venerdì 24 aprile 2026

Ifigenia CXXIX. A Tihány, sul Balaton. La cortesia di Isabella, ragazza educata, bellina e persona cara.


 

Il 19 agosto ci portarono a Tihány sulla riva settentrionale delBalaton. In programma c’era l’assaggio dei vini tratti dalle vigne coltivate sui colli che orlano quella parte del lago.

Poco attraente era la possibilità di una nuotata siccome il cielo era grigio e piovoso, l’aria quasi fredda. L’autunno che due giorni prima avevo visto in agguato sulle alte chiome delle querce del bosco di Debrecen aveva fatto un salto dal confine scitico verso ovest minacciando giorni smorti a noi borsisti in procinto di tornare nelle nostre dimore. La speranza di trovare  calore e colori più vivi avvicinandoci a casa pareva annebbiarsi come l’aria sul lago.

Voi giovani che mi leggete negli ultimi anni  siete stati condizionati a pensare che il calore è il male globale, una tragedia da fine del mondo, e forse riterrete insana la mia convinzione che il calore con la luce dà gioia e favorisce la vita, la ristora del freddo  e  dallo scontento del buio tartareo che patiamo con sofferenza lunga per mesi e mesi.

Guardatevi dalle manipolazioni, ragazzi!  

 

Ma torniamo sul Balaton già raffreddato in agosto.

Per difendermi da quel cattivo tempo che mi raggrinzava e intristiva, entrai nel borkósztoló, la bettola dove offrivano il tokai di quei colli. Nel vino avrei potuto cercare qualche vestigia della luce e del calore solare dileguatosi dalla terra, dall’acqua e dall’aria.

Ricordai questi versi di Dante:

“guarda il calor del sol che si fa vino

giunto all’omor che de la vite cola”[1].

Pensavo di trarne qualche ristoro per il  cuore che si stringeva al pensiero dell’appressarsi dell’equinozio umido che offusca il nostro emisfero. Il tokai in effetti mi diede una strana consolazione, ma  trassi invero maggior conforto da un atto di delicatezza che mi offrì Isabella, la ragazza napoletana che avevo accompagnato nella clinica dentistica poco tempo prima.

Entrato con un leggero ritardo, vidi i tavoli in gran parte già occupati. Del resto non sapevo con chi sedermi. Passeggiavo in mezzo alla sala aspettando un invito che però non arrivava. Mi tornò in mente il primo pranzo nella mensa del collegio quando Fulvio mi chiamò. Allora eravamo nel  ’66.

Nell’agosto del ’79 invece nessuno mi tendeva la mano. Questa seconda volta non avevo bisogno di un aiuto che mi salvasse dalla disperazione, ma solo di un invito che mi avrebbe tolto dall’imbarazzo. Se quella chiamata non  fosse giunta, non mi sarei afflitto ma sarei uscito dalla bettola tacitamente. Però nemmeno il cielo troppo freddo e scuro mi invitava. Sicché sedetti a un tavolo vuoto e bevvi un paio di bicchieri non grandi, anzi piuttosto piccini. Non mi guardavo intorno per non dare uno spettacolo miserando di me stesso.  Isabella  si accorse della mia aria da bevitore di assenzio e si avvicinò  per chiedere se volevo unirmi alla sua compagnia: nel loro tavolo era rimasto appunto un posto libero. La ragazza partenopea  disse che avrebbe gradito la mia presenza. Diedi un’occhiata nella direzione che mi indicava e vidi due ragazzi che non mi erano punto simpatici, né io a loro. Perciò risposi che le ero assai grato di essersi accorta della mia difficoltà ma preferivo rimanere solo che accostarmi a quei due. Allora Isabella mi diede prova di finezza d’animo e nello stesso tempo di intelligenza. Disse: “Gianni, siccome sei solo e ti trovi in  difficoltà o per lo meno in imbarazzo, come  arguisco dalla tua faccia cupa dove del resto non manca una dose non piccola di posa attoriale, se ti fa piacere, se questo ti aiuta, rimango qui con te. Non ho dimenticato quanto sei stato cortese con me”.

“In questa terra che il Danubio riga, soglion valore e cortesia trovarsi” [2], risposi “e non tanto in me quanto in te”.

Dopo la citazione alla ragazza letterata, aggiunsi altre parole alla persona perbene: “ tu sei buona, Isabella. Sei stata l’unica ad avere notato il mio imbarazzo, a esserti accorta della mia difficoltà. Ti prego di restare seduta qui: mi faresti piacere, mi daresti una mano”.

 E le feci il complimento più bello che un uomo della mia età di allora potesse fare a una ragazza di quindici anni più giovane: “Se mai dovessi mettere al mondo una figlia, vorrei che diventasse una ragazza buona, intelligente, carina e premurosa  come sei tu, Isabella”.

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Note

 

138 Purgatorio, XXV, 77-78.

139 Dante, Paradiso, VIII, 65 e Purgatorio XVI, 116

 

 Bologna 24 aprile 2026 ore 12, 03

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[1] Purgatorio, XXV, 77-78.

[2] Cfr Dante, Paradiso, VIII, 65 e Purgatorio XVI, 116


Ifigenia CXXVIII. La gita a Miskolc. La taverna, la caverna, la caserma, poi la luce del sole. Nelle donne c’è la vita.


 

Il giorno seguente, 18 agosto, ci portarono a Miskolc. Nel pomeriggio ci fecero entrare in una grande taverna fredda e poco illuminata. L’ebbrezza dei presenti non raggiungeva significati accostabili alla letteratura o alla religione, neppure dionisiaca come quella dell’amico Danilo, bevitore quasi santo oramai,  assente del resto. Mi venne in mente la caverna platonica. Appena potei, ne venni fuori, bramoso di cielo e di sole.

Quando fui nella luce, notai gli alberi dalle fronde brillanti, il fieno tagliato e ammucchiato che emanava profumi, e mi commossi come nel febbraio dell’anno di mia salvazione  1971 quando, dopo quaranta giorni di CAR avanzato dentro la caserma Mameli di porta San Felice, ci portarono fuori in un camion aperto e vidi il ginocchio di una ragazza che pedalava una bicicletta. Era  tondo, sferico come l’Essere di Parmenide.  Si andava a Vignola per sparare tra i ciliegi.  Piangevo alle prime luci dell’alba. Un commilitone mi domandò se stessi male. “No, sono felice” risposi, “ho visto il ginocchio di una donna”.

“Ti basta poco” -fece lui -magari però pensavi all’attaccatura sopra la coscia: quella sì che è bella e buona”. Uno spirito da caserma che non mi offendeva. Era spesso volgare ma quasi mai scemo. Sapeva spesso di vita. Poteva correggere il mio che sapeva troppo di libri.

 

Anche lì a Miskolc mi vennero le lacrime agli occhi. Sentivo la vita, come  quel giorno lontano alla vista di quel ginocchio di femmina umana. Ero rimasto  rinchiuso per le settimane del CAR senza vedere alcuna donna.   

Afferai, annusai e baciai una manciata di fieno odoroso. Ne piansi alla luce del sole che esaltava i colori.

“Uscire dalla caverna-pensai-è ritrovare la voglia di amare e la capacità di essere contraccambiati.

La prigionia nell’antro buio e freddo è quella dell’egoismo: è l’inferno di non potere amare.  Visione di paradiso dal camion che ci portava a sparare fu la vista fugace di un ginocchio che pedalando si sollevava e abbassava. “Il ritmo della vita-pensai. Nelle donne c’è il meglio della vita”.  Fu un presagio del luglio felice quando avrei incontrato Elena pochi mesi più tardi. Avrebbe incrementato la mia vita per sempre.

Intanto Ifigenia mi tradiva. Lo sapevo anche se non ne avevo le prove. Mi bastavano i tanti indizi. “Buon pro le faccia-pensai- se si accontenta”.

 

Salìi su un piccolo colle alberato. Speravo di vederne scendere una ragazza dalle rotondità belle: il seno fluttuante nella corsa,  le natiche  vigorose ondeggianti.

Un vento caldo, come di primavera avanzata, muoveva le foglie. Chiedevo presagi. Vidi una donna bruna, ma aveva i calzoni fino alle caviglie. “Niente cosce purtroppo, nemmeno un  ginocchio, però questa primavera rinnovata in agosto può compiere i benefici di tutta la stagione buona”, pensavo. “Splendidi frutti maturi e saporosi sono le donne mature”.

 

Camminavo per un sentiero sghembo e sbucai in un cimitero campestre. C’era anche una chiesa. Le campane si misero a suonare. Mi venne in mente una biondina francese in corriera che nel 1966 cantava
 « Frère Jacques, Frère Jacques,
Dormez-vous? Dormez-vous?
Sonnez les matines! Sonnez les matines!
Ding, dang, dong. Ding, dang, dong
 ».

    Intanto guardava me che ero desolato assai in quel tempo.

E mi sorrise. Miracolo grande e  conforto immenso ne trassi.

 Benedico ancora quella giovane della Gallia. Sempre da allora. Tutte le volte che fra’ Martino campanaro me la fa venire in mente.

 Talora ne piango al lume della luna.

Dal cimitero e dalle campane volli trarre un segno: “dicono che devo iniziare a scrivere prima che sia troppo vicina l’ora dell’eterno riposo. Fassbinder e Wenders sono del ’45 e hanno già fatto tanto. Sinora ho dovuto cercare le donne e trovarle per riprendermi dalla desolazione, del rinnegamento di me stesso, ma adesso devo procedere sulla via dell’arte che loro mi hanno indicato”.

Il vento caldo accarezzava l’erba di una radura, come facevano le mani  mie con i capelli neri di Elena, di Kaisa, di Ifigenia e quelli rossi di Päivi. Quelli di Marisa avevo potuto solo ammirarli: erano mori mori, sempre rimpianti.

 Entrai nel prato privo di alberi. Le rondini nere con i petti bianchi sfioravano l’erba illuminata dai raggi radenti del sole calante.

“Il prossimo inverno-pensai-forse una ragazza mora verrà in camera mia, e si spoglierà nel talamo : le sue chiome brune faranno risaltare  il petto bianco. E io scriverò”

 Quando faciam uti chelidon, ut tacere desinam?”. Dovrò iniziare presto il mio capolavoro.

 

 

 L’anniversario. Pensieri nati in un  cimitero di campagna.

 

Mi venne in mente una delle ultime sere con Elena. Era l’estate del ’71, il 18 agosto. Stavo dunque vivendone l’ottavo anniversario.  

Solone disse a Creso che di tutti i giorni compresi nei settant'anni di una vita umana mediamente lunga  nessuno è  uguale all'altro. Sicché pa`n ejsti a[nqrwpo" sumforhv, l’uomo è del tutto in balia degli eventi (I, 32, 4). Questi ventiseimiladuecentocinquanta giorni dunque non hanno tutti lo stesso significato né lo stesso valore. Alcuni  significano molto, altri poco o niente, altri moltissimo. I più significativi sono  le pietre miliari nella via della vita. Mi venne in mente che quel giorno era l’anniversario di una sera meravigliosa. Il 18 agosto del 1971 mi trovavo seduto sulla riva destra del Danubio con Elena. La osservavo e vedevo la bellezza della mia amante gareggiare con quella della natura. Un agone nobile, veramente olimpico cui avevo partecipato anche io conseguendo il premio più bello, la borsa di studio più ambita tra noi studenti borsisti di Debrecen. Intendo l’amore.

Sette anni più tardi, a Bologna, il premio  sarebbe stata la collega Ifigenia. Quella sera dell’agosto 1979  l’aria era talmente calda e tanto dolce che sembrava l’inizio della stagione bella invece che la sua fine.

 Elena trascorreva ancora dentro di me come una nuvola nel cielo. Altre, prevedevo, avrebbero lasciato tracce memorabili nell’anima mia. Ora so che nessuna sarebbe stata della sua levatura. 

 

Entrai in un cimitero campestre. Mi dava un senso di pace e serenità forse perché pensavo che non sarei morto tutto, nemmeno dopo l’ora inevitabile, se avessi raccontato bene, con arte, le storie d’amore con le mie donne. Storie anche politiche, storie pure di scuola e di educazione.

Sarei sopravvissuto alla mia sepoltura.

Le parole scritte da me avrebbero raffigurato  alcuni decenni dell’epoca nostra, a lungo dopo la mia vicenda mortale. Avrebbero educato milioni di lettori.

Tornando verso la taverna, osservai un giardino non recintato da alcuna barriera, nemmeno da una forcatella di spine, eppure folto di alberi pieni di frutta quasi matura: pere, susine brune, lisce e sode come la mia ultima amante. Ricordai Il  grande giardino- mevga~ o[rcato~ della reggia di Alcinoo[1].

Presto, molto presto, sarebbe imbrunata pure l’uva. Ogni cosa a suo tempo.

 

Bologna   24 aprile 2026 ore 9, 51  giovanni ghiselli 

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[1] Il giardino del re è miracolosamente rigoglioso. Nel settimo canto dell’Odissea c'è il catalogo dei frutti perenni: peri, meli, fichi, olivi e uva. Il culmine della descrizione sono i vv. 120-121 :" la pera invecchia sulla pera, la mela sulla mela,/poi sul grappolo il grappolo, il fico sul fico". Una descrizione che è stata variamente imitata (da Teocrito, Tasso, Pascoli che io sappia) e che mi è venuta in mente nell’estate del 1999 quando percorrevo in bicicletta le strade delle isole felici di Citera e di Creta.-