mercoledì 21 ottobre 2026

Viaggio in Grecia 1981 quattordicesima parte. La sudicia riva di Egion.


 

 

La mattina seguente volgemmo i manubri, timoni e prue delle bici, di nuovo verso occidente per arrivare a San Nicolas dove avremmo preso il traghetto del ritorno a Egion. Il vento soffiava ancora da ovest e ostacolava il nostro procedere.

I soffi contrari non erano cambiati dalla pedalata del dì precedente.

Il buonumore della notte beata invece era mutato nella bizzarra compagna di viaggio.

  Il problema dei soffi contrari non era troppo grave ma Ifigenia lo rendeva addirittura tragico. Colei, lo ribadisco, quando incontrava ostacoli (problhvmata appunto),  anche sormontabili con poca pena, non cercava un aiuto nella propria forza mentale ma si lasciava travolgere da un sentimento confuso, ottuso, cattivo e diventava aggressiva, furiosa, odiosa per me.

Finalmente giungemmo a San Nicolas: era circa il meriggio. Aspettammo il traghetto seduti sulla riva del mare.

Ricordai la prima volta che giunsi in quel luogo ameno, nel 1977, con Fulvio e la  mia costola incrinata dolorante nel petto, a sinistra. L’amico mi rallegrò dicendo. “questo è il paradiso!”.

Ifigenia invece disse che in quel posto c’era un caldo da bolgia infernale.

Probus l’amico oggi  celeste, tellurica e improba l’amante nemica di se stessa e di me. Spero tuttavia  che sia salita in cielo anche lei.

Ma quel giorno lontano pensai:“L’inferno ce l’hai dentro ”. Forse l’ha scontato vivendo: “hic Acherusia fit stultorum denique vita” [1].

 

 Traghettati nel Peloponneso e sbarcati sul molo del porto di Egion, andammo di nuovo a sederci sulla riva marina. Appariva bianca di piccoli sassi che però, sotto la nostra pur leggera pressione, affondavano nella rena ungendosi di un liquido denso e scuro.

Poco dopo ci accorgemmo di avere i calzoncini, le gambe, le mani appiccicose, nere e imbrattate di sugna.

 Ricordai il  masticione usato per riparare la  camera d’aria bucata, una pasta rossa e tenace che mi aveva impiastricciato le mani e la faccia nel ’78, quando giravo la Grecia da solo e non me la passavo peggio tutto sommato.

Ci alzammo e camminammo un poco sulla costa marina sconciata. Ifigenia con tristezza e paura disse di avere un ritardo mestruale di tre settimane.

Cercai di parlarne ma la presunta pregnante non volle aggiungere altro. Eravamo afflitti. Dalla strada un kou`ro", un ragazzo, facendo gesti nervosi gridò: “Pollution! Don’t sit there! Don’t  touch water!”

Ci allontanammo da quel luogo inameno senza provarne sollievo: sentivamo che c’era del marcio anche dentro di noi. Mi vennero in mente le cerimonie inquinate, i grandi adulteri e gli scogli sporchi  di stragi delle Historiae di Tacito.

 “Pollutae caerimoniae, magna adulteria, infecti caedibus  scopuli” [2]ripetei queste parole tra me e ora le rammento a te,  lettore dotto, alumnus optimus.

Il nostro rapporto che era stato per lo meno vigoroso e vitale, era diventato fiacco e corrotto: un’adulterazione della grande passione iniziale. Non c’era equilibrio, né chiarezza, né fiducia, tra noi: la  libidine grande, continua, dei festosi tripudi remoti si avviava alla fine con piccoli passi  strascicati, senili, zoppicanti appoggiati a un bastone come l’Edipo  di Seneca: repet incertus viae,/baculo senili triste praetentans iter. (Oedipus, 654-656  ) si trascinerà incerto della via, tastando davanti a sé il cammino triste con il bastone del vecchio.

La sorte aveva trasformato il nostro  tragitto sui saliscendi della Grecia in un percorso simile a quello delle montagne russe che mi terrorizzavano quando ero bambino.

"Quidquid in altum Fortuna tulit,/ruitura levat.” (Seneca, Agamennone, vv. 101-102), tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, lo solleva per atterrarlo.

 

 

Avvertenza: il blog contiene due note.

Bologna   21  ottobre  2026 ore 16, 28 giovanni ghiselli.

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[1] Lucrezio, De rerum natura, III, 1023, qui dopo tutto diventa davvero infernale la vita degli stolti.

[2]8 “pollutae cerimoniae, magna adulteria, plenum exiliis mare, infecti caedibus scopulis”  (Ttacito, Historiae, I, 2).

 


Introduzione alla storiografia Terza parte. La riforma monetaria imposta da Nerone nel 64 per favorire la classe media.


 

Tale era la situazione all'inizio del breve regno di Galba[1] secondo Tacito:"Venalia cuncta, praepotentes liberti, servorum manus subitis avidae " (Historiae , I, 7), tutto era in vendita,  assai potenti i liberti, caterve di schiavi avide per i repentini cambiamenti. Non poteva durare a lungo l'imperatore, non solo perché vecchio ma anche perché aveva dichiarato:"legi a se militem, non emi " (I, 5) che lui i soldati li arruolava non li comprava.

 

"La storia degli anelli d'oro: il più interessante capitolo di storia del costume dell'epoca imperiale, particolarmente dell'epoca giulio-claudia…Claudio (41-54) eredita da Caligola (37-41) , ed affina e organizza, il predominio dei liberti imperiali nella corte. Ma dietro questi tre potentissimi liberti[2] c'è la grande massa di tutti i liberti, imperiali o non, in tutto l'impero. Sono una borghesia affaristica e prepotente. Affrontano talora i rischi della legge, pur di portare l' anulus aureus, gabellandosi per cavalieri. La pressione di questa borghesia significa soprattutto una cosa: l'intensificazione dell'economia monetaria…burocrazia (questa burocrazia dei liberti imperiali) significa economia monetaria, intensità di circolazione dei mezzi legali di pagamento. L'economia naturale delle grosse domus senatorie è colpita a morte"[3].

Gli anelli preziosi sfoggiati dai servi sono uno dei motivi che spingono Giovenale a scrivere satire: “cum pars Niliacae plebis, cum verna Canopi/Crispinus Tyrias umero revocante lacernas[4]/ventilet aestivum digitis sudantibus aurum/nec sufferre queat maioris pondera gemmae,/difficile est saturam non scribere” (Satira I, 26-30), quando un pezzo della plebe del Nilo, quando una canaglia di Canòpo, Crispino, mentre si tira sulle spalle il mantello di porpora di Tiro, sventola l’anello d’oro estivo con le dita sudate né potrebbe sopportare il peso di una gemma più grande, è difficile non scrivere satire!

 

Il filosofo neoplatonico Nigrino di Luciano incarna la pacchianeria dei ricchi romani che si rendono ridicoli sfoggiando ricchezze e rivelando il loro cattivo gusto:"pw'" ga;r ouj geloi'oi me;n oiJ ploutou'nte" aujtoi; ta;" porfurivda" profaivnonte" kai; tou;" daktuvlou" proteivnonte" kai; pollh;n kathgorou'nte" ajpeirokalivan; (Nigrino , 21), come fanno a non essere ridicoli i ricchi con le loro stesse persone dal momento che mentre mettono in mostra le vesti di porpora e protendono le dita delle mani denunciando il loro cattivo gusto?

 

La riforma monetaria voluta da Nerone (nel 54)  in favore della piccola e media borghesia

 

“Il Satyricon di Petronio è il romanzo dei liberti scritto da un senatore. La nuova società, nonostante le esagerazioni senatorie di Nerone fino al 62, e le esagerazioni antisenatorie dello stesso Nerone dal 64 in poi, si doveva fondare sulla morte dell’economia parasitica, sull’incremento di una solida economia monetaria. E la sua moneta era il denarius neroniano…Il denarius, cioè la moneta della piccola e della media borghesia: Nerone aveva fatto una riforma che avvantaggiava lo stato, ma che con lo stato avvantaggiava le nuove classi sociali economicamente più povere ma più attive. L’imperatore ultrasenatorio di un tempo avallava ora la fine del luxus parasitico dei detentori d’oro ”[5].

 

Il denarius e chi lo possedeva erano stati avvantaggiati da Nerone rispetto all’ aureus e ai suoi possessori. “giacché il rapporto AU : ARG          era cambiato a favore dei detentori di moneta d’argento”[6]  Prima della riforma ci volevano 25 denarii di 3, 70 grammi per un aureus di 7,70 grammi; dopo, 25 di 3, 25 grammi compravano un pezzo d’oro di 7, 30 grammi.

Plinio il Vecchio dichiara che il pondus imminutum ha condotto a un lucrum della res publica e a una dissolutio dell’aes alienum: “res publica lucrata est”[7].

“Nerone aveva aiutato i soldati e la piccola borghesia industriale italiana detentrice di denarii; infatti il soldo delle truppe era pagato in denarii (anche se coneggiato in aurei), e il denario era moneta borghese. I senatori, e in genere gli uomini del grande capitale, quando ebbero visto una tale difesa dell’argento a tutto svantaggio dell’oro, si erano sentiti confermati nell’opposizione contro Nerone, ed avevano rovesciato…a soli quattro anni di distanza dalla riforma, l’imperatore della piccola borghesia. Ma la politica sociale di Nerone-proprio la politica degli ultimi anni del “cattivo” imperatore-aveva, per questa parte, ragione; la difesa del denario  contro l’aureo, cioè dei soldati e della borghesia contro il luxus nobiliare, era così rispondente alla nuova realtà storica, che proprio la borghesia venne al potere in seguito alla caduta di Nerone, e fu senz’altro rappresentata dai Flavii. Non solo: ma la stabilità della riforma neroniana per più che 130 anni, dimostra che quella riforma monetaria era quanto mai vitale e rispondente alle esigenze dell’impero…Tutto ciò implicava la necessità di assicurare da una parte un notevole rifornimento di oro, in maniera che la riforma neroniana, consistente nella vittoria del denarius sull’aureus, ricevesse stabilità e giustificazione economica dall’aumento dell’oro disponibile nello stato romano. In corrispondenza, bisognava conquistare regioni particolarmente ricche d’oro, come la Dacia; e d’altra parte, bisognava consolidare il limes coi Parti…Traiano ha tentato una soluzione coerente, e certo la più audace che l’impero romano abbia maio concepito. Non aveva osservato lo storico senatoriale Tacito, in uno scritto (la Germania) pubblicato nel 98, che i Germani tendevano a rifiutare il denarius neroniano di poco più che tre grammi d’argento (pecuniam probant veterem et diu notam )? Questo commercio con i Germani…era soprattutto-lo notava Tacito stesso-commercio di piccole cose, promiscua ac vilia ; dunque, commercio in denarii piuttosto che in aurei, commercio fondato sull’argento più che sull’oro…Ancora una volta: solo un aumento della riserva d’oro poteva giustificare il rapporto riconosciuto nello stato romano fra l’aureus e il denarius, rapporto per cui si poteva cambiare un aureus (gr. 7, 24 d’oro) con appena 25 monete d’argento di g. 3, 40 (e di lega non molto buona, che poi Traiano avrebbe ancora peggiorato riducendo il titolo del denarius all’88-78% di argento). In altri termini (è necessario insistere su questo punto, giacché esso è la misura di tutta la congiuntura economica da Nerone a Commodo, e vuol essere un leit-motiv di questo libro): la borghesia italiana aveva ottenuto nel 64 d. C. una vittoria rivoluzionaria sul luxus del grande capitale, in quanto era riuscita a far trionfare la sua moneta (la moneta dei commerci promiscua ac vilia, secondo la citata espressione di Tacito) nei confronti del senato; sì che aveva abbassato il rapporto AU: AR da poco più che 12, 50: 1, com’era nell’epoca giulio-claudia fino al 65, a poco più di 10, 50: 1 (considerando il peggioramento della lega sotto Nerone; con l’ultimo peggioramento sotto Traiano, il rapporto sarà ancor più favorevole al denario, e potrà calcolarsi intorno a 10: 1, e anche meno). Ma una tale vittoria della borghesia (e dei promiscua ac vilia commercia) sul grande capitale (e sui commercia di luxus) poteva mantenersi soltanto se l’aumento dei giacimenti auriferi avesse effettivamente significato una diminuzione di prezzo dell’oro; questo motivo, accanto a considerazioni di carattere militare e di spiriti cesariani, rendeva particolarmente utile la conquista della Dacia ”[8]. 

Lo storico francese Carcopino rileva gli effetti dell’azione militare traianea sulla “caduta dell’oro”, ma “l’aumento della quantità dell’oro appariva necessario per sostenere, in forme non autoritarie, la politica monetaria iniziata da Nerone nel 64, cioè per sostenere la politica della borghesia e dei soldati…ancora una volta, la storia numismatica ed economica ha un significato solo se essa si configura come storia sociale…La conquista traianea della Dacia si è compiuta a due riprese: nel 101-102, con la prima guerra dacica, lo stato di Decebalo fu ridotto a stato cliente; nel 105-106 si ebbe la seconda dacica, che si concluse con la riduzione della Dacia a provincia romana”[9].

 

Come si vede non è impossibile, come sostiene Auerbach, l’approccio “economico”  e sociologico ai testi classici.

 

Questo capitolo è molto attuale: la borghesia odierna, mortificata e in via di annientamento causato dalla concentrazione di ricchezze enormi  e del potere quasi assoluto nelle mani di pochi, avrebbe bisogno di riforme che le restituissero mezzi economici, dignità e potere di eleggere chi rappresenta gli interessi della classe media.

 

Avvertenza: il blog contiene 9 note e il greco non traslitterato.

 

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[1] Dal giugno del 68 al gennaio del 69.

[2] Callisto, Pallante e Narcisso.

[3] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp. 215-216.

[4] Nella Satira IV Crispino, che ha comprato una triglia per seimila sesterzi, è chiamato purpureus…scurra (v. 31), buffone porporato. Ha molto in comune con Trimalchione.

[5] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp.  pp. 223- 224.

[6] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, p. 223.

[7] Naturalis historia, XXX, 3, 44-45.

[8] S. Mazzarino, L'impero romano, 2, pp. 293-295

[9] S. Mazzarino, L'impero romano, 2, pp 297-298.