mercoledì 27 maggio 2026

Quarta e ultima parte della presentazione del mio romanzo. La terrò il 16 giugno nella biblioteca Ginzburg di Bologna.


Tre amori a Debrecen

 Ho cercato di dare l’impronta dell’universale ai miei casi personali.

 

Credo che questo mio libro che racconta l’apprendistato di un giovane, apprendistato alla vita e all’amore, possa giovare anche all’educazione sentimentale di tanti ragazzi, soprattutto di quanti, carenti di parole, non sono in grado di corteggiare una ragazza elegantemente, persuasivamente, e talora nemmeno civilmente.

I corteggiamenti reciproci che racconto sono tra le parti più significative e formative del romanzo. Anche l’ampia sezione dedicata alla scuola contiene parole e idèe che possono aiutare i giovani nel loro sviluppo. Non solo i ragazzi studenti ma anche i giovani insegnanti che trovano difficoltà all’inizio del loro lavoro. Il primo problema è quello di farsi ascoltare da una classe.

Il docente come ogni persona che parla ad altre persone deve rendersi interessante. Per questo è necessario avere una buona conoscenza degli argomenti trattati e qualche esperienza vissuta che verifichi o smentisca la teoria esposta.

 

La scuola non deve reprimere la fantasia, lo stupore dei giovani, lo qaumavzein da cui nasce la filosofia secondo Aristotele: "dia; ga;r to; qaumavzein oiJ a[nqrwpoi kai; nu'n kai; to; prw'ton h[rxanto filosofei'n"[1].

Il professore deve essere un maestro di vita oltre che della sua disciplina, non un umbraticus doctor inteso a distruggere gli ingegni-ingenia delere.

La cultura insomma deve diventare sofiva, sapienza che potenzia la vita.

 

Le scienze ridotte al calcolo e alle formule possono ignorare i caratteri individuali, esistenziali, affettivi dell’essere umano, mentre un bel romanzo o un bel film rivelano anche gli arcani della condizione umana-cfr. Cfr Morin, La testa ben fatta (p. 41).

Ciascun lettore può riconoscere diversi aspetti della propria vita attraverso questo mio libro: indagando me stesso ho scoperto l’umano.

 

Quanto alla mia professionalità scolastica, insegnando ho cercato di dare le visioni d’insieme che raramente ho ricevuto da  chi mi insegnava a Pesaro prima, a Bologna poi; sicché ho voluto trovarle con le mie ricerche perché mi mancavano e ne sentivo il bisogno per me e per i miei studenti.

Visioni d’insieme di ogni autore e delle sue opere senza trascurare la specificità di ogni testo e la bellezza di molte espressioni.

La mia base di queste sinossi è stata la conoscenza di buona parte della letteratura greca con la filosofia e la storiografia. Poi, su questo fondamento, la cultura latina e diverse parti di quella europea. Cultura  prevalentemente letteraria e storiografica con gli antichi, poi quasi esclusivamente letteraria a mano a mano che ci si allontana dai Greci e dai Latini.

 Tra le  lingue moderna me la cavo solo con l’inglese. Discretamente con quello scritto, abbastanza da farmi capire con il parlato.

Per quanto riguarda la musica mi piace il melodramma per la presenza della parola e perché, come pesarese, ho sempre saputo di Rossini e tutti gli anni ne seguo il festival da tanto tempo oramai. All’Arena di Verona sono stato invece poche volte. Vado invece ogni anno a vedere le tragedie greche rappresentate a Siracusa e diverse volte quelle recitate nel teatro di Epidauro.

 Quanto alle arti figurative ne possiedo solo un’infarinatura e non ne ho una forte sensibilità. Mi hanno commosso il maestro di Olimpia e quello di Pergamo per la rappresentazione dell’Ordine che prevale sul Caos. Ci vedo la storia della mia vita e di ogni vita davvero umana. Mi piace molto anche il sommo maestro  di Sansepolcro, per averne sentito parlare e viste le opere fin da bambino, data la provenienza dal Borgo aretino della famiglia materna, e per avere trovato da adulto delle analogie di forma e di spirito tra le madonne di Piero della Francesca, particolarmente quella del parto, e l’Elena della mia vita.

Anche Raffaello Urbinate è tra i miei preferiti. Questi due pittori hanno rappresentato l’ordine, l’apollineo mentre il Caos lo vediamo piuttosto in Hieronymus Bosch e in Picasso, per esempio.

 

 

Come motto conclusivo cito  le parole che costituiscono la somma del pensiero educativo di Pindaro: gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II  v. 72), diventa quello che sei.

Aggiungo un altro motto latino: Se sei umano, diventa davvero umano e sappi che tutto quanto è umano ti riguarda, ti si addice e ti conviene.

Tale dichiarazione di umanesimo è di Terenzio:"  :"Homo sum: humani nil a me alienum puto "[2]

 

Ho scritto questo libro inattuale per elogiare  la Vita che oggi viene offesa fino allo sterminio di bambine e bambini. La violenza è di moda.

 

La moda sorella della morte?

 

Giacomo Leopardi in una  delle sue Operette morali più significative- Dialogo della Moda e della Morte- ha scritto che la moda è sorella della morte. Aggiungerei la guerra quale terza sorella criminale e funesta.

 

Nel dialogo la Moda dice alla Morte: “io sono la moda, tua sorella”. E la morte: “Mia sorella?” “Sì-risponde la moda- non ti ricordi che siamo nate dalla caducità?...e so che l’una e l’altra tiriamo parimenti a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù…la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi”.

Si pensi ai tatuaggi, alla chirurgia estetica e ad altre schifezze del genere  

 

 

Oggi piuttosto la morte è proprio la moda più diffusa.

Morte degli aspetti più vivi della vita.

Morte dell’amore, morte della cultura, della cortesia, del  rispetto, della virtù, sia nel senso cristiano, sia in quello machiavelliano della capacità.

Morte della politica i cui rappresentanti ripetono tutti gli stessi luoghi comuni. Non sono politici siccome non si prendono cura della polis. All’ideologia tanto deprecata è subentrata la chiacchiera vuota di contenuto

Ho scritto un libro che racconta un mondo dove la vita per qualche anno è stata  viva, bella, rigogliosa, un romanzo che descrive una società nella quale era di moda l’umanesimo, l’aiuto reciproco, perfino l’amore era di moda, non la droga seguita dallo stupro digrignante, poi pubblicizzato con il cellulare. Non era una consuetudine ammazzare le donne.

Gli anni d’oro della mia generazione sono stati gli ultimi del decennio Sessanta e i primi di quello successivo.

Era di moda, ossia i  mores  optimi  e molto diffusi erano osservare il cielo, la natura, il prossimo invece del telefonino. Osservare e ascoltare, leggere libri buoni e imparare.

Per qualche tempo c’è stata perfino la moda dell’aiuto reciproco, dell’accoglienza dello straniero strano, e quella del corteggiamento reciproco tra ragazzi e ragazze fatto  a lungo con intelligenza, rispetto e cortesia per amare ed essere amato.

Non era impossibile che un ventenne disgraziato e infelice, quale sono stato io per  tre anni, trovasse una solidarietà fra i coetanei, un aiuto che valesse non solo a salvargli la vita, ma addirittura  a rendergliela desiderabile e bella.

Poi la moda dell’amore è passata, però c’è un ciclo, un orbis delle mode, come delle stagioni, e sono certo che ritornerà il costume buono della solidarietà e dell’ amore.

 

Lo stile del mio libro

 

Per quanto riguarda lo stile credo siano ancora validi i suggerimenti 

di Aristotele "Levxew~ de; ajreth; safh' kai; mh; tapeinh;n ei\nai” (Poetica 1458a, 18 ),    pregio del linguaggio  è essere chiaro e non pedestre.

Lo stile  si scosta dall’ordinario quando usa espressioni peregrine toi`~ xenikoi`~ kecrhmevnh :“xeniko;n de; levgw glw'ttan kai; metafora;n kai; ejpevktasin kai; pa'n to; para; to; kuvrion” (1458a, 22 ), con peregrino intendo la glossa, la metafora, allungamento e ogni forma contraria all’usuale. Si tratta insomma di trovare inopinata verba e callidae iuncturae che tuttavia siano chiare, come il viso esotico deve essere comunque luminoso.

 

 

Appendice sull’adulterio.

 

Le adultere del mio libro hanno lasciato me, non i mariti.

 

Mi hanno dichiarato amore dicendo che i loro sposi non erano abbastanza intelligenti poi però sono tornate ciascuna dal rispettivo consorte.

“Vennero donne con proteso il cuore

Ognuna dileguò senza vestigio”[3].

 

Le tracce le ho lasciate io raccontando  le nostre storie.

Ho giustificato l’adulterio dopo diversi altri autori a partire da Saffo.

 

Sentiamo come si giustifica l’adultera Molly Bloom dell’Ulisse di Joyce: “Oh quanto chiasso se fosse tutto qui il male che facciamo in questa valle di lacrime O much about it if thats all the harm ever we did in this vale of tears.

 Lo sa Iddio che non è poi un gran che tutti lo fanno solo che non si fanno vedere  God knows its not much doesnt everybody only they hide it   (Joyce, Ulisse, XVIII episodio, Penelope. Il letto)

 

  Voglio indicare un'altra adultera che nega ogni significato cattivo al suo tradimento: si tratta della Clitennestra della Yourcenar che fa l' autodifesa:"Signori della Corte, esiste un solo uomo al mondo: il resto, per ogni donna, non è che un errore o un malinconico surrogato. E l'adulterio non è sovente che una forma disperata della fedeltà. Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino a che punto fosse sostituibile colui che amavo"[4].

 

L' indulgenza verso l'adulterio del resto non se l'è inventata la Penelope infedele di Joyce né la Clitennestra della Yourcenar: si trova già in Saffo (VII-VI sec. a. C.), in  Menandro e addirittura nelle parole di Cristo. Viceversa Catullo lo condanna. Cerco sempre di presentare opinioni contrastant

 

Sentiamo Saffo

La cosa più bella. Contro la guerra

Vediamo l'ode più ideologica di Saffo, quella chiamata "La cosa più bella"(fr. 16 LP):"alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti,/altri di navi dicono che sulla terra nera/sia la cosa più bella-emmenai kavlliston-, io quello/che uno ama./Ed è facile assai rendere questo/comprensibile a ognuno: infatti quella che di gran lunga superava/nella bellezza gli esseri umani, Elena, dopo avere lasciato/il marito che pure era il più valoroso di tutti,/andò a Troia navigando/e non si ricordò per niente della figlia/né dei suoi genitori, ma Cipride la/trascinò, in preda all'amore. (vv. 1-12)...Anche a me ora ha fatto ricordare[5]/di Anattoria assente./Di lei ora vorrei vedere l'amabile passo/ e il fulgido scintillio del volto/piuttosto che i carri dei Lidi e i fanti/che combattono nell'armatura". (vv. 15-20).

Saffo afferma il proprio gusto di persona e di donna: al mondo maschile della guerra ella contrappone quello femminile dell'amore, e non dell'amore matrimoniale, bensì dell'Eros come rapimento dei sensi e dell'anima travolti da Afrodite.

Come succede a Cherubino di Da Ponte-Mozart "ogni donna mi fa palpitar. Solo ai nomi d'amor, di diletto, mi si turba, mi s'altera il petto".

 

Il nome che prediligo  è  quello di Elena circondato da un alone sacro.

 

Da Saffo dunque ha inizio la palinodia su Elena[6], una rivalutazione che però non ha bisogno, come quelle operate da Stesicoro (VII-VI sec. a. C.) e da Euripide, (nell' Elena del 412 ) di sostenere che la bella donna in realtà rimase fedele a Menelao, siccome a Troia andò solo un fantasma; né adduce il motivo patriottico, come farà Isocrate[7]  nell' Encomio di Elena[8]  sostenendo che la splendidissima fu la causa dell'unità del mondo greco contro la barbarie asiatica (67) in una guerra che prefigurò l'unità antipersiana auspicata dall'oratore; né deve accumulare una caterva di giustificazioni come  Gorgia, il maestro di Isocrate, nel suo Encomio di Elena :" ella in ogni caso sfugge all'accusa poiché fu presa da amore, fu persuasa dalla parola, fu rapita con la violenza, e fu costretta da necessità divina"(20)

  Invece la riabilitazione di Saffo è semplice e diretta: la poetessa approva la scelta amorosa della donna che ha seguito il richiamo della cosa più bella, un uomo che le piaceva più del marito, e quindi ha lasciato Menelao, senza tenere conto di convenzioni sociali, convenienze economiche o pastoie di qualsiasi genere[9].

Vediamo altri casi di comprensione per l'adulterio, anzi proprio per l'adultera. Nella commedia L'arbitrato  (Epivtreponte") di Menandro (attivo tra il 320 e il 292 a. C.) troviamo un vero momento di mavqo" (comprensione) tragico quando Carisio, il marito che si crede tradito, definisce se stesso, ironicamente, l'uomo senza peccato attento alla reputazione ( ejgwv ti" ajnamavrthto", eij" dovxan blevpwn, v. 588) e comprende che l'errore sessuale della moglie Panfile, presunto, ma da lui ritenuto reale, è stato un "infortunio involontario"( ajkouvsion gunaiko;" ajtuvchm j, v. 594).

 Il protagonista di questa commedia  ripropone la formula antica della dovxa , la reputazione, ma poi la supera con quel "io l'uomo senza peccato", ejgwv ti" ajnamavrthto",  che anticipa il Vangelo  di Giovanni:"chi di voi è senza peccato scagli la pietra per primo contro di lei, oJ ajnamavrthto" uJmw'n prw'to" ejp j aujth;n balevtw livqon (8, 7).

Qui, nel Nuovo Testamento secondo Giovanni,  non si tratta di un adulterio presunto come nella commedia di Menandro. Infatti gli scribi e i farisei portano al tempio una donna còlta in adulterio (mulierem in adulterio deprehensam ) e chiedono al Cristo, che insegnava in quel luogo, se dovesse essere lapidata secondo la legge mosaica. Lo dicevano per metterlo alla prova e magari poterlo accusare. Gesù allora si diede a scrivere con il dito sulla terra. E siccome lo incalzavano, il Redentore rizzatosi disse loro:" qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat  ". E riprese a scrivere per terra. Tutti gli altri uscirono, e il Cristo, rimasto solo con la donna, la assolse, come tutti gli altri, aggiungendo:"vade et amplius iam noli peccare " (7, 11), vai e non peccare più. Che significa: scegli tra i due uomini quello che ami.

 

 Cristo disse bene anche della peccatrice :"Remissa sunt peccata eius multa, quoniam dilexit multum, cui autem minus dimittitur, minus diligit " (Luca, 7, 47), le sono perdonati i suoi molti peccati poiché ha amato molto, quello invece cui si perdona meno, ama meno

L’epigrafe del mio libro potrebbe essere. “remissa erunt peccata mea multa quondam dilexi multum”.

Ma devo dare spazio anche a Catullo che biasima l’adulterio

Nel carme 66  i versi di biasimo dell'adulterio (79-88) aggiunti alla Chioma di Berenice di Callimaco associano la polvere all'impurità delle spose infedeli:"sed quae se impuro dedit adulterio,/ illius a! mala dona levis bibat irrita pulvis ", ma se qualcuna si concede all'impuro adulterio, ah la polvere leggera beva inutilmente i doni cattivi di quella (84-85).

 

Appendice della presentazione del mio libro.

 

La presenza dei classici antichi e moderni nel mio libro.

A proposito del classicismo che si ripropone periodicamente nella nostra Civiltà, possiamo aggiungere che la bellezza si coniuga non solo con la semplicità ma anche con l'antichità. Lo suggerisce Plutarco nella Vita di Pericle quando afferma che ognuna delle "opere di Pericle", ossia degli edifici fatti costruire sull'Acropoli, era,  kavllei, per la bellezza  già allora antica , ajrcai'on;  mentre per la loro rifioritura (ajkmh'/ ) appare ancora oggi recente e appena ultimata (13, 5).

Credo che anche la letteratura, se pure tratta di fatti contemporanei, debba apparire subito antica per la nobiltà e la bellezza tanto della forma quanto del contenuto .

 

 

Questo romanzo di formazione ha una concezione pedagogica: non solo il protagonista ma tutti i suoi personaggi sono emblematici e lasciano un’immagine della loro vita. Sono insomma paradigmi, modelli. Se positivi, negativi o ambigui lascio deciderlo al lettore.

Hanno in comune la stranezza, la stravaganza rispetto alle persone ordinarie siccome queste non sono entrate nell’indagine accurata dell’autore. Il lettore può vedere immagini peregrine, cioè esterne rispetto all’orizzonte  ristretto dei media e dei luoghi comuni.

 

Chi mi leggerà troverà situazioni situate al di là delle pareti della caverna platonica e delle menzogne tanto pubblicitarie quanto propagandistiche.

Nello straordinario e stravagante fuori luogo rispetto all’ordinario odierno metto in prima fila la cultura, la cortesia, la generosità, la bellezza. E l’amore realizzato attraverso il corteggiamento.

Il protagonista alla fine dell’adolescenza ha provato a contraffarsi per apparire ordinario anche lui, ma non ci è riuscito, anzi si è accorto che per volere apparire usuale diventava molto più brutto e infelice di come  credeva di essere; allora ha accettato e talora perfino accentuato la propria stranezza, magari abbellita, cosmetizzata attraverso letture di libri buoni e grazie alla frequentazione di persone intelligenti e probe.

 Quindi un poco alla volta è piaciuto a se stesso, poi via via ad alcuni suoi simili, infine a molti tra i suoi allievi. Quasi tutti.

La salvezza del personaggio protagonista del libro si è fondata sulla cultura, la bellezza e l’amore. Se questi valori torneranno a essere di diffusi salveranno il mondo.

Concludo citando una definizione non mia della cultura

"Cultura è quella vasta forma del ricordo che non solo sa mettere spiritosamente in contatto cose fra loro distanti e divertire con sorprendenti trovate l'ascoltatore, ma che abbraccia anche, con largo sguardo, le varie parvenze della vita"[10].

Bologna 27 maggio 2026 ore 17, 43 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Metafisica , 982b.

[2]Heautontimorumenos , 77.

[3] G. Gozzano, La signorina Felicita, vv. 259-260.

[4] M. Yourcenar, Fuochi, p. 88.

[5]Il soggetto probabilmente è Cipride.

[6]la quale nell'Odissea , IV, 145, tornata a Sparta, buona moglie , brava regina e avveduta padrona di casa, pentita dei propri trascorsi, chiama se stessa "faccia di cagna"

[7] 436-338 a. C.

[8] Del 390 a. C.

[9]Questa prima affermazione di indipendenza della donna risuonerà nelle parole di alcuni drammi greci dei quali ci occuperemo più avanti e procederà a mano a mano  fino ad arrivare alla Nora di Ibsen (del 1879):"io devo, anzitutto, pensare ad educare me stessa. Ma tu non sapresti aiutarmi..per questo ti lascio." E quando il marito le obietta:"prima di ogni altra cosa, tu sei sposa e madre", ella risponde:"Non credo più a questi miti. Credo di essere anzitutto un essere umano, come lo sei tu..So che la maggioranza degli uomini ti darà ragione, e che anche nei libri dev'esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso più ascoltare gli uomini, né badare a quello ch'è stampato nei libri. Ho bisogno di idee mie e di vederci chiaro"(Una casa di bambola , trad. it. Newton Compton, Roma, 1973, atto terzo).

 

[10] Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo,  Il giocoso in Callimaco , p. 382.

 


Terza parte della presentazione di Tre amori a Debrecen


 Dicevo la salute. Questa va mantenuta il più possibile,  più a lungo che si può. Quella somatica e quella mentale. Invecchiare imparando sempre molte cose, come  Solone, e praticando l’esercizio fisico.

 Del resto senza lesinarsi il tempo libero la scolhv, l’otium cum dignitate per dedicarsi alla riflessione di quanto si è fatto e si è imparato.

 

La razionalità è anche imitazione della natura: Cicerone:"quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus " (De Officiis , I, 1OO).

Seneca scrive a Lucilio "cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse et noctem" (Ep. 3, 6), prendi decisioni osservando la natura: quella ti dirà che ha fatto il giorno e la notte.

Infatti:"Sequitur ratio naturam. Quid est ergo ratio? Naturae imitatio. Quod est summum hominis bonum? Ex naturae voluntate se gerere " .( Epistole a Lucilio , 66), la ragione allora segue la natura. Che cosa è la ragione? Imitazione della natura. Qual è il sommo bene dell'uomo? Comportarsi secondo la volontà della natura.

 

Socrate nel Timeo di Platone suggerisce di osservare il cielo per adeguare i movimenti spesso fuorviati del nostro cervello a quelli regolari degli astri, a partire dal sole che è nel visibile quello che è Dio nell’intellegibile.

Leggiamone alcune parole precise: dobbiamo correggere i cicli  guasti della nostra testa- dei`  ejn th`/ kefalh`/ diefqarmevna~  hjmw`n periovdou~ ejxorqou`nta- attraverso l’apprendimento dell’armonia dell’universo e delle sue circolazioni  (Timeo, 90 D).

Corrisponde al suggerimento dell’assimilazione al divino che si legge nel Teeteto, 176B; nella Repubblica, X  613B, e nelle Leggi, IV 716 C.

Alla fine delle Baccanti di Euripide, Agave che in preda al furore bacchico aveva ucciso il proprio figliolo Penteo ritorna in sé guardando il cielo, come le ha suggerito suo padre Cadmo (vv. 1264 ss.)

 

Oggi invece i più osservano il cellulare dalla mattina alla notte. 

 

E’ necessario anche il tempo del riposo, degli intervalli dai negotia  che occupano gran parte della nostre vita lavorativa.

 

Dobbiamo impegnarci molto in quello che facciamo, ma questo impegno  ha bisogno di intervalli : “Danda est tamen omnibus aliqua remissio"[1].

La ratio non deve mai essere  spietata: non può annullare il sentimento che è comunque un elemento della nostra natura umana e un aspetto della stessa ragione.

Ogni forma di u{bri~, di  prepotenza, di sconsiderata o demenziale dismisura, porta alla zoppia della nostra umanità.

La prepotenza fa crescere il tiranno- (u{bri~ futeuvei tuvrannon), -canta un coro tragico-  la prepotenza/se è riempita invano di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede (Sofocle, Edipo re, vv.  873-878). La prepotenza oggi è molto diffusa, è di moda e il mio romanzo denuncia tale caduta dell’umanesimo.

Il tiranno che si azzoppa menzionato sopra ci fa  venire in mente che il potere-kravto~- non è potenza- duvnami~.

 

Il mio romanzo critica il potere basato sulle chiacchiere, le menzogne e i crimini come è quello raccontato da Orwell in 1984.

Il giovane tirocinante protagonista della storia, entrato nella scuola prima dei 25 anni e rimastovi fino alla vecchiaia, ha incontrato alcuni dirigenti ottimi che l’hanno aiutato a crescere e altri pessimi che hanno cercato di reprimere e soffocare il sui spirito critico.

 

Nelle Baccanti di Euripide, Tiresia profetizza a Penteo, re di Tebe, il fatto che Dioniso verrà cooptato e accolto nell’ombelico del mondo, l’oracolo delfico, apollineo, su cui svettano le due cime del Parnaso

“Un giorno lo vedrai anche sulle rupi Delfiche                                               

saltare con le fiaccole sull’altopiano a due cime

agitando e scagliando il bacchico ramo,

grande per l’Ellade. Via Penteo, da’ retta a me:

non presumere che il potere abbia potenza sugli uomini”. (vv. 306-  310).

Il giovane non deve credere che il potere sia potenza dunque -mh; to; kravto" au[cei duvnamin ajnqrwvpoi" e[cein- come il sapere non è sapienza - to; sofo;n d j ouj sofiva (Baccanti, 395).

 Parte non piccola  del mio romanzo è ambientata nella scuola, quindi non mancano suggerimenti relativi alla didattica.

 

Umanesimo è passare dal sapere, la congerie di date, dati e nomi, alla sapienza che potenzia la nostra natura umana e serve alla vita.

La potenza e la sapienza accrescono e rendono più viva la vita, mentre il potere del tiranno e il sapere dell’erudito, dell’umbraticus doctor, possono mortificarla.

Le tirannidi subite in famiglia, in parrocchia e a scuola vengono evidenziate e criticate dal protagonista.

Le storie d’amore di questo libro insegnano l’amore per le donne che ci mettono al mondo. L’amore per le donne  dunque è umanesimo, è amore per la vita. Non è lascivia.

Umanesimo è sapere di essere umano, è amore per l’umanità che significa vivere creando sinergia con altri umani e aiutare chi ha bisogno di aiuto. Umanesimo è diventare davvero ciò che siamo, cioè uomini umani.

 

L’ espressione di umanesimo più efficace e sintetica è quella che il vecchio Sofocle attribuisce a Teseo che  nell'Edipo a Colono dice al vecchio vagabondo cieco, incestuoso e parricida "e[xoid j ajnh;r w[n"(v.567), so di essere un uomo, per questo sono umano con te. La coscienza della propria umanità spinge il re di Atene ad aiutare l’uomo decaduto a mendicante bisognoso di tutto.

 Lo stesso Edipo prima della caduta, e ancora in auge, aveva detto che lui stesso, re di Tebe, sarebbe spietato e disumano se non provasse compassione per i propri concittadini afflitti dal morbo (Sofocle, Edipo re, 12. -13). 

 

La principessa dei Feaci, la fanciulla Nausicaa, nel VI canto dell’Odissea (207-208) vuole  aiutare Odisseo giunto naufrago nell’isola di Scheria e  dice queste parole alle sue ancelle in fuga spaventate dall’aspetto dell’uomo sconciato dalla tempesta: “  to;n nu`n crh; komevein: pro;~ ga;r Dio;~ eijsin a[pante~-xei`noiv te ptwcoiv te, dovsi~ d j ojlivgh te fivlh te”, dobbiamo prenderci cura di questo: da Zeus infatti vengono tutti gli stranieri e i poveri, e un dono pur piccolo è caro.

Le stesse parole dice Eumeo, il guardiano dei porci di Itaca, quando Odisseo gli si presenta travestito da mendico irriconoscibile e il porcaio lo accoglie ospitalmente spiegandogli che non è suo costume maltrattare lo straniero (xei`non ajtimh`sai), nemmeno quando ne arriva uno kakivwn più malconcio di lui (Odissea, XIV, 57-59)  .

Nell’Antigone di Sofocle la pietosa sorella dice a Creonte che ha proibito la sepoltura di Polinice " ou[toi sunevcqein ajlla; sumfilei'n e[fun", (v. 523), certamente non sono nata per condividere l'odio, ma l'amore.

 

Che cosa c’entra tutto questo con il  mio romanzo?

 

Ne cito alcune pagine (130-134)

 

Elena Si alzò dal letto e si diresse verso la porta. Allora capii. Capii di essere stato stupido, volgare e crudele; capii che quella creatura in attesa di un’altra creatura, non doveva subire ingiustizia, umiliazioni e dolori. Non da me. Avevo capito e sentivo che non vi è felicità grande senza morale profonda[2].

L’azione cattiva è pessima per chi l’ ha progettata e la compie[3].

Chi prepara il male a un altro, lo apparecchia a se stesso[4].

Ne avrei avuto rimorso per tutta la vita, forse anche oltre. E non solo per questo: io l’amavo, lei mi aveva reso migliore, e siccome in sua presenza mi vergognavo di essere ingiusto, mi avrebbe reso ancora migliore. La terra è in mezzo alle stelle consce del nostro destino, e sulla terra ci sei tu amore mio. Mi alzai, le afferrai la mano sinistra e dissi: “Scusa, Elena, aspetta.  Ora devo parlare io a te. Ne ho bisogno. Ti prego”. Si fermò, mi guardò, poi sedette di nuovo. Questa volta sul mio, sul nostro letto, sul talamo sacro dove Eros ci aveva uniti in tanti, mai troppi tripudi gioiosi. Sospirai profondamente, le accarezzai i capelli neri, folti, lucenti. Mettevano in risalto il bianco vivo della pelle eburnea.

 La guardai con simpatia autentica. Elena era come me quando venivo vessato dai prepotenti: chiedeva giustizia a uno che aveva provato l’iniquo impulso del tradimento e dell’oppressione.

“Scusami, amore, hai ragione - dissi -. “Prima stupidamente ho bevuto un paio di palinke e ho perso la lucidità mentale. Poi ho ballato e ho sorriso sfacciatamente con quella ragazza francese. E’ vero, le ho fatto la corte, ma niente di più. Ho detto poche parole insignificanti”.

Poi continuai: “L’ho abbracciata, come si fa quando si balla, le ho fatto qualche complimento, ma non l’ho baciata. Comunque mi dispiace, ora me ne vergogno. Io voglio te, ne sono sicuro, voglio stare con te, soltanto con te, finché tu mi vorrai. Voglio rispettarti come rispetto me stesso, perché tu sei la mia compagna e ancora di più perché ti amo. Tu devi essere sempre felice, almeno per quanto dipende da me. Ne sento la responsabilità”.

Mi osservava, prima con sguardo dubbioso, poi capì e sentì che parlavo sul serio, con la testa e con il cuore, con tutto me stesso insomma. Infine mi sorrise convinta e mi accarezzò. Allora io, spingendole in basso le spalle, la stesi sul letto, quindi cominciai ad accarezzarle una coscia, sotto la gonna, con l’intento evidente di fare l’amore subito. Ma lei scostò la mano intempestiva e tutta la mia persona importuna, tornò a stare seduta come su un trono, e disse perentoria: “Aspetta”.

“Perché aspetta? ” le domandai, fingendo di non capire o senza capire davvero. Non ricordo.

“Perché voglio parlare ancora. Io non sono…” Disse  una parola inglese che non compresi. Le chiesi di ripeterla. “In latin is “materia” spiegò. Io non sono materia. 

Magnifica questa sua umanità” pensai. La stimai e l’amai ancora di più per questa bella affermazione della sua dignità di donna e di persona; quindi vidi con chiarezza maggiore quanto fossi stato volgare, crudele e immorale civettando con la ragazza francese.

“Non tutte le femmine dunque”, pensai, “sono creature contraffatte, sagaci segugi a caccia di matrimonio o di qualsiasi utile, maschere prive di interiorità: leziose e smancerose, o ipocritamente riottose,  o tetre e arrabbiate, parassitarie o prepotenti, istrioni tragiche o guitte comiche, volgari mime arcisfrontate o atteggiate a perbeniste pudibonde, quali le considerano, e spesso le condizionano a essere, i maschi frustrati nell’amore e nel lavoro. Se ci sono nemiche, siamo noi uomini che spesso le rendiamo tali 1

Guarda questa finlandese: una donna autentica, una creatura spirituale che ti mette addosso la vergogna di essere rozzo e sozzo, egoista immaturo, e ti fa crescere con l’esempio di un comportamento, di uno stile elevato”.

Quindi le dissi: “Elena, oltre all’amore e al rispetto, io per te provo ammirazione poiché tu sei capace di aprirmi ogni giorno nuovi spiragli sull’anima mia. Davvero tu non sei soltanto né soprattutto materia, anche se   bella. Prima di tutto sei spirito: mente, cuore e stile. Tu sei tutto questo.

La tua parte materiale è spiritualizzata, sicché lo spirito traspare nelle tue forme, tesoro.

 Ti prego, non andare via, non lasciarmi troppo per tempo, ante diem, amore mio! Da te ho imparato più che dai libri. Quello che tu mi hai insegnato, lo insegnerò. Quod a te didici, docebo”.

 Così, con l’amore, le contraccambiai pure il latino. .

Rispose con un sorriso di gratitudine e gioia. Qualche giorno più tardi mi rese felice dicendo che mi amava anche perché, quando ne avevo avuto l’occasione e la possibilità, non le avevo fatto del male. Come fa la canaglia di tutte le classi sociali, le caste, le religioni, i partiti.

Così, la sera del 4 di agosto del 1971, le chiesi perdono e facemmo la pace, poi parlammo a lungo e facemmo l’amore; quindi tornammo a ballare sulla terrazza, a festa quasi finita. Eravamo felici. Prima di andare a dormire, ciascuno nel suo edificio del grande collegio immerso nella grande foresta di Debrecen, passeggiammo in mezzo alle piante strane dell’orto botanico. Volevamo stare insieme ancora, sebbene oramai l’alba cedesse all’aurora.

Elena cantava: “Summertime and the living is easy, fishes are jumping and the cotton is high”, con voce calma e calda; e bruna com’era, vestita della tunica bianca, calzata di sandali neri con fibbia, sembrava un’antica poetessa greca che recita una sua lirica in lode della bella stagione, dell’amore e della vita.

“La terra è in mezzo alle stelle che ora si spengono nel bianco rosa del cielo, mentre il tuo volto si illumina”, pensai.

“Il ricordo di te durerà per sempre in me, e il nostro amore sarà l’eredità delle nostre vite. Lasceremo questo nostro tesoro all’umanità”, le dissi.


Quel momento, verso le tre del mattino, è stato uno dei più chiari e luminosi della mia vita mortale.

Mentre la donna, rischiarandosi alle rosee carezze di quell’aurora lontana, celebrava l’estate e la nostra felicità con limpido canto, la luce crescendo e propagandosi ovunque, mostrava la bellezza ordinata della vita terrena e io me la sentivo fluire dentro, nei polmoni e nel sangue pulsato dal cuore pieno di gioia. Avvertivo il richiamo dell’arte che è fusione di bellezza, bontà e verità.

Tutte le piante, i fiori e le erbe dell’orto botanico si vivacizzavano: i campanellini dell’Heuchera sanguinea trillavano di felicità, la Campanula carpatica brillava di luce azzurra, e la Tunica saxifraga dal carneo colore danzava nella brezza mattutina al canto della donna amabile e amata.

Sentivo l’ordine del cosmo e sapevo che il nostro amore ne faceva parte, contribuiva a formarlo. Respiravo con il mondo: ero entrato in quella unità, che è secondo natura, della mia persona con l’universo. Credo che sia questa la quintessenza della felicità.

“L’amore è la vita, l’amore è Dio”, pensai. “Un dio tanto umano da rendere divine le sue creature più buone e più belle, più simili a lui.”

Ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, se per caso sento una voce femminile cantare quell’aria di Gershwin, rivedo l’estate di Debrecen con la grande foresta di alberi sacri, le querce dodonee che accarezzano le stelle del cielo, rivedo i salici che, piegati sul lago, vellicano le schiene purpuree dei pesci, rivedo le farfalle variopinte che danzano sopra la vegetazione strana dell’orto botanico, rivedo le membra di un bianco luminoso, i neri capelli, il volto dolce e intelligente, lo sguardo bello e buono di Helena iperborea che quell’estate remota, con parole piene di significato, con lo sguardo espressivo e penetrante, con la figura ben modellata da quel sommo artista che è Dio, mi mostrò l’idea eterna della bellezza corporea armonizzata con la nobiltà dello spirito.

 

Domenica 22 agosto 1971, quando partì dalla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest, lasciandomi l’immortale memoria di sé, prima di salire sul treno celeste chiaro, come i laghi e il cielo  della sua terra, Elena mi ringraziò di non essere stato cattivo, né volgare, né stupido con lei. Le promisi che non lo sarei stato mai più con nessuno, perché con lei mi ero sentito bene, ero stato, finalmente, me stesso. Le ripetei le parole dette da Odisseo a Nausicaa al momento del congedo: tu di fatto mi hai salvato la vita, ragazza 2.

Non ho sofferto per la sua sparizione, forse perché il desiderio ardente di quella donna, oltre che brama carnale del suo corpo era un bisogno struggente di identità da definire e completare grazie a lei.

Quel 22 agosto Elena aveva già compiuto la sua funzione “storica”.

 Dopo la partenza del treno non l’ho più vista, eppure l’ho sempre pensata come la creatura preziosa che, contraccambiando il mio amore, per prima mi ha insegnato ad amare la vita, a credere nel Bello e nel Bene, ad avere fiducia in me stesso, a diventare quello che sono, qualunque piccola, poca e povera cosa io sia.

Comunque corrispondente alle mie aspirazioni commisurate alle mie qualità.

Nei momenti più tristi e desolati di questa mia vita terrena, quando altre persone mi hanno deluso o tradito, sempre mi sono rifugiato nel ricordo della notte felice in cui Helena mi insegnò ad aborrire e rifuggire dall’ingiustizia; poi, mentre il sole spuntava sul giardino di quel paradiso e versava le prime luci della sua bellezza inesausta, lei con angelica voce cantava che la vita è bella, serena, meritevole di riconoscenza al Creatore, degna di essere vissuta in pieno, con gioia3.

Se 4 dopo questa mirabile vita terrena, potremo viverne un’altra in mezzo alle stelle del cielo, o se avremo una seconda possibilità qui, su questa meravigliosa  terra illuminata dal sole, io spero di incontrarti ancora, Elena, amore mio, e di amarti di nuovo.

 

Note nel romanzo.

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1. Cfr. Seneca, non habemus illos hostes sed facimus (Lettere a Lucilio, 47, 5), non abbiamo quelli (gli schiavi) quali nemici, ma li rendiamo tali.

 

2. Odissea, VIII, 468 Suv ga;r  m j ejbiwvsao, kouvrh, tu infatti mi hai salvato la vita, ragazza.

 

3. Come ha raccomandato di recente papa Francesco: "non abbiate paura della gioia!". Parole sante.

 Le aveva già scritte Strabone il quale nella sua Geografia- redatta nei primi anni del regno redatta nei primi anni del regno di Tiberio- afferma che gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene ma, si potrebbe dire anche meglio, quando sono felici, (" a[meinon d& a[n levgoi ti", oJvtan eujdaimonw'si", X, 3, 9) .

 

4. Non sono d’accordo con gli estremisti del laicismo i quali che escludono questo “se” cruciale. La penso come il buffone di corte Touchstone, “Pietra di paragone”, che nella commedia pastorale As you like it di Shakespeare sentenzia: " 'If' is the only peace-maker: much virtue in 'If' " (V, 4) , "Se" è l'unico paciere: c'è molta virtù nel "Se".

 

 

Ero andato vicino a infliggere ingiustizia a una donna che amavo e mi contraccambiava. Mi fermai in tempo e le chiesi perdono.

Bologna 27 maggio 2026 ore 16, 39 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Quintiliano, Inst., I, 3, 8.

[2] Cfr. R. Musil, L’uomo senza qualità. Verso il regno millenario.  “E sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda”.

[3] Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v.266.

[4] Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 265.  Seneca ribadisce questa legge nell’ Hercules furens:" quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus repetit " (vv. 735-736), ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore.