lunedì 23 febbraio 2026

Kaisa 8. Il corteggiamento pieno di iperboli procede sulla via del successo.


 

Poi continuai: “Kaisa volentieri (1) morirei, piuttosto che rinunciare a te”.

Intanto stavo seduto con il braccio destro che pendeva, ingessato, verso il pavimento. Con quel gesto di resa volevo mimare il topos gestuale della desolazione ricorrente nelle arti figurative: risale a un sarcofago romano con la morte di Meleagro e viene riusato da Raffaello nella Deposizione dove si vede il braccio destro del Cristo esanime, abbandonato nell’impotenza della morte, e il tenero atto pietoso della Maddalena che tiene nelle proprie mani la sinistra di Gesù (2).

Ero deciso a recitare un’altra volta la commedia  di credere che la bella sposa immacolata non potesse essere disposta a commettere  la trasgressione della fedeltà coniugale. Dovevo  dissimulare il fatto che ero convinto del contrario, senza farle escludere, però, che  speravo ardentemente di indurla alla complicità totale con me.

Sicché dissi queste parole quasi ridicole;

“Ti parlerò in modo ardimentoso ma sempre pieno del rispetto dovuto alla tua persona. Ho riflettuto mentre scendevo poi risalivo le scale. Una catabasi non proprio infernale cui è seguita l’anabasi per tornare alla luce, ossia a te, amore mio. 

Ho elaborato con il pensiero le percezioni impresse sui sensi.

Tu, come un angelo mandato da Dio, hai risuscitato la mia vita mortificata, e ora quest’anima appena risorta non può procedere senza te, ma rischia di tornare ad aggirarsi confusa, svigorita, esangue, in un labirinto buio come il Tartaro, compiendo, per il tempo che mi resta da vivere, nient’altro che una confusa congerie di gesti insensati. 

 Eppure credo sia meglio soffocare nel petto questo sentimento d’amore, povero amore mio chiuso nell’animo senza speranza, piuttosto che fare torto alla tua immagine, senza dubbio sacra, di madre e sposa buona, premurosa, fedele, cara al marito, al figlio, al padre, a chiunque ti veda e ti conosca. ”.

 Così la adulavo senza decenza. E data la sua attenzione, non smettevo, anzi rincaravo la dose. Esageravo fino all’assurdo proprio per venire smentito.

La provocavo per vedere se a un certo punto si sarebbe messa a ridere o se mi avrebbe chiesto di non canzonarla più. Ma Kaisa mi guardava con gli occhi spalancati, un lieve sorriso enigmatico, e non parlava .

Finché lei stava zitta, e le sue orecchie offrivano accesso alla mia voce, alle parole mie, non dovevo smettere. 

“Sì, preferisco fare del male a me stesso: soffocare la felicità  l’immensa immaginata solo guardando i tuoi occhi pieni di vita, inebriandomi con i profumi esalati dai tuoi capelli luminosi, piuttosto che fare torto alla tua purissima immagine di donna maritata cui devo non solo ogni rispetto umano, ma una venerazione speciale, religiosa, assoluta, quella riservata alle spose sante. Io santo purtroppo non sono: prima di incontrarti sono stato piuttosto un satiro veneratore di Priapo e di Dioniso, ho gridato evoè più spesso di quanto abbia sussurrato amen, insomma ho menato una vita da briccone coribantico, ma, da quando ti ho vista, sono diventato un pentito, un penitente, un convertito dalla carne allo spirito, dal naturale al soprannaturale del quale vedo un riflesso chiaro, meraviglioso nella tua icona veneranda”.

 

Quasi credevo a quanto dicevo, recitando forse neanche male. E quasi piangevo. O per lo meno gli occhi mi si velavano di un liquido equivoco tra il sentimentale,  umidità di cuore, e il succo spremuto dalla libidine che, dentro di me, scalpitava davvero con smania

 impudica e tirava forte verso la pelle bianchissima, liscia di lei.

Certo è che Kaisa lo capiva e la cosa non le spiaceva, anche perché celebrando la sua fedeltà, le toglievo comunque ogni timore di essere importunata: se avesse risposto che il marito faceva bene a fidarsi di lei, poiché la amava, del tutto riamato, la preda agognata e mancata mi avrebbe fatto fuggire con la coda tra le gambe e le orecchie abbassate.

Latrando sì come cane pieno di zecche, bastonato e sciancato,

oppure imprecando come un Priapo castrato, fatto dolorosissimo e innaturale al massimo.

Invece disse: “Tu non mi fai torto, Gianni, non mi fai torto per niente”.

E mi accarezzò la mano destra. “Forse - aggiunse - mi fai complimenti così sperticati perché fino a oggi non hai trovato una donna del tuo stampo, della tua levatura, capace di respirare cultura e bellezza, come sei solito fare tu”.

“Ora  però  ho trovato te, finalmente”, dissi.

 Poi tacqui e pensai“Ce l’ho fatta: l’esito non è più incerto, la bilancia inclina verso la realtà dell’amore, verso la sua verità”.

Quindi aggiunsi:

“Infatti sentivo questa mancanza prima di incontrarti. Un deficit che solo tu puoi colmare. Tu respiri il bello e me lo ispiri. Se solo ti guardo, tutto il resto del mondo che vedo diviene più ricco di significato e mi riempio di gioia”.

 

Note

(1) Cfr. Dante Inferno, V, 73: poeta, volontieri-parlerei a quei due che ‘nsieme vanno, e paiono sì al vento essere leggeri”. Si tratta dei lussuriosi e adulteri Paolo e Francesca 

(2) Un topos gestuale presente anche in altri quadri tra i quali il Marat assassinato di David

 

 

Bologna 23 febbraio 2026 ore 918, 43 giovanni ghiselli

p. s.

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Kaisa 7. L’affabulazione amorosa.


 

Mi scusai per l’indugio e ripresi a lusingarla. Con l’adulazione si può sedurre anche una vestale[10], una suora sposa di Cristo, o un’intellettuale iperborea consacrata allo studio più che alla famiglia. Mi ero assegnato la parte dell’innamorato vezzeggiatore[11] e dovevo trovare ogni parola, ogni tono, ogni gesto, perché lei si sentisse apprezzata, amata e invogliata a contraccambiarmi.

 Facevo pure l’atto fisico, provato poco prima allo specchio, di prosternarmi davanti alla sua bellezza, alla sua serietà, alla sua castità. Nello stesso tempo cercavo di indurla ad accogliere le mie ragioni seminali.

 

Cialtrone infernale! dirai tu lettore pudibondo o ipocrita comunque tu sia. L’ardore della tua censura non trae alimento dal fuoco della Gehenna come la mia fiamma erotica[12] tanto meno  deriva dal tripode santo dell’altare di Apollo situato sull’ombelico del mondo (12 bis).

 

Di fatto assumevo un atteggiamento di complicità con il reale,   ispirato e spronato com’ero dai fatti che desideravo avvenissero tra me e una donna non restia a contraccambiarmi. Non potevo né dovevo né  tanto meno  volevo recalcitrare al suo pungolo. Infatti obbedivo al demone mio, non a un’identità gregaria   presa in prestito da altri,  quelli che si sposano perché lo fanno in tanti e così si deve fare, poi si annoiano, litigano con la moglie, si cercano un’amante o un amante. Oppure sono gelosi e picchiano o ammazzano o fanno una strage. No, ero meno stupido io, e anche meno immorale e bestiale.

Avevo deposto già da anni la mia deformazione animalesca my brutish shape [1]2 ter.

 Tu lettore lo sai e talora mi compatisci, altre volte mi approvi.

 In ogni modo chi vuole restare casto e immacolato pur mentre legge la storia dei miei peccati, sa bene che i misfatti empi e nefandi raccontati li ho compiuti io senza complicità di chi mi legge - me  fecisse nefas verbis et factis meis-e sarò io a  finire per sempre nella bufera infernale là dov’è Dido con Elena,  Semiramide, Cleopatra, Tristano, Paride, Achille e più di mille altri. Mi sentirò bene in tale compagnia.

 

Mi ero già abbastanza inserito nel favore di me stesso e volevo entrare nel corpo di lei. Lo volevo proprio, lo volevo davvero, senza alcuna riserva. Te lo giuro, lettore. Questa avrei potuto amarla a lungo, per quanto possa essere lunga la nostra vita mortale. Poco comunque. Sono passati cinquanta anni tutti interi più altri tre e mezzo da quella sera che ho ancora davanti agli occhi e mi pare tanto bella che la dipingo.

Risalendo le scale avevo deciso, tra l’altro, che, dopo l’intervallo, dovevo iniziare il secondo tempo con Kaisa volgendo lo sguardo dalle cime degli argomenti trattati nelle prime ore del corteggiamento. L’eloquio doveva sgorgare da quella altezza dalla visione panoramica.

Dunque tornai a recitare il ruolo dell’innamorato capace di uscire da una vita qualunque pur di vivere un amore celeste. A questo punto ero quasi sicuro che la proclamata disperazione amorosa sarebbe stata smentita dal massimo oggetto del mio desiderio.

Dopo una breve pausa ripresi a parlare: “Mentre scendevo e salivo le scale, per non dire degli altri momenti di questi  dieci minuti di assenza che non passavano mai, mi sei mancata” dicevo con voce velata da un lieve affanno.

Aggiunsi di avere deciso che solo lei poteva ridarmi la speranza, la lena per vivere meglio. Aveva la possibilità di rendermi idoneo a una vita migliore di quella che conducevo. Senza di lei, tutto il bene, il bello, il desiderabile del mondo, dell’universo intero, comprese le stelle sopra di me, e ogni gioia, ogni nobile aspirazione dentro di me, insomma proprio tutto, era inconsistente, privo di sostanza. Orbato dal lutto della sua assenza, a me  sarebbe rimasta solo la porta del nulla spalancata sul vuoto immenso del caos.

Ombre gelide cadendo da rami intrecciati con serpi nere, orrendi viluppi aorni, dove  non osano posarsi nemmeno gli uccelli più immondi e sinistri,  avrebbero interrotto il tragitto dei raggi santi che in quel momento vedevo emanati dai suoi splendidissimi occhi aperti sulla mia persona indegna eppure beatificata da tanta luce.

 Tutte le mie fatiche umanamente spese si sarebbero miseramente vanificate. Temevo, conclusi, che avrei sofferto l’estremo naufragio finendo nel fondo.

Dove non arrivavo con l’inglese a dire tante amenità, mi aiutavo con il latino, il greco e pure con l’italiano che la bella studiosa capiva poiché conosceva il francese. Sotto sotto ci si divertiva non poco.

 

Cominciai a simulare un affanno fitto, da nuotatore stremato, ut saevis proiectus ab undis/navita[13] arrivato anelo sulla spiaggia dove sperava di trovare una soccorrevole, generosa Nausica. Gli occhi luccicavano umidi. Giurai che l’unica donna davanti alla quale avevo rinunciato alla mia fierezza e al mio orgoglio piegando il capo altero era lei.

 

Cialtronissimo buffone da circo e volgare mimo che insulti il pudore, mi direte voi lettori, quanti siete persone per bene incapaci di simulare e dissimulare.

 

Invero, carissimi, neppure io simulavo né dissimulavo: stavo cercando di rendere evidente quanto sentivo, poiché “sentivo” davvero, e con forza, il desiderio, il bisogno di quella creatura.

Non so se ora voi la vedete nelle mie parole ma allora io la vedevo, minacciosa e pure promettente. Dico non solo di Kaisa ma anche della brama erotica nera, pelosa fino alle orecchie, massiccia, contorta, camusa, impudica, riottosa come il cavallo brutto e cattivo del cocchio platonico, e dico pure del coraggio  combattivo,  diritto e snello, dal naso aquilino, guidato dalla ragione,  come il cavallo  bianco, bello e buono del Fedro. Io ero l’auriga che dirigeva il carro, e il tragitto fino alla meta dipendeva da me. Vedevo tutto questo e ne traevo l’eloquio.

Kaisa sembrava un poco lusingata, un poco incredula e anche un po’ divertita. Capiva che la parte da me recitata era pure vissuta. E sentiva che se nelle parole c’era dell’ ironia, nei fatti, negli atti non ci sarebbe stata.

La mia facondia portava i segni di un desiderio intenso, straordinario.

Le donne sanno vederli. E li apprezzano molto.

Ci chiesero se volevamo un dolce, della palinka o delle sigarette. Kaisa scosse la testa in segno di virtuoso diniego, e io le dissi: “brava, non dobbiamo riempirci di malvagità”. Sorrise alla mia battuta. Non smetteva di osservarmi e ascoltarmi con attenzione. Sicché fui certo della mutua cupido e continuai parlando a briglia sciolta.

 

Note


[10] Cfr. Dostoevkij, Delitto e castigo, VI, 4,

[11] Cfr. Platone, Rsp. 474d: ejrasth;ς uJpokorizovmenoς

[12] Cfr. Nuovo Testamento, Epistola di Giacomo, 3, 2-8: kai; flogizomevnh uJpo; th'" geevnnh"

[1]2 bis  Cfr. Euripide, Ione, 462.

12 ter Cristopher Marlowe, Doctor Faustus, IV, 3)

[13] Lucrezio, De rerum natura V, 221-222, come un marinaio naufrago gettato a riva da ondate furiose

 

Bologna 23 febbraio 2026 ore 18, 02 giovanni ghiselli

p. s

Mi confesso ma non sono pentito

giovanni Peccator sono stato in Pannonia, sul lido Adriano e in molti altri luoghi, e non sono pentito.

 

p. s

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