lunedì 17 agosto 2026

Euripide venticinquesima parte. Eracle quindicesima parte (versi 1214- 1428) Conclusione dell’Eracle di Euripide con il tema della gratitudine.


 

Prima sezione con un lungo excursus sull’ingratitudine.

 

 

Teseo, ottima guida di Atene, la città esemplare, contraccambia l’aiuto ricevuto da Eracle che l’ha liberato dall’ Ade ma poi è  caduto nella disperazione dopo per avere ucciso i propri figli e la moglie Megara, spinto da Lyssa, la follia inviata da Iride per ordine di Era.

Questa tragedia è di poco anteriore o posteriore alle Troiane del 415.

 

 

Teseo

Avanti, a te che siedi su infelici seggi

Dico di mostrare il tuo volto agli amici 1215

Infatti nessuna tenebra ha un nembo così nero

Da nascondere la sciagura dei tuoi mali.

Perché agitando la mano mi segnali il terrore? Oer fare sì che non mi colpisca la contaminazione-muvso~- delle tue parole?

Non mi preoccupa proprio stare male con te;

infatti una volta ho avuto fortuna, è là che ci si deve riportare:

quando mi hai salvato fino alla luce fuori dai morti

Detesto la gratitudine degli amici che invecchia  1223

Cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn

E chiunque voglia approfittare dei beni

Ma non navigare con gli amici quando hanno sfortuna,

 

 

L'ingratitudine.

 Nella Ciropedia   di Senofonte leggiamo che un motivo serio di punizione  e disonore tra i Persiani è l'ingratitudine (ajcaristiva):"kai; o}n aj;n gnw'si dunavmenon me;n cavrin ajpodidovnai, mh; ajpodidovnta dev, kolavzousi kai; tou'ton ijscurw'". Oi[ontai ga;r tou;" ajcarivstou" kai; peri; qeou;" a]n mavlista ajmelw'" e[cein kai; peri; goneva" kai; patrivda kai; fivlou""(I, 2, 7), e quello di cui sanno che potendo contraccambiare un favore, non lo contraccambia, lo puniscono severamente. Credono infatti che gli ingrati trascurino completamente gli dei, i genitori, la patria e gli amici.

 "Come cosa caratteristica dei Persiani-osserva Jaeger-  Senofonte rileva che l'ingratitudine è severamente punita in questo tribunale, in quanto essa appare come origine dell'impudenza e pertanto di ogni malvagità"[1]. 

 

L'ingratitudine è biasimata come vizio capitale già nell’Odissea da Penelope saggia ( "perivfrwn") quando  rimprovera gli Itacesi dicendo all'araldo:"ajll j oJ me;n uJmevtero" qumo;" kai; ajeikeva e[rga--faivnetai, oudev tiv" ejsti cavri" metovpisq  j eujergevwn"( IV, 694-695), il vostro animo appare evidente, e indegne le vostre azioni, e non c'è più gratitudine alcuna in seguito ai benefici.

 

Nei Memorabili  di Senofonte, Socrate fa notare al figlio Lamprocle che particolarmente grave è considerata ad Atene l'ingratitudine verso i genitori, e per questa mancanza di riconoscenza sono previste delle pene, mentre negli altri casi, la città si limita a disprezzare coloro i quali ricevendo del bene non mostrano gratitudine:"periora'/ tou;" eu\ peponqovta" cavrin oujk ajpodovnta""(II, 2, 13).

 

Nella commedia pastorale As you like it (1599) di Shakspeare il nobile musico Amiens rifugiatosi con il suo duca spodestato nella foresta di Arden, canta: “Blow, blow, thou winter wind,-Thou art not so unkind-As man’s ingratitude.-Thy tooth is not so keen,-Because thou art not seen-Although thy breath be rude-…Freeze, freeze, thou bitter sky-That dost not bit so nigh-As benefits forgot” (II, 7), soffia, soffia, tu vento d’inverno, tu non sei tanto scortese, quanto l’ingratitudine umana. Il tuo dente non è tanto aguzzo  perché non ti si vede, anche se il tuo fiato è aspro…Gela, gela, tu amaro cielo, che non mordi così dentro quanto i benefici scordati.

 

L'ingratitudine è il marchio della persona volgare: Nietzsche nel 1864 (a vent'anni) scrisse una Dissertazione  su Teognide di Megara  simpatizzando con le teorie del lirico antico. Lo colpì fortemente il biasimo espresso  per l'ingratitudine dell'animo plebeo:"Teognide ritiene che non c'è niente di più vano e di più inutile che fare bene ad un plebeo, dal momento che non ringrazia mai [2].

Quindi  il filosofo cita alcuni versi della Silloge teognidea (105-112) che riporto in traduzione mia :

"E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili:/è come seminare la superficie del mare canuto./Infatti seminando il mare, non mieti folta messe,/né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne bene in cambio:/ché i malvagi hanno mente insaziabile: se tu sbagli,/l'affetto per tutti i favori di prima si versa per terra./I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono ("oiJ d  jajgaqoi; to; mevgiston ejpaurivskousi paqovnte"", v. 111),/e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito".

 

 Senofonte  nella Ciropedia[3] annette al vizio capitale dell'ingratitudine quello dell'impudenza che anzi considera madre di tutte le turpitudini:"e{pesqai de; dokei' mavlista th'/ ajcaristiva/ hJ ajnaiscuntiva: kai; ga;r au}th megivsth dokei' ei\nai ejpi; pavnta ta; aijscra; hJgemwvn"(I, 2, 7), pare che all'ingratitudine di solito si accompagni l'impudenza: questa infatti sembra essere la guida più grande verso tutte le brutture.

"E qui ci torna in mente l'importanza data da Platone e da Isocrate all'aidòs , senso di onore e di pudore, per l'educazione dei giovani come per la conservazione di ogni ordine sociale"[4].

Come si vede Senofonte, al pari di Euripide , stabilisce un nesso tra cavri" e aijdwv". Il tragediografo mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice:" cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia, e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.

 

 Pure Sofocle attribuisce grande valore alla gratitudine considerandola una virtù senza la quale non può darsi animo nobile: Tecmessa per indurre Aiace a non suicidarsi ripete la parola chiave cavri" in poliptoto :"cavri" cavrin gavr ejstin hJ tivktous j ajeiv:-o{tou d j ajporrei' mnh'sti" eu\  peponqovto",-oujk a]n gevnoit j ou|to" eujgenh;" ajnhvr" (Aiace, vv. 522-524), la riconoscenza infatti genera sempre riconoscenza; quello dal quale cade il ricordo del bene ricevuto, ebbene costui non può essere un uomo nobile.

Dopo il suicidio dell’eroe, nell’esodo della tragedia, Teucro aggredito da Agamennone lamenta la caducità della gratitudine: “Feu': tou' qanovnto" wJ" tacei'a ti" brotoi'"-cavri" diarrei' kai; prodou'" j aJlivsketai” (Aiace, vv. 1266-1267), ahi, come svanisce rapida per i mortali ogni gratitudine verso un morto e cade tradita”.

 

 L’Aiax mastigophorus di Livio Andronico (III secolo a. C,) traduce liberamente: “praestatur laus virtuti, sed multo ocius/verno gelu tabescit”,  si offre pode al valore ma questa si scioglie molto più in fretta del gelo a primavera. 

 

Nel Filottete, Neottolemo afferma che l'amicizia di un uomo capace di gratitudine vale più di qualsiasi tesoro:"o{sti" ga;r eu\  dra'n eu\ paqw;n ejpivstatai-panto;" gevnoit j a]n kthvmato" kreivsswn fivlo" " (vv. 672-673), infatti chi sa fare il bene dopo averlo ricevuto, dovrebbe essere un amico più prezioso di ogni ricchezza.  

 

L'ingratitudine dei vili viene stigmatizzata da Teognide quando afferma che è del tutto insensato il favore (cavri") di chi fa del bene ai deiloiv :" i\son kai; speivrein povnton aJlov" polih'" " (Silloge, vv. 105-106), è come seminare l'immensa distesa del mare canuto.

L'immagine risale ad Alceo:"chi fa doni a una puttana è come se li gettasse nelle onde del mare canuto" (fr. 117 Voigt).   

 

Secondo Shakespeare fu l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, a vincere la resistenza del grande Cesare che allora cadde:"Ingratitude, more strong than traitors' arms,/quite vanquished him: then…great Caesar fell" (Giulio Cesare , III, 2). 

Nel Tito Andronico l'imperatrice Tamora, ex regina dei Goti, suggerisce all'imperatore Saturnino di prendere tempo prima di annientare la fazione di Tito che lo ha appoggiato nell'ascesa al trono: rischierebbe di essere soppiantato "for ingratitude,/Which Rome reputes to be a heinous sin" (I, 1), che Roma considera essere un peccato odioso.

 

In effetti Catullo lamenta l’ingratitudine generale: “omnia sunt ingrata. Nihil fecisse benigne./immo etiam taedet, taedet obestque magis” (73, 3-4), tutto è ingratitudine. Avere fatto del bene è uguale a nulla. Anzi dà fastidio, dà fastidio e nuoce piuttosto. 

 

L'ingratitudine è anche una forma di disprezzo di se stessi. Lo mette in rilievo il "collaborazionista" Céline che non si faceva pagare le visite mediche:"Ero troppo compiacente con tutti, lo sapevo. Nessuno mi pagava…E' un torto. Le persone si vendicano dei favori che loro fate"[5].

 

 

Pesaro 17 agosto 2026 ore 11, 08 giovanni ghiselli

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Ifigenia LXXVII Pesaro. Ritratto di famiglia. Donne imperiose e maschi tenuti al guinzaglio.


 

La sera del 23 giugno andai a Pesaro con l’amico ex seminarista.

Volevo preparare il terreno al debutto di Ifigenia nella casa delle mie consanguinèe e benefattrici  ma possessive e gelose: Ifigenia sarebbe arrivata il  dì successivo il giorno, divo Giovanni, tuo, dico dell’onesto Giovanni a me simpatico quale delinquente politico inviso al potere e decollato, tuttavia  venerato anche dalle consanguinèe quale santo mio protettore.

In effetti è sempre piaciuto anche a me il santo che volle viver solo e che per salti fu tratto al martirio.

  Avrei presentato Ifigenia come collega e amica. La presenza dell’amico, noto per essere pio e aspirare a una compagna santa quanto Maria Goretti da Corinaldo, avrebbe ammorbidito la durezza dell’urto tra la mia giovane amante del tutto irregolare, trasgressiva, e impudica  secondo le tre zie, anziane ma ancora strenua mente pugnaci.

Combattevano contro le mie amanti. Tutte delinquenti sessuali con la mia complicità. Questa ragazza dissoluta, sciolta da vincoli sessuali e morali poi era particolarmente pericolosa secondo loro e io ero talmente debole e pazzo che avrei potuto sposarla se Dio non mi metteva una mano sulla testa. Le donne di casa mia dunque erano parecchio allarmate.

La mattina di buonora ero andato sulla riva del mare trepidando nell’attesa del rischioso ingresso della ragazza nel covo dove ero stato allevato da donne simili a leonesse bipedi o tigri digiune. La nonna era morta da poco. La mamma era fuori Pesaro. In casa vivevano le due sorelle maggiori, Rina e Gulia, mentre una terza zia, Giorgia, abitava in una casa poco distante.

Questa era meno agguerrita, ma anche lei, qualora non le fosse piaciuta la nuova arrivata e l’avesse considerata un’intrusa, un’avventuriera profittatrice, quanto meno mi avrebbe diseredato della casa, il cui affitto mi consente oggi di sopravvivere senza tribolare umiliandomi con il cappello in mano davanti ai supermercati con aria da povero bastonato dalla vita.

Ero uscito piuttosto presto perché sapevo che Ifigenia avrebbe telefonato, la Rina avrebbe risposto e sarebbe corsa tosto sulla spiaggia a portami la notizia. Volevo studiare la prima reazione della zia “badessa” per decidere quale comportamento avrei dovuto assumere. Fin da bambino dovevo stare attento a tutto poiché la mia vita, la mia stessa sopravvivenza dipendeva in gran parte da lei. Mi svegliava la mattina e mi portava a scuola, le elementari Carducci dove lei insegnava in un’altra classe. Mia madre a quell’ora dormiva. La dirigente era questa zia primogenita dei nonni. Dava ordini a tutti.

Sapevo già che le due zie  non avrebbero mai permesso che facessi l’amore in casa loro.  Sondato il terreno, avrei chiesto alla Giorgia di ospitare Ifigenia in casa sua. Probabilmente la  ragazza non le sarebbe spiaciuta quale mia compagna, se non altro per il suo aspetto.

Giorgia rimpiangeva l’amore che non aveva fatto, Rina ne aveva fatto a sua volontà non sposandosi mai ma si era sempre adoperata con tutto il suo peso di superiora perché le sorelle e i nipoti non lo facessero mai. In ogni caso per tanti versi è stata la mia maestra. Ho vissuto in modo simile a questa zia.

“Vado al mare”-le dissi-. “Se mi cerca qualcuno, chiunque sia, indirizzalo al nostro bagnino”.  Sapevo che, udita una voce di donna in cerca di me, sarebbe corsa ad annunciarmi l’arrivo della postulante sospetta per sentire che cosa ne dicevo e osservare le mie reazioni da cui inferire un primo giudizio e preparare una battaglia contro l’impudica,  sfacciata avventuriera. Ero quasi certo che sarebbe stata malevola e dovevo mettermi al riparo preparando un compromesso. Se andava come temevo, l’offensiva denigratoria sarebbe stata spietata. Che era brutta non avrebbero potuto dirlo però.

La zia Rina si limitò a dire “bella sì ma poco espressiva”. La mamma, come la vide, fece: “bella sì, ma non ha un soldo”. La madre mia non era ostile alle mie amanti. Una volta Margherita le domandò che cosa avrebbe fatto se fosse rinata. “ Mi comporterei come le donne di Gianni”, rispose.

 Prevedevo dunque un attacco, manu militari, sul piano morale e su quello socio economico. “Se vuoi fare un dispetto a Cristo, metti un povero con un ricco” dicevano. Io ero povero e nemmeno loro erano ricche ma avevano qualche proprietà immobiliare e terriera, e io non dovevo impegolarmi con una donna al di sotto della nostra stirpe quanto a proprietà.

Verso le 11 la zia arrivò trafelata dal bagnino Alfredo dicendomi che aveva telefonato una tale chiedendo di me.

Le domandai chi fosse, dissimulando di saperlo benissimo.

“Non lo so” rispose- non me l’ha detto”. Non mi dicevano mai chi mi avesse cercato per mettermi perché mi scoprissi. Invece mi mettevano in guardia. Avevo imparato a non fare altre domande  per non mostrarmi apprensivo.

Credo che mentisse. Il campo pesarese dove mi aggiravo con estrema cautela fin da bambino era sempre stato pieno di mine.

“Sarà  la cugina di Roma, o una collega”  aggiunsi per fuorviarla. Ma la zia Rina era la più consumata volpe di casa. Voleva sapere se mi stava raggiungendo un’amante, probabilmente una ragazzaccia zingara, una svergognata, per prepararsi a farle la guerra.

Quindi sedette sotto l’ombrellone con l’intento di vederla arrivare.

La primogenita della nonna  mi ha aiutato molto nella vita in tanti versi, soprattutto mi ha spinto a primeggiare nelle scuole di Pesaro, e la zia Giulia  più avanti mi ha pagato gli affitti negli anni passati nel Veneto, dato che lo stipendio meno che modesto mi avrebbe costretto a dare ripetizioni se non volevo dormire sotto un ponte del Brenta. Oppure a vivere sotto sui gradini della scuola media dove insegnavo, con il cappello di fianco al materasso.

Quando ho finito il servizio militare nel maggio del 1971, le due zie più attempate mi hanno comprato la casa a Bologna.

Sicché sono ancora grato a queste sorelle della mamma che sostenevano la mia identità di studioso e di bravo professore, però allora dovevo sventare le trappole di cui riempivano il mio terreno amoroso. Dunque ringraziai la zia Rina e mi scusai dicendo che andavo incontro all’ignota sopravvenuta senza preavviso e senza dare il suo nome, da  maleducata.

 L’avrei redarguita.

“Stai attento- fece-perché tu sei poco furbo mentre le donne  sono callide e astute.” “Consumate volpi” come te, pensai.

“Non dubitare”- risposi- sono stato ammaestrato da te e dalla zia Giulia quando eravamo a Moena”

“Dubito eccome,  dato non hai mai cavato un ragno dal buco, a parte la bravura a scola ”.

“Ragni infatti proprio no”, risposi e mi avviai.

Quando ero bambino e davo segni di essere bravo a scuola, questa zia mi spronava da una parte e tirava le briglie dall’altra dicendo: “ sei molto intelligente e bravo a scola e pure nella vita sei un perfetto deficiente, caro giannettino mio!”

Intendeva intelligente a scuola, deficiente nella vita pratica. Così mi ha spinto a mettercela tutta per funzionare bene a scuola. Non immaginava che avrei coltivato e usato la mia intelligenza come base di lancio per avere successo in altri campi oltre la scuola, prima di tutti in quello dei rapporti con le femmine umane. Quando seppe di Helena l’Augusta, la Suprema tra le mie donne, disse che era insuperabile solo nel campo della trasgressione vergognosa e peccaminosa: era l’antitesi della Vergine madre. Solo a me poteva piacere una donna siffatta.

“A me sì certamente e più di tutte le altre che pur meravigliosamente conobbi!”, risposi e mi allontanai. Non le dissi che la mamma di Gesù era di fatto una ragazza madre come era Elena quando faceva l’amore con me. Se alle sue orecchie fosse arrivata tale empietà proferita da me, probabilmente a quet’ora non avrei la casa di Bologna né questa di Pesaro dove sto scrivendo ora, né l’altra da cui prendo l’affitto, né la terra di Montegridolfo. Né questa sera sarei potuto andare a vedere La Siège de Corinthe al festival di Rossini con un’amica mia ospite. Un’eccezione alla mia vita da studioso che vive da povero.

 

Pesaro  17  agosto  2026 ore 10, 33 giovanni ghiselli.

p. s.

dedico questo capitolo alle donne della mia stirpe, Margherita, la nonna,  Luisa, la mamma, e le zie Rina, Giulia, Giorgia,  con gratitudine. Devo molto a tutte loro. Tanto che non sono stato capace di adattarmi ad altre per lungo tempo, come ho saputo fare con queste cinque benedette, oggi donne celesti  

p. s.

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