venerdì 27 febbraio 2026

La storia di Päivi 7. La preghiera devota durante la minzione nella puszta. Tutto era santo quella sera, niente brutale.


Andavamo dunque verso la puszta. Sulla destra c’era il sole già piuttosto vicino al tramonto. Eravamo tre coppie in due automobili: noi viaggiavamo soli e concordi nella nera Volkswagen; gli altri quattro ci seguivano nella Renault blu di Bruno, lo sfortunato ragazzo pesti devotus futurae [1]. Con il senno di adesso le due automobili scure potevano evocare, addirittura anticipare il corteo funebre verso l’ultimo viaggio.

La bambina frutto del nostro amore sarebbe stata soppressa in autunno,

Bruno sarebbe morto l’estate successiva in un incidente stradale in Africa e Silvano si trova tra i defunti, quelli che hanno compiuto la vita, da cinque anni.

 

A un tratto Päivi mi chiese di fermare la macchina e lasciar passare gli altri: doveva scendere per un bisogno; lo sentivo anche io dopo le due birre bevute nell’ombroso cortile. Ci separammo, ovviamente. Io camminai verso occidente finché giunsi a una siepe oltre la quale vedevo l’immergersi lento del sole nella pianura infinita.

Mentre con gettito lungo, non frenato da una prostata grossa come quella di Marlon Brando nell’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, urinavo le birre contro i raggi lucenti della sera estiva, piena di voli, rivolgevo tale preghiera al dio che scalda e nutre la vita: “Signore del mondo, ti prego, dammi la forza di  farmi amare da questa ragazza dal volto che irradia ricchezza spirituale; fai che io possa trarre dalla luce dei suoi occhi da Tartara, dai suoi capelli fulgidi,  una luce di comprensione; fai che Päivi a sua volta possa ricavare a sua volta da me la volontà di uscire dalla caverna dell’egoismo dove non giungono i tuoi raggi pieni d’amore. Se in vita mia qualche volta ho fatto del bene, se talora ho venerato debitamente il tuo nume, Mente dell’Universo [2], se ho meritato di te assai o poco, ti prego esaudisci questa preghiera devota”.

Ero un poco ebbro.

Il primo fra tutti gli dèi calava grande, non oscurato da caligine né ombreggiato dalle nuvole dei moscerini; l’aria era calda, ma viva e trasparente; al di là del cespuglio, su un campo di granoturco volavano a gara i passeri frullando rapidamente e tripudiavano altri uccelli contenti; a destra, i cani paravano greggi di pecore intente a brucare l’erba dove andavano e venivano pure grosse oche bianche dai colli stirati, e neri maiali dalle zanne candide e aguzze. In quel tramonto tutto era santo, tutto era sacro. C’erano mito, c’era poesia e c’era amore. I solchi arati spiravano promesse di nascite nuove e i venti esalavano soffi pieni di vita.

Mi sentivo in armonia con la terra, con gli animali pascenti e di guardia, con gli uccelli che li sorvolavano allegramente salutando la luce, con la mia donna che più in là urinava anche lei impastando la terra con il proprio liquido organico, nondimeno era molto dotata di anima, e, mentre sentivo il benessere delle radici nella grande madre di tutti, mi prefiguravo la spinta che  Päivi e io ci saremmo dati a vicenda verso le altezze sublimi dello spirito e della cultura. Ci sarebbe stata non solo una calda unione di corpi ma anche la fusione di due anime che, intimamente unite, sarebbero volate insieme verso il regno della bellezza eterna. Questi sono i momenti epifanici della vita. Ne avrai avuti alcuni anche tu, lettore. Bisogna notarli e farne tesoro.

Avvertenza: il blog contiene due note

 

Note.

 

[1] Cfr. Eneide, I, 712. Si tratta di Didone infelix pesti devota futurae, infelice sacra alla rovina futura.

 

[2] Cicerone nel Somnium Scipionis, chiama il sole"dux et princeps et moderator luminum reliquorum, mens mundi et temperatio ", guida e principe e governatore degli altri astri, mente del cosmo e forza regolatrice ( De Republica, VI, 17).


Bologna 26 febbraio   2026 ore 18, 50

giovanni ghiselli

p. s.

la tragedia del  cuore si Domenico, la tragedia del tram a Milano. Manca la preparazione, manca la scuola a tutti i livelli. Si sta dimenticando perfino la lingua madre.

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La storia di Päivi 6 . La difformità dai luoghi comuni ordinari non è deformità, anzi.



La incoraggiai a parlarmi ancora di sé, a fidarsi.

Le dissi che sentivo tra noi un’empatia alta e profonda: era lei la donna che io, spezzone di essere umano, cercavo da sempre.

Le tradussi in qualche modo in inglese il meglio di quanto avevo pensato sul conto suo da quando l’avevo vista entrare raggiante di spirito.

 Päivi volle mettermi in guardia dicendo di non essere una persona lieta; anzi precisò che era piuttosto infelice poiché si sentiva chiusa nel cerchio dell’io: al pari di un bambino o di un narcisista che vede il mondo e la gente soltanto in relazione ai propri bisogni e desideri.

 “Ecco perché non sono ottimista, come cerchi di essere tu”, disse, “temo che non potrò aprire questa  gabbia e farne uscire la mia libido introversa”.

“Con me puoi renderla estroversa quando vuoi”, sussurrai con un sorriso. Poi aggiunsi: “insieme possiamo dare una spinta al destino. Io l’ho già fatto una volta aiutato da un amico[1]”.

Non ci fece caso e aggiunse che le nostre strutture mentali da un lato si assomigliavano, siccome eravamo entrambi cercatori eterni di qualche cosa, però, d’altra parte, differivano, in quanto lei disperava di uscire dal pozzo cupo del suo egocentrismo, mentre io potevo ancora trovare la felicità che mi aspettavo, e, probabilmente, mi spettava: “tu non sei infelice né sfiduciato” fece guardandomi mentre la osservavo attentissimamente “sei nervoso perché non sai bene quello che vuoi: tu hai solo bisogno di tempo. Devi rafforzare l’Io, la tua parte cosciente, renderla autonoma rispetto all’autoritarismo del Super io e metterla in grado di conquistare e annettersi nuove zone dell’Es. Sei sulla strada giusta, gianni”.

Fiam Ioannes, diventerò quel gianni che prevedi. Ancora in effetti non lo sono abbastanza”.

Il ricordo di quanto mi ha detto questa donna mi ha motivato a fare quanto devo a me stesso anche a costo di sacrifici grandi. Non ho ancora compiuto questa impresa. Voglio completarla prima di morire. Non troppo presto, spero.

 

Mentre continuava a parlare, Päivi mi dava sempre più la sensazione che avevo incontrato una creatura della mia specie spirituale, del mio stampo, della mia levatura qualunque essa fosse. A questo punto avevo notato le sue ripetute dichiarazioni di essere egoista ma non mi smontarono poiché ero sicuro che quella donna avrebbe contribuito a farmi conoscere quanto dovevo al mio destino.

Verso le sei le proposi la gita, per me rituale, a Hortobágy: avrei gradito la presenza di Fulvio, e di un’altra finnica, come nel ’71 quando tutto era filato liscio con Helena, ma l’amico purtroppo non c’era, e dovetti accontentarmi di Bruno e Silvano che stavano invitando due tedesche.

Päivi li definì subito “persone qualunque”, autorizzando la mia radicale diversità dalla gente usuale. Quella ragazza con la forza della sua intelligenza e cultura, come già Fulvio con la sua saggezza nobile e antica, come poi Ifigenia con la  sua potenza sensuale, hanno incoraggiato la mia difformità dalle persone ordinarie, l’arcipelago nebbioso  degli indistinti, gli amorfi che ripetono e praticano i luoghi comuni.

 

Le righe seguenti possono non essere lette poiché non fanno parte di questa storia.

 Faccio qualche esempio di mia difformità dagli usuali, o, secondo i malevoli, deformità rispetto a quelli “normali”. Io comunque ne vado fiero.

Una volta si “doveva” fumare, o ci si “doveva” sposare; ora si “deve” avere il telefonino e ci si “deve” far credere ricchi, importanti, di grande conto, peso, cultura, carriera.

Grande scrittore, gran bacalare, gran professore.

Io non ho mai fumato uno spinello né una sigaretta, non ho mai voluto e non voglio il telefonino, baso gran parte dellemie spese sulla pensione di insegnante, pago tutte le tasse dovute e non mi lesino niente. Certo non i libri, i film e il teatro.

Semplicemente non spreco.

"Non esse emacem vectigal est"[2]

 Quando un ex boss dell’edilizia pesarese mi offrì molto denaro per della terra  che, data in affitto a un coltivatore diretto, mi rende poco ma viene coltivata bene, lo rifiutai.

Mi pregio di nominarmi “il poverello di Pesaro”, il mendicante della bellezza, l’accattone degli affetti e così via. Mi ripugna la gente che sfoggia il denaro e ancora di più quelli che fingono, risibilmente, di averlo. Mi disgusta ogni forma di affettazione. Trovo disgustoso chi va in televisione o altrove mettendo in mostra i propri libri e dicendo o facendo dire “comprateli!”. In passato ne ho prodotti e pure venduti bene con Loffredo e Cappelli, ma ora, da persona matura e meglio cosciente, dico: non comprateli, ho tutto nel computer, li ho resi più belli da allora e ve li mando gratis attraverso la posta elettronica. Mi sembra più elegante, degno di me e del mio comunismo aristocratico.

Anzi, cito un poeta addirittura fascista con il quale condivido senz’altro l’amore per la cultura e l’odio per l’usura:

 

For I am homesick after my own kind

And ordinary people touch me not.

And I am homesick

After my own kind that know, and feel

And have some breath for beauty and the arts (Ezra Pound, In Durance, 1907)

 

 

[1] Si tratta, naturalmente, di Fulvio.

 

[2] Cicerone Paradoxa Stoicorum (VI, 51), non essere consumisti è una rendita.

giovanni ghiselli

 

Bologna 26  febbraio 2026 ore 918, 36 giovanni ghiselli

 

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