martedì 19 maggio 2026

Ifigenia CLXVII. Non amo dare né ricevere ordini. Le dimissioni del presidente Usa nel 1974. Quando accadrà di nuovo?


 

Il 9 aprile fu una giornata di caldo quasi estivo. Andammo in

bicicletta a San Pietro, il borgo con l’osteria delle due vecchiette

simpatiche. Ifigenia era gradevole, una grazia del cielo.

Ci stendemmo  su un prato. Disse:"Sempre così dobbiamo stare

insieme: festosi e felici, in armonia e buona salute, nell'aria aperta

e ravvivata dal sole, come due amanti pagani".

 Pensavamo di avercela fatta.

Il giorno dopo aggiunse:"Farò tutto quanto tu potrai volere da me.

Devi essere fiero e contento di questa offerta poiché con gli altri

invece io estraggo quasi sempre il mio spirito di contraddizione".

Mi venne in mente Päivi che una sera remota  mi aveva

disse:"Facciamo quello che preferisci tu".

Io non osavo decidere, per timore che la mia scelta non le fosse del tutto gradita, e glielo spiegai.

Allora la  madre mancata dell’unica figlia che abbia mai concepito mi biasimò:"Sbagli a rifiutare una facoltà che ho attribuito a te solo; io agisco e reagisco contraddicendo i luoghi  comuni  dei conformisti. Ma tu non lo sei. Tu sei diverso da quasi tutti gli altri”.

Non ho mai amato esercitare dominio sulle persone, ma ho sperimentato che una donna perde un po’ della stima riposta nell'uomo, se questo non sa usare il potere che gli viene concesso.

 Del resto non mi piace comandare né essere comandato. Non amo il potere.

Quella sera lontana eravamo nel 1974,  il 9 di agosto. Si cenava nella mensa dell’Università estiva di Debrecen.  A un  tratto si levò un grido: “Nixon resigned!”  Noi tutti,  europei e asiatici,  ci alzammo in piedi e applaudimmo. Poi si andò a festeggiare nella terrazza del casinetto del tennis dove vidi l’inizio e la fine di alcune tra le mie gioie più belle. Anche alla sera delle dimissioni di Nixon seguì una notte di felicità.

 Quando  fiet rursus?

 

 

 

 

Il 14 aprile chiesi a Desdemona di commentare la nostra giornata

di amore e sangue mestruale: quella de 6 giugno del 1979. Volevo provare

a  inserirla nel nostro romanzo. Scrisse:"Il sole, un

muro grigio, il sangue: l'accordo ". Troppo poco.

 

Il 15 Stefania passò da Bologna. Andava a cercare emozioni

malate da un amante: Pompeo di Crevalcore, un cretino

semianalfabeta secondo lei stessa. Faceva un caldo precoce. La

vecchia amica era stremata e più commediante che mai. Pensavo

che, se avessi perduto Ifigenia, io pure sarei diventato stanco e

vago di emozioni malsane: era il contatto giornaliero con la bella,

vivacizzante creatura a fare di me un uomo teso verso qualche

cosa di non ordinario.

 

Il 16, tornato a casa di notte dopo un dì passato a Pesaro per confortare la zia valetudinaria, trovai questo biglietto: "Amore mio, sono tanto felice di stare insieme a te perché tu sei una gran brava persona e con il tuo esempio, la tua educazione mi hai resa migliore. Oggi andando in bicicletta su per la

"salitaccia" ti ho sentito profondamente come il padre mio

spirituale. Mi piace molto fare delle cose con te, e questa estate

spero che andremo insieme a Delfi, a pregare per il nostro

Destino. Ti amo tanto per come tu sei, per la tua diversità

profonda e umana, che è la tua forza e la mia. Sono felice. Spero

di rivederti assai presto e nell'attesa ti bacio. Ti adoro mio amore.

La tua fedele amante amata ragazza ".

Meno di due mesi più tardi, l' istrione  beffardo, il sarcastico guitto, il vecchio gradasso, l'avrebbe convinta che questi suoi

sentimenti e due anni e mezzo vissuti con me, valevano meno che passare un’ora di spasso con lui. Comunque a Delfi saremmo andati in agosto pedalando in salita e avremmo pregato inginocchiati sull’ombelico del mondo. Devotamente. Non più per il nostro amore  bensì per la vita artistica cui volevamo assurgere ognuno a suo mo

 

Bologna 10  maggio 2026 ore 18, 42  giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CLXVI Superstizione1 meteorologica. L’italiano, come il greco antico, è un aggregato di lingue.


 

Il 4 aprile 1981 temevo la pioggia. Due anni prima, la ragazza mi

aveva insegnato la credenza popolare che se piove quel giorno poi

il tempo rimane cattivo per almeno due mesi: si infradicia tutta la primavera.

 Nel 1979 piovve.  Qel 4 aprile, di sera, verso il tramonto il cielo si oscurò a occidente; allora promisi all’amata che con la mia forza mentale avrei tenuto in rispetto la canaglia ringhiante delle nuvole nere almeno fino a mezzanotte e un minuto. Ma alle dieci la giovane donna telefonò dicendo che suo marito sapeva tutto di noi; allora la mia povera mente, terrorizzata dalla prospettiva di un legame contrario alla natura mia, e presoffrendo i due anni venturi, crollò: le nubi dilagarono, si squarciarono, e su Bologna imperversò un diluvio notturno.

 

Il 4 aprile del 1980 eravamo  a Padova, ospiti di Stefania che

faceva una delle sue scene: beveva, piangeva, rideva, gridava, accusava, sgomitava. Una gran confusione. Piovve a dirotto. L'aria fu irritata dal tuono e da una convulsione di venti selvaggi. Balenavano le spire infuocate

dei fulmini, e i turbini facevano girare la polvere2 .

 In effetti queste due primavere furono mézze come le “persiche” della poesia Nella belletta del vate abruzzese.

 

Seconda parte: un aggregato di lingue

Il  4 aprile del 1981  cui la nostra storia è arrivata,   Ifigenia era a Verona, in gita con la sua scuola di recitazione. Il cielo si oscurò ma non piovve. "Presagio di estate felice", pensai.

 

Il 6 arrivò una cartolina. C'era scritta una banalità che mi fece

piacere:"Mi manchi tanto, ci vediamo  tra poche ore. Ifigenia”

 Prima di partire era passata da casa mia, senza trovarmi, poiché ero

a Pesaro. Le avevo lasciato un biglietto:" Cara cocca, scusa se

vado via così inopinatato, ma la zia Giorgia, come

Geronimo, è pazza di nuovo3 . Ieri ho pensato ogni bene di te.

Se ne hai voglia, allenati con la bicicletta:  presto faremo dei bellisimi giri

 insieme.Quest’anno ho tenuto a bada la vanaglia. Ciao amore. gianni.

 

Al ritorno avevo trovato un messaggio suo:"Caro amore mio, ti

ringrazio di tutto, della tua ospitalità e del resto. Mi dispiace

moltissimo non vederti questa sera. Comunque domani, se è una

bella giornata, andiamo in bici, oppure ci troviamo dai

Greci. Oggi mi sei mancato molto, molto, ma con tranquillità.

Sono tanto felice di amarti così, e voglio darti il meglio di me

stessa. Ti adoro tesoro. Ciao Ifigenia ".

Da queste parole sembra che ci amassimo, che ci volessimo bene,

che ne fossimo sicuri. Invece nella  mia testa girava una gran confusione.

Anche il mio animo aggregava stati diversi.  Ricordavo di nuovo la tempesta che subissa Prometeo : “  O santità della madre terra, o cielo che volgi in giro il bene comune della luce, vedi che, a torto o a ragione, io soffro4".

 

L'otto aprile dovevo tornare a scuola di pomeriggio, per un

collegio dei docenti. Ci stavo andando di malavoglia:

senza allievi mi sentivo fuori posto in quel tetro edificio. Ero del tutto diverso, ontologicamente diverso, dal preside e dai suoi seguaci che lasciavano  orme seguite da molti tra gli altri.

In via Nazario Sauro però mi venne incontro Ifigenia con un sorriso vivo nel

piccolo volto abbronzato che spiccava su una camicia di colore

bianchissimo e molto aderente al seno grande e bello. Tornava

dalla palestra di danza, ma non pensava al ballerino Gennaro, anzi,

aveva anticipato l'uscita per passare davanti all’ edificio scolastico nel

tempo probabile in cui dovevo entrarci io. Voleva vedermi.

Voleva piacermi. Oh sì mi piaceva assai la ragazza, e mi fece

piacere. “Che bea che xè” dicono i maschi veneti di tali capolavori offerti da giovani femmine umane.  I siciliani invece: bedda fimmina.

Oppure: “s’é un fiòr”, ma questo piuttosto a Trieste.

A Pesaro: “è bella da ridere” per dire bellissima.

A Parma: “è bella mica da ridere” con lo stesso significato. Tot loca, tot loquendi consuetudines

L’Italiano è davvero “un aggregato di lingue”[1].

Ifigenia era un fiore in pericolo come il nostro amore, come la vita mia che  ormai sfioriva per giunta. Mi venne in mente il carme  11 di  Catullo con il fiore reciso dall’aratro che passa oltre:"nec meum respectet, ut ante, amorem/qui illius culpa cecidit velut prati/ultimi flos , praetereunte postquam/tactus aratro est " (vv. 21-24) , e non si volti a guardare, come prima, il mio amore, che per colpa di quella è caduto come il fiore del ciglio del prato, dopo che è stato reciso dall'aratro che passa oltre.

Ma questo sarebbe accaduto a suo tempo, nel  momento giusto. Ci volevano ancora un paio di mesi. In ogni modo Ifigenia aveva dato un significato a quella mia uscita pomeridiana altrimenti insensata. La sera nel letto, per riconoscenza, le raccontai una fiaba:

"C'era una volta un re innamorato della propria figliola".

"E la regina?", domandò .

"Morta", risposi senza esitare.

Ifigenia era nuda, distesa sul lenzuolo scoperto, e mi fissava

con gli occhi spalancati. Lanciò un gridolino di contentezza

battendo le mani. Cara ragazza, figliola, monella5 .

 

Avvertenza; il blog contiene 5 note.

 

Note

1 Nulla res multitudinem efficacius regit quam superstitio: alioqui impotens, saeva, mutabilis, ubi vana religione capta est, melius vatibus quam ducibus suis paret "(Curzio Rufo,Historiae Alexandri Magni , IV, 10), nessuna cosa meglio della superstizione governa la moltitudine: altrimenti sfrenata, crudele, volubile, quando è afferrata da una vana religione, obbedisce più facilmente agli indovini che ai suoi capi.   

 

2

Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, v. 1083-1085.

3

Cfr. Hieronymo’s mad again, T. S. Eliot, La terra desolata, v. 431, che in nota

rimanda a T. Kyd, Spanish tragedy.

4

Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 1091-1093.

5

Cfr. T. Mann, La montagna incantata, trad. it. Dall'Oglio, Milano,1930, p.217

II vol.

 

 

Bologna 19 maggio 18, 16 giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Leopardi su la lingua italiana: “piuttosto un aggregato di lingue che una lingua, laddove la francese è unica”, ha maggiore facoltà rispetto alle altre “di adattarsi alle forme straniere…Queste considerazioni rispetto alla detta facoltà della nostra lingua, si accrescono quando si tratta della lingua latina, o della greca. Perché alle forme di queste lingue, la nostra si adatta anche identicamente, più che qualunque altra lingua del mondo: e non è maraviglia, avendo lo stesso genio, ed essendosi sempre conservata figlia vera di dette lingue, non solo per ragioni di genealogia e di fatto, ma per vera e reale somiglianza e affinità di natura e di carattere” (Zibaldone, 964 e 965).