giovedì 16 aprile 2026

Ifigenia CXI. La gita “scolastica”. La cantina di Eger. Bacchus Pannonius. I disegni di una bambina intelligente. Silvia e Brina.

 

Sabato 4 agosto andammo  tutti a Eger, famosa per avere respinto un assalto dei Turchi e per i suoi vini: l’ Egri bikavér , il sangue di toro di Eger, già noto a chi mi legge, e  l’ Egri leánika,  la fanciulla di Eger, una baccante probabilmente, due splendidi doni di Bacco alla Pannonia.

Dioniso e il toro, Dioniso e le fanciulle menadi invasate da lui.

 Deve esserci stato anche un Bacchus Pannonius oltre quello di Tebe figlio di Semele e quello  di Atene figliolo di Kore.

Insomma su Eger aleggia il mito con una ricchezza di echi e di ricordi.

Entrammo in un borozó, una grande cantina,

 Non mi limitai a bere però; parlai con Silvia, la giovane tedesca bionda e un poco opulenta che sapeva parlare e pure ascoltare. Non mi dispiaceva quella ragazza.

 Quel giorno, facendo attenzione a tutto quanto udivo e vedevo, compresi che la maturità mentale consiste, tra l’altro, nel ridiventare com’eravamo quando si era bambini o bambine, prima delle diverse crisi di identità dell’adolescenza o dei primi vénti anni. L’età tragica della mia vita e di tanti altri umani. Poi l’ho superata e ho ripreso la mia infanzia fantasticante, poetica, dopo essere tornato sul trivio dove l’avevo interrotta sbagliando strada. Sui 23 anni avevo ripreso quella giusta.

Mentre osservavo e ascoltavo, mi accorsi che da qualche tempo  l’intelligenza, le esperienze e un demone buono mi stavano riconducendo alla mia antica natura infantile qual era prima che venisse contraffatta e adulterata dai luoghi comuni.

Ero diventato deforme in quanto mi ero reso difforme da me stesso per essere accettato da gente stupida, ignorante e cattiva.

 

  Venne seduta  vicino a noi una giovane donna con una bambina di  sei o sette anni che disegnò il disco solare con i raggi e disse: “questa è la testa del fuoco ed è la faccia di Dio”. Mi tornò in mente Platone, il mito della caverna e il sole che mostra nel visibile quello che è  l’idea del Bene,  il massimo oggetto di scienza[1], nell’intellegibile.

Quindi  ricordai quanto ha scritto Leopardi a proposito della filosofia che ci ha insegnato  “quello che da fanciulli ci era connaturale,  e che poi avevamo dimenticato e perduto” [2].

A tredici anni ero innamorato di Marisa una ragazzina coetanea mora e carina, senza sapere altro che mi piaceva e che era brava a scuola. E che se mi avesse contraccambiato sarei stato felice. Poi ci avevo arzigogolato sopra per un paio di anni  senza costrutto, e in seguito, per altro tempo, ero rimasto turbato da mille pensieri inquieti nei confronti di ogni donna che mi fosse piaciuta, problemi spesso fasulli ma capaci di ostacolare l’intesa, l’amore, perfino il piacere , veri problhvmata.

Mi hanno incoraggiato a ridiventare me stesso i bambini della scuola media dove cominciai a insegnare poco prima dei venticinque anni.

La bambina  ungherese  seguitava   disegnare. Mostrava   il mare con un pesce enorme, una rete, tanti pesci piccoli, e diceva alla madre: “Questa è la balena che cattura i pesciolini con una ragnatela”.

“Il diritto del più forte: uccellacci e uccellini”-pensai-.

“I bambini intelligenti capiscono molte cose. Intuiscono la parentela di tutto con tutto, dell’intera natura con se stessa, siccome hanno dentro qualche cosa di sacro, e lo manifestano fino a quando non temono i giudizi mortificanti degli adulti mortificati ”.

Voglio dire che arrivato vicino ai 35 anni, dopo tante esperienze e letture, mi sentivo simile a quella creatura nel senso che avevo recuperato il coraggio infantile di esprimere quanto pensavo e sentivo: non temevo più i giudizi della gente meccanica, formata sui luoghi comuni, seguace pedissequa del linguaggio stereotipato dei media, della propaganda e della pubblicità. Questa è imitatio diaboli e andrebbe proibita. Elogiai la piccola alla madre, una bella signora bruna, con gli zigomi alti e gli occhi chiari, dal taglio magiaro vicino al finnico-momgolico. Mi disse il suo nome e mi chiese chi fossi. Mi presentai e risposi che ero un uomo contento: facevo un lavoro che mi interessava e impegnava molto, amavo una donna contraccambiato, godevo di buona salute mentale e fisica, e volevo rendermi utile al prossimo mio, a partire dagli adolescenti che educavo a diventare ciascuno quello che era davvero, possibilmente bello e buono.

L’adulta e la bambina magiara ringraziarono e uscirono.

A Silvia, quando mi chiese dei chiarimenti in aggiunta di quanto avevo detto  nel mio povero ungherese, spiegai che stavo riprendendo coscienza dell’ottimismo mio, connaturato eppure smarrito durante la crisi postliceale, siccome in quel tempo sciaguratissimo avevo creduto nei ripetitori dei luoghi comuni più che in me stesso. Avevo passato un biennio di quasi disperazione, senza bicicletta né corsa, con studio fatto male e controvoglia per  riferire  nozioni a umbratici doctores  tutt’altro che educatori stimolanti. Ero rimasto privo di amore, di amicizia, di tutto  tranne che di cibo il quale mi deformava. Ero diventato incapace di vivere umanamente e finalmente   avevo reagito e cominciato a ritrovare quello che ero, a ridiventarlo riveduto e corretto. Ce l’avevo fatta aiutato  dal  movimento del Sessantotto e dai collegi universitari di Bologna, di Cracovia, di Praga e di Debrecen grazie ai quali ero uscito dall’isolamento.

I dispensatori massimi della grazia salvifica erano stati i miei primi allievi, l’amicizia di Fulvio, l’Elena di Praga e  le tre finlandesi  Helena, Kaisa, Päivi e alla fine dei conti  Ifigenia la bella che mi aspettava senza fornicare, speravo,  in Italia sul lido Adriano dove magari osservava gli innumerevoli sorrisi della distesa marina e pensava a me, come io la pensavo. Se invece avesse peccato di u{bri~, sarebbe intervenuto il mio sdegno, il disgusto, la nevmesi~ mia e avrei ripreso a cercare.

“Forse allora però non mi troverai più” disse la tedesca bionda, avendo capito che mi preparavo un’uscita di sicurezza.  

 

La cena con Brina.  

La sera a cena venne seduta vicino a me una finlandese dal nome ecologico e confacente alla sua terra: si chiamava Kirsi, che significa “brina” tradusse, poi precisò che il suo nomen era un omen rovesciato. “Brina rovente”  dissi per assecondarla. “Esatto- fece- tu mi capisci al volo”.

“Sì-replicai- sei un ossimoro vivente. Ora  ti vedo volare eterea e candida quale creatura nata da un incontro tra un uccello dalle piume d’argento e una divinità iperborea fecondata sul tappeto profumato dei vostri boschi. Le tue  origini  devono avere una sorgente nel mito e possedere una dignità più che umana.” 

Colei sorrideva probabilmente compiaciuta, ma io, mentre dicevo tali insulsaggini,  avevo la selva dell’anima  occupata dall’ ei[dwlon di Ifigenia.

Intanto sentivo piovere sul tetto del ristorante “Casamatta”, un locale tra il bunker a la cantina. Quando ne uscimmo però le pozzanghere riflettevano le stelle del cielo rasserenato. Durante il ritorno in corriera le finniche esangui cantavano canzoncine dolci e malinconiche con voci di miele. La loro lingua piena di vocali raddoppiate sembra primitiva e infantile. “Bambine con poca coscienza e scarsa innocenza” pensai, malignamente e ingrata mente.

Ero inacidito e incupito dal pensiero  della villeggiante sulla babilonica spiaggia. La gioia del telegramma era già svanita lasciando di nuovo spazio allo spettro del  tradimento, del foedus iniquum che mi obbligava a una fedeltà non contraccambiata.

Mi ero isolato per rimuginare pensieri cattivi su una pessima donna assente che mi infliggeva angoscia. Sicché rimuginavo e soffrivo invece di mescolarmi alle finlandesi, donne che in un tempo meno malsano mi avevano reso felice.

 

“Il suo messaggio-pensavo- non è ambiguo nelle parole amorose: queste però non sono frutto dell’applicazione seria cui spinge l’amore, come sarebbe una lettera dove colei avrebbe potuto descrivere i suoi sentimenti e raccontarmi le azioni, gli eventi pubblici e privati. Dice che l’epistola arriverà. Vedremo. Intanto il telegramma pervenuto non vale granché: l’ha composto in pochi minuti e l’ha spedito magari ridendoci sopra con il più becero dei suoi ganzi.

Poi mi dicevo: “So bene che una donna quando e se ama scrive, e colei in due settimane di lontananza , beata in quella babilonia infernale, nemmeno una cartolina illustrata  ha scritto. Chi ama si comporta con chiarezza che toglie ogni dubbio. D’inverno mi cercava a tutte le ore, anche troppo. Quando, annoiata o tormentata dal marito scendeva in garage o si chiudeva in bagno per telefonarmi e quell’energumeno bussava alla porta con mani frenetiche. Ora che quello è chissà dove, lei  ha trovato un altro ganzo per i suoi  capricci estivi.

 Mi ha mandato un telegramma pieno di enfasi erotica perché non si sa mai, però i suoi pensieri buoni o cattivi non me li fa conoscere, e tanto meno le sue azioni probabilmente tutt’altro che virtuose.

Le sue membra  sono diritte, luminose,  perfette, ma la sua mente è obliqua, oscura contorta”.  

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 16 aprile 2026 ore 18, 22 minuti giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Platone, Repubblica, 505a:"hJ tou' ajgaqou' ijdeva mevgiston mavqhma".

 

[2]   Zibaldone, 305.


Pirandello Il fu Mattia Pascal terza parte. Conclusione del romanzo e appendice

XV Io e l’ombra mia 219

La mattina seguente Adriano ripensa al bacio. Si chiede come rispondere con i fatti alla promessa. Ma lui era ancora sposato e viveva come un’ombra di uomo. Pensava di avere baciato Adriana con le labbra di un morto. Entra la ragazza e lui la accarezza..

Ma è triste pensando di essere morto e ancora ammogliato: il colmo della persecuzione che una donna possa esercitare sul proprio marito. Neanche morto si era liberato della moglie. Era diventato per giunta schiavo delle finzioni e delle menzogne

I fratelli Papiano avevano rubato del denaro a Meis. Ma essendo lui fuori d’ogni legge non poteva denunziare il ladro. Lui per la legge non esisteva. Chiunque poteva derubarlo. Dodici mila lire. Adriana voleva denunciare il cognato e liberare la casa dall’ignominia di quell’uomo.

Adriano era schiacciato dal pensiero della sua assoluta impotenza, della sua nullità. Si sentiva peggio che morto: i morti almeno non possono più morire.

 

L’ombra

Adriano passeggiando per Roma riflette sulla propria ombra: “Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per via Flaminia, vicino a Ponte Molle (oogi Milvio).

 Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, non potevo calpestarla, l’ombra mia. Chi era più ombra di noi due? Io o lei? Due ombre! Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore: e io, zitto, l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita…Ma sì! Così era! Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercè dei piedi altrui. Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stìa: la sua ombra per le vie di Roma. Ma aveva un cuore quell’ombra, e non poteva amare, aveva denari, quell’ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra e non l’ombra di una testa” pp. 234-235.

 

Il topos letterario della vita come ombra o sogno.

Pindaro chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica VIII, vv. 95-96 ).

 

Nell'Aiace di Sofocle, Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle spine della vita:"oJrw' ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h] kouvfhn skiavn", io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o inconsistente ombra (Aiace, vv.125-126).

 

Pulvis et umbra sumus”, polvere e ombra siamo, secondo Orazio (Odi, IV, 7, v. 16).

 

 

 Nel Seicento questa idea va di moda, tanto che  Calderòn de la Barca intitola il suo capolavoro (del 1635) La vita è sogno, e, nel corso del dramma (I, 2), scrive:" il delitto maggiore dell'uomo è essere nato".

 

  Prospero nel dramma La tempesta [1] di Shakespeare afferma:" we are such stuff-as dreams are made on; and our little life –is rounded with sleep” (IV, 1), noi siamo fatti con la materia dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno"

( Quindi il duca si avvia con la mente alla sua Milano "dove un pensiero su tre, sarà la tomba" (V, 1).

Nel Macbeth il protagonista dice:"Life's but a walking shadow " (V, 5), la vita non è che un'ombra che cammina.

 

Concludo  con Proust:"Ci si accanisce a cercare i rottami inconsistenti d'un sogno, e intanto la nostra vita con la creatura amata continua: la nostra vita, distratta dinanze a cose di cui ignoriamo l'importanza per noi, attenta a quelle che forse non ne hanno, succube di esseri senza nessun rapporto reale con noi, piena di oblii, di lacune, di ansietà vane; la nostra vita simile a un sogno" (La prigioniera, p. 147).

 

XVI Il ritratto di Minerva 236

Meis torna a casa: Adriana ha denunciato il furto ma lui finge di avere ritrovato i soldi. Adriano non potendo sposare Adriana decide di farsi disprezzare da lei.

Vanno nel palazzo del marchese Giglio d’Auletta il quale si adoperava per la restaurazione del potere temporale dei Papi a Roma e per quella dei Borboni a Napoli.

Entrano nel salone splendidamente arredato in mezzo al quale c’era un cavalletto con un ritratto della cagnetta Minerva. La nipote del marchese, Pepita, aveva un naso aquilino e robusto ed era bella, sfavillante negli occhi, capelli nerissimi, lucidi e ondulati, labbra fini, taglienti, accese.

La mite bellezza bionda di Adriana accanto a lei impallidiva. La cagnetta era brutta. Il marchese curvo, quasi spezzato in due, sorrise alla sua stanchezza mortale. Gli occhi erano vivacissimi e ardenti. Parlava con spiccato accento napoletano.

Rimpiangeva i Borboni ed esecrava il filibustiere Garibaldi.

Pepita si lanciò a parlare contro l’Italia e contro Roma, così gonfia di sé per il suo passato. Pure Spagna c’era tambien un Colosseo come il nostro, della stessa antichità, ma loro non se ne curavano. Piedra muerta!  Valeva più la plaza de toros e anche il ritratto di Minerva del pittore Bernaldez che lei aspettava e che arrivò in ritardo. Pepita per punirlo cominciò a sfoggiare civetteria con Adriano. Adriana ne soffriva.

Scoppia una scenata tra Adriano e il pittore. Questo cerca di colpire il presunto rivale e Adriano vorrebbe sfidarlo a duello ma non ha i testimoni per farlo. Sente di nuovo la sua assoluta impotenza. Insultato, quasi schiaffeggiato sfidato, doveva andarsene via come un vile.

Entra nel caffè Aragno di via del Corso schifato di se stesso.

Si presenta come Adriano Meis a un tenente giovane  e dice di avere bisogno di due padrini.  Il giovane ufficiale chiama un tenente anziano con un paio di baffoni all’insù e la caramella incastrata per forza in un occhio. Era pure lisciato e impomatato. Tirò fuori tutta la materia cavalleresca che conosceva: Adriano doveva andare da un colonnello.

Adriano disse, agitato, che non voleva tante formalità. Ne seguì uno scoppio di risa sguaiate. Meis scappò via con l’anima frustata da quel dileggio.

Chiudevano le botteghe, le porte, le finestre: tutta la vita si rinserrava, si spegneva, ammutoliva, la vita che non aveva più scopo né senso per lui.

E’ il problema di fondo dell’identità: non averla equivale a essere morto.

Si ritrova sul ponte Margherita a osservare il fiume nero nella notte. Si domanda: “là?”.

  Odia Romilda e la madre, la moglie e la suocera che lo avevano gettato in tali frangenti Ora, dopo essersi aggirato per due anni come un’ombra in una illusione di vita oltre la morte, si sentiva trascinato per i capelli a eseguire la loro condanna. Lo avevano ucciso davvero! Pensò che invece di uccidersi poteva vendicarsi di loro. Del resto non poteva nemmeno uccidersi. Era già morto. Si ritrova in tasca il berrettino da viaggio e pensa di simulare il suicidio di Adriano Meis. Il parapetto, il cappello, il bastone. Una volta per uno. Qua come nella gora del mulino (cfr. p. 92). Non doveva uccidere un morto ma quella folle assurda finzione che lo aveva torturato e straziato per due anni. Via dunque, tristo fantoccio odioso, giù, giù. Annegato come Mattia Pascal!

Adriano Meis nato da una menzogna macabra sarebbe finito con un’altra menzogna macabra. Scrisse con il lapis Adriano Meis su un foglietto. Poi c’erano il cappello e il bastone. Infilò nel nastro del cappello il biglietto ripiegato, poi lo posò sul parapetto con il bastone. In testa si mise il berrettino e andò via

 

XVII Rincarnazione 262

Andò alla stazione in tempo per prendere il treno delle 24, 10 per Pisa

Partito il treno, si sentì sollevato: tornava a essere Mattia Pascal.

Pensa con angoscia all’Adriana: “se io per te non potevo essere vivo, Adriana-gemetti- meglio che tu ora mi sappia morto! Morte le labbra che colsero un bacio dalla tua bocca! Dimentica, dimentica!”.

Si fermò qualche giorno a Pisa. Poi pensa di andare a Oneglia (una parte di Imperia)  da suo fratello Roberto. A Miragno con 52 mila lire poteva vivere discretamente. Si fece tagliare i capelli corti come Mattia Pascal.

La mattina legge un giornale di Roma e trova la notizia del proprio suicidio. Un articolo accennava alla sorpresa e al dolore della famiglia del cavalier Anselmo Paleari caposezione al Ministero della pubblica istruzione ora a riposo dove il Meis abitava molto stimato per il suo riserbo e i suoi modi cortesi” 269

Parte per Oneglia.  Va dal fratello. Dopo lo sbalordimento di Roberto. i due fratelli si abbracciano. Dice che ha fatto il morto  ma ha capito che non è una bella professione e quindi: mi rifaccio vivo”

 

cfr. Euripide: nel Frisso (fr. 833) e nel Poliido (fr. 638) c’è una famosa questione: “tiv" d  j oi\den eij to; zh'n mevn ejsti katqanei'n, --to; katqanei'n de; zh'n kavtw nomivzetai;”, chi sa se il vivere sia da un lato essere morti,/ ed essere morti dall’altro lato laggiù non venga considerato vivere?

 

Mattia matto esclamò Berto, contento del resto

Gli dice che Romilda, sua moglie, ha ripreso marito.

Mattia ride e replica che quello è il colmo della fortuna.

Si era rimaritata con Pomino. Ma il fratello gli dice che tornato il primo marito, il secondo matrimonio non sarà più valido.

Mattia si ferma a desinare e parte alle otto di sera.

 

XVIII Il fu Mattia Pascal 276

Va a Miragno pieno di interrogativi, soprattutto sulla moglie e la suocera. Va a casa Pomino. Era morto il padre di Pomino

Mattia si presenta al giovane Pomino come “Mattia Pascal, dall’altro mondo”. Pomino cadde seduto a terra. La vedova Pescatore accorsa con il lume in mano, cacciò uno strillo acutissimo, da partoriente. Mattia gridò sono vivo, vivo, con gioia feroce

Alla suocera dà della strega e della megera

Arriva Romilda allattando una bambina. Gridò “Mattia!” e cadde tra le braccia di Pomino. La piccina rimase nelle braccia di Mattia. Vagiva con la vocina agra di latte. Con la bimba in braccio l’odio si attenua.

Comunque dice a Pomino che il loro matrimonio è nullo.

La megera prima inveì contro Mattia, poi contro il genero “melenso, sciocco, buono a nulla”. Romilda era ancora bella e Mattia le scocca un bel bacione sulla guancia ma dice a Pomino che gliela lascia. Poi Mattia scherza e dice che corteggerà l’ex moglie.

Quindi domanda: su di’ Romilda chi è più bello? Io o lui?

Parlano tutta la notte, e all’alba Mattia scende nella strada dove si trova ancora una volta sperduto, pur nel paesello natio, solo, senza casa, senza meta. Nessuno mi riconosceva perché nessuno pensava più a me p. 292. Andò nella biblioteca e nemmeno l’amico reverendo don Eligio lo riconobbe lì per lì.

Incontrò Oliva florida e bella con un figlio come lei, attribuito al marito Malagna ma concepito con Mattia.

Il fu va a vivere dalla vecchia zia Scolastica. Dorme nel letto dove è morta la povera mamma e passa gran parte del tempo in biblioteca  in compagnia di don Eligio il quale dice che fuori dalla legge e fuori da quelle particolarità liete e tristi che siamo noi non è possibile vivere. Mattia replica dicendo di non essere rientrato nella legge e nemmeno nelle proprie particolarità.

Mia moglie è moglie di Pomino e io non so chi sono.

Nel cimitero c’è ancora la lapide con il suo nome. Mattia vi ha portato una corona di fiori e ogni tanto si reca a vedersi morto e sepolto là. Se qualcuno gli chiede chi sia, risponde: “io sono il fu Mattia Pascal”. 295

 

fine del romanzo

 

 

 

Appendice di Pirandello a questo romanzo.

 

Avvertenza

Sugli scrupoli della fantasia

La vita che è ricca di assurdità non si cura della verosimiglianza. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parere verosimili  perché sono vere.

Non si può tacciare di inverosimiglianza l’arte in nome della vita. Non esiste l’uomo ma gli uomini. C’è una varietà di uomini capaci di commettere assurdità che non hanno bisogno di apparire verosimili poiché  sono vere.

Contro i critici i quali ritengono che umanità consista più nel sentimento che nel ragionamento e lo accusano di presentare personaggi in preda al ragionamento, Pirandello  risponde che l’uomo tanto appassionatamente ragiona (o sragiona, il che è lo stesso) quando soffre perché vuole vedere la radice delle sue sofferenze e chi gliele ha date, mentre quando gode si piglia il godimento e non ragiona. Per quei critici chi soffre e ragiona non è umano, perché pare che chi soffra debba essere soltanto bestia.

L’autore Piranello viene accusato di cerebralità e paradossale inverosimiglianza.

Ma un critico anomalo ha domandato che cosa è la vita normale.

E’ solo un sistema di rapporti che noi scegliamo nel caos degli eventi quotidiani e arbitrariamente qualifichiamo normale.

Anche questo critico del resto giudica negativamente l’opera di Pirandello  perché non saprebbe dare un senso universalmente umano alle sue favole.

Ma ogni realtà d’oggi è destinata a scoprirsi quale illusione domani

 

Siamo in balia dell’imprevedibile aferma il coro di una cara tragedia di Euripide

Coro

Di molti casi Zeus è dispensatore sull’Olimpo

molti eventi in modo inaspettato-ajevlptw~- compiono gli dèi;

e i fatti aspettati -ta; dokhqevnt j- non vennero portati a compimento,

mentre per quelli imprevisti un dio trovò la via.

Così è andata a finire questa azione  (Euripide, Medea, 1415-1419). 

L'Ippolito si conclude con la constatazione, da parte della Corifea che su Trezene è caduto, ajevlptw~ (v. 1463) inaspettatamente un dolore comune che provocherà  un fluire continuo di lacrime.

 

 La conclusione dell'Alcesti, dell'Andromaca , dell'Elena e delle Baccanti è uguale a questa della Medea, tranne che per il primo verso degli ultimi cinque : " pollai; morfai; tw'n daimonivwn" (Alcesti , v. 1159; Andromaca, v. 1284; Elena, v. 1688; Baccanti, v. 1388),  molte sono le forme della divinità".

        

A volte le persone e i personaggi scoprono il loro nudo volto individuale sotto la maschera che li rendeva marionette di sé stessi.

Non sopportano la maschera e la rompono.

 

Non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua (Seneca, Ep., 24, 13)

 Cfr. Lucrezio: “ Quo magis in dubiis hominem spectare periclis/convenit adversisque in rebus noscere qui sit;/nam verae voces tum demum pectore ab imo/eliciuntur <et> eripitur persona, manet res" (De rerum natura, III, 55-58), tanto più è necessario provare la persona nei pericoli rischiosi e conoscerne la qualità nelle situazioni sfavorevoli; infatti le parole autentiche allora finalmente escono dal fondo del cuore e si strappa la maschera, rimane la sostanza.

 

Ci mettiamo o ci mettono la maschera per il gioco delle parti, e fino a un certo punto non sappiamo chi siamo. Su di noi viene fatta una costruzione arzigogolata, un macchinismo in cui ciascuno di noi è la marionetta di se stesso, poi alla fine c’è il calcio che manda all’aria tutta la baracca.

La maschera ha i suoi difetti finché non si scopre nuda.

Il romanzo venne accusato di inverosimiglianza ma Pirandello riferisce un articolo del “Corriere della sera” del 27 marzo 1920 dove si fa la cronaca di un fatto reale molto simile a quello inventato.

La vita dunque è capace di reali inverosimiglianze. E così fa l’arte.

La vita infatti, senza saperlo, copia l’arte. O per lo meno gli artisti forniscono dei modelli a chi li conosce e li ammira.

A chi non conosce gli artisti i modelli vengono forniti dalla pubblicità. Modelli orribili secondo me.

 

E' opportuno a questo punto un excursus su Oscar Wilde il quale in La decadenza della menzogna  (del 1889 scrive: "Sicuro. Per paradossale che possa sembrare –e i paradossi sono sempre cose pericolose- non è meno vero: la  vita imita l'arte assai più di quanto l'arte imiti la vita (...) Un grande artista inventa un tipo, e la vita tenta di copiarlo, di riprodurlo in forma popolare (...) I greci, con il loro rapido istinto artistico, capirono questo, e mettevano nella stanza della sposa la statua di Ermes o di Apollo, affinché ella potesse generare figli altrettanto ben formati delle opere d'arte che contemplava nell'estasi o nel dolore. Sapevano che la vita non solo guadagna dall'arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il turbamento o la pace dell'anima, ma che essa può formarsi sulle stesse linee e colori dell'arte, e può riprodurre la dignità di Fidia come la grazia di Prassitele (...) Schopenhauer ha analizzato il pessimismo che caratterizza il pensiero moderno, ma Amleto ha inventato il pessimismo. Il mondo è diventato triste perché una volta una marionetta fu malinconica.

Il nichilista, quello strano martire che non ha fede, che va al patibolo senza entusiasmo, e muore per quello in cui non crede, è un prodotto puramente letterario. Esso fu inventato da Turgenev e completato da Dostoevskij"[2] In Oscar Wilde, Opere, Mondadori, 1982,  pp.222-224. 

Bologna 16 aprile 2926 ore 17, 19 giovanni ghiselli.

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[1] Del 1612.

[2] In Osgar Wilde, Opere, Mondadori, 1982,  pp.222-224.