domenica 18 ottobre 2026

Appendice alla storia di Ifigenia. Il viaggio in Grecia dell’agosto 1981. Capitolo I


La maturità in una scuola privata poi la partenza in bicicletta per la Grecia. Da Pesaro al Metauro    

 

 

Dopo l’addio di giugno andai a Pesaro dove seguitavo a scrivere la nostra storia, poi,  nel luglio del 1981 andai a fare l’esaminatore alla maturità in una scuola privata di Milano. Era un diplomificio il cui padrone tentò prima di lusingarmi poi di intimidirmi, visto che non facevo sconti all’impreparazione di certi candidati. Riuscì a mandare dei carabinieri a perquisire la stanza dell’albergo dove ero  alloggiato. Naturalmente non trovarono niente contro di me e potei bocciare una decina di studenti impreparati e immeritevoli di promozione. Il presidente della commissione mi fece i complimenti. Dal boss equivoco e prepotente non avevo mai accettato nemmeno un caffè. Mi resi conto di quanto la scuola privata fosse peggiore in tutti i sensi di quella pubblica che pure negli ultimi tre anni non aveva valorizzato la mia preparazione la quale anzi era stata  penalizzata proprio per la sua qualità di gran lunga superiore alla media. Ma per lo meno nel liceo statale di Bologna i diplomi non si compravano né vendevano.

 

Tornato a Pesaro, intorno a ferragosto ricevetti una telefonata da Ifigenia che mi propose un secondo viaggio in Grecia dopo quello dell’estate precedente che ho già raccontato. Questa volta però bisognava andare a pregare in bicicletta perché le nostre orazioni e suppliche  avessero maggiore efficacia.

L’idea mi piacque. Pensai che avrei potuto aggiungere una perla alla collana dei capitoli che avevo in mente di scrivere. La Grecia mi ha sempre ispirato immagini belle e pensieri elevati.

Avrei gareggiato con gli artisti figurativi che scolpiscono figure dai movimenti impliciti descrivendo figure in movimento e parlanti con parole non ordinarie. Al tempio che stavo costruendo avrei potuto aggiungere doni votivi.

 

Ifigenia mi raggiunse a Pesaro. Dormì nella casa della zia Giorgia, la zia anomala rispetto alle altre due, tanto  che copriva e  assecondava la nostra relazione addirittura compiacendosene.   

Il 19 agosto  partimmo insieme per andare a pregare gli dèi  e gli eroi della Grecia.

Ci mettemmo sulla strada statale numero 16  alle sei di mattina siccome si doveva arrivare al porto di Ancona non dopo le nove. Avevamo due piccoli zaini sopra la schiena e le biciclette sotto di noi. La bella giovane si era adattata a girare da vagabonda. Eravamo due zingari dionisiaci e volevamo interrogare gli dei della Grecia sul nostro destino. Io sentivo la necessità di progredire come maestro educando una polis, un popolo e l’umanità , lei si era stancata di insegnare e voleva fare altro nella vita, cioè recitare.

 Aveva già rinunciato alle supplenze.

Fisicamente eravamo entrambi in ottima forma, però i nostri stati emotivi non erano armonizzati né equilibrati.  Ci si accordava solo saltuariamente data l’intermittenza degli umori buoni e cattivi di entrambi.

Facevamo quel viaggio insieme forse proprio per il gusto  di provocare e provare emozioni varie, purché utili ai nostri progetti di vita.

Eravamo quasi nudi e intenti  a capire come potevamo funzionare in un contesto del tutto nuovo rispetto a quello  vissuto in quella Bologna civilizzata dove ci eravamo inflitti a vicenda diverse offese non chiarite del tutto e parecchie ferite non rimarginate.

 In vista di questo viaggio si era stabilita una tregua, tuttavia malsicura, soprattutto  durante le prime ore: bastava un’osservazione appena un poco critica per suscitare nubi e perfino temporali.

Pedalavamo dunque tra Pesaro e Fano la mattina di buonora, io avanti lei dietro, come i frati minori vanno per via. Dionisiaci ma cattolicamente allevati, seppur  renitenti e recalcitranti all’oppressione curiale.

 Per chi pedala da Pesaro in direzione dell’antico Fanum Fortunae a sinistra c’è il mare, a destra il colle Ardizio fino a metà percorso tra le due cittadine, segnato da fosso Seiore.

Mentre guardavo il sole che cercava di uscire dalla distesa marina a sud est della strada, mi sembrò che non ne avesse la forza. Quando il suo faticoso svilupparsi dalla fredda pianura salata fu giunto a metà, mi parve che si stesse fermando così dimidiato: al posto dell’emisfero inferiore sommerso vedevo riflesso dall’acqua l’immagine rossa della metà superiore già emersa. Mi fece la sinistra impressione di una ragazza  paralitica che passa il tempo seduta su una poltrona tenendo sopra le gambe atrofizzate un grande specchio rotondo per vederci riflessa la faccia ancora bella e la testa splendente di capelli lunghi, fulvi , lucenti, testimonianza del suo buon  tempo quando, ancora  tutta intera, sana e ben fatta, le gambe veloci la portavano dove voleva. Mi tornarono in mente Päivi, il carnevale dei fiori, le feste gioiose dei mesi di Debrecen,  poi la nostra bambina mai nata, gli amici spariti, gli amori svaniti della mia gioventù in precipitoso declino, come tramonta l’estate dopo la metà di agosto. E mi si strinse il cuore “a pensar come tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia”.

Il sole finalmente riuscì a svilupparsi dal mare fremente.

Arrivati vicini a Fano, non ci eravamo detti ancora nulla e pensai che fosse già tempo di  tentare uno scambio di parole: nel girare la testa verso la compagna di viaggio, la vedevo immusonita: poteva essere soltanto assonnata, ma pure scontenta di andare in Grecia con uno che non si impegnava a dire qualcosa di significativo.

Le feci segno di accostarsi, poi cominciai: “Ifigenia, guarda il sole che si riflette nel mare raddoppiando il suo fuoco: non sembra una bomba atomica appena scoppiata, l’inizio della grande conflagrazione ignea che tutto distrugge, poi tutto rinnova?”

 Intendevo farle capire che speravo in un salutare rinnovamento tra noi. Ma quella, sgradevolmente colpita  dall’idea apocalittica, oltre che assonnata e già stanca, non tenne conto dell’auspicata catarsi seguita da una palingenesi, anzi mi guardò con disappunto, fece un gesto di scongiuro e disse: “le tue fantasie catastrofiche d’ora in avanti, poeta, tielle per te, almeno mentre pedalo”.

Non risposi. Mi vennero in mente altri suoi atti e parole di questo tono, per niente cortese.

Gleli suggeriva la superstizione. Questa è come la pioggia: cade dovunque ma  s’impaluda nel  terreno depresso.

Sul nostro fallimento meditavo con dolore attraversando Fano ancora addormentata. Pensavo alla  bellezza corporea di Ifigenia ancora non vicina alla china da dove nessuno risale. Ma neanche troppo lontana.

“La magnificenza somatica-dicevo a me stesso che pure da anni curavo molto il mio aspetto con l’ascesi sportiva, il mangiare limitato al necessario e l’abbronzatura- se è scompagnata dall’intelligenza  e dalla virtù sfiorisce presto e lascia nell’invalidità chi ha sperato di conquistare il mondo brandendo il proprio aspetto quale arma inoppugnabile e come vessillo di supremazia.

Questa ragazza ha cambiato i modelli e rifiuta la mia educazione,  commettendo l’errore di attribuire alla propria venustà un valore assoluto, preponderante su tutti gli altri e capace di farle raggiungere qualsiasi meta.

Ma la bellezza da sola è un bene fragile e assai per tempo caduco. E’ come un ramo fiorito che il vento di aprile disfiora, è come il fiammeggiante papavero che la calura di giugno scolora, è come il grano giallo che brilla nella luce fulgente dei giorni più lunghi e belli dell’anno, finché la falce  lo miete spietata e l’avido agricoltore lo chiude nel buio di un sacco. E’ come la fragile foglia che il primo temporale di agosto strapazza, stacca dal ramo e trascina nel fango.

Soltanto i fiori dell’anima diventano  frutti che il volgere dei mesi e delle stagioni non possono mai involare.

Questi vivono eterni: il Bene che fai, l’Amore che dai e ricevi, la Giustizia che rendi, il Bello che crei, il Vero che trovi.

Ifigenia mi ha aiutato in questa ricerca, ma non posso dirglielo poiché prenderebbe la gratitudine da me dichiarata per  quanto ha fatto elevandomi l’anima come un giudizio limitativo  della propria magnificenza corporea ridotta a strumento. Il fatto è che io per fruirne al massimo grado ho voluto trarne la spinta a indagare e migliorare me stesso. Facendo l’amore con lei, mi sono spuntate le ali necessarie per assurgere dalla bellezza  terrena a quella celeste.

Questo è il riconoscimento più pieno di quanto e quale bene mi ha fatto, ma non posso manifestarle la mia gratitudine, siccome le sue mire puntano su altri  bersagli  oramai, e mentre  seguito a percorre una strada in salita per potenziarmi e raffinarmi l’anima, non ho più alcun credito presso di lei”.

Pensato questo, provai a interessarla citando Dante che un tempo non le spiaceva.

 “Ho io grazie grandi appo te?”.

Avevo cercato  di mostrarmi faceto e amichevole con un sorriso.

Ma quella ringhiò: “Stai un po’ zitto, letterato incompreso, pedala e lasciami pedalare!”

Non gradiva più le mie citazioni, oppure le davano noia. In Grecia però voleva arrivare e anche io, pure in quella situazione penosa, siccome avrei imparato dell’altro da lei.

Eravamo arrivati al Metauro dove svanì l’ultima speranza del più nobile fallito dell’antichità. Molto tempo fa. Si era nel 207. Avanti Cristo.

 

Bologna 18 ottobre 2026 ore 18, 12  giovanni ghiselli

 

p. s

statistiche del blog

All time3315821

Today1249

Yesterday2860

This month82178

Last month262275

 

 

 

 

 

 

 


Pindaro


 

“Chi non sa quali altissime verità sia capace di scoprire e manifestare il vero poeta lirico, vale a dire l’uomo infiammato del più pazzo fuoco, l’uomo la cui anima è in totale disordine, l’uomo posto in uno stato di vigor febbrile, e straordinario (principalmente, anzi quasi indispensabilm. Corporale), e quasi di ubbriachezza? Pindaro ne può essere un esempio: ed anche alcuni lirici tedeschi ed inglesi abbandonati veram. Che di rado avviene, all’impeto di una viva fantasia e sentimento” (Zibaldone, 1856).

 

 

Con l'attività di Pindaro siamo arrivati all'età classica , dal tempo delle guerre  persiane ( 500 insurrezione ionica, 490 battaglia di Maratona, 480 Salamina), fin oltre la metà del quinto secolo. Il poeta nacque, intorno al 520, in Beozia,  vicino a Tebe , la città di Cadmo e di Edipo, la più ricca di miti nella Grecia, e morì ad Argo dopo il 446.

Tebe, la città esecrata dai tragici greci, l’anticittà delle Baccanti e dell’Edipo a Colono è invece amata e celebrata da Pindaro.

Vediamol’incipit dell’Istmica I : “Madre mia, Tebe dall’aureo scudo, porrò il lavoro per te persino al di sopra della mancanza di tempo (pra'gma kai; ajscoliva~ uJpevrteron-qhvsomai)” (vv. 1-3)

Cominciò a comporre appunto durante la grande guerra quasi panellenica, ma non prese partito contro i Persiani poiché Tebe non era contraria agli invasori; tuttavia in seguito celebrò le vittorie e l'eroismo dei Greci, al pari del più anziano Simonide dal quale del resto lo divise una forte rivalità come dal nipote di lui, il poeta Bacchilide che era suo coetaneo. Tutti e tre i lirici infatti furono in Sicilia, ospiti dei tiranni di Siracusa e di Agrigento, gareggiando per averne il favore. Pindaro scrisse, in dialetto dorico, liriche corali edite dagli Alessandrini in diciassette libri dei quali ci sono arrivati interi i quattro degli Epinici, composizioni  per celebrare gli atleti  vittoriosi nei  giochi panellenici: gli olimpici, i pitici, gli istmici, i nemei.

Il primo libro contiene 14 odi (le Olimpiche), il secondo 12 (le Pitiche), il terzo 11 (le Nemee), il quarto 8 (le Istmiche).  Dell'opera rimangono anche circa 150 frammenti. Sebbene vissuto nel tempo in cui si andava affermando la filosofia e la storiografia con la critica ai miti tràditi, Pindaro fu uno dei campioni della reazione al pensiero illuministico, come Teognide prima e come Sofocle dopo di lui.

Infatti il poeta tebano, al pari di Omero, ci fa vedere la dimensione eroica della vita, presentando quali modelli  da imitare, anzitutto gli dèi, purificati però da quei vizi debolezze e difetti che l'epica, soprattutto l'Iliade, già attribuiva loro ("è naturale per l'uomo dire degli dèi cose belle, minore è la colpa" meivwn ga;r aijtiva, leggiamo nell'Olimpica I , vv. 35-36). Ma soprattutto Pindaro ha  celebrato, sempre con la "dorica lira"( v.18), le gesta e i caratteri degli eroi che devono essere imitati da chi voglia mettere in opera la propria virtù innata, e raggiungere, con il successo nelle imprese, la gloria che tocca ai vincitori negli agoni dei quali era costellata la vita dei Greci. Indegna di essere vissuta è invece l'esistenza ingloriosa e insignificante dei deboli e vili ignari di aretà : "il pericolo grande non prende l'uomo imbelle (oJ mevga~ de; kin-duno~ a[nalkin ouj fw'ta lambavnei). Per coloro ai quali è necessario morire, come uno potrebbe smaltire una vecchiaia anonima seduto nell'ombra invano?"(I Olimpica vv.81-84).

Nel numero ristretto degli eroi rientrano i vincitori delle gare panelleniche e il poeta che li celebra.

L'eroe è prodotto del sangue divino che genera ogni grandezza: negli epinici il vincitore appare come ultimo anello di una catena di dèi e semidèi.

Così, nell'Olimpica II, Terone di Agrigento vincitore nella corsa dei carri nei giochi del 476, è posto accanto a Zeus signore di Olimpia, e ad Eracle che fondò le Olimpiadi. Nella stessa ode troviamo un nodo ideologico del poeta: che l'aretà  non è insegnabile, né quella dell'atleta né quella del poeta il quale paragona se stesso all'aquila, il divino uccello di Zeus (v. 89), mentre i suoi rivali, probabilmente Simonide e Bacchilide, che non sono molto sapienti per natura ( 86) bensì "addottrinati"

( maqovnte~, v)87) vengono assimilati ai corvi (88) i quali stridono confusamente con mille lingue prolisse.

Pindaro afferma: sofo;~ oJ polla; eijdw;~ fua/' (v. 86), sapiente è chi sa molto per natura.

 

Nietzsche prosegue su questa linea.

“Il dotto, che in fondo non fa che “compulsare” libri-circa duecento al giorno per il filologo medio- finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa…Il dotto-un décadent-. L’ho visto con i miei occhi: nature dotate, ricche e libere, già a trent’anni tutti “morti dal leggere”, ridotti come fiammiferi, che si sfregano perché facciano delle scintille- dei “pensieri”…bene, per me questo è vizioso!”[1].

“Il filologo è colui che sa leggere e scrivere, il poeta colui che…doveva “dettare”, perché non sa né leggere né scrivere. Da questa opposizione tra dotto nella letteratura e nella scrittura e poeta si possono dedurre molte cose importanti”[2].

Nel capitolo Dei dotti Zarathustra  associa l’ombra alla “casa dei dotti” ai quali si contrappone: “Io sono troppo ardente e riarso dai miei stessi pensieri: spesso mi si mozza il fiato. E allora bisogna che fugga all’aperto, via dal chiuso delle stanze polverose. Loro invece siedono freddi nell’ombra fredda: in tutto non vogliono essere che spettatori e si guardano bene dal mettersi a sedere dove il sole arde i gradini. Simili a quelli che in mezzo alla strada guardano a bocca spalancata i passanti, essi pure aspettano e guardano a bocca spalancata i pensieri che altri hanno pensato”[3].

Quindi : “Guardatevi anche dai dotti! Essi vi odiano: perché sono sterili! Essi hanno occhi freddi e asciutti, davanti a loro ogni uccello giace spennato”[4].

“Di fronte al genio, cioè ad un essere che crea o che dà alla luce…il dotto, l’uomo medio della scienza, ha sempre qualcosa della vecchia zitella: in quanto, come quest’ultima, non ha la minima idea di queste due funzioni umane, che sono le più preziose…il suo occhio assomiglia allora ad un lago liscio e odioso, la cui onda non si increspa a nessun entusiasmo, a nessuna simpatia. Ma le cose peggiori di cui un dotto è capace, gli provengono dall’istinto della mediocrità, propria della sua razza; da quel gesuitismo della mediocrità che incosciamente lavora alla demolizione dell’uomo eccezionale e tende a spezzare ogni arco teso o, meglio ancora, ad allentarne la tensione.”[5].

Dotti sono i filologi: una razza disprezzata da Nietzsche: “L’antichità è stata scoperta in tutte le cose principali da artisti, uomini politici e filosofi, non da filologi, e ciò fino al giorno d’oggi”[6].

“I filologi non sono se non liceali invecchiati”[7]. A volte addirittura dei ginnasiali ammuffiti

“Il nostro assurdo mondo di educatori (dominato dallo schema regolativo di “un utile servitore dello Stato”) crede di cavarsela con l’”istruzione”, con l’ammaestramento del cervello; non gli viene neanche in mente l’idea che occorra dapprima qualcos’altro- educazione della forza di volontà; si fanno esami su tutto, ma non sull’essenziale: se si sappia volere”[8].

“Il sole lo maledicono i fiacchi: per loro quel che conta di un albero è l’ombra”[9].

 

Petronio contrappone l' umbraticus doctor  deleterio ai grandi tragici:" cum Sophocles aut Euripides invenerunt[10] verba quibus deberent loqui, nondum umbraticus doctor ingenia deleverat "[11] quando Sofocle e Euripide trovarono le parole con le quali dovevano parlare, non c'era ancora un erudito cresciuto nell'ombra a scempiare gli ingegni.

 

 

 

  Leopardi afferma ( Zibaldone , 40) che solo i primi poeti, ossia gli inventori dei generi, poterono essere davvero originali:" Così Omero scrivendo i suoi poemi, vagava liberamente per li campi immaginabili, e sceglieva quello che gli pareva giacché tutto gli era presente effettivamente, non avendoci esempi anteriori che glieli circoscrivessero e gliene chiudessero la vista."

Così Eschilo "inventando ora una ora un'altra tragedia senza forme senza usi stabiliti, e seguendo la sua natura, variava naturalmente a ogni composizione".

 

 Pindaro sa che anche sulle stirpi eroiche grava il dolore: chi vive e agisce è destinato a patire; anzi sono soltanto i grandi uomini a vivere veramente, soffrendo veramente. Soffrire è destino, sembrano ripetere le sue odi, ma quale splendore c'è nella vittoria!. Il tempo, "padre di ogni evento", distribuisce prosperità e disgrazie, ma queste possono cadere nella dimenticanza grazie ai successi:" lavqa de; povtmw/ su;n eujdaivmoni gevnoit j an,-ejslw'n ga;r uJpo; carmavtwn ph'ma qna/skei-palivgkoton damasqevn” (vv. 18-20), dimenticanza in sorte felice può nascere. Infatti sotto nobili gioie la pena muore, recrudescente, domata"(Olimpica II , 19.).

Il dolore insomma è vincibile con il valore.

Sembra riecheggiare questo concetto il "fortes fortuna adiǔvat " di Cicerone (Tusc . II, 11), la sorte aiuta i coraggiosi.

A Pindaro interessa fornire stimoli attraverso gli esempi: gli uomini possono vedere nei modelli mitici l'immagine sublimata della loro natura e il poeta ispirato può dire al magnanimo quale sia la sua vera identità cui non deve restare inferiore.

"La somma di tutto il pensiero educativo di Pindaro"[12] è  "diventa quello che sei" gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II  v. 72).

 

Torniamo a Nietzsche

“Che cosa ti dice la tua coscienza? Devi divenire quello che tu sei….Che cosa è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a se stessi”[13].

“Ciò che va bene per uno, non per questo può andare bene per un altro…il pretendere un’unica morale per tutti equivale a danneggiare precisamente gli uomini superiori…in sostanza, tra uomo e uomo esiste un ordine gerarchico”[14].

“Una cosa sola è necessaria. “Dare uno stile” al proprio carattere: è un’arte grande e rara. L’esercita colui che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto d’energie e di debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artistico…inversamente si comportano i caratteri deboli, impotenti su se stessi, i quali odiano la disciplina vincolante dello stile…una cosa sola, infatti, è necessaria: che l’uomo raggiunga l’appagamento di sé…soltanto allora l’uomo in genere è tollerabile a vedersi. Chi non è pago di se stesso è continuamente pronto a vendicarsene: noialtri saremo le sue vittime, se non altro perché dovremo sempre sopportare la sua spiacevole vista”[15].

“L’intelligenza impone di farsi passare per ciò che si è, o forse anche per qualcosa di meno”[16].

 Cercare la propria realizzazione significa amare il compimento, la perfezione del proprio destino, il quale, per stravagante che sia, è una piccola parte del fato universale: La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non voler nulla di diverso, né dietro, né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare, il necessario-tutto l’idealismo è una continua menzogna di fronte al necessario-ma amarlo…”[17].

 “ Ma in fondo, proprio “in fondo” a noi stessi c’è sicuramente qualcosa che non si può insegnare, un Fatum spirituale granitico…ciò che “in fondo a noi” non è insegnabile”[18].

“ Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist  meine innerste Natur ”[19].

 

Torniamo a Pindaro

Del resto c'è una contraddizione tra la volontà educativa del poeta e il pessimismo pedagogico per il quale la virtù è congenita, come risulta anche dalla terza Nemea  la quale nei vv. 50 e sgg. sostiene ancora che ha pieno valore soltanto l'uomo nel quale il valore è innato, e chi possiede solo quanto ha appreso è un'ombra vacillante che non avanza mai con piede saldo e assaggia mille cose con animo immaturo.

L'educazione dunque può sviluppare e potenziare il valore innato, ma non crearlo dal nulla. Il poeta è un maestro che frequenta i potenti della terra e ne riceve i  favori, ma non per questo si sente un cortigiano; anzi egli è "l'uomo dalla lingua diritta"( eujquvglwsso~, Pitica II , 86) e il suo simbolo, come abbiamo già visto, è l'aquila cui tutta l'aria è accessibile.

 

 L'ideale di cultura aristocratica stava tramontando negli anni in cui Pindaro ne trovava le forme compiute, come farà Dante nella sua Commedia  con il mondo feudale che stava cadendo sotto i colpi della borghesia comunale.

 

Ora vediamo per intero l'Olimpica I  tradotta parola per parola, fin dove è possibile con gli epinici dell'immaginifico poeta tebano.

Fu scritta nel 476 per  la vittoria di Ierone signore di Siracusa con il cavallo Ferenico, mentre Terone tiranno di Agrigento vinse la gara più prestigiosa delle quadrighe e venne celebrato con la II e la III Olimpica .

 

"Ottima è l'acqua (a[riston me;n u{dwr) e l'oro ardendo come

fuoco splende nella notte al di sopra di ogni superba ricchezza;

e se tu vuoi dare voce

alle gare, cuore mio,

smetti di cercare  un altro 5

astro più caldo del sole, che brilla

di giorno nell'etere deserto,

e non cantiamo un agone più prestante di Olimpia:

da dove l'inno pieno di gloria si lancia intorno

alle menti dei poeti, così che celebrano

il figlio di Crono, giunti al ricco 10

e felice focolare di Ierone,

 

che possiede il giusto scettro nella Sicilia

ferace di frutti mietendo le cime da tutte le virtù,

e si adorna anche

nel fiore dei canti 15

quali sono i carmi che componiamo per diletto, noi uomini

spesso intorno alla mensa ospitale. Avanti, stacca

dal piolo la dorica cetra (dwrivan fovrmigga), 18

se in qualche modo anche a te la gloria di Pisa e di Ferenīco

ha posto la mente sotto pensieri dolcissimi,

quando lungo l'Alfeo si lanciò con20

 il corpo senza sproni nella corsa,

e unì il suo padrone alla vittoria,

il re siracusano

che si allieta dei cavalli; e brilla la sua gloria

nella colonia ricca di prodi del lidio Pelope

del quale si innamorò lo scuotiterra di grande forza 25

Poseidone, quando Cloto lo tirò fuori

dal puro lebète,

ornato di avorio il fulgido omero.

Certo sono molti i portenti, e in qualche modo, credo, anche le favole (mu'qoi),

diceria dei mortali oltre la verità,

intarsiate di iridescenti bugie (dedaidalmevnoi yeuvdesi poikivloi~),

traggono in inganno.

 

Il fascino (Cavri~) che foggia tutte le dolcezze per i mortali, 30

portando onore, procura pure che l'incredibile divenga

credibile, spesso;

ma i giorni a venire (aJmevrai d’ ejpivlopoi)

sono i testimoni più sapienti (mavrture~ sofwvtatoi).

è naturale per l'uomo dire cose belle 35

dei numi: minore infatti  è la colpa (meivwn ga;r aijtiva).

O figlio di Tantalo, io canterò di te al contrario di quelli di prima  (ajntiva protevrwn).

Quando tuo padre fece inviti al banchetto

ottimamente governato nella cara Sipilo,

offrendo cene di contraccambio agli dèi,

allora ti rapì il Signore dal fulgido tridente, 40

 

domato dal desiderio nel cuore, e su cavalli d'oro

ti trasportò all'eccelsa dimora di Zeus largamente onorato;

dove in un secondo tempo

giunse anche Ganimede

per lo stesso servigio a Zeus. 40

Poiché tu eri sparito, né alla madre ti

 portarono gli uomini sebbene ti cercassero molto,

 subito uno dei vicini invidiosi spargeva di nascosto la diceria

che ti avevano tagliato membro a membro con il coltello

nel culmine bollente dell'acqua sul fuoco,

e al momento dell'ultima portata sulle mense si  50

spartirono le tue carni e le divorarono.

 

Per me è inconcepibile chiamare

ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;

una perdita tocca spesso ai malèdici.

Ma se mai i protettori dell'Olimpo onorarono un uomo

mortale, era Tantalo questo; però 55

di fatto non seppe

digerire la grande felicità (ajlla; ga;r katapevyai mevgan o[lbon oujk ejdunavsqh), e con la sazietà attirò

un accicamento (a[tan) pieno di prepotenza, e su di lui

il padre sospese un macigno pesante,

che egli desidera sempre stornare dal capo

ed erra lontano dalla gioia.

 

Egli ha questa miserabile vita inchiodata  ai travagli

con le tre, una quarta pena, poiché dopo avere derubato gli immortali,

diede ai coetanei convitati

nettare e ambrosia,

 con i quali avevano reso immortale

anche lui. Se un uomo spera di fare qualcosa

sfuggendo a dio, si sbaglia.

 

Per questo gli immortali gli inviarono il figlio di nuovo, 65

 un'altra volta alla stirpe degli uomini dal destino che cade veloce (to; tacuvpotmon ajnevrwn e[qno~).

Verso l'età fiorente quando

la peluria lo copriva nel mento che diveniva nero,

pensò a un matrimonio pronto

sì da ottenere dal padre signore di Pisa l'illustre70

Ippodamia. Andato vicino al mare canuto, solo nella tenebra

invocava il dio del tridente

dal grave rimbombo; quello gli

apparve vicino al piede.

Allora gli disse:" Se i cari doni di Cipride75

rimangono in qualche modo nella tua gratitudine,

avanti, Poseidone, inceppa la lancia di bronzo di Enomao (pevdason e[gco~ Oijnomavou cavlkeon),

e fammi giungere in Elide sul carro

più veloce, e avvicinami alla vittoria.

poiché dopo avere ucciso tredici

 pretendenti, procrastina le nozze

della figliola. Il grande pericolo 81

non prende un uomo imbelle (oJ mevga~ de; kivnduno~ a[nalkin ouj fw'ta lambavnei).

Per quelli per i quali morire è necessario, perché uno dovrebbe

smaltire invano una vecchiaia anonima seduto nell'ombra

senza parte di tutte le cose belle? (  ajpavntwn kalw'n a[mmoro~) ma questa

gara giacerà sotto di me: tu dammi propizio l'evento".85

Così diceva; né lo toccò con parole

senza effetto. E il dio onorandolo

gli diede un cocchio d'oro e cavalli

infaticabili per le ali.

 

Poi vinse la violenza di Enomao e la ragazza in moglie:

generò sei figli condottieri di popoli, bramosi di gloria.

Ora è mescolato90

a splendidi sacrifici di sangue che saziano,

giacendo sulla corrente dell'Alfeo,

con una tomba frequentata presso

l'altare dai moltissimi stranieri; e la gloria

di Pelope da lontano brilla negli stadi degli agoni

Olimpici dove gareggia velocità di piedi 95

e vertici ardimentosi di forza;

e il vincitore per il resto della vita

ha una dolce serenità

 

per le gare: il bene che dura continuo ogni giorno

sale più alto per ciascuno dei mortali. Bisogna 100

che io lo inghirlandi

secondo il canto equestre

con armonia eolica:

sono convinto che nessun

ospite, almeno tra i contemporanei, il quale

sia nel tempo stesso, da ambedue i lati,

conoscitore del bello (kalw'n te i[drin), e molto autorevole quanto a potenza,

potrò celebrare con le inclite volute degli inni.105

Un dio che ti protegge si prende cura delle tue ambizioni

avendo questa sollecitudine, Ierone;

se non ti abbandona presto,

spero di poter celebrare

un'ambizione ancora più dolce

 

legata al cocchio veloce110

dopo avere trovato una via soccorritrice di parole

giunto presso il colle di Crono che si vede da lungi. Per me comunque

la Musa nutre con forza un potentissimo strale;

chi è grande in un campo chi in un altro: ma

la cima più alta si solleva

per i re. Non lanciare sguardi ancora più in là.

Sia possibile che tu in questo tempo muova i passi in alto,115

e che io altrettanto a lungo frequenti

i vincitori, dappertutto, segnalato

per maestria fra i Greci".

 

Questi versi non sono facili e richiedono un commento. Come gli altri epinici, la prima Olimpica  parte dall'attualità, risale al mito e giunge alla riflessione etico pedagogica di valore perennemente attuale. Il poeta è eternatore della gloria dei vincitori negli agoni panellenici, ma è anche maestro di un popolo, anzi di tutta l'umanità dagli alti sentimenti. L'attualità è costituita dalla vittoria di Ferenico il cavallo d Ierone, signore di Siracusa e protettore di Pindaro, nell'Olimpiade del 476.  Essa fu cantata anche dal V epinicio di Bacchilide.

 Il mito centrale è quello di Pelope, il figlio di Tantalo amato da Poseidone e aiutato dal dio, riconoscente, a sconfiggere Enomao, tiranno di Pisa (località prossima ad Olimpia), nella gara affrontata per ottenere la mano di Ippodamia, la  figlia del despota il quale sfidava tutti i pretendenti della ragazza in una corsa di carri e, dopo averli battuti, li uccideva.

L'attesa del cimento è raffigurata in pietra nel frontone orientale del tempio di Zeus ad Olimpia, ora situato nel museo. Vi si vede anche l'auriga di Enomao, Mirtilo, che truccò la competizione mettendo perni di cera nella ruota del cocchio del tiranno, quindi fu ucciso dallo stesso Pelope ingrato.

Ma questo, Pindaro non lo racconta, siccome vuole purificare i suoi dèi e i suoi eroi. Anche il mito di Tantalo infatti viene modificato: non è vero che fu condannato a pene eterne poiché aveva imbandito il figlio Pelope, cotto, ai numi suoi ospiti, infatti gli dei non sono cannibali, ma venne punito perché era un privilegiato che, non sapendo smaltire la sua fortuna, si insuperbì. In diverse occasioni Pindaro afferma il credo che non bisogna dire male degli dèi. Per esempio nell'Olimpica IX  leggiamo:"diffamare gli dei è odiosa sapienza (ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), con un ossimoro che denuncia la critica filosofica dei miti, una lapidaria affermazione  di ultratradizionalismo che sarà ripresa dall'Euripide postfilosofico o antifilosofico delle Baccanti :"Il sapere non è sapienza"(v.395), canta il coro delle menadi, quindi si augura di "tenere il cuore e la mente lontani dagli uomini straordinari, per accettare quello che il popolo più semplice pensa e crede"(vv. 427-432). Ebbene il tradizionalismo aristocratico di Pindaro è meno lontano dalle credenze popolari che dalla sapienza intellettualistica degli "uomini straordinari".

Del resto la sapienza non è a portata di tutti ma è "scoscesa"(Olimpica IX, 108).

 La figura umana di Pelope, grazie all'eroismo, si avvicina a quelle divine dunque, e se soltanto "sogno d'ombra è l'uomo"(Pitica VIII, 95-96) egli può tuttavia raggiungere l'immortalità attraverso la rinomanza delle sue imprese, e può conseguire anche la felicità eterna con un comportamento morale, mondo da colpe gravi quali spergiuri e inganni:  quanti hanno vissuto tre vite pure, senza commettere ingiustizia, afferma il poeta nella seconda Olimpica , scritta probabilmente sotto l'influenza delle teorie orfico-pitagoriche assorbite in Sicilia, dimorano lietamente nelle isole luminose dei beati dove "bruciano fiori d'oro"(v.73).

Una siffatta assimilazione dell'uomo al dio non rimane isolata nella cultura greca, ma si ritrova  nelle sculture di Mirone e di Policleto, quindi prosegue nella suprema dignità conferita da Fidia alla figura umana.

 

Mirone, nato in Beozia anche lui, fiorito intorno alla metà del V secolo, nel Discobolo  raffigura quell'altezza dell'ideale agonale destinata a cadere quando l'agonismo, già al tempo dell'ultimo Euripide, diverrà professionistico e venale, fatto che avrebbe attirato gli strali irati di Pindaro i quali infatti nel'Istmica II (v.6) invoca la  "Musa non interessata né mercenaria";

 Policleto con il Doriforo (-dorufovro~ del 440 circa), mostra, tra l'altro, quella unità dell' anima e del  corpo umani che per noi è andata irrimediabilmente perduta.

 

Nella Nemea V (vv. 1-3) Pindaro però afferma la propria superiorità sullo scultore che crea figure  immobili sopra i loro piedistalli. La gara o la posa atletica per questi artisti ha un significato anche metafisico  poiché l'agonista sforzandosi di conseguire la perfezione della propria virilità realizza un imperativo religioso.

 

Leopardi e Nietzsche scrivono parole piene di ammirazione sugli agoni greci. Il poeta di Recanati (Zibaldone , 328-329) nota la differenza "tra i giuochi greci e i romani" per mettere in rilievo "la naturalezza dei primi che combattevano nella lotta nel corso ec. appresso a poco coi soli istrumenti datici dalla natura, laddove i romani colle spade e altri istrumenti artifiziali. E quindi la diversa destinazione di quei giochi, diretti presso gli uni ad ingrandir quasi la natura ed eccitare le grandi immagini, sentimenti ec.; presso gli altri o al semplice sollazzo, o all'addestramento militare".

Nietzsche, in Umano troppo umano, (vol.2, p.211) scrive:"Poiché il volere vincere e primeggiare è un tratto di natura invincibile, più antico e originario di ogni gioia e stima di uguaglianza. Lo stato greco aveva sanzionato fra gli uguali la gara ginnastica e musica, aveva cioé delimitato un'arena dove quell'impulso poteva scaricarsi senza mettere in pericolo l'ordinamento politico. Con il decadere finale della gara ginnastica e musica, lo stato greco cadde nell'inquietudine e dissoluzione interna".

 

 Gli epinici di Pindaro, cantati da un coro quando il vincitore torna dagli agoni, hanno anche una valenza religiosa: sono inni cultuali che trattano di cose venerande. E il poeta, mentre santifica il vincitore, perviene alla sua altezza; il celebrato e il celebratore, secondo la concezione dell'antico aedismo, salgono insieme sopra una vetta splendidamente soleggiata da dove è possibile volgere lo sguardo al significato della vita umana.

La vittoria infatti esige il canto che è un debito del poeta all'atleta (Olimpica III , 7) e alla stessa dike :"lodare il valente è fiore di giustizia", leggiamo in Nemea III , 29.

Dunque l'aretà che brilla nella vittoria non può rimanere "nascosta a terra in silenzio"(Nemea IX , 7). Il cantore ispirato, toccando le cose mortificate dall'uso, le ravviva e restituisce loro il pregnante significato originario, purché"la lingua attinga dal fondo dell'anima con il favore delle Grazie"(Nemea IV, 7-8). Fondamentale è il nesso Vittoria-Canto, mentre la gara non viene narrata.

Se vogliamo leggere la descrizione di una corsa di cocchi veloci ai giochi pitici dobbiamo cercarla nell'Elettra di Sofocle dove (vv. 680-763) si racconta, falsamente, la morte di Oreste in un incidente. Pindaro volge piuttosto l'attenzione all'uomo che ha manifestato aretà  suprema e perciò viene collocato, non quale individuo ma come incarnazione della virtù, sull'altare costruito dalla poesia che è "tesoro di inni"(Pitica VI , 7-8), un tempio adorno di colonne (Olimpica VI , 1-3) e doni votivi. Il poeta allora è il sacerdote, il profeta della bellezza del mondo, il quale è intessuto con fili d'oro poiché vi si annida il divino; Pindaro non racconta, come gli altri lirici, i suoi sentimenti personali, ma scopre l'immanenza dell'ideale nel reale.

 

 

 

Bologna 18 ottobre 2026 ore 17, 11 giovanni ghiselli

p. s.

Martedì  20 ottobre dalle 17 sarò di nuovo alla Scandellara con

 La lirica greca e un’introduzione all’elegia amorosa latina

Questo è il link per seguire da lontano

https://meet.google.com/qmx-fuhm-tiw

 

Statistiche del blog

All time3315772

Today1200

Yesterday2860

This month82129

Last month262275

 

 

 



[1] Ecce homo, perché sono così accorto (p. 34).

[2] Frammenti postumi 1876 (23).

[3] Così parlò Zarathustra, Dei dotti.

[4] Così parlò Zarathustra, p. 352.

[5] Di là dal bene e dal male, Noi dotti.

[6] Frammenti postumi ottobre 1876 (4).

[7] Op. cit (6)

[8] Frammenti postumi, autunno 1887, 165

[9] La gaia scienza, p. 31.

[10] Invenerunt e il successivo deberent significano da una parte inventiva e fantasia, dall'altra la non meno necessaria disciplina che più avanti infatti viene rimpianta.

 

[11]Satyricon, 2.

[12] Jaeger, Paideia , I vol., p.391.

[13] La gaia scienza, p. 152.

[14] Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù.

[15] La gaia scienza, p. 161.

[16] Frammenti postumi Primavera estate 1877, 22 (105).

[17] Ecce homo, perché sono cos’ accorto, p. 38

[18] Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù.

[19] F. Nietzsche, Ecce homo, Il caso Wagner,  p. 92.