venerdì 3 luglio 2026

Apprendistato XLVI. L’estate del 1970 capitolo breve e allegro con i grilli della gioventù non del tutto finita. Nemmeno oggi.


 

Nella Debrecen dell’estate 1970 non cercai l’amore angelico o serafico ma un’amante concreta senza tanti voli mentali né troppe palpitazioni cardiache. Una finlandese comunque: Katina lieta e gradevole, dallo sguardo morbido, invitante e vivificante: proprio il contrario di quello aspro e duro della Forcide che pietrificava i viventi. Katina faceva l’amore assai volentieri e con un buonumore continuo che mi motivava a prestazioni superlative. Anche per la fame arretrata. Durante quel mese dimenticai la faccia dura e grigia del preside che mi dava noia. Quando usciva dal suo cupo ufficio e veniva a ispezionare le classi, spalancava le porte senza avere bussato ed entrava nelle aule senza togliersi il cappello, spaventando i ragazzi.

 L’ultima sera del corso estivo la mia prima finlandese, un poco più giovane di me, disse parole che non ho scordato: “Gianni, ti ringrazio per la magnifica estate che mi hai così generosamente donato. Questa sera che è l’ultima nostra, rendimi più felice che mai”.

Ho sotto gli occhi una fotografia dei ragazzi che allora eravamo: io guardo la macchina fotografica con l’espressione dolce, ammiccante, quasi sicura del giovanotto soddisfatto e orgoglioso delle proprie prestazioni amorose.  Katina mi aveva gratificato più volte dicendomi con lieta meraviglia: “but you are not normal!”.

Alludeva al favore di Priapo nei nostri confronti

Lei nella foto è tutta contenta come lo era nei fatti.

Pure io, che venivo dal grande digiuno dei lunghi mesi di Cittadella, ero assai contento della scorpacciata erotica e mi sentivo un uomo abbastanza vissuto, intelligente, capace di ottenere quello che vuole: tanto nel lavoro quanto nei rapporti umani. Continuai a coltivare le amicizie con i ragazzi incontrati nel ’66: alcuni pensavano in modo diverso da me, però nessuno di loro mi ha fatto del male. Anzi, Fulvio che, era dalla parte politica opposta alla mia, ha continuato a volermi bene e a farmene, contraccambiato. Da lui ho imparato a non odiare l’oppositore ideologico, il politicamente scorretto come si diceva allora.

La vita che facevo mi andava già bene, però non avevo ancora provato la gioia che nasce dal beneficio dell’amore quale travaso di anime, una felicità di troppo breve intervallo superata da quella divina1.

Ebbene tale felicità conoscerò nell’estate seguente, quella del ’71 con la storia grande e meravigliosa di Helena .

 

Degli undici mesi trascorsi tra Katina e la mulier augusta, già veneranda nel nome, cinque ne passai a Carmignano, tre a Pesaro, e altri tre in caserma facendo il servizio militare al quale potei sottrarmi anzitempo perché in maggio la mia allergia alle graminacèe con il raffreddore da fieno si presentò quale “provvida sventura”2, e con l’aiuto di un amico dell’amico Danilo che in questa circostanza incarnò il mio demone buono, mi valse il congedo anticipato che mi liberò da  dodici mesi di ozio tribolato e mi consentì l’esperienza augusta di Elena finnica, donna di grande formato la quale mi aiutò nella crescita umana con la felicità che mi infuse, un dono davvero per sempre, un possesso per l’eternità3.

 Ora l’antefatto è concluso e inizia la trilogia dei grandi amori della mia vita.

Lector intende: laetaberis.

 

Note

1Cfr. Leopardi, Storia del genere umano

 

2Cfr. Manzoni, Adelchi, II coro con la morte di ermengarda

 

3Cfr. Tucidide, I, 22, 4

 

Bologna 3 luglio 2026 ore 10, 59 giovanni ghiselli

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 Il numero dei lettori di questi ultimi mesi mi fa sentire il successo. Significa che “funziono” e che devo seguitare.

 


Apprendistato XLV. Scuola ottavo capitolo. Dal primo all’ultimo giorno del mio primo anno di scuola da insegnante.


Avrei avuto allievi tra gli undici e i quattordici, massimo quindici anni. Dovevo essere una guida per loro, i miei primi scolari. Non potevo più fare soltanto il giovanotto ghiribizzoso sul mio palcoscenico: era tempo di avviare la vita adulta sebbene non avessi ancora compiuto venticinque anni in quell’ottobre lontano.

“La morte non esiste” pensai continuando a guardare l’acqua del Brenta. “Questa scorre continuamente da sempre. Se sarò una buona guida per gli alunni, se saprò educarli,  continuerò a vivere in loro, nei loro figli, nei figli dei loro figli e così via. Devo lasciare delle impronte buone. I ragazzini sono ancora cerei  in virtutem flecti , come la cera in grado di prendere l’impronta della virtù. La morte, se c’è, non riguarda lo spirito, non il mio.

 Dopo questi pensieri, ero salito al castello di Marostica.  Nel successivo maggio odoroso sarei tornato in quel luogo ameno circondato e allietato da voli di rondini,  e avrei fatto lezione su quel prato smeraldino, cinto da mura, tappezzato qua e là di fiori bianchi caduti volteggiando dai lisci, neri ciliegi, come in una notte d’estate scendono scivolando dal cielo  le stelle, finché cadono nelle insenature del golfo di Corinto, e invece di inabissarsi spente nell’imo[1], galleggiano trasformate in barche da pesca  luccicanti sul mare. Questo avrei detto a Ifigenia la notte fatata di Galaxidion dodici anni più tardi durante il nostro viaggio ciclistico in Grecia.

Tutta la vita è collegata con se stessa, come la letteratura e l’arte, e i vari momenti ricordati si prestano a un’analisi comparativa.

Sul prato del castello di Marostica sarei tornato con il collega Peppino e la nostra terza media nella primavera seguente. Ero contento di pedalare con altre persone contente, felice di parlare con loro, di ascoltarle, di comunicare la mia gioia di vivere con l’umanità rigogliosa delle fanciulle e dei fanciulli adolescenti. Stavo trovando la mia strada.

 

Mi vedo l’ultimo giorno di scuola, il 12 giugno del 1970, in una foto con Peppino e le nostre tre classi. Siamo allineati davanti alla chiesa di Carmignano dove si legge Venite Adoremus. Di fianco si vede una grande quercia frondosa, profetica, come quelle di Dodona dove sarei andato in bicicletta diversi anni più tardi, per fare esercizio e pregare.

 

Tutto nel sole di giugno brilla: il muro del tempio, le nostre facce giovani e liete, i grembiuli neri delle bambine e pure la tam brevis umbra  dell’albero antico che in giugno non arriva a velare che appena un po’ il massimo splendore del  sole[2].

Ho indosso un vestito di lino bianco che mette in risalto l’abbronzatura. Ho l’aria soddisfatta. Sono armonioso. Ho il volto dai lineamenti marcati, e pure fini: mi sento bello. So di piacere.

Sento di avercela fatta a diventare quello che volevo, quello che sono: un educatore.

Mi mancava ancora però il vivido pathos di una donna giovane, bella, intelligente. Una della mia levatura. Tuttavia non volevo sposarmi né fidanzarmi. Alcune colleghe abbastanza attraenti, ragazze carine, educate, le avevo incontrate: con un paio di loro avevo pure fatto amicizia, ma un rapporto impegnativo mi spaventava: il mio tempo doveva andare in massima parte alla scuola, allo studio e allo sport per non diventare più rozzo né più fiacco del necessario. Inoltre sapevo che prima o poi sarei tornato a Bologna.

Avventure amorose volevo, ma le giovani professoresse cercavano altro, né  mi andava di ingannarle. In luglio sarei andato di nuovo a Debrecen affamato di amore.

Lì sarei potuto tornare il ragazzo che ero stato, che per tanti versi ero ancora.

 

Bologna 3  luglio 2026  ore 10, 26 giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Leopardi, All’Italia, 122

[2] Cfr. Lucano, Pharsalia, IX, 530, ombra tanto corta.