martedì 28 luglio 2026

Bologna città democratica. Dobbiamo rianimare la democrazia ricordando la nostra Costituzione.


 

Nella prima pagina del quotidiano “la Repubblica” di oggi leggo:

“Dopo Fakir il 2 agosto

ora Lepore chiama

la piazza delle verità”

Questo il titolo. Segue l’articolo di Emanuela Giampaoli.

Qualche parola sua poi alcune del sindaco e infine un breve commento mio e una citazione tratta da Tucidide con una definizione di Isocrate.

 

“A chi gli chiede se quest’anno le celebrazioni del 2 agosto siano particolarmente importanti, il sindaco Matteo Lepore risponde senza esitazioni:

“Sì, Bologna è una città ferita per quello che è successo al Pilastro. E ogni volta che è stata ferita i bolognesi si sono ritrovati nella partecipazione democratica”.

 

Sono molto più attempato di Lepore che infatti studiava al Galvani quando vi insegnavo . Non è stato mio allievo, ma vedo che ne è uscito ben preparato ugualmente. Vivo a Bologna dall’ottobre del 1963 quando sono venuto da Pesaro per studiare Lettere antiche. Come sa chi mi legge, ho avuto una educazione clerico fascista:  egoista, prepotente e bigotta. L’ambiente bolognese tra l’Università e i collegi Morgagni e Irnerio mi ha riformato in senso democratico, progressista e umanitario. Da studenti si manifestava contro le guerre e l’oppressione delle persone e dei popoli. Ho imparato a non essere egoista, a far coincidere il mio bene con il bene comune, a usare lo spirito critico contro le menzogne delle propagande e della pubblicità

Dopo la laurea sono emigrato per cinque anni nel Veneto dove ho trovato un lavoro a tempo indeterminato nella scuola media. Il preside mi diceva: “torni a Bologna che le si confà”. Aveva ragione e dopo l’abilitazione in latino e greco ci sono tornato. Ho amato questa città né grande né piccola, comunque sempre in prima linea nell’essere democratica e vivace.

Posso dire di Bologna quanto afferma il personaggio Pericle dell’opera storica di Tucidide a proposito di Atene nel logos epitafios “

“In effetti ci avvaliamo di una costituzione che non cerca di emulare le leggi dei vicini, ma siamo noi di esempio a qualcuno piuttosto che imitare gli altri. E di nome, per il fatto di essere amministrata non per pochi ma per la maggioranza, essa è chiamata democrazia, però secondo le leggi, riguardo alle controversie private, c’è una condizione di uguaglianza per tutti, mentre secondo la reputazione, per come ciascuno  viene stimato in qualche campo, non per il partito di provenienza più che per il suo valore, viene preferito alle cariche pubbliche, né, d’altra parte secondo il criterio della povertà, se uno può fare qualche cosa di buono per la città, ne è mai stato impedito per l’oscurità della sua posizione sociale (La guerra del Peloponneso, II, 37, 1)  

 Bologna è la città che ha messo in atto la Costituzione italiana meglio e più di tante altre località della nostra penisola. I nostro padri costituenti non ignoravano certamente questo discorso pronunciato da Pericle per commemorare i caduti nel primo anno della guerra del Peloponneso (431). Ricordo solo un paio tra i primi articoli della nostra Legge fondamentale

Articolo 1: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. 

Articolo 3 : “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di condizioni personali e sociali”.

Comma B. “E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

 

Credo che nel discorso del prossimo due agosto la citazione di alcune parole della Costituzione della nostra Repubblica costituirebbero una buona lezione di storia e di democrazia. Questa sta correndo dei rischi e va rianimata tornando alla Costituzione

La Costituzione  infatti  è  l’anima dello Stato  con un potere tanto grande quanto ne ha la mente sul corpo. Essa infatti è decisiva su tutto e conserva i beni mentre evita i mali. Sono parole di Isocrate scritte nell’Areopagitico del 356.

Bologna 28 luglio 2026 ore 17, 19 giovanni ghiselli

p. s.

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Coriolano sesta e ultima parte Plutarco e Shakespeare. Conclusione.


 

Coriolano non risponde subito alla madre. Allora Volumnia fa: “tiv siga'/ς w\ pai';” (Plutarco, Vita, 36, 2)

In Shakespeare. Why dost not speak? (V, 3, 153)

 Poi continua: “Think’st thou it honourable for a nobleman still to remember wrongs? pensi che sia onorevole per un nobile ricordare le offese per sempre? (154-155).

 

Di nuovo Plutarco: “è forse bello abbandonarsi del tutto all’ira e al risentimento, mentre non è bello compiacere la madre che ti rivolge così gravi preghiere?  (povteron ojrgh'/ kai; mnhsikakiva/ pavnta sugcwrei'n kalovn, ouj kalo;n de; mhtri; carivsasqai deomevnh/ peri; thlikouvtwn;  36, 2)

Conviene (proshvkei) secondo te a un grand’uomo ricordare il male subìto mentre sarebbe indegno di un uomo grande e nobile rendere onore e omaggio ai benefici che da bambino ha ricevuto dai genitori? (36 , 2)

 

“There’s no man in world more bound to’s mother, non c’è uomo al mondo più obbligato a sua madre (Coriolano, V, 3, 158-159)

“Thou hast never in thy life-showed thy dear mother any courtesy” (V, 3, 160-163), nella tua vita non hai mai dimostrato gentilezza a tua madre, a lei che, povera chioccia-poor hen-, non volle una seconda covata, e che starnazzava se andavi in guerra , e te ne tornavi salvo, pieno di onori.

 

Eppure a nessuno si converrebbe osservare la riconoscenza kai; mh;n oujdeni; ma'llon e[prepe threi'n cavrin wJς soiv (36, 2) più che a te che così duramente ti vendichi della ingratitudine.

Ti sei vendicato ampiamente della patria ma th'/ mhtri; oujdemivan cavrin ajpodevdwkaς  (36, 3), alla madre non hai reso nessuna gratitudine.

 

Quindi Volumnia dice: down ladies! Let us shame him with our knees-  greco govnu -govnato", tov – latino genu-us- a terra donnne!, svergogniamolo con le ginocchia! ( Coriolano, V, 3, 169)

E in Plutarco : kai; tau't j eijpou'sa prospivptei toi'ς govnasin aujtou' meta; th'ς gunaiko;ς a{ma tw'n paidivwn (Coiolano, 36, 4-5), si getta alle ginocchia di lui con la moglie e i figli.

 

Allora Coriolano fa alzare la madre e le dice: “nenivkhkaς-ei\pen- eujtuch' me;n th'/ patrivdi nivkhn, ejmoi; d j ojlevqrion” (36, 5), hai vinto una vittoria fausta per la patria ma rovinosa per me.

 

E Shakespeare:  O my mother, mother! O! you have won a happy victory to Rome. But for your son-believe it, o believe it-most dangerously you have him prevailed  - latino praevaleo-if not most mortal to him”. (V, 3,  186-190), ma per tuo figlio –credilo, credilo hai prevalso su di lui con un rischio gravissimo, se non mortale.

A Roma vengono festeggiate le donne. Il Senato decretò che venisse loro concesso qualsiasi cosa chiedessero, ed esse chiesero solo che venisse edificato un tempio alla Fortuna muliebre oujde;n hxivwsan a[llo h] Tuvchς gunaikeivaς iJero;n iJdruvsasqai (37, 4)

 

A Roma suonano trombe oboi, tamburi and the shouting Romans make the sun dance (Coriolano, V, 4, 48-49),  mentre i Romani urlanti fanno ballare il sole

Quanto a Volumnia, Virgilia e Valeria, un senatore grida che bisogna spargere fiori sul loro cammino (Vita di Coriolano, V, 5, 3)

 

Plutarco racconta che il Senato fece erigere il tempio con la statua della Fortuna muliebre (Tuvch" gunaikeiva" iJerovn (37, 4), mentre le donne a loro spese fecero costruire una seconda statua che avrebbe anche parlato dicendo alle donne che il dono fatto era gradito agli dei (37, 5).

L’autore non se la sente di negarlo in quanto il divino non assomiglia all’umano e, se fa cose per noi impossibili, non è in contrasto con la ragione ou[te paravlogovn ejstin (38, 6).

La maggior parte delle cose divine tw'n qeivwn ta; pollav, come dice Eraclito, ci sfugge ajpistivh/, a causa della nostra incredulità (38, 7)

 

 

 

Cfr. mutatis mutandis, l’accoglimento del mito in Livio, Curzio Rufo, Tacito, Arriano. Nessuno se la sente di negarlo del tutto.

 

In Tito Livio le donne si recano da Veturia, la madre di Coriolano, e da Volumnia, la moglie. Queste vanno nel campo nemico con i due figli di Coriolano il quale rimase multo obstinatior adversus lacrimas muliebres (II, 40) di cui aveva avuto l’annuncio. Ma quando le vide, si lanciò verso la madre per abbracciarla. Veturia, prima di lasciarsi abbracciare gli chiese se fosse un figlio o un nemico e se lei fosse prigioniera o madre. Coriolano si commosse, ritirò l’esercito. Alcuni invidia rei oppressum tradunt, ma apud Fabium longe antiquissimum auctorem  si legge che visse fino alla vecchiaia. Coriolano ripeteva che l’esilio è molto più doloroso nella vecchiaia.

 

Fabio Pittore

L’auctor longe antiquissimus è Fabio Pittore contemporaneo del Cunctator e appartenente alla stessa gens Fabia. Questo “antichissimo tra gli annalisti…accentuava il diritto (e i successi) dei Romani…non aveva più quella superiore serenità in cui è il fascino della storiografia greca classica, insomma di un Erodoto o di un Tucidide” (Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 104). Si tratta dell’obiettività epica di questi autori.

 

Fabio pittore scrisse in greco la sua opera storica, che andava dalle origini dei Romani, considerati come discendenti di Enea, sino, pare, alla fine della seconda guerra punica (il frammento più recente si riferisce alla battaglia del Trasimeno).

Della sua storia si ebbe anche una traduzione latina. Ispirandosi alle mire della politica filellenica di T. Quinzio Flaminino, Fabio  volle ribadire il concetto dell'affinità di stirpe tra Greci e Romani, dimostrare la giustizia della condotta tenuta da questi e suscitare imponente impressione della loro potenza. Per i tempi più antichi l’annalista attinse non soltanto a narrazioni storiche greche, ma anche a monumenti pubblici, a documenti famigliari e a carmi latini epici ed epico-lirici. L'esposizione relativa ai primi secoli della repubblica era più sommaria e lacunosa; quella della prima guerra punica diventava più diffusa, mettendo a profitto gli atti degli archivî e i ricordi dei vecchi, e quella della seconda era fatta come da contemporaneo.

 

Gli uomini romani non portarono invidia alle donne per il loro vanto –adeo sine obtrectatione gloriae alienae vivebatur- (Livio, II, 40) si viveva senza cercare di abbassare la gloria altrui, anzi  consacrarono e dedicarono un tempio alla Fortuna muliebre. 

 

 

 

Torniamo a Shakespeare

 Tra i Volsci, Tullo Aufidio, il loro capo, fa uccidere Coriolano. Dice: “at a few drops of women’s rheum- greco rJeu'ma, flusso-, which are-as cheap as lies, he sold the blood and labour –of our great action. Therefore shall he die,-and I’ll renew-new-nevo" me in his fall” (V, 6, 46-49), per poche gocce di lacrime di donna che sono a buon mercato come le bugie, egli ha venduto il sangue e la fatica della nostra grande impresa. Perciò morirà e io rinascerò nella sua caduta.  

Aufidio conclude dicendo che sebbene il Romano abbia riempito di lutti le donne dei Volsci, avrà un nobile monumento ( yet he shall have a noble memory, V, 6 , 154-155).

 

 termino la storia di Coriolano con la conclusione di Plutarco: Marzio tornò ad Anzio dai Volsci, Tullo che da tempo lo odiava e non lo sopportava per invidia misw'n pavlai kai; barunovmeno" dia; fqovnon (39, 1) tramò per farlo uccidere, sicché  i suoi seguaci lo ammazzarono. Il popolo non era d’accordo e la tomba di Coriolano venne adornata con armi e spoglie come si fa con un prode. Presto dovettero rimpiangerlo. In seguito i Volsci  combatterono contro gli Equi poi vennero sconfitti e sottomessi dai Romani in una battaglia nella quale morì Tullo.  (Vita di Coriolano,  39, 13).

Murry: “Il Coriolano è per me un dramma assai più alto del Lear , ed è-come preludio dell’Antonio e Cleopatra-sommamente significativo per intendere l’evoluzione di Shakespeare. Segna il ritorno dallo sforzo alla spontaneità, dall’artificio alla creazione, dal disumano all’umano” (p. 344).

 

Passeremo quindi all’Antonio e Cleopatra.

 

Pesaro 28  luglio 2026 ore 16, 12

giovanni ghiselli

p. s

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