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Alla fine del mese, presi dieci giorni di congedo e partii per Moena. Mi fermai a Cittadella per salutare l’ex allieva e carissima amica Luciana. Faceva freddo e pioveva. Andammo in un'osteria a parlare. Quando le dissi che avevo scritto un dramma, mi incoraggiò:"Da te me l'aspettavo. Tu puoi realizzarti soltanto se mantieni in vita i sogni che ti ha infuso la stessa vita vissuta: sono più reali della realtà, siccome ne raccogli e condensi i momenti più significativi, quelli epifanici, rivelatori". Le dissi che il mio scopo era politico: cambiare i gusti della gente corrotta. Rispose che nella scuola media di Carmignano, quando avevo venticinque anni, ci ero riuscito; a trentacinque potevo farlo in un liceo di città; a quaranta o a cinquanta nell'intera nazione. “Dovrei arrivare a cento, per lo meno, se voglio raggiungere il mondo intero”, risposi. Mi chiese di spedirle una copia della pièce: era sicura che le sarebbe piaciuta. Partii rinfrancato. Arrivai all’hotel La Campagnola di Moena che era tempo di cenare. Mangiai in fretta, ma poi dovetti rinunciare alla passeggiata attraverso la valle poiché pioveva a dirotto. "Non smetterà mai, mai ", aveva detto Ludwig osservando le nere nuvole acquose da una finestra dell’edificio adibito a carcere e manicomio dov'era stato recluso dai perfidi congiurati. L’acqua scura del lago della sua morte vicina ne raddoppiava l’immagine cupa. A letto mi dissi:"Questa è la terza volta che vengo a Moena solo, da quando sto con Ifigenia. La prima, mi angosciava il pensiero della sua fedeltà, soprattutto corporea; la seconda quello della sua verginità e condizione sociale; questa volta ammetto solo questioni di amore e di arte, ossia di spirito, non di imene o di soldi". Tuttavia mi chiedevo se il cuore e la mente di quella ragazza fossero degni della sua carne o se ne smentissero la venustà. Non sapevo trovare la soluzione e recitai: “Oh! Questa vita sterile, di sogno!” Poi, rassegnato, mi addormentai.
Il primo marzo del 1981, mentre sciavo sulle nevi del Lusia, pensavo a Ifigenia. Quella ragazza, più di ogni donna, mi aveva spinto ad agire per diventare migliore secondo il corpo e secondo la mente. Mi aveva indotto a scalare montagne impervie, a correre i 5000 metri in 18 minuti e venticinque secondi, mi aveva aiutato a vincere gare davvero olimpiche con gli altri e con me stesso, mi aveva reso un atleta del sesso con le sue magnifiche provocazioni. Perciò dovevo scrollarmi di dosso la rovinosa educazione della pretaglia sedicente cristiana che già aveva distrutto Ludwig II di Baviera, trasformando il suo ardente desiderio di baci in deleteri senso di colpa; e dovevo fidarmi dell'amore di lei che negli ultimi giorni oltretutto mi aveva teso una mano. La crisi che stavo attraversando era cosa anche buona in quanto mi faceva riflettere; però oramai era tempo di uscirne per vivere meglio. All'ora di cena le telefonai riferendo questi pensieri. Sembrava disposta bene anche lei. Il due marzo andai sull' alpe di Pampeago, sopra Predazzo. Il sole non c'era e tirava un vento gelato. Avevo cambiato disposizione mentale, e non in meglio. Quando non abbiamo affetti sicuri, né un forte autocompiacimento, né un equilibrio saldo, il tempo atmosferico influisce più che mai sulla mente povera di equilibrio. A mezzo il giorno, non potendone più dell'aria fredda e scura, entrai in un rifugio di latta e di legno, riscaldato con una stufa. Quando mi fui seduto con una bottiglia di birra, una radio diffuse il canto antico di Helena biancovestita :"Summertime, when the living is easy ". Era facile e bella davvero allora la vita. Eravamo nel 1971. Rividi il suo volto ridente nella notte d'estate sotto gli alberi strani tra le cui foglie biancheggiava la luna e comparivano or sì or no le stelle, vaghe e luminose come occhi di ragazze timide eppure contente di un avvenire lieto, ricco di eventi meravigliosi. Dalla memoria, nel cuore gocciava il ricordo di quei giorni lontani. Per converso pensai che Ifigenia era stanca di me, io ero nauseato di lei, e il nostro rapporto era lebbroso. Con Helena era una gioia vederci, andare a zonzo ogni giorno, era una scoperta parlare delle nostre vite e culture, lontane e diverse; ed era anche possibile lasciarsi andare, sia pure con garbo: giocare come bambini, senza sfiducia e sospetti. Poi era estate, i giorni dai grandi mattini assolati, dalle lunghe sere luminose allietate dai voli, dalle notti piene d’incanto, scivolavano lisci, dolci, senza dolore; ogni giornata felice terminava con un’apoteosi. Eravamo in vacanza, tra amici, l’ottimo Fulvio e altri pure bravi e buoni. Alcuni anche brilli. Ci si voleva bene, ci godevamo la vita. Negli ultimi mesi invece, dovevo misurare ogni parola, siccome Ifigenia era pronta a criticarmi per sospetto che io volessi fare altrettanto con lei. Il sospettare era reciproco e non si spengeva mai del tutto. Confrontando le due situazioni, distanti tra loro una decina di anni nel tempo e ancor più nel mio cuore, piansi di nostalgia e mi chiesi quando
sarebbe rinata una situazione ricca di affetti e di combattere contro avversità dolorose spinto dal desiderio della felicità che poteva essere completa solo con una donna degna di me. Avevo ottenuto qualche successo parziale, anche tre o quattro trionfi, ma la vittoria definitiva[1] mi era sfuggita sempre. Però non avevo fatto del male a nessuno, e i progressi c'erano stati comunque. Perciò non ero fallito del tutto, e non ero diventato cattivo. Finita l'antica canzone, uscii dal rifugio un poco ebbro di birra. Il vento si era addolcito. Guardai il cielo che si rischiarava sopra le montagne, umide per il disgelo e luccicanti nelle piante in attesa di dare alla luce del sole i primi germogli. Rimasi fermo a osservare, finché provai un sentimento di riconoscenza per la natura, per tutte le creature che mi avevano accolto con simpatia, e per la vita stessa che non mi aveva mai rinnegato del tutto. Avvertenza: il blog contiene una nota.
Bologna 8 maggio 2026 ore 18, 40 giovanni ghiselli
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Giovanni Ghiselli
Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
venerdì 8 maggio 2026
Ifigenia CXXXI Dialogo con Luciana a Cittadella. Poi a Moena. Il Lusia e Pampeago. La nostalgia dell’estate felice con Helena.
Robert Musil L’uomo senza qualità 4.
II 23 Prima intrusione di un grand’uomo (pp. 89-92)
Il dottor Paul Arnheim era un uomo smisuratamente ricco. Diotima non stimava granché i mercanti ma, come tutte le persone di mentalità borghese, in un recesso del cuore ammirava la ricchezza. Era una delle tre figlie di un professore di scuola media senza beni patrimoniali e Tuzzi le era sembrato un buon partito quando era soltanto vice console. Da ragazza possedeva solo il proprio orgoglio e siccome non possedeva nulla di cui essere orgogliosa era nient’altro che correttezza raggomitolata su se stessa con tentacoli protesi di sentimentalità (91)
II 24 Cultura e capitale; L’amicizia di Diotima e del conte Leinsdorf, e l’ufficio di mettere ospiti illustri in accordo con l’anima (pp. 92-97)
Sua Signoria ammirava la bellezza e lo spirito di Diotima senza permettersi intenzioni illecite. Le accordava comunque la sua protezione che aveva conferito al salotto di lei una solidità incrollabile.
Il conte Leinsdorf voleva tornare ai princìpi cristiani ma siccome i fatti positivi hanno una loro logica alla quale non si può opporre il sentimento, concludeva affari con gli speculatori stranieri piuttosto che al fianco della nobiltà austriaca (93)
La Tuzzi sapeva e poteva parlare di tutto ma la propria castità privata doveva rimanere intoccabile.
“La vita però non edifica niente senza cavare pietre altrove” (96).
Si era risolta a sposare il viceconsole Tuzzi che pareva un baule di cuoio con due occhi scuri eppure lei conservava un granellino di fantasia. Questo però con gli anni del successo era sparito. Lo stessot successo dapprima l’avevano inebriata, poi affaticata
La Tuzzi faceva una distinzione tra civiltà e Cultura e chiamava civiltà tutto quello che il suo spirito non riusciva a dominare, prima di tutto suo marito (cfr. T. Mann, Considerazioni di un impolitico.)
II 25 Le sofferenze di un’anima coniugata 97-101
Tuzzi era un lavoratore ambizioso e subordinava l’amore alle altre attività
Da scapolo era stato un tranquillo frequentatore di case di tolleranza e aveva trasferito nel matrimonio il ritmo regolare di quell’abitudine. Prendeva sul serio solo il potere, il dovere e gli alti natali e per ultima, a una certa distanza l’intelligenza (p. 100).
Diotima dava la colpa della propria infelicità al periodo storico materialista dove tra ateismo, socialismo e positivismo un idealista non può innalzarsi alla propria vera essenza.
II 26
Il connubio dell’anima con l’economia. L’uomo capace di attuarlo vuole gustare il fascino barocco dell’antica civiltà austriaca. Nasce così l’idea per l’azione parallela.
Il dottor Arnheim si faceva banditore di un’unione fra l’idea e il potere, l’anima e l’economia. Diceva a Diotima che era andato a Vienna per riposarsi nell’incanto barocco della vecchia civiltà austriaca, per godere di una pausa dai calcoli, dal materialismo, dal vuoto raziocinio dell’uomo civile odierno.
Diceva: “noi non udiamo più le voci interiori , oggi sappiamo troppo e la ragione tiranneggia la nostra vita (103).
Bologna 8 maggio 2026 ore 18, 10 giovanni ghiselli
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