venerdì 17 aprile 2026

Ifigenia CXII La povera cena. La corsa notturna. Atalanta dai piedi veloci.


 

Nella corriera del ritorno le ragazze italiane si misero  cantare le canzoni del nostro folklore. Ma continuavo a pensare a quella che non mi scriveva. Mi faceva aspettare: è la tattica di chi non ama per farsi desiderare di più da chi ama. E farlo soffrire. Speravo di trovare l’espresso promesso una volta arrivato in collegio. Uscito dalla corriera guardai il cielo pregando le stelle di farmi trovare la lettera. Invano.

Salendo le scale oppresso e desolato, pensavo: “Più di tanto dolore non devi sopportarlo perché oramai ti infligge una sofferenza che non porta con sé conoscenza alcuna. Non ti dà niente di buono: ti toglie soltanto. Quella donna non è della tua levatura:  ti fa male; se corrispondesse a te, ti infonderebbe gioia. La tua sensibilità è delicata molto, ma non malata. Se soffri per una persona, se questa ti fa soffrire, vuol dire che in lei c’è qualche cosa di cattivo. Dunque devi asportarla, anche se l’hai resa parte del tuo modo di vivere, di te stesso. Hai sbagliato: hai inserito una malattia nella tua anima. A questo punto il palio della corsa con quella donna orribile è la tua stessa salute mentale.

Devi liberartene: è ancora operabile questo male:  sarà una resecazione dolorosa, quasi una mutilazione, ma non ne morirai, anzi: la tua salute rifiorirà”, conclusi canticchiando note e parole dell’opera di Verdi  per trarre qualche strana consolazione.

 

In camera non potevo fermarmi: ero troppo addolorato sia per leggere sia per dormire, sicché discesi le scale e tornai nell’atrio. Pensavo, per confortarmi, che la vita nei collegi mi era congeniale: “da quelli di Bologna per quattro anni a questo di Debrecen da una decina di estati. Vita in comune, politica, non egoista come quella vissuta in una stanza copulando con una che calpesta i miei sentimenti”.

Ripercorrevo il passato poiché con il ricordare si chiarisce l’identità. Un amore falso che muore è una rinascita.

Nell’atrio un’inserviente distribuiva dei sacchetti di carta con la cena fredda siccome la mensa era chiusa. C’era del pane, un grosso peperone verde e una scatoletta con fegato d’oca. Sedetti su una poltrona e cominciai da solo. I ventenni intanto si stavano radunando per andare a mangiare e cantare sul prato antistante, mentre i miei coetanei si dirigevano all’Aranybika con delle colleghe per indurle a fare baldoria o chissà, magari ci scappavano pure altre forme di penitenza da fare insieme. Ero stato via via come gli uni e gli altri, ma quell’acqua era già passata sotto tanti ponti, magari sotto quelli che ancora non c’erano quando ero giunto la prima volta nel collegio di Debrecen, tredici anni prima.

Dovevo capire. Intanto mangiavo il pane e il peperone soltanto, senza l’oca, perché non sapevo come aprire la scatoletta. Pensai al poverello di Assisi, al suo giaciglio sul crudo sasso “intra Tevero e Arno” e non escludevo che pure io avrei preso l’ultimo sigillo da quelle parti: a Sansepolcro o a Pieve Santo Stefano, sotto la Verna. Poteva essere un potenziamento della mia identità.

A un tratto mi accorsi che per le scale scendeva una ragazza bruna, carina e fine, con un naso aquilino. L’avevo notata con interesse giorni prima mentre correva allo stadio. La salutai. Si fermò davanti a me. Mi alzai. Ci presentammo. Era Statunitense. Forse di origine ungherese. Si chiamava Sara. “Un’ebrea magiara”, pensai. Era vestita da corsa.

“Vai a correre a quest’ora?” le domandai. Erano già passate le undici.

“Sì, anzi mi sbrigo perché per mezzanotte voglio essere a letto”

E uscì. Il buio non la preoccupava.

“Magnifica: questa è  Atalanta desiderata e inseguita da Ippomene ”, pensai.

Salii in camera per prendere le scarpe da corsa. Avrei portato con me anche una mela d’oro se fossi stato Ippomene e l’avessi trovata.

 Ridiscesi le scale a salti, e corsi verso lo stadio costeggiando l’orto botanico, quello della meravigliosa aurora di tanti anni prima con Elena beata e bella. Poi Kaisa, poi Päivi. Gli amori veri sono porosi: entrano l’uno nell’altro. Come i grandi autori della letteratura e della musica. Virgilio e Dante, Mozart e Rossini.  

Mi era tornata la voglia di vivere e la voglia di fare. Di fare bene smettendo di tormentarmi.

Quando arrivai, la ragazza correva nel buio.

“Meravigliosa-  pensai-ogni fedeltà immeritata convien che qui sia morta!”

Il cielo era tutto sereno ma non c’era la luna.

Le stelle non avevano la luce sovrastata dal fulgore della casta diva quando piena sfavilla, ma nemmeno il più bello di quegli astri  troppo lontani bastava a illuminare la notte.

Iniziai la mia corsa. Dovevo fare attenzione a schivare gli ostacoli messi qua e là sulla pista. “Ho passato la vita a evitare o saltare gli ostacoli-problhvmata ”, pensai. Ogni tanto superavo Sara che aveva comunque un buon ritmo. Finiti i 5000 metri che mi ero assegnato, sedetti su uno scalino di legno. La ragazza continuava a correre. La vedevo passare ogni due minuti nel tratto visibile davanti ai miei occhi. Ammiravo la sua forza nell’affrontare metodicamente la pista buia. I suoi movimenti regolari, ordinati somigliavano a quelli del cielo. L’aria calda odorava di alberi. Si sentivano versi di cani, o cagne, ululare nell’ombra. “La terra è in mezzo alle stelle- pensai-  e c’è dappertutto tanta bellezza”.

Atalanta finita la corsa venne a sedere vicino a me. Sopra i piedi veloci la divina Atalanta-podwvkh~ di`  j Atalavnth-[1] aveva caviglie sottili, polpacci sodi e cosce dalle promesse soavi. Mi piaceva.  

Anche se Ifigenia fosse scomparsa andando via con un altro in un altro paese o se pur fosse morta, la vita avrebbe sconfitto il dolore. Dopo l’angoscia dell’espresso non arrivato, probabilmente nemmeno spedito né scritto, dopo l’effetto deprimente del pane e peperone, senza neanche  il fegato d’oca della scatoletta che non avevo saputo aprire, la vita mi aveva indicato la sua bellezza con lieto volto e mi aveva allietato. Dalla depressione della serata era sbocciata la fiducia in me stesso, come una rosa nasce su una croce intrisa di sangue innocente. Annusai le mie mani: non puzzavano più di peperone né di mortalità.

Avrei agito secondo l’ordine del tempo e dei fatti superando la confusione maniacale delle tante congetture atroci sempre recrudescenti.

 Così andò a finire in bellezza quel sabato 4 agosto

 

Bologna  17 aprile  2026 ore 10, 20  giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Esiodo, Catalogo delle donne, fr. 50.


giovedì 16 aprile 2026

Ifigenia CXI. La gita “scolastica”. La cantina di Eger. Bacchus Pannonius. I disegni di una bambina intelligente. Silvia e Brina.

 

Sabato 4 agosto andammo  tutti a Eger, famosa per avere respinto un assalto dei Turchi e per i suoi vini: l’ Egri bikavér , il sangue di toro di Eger, già noto a chi mi legge, e  l’ Egri leánika,  la fanciulla di Eger, una baccante probabilmente, due splendidi doni di Bacco alla Pannonia.

Dioniso e il toro, Dioniso e le fanciulle menadi invasate da lui.

 Deve esserci stato anche un Bacchus Pannonius oltre quello di Tebe figlio di Semele e quello  di Atene figliolo di Kore.

Insomma su Eger aleggia il mito con una ricchezza di echi e di ricordi.

Entrammo in un borozó, una grande cantina,

 Non mi limitai a bere però; parlai con Silvia, la giovane tedesca bionda e un poco opulenta che sapeva parlare e pure ascoltare. Non mi dispiaceva quella ragazza.

 Quel giorno, facendo attenzione a tutto quanto udivo e vedevo, compresi che la maturità mentale consiste, tra l’altro, nel ridiventare com’eravamo quando si era bambini o bambine, prima delle diverse crisi di identità dell’adolescenza o dei primi vénti anni. L’età tragica della mia vita e di tanti altri umani. Poi l’ho superata e ho ripreso la mia infanzia fantasticante, poetica, dopo essere tornato sul trivio dove l’avevo interrotta sbagliando strada. Sui 23 anni avevo ripreso quella giusta.

Mentre osservavo e ascoltavo, mi accorsi che da qualche tempo  l’intelligenza, le esperienze e un demone buono mi stavano riconducendo alla mia antica natura infantile qual era prima che venisse contraffatta e adulterata dai luoghi comuni.

Ero diventato deforme in quanto mi ero reso difforme da me stesso per essere accettato da gente stupida, ignorante e cattiva.

 

  Venne seduta  vicino a noi una giovane donna con una bambina di  sei o sette anni che disegnò il disco solare con i raggi e disse: “questa è la testa del fuoco ed è la faccia di Dio”. Mi tornò in mente Platone, il mito della caverna e il sole che mostra nel visibile quello che è  l’idea del Bene,  il massimo oggetto di scienza[1], nell’intellegibile.

Quindi  ricordai quanto ha scritto Leopardi a proposito della filosofia che ci ha insegnato  “quello che da fanciulli ci era connaturale,  e che poi avevamo dimenticato e perduto” [2].

A tredici anni ero innamorato di Marisa una ragazzina coetanea mora e carina, senza sapere altro che mi piaceva e che era brava a scuola. E che se mi avesse contraccambiato sarei stato felice. Poi ci avevo arzigogolato sopra per un paio di anni  senza costrutto, e in seguito, per altro tempo, ero rimasto turbato da mille pensieri inquieti nei confronti di ogni donna che mi fosse piaciuta, problemi spesso fasulli ma capaci di ostacolare l’intesa, l’amore, perfino il piacere , veri problhvmata.

Mi hanno incoraggiato a ridiventare me stesso i bambini della scuola media dove cominciai a insegnare poco prima dei venticinque anni.

La bambina  ungherese  seguitava   disegnare. Mostrava   il mare con un pesce enorme, una rete, tanti pesci piccoli, e diceva alla madre: “Questa è la balena che cattura i pesciolini con una ragnatela”.

“Il diritto del più forte: uccellacci e uccellini”-pensai-.

“I bambini intelligenti capiscono molte cose. Intuiscono la parentela di tutto con tutto, dell’intera natura con se stessa, siccome hanno dentro qualche cosa di sacro, e lo manifestano fino a quando non temono i giudizi mortificanti degli adulti mortificati ”.

Voglio dire che arrivato vicino ai 35 anni, dopo tante esperienze e letture, mi sentivo simile a quella creatura nel senso che avevo recuperato il coraggio infantile di esprimere quanto pensavo e sentivo: non temevo più i giudizi della gente meccanica, formata sui luoghi comuni, seguace pedissequa del linguaggio stereotipato dei media, della propaganda e della pubblicità. Questa è imitatio diaboli e andrebbe proibita. Elogiai la piccola alla madre, una bella signora bruna, con gli zigomi alti e gli occhi chiari, dal taglio magiaro vicino al finnico-momgolico. Mi disse il suo nome e mi chiese chi fossi. Mi presentai e risposi che ero un uomo contento: facevo un lavoro che mi interessava e impegnava molto, amavo una donna contraccambiato, godevo di buona salute mentale e fisica, e volevo rendermi utile al prossimo mio, a partire dagli adolescenti che educavo a diventare ciascuno quello che era davvero, possibilmente bello e buono.

L’adulta e la bambina magiara ringraziarono e uscirono.

A Silvia, quando mi chiese dei chiarimenti in aggiunta di quanto avevo detto  nel mio povero ungherese, spiegai che stavo riprendendo coscienza dell’ottimismo mio, connaturato eppure smarrito durante la crisi postliceale, siccome in quel tempo sciaguratissimo avevo creduto nei ripetitori dei luoghi comuni più che in me stesso. Avevo passato un biennio di quasi disperazione, senza bicicletta né corsa, con studio fatto male e controvoglia per  riferire  nozioni a umbratici doctores  tutt’altro che educatori stimolanti. Ero rimasto privo di amore, di amicizia, di tutto  tranne che di cibo il quale mi deformava. Ero diventato incapace di vivere umanamente e finalmente   avevo reagito e cominciato a ritrovare quello che ero, a ridiventarlo riveduto e corretto. Ce l’avevo fatta aiutato  dal  movimento del Sessantotto e dai collegi universitari di Bologna, di Cracovia, di Praga e di Debrecen grazie ai quali ero uscito dall’isolamento.

I dispensatori massimi della grazia salvifica erano stati i miei primi allievi, l’amicizia di Fulvio, l’Elena di Praga e  le tre finlandesi  Helena, Kaisa, Päivi e alla fine dei conti  Ifigenia la bella che mi aspettava senza fornicare, speravo,  in Italia sul lido Adriano dove magari osservava gli innumerevoli sorrisi della distesa marina e pensava a me, come io la pensavo. Se invece avesse peccato di u{bri~, sarebbe intervenuto il mio sdegno, il disgusto, la nevmesi~ mia e avrei ripreso a cercare.

“Forse allora però non mi troverai più” disse la tedesca bionda, avendo capito che mi preparavo un’uscita di sicurezza.  

 

La cena con Brina.  

La sera a cena venne seduta vicino a me una finlandese dal nome ecologico e confacente alla sua terra: si chiamava Kirsi, che significa “brina” tradusse, poi precisò che il suo nomen era un omen rovesciato. “Brina rovente”  dissi per assecondarla. “Esatto- fece- tu mi capisci al volo”.

“Sì-replicai- sei un ossimoro vivente. Ora  ti vedo volare eterea e candida quale creatura nata da un incontro tra un uccello dalle piume d’argento e una divinità iperborea fecondata sul tappeto profumato dei vostri boschi. Le tue  origini  devono avere una sorgente nel mito e possedere una dignità più che umana.” 

Colei sorrideva probabilmente compiaciuta, ma io, mentre dicevo tali insulsaggini,  avevo la selva dell’anima  occupata dall’ ei[dwlon di Ifigenia.

Intanto sentivo piovere sul tetto del ristorante “Casamatta”, un locale tra il bunker a la cantina. Quando ne uscimmo però le pozzanghere riflettevano le stelle del cielo rasserenato. Durante il ritorno in corriera le finniche esangui cantavano canzoncine dolci e malinconiche con voci di miele. La loro lingua piena di vocali raddoppiate sembra primitiva e infantile. “Bambine con poca coscienza e scarsa innocenza” pensai, malignamente e ingrata mente.

Ero inacidito e incupito dal pensiero  della villeggiante sulla babilonica spiaggia. La gioia del telegramma era già svanita lasciando di nuovo spazio allo spettro del  tradimento, del foedus iniquum che mi obbligava a una fedeltà non contraccambiata.

Mi ero isolato per rimuginare pensieri cattivi su una pessima donna assente che mi infliggeva angoscia. Sicché rimuginavo e soffrivo invece di mescolarmi alle finlandesi, donne che in un tempo meno malsano mi avevano reso felice.

 

“Il suo messaggio-pensavo- non è ambiguo nelle parole amorose: queste però non sono frutto dell’applicazione seria cui spinge l’amore, come sarebbe una lettera dove colei avrebbe potuto descrivere i suoi sentimenti e raccontarmi le azioni, gli eventi pubblici e privati. Dice che l’epistola arriverà. Vedremo. Intanto il telegramma pervenuto non vale granché: l’ha composto in pochi minuti e l’ha spedito magari ridendoci sopra con il più becero dei suoi ganzi.

Poi mi dicevo: “So bene che una donna quando e se ama scrive, e colei in due settimane di lontananza , beata in quella babilonia infernale, nemmeno una cartolina illustrata  ha scritto. Chi ama si comporta con chiarezza che toglie ogni dubbio. D’inverno mi cercava a tutte le ore, anche troppo. Quando, annoiata o tormentata dal marito scendeva in garage o si chiudeva in bagno per telefonarmi e quell’energumeno bussava alla porta con mani frenetiche. Ora che quello è chissà dove, lei  ha trovato un altro ganzo per i suoi  capricci estivi.

 Mi ha mandato un telegramma pieno di enfasi erotica perché non si sa mai, però i suoi pensieri buoni o cattivi non me li fa conoscere, e tanto meno le sue azioni probabilmente tutt’altro che virtuose.

Le sue membra  sono diritte, luminose,  perfette, ma la sua mente è obliqua, oscura contorta”.  

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 16 aprile 2026 ore 18, 22 minuti giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Platone, Repubblica, 505a:"hJ tou' ajgaqou' ijdeva mevgiston mavqhma".

 

[2]   Zibaldone, 305.