lunedì 9 marzo 2026

Viaggio in Grecia 1978 IV. Il tempio di Brauron. La preghiera alla dea vergine, signora delle belve.


Procedevo lungo la costa orientale dell’Attica, diretto al promontorio meridionale. La strada era discosta qualche chilometro  dal mare da dove provenivano i soffi di un vento furioso. Pedalavo chino sul manubrio e abbarbicato alla bicicletta per non essere gettato a terra dove avrei battuto la testa, sarei rimasto privo di sensi e mi avrebbero finito dei cagnacci affamati acceffandomi senza pietà, ne ero sicuro. Ho sempre temuto la morte per cani. La cosa più costantemente temuta accade sempre?  

A un tratto vidi un cartello che indicava il tempio di Brauron. L’avevo sentito menzionare da Euripide ma non ricordavo in quale tragedia. “sono i prodromi dell’Alzaheimer” pensai e ne fui terrorizzato. Quindi sussurrai: “presto sarà tempo di dire: nunc dimittis servum tuum Domine” . Poi aggiunsi: “forse è già tempo”, ricordando le ultime parole del romanzo Il male oscuro di Giuseppe Berto che mi influenzò e aiutò molto nella fase più tragica della mia vita.

Non potevo rassegnarmi a tanta smemoratezza: non avevo nemmeno bevuto l’acqua del Lete. Ho sempre avuto una memoria più che terrena e il laqevsqai mi pareva  il maximum scelus , un segno di morte. Sicché ce la misi tutta per tirare fuori il ricordo dalle pagine di Euripide.

Appena me ne sovvenni, mi sentìi salvo. Si tratta della cara tragedia Ifigenia in Tauride quando Atena ex machina ferma l’inseguimento del barbaro re Toante e salva i fratelli figli di Agamennone e Clitennestra, preannunziandone le sorti. La ragazza dovrà custodire le chiavi del tempio di Brauron dove morirà e avrà sepoltura. In quel  tempio Ifigenia  avrebbe ricevuto l’ornamento  dei pepli e dei tessuti che le donne morte di parto lasciano nelle loro case.  

L’onore della mia memoria, il mio stesso onore e la vita, tutto era salvo, tranne la mia bambina, quella che Päivi aspettava, invano. Forse aveva temuto di morire di parto. Dovevo sostituire quella creatura in qualche maniera. Con rinnovate forze misi la bici  per  un sentiero sassoso pedalando a fatica contro gli sbuffi del vento che veniva dal mare e mi gettava aspri granelli di sabbia negli occhi già straziati da trenta ore di lenti a contatto. Ma lì tutto era santo. Infatti ero diretto al santuario dove le spoglie della mia figlia prediletta  sarebbero rimaste per sempre  protette dalla dea cacciatrice. Giunsi sulla riva dove sorgono le colonne del tempio. Il vento orientale, lo stesso che più a nord ostacolava la partenza dal golfo di Aulide, sembrava inteso ad abbattere le sgretolate colonne. Non ci riusciva però. Invece scuoteva le chiome dei pini e i capelli della mia Ifigenia che profumavano mandando al cielo soavi odori di Paradiso, ingentilendo l’aria salmastra e rendendola più delicata. Guardavo mia figlia: bella, bruna, vivace: aveva negli occhi un’espressione ispirata e sulle labbra un sorriso di risoluta fierezza. Aveva deciso di dare la vita per l’Ellade intera guidata da me.  

divdwmi sw`ma toujmo;n  J Ellavdi, offro il mio corpo per l’Ellade, ricordai (Euripide, Ifigenia in Aulide, 1397)

Pregai la dea cacciatrice con gli occhi bagnati di umore congiuntivale e di pianto: “O casta dea che non puoi volere il sangue innocente di questa creatura mia, salvala dal ferro del sacerdote infernale. Ritengo che l’empio Calcante, lo scellerato prete, essendo lui un assassino, attribuisca a te la sua crudeltà. Ifigenia non è renitente al fato: non vuole essere salvata da me e nemmeno da Achille. Salvala tu, potente signora delle belve  [Artemi" povtnia qhrw'n[1], ora che la mia figliola prediletta ha dato il suo assenso al sacrificio di sé per amore della Grecia. Artemide salva la vergine Ifigenia. Lei ti somiglia!”

Il luogo era deserto e potei piangere le lacrime dolci che mi diedero, come sempre, una strana consolazione. Sazio di lacrime, ripresi a pedalare. Ero quasi felice.

Nota 

 [1] Iliade  XXI, 470


 

p. s

“Strana consolazione” dunque.

 La mia consolazione ora sta nel leggere, nello scrivere e nell’andare al cinema in bicicletta.

“La parola è la chiave fatata che apre ogni porta” ha scritto don Lorenzo Milani. Lo credo anche io. Con le mie donne migliori ha funzionato. Quelle affascinate dalla venustà del mio dire oltre che dalla lepidezza della mia persona intera, erano non solo le più intelligenti ma pure le più belle. Elena Augusta in primis che dopo avermi ascoltato per un paio di giorni disse: “Sto imparando ad amarti”.  Anche  con voi lettori le mie parole funzionano. Sarò maestro di un popolo intero

Ecco quanti siete fino a questo momento.

 Bologna 9  marzo 2026  ore 11, 18 giovanni ghiselli

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Un film da vedere perché fa pensare: Rental family.


Ieri sera ho visto un film di una regista giapponese, Hikari, ambientato in una grande città del Giappone, parlato in parte in giapponese con i sottotitoli. Un vantaggio data la pessima qualità dei doppiaggi.

Mi è piaciuto perché tratta il problema dell’identità che è cruciale per quanti non si accontentano di un gregariato avvilente assunto per vari motivi: dalla necessità di fare qualsiasi lavoro alla paura della solitudine, due condizioni molto diffuse oggi sicuramente in Italia e a quanto pare anche in Giappone. Non racconto il film: vi suggerisco di vederlo.

Vedrete un uomo sensibile, un uomo buono che non riesce a recitare la parte che ha dovuto accettare per bisogno. Quando gli viene imposto un comportamento che porterebbe dolore a un vecchio e a una bambina, ne soffre lui stesso per primo e diventa un uomo in rivolta. Il film finisce bene, forse con troppo ottimismo.

Ma forse no. E’ capitato anche a me di rivoltarmi contro ordini iniqui o stupidi ricevuti in varie circostanze e me la sono sempre cavata.

Il filosofo stoico Epitteto diceva, nelle sue lezioni tramandateci da Arriano, che noi siamo gli attori ma non i registi della parte che dobbiamo recitare nella vita. Personalmente ho constatato che abbiamo comunque la possibilità di cambiare regista se questo ci assegna un ruolo che non ci è congeniale e recitiamo male. Dobbiamo uscire dall’ambiente dove non funzioniamo nel modo migliore e cercare quello dove possiamo impiegare bene i nostri talenti.

Bologna 9 marzo 2026 ore10, 39 giovanni ghiselli

p. s.

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