sabato 5 settembre 2026

Ifigenia CXXXII I fuochi d’artificio a Budapest. Una festa di popolo. Isabella e Silvia. Il dialogo conclusivo con parole politiche.


 

Finita la cena al ristorante Silvanus di Visegrád, ci portarono a Budapest perché vedessimo i fuochi d’artificio che ogni anno il 20 agosto, calata la notte,  vengono lanciati dalla base del monte Gellert verso il cielo da dove cadono nell’acqua del Danubio in forma di carte bruciate.

Quando arrivammo nella capitale, per le strade c’era aria di festa e la popolazione si dirigeva da tutte le parti verso il fiume che separa la pianura dalla collina, cioè  Pest da Buda.

L’autobus ci portò fino alla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale. Ne uscimmo ed entrammo nella schiera lunga e fitta che percorreva la Rákóczi út in direzione del ponte Erzsébet. Arrivati, scendemmo sulla riva lapidea del fiume, camminammo un poco, poi ci sedemmo sui duri gradini dell’argine.

I margini del Danubio erano pieni di popolo. Tali feste mi piacciono: sono sentite dalla gente. Non hanno fini di lucro e non ci si va per consumare. Conservano qualche cosa di antico e di religioso. L’acqua scorreva così lentamente che non si vedeva se andasse verso il ponte Elisabetta o  quello delle Catene e l’isola Margherita.

Alle dieci in punto si spensero le luci della fortezza con tutti i lumi di Buda, poi quelli di Pest. Quanti fumavano spensero le sigarette. Il momento era sacro. Alla base del Gellert si accesero dei riflettori che lanciarono in alto fasci di luce rosa, verde e rossa. Quindi cominciarono i fuochi. Salivano quali punti luminosi nel cielo, poi si aprivano, si colorivano come un boccio che diventa un fiore dalle ampie corolle, o come una bambina neonata che diventa una donna bella.

Dopo la fioritura stupefacente, però, la luce si affievoliva e cominciava a declinare nel fiume dove concludeva la breve parabola della sua vita in forma di carta nera, bruciata, fumosa.

“Potrò evitare questa caduta alla bellezza delle persone incontrate nel mio cammino e  a quella degli  spettacoli offerti dalla natura-pensai-mettendo in luce  gli aspetti più significativi e descrivendoli con parole ornate eppure  precise” .

Un bambino gridò: “ mamma: Guarda quante stelle nuove vanno su e giù!”

“Il bambino, come il poeta, nota le somiglianze” pensai.

Poi: “se quel bambino fosse mio figli gli direi che le stelle sono consce del fato. Se fosse una figlia, glielo direi addirittura in latino: conscia fati sidera”.

 

A un tratto il Gellert si accese per una cascata ignea  che rischiarò Buda e il fiume con entrambe le sponde. Mi voltai per vedere le facce delle persone-“Fra cento anni, pensai, nemmeno uno di noi sarà più qui  sulla sponda del fiume né altrove sulla terra.

 Se saprò raccontare il bene ricevuto e dato con le parole migliori disposte  con ordine, qualche cosa di buono e di bello si salverà da quel precipizio.”

 

Sullo scalino retrostante il mio c’era  Isabella seduta in maniera composta e dignitosa. Con le mani teneva la gonna, lunga e larga, aderente ai polpacci. Se si fosse posizionata in maniera diversa avrei potuto vederle cosce e mutande. Sarebbe stata una provocazione lanciata alla  casta diva nel cielo e, in senso diverso, alla libidine mia  qui sulla terra.

La cascata di luce le illuminava il volto bello e pulito. Le rivolsi un sorriso di stima e simpatia. Quando mi ebbe visto, la corteggiai elogiando la sua pudicizia elegante e rara. Sapevo che con gli elogi si possono sedurre anche le vestali.

“Seduta così compostamente-le dissi non senza un po’ di ironia-fai onore alla tua dignità di donna e rispetti il tuo uomo”. Invero cercavo di stuzzicarla. Rispose con un sorriso. Osservavo i suoi occhi lucenti nella girandola conclusiva dei fuochi. Attraverso lo sguardo di lei  vedevo le profondità  dell’anima di quella ragazza: non era il fondo del mare  insondabile, spesso latente anche perché talora coperto di sugna, oppure abitato da mostri, bensì la conca sassosa di un piccolo lago alpino, del tutto visibile per la limpidezza dell’acqua diafana e incontaminata al pari del cielo sopra le montagne dopo l’aurora che  annuncia una giornata serena, mentre il sole emerge dalle pallide rocce e le colora di rosa, come fece il 30 luglio del’ 71 con gli alberi strani dell’orto botanico dell’Università di Debrecen, quando Elena cantava Summer time per significarmi che in quel momento vivere era facile e bello per noi due che ci amavamo, però avevamo poco tempo davanti e dovevamo assaporare quel momento, assimilarlo ai nostri corpi e alle anime nostre, perché non sarebbe tornato mai più.

Vedi che ho raccolto il tuo invito Elena cara. Ho amato te più di tutte perché potevo farlo senza temere  un ridicolo fidanzamento o l’orrore di un matrimonio funesto e tragico molto più di un funerale.

Anche tu non  mettesti  mai nel mio conto questo esoso balzello né altri.

 

 

 

Corrumpere et corrumpi saeculum vocatur.

 

Spenti i fuochi mi incamminai con Isabella e Silvia verso il collegio di Buda dove eravamo alloggiati.

Silvia Virág dopo ventitré anni passati nella D.D. R. e due a Budapest dove si era sposata con un ungherese dal cognome joyciano, non sapeva quale fosse il male minore tra la repubblica democratica tedesca, pseudodemocratica secondo lei, e l’Ungheria già sulla strada del ritorno al capitalismo.

Mi domandò  come andassero le cose in Italia, sempre politicamente parlando.

Risposi: “Non bene. Da noi ci sono sperequazioni offensive della povertà e della santa giustizia che viene presa a calci ogni giorno con piede non solo ateo ma anche empio. Quanto alla libertà di parola, di critica, di giudizio, essa è mal tollerata da quando i partiti, più o meno tutti, hanno messo fine al confronto dialettico siccome soggiacciono  al potere economico o sono collusi con la mafia. La nostra sovranità del resto è limitata non meno della vostra. I servizi segreti prendono ordini dall’estero, dalla potenza egemone in Occidente. La cultura è in uno stato pietoso, la scuola si sta degradando.

I servizi sanitari ancora si salvano, ma sono meno buoni che qui in Ungheria da quanto ho potuto constatare.

Insomma l’indifferenza politica e l’ignoranza stanno prendendo la sovranità sul popolo oramai spossessato in gran parte di pensiero critico, dell’attenzione diretta al buono e al bello. Il regime ha operato un genocidio culturale diffondendo il “dis-angèlo”, la cattiva novella dell’egoismo ottuso e vorace e quello della prepotenza di chi detiene il potere. Attualmente l’ ideale della maggior parte degli italiani è uno stipendio cospicuo per consumare il più possibile di quanto viene reclamizzato dalla pubblicità onnipresente e capace di deformare le menti umane con le sue menzogne continuamente ripetute dappertutto.

Questa è la vera scuola di corruzioni di chi non ha la difesa della cultura”.

“E tu gianni come reagisci?” domandò Isabella che lo sapeva ma voleva sentirlo ripetere.

“Io studio i classici antichi e moderni per trarne argomenti con cui educare i miei giovani a non seguire la volgarità delle mode: l’egoismo, la corruzione attiva e passiva, il consumo frenetico, le droghe, il sesso privo di sentimenti buoni e di gioia.

Da noi la moda dell’ora, dell’adesso- modo in latino, mo’ in dialetto napoletano,  è quella del vizio:”Multi illic vitia rident et corrumpere et corrumpi saeculum vocatur[1], molti là ridono dei vizi e sia corrompere sia essere corrotti si chiama lo spirito del tempo .

Io non voglio corrompere né corrompermi come la maggior parte dei nostri politicanti, né ammazzare o venire ammazzato come i terroristi.

A scuola voglio educare, non comandare e tanto meno essere comandato da presidi autoritari o da colleghi più attempati e  spesso anche più ignoranti e meno coraggiosi di me.

 Mi difendo dalla volgarità e dalla prepotenza con l’aiuto dei miei autori   che mi hanno insegnato a pensare criticamente, a parlare esprimendo idèe e sentimenti con parole efficaci,  a rifuggire dalla ciancia infarcita di  ignoranza, a prendermi cura dell’anima e del corpo per mantenerli sani e potenziarli sempre”

“Ci riuscirai”, disse Silvia, e Isabella annuì.

Camminavamo per la Bártok Béla út, in salita e piuttosto in fretta siccome il nostro collegio era a Buda, alquanto lontano dal fiume, e volevamo arrivarci prima che ci chiudessero fuori.

Per rispamiare la lena tacevamo. Sicché meditavo sul passato e sul futuro della mia vita mortale. Pensavo che mi sarebbe piaciuto avere una compagna riservata, gentile e affidabile come Isabella, capace di parlare politicamente come Silvia, e pure bella quanto Ifigenia che però era poco assennata e non sufficientemente educata. Le mie fatiche, umanamente spese, non erano bastate.

Questa  mia ultima amante non era una donna politica, né riservata, né affidabile, nemmeno abbastanza gentile, però era una femmina umana di rara bellezza corporea. Mi chiedevo se questa bastasse a contrappesare il bene con il male. Ne dubitavo poiché mi aveva reso infelice.

Poi il suo viso, in particolare gli occhi e lo sguardo non erano speciali come il corpo. Profecto in oculis animus habitat"[2], certamente l'animo abita negli occhi.

 

Prima di salire in camera bevemmo una birra nel bar ancora aperto del collegio, parlammo un altro poco, quindi andammo a dormire. Ciascuno nel letto suo.

 

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato

 

 

Pesaro 5  settembre 2026  ore 17, 01 giovanni ghiselli       

p. s.

Superati i 3 milioni, so che devo puntare ai quattro poi ai cinque. Inoltre alla salute fisica e mentale, a fare conferenze degne di me, a piacere prima di tutti a me stesso. Poi magari anche ad altre persone umane, buone e intelligenti. Donne e uomini.

I capitoli ambientati a Debrecen sono forse tra i più belli, forse per il fatto che gli incontri fatti in quell’ambiente sono stati molto significativi per me. Anche i capitoli con i ricordi delle visioni di Moena sono speciali. Lì tra i monti era la natura che mi aveva impressionato fin da bambino a significare tanto ai miei occhi già nell’estate del 1948 quando non avevo ancora compiuto quattro anni. Esclamai : “che macello di rocce!” come vidi le rupi del Catinaccio dalla corriera che andava verso il passo Pordoi, e una turista seduta dietro di me commentò “che stellina”! Le zie ne furono commosse.

  

 

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[1] Cfr. Tacito, Germania, 19,  2

[2] Plinio, Naturalis historia, 11, 145.


Ifigenia CXXXI Torna il sole di un avvenire buono mentre ricordo il passato. L’arteria femorale mai baciata e sempre rimpianta.


 

Poco dopo apparve  nel cielo la santa faccia di luce che nutre la vita.

 “E’ arrivato un rimedio dal bel volto” pensai.

Ancora una volta il dio luminoso mi infuse forza e coraggio e la volontà di essere egregio.

L’acqua cominciò a scintillare, l’aria tornò a brillare, la musica della giostra sprizzava allegra e confortante, gli zingari ritrovarono le maschere dionisiache, l’odore del pesce diventò  invogliante, da ripugnante che era. Il castello sfavillava alto sul colle nobile e antico, incastonato sulla cima come un gioiello.

Sul Danubio passò un battello bianco. Diffondeva musica cara al mio cuore: le danze ungheresi di Brahms suonate spesso nella terra magiara e pure sull’acqua dolce dei fiumi.

 “La piccola nave è bianca e snella come una donna giovane che nuota nuda e canta”, pensai.

Ifigenia una sera d’inverno mi cantò l’alleluja del Messia di Händel dopo l’amore. Sole, infondimi la forza e la bellezza  della  tua luce. S’io meritai di te assai o poco”.

 

 Marina-Marisa

Dalla giostra provenne la musica della canzone “Marina” che suscitò ricordi di fatti lontani.

Nella seconda parte degli anni Cinquanta, quando facevo le medie Lucio Accio e il ginnasio nel liceo Terenzio Mariani di Pesaro, questa canzone mi faceva pensare a Marisa di cui ero innamorato .

Era la più brava della sezione femminile, studiosa, intelligente e competitiva. Bruna era e bella. Per certi versi era simile a me, però non mi contraccambiava. Ci sfidavamo solo. A chi prendeva voti più alti pur in classi diverse. Questo l’ho già raccontato. Adesso aggiunngo che allora il sistema delle raccomandazioni non era onnipresente e pervasivo come adesso, e la scuola selezionava parecchio in base all’impegno e alle capacità. Il latino alle medie era più serio e severo che adesso nei licei. Si doveva tradurre dal latino e in latino. Molti non ce la facevano e andavano all’avviamento al lavoro. Dal ginnasio, poi, la selezione diventava più dura di una decimazione e non risparmiava i figli dei maggiorenti della città che dovevano passare in scuole private come Poggio Mirteto dove i diplomi venivano venduti e comprati per denaro.

 Il liceo classico Terenzio Mamiani di Pesaro fermava chi non studiava. Lo rimandava o bocciava anche se era figlio di un giudice, di un notaio o di un primario dell’ ospedale San Salvatore.

Io avevo i genitori separati e questo fatto, molto raro all’epoca, non deponeva a mio favore. Mia madre non lavorava. Il cibo non mancava perché la nonna materna Magfherita aveva 70 ettari di terra con una cinquantina di  mezzadri che la lavoravano, ma i soldi non erano tanti e ben pochi ne venivano spesi per me. In casa avevo solo i manuali adottati.

 Tuttavia ero bravo a scuola. Dovevo studiare molto per arrivare alla media dell’otto. 

La selezione più severa la facevano le prove scritte di greco e di latino, discipline che mi piacevano. Lo scritto di matematica, materia che non mi garbava, non c’era. Bastava studiare a memoria e questa non mi mancava.

 Quella scuola dunque mi si confaceva.

Marisa e io  eravamo i due più egregi ed ero innamorato di lei senza alcun riscontro. Del resto non gliel’ho mai detto, nemmeno quando ci si incontrava da anziani oramai. Da vecchi si abitava vicini d’estate.

La canzone  che aleggiava sul  Danubio e sulla mia testa faceva: “Mi sono innamorato di Marina, una ragazza bruna ma carina”. Trovavo irrazionale e assurdo, contrario ai miei gusti e alla mia natura quel “ma”.

Eppure tale assurdità si legge anche nel Cantico dei cantici: “bruna sono ma bella”[1]. Io pensavo e tuttora penso che la donna ben fatta e bruna incarni la bellezza mediterranea ricca di colore, vitalità,  sensualità.

La bruna Marisa era rimasta intoccabile, ma in seconda liceo vinsi un premio per i prima trenta studenti dei  classici d’Italia. Un viaggio in Jugoslavia. Conobbi una gelataia di Lubiana, castana di capelli.

Questa Slovena fu la mia prima borsa di studio incarnata.

Poi mi sono rifatto anche nel campo dell’amore con le more: Elena e Kaisa finnich erano brune brune di capelli e Ifigenia era molto bruna e bella assai in tutto il corpo irreprensibile.

Dopo avere pensato questo, mi dissi:

“E’ ora di procedere: devo lasciarmi guidare dal ricordo dei successi: quid agi oporteat bonis successibus  instruendus”.

 

Il sole aveva sbaragliato le nubi. Mi tolsi la maglietta per  l’abbronzatura che va ripassata, come le lezioni. Mi guardai il petto e i fianchi. La vita da torero. Narcisetto. Sì ero snello come il giorno di Päivi cinque anni prima, come il mese di Elena dopo ben 8 anni: magro, abbronzato con tutti i capelli e i baffi neri, niger tamquam corvus, con i carismi, le grazie dell’uomo piacente, se non proprio bello, invecchiato benissimo. Sentìi una grande energia anche dentro di me.

 “Devo costruire qualcosa, assorbire la forza del sole, la bellezza del mondo e viverla, attuarla in una poēsis espressiva  non meno di una pictura, una creazione educativa che sopravviva ai miei momenti di grazia. Salvare la bellezza dalla caducità. Intanto lasciar cadere i rami malati: non sostenerli con un vano dispendio di energie. Disperdere le debolezze e i vizi nati da antichi dolori che non hanno più ragione di esistere”, pensai.

 

Quindi mi allontanai dalla piazza camminando lungo la sponda del fiume secondo corrente, finché la riva divenne del tutto pulita. Giunto nel tratto mondo, lo riconobbi come quello del bagno del 1974. Un’estate, quella, piena di destino come un’opera  d’arte capace di fare epoca: mi aveva dato il viatico per la lunga strada dello studio serio, teso a imparare, a ricordare, a educare parlando e scrivendo. Päivi mi aveva reso studioso del vero e del bello. La bambina non nata mi aveva chiesto di compensarla mettendomi al servizo educativo delle figlie e dei figli altrui, parlando e scrivendo.

 

Tornai nel gruppo debrecino. Ci portarono sulla collina del castello e del ristorante Silvanus dove cinque anni prima avevo cenato con Päivi, avevo ricevuto la rosa e il titolo augurale di Magister dalla studentessa Josiane di Strasburgo, pulzella giovane molto e carina, tutta gallica o mezza germanica che fosse. Parlava francese graziosamente.

L’Ister osservato da quella collina appare incurvato tra i monti e ameno quanto il lago di Como guardato dalla Madonna del Ghisallo, o il lago di Pusiano visto dal Cornizzolo, alture  dove salivo in bicicletta cronometrandomi  dopo una giornata spesa negli esami di maturità, al Parini o al Beccaria, gli ottimi licei milanesi. Esperienze belle, di mio gusto. Avevo rimediato delle amicizie con un paio di colleghe aperte al dialogo.

Dovevo continuare a impegnarmi sul serio anche nell’ascesi somatica, acquistandone forza e voglia di vivere, voglia di fare, di attuare il meglio delle mie possibilità.

Il vento sollevava le tovaglie rosse dei tavoli, i capelli e le gonne delle ragazze. Dalle loro cosce tornite esalava un’aura, un presentimento di paradiso. Pensai a quelle mai baciate di Josiane  e me ne rammaricai. 

Ero avviluppato in una rete di fedeltà a Päivi che non me l’avrebbe contraccambiata e non avevo ancora imparato come si deve La montagna incantata di Thomas Mann altrimenti avrei osato chiedere alla ragazza francese: “Lascia che io posi devotamente la mia bocca sull’Arteria femoralis che batte sulla parte anteriore della tua coscia, o perfino: “Laisse - moi toucher dévotement de ma bouche l’Arteria femoralis qui bat au front de ta cuisse”.

 Almeno l’indirizzo avrei potuto darglielo e chiederglielo dopo il suo cortese interesse. Tanto più che una matita l’avevo e il foglio me l’aveva posto in mano lei con la rosa bianca e la scritta “Magister, tibi”. Non mi sono mai perdonato tale peccato di negligenza.

 Ma temevo di fare uno sgarbo a Päivi presente e attenta alla scena.

Avevo già lasciato sola Josiane per Elena tre anni prima. Questa che era incinta di un altro meritava ogni riguardo. Anche a Päivi, incinta addirittura di me, dovevo la mia premura.  

Quella sera al Silvanus non prevedevo che poco tempo dopo la finnica rossa mi avrebbe piantato senza cortesia né civiltà. Fennis mira feritas, avevo pensato, anche se i Fenni di Tacito sono i Germani del nord est, non i finnici dagli occhi con taglio mongolico. Però le parole di Tacito spesso  suonano  bene.

 Il mio dogma, perfino religioso o superstizioso talora fanatico, della fedeltà in amore, poche volte è stato ricambiato.

Dovevo disincantarmi. Ifigenia non mi aveva scritto. Era il caso di trovarne le cause e trarne le debite conseguenze.

Ne avevo  a bastanza di inganni, di fregature dovute ai miei errori. Quell’estate non avevo corrisposto a Silvia, l’interessante tedesca di Berlino per mantenermi fedele a Ifigenia che quasi sicuramente aveva tradito le promesse fatte a me. Dovevo imparare da tutte le  esperienze come stanno davvero le cose. Dai libri le parole, magari le idèe, ma la maestra del fare è la prassi.

Il vento scuoteva anche i capelli rossissimi, avvelenati di una turista attempata. Sembrava volere strapparli siccome innaturali. “Questo fiato del cielo farà cadere i rami rinsecchiti e le paludi infette, i miasmi velenosi ancora residui nell’anima mia”, pensai.

 

Pesaro 5 settembre 2026  ore 6, 42 giovanni ghiselli  

p. s.

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[1] Primo pema. La sposa.