mercoledì 3 giugno 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 VIII. L’offerta di tregua respinta. Farfalle e lucciole.


 

Sicché decisi di parlare senza maschera e senza ironia, per fare la pace.

Andai nel bagno per mettermi le lenti a contatto quasi fossero un abbigliamento elegante e galante. Comunque costituivano uno dei mezzi della mia cosmesi dopo la bicicletta, le corse a piedi, l’abbronzatura, la doccia  e la frugalità .

 Quindi tornai a sedermi sulla cuccia della cabina, chiusi il quaderno che avevo lasciato aperto  e dissi:

“Il nostro rapporto è fallito, Ifigenia, c’è poco da fare. Ma non è una tragedia: non c’è stato un bambino e dopo questo pellegrinaggio possiamo smettere di frequentarci, se vuoi”.

 

“Come potrei non volerlo ?”, fece, rispondendo con una domanda polemica.

 

Il gioco di scacchi ricominciava ma non desistetti dalla volontà di fare chiarezza.

“Il fatto più grave cui è difficile trovare rimedio è che in noi due,  c’è della stanchezza. Abbiamo nell’anima qualche cosa di tetro, di malato, che ci sottrae energie, ci ha tolto  ogni letizia dal petto, expulit ex omni pectore laetitias[1].

 

Stavo ricominciando a citare, a recitare anche io. Era più forte di noi, zingari teatrali di formazione classica. Lei più dionisiaca, io incline piuttosto all’ordine con disciplina dura non senza sudore e fatica. La tragedia greca  conteneva entrambi questi aspetti con accenti diversi nei tre autori: Sofocle il più apollineo; Eschilo ha dato spazio anche a personaggi della mitologia inferiore, direi predionisiaci, latori di caos poi cosmizzato da Atena e da Apollo nelle Eumenidi, come nel frontone occidentale del maestro di Olimpia.

Dioniso è l’oriente barbarico che giunto in Grecia diviene arte quale musica.

Le Baccanti di Euripide hanno indicato la possibilità di conciliare Apollo con Dioniso.

 Penteo non aveva colto il suggerimento.

Non potevamo arrivare a una sincrasia  noi due, almeno durante il viaggio nell’Ellade?. Volevo provarci.

Sicché ripresi a parlare

“Tu mi hai lasciato, almeno quale donna votata alla fedeltà; io ho sbagliato credendo superstiziosamente che alle mie scelte dovessero  conseguire lee tua. Ora non siamo più tenuti a limitarci nella libertà di fare o non fare.

 La causa del nervosismo e dello squilibro che ci ha fatto cadere nell’insensatezza volgare della gelosia possessiva è stato il nostro “fidanzamento”, falso, assurdo e ridicolo.

 Chiarisco questo per dirti che non c’è più ragione di litigare: io non voglio toglierti niente né tu puoi farlo con me e nemmeno lo vuoi. Dunque ora usciamo da questa angusta cabina dove stiamo guastando il buonumore che avemmo quando si decise di fare questa esperienza insieme”.

“A me pare di essere chiusa in  una gabbia”

“Ricordati però che la settimana scorsa ci siamo cercati a vicenda e quando ci siamo trovati abbiamo detto: “mi manchi” con voci reciproche.

Dunque non è vero che il nostro discidium o divortium ci renda felici. Io senza te non lo sono mai stato.

Tu non abitavi nella periferia delle mie gioie, anzi con te ho visto tutti i termini della beatitudine mia[2].  

Né d’altra parte lo stare insieme ci piace, come si vede benissimo. Secondo me c’è qualche cosa di malato in entrambi, e il morbo non dipende dal nostro rapporto, bensì lo contagia. Che cosa può essere?

Pensiamoci, Ifigenia, parliamone senza questionare”

“ Va bene, ci penserò, ma non voglio parlarne con te”

“Per quale ragione vuoi pensare da sola a un problema, un vero ostacolo alla felicità mia e tua?”

“Perché non mi fido di te: tu non hai più l’autorevolezza per darmi consigli”.

“Ho capito”, conclusi.

Non potevo dialogare con una persona che mi rifiutava. Uscìi dalla stretta cabina pensando: “Ci rivedremo  a Patrasso o sull’ombelico del mondo”.

Salìi sul ponte. Navigavamo già tra i sacri monti dell’Ellade. Cercavo di non pensare a niente. Presto però mi raggiunse colei e sedette vicina, cupa e senza guardarmi tuttavia. Nemmeno quei monti tutti pieni di dèi guardava. Il ponte di poppa era  pieno di gente seduta o distesa a prendere il sole già alto nel cielo. Ifigenia guardava se la guardavano, oppure fissava lo sguardo sulla propria ombra. A un tratto interruppe il silenzio e osservò che il luccichìo del sole sul mare sembrava una danza di farfalle gialle su un prato pieno di luce.  

Imitava  il mio metodo inteso a trovare le somiglianze. Forse voleva riprendere il dialogo.

Ma la feci aspettare.

Pensai che più spesso traeva impressioni dalle notti lunari.

Mi vennero in mente alcuni suoi strilli isterici che mi facevano quasi paura quando vedeva spuntare dai monti su tacita selva la luna, a Moena, o dalla distesa marina di Pesaro.  Amava le lucciole. Queste piacevano anche a me quando ero bambino: le vedevo negli orti pesaresi, ma a Bologna non le avevo mai viste. Pensai a Pasolini. Un maestro che mi mancava.

“Per fortuna le farfalle volano ancora” mi dissi.

 

Ifigenia si alzò. Camminava leggera in mezzo a un carnaio di corpi distesi sul sordido ponte della nave ferrigna. Sembrava una grande farfalla discesa nell’orribile barca del demonio Caronte per portare ai dannati l’estrema visione della bellezza terrena.

“Se si avvicina troppo alle perdute genti destinate all’inferno-pensai-questa falena rischia di bruciarsi le ali, poi di  precipitare nel lago gelato , tra le ombre dolenti dai visi cagnazzi, dannati che gemono e battono i denti crepitanti in nota di cicogna[3]”.

 Intanto però la sua bellezza mi abbagliava.

 

Avvertenza: il blog contiene  note.

 

Note

 2Catullo, 76, 22.

 

 3Queste due espressioni iperboliche e ricercate risentono la prima del Giulio Cesare di Shakespeare (II, 1, 285-286), la seconda della Vita nuova di Dante (I, 1). Tale è manierismo, anche un po’ Kitsch direte voi. Non posso negarlo.

 

4 cfr. Dante, Inferno, XXXII, 36 e Ovidio, Metamorfosi, VI, 97. Questo lo è ancora di più.

 

Bologna , 3 giugno  2026 ore 17, 51 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Catullo, 76, 22.

[2] Queste due espressioni iperboliche e ricercate risentono la prima del Giulio Cesare di Shakespeare (II, 1, 285-286), la seconda della Vita nuova di Dante (I, 1). Tale è manierismo, anche un po’ Kitsch direte voi. Non posso negarlo.

5 Alessandro-F. Marcucci Pinoli di Valfesina, Dialoghi tra e con le parole, 8 Dimenticare e Scordare, p. 33, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2022).

[3]


Viaggio in Grecia agosto 1981 VII. Il rancore placato dal sentimento buono della gratitudine.


 

L’ultima battuta le piacque e volle riaprire il discorso, “L’attore tra noi due adesso sei tu: ti metti tutte le maschere: da monachello a Odisseo”.

“ Già intorno ai 6 anni pregustavo  i miei amori: se ne accorsero i miei tutori e  monachello mi fecero far. Poi sono evaso dal convento del Beato Sante  presso Mombaroccio di Pesaro e ho girato l’Europa cercando di imparare  a conoscere  meravigliosamente le donne. Ora scusami ma voglio  scrivere”.

 

Ifigenia tentò di ostacolare il mio compito che le dava fastidio. Aggiunse che con me non si sentiva a suo agio e che non riusciva a capire perché stesse facendo quel viaggio in mia compagnia.

 

“Forse perché ti ho invitata. Comunque una volta sbarcati, puoi traslocarti dove più ti garba. Io seguiterò a girare come un passero solitario cui è venuta meno la compagna dalle belle penne. Non mi devi niente. Né io a te”.

 

La guardavo con gli occhi resi meno grandi, meno buoni dalle grosse lenti da miope e aggiunsi: “Io faccio  questo viaggio  per prendere appunti sul mio stato d’animo e sul tuo finché ci frequentiamo, ancora per poco non temere, inoltre voglio andare a Delfi a pregare.

Trova pure tu un motivo sensato per te, se ci riesci”.

L’avevo messa in difficoltà e colei per ripicca riprese a rinfacciarmi la carenza di umanità nei suoi confronti.

“Quando sono con te, mi sembra di essere una che nuota con grande fatica e ogni tanto va sotto, o piuttosto viene spinta verso il fondo”.

Che cosa potevo risponderle? Nulla di sensato.

 

Infatti ripresi a scrivere: “senti, senti: ha parlato Ofelia. Ma no, a forza di frequentare una che trasforma tutto in scene caotiche, assimilando ogni cosa al suo guazzabuglio, confondo le parti. Una volta   io ero Odisseo, lei era Nausicaa che mi salvò dai naufragi negli amori e nel lavoro. Ma ora chi siamo? Io vorrei scrivere un romanzo e superare il numero minimo di 50 amori, come ho giurato  da bambino sopra l’altare del convento dove ero stato recluso;  Ifigenia da ragazza benefica è diventata un’erinni malefica e, se penserà che le convenga, magari diverrà un’eumenide benevolentissima, da mima qual è.  Ha sempre la faccia nascosta dietro maschere tragiche o comiche che cambia spesso come le calzature: cothurni e socci.

 Altro che occhiali! Sono piccoli i miei e coprono soltanto gli occhi, mentre  il suo volto non si vede  più da diverse stagioni .

Anzi, a questo punto non voglio più vederlo.

La sua faccia è una facciata, una maschera una persona che  copre tutto di lei tranne  la sua vanità.

 Se proseguirà fino a Delfi, parlerò soltanto con gli dei che saltano sulle due cime del Parnaso, Apollo e Dioniso, numi che per loro  umanità mi rispondono sempre.

 Però, andare a pregare sul sacro ombelico del mondo, poi magari pure a Olimpia, avendo nel cuore cupi rancori nei confronti della creatura che mi ha dato tanto piacere e dolore quanto nessuna altra donna mortale, nemmeno la buona, dolce, graziosa Elena la  diciottenne della primavera di Praga, neppure la bella e fine, intelligente Elena la donna suprema  che mi diede una lezione di umanità dicendo, “io non sono materia”, neanche Kaisa la studiosa dagli occhi di viola che mi spinse a studiare, né Päivi la psicologa fulva che mi indusse a indagare me stesso poi abortì nostra figlia e mi fece fuggire con un ruggito non senza  una zampata  da bipede leonessa; ebbene andare in pellegrinaggio nei templi degli dèi della Grecia pieno di risentimento verso la donna che mi ha fatto assaporare il gusto e  talora financo la gioia di vivere per  otto mesi di questa mia vita mortale, sarebbe un sacrilegio nefando, un’offesa agli dèi generosi che l’hanno messa sulla mia strada.

Senza il lungo apprendistato di amore e di studio durato un decennio     non sarei stato in grado di piacere a Ifigenia  e non ci sarebbero stati i baci scambiati sui prati odorosi  le carezze sulla riva del mare, gli agoni leali nei campi sportivi durante i tramonti della primavera luminosa  quando già fiammeggia la sera promettendo l’estate, né avrei gioito delle ultime nevi di  aprile  sulle montagne rese brillanti dal sole  che rende le valli fiorite e sonore dei fischi di uccelli corteggiatori, dei  canti delle ragazze  innamorate. Poi la nuda estate con lucciole presso le siepi , le rane lontane e vicine nella campagna, i versi dei grilli in una staffetta canora con le cicale pazze di sole.

Le ragazze amate prima di questa giovane donna mi avevano insegnato un metodo, aperto la via da percorrere  tutta amando sempre la vita.

Tutto quanto è avveduto  non è stata un’ accozzaglia casuale bensì  destino previdente e provvida ventura. Ifigenia è stata uno dei grandi doni del cielo e se non posso fare più niente per il suo  bene, non devo nemmeno volere il suo male. Né maltrattarla.

 

Bologna, 3 giugno  2026 ore 16, 24 giovanni ghiselli

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