giovedì 8 ottobre 2026

Ifigenia CLXXI . A Bologna da Lamma. Capitolo dedicato al caro amico Mario. Un amico celeste.


 

Alle tre del pomeriggio partimmo. Arrivammo a Bologna all'ora di

cena e andammo a mangiare da Lamma, in via dei Giudei, un locale frequentato spesso anche a notte inoltrata dai giovani universitari quando ero studente.

Come fummo seduti entrò Mario, una strana, nota figura di professore anziano e caduto più volte sui rovi della vita pieni di spine.

Un uomo sofferente in quanto  convinto di avere sotterrato il proprio talento di scrittore.

Io al genio inespresso non credo, altrimenti dovrei dolermi di essere un Coppi o uno Zatopek mancato.

 Invece la vita mi ha insegnato che ho altri talenti più grandi di quello del ciclista o del corridore podista.

 Sono sicuro che un talento grande, se c'è, trova il modo di manifestarsi.

Quel vecchio amico era comunque una persona sensibile, intelligente a suo modo, e colta, sebbene una malattia, diceva, lo avesse inceppato a vent'anni, impedendogli di fare le letture che avrebbe dovuto per coltivare il suo genio.

Da Omero a T. S. Eliot, tutti gli scrittori classici e  neoclassici avrebbe voluto

studiare.

Quando ebbi preso una certa domestichezza con i Greci e

i Latini, dopo due anni che li insegnavo al liceo, una volta gli offrii un aiuto per riprendere la lettura diretta dei nostri autori-accrescitori, ma egli rifiutò con  voce alta e sdegnata:"Che cosa vuoi che me ne faccia di Omero, Eschilo,

Sofocle, Euripide, Platone, Catullo, Orazio, Virgilio, Sallustio e

Tacito soltanto? Io voglio leggere tutto, tutto, assolutamente tutto,

oppure assolutamente nulla!". Provai a dire che conoscevo anche Machiavelli,  Shakespeare, Dostoevskij,Thomas Mann, Proust e altri.

“Sì ma conosci anche Bonvesin de la Riva?”

“No, l’ho solo sentito nominare, ma non ne ho letto mai niente. So appena chi sia”

“Allora non se ne fa niente”.

Tale era il tipo. La gente comune, usuale, quella ritenuta

normale data l'immensa volgarità dell'epoca, lo disprezzava e

canzonava; alcuni lo maltrattavano anche. Io, oltre rispettarlo

siccome infelice, lo trovavo interessante, talora perfino educativo,

quasi sempre quale contromodello del resto, e per tempi

limitati, in quanto temevo il contagio della sua debolezza.

Comunque, finché lo frequentavo, ero gentile e disponibile, anzi interessato ad ascoltarlo con attenzione: il vecchio sentiva la necessità di

raccontare la pena del suo fallimento.

Una volta d’estate lo portai a Pesaro, a casa mia. La  zia più attempata e autoritaria, quando fu partito, mi disse: “è possibile che tu non frequenti mai una persone normali?

“Quelli che a te sembrano normali sono gli usuali, i conformisti ordinari che a me non piacciono. I miei amici sono degli straordinari come me: da loro imparo di più”.

“Basta che tu sia contento te, però non portarli più in casa nostra, almeno finchè sarò viva io”. Ora posso portare nell’ampia casa di Pesaro chi mi pare, tuttavia mi dispiace che questa e le altre zie non ci siano più. In ogni caso mi hanno aiutato e  chiedo ancora il loro aiuto nelle orazioni devote e commosse dirette a loro.

Appena arrivato a Pesaro, Mario volle andare a nuotare. Dopo qualche bracciata, tornò a riva e svenne. Disse che non mangiava da due giorni.

 

 Quella sera di fine vacanze pasquali dunque, entrato

da Lamma, Mario  si diede a girare tra i tavoli con aria esplorativa e

implorante. Guardava se conosceva qualcuno per sedersi   e

parlare. Era alto, di età non definibile, con una curvatura

strana in cima alla spalla sinistra. Le labbra esangui

e semiaperte lasciavano intravvedere una chiostra di denti radi,

sbrecciati; lo sguardo degli occhi grandi, scuri conservava un

bagliore fioco e intermittente. Con una mano si appoggiava su un

bastone nodoso, con l'altra di tanto in tanto si toccava la schiena

gemendo. Camminava in maniera maldestra: barcollava e

sembrava sempre in procinto di stramazzare sul duro pavimento

con tutta la sua affaticata e dolente lunghezza; si piegava su un lato, poi si

raddrizzava di scatto, come se un attimo prima di ogni caduta

dolorosa, forse letale,  riuscisse, con uno sforzo titanico, a trovare


l’energia necessaria per rialzarsi e procedere lungo il suo impervio

cammino. Sembrava un eroe bersagliato dai colpi di un destino

tenacemente ostile,  eppure incapace di averla vinta su una pena

così antica e  temprata da infinite sciagure.

 

Una notte d’inverno, tre lustri prima,  eravamo da Lamma io e altri studenti quando entrò Mario. Lo invitammo con noi poi si uscì insieme.

 Nevicava, camminavamo adagio, appoggiandoci ai muri per non scivolare e mi venne in mente la disfatta dei tedeschi di Von Paulus a Stalingrado. Lo dissi all’amico Claudio che replicò: “dunque seguiamo  Von Marius, così forse ci salveremo”.

Mario lo sentì e ne rise. Era comunque una persona buona, a me cara.

Temo che non ci sia più, siccome sono passati diversi anni dacché non lo incontro.

 

Come ci vide quella sera di primavera, Mario si mosse verso di noi: sapeva che non sarebbe stato respinto né trattato con scortesia. Può sembrare ovvio: il minimo dovuto a un infelice, eppure a Bologna in tanti gli davano noia in molte maniere.

 Alcuni lo umiliavano, altri lo picchiavano addirittura. Fin

da quando ero matricola l'avevo notato quale "ecce homo" vilipeso

e deriso negli ambienti accademici e studenteschi della città.  Entrava nelle aule universitarie della facoltà di Lettere durante le lezioni e si metteva seduto in fondo.

Già in quel tempo lontano provai compassione per lui e sdegno per i

suoi persecutori sadici e vili: goliardi e fannulloni  vari che

bivaccavano presso l'Università.

 Anche i camerieri di Lamma del resto non gli risparmiavano  dosi

 di motteggi e gomitate. Come fu giunto vicino al nostro

tavolo, l'infelice mi salutò, poi, invitato, sedette. Sebbene digiuno, non volle mangiare né bere.

 Lo feci parlare, ponendogli diverse domande, poiché sapevo che di questo aveva bisogno, e anche perché da lui potevo imparare qualcosa. Le sue

frustrazioni di fondo erano due: non avere scritto un capolavoro e

non avere mai baciato una donna. Del resto non sapeva che cosa

avrebbe dovuto scrivere né quale femmina umana avrebbe voluto

baciare. Disse che quando era studente nel Liceo classico di Ferrara, in italiano scritto superava di gran lunga Bassani:

"Altro che Giorgio ero bravo a scrivere io!"

"Poi che cosa è successo?"  domandai incuriosito.

"A vent' anni mi è caduta la mannaia sul collo". Proseguì,

accusando le persecuzioni razziali e per giunta i parenti che non gli volevano

bene e non lo hanno aiutato. Tutto questo gli aveva spezzato il

talento e la vita. Il vecchio amico non assolse neppure se stesso: il

colpo di grazia se lo era dato da solo. "Sono io l'omicida di

quest'uomo" disse indicando la propria persona addolorata con  dito tremante. Si era ucciso moralmente quando aveva messo in mani cattive il potere sulla propria persona.

"Tu non farlo mai. Mai!", gridò con tono ieratico, mentre mi

fissava con occhi ispirati. Trasfigurato, sembrava più grande a

vedersi, e parlava come ispirato dalla potenza molto vicina di un

dio, al pari della Sibilla cumana 1. “Qualunque sventura ti possa mai


capitare, tu non tradire te stesso e non cedere ai mali, anzi procedi più audace”2

 Ricordava l’Eneide e  aveva ragione. Lo capivo bene. Mario è stato un maestro per me.

Non glielo dissi, siccome non mi avrebbe ascoltato, poiché la disgrazia vera di tali infelici è la perdita dell’attenzione per ogni cosa e persona tranne il proprio dolore.

Anche io, vent'anni prima, avevo fatto

uno sbaglio quasi mortale. Invece di potenziare le mie qualità

tenendo gli occhi aperti sul mondo, mi ero lasciato avvilire da

persone di formato men che mediocre. Mi giudicavano male.

Non potevano che denigrarmi: ero troppo diverso da loro.

In effetti di una vita da servo e ripetitore dei luoghi comuni del borgo, non sono mai stato capace. Potevo fare di più e di meglio, ma non ne avevo il coraggio.

Ero diventato anche brutto poiché non credevo in me stesso. Poi, nel 1966,  ho incontrato Fulvio che mi ha aiutato, quindi nel 1968 Elena di Praga e nel 1971 Helena Augusta la donna bella e fine che mi ha elevato al suo livello valorizzando la mia stranezza. Ma questo l’ho già raccontato 3

Dopo il liceo, avevo perso la soddisfazione, l’orgoglio di essere speciale, la coscienza di essere  diverso in meglio dalla gente usuale. Questo bisogna insegnare ai ragazzi emarginati e maltrattati perché sono rari e suscitano risentimento nei conformisti ripetitori di luoghi comuni.

 La  sfiducia che mi rendeva brutto e infelice intorno ai ventanni partiva da un indebolimento mio che incoraggiava la malevolenza di quanti avevano sofferto i miei successi sportivi e scolastici. Mi massacrarono finché lasciai fare. Mi addentarono, mi squarciarono, come una muta sbrana l'animale più forte quando sanguina e perde vigore. Ma dopo un paio di  anni ho reagito: con uno sforzo erculeo mi sono rialzato e ho cominciato a   recuperare l’energia per risalire lungo la china della sventura. Mi aiutò il grande movimento del '68. Viaggiai, mi sprovincializzai,  incontrai qualche

persona per bene: diverse donne e Fulvio, l’amico più caro che ora mi protegge dal cielo.  Che Dio  benedica i miei salvatori, insieme con tutti i miei alunni, poiché la salvezza definitiva venne dal rapporto vivo con loro. Dopo il primo anno di insegnamento avevo recuperato del tutto il favore di me stesso, e l'autogestione della mia vita.

 

 L'amico anziano invece si accusava da solo di avere sotterrato i suoi talenti 4   commettendo il maximum scelus: quello contro sé stesso.

 

 Mi faceva bene incontrarlo e ascoltarlo.

Mi metteva in guardia contro le mie debolezze.

Mario dunque parlava ricordando i suoi martìri che mi rendevano triste e pio. Ifigenia invece non lo ascoltava né gli rivolgeva lo sguardo. Quanto diceva non la interessava: lei non temeva di sciupare i  propri talenti. Contava di usarli come moneta per comprare il biglietto d’ingresso nel mondo dei suoi sogni. Guardava in giro cercando di farsi guardare. Io ne soffrivo e la

disprezzavo. Trovavo più interessante e pregevole il vecchio amico.

 

Mi venne in mente una sera del giugno del '78. Stavo cenando da

Lamma con Luciana l’ex scolara diventata una ragazza  ventenne, quando entrò Mario con aria implorante, ci vide e, invitato, venne a sedersi con noi. La ragazza

lo ascoltò con attenzione, lo guardò con simpatia, gli chiese di

rimanere quando lui accennò ad alzarsi; poi, come fu andato via, disse che quell'uomo le aveva fatto compassione: che bisognava aiutarlo. Quindi ne pianse. E' di un'altra stoffa spirituale l’alumna optima e amica carissima. Sa provare

pietà in quanto è dotata di immaginazione.

 

Finita la cena, riportai Ifigenia nella sua dimora e tornai a casa mia.

 Scrissi qualche parola sul viaggio. Mi tormentava il pensiero che avrei potuto fallire i miei bersagli, l'arte e l'amore, come Ludwig II, re di Baviera e come Mario, ebreo di Ferrara.

Andai a letto promettendomi l'amore, necessario alla mia persona, e  l'opera letteraria grande e meravigliosa  che dovevo all'umanità. Prima però il metodo  che rendesse universale il particolare e tanto bello lo stile da interessare molte persone, da educarle e aiutarle a crescere umanamente.

“Niente è più grande e meraviglioso dell’amore”, sussurrai prima di addormentarmi.

 

 

Note

1 Cfr. Virgilio, Eneide, VI, 45-50.

Si era giunti alla soglia, quando la vergine:"è il momento

di interrogare il destino", dice, "il dio, ecco il dio!" . E a lei che diceva tali parole

davanti all’ingresso, all'improvviso, non il volto, non il colore rimase lo stesso

non composte le chiome: ma il petto è ansimante,

e il cuore estasiato è gonfio di sacro delirio; è più grande a vedersi

e non manda suoni mortali, poiché è ispirata dalla potenza

già molto vicina del dio. maiorque videri/nec mortale sonans, adflata est numine quando-iam popiore dei.

 

2 . Cfr. Virgilio Eneide VI, v. 95: Tu ne cede malis, sed contra audentior ito.

Mi sono ripetuto questo verso ogni volta che le cose mi andavano male.

Un esempio: quando mi retrocessero al ginnasio, mi dissi: devo insegnare all’Università e diventare maestro di un popolo intero parlando e scrivendo.

3 Nel romanzo Tre amori a Debrecen. Non compratelo: si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna. Lo presenterò il 16 giugno prossimo in questa biblioteca.

 

4 Cfr. Vangelo secondo Matteo, 25, 25:"et timens abii et abscondi talentum tuum

in terra", ebbi paura e andai a nascondere il tuo talento sotto terra.

 

Bologna 8 ottobre 2026  ore 19, 48 giovanni ghiselli

p. s

Statistiche del blog

All time3270602

Today3960

Yesterday4678

This month36959

Last month262275

 

 

 


Il tennis giocato da quattro ragazze.


 

Una partita di tennis: Jasmime Paolini, Sara Errani e le loro avversarie.

Tali ragazze, la Paolini in particolare,  mi infondono la consolazione metafisica di cui parla Nietzsche.

Il loro sorrisi mentre giocano emana dal fondo dei secoli: appartiene all’Universale. Per guardare questa partita pur persa dalle Italiane ho rinunciato a un’ora di studio ma non l’ho perduta: la vitalità di queste giovani mi ha fatto pensare alla forza della natura eternamente viva. In loro ho ripassato la ragazza Nausicaa di Omero, virgulto umano elogiato da Odisseo, Maria ragazza madre di Gesù, Silvia di Leopardi, Carlotta di Gozzano, dalla vita di vespa che emergeva più snella dal crinoline, Micol di Bassani e altre.

Ultimamente abbiamo assistito a molti orrori, a tanto sadismo a molta vigliaccheria, volgarità e rapacità. Ne ho sofferto.

Eppure so che quando  le forze malefiche hanno compiuto tutta la loro distruzione, è possibile  scoprire che nell'anima  rimane qualche cosa capace di sfuggire a quel potere e di nobilitare la vita umana.

Allora il male svanisce, e, come stelle nella notte, brillano la bellezza, la giustizia e la generosità. A questo mi hanno fatto pensare i volti di quelle ragazze. Non ho perso tempo: ho imparato più che dai  libri.

Bologna otto ottobre 2026 ore 18 giovanni ghiselli

 

Statistiche del blog

All time3270134

Today3492

Yesterday4678

This month36491

Last month262275