Avvertenza: questo breve
capitolo non deve essere letto dai bambini né dagli adulti pudichi.
Avevamo preso due decisioni: Ifigenia non lasciava il marito, mentre io
lasciavo Pinuccia, ed eravamo entrambi assai contenti del vago avvenire che
avevamo in mente di nuovo.
Sicché facendo della strada
insieme dopo la scuola ci mettemmo a scherzare, ridere, motteggiare. Vagabamur ludibundi.
Mi venne in mente la domanda
da stratega erotico che feci a Kaisa nel luglio del ’72 quando era oramai
indubitabile che la voglia di fare l’amore era reciproca.
Dopo avere concluso un
discorso serio pieno zeppo di citazioni tratte da autori greci e latini non
senza un poco di Shakespeare dovuto al
fatto che lì a Debrecen la koinh; diavlekto~ era l’inglese, la guardai negli occhi azzurri e
sorridendo le chiesi: “di che colore hai le mutande tu, tesoro, in questo
momento?”
“Del colore dei miei occhi”,
rispose la linguista, sposina e giovane
madre.
“Beate quelle mutande tue- la
incalzai- vorrei esserci dentro”.
La signora sorrise tutt’altro
che dispiaciuta.
Il 30 novembre del ’78
ripetei il gioco con Ifigenia anche se non aveva gli occhi azzurri . Le mutande del resto erano
bianche.
Allora aggiunsi: “Io credo
solo a ciò che tocco”. E lei: “d’accordo, ma qui non sta bene. Facciamo un
salto in camera tua: dirò a mio marito che ho dovuto accompagnare i ragazzini
al funerale di una nostra collega morta di un colpo questa notte. In casa casa
tua potrai vederle, toccarle e togliermele tutte le volte che vorrai.
“A proposito di funerale-replicai-
spero di morire facendo l’amore mille volte con te: “di faciant, leti causa sit ista mei ".
“Questa volta hai citato chi?”
“Naso Magister est –risposi- il mulierosus poeta Peligno di Sulmona”.
Dopo tanta allegria non avevo
più dubbi che quella sola amante mi riempiva la vita e mi bastava. Pinuccia
oramai era di troppo. Il suo tempo era scaduto.
Le giovani adultere mi hanno
reso allegro almeno per qualche tempo. Prima che arrivassero tristezza e noia avevamo
diverse ore belle da passare insieme. In questo caso otto mesi.
Ricordo per contrasto
l’angoscia che mi invase quando oramai sessantenne intrapresi una relazione con
una collega adultera imperiosa, prepotente e attempata quasi quanto me. Mi aveva attirato la sua
reputazione di donna libera, mentre di
fatto non era altro che un’ impudica vergens
annis, una spudorata al tramonto. Scappai dopo due settimane.
p. s.
Dopo avere menzionato il
magister Ovidio, ora voglio
coonestare la mia licenziosità verbale con un paio di citazioni dotte
Non dovete giudicarmi poco casto
per il fatto che le mie parole talora
sono lascive
“me ex versiculis
meis putastis,/quod sunt molliculi, parum pudìcum./ Nam castum esse decet pium
poetam/ipsum, versiculos nihil necessest " (Catullo,
16, 3-6), mi consideraste, dai miei versi leggeri, poiché sono lascivi, poco
casto. In effetti si addice al pio poeta come persona essere puro, che lo siano
i suoi teneri versi non è necessario.
"Lasciva est nobis pagina, vita proba
"(Marziale I, 4, 8), la mia
pagina è licenziosa, la vita onesta.
p. s.
“Sono studente e povero” al pari del seduttore di
Gilda la figlia di Rigoletto, e come sempre non me ne vergogno, né mi dispiace.
Non ho mai celebrato le feste comandate comprando cose
non necessarie. Non essere consumisti è
una rendita.
Cerco di arricchirmi di pensieri e parole da donare
agli altri.
Abbiate comprensione anche se la pensate in
modo diverso da me. Io non faccio del male a nessuno. Però voglio vivere la vita
mia, non quella imposta dalla pubblicità.
Alcuni mesi or sono Mattarella
ha commemorato la strage di piazza Fontana affermando che fu una strage fascista
effettuata con l’implicazione di pezzi dello Stato. Ebbi a dirlo a scuola subito
dopo la strage nella banca di Milano.
Noi quanti siamo ancora vivi
ma vecchi molto, nel dicembre del 1969 si era ancora giovani: avevo avuto da un mese il mio primo incarico a
tempo indeterminato . Dissi subito che Valpreda era innocente e che la strage
era di Stato. Rischiai di perdere il posto. Bruno Vespa aveva sentenziato che
quel ballerino di terza fila era il mostro. Era giovane quanto me, eppure faceva
già il profeta portavoce del regime, quindi era ben più autorevole di me agli
occhi del preside. Ma allora si poteva
parlare, c’era la santa parresia. Oggi ce n’è molto meno.
Sicché non so se avrò il
coraggio di lasciare questa pagina lasciva
nella mia prossima pubblicazione.
Mi confortano sempre i tanti
lettori. E pure chi mi ascolta.
Bologna 17 marzo 2027 ore 19,
07 giovanni ghiselli
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