mercoledì 9 settembre 2026

La fine dell’estate.


La morte dell’estate non è mai tranquilla. Eppure ci porta non solo inquietudine e tristezza. Ho goduto del mare sulle coste assolate fino alle otto di sera. Ho gioito pedalando sui colli o andando la sera al cinema all’aperto evitando così di respirare la feccia dell’aria condizionata e rabbrividire fino alla polmonite.

 

Ora inizia la stagione di un maggiore impegno mentale. Da oggi ogni giorno passato in gran parte leggendo e scrivendo, invece di vagabondare tra brume crescenti, o di errare bagnati fradici

“Quando Orïon dal cielo
declinando imperversa;
e pioggia e nevi e gelo

sopra la terra ottenebrata versa”,

 è un tempo sottratto all’eterno silenzio che mi attende non tardi,

 non tanto tardi purtroppo. Mi arride comunque la speranza di essere ancora qui sulla terra, a Pesaro, magari anche a Siracusa poi sul Parnaso, la prossima estate. E nell’autunno successivo, se non è chiedere troppo, essere ancora vivo e accresciuto da tutto quanto ho incontrato, e osservato nell’estate svestita a festa come le amanti più belle. Se mi avrai aspettato nuda aestas, ci sarò ancora pronto ad amarti e celebrarti come ho sempre fatto.

 

Pesaro 9 settembre 2026 ore 11, 51 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CLIV. La fine, in bellezza, del 1979. Gare quasi olimpiche.


 

Il trenta dicembre andammo a Roma ospiti del mio simpatico e generoso cugino paterno. Ifigenia non ne fu subito contenta perché non conosceva nessuno della compagnia “caciarona” che trovammo a casa di Stefano, ma quando restammo soli nel letto la notte di Santo Silvestro ce la spassammo come poche altre volte nelle nostre vite mortali.

Durante il giorno del 31 la mia compagna si era adattata a quei Romani tipici, trovandoli comunque accettabili. In fondo era piuttosto fanfarona anche lei e pure io mi adattavo al contesto non antipatico. Restammo con loro fino alle due di notte, poi andammo nella camera assegnata.

Eravamo allegri e facemmo l’amore tante volte da segnare un record  non solo della coppia ma probabilmente olimpico.

Mi scuso per la pudibonda aposiopesi ma non me la sento di scrivere quante volte facemmo il massimo.

 A proposito di gare raccontai a Ifigenia che la mamma di Stefano, la zia Carla, mi aveva ospitato a Roma durante le Olimpiadi del 1960 e a casa loro avevo conosciuto un atleta delle corse a ostacoli, Salvatore Morale, un amico di mia cugina Cristina, il quale avrebbe vinto delle medaglie e fatto segnare il primato europeo. Aveva sei anni più di me e fu talmente generoso da portarmi nello stadio, guardarmi correre e darmi dei consigli su come potessi migliorare. Non invano.  Mi motivò a mettercela tutta nella corsa. Durante l’estate del successivo 1980 avrei vinto una gara di 1500 metri nello stadio di Debrecen battendo diversi studenti molto più giovani di me.

 Ifigenia sarà presente sul traguardo impegnata a tifare per la mia vittoria e applaudirla.

 Già quella notte di Capodanno avevo uguagliato i miei precedenti primati da atleta del sesso.

Con Helena poi con Ifigenia stessa. Ne ero soddisfatto ma l’ amata disse che i primati devono essere oltrepassati, non solo raggiunti.

La sua richiesta mi parve troppo esosa e finsi di cadere nel sonno. La fervida ragazza però non si diede per vinta: mi afferrò le spalle, iniziò a scuoterle e a canticchiare un’arietta con le sillabe dundurudum durudum durudum. Dovetti aprire gli occhi, quindi le domandai: “questo che cosa vuole dire?”

“Che il tuo desiderio è fiacco. Non riesco a sopportare la tua sazietà sonnolenta. Che uomo sei? Sei malato o fingi di esserlo per disdegnoso gusto?” rispose con un sorriso simpatico, pieno di malizia e di allegria”.

 “Magnifica provocazione”, pensai.

Quindi risposi: “Ora te lo faccio vedere”

Replicammo ancora con gusto e con gioia.

Mi venne l’incipit dell’Olimpica I di Pindaro: “ottima è Ifigenia, altro che l’acqua” le sussurrai e mi addormentai.

 

 9 settembre  2026 ore 10, 16 giovanni ghiselli

p. s.

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Vorrei battere il primato del mese precedente (last month) . Ci proverò. Nitimur in vetitum[1]

 



[1] Cfr. Ovidio: “Nitimur in vetitum semper cupimusque negata” (Amores, III, 4, 17), tendiamo sempre al vietato e desideriamo quanto ci viene negato.