venerdì 5 giugno 2026

Viaggio in Grecia 1981 X. Il bagno di Ifigenia nell’acqua monda. La doppia ascesa sulla strada della pietà. Il simposio di sera.


 

La mattina del 21 agosto, andavamo  verso Egion, uno avanti l’altra dietro come i frati minori vanno per via.

Ci arrivammo presto e senza eccessiva fatica poiché un vento propizio ci spingeva alla meta soffiando con forza sopra gli zaini che coprivano le nostre spalle. Al porto di Egion salimmo con le biciclette sul battello che attraversa il golfo di Corinto e approda a San Nicolas, sul lato nord. Ci mettemmo subito a pedalare di buona lena in direzione di Itea dove il Parnaso  bagna i piedi nell’acqua del golfo. Il vento era ancora soffiato da dèi propizi, sicché, nonostante i saliscendi continui,  con alcune salite brevi ma ripide , procedevamo abbastanza spediti.

Ma non voglio fare la cronaca perché nel raccontarla mi accorgo che non è interessante nemmeno per me. Quando scrivo, o parlo, capisco che se annoio me stesso, a maggior ragione tedio chi mi legge o mi ascolta.

Annoiare è il crimine diffusissimo tra i troppi cretini il cui parlare non accresce né emoziona chi ascolta. Il rispetto e la simpatia che provo per i miei simili mi induce a mettermi nei loro panni e non mi consente di dare noia invadendoli con  parole insignificanti dette magari con atteggiamento elocutorio. L’ho sentito dire e fare agli imbecilli: esempi negativi per me: contromodelli osservati a casa, a scuola, un po’ dappertutto. Sono ubiqui.

Gli aspetti degni di nota di quella mattina dunque furono il vento benevolo che ci spingeva, letteralmente, al luogo delle nostre preghiere e dei voti, poi il sentimento di frustrazione che mi invase quando la bella compagna di viaggio e dei mille tripudi trascorsi insieme, mentre si cambiava per fare il bagno e si  riparava dietro il mio corpo dagli sguardi degli uomini che passavano in automobile sulla strada vicina, disse: “Voltati, non voglio farmi vedere nuda nemmeno da te!”. Poi si mise a nuotare nell’acqua translucida tanto era monda: ogni sasso sommerso si poteva contare, e tra i sassi anche i ricci, mentre la carne di Ifigenia, sciolta la polvere che la opacizzava, mandava bagliori di una fiamma  che incendiava il mio desiderio angosciato da rimpianti e rimorsi.

 

Nel pomeriggio feci due volte la scalata ciclistica da Itea a Delfi: la prima con lo zaino mio sulle spalle, mentre la ragazza stanca si era fermata al porto e mi aspettava distesa su una panchina del molo.

 

Giunsi anelo sul sacro ombelico del mondo. Mi ero impegnato con grande dispendio di forze per arrivarci il più presto possibile: entro il tramonto volevo, quindi dovevo, avere fissato una stanza sulla strada di Apollo, averci depositato lo zaino, essere tornato a Itea, essermi sobbarcato lo zaino di Ifigenia, avere ripetuto la salita con lei ed essere di nuovo lassù.

Tutto questo aveva un significato morale e quasi religioso per me.

Arrivai a Delfi da solo verso le cinque, trovai subito la camera nella via di Apollo, vi lasciai lo zaino, mi bagnai la testa sotto un rubinetto e mi precipitai giù per la discesa fendendo l’aria talmente calda che i capelli grondanti, dopo un paio di chilometri, si erano asciugati del tutto.

Ifigenia era ancora stesa su quella panchina. Dormiva, magari sognava, chissà che cosa. La svegliai, le presi lo zaino che aveva usato come guanciale, poi iniziammo a scalare la salita non troppo erta, ma piuttosto lunga: una decina di chilometri circa, tipo quella del passo Pordoi da Canazei, fate conto, solo un poco più lieve come pendenza, ma appesantita da un’aria ancora assai calda nonostante il già deciso declinare del sole e dell’estate. Ifigenia che non ha mai amato la calura si lamentava: “quanto  manca?”, domandava ogni tanto come fanno molti bambini portati in viaggio.

 Quando ebbe finito l’acqua della borraccia, le passai la mia come  Coppi a Bartali, o Bartali a Coppi che fosse, quella volta della foto famosa.

Ifigenia comunque era brava: sbuffava ma non voleva mettere piede a terra prima di essere giunta alla meta che era importante anche per lei: si vedeva e ne ero contento. Pedalavo al suo fianco sinistro, le davo consigli sui rapporti da usare via via, le facevo coraggio ma non la spingevo materialmente. Voleva farcela da sola. Ce la metteva tutta. Accettava i suggerimenti e li eseguiva con precisione poiché si sentiva spronata. Insomma c’era ancora qualche cosa di buono tra noi. In generale la bicicletta rende le persone meno cattive.  Ha un significato morale oltre che salutare.

Raggiungemmo la meta al tramonto del sole che si annidava tra i monti  poco prima delle otto di sera, le sette  dell’ora reale. Sembrava significarci che la stagione meno dolente stava finendo e che non dovevamo affrontare le prossime brume autunnali con la gelida nebbia dell’odio nel cuore. Bene avevo fatto ad aiutare Ifigenia a giungere lassù prima che la santa faccia di luce fosse già sparita del tutto tra i monti.

Bevemmo una birra per festeggiare l’impresa. Maneggiavamo  i bicchieri come se fossero stati calici benedetti da sacerdoti santi siccome quella bevuta ci parve  religiosa. Poi completammo l’eucarestia andando a mangiare la solita, sana insalata greca con un poco di pane. Il corpo di Cristo? Forse. Eravamo pagani sì, ma non scristianizzati del tutto. Il Nuovo Testamento è un libro assai bello.

 Al termine della cena pensai che con lo scorrere   delle stagioni anche per diversi decenni  avrei potuto forse dimenticare Ifigenia ma non scordarla 5 come non avevo mai scordato Elena. Dalla mente queste due donne supreme potevano forse cadere con la mia demenza mentale ma dal cuore non sarebbero mai uscite perché hanno contribuito a formarne la parte più viva e più cara.

Non avrei mai potuto scordarle.

 

Nota

5Alessandro-F. Marcucci Pinoli di Valfesina, Dialoghi tra e con le parole, 8 Dimenticare e Scordare, p. 33, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2022.

“Perché dimenticare significa togliere dalla mente, ma scordare significa togliere dal cuore”. Copio queste parole dal libro di un  amico   pesarese. Questa persona, nobile di fatto, cioè buono, fa del bene gratuito a Pesaro offrendo alla nostra città gioielli di cultura rari e preziosi.  

 

Bologna 5 giugno 2026  ore 11

giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2225833

Today2225

Yesterday7300

This month21403

Last month75482

 

 

 

 

 

 


Un film molto originale e significativo: Hen.


Ieri sera ho visto un film che voglio raccomandarvi cari lettori. Già il titolo è strano: Hen, gallina. Il regista è magiaro, György Pálfy, la produzione è greco-ungherese-tedesca. E’ ambientato in Grecia e parlato in greco, purtroppo doppiato.

Mi ha attirato la presenza greco-magiara. Chi mi legge sa che questi paesi sono mie patrie quanti l’Italia. Poi anche il ricordo della rivalità di noi piccoli maschi con le piccole coetanèe alle scuole elementari. Le bambine, probabilmente messe in guardia dalle famiglie, non ci degnavano e noi le chiamavamo “galline”.

Quando suonava l’intervallo uno della nostra classe tutta maschile tuonava: “A lancia e spada le galline in campo!”

Allora: “A man levata il popol dicea Sì”

Allora ci facevano imparare a memoria il Carducci patriottico.

Questo succedeva in quel tempo. Oggi c’è di peggio.

 

Quindi veniamo al film. Assistiamo alle peripezie di una gallina dotata di un istinto di sopravvivenza che prevale su tutte  le disavventure e le fa saltare tutti gli ostacoli. Una gallina che detiene la forza massima: quella dell’amore per la vita. Chi non possiede tale potenza non è un umano e nemmeno una bestia. Il film denuncia appunto la disumanità diffusa. All’inizio c’è la rottamazione dei pulcini maschi schiacciati siccome non faranno le uova, poi c’è l’olocausto degli immigrati messi a dormire quindi lasciati morire o creduti morti, infine bruciati completamente e fatti sparire. Anche la vita della gallina è insidiata da altri animali, da veicoli e da vari accidenti ma questa se la cava sempre. Mezzo bruciata anche lei, viene curata da un anziano rimasto umano ed emarginato per questo, e alla fine ucciso dai trafficanti di carne umana, criminali non impediti di  delinquere.

Alla fine vediamo la bella gallina mora che si prende cura di tanti pulcini nella casa devastata dai criminali e deserta.

Dedico questa recensione alle galline-bambine di cui ero innamorato infelicemente quando ero un bambino pulcino. Intorno ai 23 anni ho trovato e riconosciuto la mia e la loro umanità. Questo mi ha reso felice.

Bologna 5 giugno 2026 ore 10, 25 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2225732

Today2124

Yesterday7300

This month21302

Last month75482