale poteva essere la prossima tappa erotica? Una suora smonacata?

 Una supplente dissoluta? Un’ostessa shakespiriana?

L’avrebbero detto i giorni a venire che sono i testimoni più sapienti[4].

Avevo una cartolina: la scrissi a Päivi di cui mi era rimasto in mente l’aspetto migliore: l’interesse per la cultura, lo spirito e la bellezza.

Le tradussi in inglese questi versi di Dante: “Or puoi la quantitate/comprender dell’amor ch’a te mi scalda,/quand’io dismento nostra vanitate,/trattando l’ombre come cosa salda”[5]. E conclusi: “Ti amo.

gianni, o piuttosto la svigorita ombra di gianni”.

 

Poi andai a procurarmi un’altra birra grossa. Sedetti e bevvi ancora. Veramente ne avevo bisogno poiché non mangiavo da un paio di giorni, durante i dì e le notti passati a guidare la mia automobile nera, scura come può essere un feretro.

Me ne nutrii e inebriai quasi del tutto. Quindi, mezzo ubriaco, fui preso da un’immensa pietà per me stesso, uomo adulto, già più che trentenne, affettivamente fallito, senza una donna, senza un amico al mondo che mi pensasse volendomi bene. Mia madre, magari, le zie e la nonna, ma erano lontane e con altri problemi. Il nonno Carlo era già morto cadendo dalla bicicletta novantunenne e fratturandosi il femore. Non l’avevano operato perché troppo vecchio. Mi mancava anche lui.

Compassione per me stesso dunque, solo e senza affetti, compassione per il povero Bruno morto ante diem, quando per giunta era tutto contento di godersi la vita, a dire il vero un po’ disordinata, ma non più della mia. Nei miei confronti non era stato sempre un amico, però l’anno prima, lì a Debrecen, tra i giovani in festa su quella terrazza con lui potevo discutere; quel giorno invece, il 15 agosto del 1975, il dì del redde rationem, ero solo del tutto, senza nemmeno un gatto o un cagnolino da accarezzare, non più giovanissimo, pressocché disperato di trovare ancora l’amore, l’amicizia, la gioia di studiare, di vivere e di lottare.

 In quel momento neanche il mio impegno di educatore mi consolava: mi avevano dato una scuola professionale dove non potevo impiegare tutta la mia forza mentale che, rimanendo senza esercizio, presto si sarebbe afflosciata. Ero proprio solo nel mondo e non avevo niente da fare che mi piacesse. Come dopo il liceo Mamiani di Pesaro 10 anni prima. Come quando, sei anni più tardi, la notte fra il 12 e il 13 giugno del 1981, Ifigenia sarebbe scivolata in una tana lontana.

Appena il sole fu tramontato, bevvi la terza birra, enorme, e piansi. Piansi provando una strana consolazione, piansi a lungo, tanto non c’era nessuno.

 

 

Quando tornai a Debrecen in bicicletta, nell’estate del 2011, trentasei anni più tardi, una sera al tramonto, lasciati gli amici Fulvio, Maddalena, Alessandro, andai a rivedere il casinetto del tennis. La terrazza dove si danzava la sera è prospiciente lo stadio dove correvo di giorno.

Erano quasi le otto, non c’era anima viva.

Anche quell’ultima volta che vidi Debrecen bevvi  una birra nel casinetto dei ventanni e pensai di nuovo alle mie Finlandesi. A Elena incinta, a quando lei e io eravamo uni e bini come ero stato con la mamma mia che aspettava la nascita mia, a Kaisa l’adultera dagli occhi azzurri, a Päivi che nel 1974 aveva abortito nell’ospedale di Oulu la bambina concepita a Debrecen con me ; pensai a Bruno morto nemmeno trentenne, a me stesso, rimasto come sempre strutturalmente solo, ma non insicuro e infelice come quando arrivai nella puszta la prima volta, ragazzo sconciato, nel luglio del 1966.

Nel frattempo diverse altre amanti italiane e straniere mi avevano lasciato. Tutte, tranne quattro o cinque, mi avevano lasciato, o mi ero fatto lasciare io da loro, non lo so.

Veramente le tracce di alcune rimanevano in me.

Lì a Debrecen però pensavo soprattutto alle Finlandesi tornate a camminare sulla loro terra boscosa, a nuotare nei laghi dove le folaghe si tuffano a gara, dove veleggiano i cigni dal collo ricurvo come  prue, e zampettano le anatre azzurre. Non sapevo nemmeno se fossero ancora vive su questa terra meravigliosa. Erano state loro a renderla tale ai miei occhi, a farmela amare.

“Eravate a me care e ora nemmeno una è qui con me a bere la birra, tra sorrisi, carezze e baci, come si faceva allora”.

Affetti solidi li avevo acquisiti in tutti quegli anni. Fulvio, Maddalena e Alessandro erano venuti a Debrecen, in bicicletta con me. 1200 chilometri: una prova non piccola.

 Le donne mie benedette, più di cinquanta oramai, come era stato nei voti di tanti decenni prima, però erano volate via tutte come uno stormo di uccelli spaventati da uno sparo. Eterna gratitudine anche a loro. Anche nel 2011 piangevo,  tanto ero solo.

Avvertenza: il blog contiene 5 note.

 

Note

 

[1] Sera dell’addio.

 

[2] Vedi il capitolo L’arrivo a Debrecen, presente nel blog..

 

[3] Cfr. quanto scrive Tacito di Messalina, la meretrix Augusta: "iam (...) facilitate adulteriorum in fastidium versa, ad incognitas libidines profluebat " (Annales, XI, 26) oramai volta alla noia per la facilità degli adultèri, si lasciava andare a dissolutezze inaudite

 

[4] Cfr. Pindaro Olimpica I " "(vv.33 - 34)

 

[5] Purgatorio XXI, 133 - 136.

 

Bologna 19  luglio 2026 ore 16, 13 giovanni ghiselli

p. s.

Oggi grandi spettacoli sportivi: un arrivo in salita al Tour e la finale della coppa del mondo di calcio. Mi interessano i due talenti: quello di Pogačar e quello di Messi che prendo quali modelli del talento mio sebbene diverso dai loro. Ne avevo uno simile in piccolo a quello dell’attuale  campione della bicicletta che è superiore a ogni ciclista di sempre.

Ultimamente il mio talento ciclistico si è appannato tuttavia anche oggi ho pedalato su per una salita ripida nelle ore più calde, felicemente.

 Non ho  mancato nemmeno di dedicare due ore allo studio e allo scrivere. Questo talento è ancora in crescita se le migliaia di lettori giornalieri non mi ingannano.

 I talenti vanno coltivati come la salute, la sapienza e ogni cosa buona della vita.

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