martedì 29 settembre 2026

Ifigenia CXLIII. L’imperversare dello squilibrio. “Donna, mistero senza fine bello!”


Come Dio volle, arrivò l'ora di cena. Per fortuna la cameriera della colazione

non c'era. Oltretutto in effetti non era un granché.

Non avevo più alcuna voglia di vedere la mia compagna in quello stato pieno di furia o di lagna: mi faceva pena e mi dava fastidio. Il quesito dilemmatico era se, dopo mangiato, era meglio chiederle di fare

l'amore con estrema cautela, o non proporglielo affatto.

Nisi caste, saltem caute  pensai mentre la osservavo con sguardo che voleva essere mite.

Temevo che se avessi fatto una proposta erotica, probabilmente

avrei provocato un'altra commedia di dolore o una scenata della furente.

-Come osi, dopo quanto hai detto? Senza contare quello che

avresti fatto se non fossi fuggita lontana da quel precipizio! Appena in

tempo!”-

"No, no, per carità – pensai –, è meglio stare zitti!". Tempus tacendi.

Parlava lei traendo profondi sospiri dal'imo petto. Diceva che tra

noi due infelicissimi, si erano alzate barriere di incomprensione

alte, fredde e scoscese più degli algidi monti che incoronano la valle di

Fassa.

Era più istriona e barocca del solito. Sfoderava pose e

accenti melodrammatici inconsueti pure per lei, avida di esibire se

stessa. Sentivo che qualche cosa non funzionava nella sua mente turbata,

e le rispondevo in maniera generica, come faccio con Stefania, la

vecchia amica demente, quando ha le crisi nervose:"Eh sì,

purtroppo sì. Sembra anche a me".

Dicevo che se tra noi non andava bene come una volta, la colpa

non era sua né mia: era tutta  del fato.

"La divinità infatti è invidiosa e turbolenta-citavo-, l'uomo è soltanto vicissitudine 23, e ciò che proviene dal cielo non è consentito stornarlo".

Recitavo anche io.

Non volevo più litigare né discutere con lei che, secondo le mie previsioni, per quel giorno non avrebbe riacquistato il controllo del cavallo pazzo, che la trascinava indietro verso un passato doloroso e spaventoso.

Finita la cena, ci alzammo per avviarci verso le camere. Salimmo

in silenzio le rampe comuni, finché arrivammo dove le strade

nostre si dividevano:"Hic locus est, partis ubi se via findit in

ambas"24,  pensai. Lì ci fermammo in silenzio. Aspettavo che

dicesse qualche parola convenzionale come "buona notte".

Ed ecco che invece mi chiese:"Vuoi che facciamo l'amore?"

"Io sì – feci, piacevolmente stupito –, e tu?"

La fanciulla, invece di rispondere, si mise a fissarmi in

silenzio.

"Le orecchie, quantunque non sia una lince, sono piuttosto

aguzze " pensai, evitando di muovermi, come è d’uopo fare con gli

animali  strani e bizzarri. Anche belli magari, come appunto i felini sempre pronti però a sfoderare le unghie, perfino i carinissimi gatti piccini. Non volevo decidere io; ero quasi sicuro che se

mi fossi incamminato da una parte o dall'altra, ella si sarebbe

sdegnata; forse mi avrebbe dato una rapida unghiata.

Nessuno dei due si spostava. Dopo un tempo non breve,

Ifigenia disse:"Viemmi vicino: ho tanto bisogno di te,

Gianni.". Mi avvicinai senza arrivare a toccarla. Mi abbracciò lei,

poi mi baciò. Non trovò opposizione né una partecipazione

entusiasta. Il fatto è che avevo paura come se fossi stato afferrato da una pantera.

Ella affermò:"Il mondo è proprio cattivo, ma io ti amo tanto".

Poi scostò il suo volto dal mio e riprese a fissarmi.

"Facciamo finta di niente", pensai. A questo punto però sembrava

auspicare e aspettare una proposta.

Azzardai:"Vieni cocca, andiamo in camera mia".

Non rispose; continuava a puntarmi. Allora, con cautela, le presi la

mano sinistra e sussurrai:"Vieni tesoro, andiamo". Poi cominciai a

guidarla, a tirarla pianino pianino, facendo piccoli passi. Cercavo

di comportarmi con fermezza, ma anche con tutti i riguardi di cui

hanno bisogno tali creature finite in balìa della furia.

 

Un breve excursus. Potete saltarlo se vi annoia.

Ho imparato dalla coetanea Stefania. Una volta, nei primi anni

Settanta, quando ero giovane e non sapevo trattarla, diede in escandescenze in

piazza Garibaldi, l'ombelico di Padova, soltanto perché le avevo

detto che I diavoli, un film di Ken Russel, mi era piaciuto.

"Sei un comunista e un maiale!" gridò nell'agorà centrale affollata, piazza Garibaldi, alle sette di sera. Poi mi colpì con un ombrello, in mezzo alla testa,

facendomi male. Quindi fuggì, lasciandomi semi intontito in


mezzo alla gente esterrefatta. Qualcuno cercò di prestarmi soccorso.

Un' ora più tardi  l’amica matta venne a casa mia pentita: si scusò dicendo che la colpa era stata non sua ma di mestruazioni tremende. "Sì, e di quel cavallo tutto nero, peloso e furibondo", pensai.

E della mimesi materna, aggiungo ora. Falcia l'autonomia delle

donne. Le femmine rimangono appendici delle madri, i maschi dei

padri, quando ce l'hanno, e pochissimi crescono fino a diventare

persone indipendenti dai genitori: maximum scelus, maternus (vel

paternus) amor est26

 

Stephen Dedadalus nel  IX episodio dell’Ulisse di Joyce- Scilla e Cariddi La biblioteca-, sentenzia: “ il padre è un male necessario A father is a necessary evil ;  poi aggiunge Paternity may be a legal fiction  la paternità  magari è una finzione legale

Stefania durante uno dei suoi intervalla insaniae mi disse: “tu sei un antipadre”.

Päivi me lo confermò abortendo la nostra bambina. Da allora mi sono  care le ragazze madri e le loro creature che talora diventano  persone speciali. Gesù il Cristo in primis.

 

Un'altra volta  Ifigenia mi vide assumere con l’amica coetanea dalla pazzia  intermittente l'atteggiamento di riprovazione calma e  risoluta che presento alla vista dei commedianti irragionevoli:  Stefania si lasciò disarmare, e da furibonda divenne prima lamentosa, quindi benigna al punto da offrici il suo appartamento e da andare a dormire dalla mamma, a Venezia, per lasciarcelo tutto.

Furente divenuta gentile.

Non dico che i maschi sono migliori, anzi. Hanno piuttosto

la debolezza di sottostare alla tirannide  dei costumi  diffusi, anche quelli pessimi:  per esempio devono sfoggiare la propria forza virile perfino  con prestazioni  mercenarie atteggiandosi a giovani leoni,  fino a quando  rinunciano a ogni interesse tranne quello per il tristissimo gioco delle carte.  Tutti dovremmo liberarci da questi ceppi e afferrare la briglia del cavallo nero della nostra biga mentale: ne acquisteremmo energia e disciplina.

Quando, uscita Stefania, ci trovammo soli, Ifigenia scoppiò a

ridere per la commedia cui avevamo assistito, come se tali follie

non fossero state un pericolo serio anche per noi due.

"Hai fatto finta di niente mentre la pazza infuriava, vero?", mi

domandò. Le spiegai che con i matti bisogna mostrare una calma

forte e sicura di sé.

Fine della digressione comparativa

 

Ebbene questa necessità si presentava di nuovo

a Moena, la sera dell'otto marzo, festa della donna del 1981, quando nella mia compagna vedevo sintomi di turbamento mentale , e facevo di tutto per evitare uno scontro. Pensavo che non fosse utile chiederle un chiarimento dei suoi stati d'animo, poiché

probabilmente non ne aveva coscienza; del resto se pure l'avesse

avuta non avrebbe saputo spiegarla, e anche se l' avesse saputo,

non lo avrebbe fatto, siccome non si fidava di me. Nemmeno di sè

stessa si fidava questa nuova Desdemona, la disgraziata dal demone sinistro.

 

Comunque, giunti in camera, facemmo l'amore tre

volte, e abbastanza di gusto. Io l'avrei iterato ancora, poiché

trovavo in qualche modo eccitante quell'intermittenza mentale,

quel barbaglio  lampeggiante della sua coscienza ; ma la

fanciulla divenne pazza di nuovo, come Geronimo27,  e questa volta troppo matta per proseguire.

Dopo il terzo orgasmo sembrava allegra e compiaciuta; io già

molto contento di quel risultato, quasi stropicciandomi le mani

dalla contentezza, andai nel bagno a lavarmi, per continuare a

battere il ferro caldo come si dice e tornando verso il talamo cantavo:” Nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno Moena cui può separare”, ma interruppi la giuliva canzone d’amore come vidi che  piangeva a dirotto bagnando il letto di lacrime.

Le domandai:"Cosa c'è tesoro?". Non rispose. Le chiesi se potessi

aiutarla. Disse che nessuno poteva fare nulla per lei, infelice,

svuotata, forse anche malata nel corpo.

"Ho capito: allora vestiamoci subito; ti accompagno in camera,

così ti riposi", dissi con tono pacato, guardandola negli occhi

senza ironia né incertezza. Con le donne in crisi è necessario

comportarsi così; gli uomini che invece di prendere le briglie del

cavallo pazzo si lasciano calpestare, oppure montano in furia, si

meritano le zoccolate che ricevono in faccia.

Ifigenia saliva i gradini con passi di enorme stanchezza.

Sembrava che andasse a morire. La salutai, poi tornai in camera

mia, assai contento di dormire da solo.

 

Avvertenza: il blog contiene  4 note e il greco non traslitterato

Note

23

Cfr. Erodoto, Storie, I, 32 pa'n ejsti a[nqrwpo" sumforhv

24

Virgilio, Eneide, VI, 540.  Questo è un luogo dove la via si scinde in due.

 

26

Il crimine più grande contro se stessi è imitare i genitori per tutta la vita,

traduzione libera. Cfr. Seneca:"maximum Thebis scelus/maternus amor est”,

Oedipus, vv. 627-628,  il delitto più grande a Tebe è l'amore della madre.


27" Hieronymo's mad again” ( T. S. Eliot, The waste land, v. 437 citato da La tragedia spagnola (1586) di Thomas Kid.

 

Pesaro 29 settembre 2026 ore 20, 53 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time3227724

Today2744

Yesterday5290

This month256356

Last month307804

 


Ifigenia CXLII. Il disincanto a Moena e il recupero di oggi.


La mattina mi svegliai di pessimo umore. Il sole non c'era. Pensai

subito male. "Ieri ho dovuto pregarla perché non mi lasciasse

subito, oggi stesso, otto marzo, giornata della donna.

L'ho convinta solo del fatto che troppo presto non le conviene.

L'ho indotta a pensare che rischia un punteggio mediocre se mi pianta prima dell'esame di recitazione. Mi ha concesso tre, quattro

mesi di proroga dunque, la brava ragazza che per Capodanno volle

brindare all'eternità del nostro amore! Ciarlatana! Ma se crede di

sfruttarmi, di inghiottire il poco sangue che mi rimane dopo averne succhiato gran parte  senza darmi in cambio niente, o nient'altro che i suoi baci da Giuda, si sbaglia! Ha già lucrato molto dandomi la sua bellezza effimera soggetta al divenire, momentanea e apparente con la mia reale, connessa all’essere.

 La provocherò, la spingerò a manifestare le sue

zone estreme: le sublimi e le infime, le oscene e le sante, per

metterle nella mia storia e renderla più interessante. Te la faccio

vedere io l'otto marzo, la giornata della donna! Tu sei una

femmina dissoluta, calcolatrice e pessima, piena di intenzioni malvagie!

Ti tratterò come fa Mastroianni  nel film

in Otto e mezzo di Fellini  quando dice  a Sandra Milo: ‘Ci vuole un trucco più da porca! Fai la faccia da porca! Cammina molleggiando sui fianconi!’.

Dopo due anni e mezzo che mi sfrutti impudicamente, che mi hai

isolato per mungermi con mia consunzione quasi totale, adesso ti

accorgi che c'è poco altro da spremere e che ti conviene cercartene

uno più utile, più funzionale alla tua agognata carriera da istriona.

Ora vuole macellarmi la guitta, la mima volgare. Ma io non sono

una mucca né un castrone da mattatoio: saprò capovolgere contro di te la tua

intenzione. Ti provocherò, ti punzecchierò, ti squarcerò

fino a farti rovesciare tutto il pantano melmoso che hai dentro. E su quella

sanie, sul tuo dorso di belva costruirò la  storia di un amore fallito

rappresentativo di questa età malvagia e superba, nemica della

virtù” 20.

Lo sbudellamento davanti al fuoco mi aveva riempito l'anima di

tali sentimenti cattivi. Ci incontrammo nella sala

della colazione. Per provocarla subito, le feci notare che la

cameriera era bella, bellissima, una meraviglia di donna: non avevo mai visto una delizia siffatta.

Reagì soltanto dicendo: “non mi piace" e simulando indifferenza.

Salimmo al rifugio Le cune , sperando che il sole rompesse le

nubi, ma non eravamo degni della sua presenza lieta, e rimase

nascosto fino a sera. Eravamo cattivi e meschini. Uno peggiore dell’altra. Lo vedevamo volare stanco e infreddolito anche lui. Non osai chiedere niente al dio corrucciato. A metà giornata ci sedemmo su una panchina di ferro posta non lontana dal ciglio di una voragine aperta verso nord est. Si vedeva la Marmolada, la regina delle Dolomiti mi spiegava la zia Giulia, ma  se le chiedevo di portarmi a camminare su quella distesa bianca che mi affascinava, ella rispondeva che era piena di crepacci associando questa parola minacciosa  a un verbo assonante che doveva spaventarmi. “Sulla Marmolada sono crepati tanti anche esperti di montagne e ghiacciai, bambino imprudente perfino nei sogni irrealizzabili che fai!”.

“Anche con certe amanti si crepa, magari dopo avere goduto assai”, pensavo quella mattina. Non ero più un bambino e non mi facevo tante illusioni. Una volta vedevo il tutto nel niente, oramai trovavo il niente nel tutto. Il mio disincanto era totale.

 Eravamo cupi e imbronciati. Parlavamo di nuovo della nostra situazione

infelice aggirandoci attorno ai soliti temi: perversioni, tradimenti,

emozioni cattive, e così via. Cercavo di provocarla perché  dicesse qualcosa di nuovo, onde scriverlo tra gli appunti del capolavoro prossimo; ma

quella eludeva le domande, replicando con i luoghi comuni che

avevamo codificato insieme negli ultimi tempi a proposito del

nostro connubio corrotto.

Ad un tratto però, quasi senza volere, riuscii a colpirla in una

debolezza essenziale, una zona critica e già vulnerata dell'anima, una

ferita  che, appena sfiorata, la faceva dubitare perfino della sua

identità. Dissi soltanto:"Ifigenia, sei più bella, giovane e

affascinante adesso di quando ti ho conosciuta".

Tutto qui. Ma quella, cadutale la maschera di indifferenza con cui si era protetta fino allora, mi guardò con un'espressione di terrore e di odio, poi

disse:"Io non cerco nessuna consolazione del fatto che non sono più

tanto giovane quanto le ventenni delle quali senti bisogno tu per

eccitare i tuoi nervi mal protesi e  stremati".

Quindi si alzò e si avvicinò al ciglio del precipizio.

Avevo fatto come la Medea di Seneca, quando con lucida follia trova il punto debole del traditore Giasone. La madre dolorosa e furente ha visto come può colpire il marito fellone e dice fra sé:"sic natos amat?/Bene est, tenetur, vulneri patuit locus" (549-550), ama così i figli? Va bene, ce l'ho in pugno, si è aperto un varco per la ferita.

Dopo essermi congratulato di  tale riuso del maestro di Nerone, provai compassione della debolezza di Ifigenia e mi alzai per andare ad accarezzarla, a dirle che se soltanto mi avesse voluto, non avrei desiderato altro.

Ma non potei farlo. Prima che arrivassi a toccarla, ella scappò nel rifugio.

Rimasi fermo dov’ero per qualche minuto. Poi la seguii adagio. La raggiunsi. Piangeva. Le domandai perché.

"Ho creduto che tu volessi ammazzarmi buttandomi giù", rispose.

La guardai costernato. Non potevo spiegarle più niente. Dissi

soltanto:"Ma va' ". Per tutto il giorno non riacquistò la ragione. Il

precipizio l'aveva dentro di sé la ragazza. Come Edipo ha dentro di sé il burrone dove butta la Sfinge nel mito da cui Sofocle ha tratto il più grande capolavoro della letteratura europea. Mi aiutava a vivere mentre lo traducevo e commentavo. Chiarisce e rafforza la vita come nessun altro libro.

Ifigenia dunque era in bilico sul proprio inconscio, un baratro terrificante; oppure era in balia del cavallo nero, contorto e massiccio, peloso fino alle orecchie, come quello appetitivo e maligno della biga platonica 22 .

Desiderava proprio le cose che io non avevo: fama, successo e ricchezza.

Lei  aveva un'angoscia cieca e regressiva. L'avevo

scatenata con un' osservazione tutt'altro che atroce, eppure

insopportabile per la sua debolezza. A meno che facesse una delle sue scene per esercitarsi. Nessuna malizia poteva essere esclusa. Da parte sua e pure mia.

Comunque fino a sera non fu possibile dirle una sola parola senza insospettirla e farla piagnucolare, o addirittura infuriare.

Avvertenza: il blog contiene 3 note

 

Note

20

Cfr. G. Leopardi, Il pensiero dominante, 59 e sgg.

21

Cfr. F. Nietzsche, Il caso Wagner, trad. it. Mondadori, Milano, 1975,  capitolo 12

 

22

Cfr. Platone, Fedro, 253e.


 

 

Pesaro 29 settembre 2026 ore 18, 41 giovanni ghiselli.

p. s.

Ho imparato a cavarmela bene da solo. Le amanti, le amiche e gli amici sono spariti. Traggo vitalità da quanto scrivo e da quanti mi leggono e scrivono. Le altre e gli altri non ci sono più. Oggi sul mezzogiorni mi sono sentito miracolosamente chiamare in via Branca, la più passeggiata di Pesaro dopo via Rossini. Era un compagno di quarta elementare. Abbiamo ricordato il nostro maestro Gasperi defunto da anni. Per me è ancora vivo: faceva girare in tutte le classi del Carducci i miei temi con l’elogio del mio stile.

Contento di questo ricordo sono andato a Fano in bicicletta passando non sul lungo mare bensì attraversando il colle Ardizio e non per la facile “Bettola” la panoramica di questo colle ma attraverso una salita ripida che parte da fosso Seiore e sbuca a Fenile. Di qui a Fano, il Fanum fortunae,  dove sono andato a rivedere il percorso della campestre gareggiata in seconda liceo facendo un figurone. Lì c’è una fonte dove vado ad attingere l’acqua per la borraccia. Acqua che brilla e squilla ricordandomi i successi.

E’ un diario questo? No è una raccolta di esempi che voglio dare ai giovani per dissuaderli dall’ uscire armati di coltelli pronti a ferire o se preferite a fedire.

 

Statistiche del blog

All time3227036

Today2056

Yesterday5290

This month255668

Last month307804