Nel film di
Pasolini Chirone, ancora Centauro bimembre e mitico dice a Giasone tredicenne: “Tutto è
santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura,
ragazzo mio, tientilo bene in mente…Eh sì, tutto è santo, ma la santità è
insieme una maledizione. Gli dei che amano-nel tempo stesso-odiano”
(v.
5)
Pasolini nel suo film usa la parola “pelle”
per indicare il vello d’oro, come nella tragedia di Euripide pavgcruson devra~ (v. 5).
Nelle Argonautiche di Apollonio invece il vello d’oro è cruvseion kw`a~ (v. 4).
Pelia
dice al nipote: “Esiste un segno della perennità del potere e dell’ordine,
questo segno è la pelle d’oro di un caprone divino, essa si trova in una terra
lontana, oltre il mare, dove nessuno è mai stato. Se tu porterai nella nostra
città quella pelle d’oro io te lo restituirò, il tuo regno”. Forse pelle invece di vello vuole indicare le
vite umane sacrificate per il potere e dal potere.
Il potere è malvagio e pefido: quando
riceve il vello d’oro Pelia dice a Giasone: “penso che oggi dovrai fare
un’esperienza inaspettata: comprendere che i re non sempre sono obbligati a
mantenere le loro promesse” (scena 59).
“Giasone si
spoglia, e nasconde la sua pretesa e la sua incertezza dietro un sorriso di
ragazzino, fiero della propria virilità. Medea lo guarda incantata, e perduta
in lui. E’ un vero, completo amore ecc. In questo momento a prevalere è la
virilità di Giasone. Medea ha perso la
propria atonia di bestia disorientata: nell’amore trova, di colpo
(umanizzandosi) un sostituto della religiosità perduta; nell’esperienza
sessuale ritrova il perduto rapporto sacrale con la realtà”.
Nella scena
79 Giasone dice a Medea: “E’ ora che tu
ti convinca infine, chiaramente, che io devo soltanto a me stesso la buona
riuscita delle mie imprese. Anche se tu non vorrai riconoscere che, se hai
fatto qualcosa per me, lo hai fatto solo per amore del mio corpo”.
Pasolini
mette in grande risalto il corpo e la corporeità di Giasone.
Pasolini nel “trattamento” del suo film
evidenzia gli sguardi che si scambiano Giasone e Medea senza parlare: “Egli
avanza, lento, senza fretta, fin sotto l’albero: e guarda fisso Medea. La sua
ironia (carezzevole) sembra volerla spogliare, e non solo materialmente:
esprimendo qualcosa che a lei sfugge, e che pure ls determina”.
Pasolini nel
suo film evidenzia la diversità tra il sapere dei Greci civilizzati e la
sapienza di Medea. Un’ancella le dice: “Ma forse, se tu volessi, tu potresti
ricordarti del tuo Dio…”
E Medea risponde: “…Forse hai ragione. Sono
diventata un vaso pieno di un sapere non mio” (scena 62 D).
Più avanti
Creonte le dice: “ E’ noto a tutti in questa città che, come barbara venuta da
una terra straniera, sei molto esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi:
perciò non ti vogliamo tra noi”.
A queste
parole Medea replica: “Invece è così povera questa mia sapienza” (scena 66).
Il culto del
sole
Il sole è, come sappiamo, anche il nonno
paterno di Medea ed è un personaggio,
nemmeno muto, del film di Pasolini. Vediamo come ne interpreta il sorgere e il
tramontare il regista nel “trattamento”:
“Il sole, calando, prefigura la discesa nel Regno dei morti, e, risorgendo,
prefigura la resurrezione: inoltre esso crea il ritmo temporale, e la
sacralizzazione del tempo, su cui è fondato il mondo contadino, ecc. Il sole è
insieme il Dio della Fecondazione e della Morte”.
Pasolini mostra anche la luna nel suo
film (scena 96):, immediatamente di seguito al tramonto del sole “Il sole sta
tramontando: il suo disco splende, molle, in fondo al dolce orizzonte lagunare,
in fondo a pioppeti e vigneti. E, straordinario, dall’altra parte del cielo,
sorge, azzurrino-argentea la falce sottile della luna. Il sole e la luna sono
dunque congiunti, come nelle tavolette sacre, nei simboli. E’ per essi che
l’uomo ha potuto crearsi il senso del tempo, coi suoi ritorni (il nascere e il
tramontare; il calare e il crescere). E’ per essi che l’uomo ha potuto
convincersi della resurrezione (perché ogni sole cala nel buio-nel regno dei
Morti- poi rinasce. E così la luna). Tutto ciò costituisce la Scienza di Medea, che
rendeva giusta e necessaria la sua presenza nel mondo. Ora essa ha smarrito
questa scienza, come una bestia strappata al suo pascolo, che non si orizzonta
più. Guarda il Sole, guarda la
Luna” (p. 505).
Interpretazione
pragmatica p. 292
La lettura pasoliniana del dramma di Euripide
risulta oltre tutto molto attuale in un'epoca di conflitto tra
culture diverse.
In un'intervista
Pasolini dichiarò di aver voluto mettere in evidenza
il contrasto tra la cultura pragmatica di Giasone e quella
arcaica e ieratica
di Medea:" Ho riprodotto in Medea tutti i temi dei film precedenti...Quanto alla
pièce
di Euripide, mi sono semplicemente limitato a qualche citazione...Medea
è il confronto dell'universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di
Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l'eroe attuale (la mens
momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico, ma neppure si
pone ancora questioni del genere. E' il "tecnico" abulico, la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo...Confrontato
all'altra civiltà, alla razza dello "spirito", fa scattare una
tragedia spaventosa. L'intero dramma poggia su questa reciproca
contrapposizione di due "culture", sull'irrudicibilità reciproca
delle due civiltà...potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo
Mondo, di un popolo africano, ad esempio". Agli studenti si devono
delle spiegazioni. Una si può ricavare da un altro lavoro di Pasolini, gli Scritti
corsari :" L'interpretazione puramente pragmatica (senza Carità)
delle azione umane deriva dunque in conclusione da questa assenza di
cultura: o perlomeno da questa cultura puramente formale e pratica".
Qui l'autore parla del vuoto di Carità dell'Italia degli
anni Settanta. Ma riferiamolo alla Medea di Euripide. Il pragmatismo
di Giasone si manifesta chiaramente quando il seduttore dichiara a Medea di
avere voluto cambiare donna, prendendo la principessa di Corinto non perché
odiasse la madre dei suoi figli, o perché ne volesse altri, ma per la cosa più
importante: vivere bene, lui con la famiglia, o le famiglie, e senza
restrizioni (wJ"
, to; men; mevgiston, oijkoi''men kalw'"-kai; mh; spanizoivmeqa) sapendo con certezza che il povero ogni
amico lo tiene fuori dai piedi. (vv.
559-560).
Egli insomma "dra'/ ta; sumforwvtata " (v. 876) fa quello che è più utile, come
riconosce Medea, quando finge di sottomettersi beffeggiandolo. Bisogna pure
chiarire che la Medea
di Euripide impiega, strumentalmente, questa cultura dell'utile che la rende
infelice, quando blandisce Creonte per ottenere un giorno di permanenza a
Corinto onde compiere la sua terribile vendetta: credi che avrei blandito
costui, chiede alla corifea, se non per guadagnarci qualcosa o per tramare?
(vv. 368-369).
Si può chiamare in causa e inserire in questa categoria
dell'utile anche la Poppea
Sabina di Tacito: unde utilitas ostenderetur, illuc libidinem transferebat (Annales, XIII, 45), dove si presentasse l'utile, là
volgeva la libidine. Si pensi a tante tra le persone che appaiono nelle
trasmissioni televisive.
Per
contrasto si può indicare un'altra Medea, una donna innocente e calunniata
dalla spietatezza del potere, quella di Christa Wolf, una Medea che non
ha ammazzato il fratello, non ha ucciso i figli, e non sa
mentire:"Purtroppo sono sola e disperata. Perché tutto è così evidente,
così facilmente divinabile. Perché non gliene importa nulla. Perché riescono a
guardarmi negli occhi con faccia di bronzo mentre mentono, mentono, mentono.
Non riuscire a mentire è un grave impedimento. Mi viene in mente il nostro
gioco infantile, fratello, volevamo imparare a mentire. Chi di noi riusciva ad
ammannire alla madre o al padre una determinata bugia in modo talmente schietto
che essi ci credessero, aveva vinto. Il più delle volte venivamo mandati via
tra le risate, nessuno dei due era particolarmente versato in quel gioco.
Questi invece, Apsirto, sono maestri nel mentire, anche nel mentirsi. Fin dal
principio mi sono meravigliata per l'ispessimento dei loro corpi. Perché non
sentivo nulla, quando mettevo loro la mano sulla nuca, sul braccio, sul ventre,
nessun fluire, nessuno scorrere. Nient'altro che durezza. Quanto tempo mi ci è
voluto per sciogliere quella durezza, com'erano riluttanti, come si
difendevano. Come si difendevano dalla compassione".
La cultura ieratica e arcaica della Medea di
Euripide si vede nel fatto che nonostante il tradimento di Giasone, ella
continua a credere nei giuramenti e
negli déi: fa
giurare Egeo sulla Terra e sul Sole, il padre di
suo padre (vv. 746
747) e invoca: " w\ Zeu' Divkh
te Zhno;;;" JHlivou te
fw'" "(v.
764),
oh Zeus e Giustizia
di Zeus e luce del Sole.
E' una delle poche
battute del dramma di Euripide utilizzata, e più volte, da Pasolini nel suo
film.
A proposito della diversità delle culture si può ricordare
che già Franz Grillparzer nella sua Medea
mette in rilievo "la storia di una terribile difficoltà o
impossibilità di intendersi fra civiltà diverse, un monito tragicamente attuale
su come sia difficile, per uno straniero, cessare veramente di esserlo per gli
altri".
Federico Fellini che ha tratto un film dal Satyricon
di Petronio verso la fine degli anni sessanta indica in un suo scritto la
motivazione che può avere avuto per
questo lavoro, un'indicazione utile per l'insegnante che deve motivare lo
studente:"Potrei dire che la
Roma della decadenza rassomiglia molto al nostro mondo d'oggi,
con questa smania buia di godere la vita, la stessa violenza, la stessa
vacanza di principi, la stessa disperazione, la stessa fatuità. Potrei dire
che gli eroi del Satyricon, Encolpio e Ascilto, rassomigliano molto
agli hippies, come loro ubbidiscono unicamente al proprio corpo, cercano
una nuova dimensione nella droga, rifiutano i problemi. Potrei dirlo, e
magari rischierei di avere ragione. Ma tutte queste spiegazioni più o meno
convincenti, in fondo contano poco. L'importante è che nel fare questo film mi
riscopro dentro un piacere, un fervore gioioso che temevo perduti. Mi pare di sentire
che la mia voglia di fare cinema non si è esaurita".
A proposito di questa connessione romanzo-cinema sentiamo
ancora E. Morin:"anche il
romanzo così come il cinema ci offrono ciò che è invisibile alle scienze umane.
Esse occultano o dissolvono i caratteri esistenziali, soggettivi, affettivi,
dell'essere umano, che vive le sue passioni, i suoi amori, i suoi odii, i suoi
coinvolgimenti, i suoi deliri, le sue gioie, le sue infelicità, con fortuna,
sfortuna, imbrogli, tradimenti, casi, destino, fatalità. Sono il romanzo e il
cinema a farci vedere la relazione dell'essere umano con gli altri, con la
società, con il mondo…E il miracolo di
un grande romanzo, come di un grande film, è che immergendosi nella singolarità
dei destini, localizzati nel tempo e nello spazio, rivela l'universalità della
condizione umana.
Così, il ritratto di un uomo di mondo, nel ristretto
perimetro del quartiere Saint-Germain, diviene, nel romanzo À la recherche
du temps perdu, un microcosmo della profondità della condizione umana…La
complessità delle relazioni del soggetto con gli altri, le instabilità dell'
"io" sono state mostrate con
forza da Dostoevskij".
Attraverso questi autori, sui quali torneremo più volte,
l'adolescente acquista strumenti per scandagliare le profondità della sua
anima:"Scuola della scoperta di sé, in cui l'adolescente può riconoscere
la sua vita soggettiva attraverso quella dei personaggi di romanzi o di film…E'
spesso caratteristico di queste opere…ciò che con parole straordinarie Eraclito
dice della Pizia di Delfi:"Non afferma, non nasconde, ma suggerisce".
Com'è bello favorire tali scoperte!".
Se si fa questa citazione, anche in un ginnasio, è
possibile ed è meglio usare direttamente il testo greco:"oJ a[nax, ou| to; mantei'ovn
ejsti to; ejn Delfoi'" , ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei", il signore di cui c'è l'oracolo a Delfi, non
dice e non nasconde ma significa. Partendo
da questo shmaivnei
eracliteo si può
aprire un discorso sulla "dimensione infinita della significazione" con riguardo agli innumerevoli echi e ai rinvii che un
testo può suscitare. Del resto, per quanto riguarda la scoperta di sé, c'è un
altro frammento di Eraclito più calzante:" ejdizhsavmhn ejmewutovn" (126 D.), ho indagato me stesso.
Nel film di
Pasolini appare prima il centauro, quale educatore di Giasone bambino, poi lo
stesso attore appare come “un uomo, un semplice uomo, che ha perso le sue forme
favolose. Questo fatale approdo alla razionalità e al realismo, implica una
svolta rispetto all’educazione data dal Centauro bimembre al giovane Giasone
che comincia a razionalizzare e a sconsacrare quindi, tutto ciò che aveva dato
prima come ontologico e sacro”.
Ancora
Pasolini: “La parte “negativa” del razionalismo del Centauro è compiuta: gli
dei sono fole, i culti follie, ecc. E’ solo la civiltà agricola che li ha
inventati ecc. Adesso occorre sostituire qualcosa alla metafisica; questo
qualcosa è il successo terreno. Il successo si ottiene attraverso lo
scetticismo e la tecnica.
Il Centauro
ha subìto una ulteriore trasformazione in tecnico: le sue case sono diventate
una officina, in cui ai suoi ordini lavorano gli operai. Sono pronte le armi.
Giasone, prima di tutto, dovrà riconquistare il suo posto di Re, che gli spetta
di diritto: è la sua prima conquista mondana”.
Il mitico Centauro, una volta desacralizzato, è
assimilabile a Prometeo, il Titano che
rivendica l’invenzione delle tecniche: “ tutte le tecniche ai
mortali derivano da Prometeo” (v. 507).
Le tecniche
tendono a uno scopo pratico e non allargano la conoscenza del mondo: la
tecnica “funziona” ma non svela la verità, come nota Galimberti.
Lo stesso Prometeo di Eschilo
denuncia il limite teoretico delle tecniche: ammette di avere tolto agli uomini
la capacità di prevedere il destino (v. 248) e riconosce di avere infuso in
loro cieche speranze (v. 250).
i Calcoli di Giasone.
I calcoli sbagliati di Giasone vengono rilevati dal
secondo Chirone (quello non bimembre) che dalla scena 11 sostituisce il
Centauro del quale dice: “Esso non parla, naturalmente, perché la sua logica è
così diversa dalla nostra, che non si potrebbe intendere…Ma posso parlare io,
per lui. E’ sotto il suo segno che tu-al di fuori dei tuoi calcoli e della tua
interpretazione-in realtà ami Medea”.
Giasone ribatte: “Io amo Medea?
E Chirone: “Sì. E inoltre hai pietà di lei, e
comprendi la sua…catastrofe spirituale, il suo disorientamento di donna antica
in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto…la poverina ha avuto
una conversione alla rovescia, e non si è più ripresa…”
Questo è discutibile a parer
mio.
.
Medea vive
un conflitto interiore lancinante: ella infatti continua ad amare i suoi
bambini. Tuttavia d’altra parte “deve” ucciderli. Pasolini nel suo film mette
in evidenza il lato buono della madre mostrando Medea mentre si prende cura dei
figli lavandoli amorevolmente.
Pasolini nel trattamento del suo film assegna
alla Callas un “sorriso che è come una piaga che le taglia a metà il volto”
katovptrw/ (1161): Pasolini nel suo film mostra il volto della
ragazza fidanzata di Giasone riflesso da
uno specchio che lo deforma dopo che ha preso i doni letali mandati da Medea:
“Si fissa. Si siede. Si guarda a lungo. Poi i suoi occhi si perdono altrove,
nel vuoto. Qualcosa di orribile sta succedendo. Ha il pallore della
nevrosi-della ragazza che ha fatto della vita un nodo atroce di colpe e di
doveri, a cui non sa far fronte. Uno sgomento infantile, invincibile le appanna
gli occhi, la segna con precoci occhiaie”.
Pasolini
evidenzia il conflitto interiore di Medea mostrando la madre che lava e culla i
figli con amore prima di ucciderli: “Ora Medea prende il bambino più piccolo in
braccio, e si siede su una sedia, dal lungo schienale basso: il bambino è quasi
disteso sopra di lei, come un uomo nell’atto di fare l’amore. Medea lo culla.
Per terra, accanto alla sedia, si vede brillare un coltello…Con lo stesso ritmo
pacato e quasi soave, Medea prepara così anche il secondo figlio ad andare a
letto; lo sveste, prende bianchi lini, lo lava nella tinozza…I gesti, i lievi rumori
della madre che prepara il figlio ad andare a dormire, hanno una lievità e un
mistero quasi religiosi: la religione della vita di ogni giorno, quando qualche
Dio, anche terribile, la benedice. Ora la madre riveste lentamente, come una
cerimonia, il figlio più grande di un candido lino, e, come ha fatto col
fratellino più piccolo, se lo prende sul grembo, si distende sulla lunga,
massiccia sede di legno; ed egli sta sopra di lei, come un uomo che fa l’amore,
innocente e affettuoso”.
Nell'ultima
scena (97) del film di Pasolini Giasone, di fronte alla catastrofe finale dice
alla madre dei loro figli assassinati: "Che cosa hai fatto, che cosa hai
fatto? Ora, non soffri anche tu come me?"
E
Medea risponde: "Pur che tu non rida, io voglio soffrire".
La fine del mito viene messa in rilievo da
Pasolini nella dodicesima scena del film
dove si vede un Chirone, non più Centauro e non più mitico, bensì in figura di
uomo razionale.
Egli parla a Giasone, oramai adulto, e gli dice che
dovrà andare in cerca del vello d’oro, in un paese antico, dove il mito è
ancora vivo: " per l'uomo antico i miti ed i rituali sono esperienze
concrete, che lo comprendono anche nel suo esistere corporale e
quotidiano". Il giovane allievo dovrà andare a prendere il vello d'oro “in
un paese lontano al di là del mare. Qui farai esperienze di un mondo che è ben
lontano dall’uso della nostra ragione, la sua vita è molto realistica come
vedrai perché solo chi è mitico è realistico e
solo chi è realistico è mitico”.
"Il mio parere
preciso, su questo punto, è che è realista solo chi crede nel mito, e
viceversa. Il "mitico" non è che l'altra faccia del realismo".
Nel film di
Pasolini “Medea, sul carro da corsa, uccide Apsirto, ne fa a pezzi il corpo, e
getta a uno a uno (per prima la testa) i pezzi smembrati nella polvere”.
Nell’atroce
film Medea di Lars von
Trier (Danimarca, 1988), il secondo bambino ucciso, il più grande, dice
alla madre: “io so quello che deve succedere”. La Necessità.
Quindi rincorre il fratello più piccolo che
cerca di fuggire, aiuta Medea a impiccarlo, poi si impicca da solo, con l’aiuto
dalla mamma che lo tira verso il basso mentre lo abbraccia, e geme come se
avesse un orgasmo.
Infine si
inginocchia davanti al bambino impiccato.
Il letto è
la vita: “La mia vita è vuota come questo letto” dice una desolata Medea.
Giasone: lo
Stato è una nave e Creonte il suo capitano. Io sono il nocchiero.
Medea: “E’
meglio sanguinare dietro lo scudo che partorire i figli dell’uomo” (cfr. v.
251)
“Nella Medea di Euripide si sottolinea l’infelicità della condizione
femminile: nel matrimonio tutti i vantaggi sono per l’uomo, e Medea proclama
che “è cento volte meglio imbracciare lo scudo che partorire una volta sola”.
E’ tutta una rivendicazione, è anche un problema di emancipazione della donna.
In questo mi pare che Euripide ribalti Eschilo, che vedeva come generatore solo
il padre mentre Euripide sottolinea ed esalta il ruolo- e la difficoltà, la
sofferenza, il valore- della madre”.
Nella Medea di
Euripide leggiamo tre versi: “Dicono di noi che viviamo una
vita senza pericoli/ in casa, mentre loro combattono con la lancia,/ pensando
male: poiché io tre volte accanto a uno scudo/ preferirei stare che partorire
una volta sola- wJ~ tri;~ par j ajspivda-
sth`nai qevloim j a]n ma`llon h] tekei`n a{pax-. (vv. 248- 251).
Cfr. Ennio (239-169
a. C.) il quale fa dire alla sua Medea exul :"nam ter sub
armis malim vitam cernere/quam semel parere, infatti preferirei decidere la vita sotto le armi tre volte
che partorire una volta sola
Giasone: “Se
solo gli uomini potessero avere i figli senza l’aiuto delle donne!”
Sentiamo Giasone in questa tragedia :"Crh'n ga;r a[lloqevn poqen
brotou;"-pai'da" teknou'sqai, qh'lu d j oujk ei\nai gevno":
-cou{tw" a]n oujk h\n oujde;n ajnqrwvpoi" kakovn" (Medea,
vv. 573-575), bisognerebbe in effetti che gli uomini da qualche altro
luogo/generassero i figli e che la razza delle femmine non esistesse:/e così
non esisterebbe nessun male per gli uomini.
Medea bacia
il ginocchio del bambino piccolo che si è fatto male
Giasone dopo
averla baciata la schiaffeggia e le grida puttana!
Medea gli
risponde: “hai pagato con il tuo corpo!”.
La corona
nuziale, regalo di Medea alla sposa, graffia e fa morire anche un cavallo.
Conclusione
del film
Medea
cammina in un deserto ventoso, sabbioso e nebbioso.
Muoiono la
ragazza corinzia e suo padre Creonte.
Medea sale
sulla nave di Egeo. Si toglie la cuffia e le si sciolgono al vento i capelli
rossi. Il vento scuote l’erba e i capelli di Medea.
Giasone si
abbatte come fulminato e rimane steso con la spada in mano.
Bologna 5
novembre 2026 ore 18, 19 giovanni ghiselli
p. s.
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