martedì 3 novembre 2026

Il sogno del tirocinante Quarta parte. Sofocle, Euripide: rapporti parentali, amore, amicizia come problemi. Edipo re, Antigone, Alcesti.


 

Gianni: “Cari poeti, aiutatemi: gli studenti mi hanno chiesto di chiarire come si presenta  nei vostri drammi il rapporto tra i legami affettivi e quelli di sangue.  Chi vuole illuminarmi per primo?

 

Sofocle: comincia tu Euripide con la tua Alcesti.

 

Euripide, No, no, inizia tu che sei nato prima e hai vinto più premi di me. “Io so i dover miei,  non fo inciviltà”.

 

Gianni: “Vedo che segui il melodramma moderno”

 

Euripide: “certo, quelli ottimi  rinnovano l’opera d’arte totale del dramma antico con la compresenza di parole, musica e scenografia. Il più egregio tra tutti è Mozart. Ma ora lascio la parola al mio venerabile collega”.

 

Sofocle: “Grazie Euripide. Potrei chiamarti Eujrivpidion, Euripidiccio come fa   Diceopoli negli Acarnesi di Aristofane che motteggia sempre e canzona tutti, mentre io lo farei per affetto, e  anche per il fatto che  sei più giovane di me, ma non lo faccio siccome sei un grande poeta.   

Dunque: nell’Edipo re ho drammatizzato un guazzabuglio completo  tra i legami di sangue e i rapporti affettivi. Tale è l’incesto che confonde le generazioni: Edipo è figlio e marito di sua madre, padre e fratello dei suoi figli, nipote e cognato di Creonte.

 Anche la Sfinge è nata da un incesto: è un mostro ibrido prodotto dall’unione tra la vipera Echidna e suo figlio, il cane Orto.    

Questa mia tragedia smonta l’intelligenza che Edipo si attribuisce  quando si vanta di avere risolto con la sua gnwvmh l’enigma della cantatrice dura  che aveva ucciso tanti tebani incapaci di svelare l’arcano.

 Tu, professore in  via di formazione, cita ai tuoi studenti i versi chiave 396-398 che ho ricordato prima, quelli dove il figlio di Laio e Giocasta vanta la propria intelligenza che non mancherebbe di nulla. Invero non ha capito niente. Quando se ne renderà conto, si caverà gli occhi.

Ho voluto significare che la ragione umana è molto limitata.

Edipo indaga freneticamente per scoprire chi ha ammazzato Laio, cerca indizi, vuole misurarli e commisurarli finché viene a sapere dal servo del re ucciso  e dal pastore di Corinto che l’hanno salvato da infante di essere lui l’assassino parricida e incestuoso.  

Nella parodo della tragedia il coro di 15 vecchi tebani dà voce a quello che penso: “ Ahimé, innumerevoli infatti sopporto/le pene e mi sta male tutto/lo stuolo, e non c'è arma della mente/ con cui uno si difenderà; infatti non crescono i frutti/ della terra famosa, né con i figli/si alzano le donne/dai travagli che fanno gridare” (vv. 168-174).  L’arma della mente frontivdo" e[gco"  spuntata  denuncia i limiti della ragione umana e della sofistica che, mentre proclama l'uomo misura di tutte le cose, e sommo bene l'utile personale, non potrà mai rendere giuste l'ingiustizia e la violenza, non agli occhi dell'uomo religioso.

E’ il sapere senza sapienza di cui ci dirà più avanti il collega e amico Euripide

Peste e sterilità hanno colpito  la terra avvelenata dal mivasma costituito da Edipo stesso succeduto a Laio dopo averlo ammazzato senza sapere che era il padre suo e il re di Tebe.

Quindi ha sposato la propria madre senza avere coscienza nemmeno di questo. Ecco quanto è illusoria la fiducia che l’arma della mente arrivi a vincere ogni battaglia. 

L’inquinamento è morale, è sempre prima di tutto morale”.

 

Gianni: “ dimmi, per favore, qual è il significato fondamentale dell’Antigone”

 

Sofocle: “Certo, in questa tragedia scritta diversi anni prima dell’Edipo re ho drammatizzato il contrasto tra Creonte e la ragazza Antigone, figlia di sua sorella Giocasta. Il nuovo re ha cacciato Edipo da Tebe ed è un fanatico della disciplina, la peiqarciva, quindi  un nemico giurato dell’anarchia che potrebbe dilagare se la nipote rimanesse impunita dopo avere trasgredito l’ordine di non dare sepoltura al proprio fratello  Polinice che ha preso le armi contro la sua stessa città.

Ti ricordo le parole di Creonte:

“Non c'è male più grande dell'anarchia./Essa manda in rovina le città, questa ribalta/le famiglie, questa nella battaglia spezza/  le schiere dell'esercito in fuga; invece le molte vite/di quelli che vincono, le salva la disciplina" (v. 672-675).

Visto che insegnerai anche latino, ti ricordo che questa identificazione della disciplina con la panacea salvifica si trova pure in Tito Livio il quale la  attribuisce, in ambito militare appunto, a Tito Manlio Torquato. Questo console durante la guerra contro i Latini (340-338 a. C.) condannò a morte il proprio figliolo che aveva osato combattere contro il suo ordine di capo dell’esercito e di padre.

 Le parole dell’accusa sono queste:"tu, T. Manli, neque imperium consulare neque maiestatem patriam veritus, adversus edictum nostrum extra ordinem in hostem pugnasti, et, quantum in te fuit, disciplinam militarem, qua stetit ad hanc diem Romana res  solvisti " (VIII, 7) tu, Tito Manlio, senza riguardo per il comando dei consoli e per l'autorità paterna, hai combattuto il nemico contro le nostre disposizioni, fuori dallo schieramento, e, per quanto è dipeso da te, hai dissolto la disciplina militare, sulla quale sino ad ora si è fondata la potenza romana.

Con questo accostamento della peiqarciva di Creonte alla disciplina romana entrambe sostenute fino alla spietatezza verso i familiari, ti suggerisco di insegnare la letteratura con metodo comparativo.

 

Gianni-

Lo farò.

 

Sofocle.

Ma torniamo al mio dramma Antigone dove la protagonista sorella di Eteocle che ha difeso Tebe, e pure di Polinice che l’ha attaccata con l’esercito argivo, sente amore per entrambi i fratelli, e si oppone al decreto disumano di Creonte.

Antigone è una vestale della sorellanza.

Nei primi versi chiede aiuto a Ismene invocandola con queste parole. “O capo davvero fraterno di Ismene, sangue mio" (v- 1). Ismene però non ha il coraggio di Antigone e non se la sente di sfidare il potere suscitando lo sdegno dell’audace, irriducibile sorella.

Quando Creonte le domanda: “E tu non ti vergogni se la pensi in maniera diversa da questi?"

Antigone gli risponde:"No perché non è per niente vergognoso onorare quelli nati dalle stesse viscere" (vv- 510-511)

 

Gianni:  “Mi piace molto il fatto che tu presenti la carne viva dei tuoi drammi citando i versi e documentando il tuo pensiero con le parole che hai scritto. Mi suggerisci un metodo. Sono parole piene di significato.

I rapporti di sangue dunque sono fortemente sentiti dai tuoi personaggi e sono complicati: variamente amati, sofferti, odiati .

Non dai niente per scontato: tutto è problematico e lo spettatore deve pensare”.

 

A questo punto mi rivolgo a Euripide perché mi aiuti a ripassare i suoi drammi.

Mi sento uno scolaretto di fronte a questi due autori, accrescitori sublimi: Gianni:

“Ricordami, ti prego, come hai trattato questo tema del rapporto spesso problematico  tra le relazioni amorose e quelle parentali. Aiutami a ripassare l’ Alcesti che tradussi anni fa per il secondo esame di greco e ho in gran parte dimenticato”.

 

Euripide:

 “ Alcesti è l’ottima moglie , "gunhv t j ajrivsth tw'n ujf j hJlivw/ makrw'/" (v. 151), di gran lunga la più nobile tra le donne che vivono sotto il sole, e dà la propria giovane vita per salvare quella di suo marito Admeto cui Apollo aveva consentito di farsi sostituire da un’altra persona quale preda di Qavnato~.

Alcesti dunque è migliore delle mogli, tuttavia il Coro di vecchi di Fere non arriva a consigliare le nozze: “:"ou[pote fhvsw gavmon eujfravnein-plevon hj; lupei'n, toi'" te pavroiqen-tevkmairovmeno" kai; tavsde tuvca"-leuvsswn basilevw", oJvsti" ajrivsth"-ajplakw;n ajlovcou th'sd&, ajbivwton-to;n e[peita crovnon bioteuvsei" ( vv. 238-242) non dirò mai che le nozze portino più gioia che dolore, argomentandolo dai fatti passati e vedendo questa sorte del re, il quale, persa l'ottima sposa, vivrà in futura una vita non vita.

 

 Antifonte sofista da parte sua afferma che Il matrimonio è sempre un gande cimento, una gara dura per gli esseri umani:"mevga" ga;r ajgw;n gavmo" ajnqrwvpwn"[1].

 

Admeto prima di chiedere il sacrificio della vita alla sposa lo fa con i genitori che si rifiutano di sostituirlo nella morte. Il figlio allora li aggredisce e li insulta e la stessa Alcesti li biasima rivendicando a se stessa tutto il merito e la gloria del bel gesto.

Dice che il padre e la madre ("oJ fuvsa" chJ tekou'sa",v. 290) chi ha generato e quella che ha partorito, hanno perso l'occasione di salvare nobilmente il figlio e morire con gloria ("kalw'" de; sw'sai pai'da keujklew'" qanei'n", v. 292).

In questa donna dunque c’è amore per lo sposo e un altro  amore, forse ancora più forte, per la gloria.

Lo metterà in evidenza    Diotima di Mantinea una donna che è sapiente nelle cose d'amore e in molte altre e dà chiarimenti a  Socrate nel Simposio di Platone

Come vedi anche i miei testi presentano diversi aspetti della vita umana in maniera problematica.

Il rapporto umano meno insicuro è quello tra gli amici: esemplare è l’amicizia tra Oreste e Pilade: nell’Ifigenia in Tauride ciascuno dei due offre la propria vita per salvare l’altro.

Alla fine si salveranno entrambi aiutati dalla dea Atena ex machina, mentre Alcesti verrà sottratta a Qavnato~ , la Morte privata della sua preda dalla possa di Eracle, ospitato da Admeto.

 

Gianni: “se non ricordo male qavnato~ è maschile”.

 

Euripide: “come no? Sono gli uomini infatti che danno la morte più spesso con le guerre che scatenano e portano avanti. Le donne cercano di farle cessare come la Lisistrata di Aristofane. Fai notare anche questo ai tuoi allievi.

 

Gianni: “Grazie caro maestro.  Fammi imparare ancora, per favore:  “puoi citare alcuni tuoi versi sull’amicizia? E’ un valore forte anche per me: un rapporto umano che spesso funziona meglio e più a lungo dell’amore”. Chi ama può anche essere un nemico dell’amato e volergli male, gli amici vogliono sempre bene. Spesso funziona meglio  della consanguineità.

 

Euripide. “Sì. come no? Volentieri. L’amicizia è tenuta in maggior conto della parentela dal figlio di Agamennone che nella tragedia Oreste[2] dice, riferendosi a Pilade:"acquistate amici, non solo parenti:/poiché chiunque collimi nel carattere, pur essendo un estraneo,/è un cara persona preferibile ad aversi di mille consanguinei (murivwn kreivsswn oJmaivmwn ajndri; kekth`sqai fivlo~)"(vv. 804-806).

 

Avvertenza il blog contiene due note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 3  novembre 2026 ore 10, 21 giovanni ghiselli.

 

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[1]Intorno alla Concordia  fr. 49 Untersteiner.

[2] Del 408 a. C.


lunedì 2 novembre 2026

Il sogno del tirocinante. Terza parte. Le leggi secondo Sofocle e secondo Euripide. Solone e lo scita Anacarsi.


 

 Torno a porre domande

Gianni:“Ti devo presentare un’altra domanda se posso, caro Sofocle. Sono in procinto di buttarmi a capofitto nello studio dell’Edipo re e delle altre tue tragedie.

Gli allievi mi hanno detto che sei un reazionario: rifiuti le leggi scritte e dai maggiore importanza ai legami di sangue che ai rapporti  sociali e  politici.

Inoltre ho letto nella Storia sociale dell'arte di Hauser queste parole che sembrano confermare tale critica al tuo parteggiare politico, “politicamente scorretto” dicono alcuni: “"fin da principio Sofocle sacrifica l'idea dello Stato popolare democratico agli ideali dell'etica nobiliare; e, nella lotta fra il diritto familiare privato e il potere assoluto ed egualitario dello Stato, parteggia risolutamente per l'idea tribale"[1].

 

Sofocle: “ingenuo ragazzo, leggi i miei testi prima di credere ai luoghi comuni di certa critica. Intanto ti ricordo alcuni eventi e scelte della mia vita:  nel 442 sono stato ellenotamio, uno degli amministratori della confederazione delio-attica; nel 441, in seguito al successo dell'Antigone , fui eletto fra i dieci strateghi con Pericle, e fui stratego una seconda volta, nel 427, con Nicia.

 

Euripide: è vero, tuttavia risulta pure[2] che  nel 413, dopo la catastrofe della spedizione in Sicilia, tu hai fatto parte del collegio dei dieci probuli i quali prepararono il governo oligarchico dei Quattrocento.

 

Sofocle:” dopo la morte di Pericle la democrazia era degenerata via via in demagogia con i caporioni del popolo fautori della guerra a oltranza: Cleone, poi Iperbolo, poi Cleofonte.

Non è democrazia quella in cui la massa possa fare tutto ciò che vuole ed elegge quelli che la adulano. Lo scriveranno tanto Senofonte[3] quanto  Polibio[4]. Lo suggerisce Aristofane in diverse commedie.  

Tu, ragazzo mio, dovrai leggere molti testi e impararli se vuoi passare da questo apprendistato più meno dilettantistico a una professionalità seria che ti procuri il rispetto e l’amore dei tuoi studenti.

 

Gianni: “Ci tengo molto infatti e studierò con tutte le mie forze. Intanto dimmi qualche cosa sul tuo rifiuto delle leggi scritte”.

 

Sofocle

 Ho rifiutato quelle disumane come il decreto di Creonte che impedisce di seppellire i morti e ho anteposto a tali imposizioni tiranniche le leggi vere: quelle fondate sul volere divino e sulla coscienza umana.

Senti queste parole cantate dal Coro nel secondo Stasimo della mia Antigone:"Oh, mi accompagni sempre la sorte di portare/ la sacra purezza delle parole/e delle opere tutte, davanti alle quali sono stabilite leggi/sublimi, procreate/attraverso l'etere celeste di cui Olimpo è padre da solo né le /generava natura mortale di uomini/né mai dimenticanza/potrà addormentarle:/grande c'è un dio in loro e non invecchia"[5]. Sono versi cruciali.

La figlia di Edipo si rifiuta di obbedire a leggi antiumane e contrarie al volere divino.

Quando suo zio, il tiranno di Tebe le domanda:"E allora tu hai osato trasgredire queste leggi?”, (v. 449), Antigone risponde:“Sì, infatti secondo me non è stato per niente Zeus il banditore di questo editto/né Giustizia che convive con gli dei di sotterra/determinò tali leggi tra gli uomini,/né pensavo che i tuoi bandi avessero tanta/forza che tu, essendo mortale, potessi oltrepassare/i diritti degli dei, non scritti e non vacillanti (vv. 450-455).

Una ribellione che questa ragazza pagherà con la via.

 

Euripide chiede la parola a Sofocle, quindi obietta: “Io credo che le leggi scritte siano una diga, uno sbarramento contro gli arbìtri del potere. L’ho scritto nelle mie Supplici dove Teseo, il paradigma mitico di Pericle, propugna la democrazia e  all’araldo tebano, mandato da Creonte per impedire, al suo solito, la sepoltura dei morti, dice  che quando c’è un tiranno non esistono più leggi comuni (novmoi/koinoiv, vv. 430-431).

Quindi il re democratico di Atene  aggiunge e chiarisce: “gegrammevnwn de; tw'n novmwn o{ t’ ajsqenh;~-oJ plouvsiov~ te th;n divkhn i[shn ecei ” (vv. 433-434), quando ci sono le leggi scritte il debole e il ricco hanno gli stessi diritti.

 

 Sofocle: caro Euripide, diciamola tutta. Ricordi le parole dello scita Anacarsi a Solone nominato diallakthv" kai; nomoqevth", pacificatore e  legislatore?.  E tu  che fai il tirocinio con noi ne sai qualcosa??

 

Gianni: “No, nessuno mi ha  mai nominato Anacarsi”.

 

Euripide: “ ricordaglielo tu Sofocle che sei tanto bravo e vinci tutti i premi, gradito come sei tanto ai giudici quanto al pubblico”.

 

Sofocle: Anacarsi derideva l’opera di Solone che pensava di frenare l’iniquità dei cittadini con parole scritte, le quali, diceva, non differiscono affatto dalle ragnatele (mhde;n tw`n ajracnivwn diafevrein), ma, come quelle, trattengono le prede deboli e piccole, mentre saranno spezzate dai potenti e dai ricchi (uJpo; de; dunatw`n kai; plousivwn diarraghvsesqai)[6]. Lo ha scritto Plutarco, sacerdote delfico.

Del resto Antifonte sofista nel nostro secolo ha aggiunto queste parole " e[sti de; pavntw" tw'nde e{neka touvtwn hJ skevyi", o{ti ta; polla; tw'n kata; novmon dikaivwn polemivw" th'/ fuvsei kei'tai"  per queste ragioni  soprattutto si svolge la nostra indagine: che la maggior parte di quanto è giusto secondo la legge si trova in contrasto con la natura[7].

 

Euripide: “ora carissimo Sofocle, ti appoggi alla testimonianza di un sofista? Non hai scritto tante tragedie di successo per confutare il relativismo sofistico di tipo protagoreo con l’uomo che sarebbe misura di tutte le cose?”

 

Sofocle: “ Per me con la misura del bene e del male datami dagli dei olimpici[8], non esiste nulla di incommensurabile. Ti faccio un altro esempio tratto da un’altra mia tragedia, così offro un altro spunto al nostro apprendista  che vuole imparare come si fa a educare i ragazzi. Vorrei che li  aiutasse a crescere come persone umane.

Un insegnamento positivo contro le abominevoli ingiurie inflitte ai cadaveri viene dal personaggio Odisseo il quale nella mia  tragedia Aiace  avverte Agamennone che non è nobile disonorare i morti pur se da vivi erano nostri nemici:"w{st j oujk ejndivkw" g  j ajtimavzoitov soi: - ouj gavr ti tou'ton, ajlla; tou;" qew'n novmou" - fqeivroi" a[n.    [Andra d  j ouj divkaion eij qavnoi,- blavptein to;n ejsqlovn, oujd  jeja;n misw'n kurh'/"" (vv. 1342-1345), sicché non giustamente verrebbe disonorato da te: infatti non distruggeresti in alcun modo costui ma le leggi degli dèi.

 Un uomo valoroso non è giusto colpirlo da morto , neppure se ti trovi a odiarlo.  

 

Gianni: “Parole sante.  Grazie caro Sofocle: sulle tue tragedie sto imparando più da te in questi minuti che nei nove anni di studio della letteratura greca passati a scuola. Educherò i ragazzi con questo tuo aiuto. E anche con il tuo, Euripide caro: tu con le Troiane sei stato il mio primo amore. E’ soprattutto grazie a te che dopo la maturità, nell’ottobre del 1963 mi sono iscritto a Lettere antiche. E lo rifarei mille volte.

 

Avvertenza: il blog contiene 8 note.

 

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[1]        A. Hauser, Storia sociale dell'arte, vol. I, p. 122.

[2] Aristotele nella Retorica  (1419a) ci informa che Sofocle, interrogato da Pisandro se istituire i Quattrocento non gli sembrasse una cosa cattiva, rispose:"Sì, ma non vi era altro di meglio" (1419a). Comunque in seguito il poeta prese le distanze dall'operato del regime oligarchico

 

[3] Cfr. Elleniche , I, 7, 12 

[4] Cfr. Storie, VI 4 , 4

[5] Antigone, vv. 863-872.

[6] Cfr. Plutarco,Vita di Solone, 5, 4.

[7] Della verità , fr. B 44 Diels- Kranz

[8] In una visione religiosa che si contrappone al sofistico e protagoreo"pavntwn crhmavtwn mevtron ejsti;n a[nqrwpo", tw'n me;n o[ntwn wJ" e[stin, tw'n de; oujk o[ntwn wJ" oujk e[stin", l'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono siccome sono, di quelle che non sono siccome non sono(fr. 1 D.-K.).