domenica 23 agosto 2026

Ifigenia LXXXIX. La festa della conoscenza e il ricevimento del Rettore nell’Università estiva di Debrecen. Ricordi e progetti.


 

Partìi da Bologna con Alfredo domenica 22 luglio. Arrivammo a Debrecen con una sola giornata di viaggio: conoscevo molto bene la strada, come puoi immaginare, caro lettore.

 La sera del 23 c’era la festa della conoscenza, quella che negli anni passati mi era servita a incontrare la donna con la quale nel mese seguente avrei scambiato piacere, amore e non poco sapere, conseguendo comunque  una crescita della mia coscienza. Tra le altre, avevo incontrato, una per anno, le tre finlandesi Helena, Kaisa, Päivi, donne molto importanti nella mia vita. Grazie e  Muse che mi hanno spinto a studiare, a parlare e a scrivere per educare me stesso e i miei ascoltatori-lettori.

Arrivato ormai prossimo ai trentacinque anni, osservavo l’ambiente per vedere  se c’erano alcuni  reduci del 1966 quando si era chi più chi meno ventenni. Volevo  confrontare il loro invecchiamento con il mio.  Rimaneva  soltanto l’amico  Alfredo che ancora cercava l’amore. Pensai di stare meglio di lui perché non avevo più l’ansia di trovare una donna. Il dilemma era se tenermi ancora quella che avevo e non mi lasciava sereno nemmeno per tre giorni di seguito o cercarmene un’altra. Occasioni per un divortium da Ifigenia non mi sarebbero mancate.

Osservavo le ragazze con sguardo non più famelico, né maniacale.

Tra le altre notai una bionda dai lunghi capelli che le ondeggiavano sopra le spalle a ogni mossa della testa. A un tratto si girò nella mia direzione e, come vide che la guardavo, mi rivolse un sorriso. Glielo contraccambiai ma  volli prendere tempo prima di avvicinarla.  La notte passata quasi in bianco mi pesava sul cervello e non mi lasciava le forze mentali necessarie a una conversazione significativa e interessante soprattutto in una lingua che non parlavo da tempo. La bionda sembrava una tedesca tra i Tedeschi e con lei avrei potuto parlare inglese probabilmente. Ero fuori esercizio e troppo stanco per esprimermi in maniera decente. Temevo di fare la parte dell’adulto immaturo,  ignorante e ridicolo. “Facilis descensus Averno”, pensai

Sicché mi ritirai nella solita  camera numero 4 del secondo collegio prima di mezzanotte. Andai subito a letto, contento di non avere fatto mosse affrettate. “C’è tempo- mi dissi- tutto il tempo”. E mi addormentai.

.

Il 24 luglio c’era il ricevimento del Rettore dell’Università di Debrecen.

Era la bella festa pomeridiana che diede l’avvio ai tre amori più importanti della mia vita: quelli con Elena nel 1971, con Kaisa nel 1972, con Päivi nel 1974[1]. Erano dunque passati ben cinque anni dall’ultimo. La nefertiti palermitana del 1976, che pure non era   pessima, non mi aveva lasciato grandi tracce nel cuore e tanto meno nel cervello. Nei due  anni di intervallo ero stato impegnato come commissario interno o esterno nell’esame di maturità.

 Ricordavo dunque l’avvio dei tre amori più significativi della mia vita: il primo della trilogia era stato anche il migliore con la più bella e buona delle mie amanti, quindi  avevo ritualizzato gli altri due ripetendo le mosse vincenti impiegate nel corteggiare Elena

 Con Kaisa e Päivi avevo iterato, variando di poco le parole e i toni che avevano funzionato bene con l’archetipo della mia felicità amorosa, scartando invece quanto era rimasto improduttivo o era stato perfino controproducente, per poche ore grazie a Dio.

Verso sera avevo portato le ragazze, una alla volta per carità, una  per anno,  nella csárda di Hortobágy dove avevo cercato di manifestare alle corteggiate il meglio di me per affascinarle e gettare le basi di un amore mensile che poteva però diventare eterno almeno nel ricordo mai obliato, se l’avessi raccontato in tante pagine belle quasi tutte come oggi mi fa sperare il grande numero dei miei lettori.

Ma torniamo al luglio de 1979, pochi mesi prima del mezzo del cammin di mia vita.

A un tratto la bionda che avevo notato la sera precedente e mi aveva sorriso contraccambiata,  volse lo sguardo nella mia direzione. L’aurichiomata aveva la carnagione chiara e gli occhi azzurri. Come si accorse che la guardavo e non levavo gli occhi da lei, protese verso di me la mano destra che stringeva un bicchiere pieno di “sangue di toro”[2], il vino della comunione con ciascuna delle tre meravigliose donne ricordate sopra.

 Nel pomeriggio luminoso  quel dono di Dioniso brillava  come un rubino e la ragazza tedesca faceva segni di brindisi accarezzandomi  il volto abbronzato con uno sguardo carico di simpatia femminile.

“Ecco di nuovo l’eterno, meraviglioso richiamo dei sessi che invita a prolungare la nostra breve esistenza mortale attraverso altre creature”, pensai.

Senza indugio ricambiai con piacere il simpatico gesto. Ci guardavamo da un tavolo all’altro. Io ero intruppato con gli Italiani. Dovevo avere conservato una  forma discreta: Gli otto mesi dell’ascesi erotica praticata con Ifigenia mi avevano fatto bene più di quanto quella ragazza balzana mi avesse danneggiato con i suoi scarti di umore. Nel bicchiere avevo messo dell’acqua, ottima[3] tra tutte le bevande, terapeutica più di ogni farmaco, preziosa pura e casta e così via. In ogni caso, che mi astenessi dall’alcol era uno dei segni della forza che mi sentivo dentro.

Il proposito di rimanere fedele a Ifigenia perfino nell’abbondanza dell’offerta di Debrecen, con il senno di adesso mi pare follia e spreco di occasioni che non ritornano se non vengono acciuffate poiché sono tutte calve di dietro come ora so. Se avessi fatto l’amore anche con questa bionda che si sarebbe rivelata tutt’altro che spregevole, oggi saprei qualcosa di più sulla vita,   ma quella sera  lontana volevo capire quale parte intendesse assegnarmi il destino, e avevo deciso di assecondarlo, di recitare bene. Lo sto facendo mentre scrivo queste parole. L’actio risolutiva è questa dello scrivere.

Quel pomeriggio remoto non facevo mosse affrettate e tale calma mi infondeva un equilibrio che, trapelando, conferiva fascino a tutta la mia persona.

Allora ero un giovane uomo piacente. Un amore vero o presunto, comunque carnalmente goduto per mesi , tra gli altri vantaggi ha pure quello, tutt’altro che trascurabile, di imbellire gli amanti.

Se potessi tornare indietro però andrei di corsa a corteggiare quella ragazza bionda e alquanto robusta, pure appena un po’ pingue. Del resto la donna tondeggiante non mi dispiace.

Il fatto è che allora speravo, sbagliando, che la mia fedeltà sarebbe stata ricompensata da quella della ragazza italiana mora, snella e pure formosa.

Forse però  è andata bene così: se avessi fatto l’amore con quella ragazzona bionda non avrei scritto un romanzo bello come questo perché la storia della mia vita sarebbe stata diversa.

 

Dopo la festa pomeridiana, calando la sera, andai a passeggiare sui sentieri del bosco. Camminavo come dentro di me cercando di  ritrovare tante tracce del tempo passato  per  ricalcarle mèmore e grato: vedevo gli alberi di maestà dodonea, il ponticello sul laghetto, i pesci rossi che vi nuotavano, i cespugli che lo incorniciavano, il vecchio Vigadó e altri luoghi sacri alla mia memoria.

 Dopo questo ripasso, andai a sedermi in una rientranza della facciata dell’edificio universitario, una specie di nicchia attraversata da una panchina di pietra. La fontana antistante, mentre verso le otto e mezza precipitava la notte, si accese di luci multicolori che resero i vigorosi zampilli simili, sia pure in formato minore, ai fuochi d’artificio lanciati per la festa solenne del 20 agosto a illuminare il grande scenario di Buda e di Pest, al di qua e al di là del Danubio. Questa era ogni anno l’ultima sera della borsa di studio estiva.

A Debrecen il giorno prima c’era stato il carnevale dei fiori, kukka carnevali lo  chiamavano le finniche nella loro lingua primitiva quasi infantile:.

 

Pesaro 23 agosto 2026 ore 17, 43 giovanni ghiselli

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[1] Li ho raccontati nel omanzo Tre amori a Debrecen . Si trova  nella biblioteca Ginzburg di Bologna.  In prestito gratuito.

[2] E’ il nome di un vino rosso ungherese “Egri bika vér”, sangue di toro di Eger.

[3] Cfr. Pindaro, Olimpica I


Euripide Ione nona parte versi 948- 969. Continua la sticomitia iniziata al verso 938. Mutevolezza e imprevedibilità delle vicende umane


 

Creusa risponde alle domande del vecchio aio : ha partorito movnh kat j a[ntron da sola nella grotta dove Apollo l’aveva ingravidata.

E il bambino dov’è? Se vive tu non sei a[pai~ senza figli.

Creusa risponde che l’infante è morto  esposto alle bestie selvagge qhrsi;n  ejkteqeiv~ (951). La crudeltà del dio è disumana.

Il vecchio infatti prova a domandare come poté    jApovllwn oJ kakov~ non proteggerlo.

Non non è stato protetto,  {Adou  d  j ejn dovmoi~ paideuveutai -953-risponde Creusa  con sarcasmo, viene allevato nella dimora di Ades.

 Per dire che il dio dei morti dà una mano al bambino lasciato in pasto alle fiere dal padre, un malvagio, venerato dagli stolti come dio della vita solare.

Creusa confessa che fu lei stessa ad esporlo nella tenebra dopo averlo fasciato con le sue vesti.

Non lo sapeva nessuno tranne la sciagura e il segreto.

L’aio le domanda come ha avuto l’ardire di abbandonare il figlio in una grotta

Come si fa gettando fuori dalla bocca molte parole pietose

Il Vecchio la chiama sciagurata per quanto ha osato- tlhvmwn su; tovlmh~  ma ancora più sciagurato il dio aggiunge (961)

Creusa gira il coltello nella propria piaga: “Se avessi visto il bambino che tendeva le mani- eij pai`da g j ei\de~ cei`ra~ ejkteivnonta moi”.  

L’aio incalza: “mentre cercava la mammella o di essere preso in braccio?

Creusa lo ammette e se ne dà la colpa indicando il seno  : proprio qui, dove non poteva subendo ingiustizia da me.

Come ti è venuto in mente di buttarlo via?

Creusa risponde: “credevo che il dio avrebbe salvato suo figlio.

Il Vecchio sentenzia che il benessere della casa reale di Atene è sconvolto da una tempesta- o[lbo~ ceimavzetai- una metafora meteorologica.

Il Prevsbu~ si copre la testa e piange partecipando al dolore dei regnanti

Creusa gli domanda perché lo fa e il Vecchio risponde: perché vedo la tua infelicità e quella del padre.

Creusa cerca una consolazione dicendo: “ta; qnhta; toiauvt j : oujde;n ejn tautw`/ mevnei (969), siffatte le vicende mortalu, niente rimane nella stessa posizione.

Mutevolezza e imprevedibilità delle vicende umane

Nelle Storie du Erodoto si legge che Solone interrogato da Creso sul poprio posto nella graduatoria degli uomini felici rospose al pacchiano re di Lidia che  la vita umana consta mediamente  di 26250 giorni e nessuno di questi è uguale all'altro, quindi l'esito di ciascuna persona non è prevedibile, e un uomo non può dirsi felice, ma solo  fortunato prima che sia giunto all'ultimo dei suoi giorni.

Leggiamo alcune parole che Erodoto attribuisce al legislatore ateniese: “di tutti questi i giorni compresi in settant'anni, che sono ventiseimiladuecentocinquanta, l'uno di loro non porta affatto alcuna vicenda  uguale all'altro (I, 32, 3).

 

Anche Sofocle denuncia questa altalena degli eventi: nei suoi drammi si trova più volte l'immagine dell' altalena fatale:" nell'Esodo dell'Antigone  il messo sentenzia:"tuvch ga;r ojrqoi' kai; tuvch katarrevpei-to;n eujtucou'nta to;n te dustucou'nt j ajeiv (vv.1157-1158),  la sorte infatti raddrizza e la sorte butta giù/ il fortunato e il disgraziato via via.

Gli ultimi versi dell’ Edipo re  contengono questa sentenza : sicché, uno che sia nato mortale, non ritenga felice nessuno,/ prima che/abbia passato il termine della vita senza avere sofferto nulla di doloroso ("pri;n aj;n  /tevrma tou' bivou peravsh/ mhde;n ajlgeino;n paqwvn", Edipo re,  vv.1528-1530).

L'imprevedibilità del futuro è denunciata anche da Deianira all'inizio delle Trachinie  (vv. 1-3) :" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st  j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva".

Più avanti la Nutrice afferma addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più: infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi.

 Queste parole ribadiscono gli insegnamenti delfici del  conoscere, anche attraverso se stessi, la natura umana, i suoi limiti e pure le sue connessioni con il cosmo, per  rifuggire ogni eccesso, ogni rottura dell'equilibrio e dell'armonia.

 

Nelle Storie di Polibio, Annibale prima della battaglia di Zama (202 a. C.) parla a Scipione cercando un accordo: io ho sperimentato come la tuvch sia mutevole, gli dice, e faccia pendere la bilancia alternatamente da una parte o dall’altra kaqavper eij nhpivoi~ paisi; crwmevnh (15, 6, 8), come se trattasse con dei bambini infanti.

 

 

 

Pesaro 23 agosto 2023 ore 16, 50 giovanni ghiselli

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