giovedì 27 agosto 2026

Ifigenia CII. Pensieri concilianti. Io farò e farò e farò. Magari del bene, senza scialacquare.


 

Questi pensieri provocavano nuove emozioni dalle quali nascevano riflessioni nuove. E così via per tutto quel pomeriggio remoto con il volgere delle ore. Non smettevo di pensare e soffrire sempre cercando di capire: fin da bambino avevo costruito la mia identità attraverso i dubbi, il dolore e la conoscenza e pure con qualche sussulto di gioia.

 

Se Ifigenia era tanto pericolante, e io ero davvero convinto che un rapporto di fedeltà fosse una cosa buona, non potevo aiutarla? Non dovevo indurla a correggere i giri viziosi della sua testa  secondo le belle circolazioni del cielo?

In fondo non si era rivolta a me perché dirozzassi la sua natura tellurica, fatta di terra sconvolta da sismi per giunta?

Ma come potevo aiutarla se mi faceva soffrire?

Se, inebetito dal dolore, mi fermavo a fissare il suo abisso, potevo caderci anche io. Lucido dovevo essere, come nelle tante altre battaglie combattute per tutta la vita.

Mi venivano ancora in mente i dolori provati fin da bambino quando non mi sentivo amato dalla madre mia, non tanto quanto pensavo di meritarmi.

“Eppure mia madre mi ha fatto il più grande dei doni- pensavo quel pomeriggio di luglio- mi ha dato la vita senza la quale non avrei sofferto molto ma nemmeno goduto e gioito tanto, e l’anno scorso in autunno questa giovane donna che ora taccio di infamia, mi ha ricaricato di vita in una fase difficile del mio lavoro, maltrattato com’ero da un preside tanghero e ostile.  

Mi hanno aiutato gli allievi di una terza liceo, persino con manifestazioni pubbliche, ma soprattutto mi ha risollevato lei, la bella supplente che, appena arrivata, si schierò coraggiosamente con i rari docenti che mi sostenevano sfidando l’ira del meschino burocrate che non mi voleva bene.

Anche Ifigenia, con l’offerta del suo amore, mi ha arricchito di vita. Senza tali due donne benedette non ci sarebbe stato niente per me: né male, né bene, né dolore né piacere, perché non ci sarebbe stata la vita. Non posso farne a meno”.

Pensavo con simpatia alla vita in generale, a come si era manifestata in me, a quanto l’avevano potenziata le mie donne, e sorridevo pensando alla vita della madre terra che nutre noi, gli animali, le piante, o a quella del mare il quale ci fa capire, con il moto ondoso che è pieno di vita, che respira  anche lui, aspirando poi espirando come gli uomini e gli animali.

“Tutto il mare Adriatico da Pesaro a Gallipoli costeggerò in bicicletta” giurai. E non sono diventato uno spergiuro. Due volte l’avrei fatto beandomi della vista del mare sulla mia sinistra all’andata, sulla destra al ritorno. Pensavo di essere stato non solo fanciullo e fanciulla ma anche muto pesce del mare.

L’angoscia mi stava passando. I sentimenti cattivi scaturiti dalla telefonata, venivano redenti in amore per la vita e in gratitudine per chi me l’aveva donata e accresciuta via via. Molta riconoscenza dovevo alla madre mia, al babbo anche se assente,  alle zie, alla nonna, al nonno,  e tanta gratitudine pure alle mie amanti: dalle due Elene: la pulzella di Praga e l’Augusta  signora di Yväskylä, alle studiose Kaisa e Päivi,  a Faina ciuvassa, alla simpatica e simpatizzante madamigella gallica Jousiane, alla germanica ragazzona Damaris, grande come una casa, diceva Fulvio, e buona più del pane aggiungo, perfino alle bolognesi Esculapia e Pinuccia, femmine umane di cui ho già raccontato, e ultimamente perfino a Ifigenia che probabilmente se la stava spassando con questo e con quello, borghesi e  bagnini. “Buon pro ti faccia!”, pensai.  

Camminavo nel bosco fitto di alberi antichi come dentro me stesso; li ascoltavo mentre  sussurravano  al vento con fronde vocali come quelle della sacra Dodona, e osservavo l’acqua del laghetto che sorrideva immillando i raggi del sole con le sue increspature. Queste non sono metafore  scritte per rendere peregrino il linguaggio: le fronde sussurravano davvero e l’acqua mi sorrideva proprio come un’ amante felice dopo l’amore.

  Contraccambiavo sussurri e sorrisi  pensando alle donne, al solco del loro corpo dal quale usciamo, in luminis oras, come fa il grano dai solchi della terra arati e seminati dall’avido agricoltore, e mi commuove al punto che tutti gli anni, come lo vedo spuntare in erba, scendo dalla bicicletta e mi inginocchio, lo benedico poi bacio la grande madre non senza bagnarla di lacrime piene di gratitudine;  quindi pensavo agli amici a partire da Antonia e Fulvio, e infine  ringraziavo di tutto l’artista creatore di questo mondo vivo,  bello e variopinto. Volevo contribuire alla stabilità, se possibile all’accrescimento di tanta bellezza e non dovevo rabbuiarmi spandendo tenebra e malumore a causa della  sceneggiata che avevo immaginato nella casuccia di Misano. Dovevo prenderla appunto come una farsa messa in scena per divertirmi e farmi pensare, magari creare.

Un rimedio che avevo già trovato e provato per salvarmi dagli attacchi, dalle calunnie di certi colleghi maligni e ridicoli.

 Avevo imparato a riderci sopra quando mi accorsi che non avevano la forza di gettarmi sul lastrico con tanto di cappello in mano implorando la carità di un boccone. Dovevo fare lega con le persone buone che mi hanno  aiutato in quanto simili a me e capaci di capire la mia umanità.

Vedevo una relazione di simpatia tra tutte le parti del mondo, e io non dovevo “nelle fata dar di cozzo”[1], andare contro l’ordine dell’universo , se non volevo innescare  l’esplosione che mi avrebbe fatto precipitare nell’inferno del caos. Capire dovevo, redimere il dolore, trasformarlo in comprensione e bellezza. Capire quello che ci voleva per la conservazione e l’accrescimento della vita. Ero naturalmente connesso con il cosmo e non dovevo recidere questo legame, anzi lo avrei consolidato.

Pensai“Molti dolori ho sofferto nell’animo mio- polla;  e[paqon a[lgea ejmo;n kata; qumovn- [2] per capire sempre di più, molto ho studiato per trovare parole espressive dei miei sentimenti e diverse gioie ho trovato mentre cercavo di salvarmi la vita metodicamente”.

 

Compiuto questo riconoscimento di me stesso, volli premiarmi con un caffé. Sono assai trito e parco ma ogni tanto mi consento uno sfizio. Costava soltanto un fiorino del resto o forse mezzo fiorino, 50 filleri, non ricordo. Non era una spesa eccessiva dunque e me la potevo permettere.

Mi è sempre piaciuto sentirmi studente e povero. 

 

Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro 27  agosto 2026 ore 17, 40 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2931973

Today5951

Yesterday9745

This month268409

Last month265976

 

 



[1] Cfr, Dante, Inferno, IX, 97

[2] Cfr. Omero, Odissea, I, 5. Ut pateat imitatio.


Ifigenia CI. “Bricconaccia, malandrina/fosti ognor la mia ruina”. Il contrappasso.


 

Lunedì 30 luglio 1979 fu una giornata dura assai, tuttavia si concluse con l’accettazione del destino. Ricordo tale  amor fati, a me stesso e a voi lettori per significare che  non dobbiamo dimenticare la via smarrita se vogliamo ritrovarla una volta che ci siamo ravveduti dopo che, fuorviati, abbiamo percorso un pezzo di strada coperto da un tappeto purpureo, segnale   di sangue, del proprio sangue versato che non si raccatta né si riscatta.

 Quid agi oporteat bonis successibus instruendi[1]:  dobbiamo farci insegnare dai buoni successi  quello che s’ha da fare, e viceversa imparare  dagli insuccessi a non ripetere i passi che ci hanno portati a fallire.

 

Quel giorno imparai una volta per tutte a redimere il dolore con l’intelligenza dello stesso dolore. Ne ricordo una conferma molto autorevole con tre parole dell’Agamennone di Eschilo:  tw'/ pavqei mavqo" (v. 177), attraverso la sofferenza, la comprensione.

 Dopo le ore di lingua ungherese ascoltate distracta mente, salii sul tram numero uno per cercare un altro contatto almeno telefonico con Ifigenia. La sua posta non era arrivata ovviamente. Volevo sapere se l’avesse spedita o almeno pensata. Stava diventando una manìa. Nemmeno una cartolina avevo ricevuto.

Da bambino, quando ero  Moena con la zia Giulia, nelle estati dei primi anni Cinquanta, aspettavo parole scritte dalla mamma, invano, e ogni giorno cresceva il desiderio doloroso di pur poche parole della madre mia  che stava lontano.

La sento meno lontana oggi che nel cielo sta e mi protegge. E’ vero mamma?

A Debrecen avevo bisogno di sentire la voce di Ifigenia per trarne qualche conforto più o meno valido, oppure   un’indubbia disperazione che mi consentisse di cercarmi un altro amore mensile lì, nell’Università estiva dove Eros riuniva  ragazze e ragazzi di educazione accademica proprio perché si conoscessero.  La conoscenza approfondita di Silvia sarebbe stata un progresso sicuro se non mi avesse punto a sangue in ogni momento quel fastidioso tafàno della fedeltà. Una virtù risibile se riferita alla donna che non manteneva nemmeno la promessa di una lettera.

Entrai nella posta centrale, piena come sempre, di gente non bella né lieta e chiesi la linea. Tra una cosa e l’altra si era fatta l’ora di pranzo, il tocco, quando Ifigenia probabilmente era in casa a desinare con altre persone, a me ignote.

 Rispose la padrona della casetta affittata.

Mi chiese di aspettare un momento, e invece tornò dopo un tempo non breve.

Disse che Ifigenia non era in casa.

“E’ sicura?-domandai.

“Certo che sono sicura-rispose- qui non c’è più nessuno, sono andati via tutti”.

Uscii con la testa che mi girava.

Pensavo: “la tenutaria è andata a chiedere della ragazza; costei  probabilmente è  immersa in qualche piacere e si è fatta negare. “Per essere bella è  bella pensai. Ma lo sono anche  gatti et pavones[2],  e non danno tanto fastidio”.

Dopo tale batosta non mi sentii di andare nella mensa fragorosa delle risate dei giovani. Camminavo per il centro di Debrecen in balia di emozioni violente e di pensieri confusi.

La odiavo e amavo come mi succedeva da piccolo con alcune delle donne di casa. Dai sentimenti confusi  cercavo di ricavare pensieri nuovi e chiari.

 Dai fatti dolorosi dovevo risalire alle cause anche antiche, come ero riuscito a passare dalla congerie di nozioni grammaticali del greco e del latino al pensiero degli autori, ed ero arrivato a sentire e gustare la bellezza, la carne sempre viva dei loro testi e assimilarla alla mia potenziandomi. 

“Sai quanto potresti vivere meglio se avessi una compagna che ti infondesse stati d’animo buoni e coerenti! Ifigenia che cosa è? Una ragazza geniale e pura, un angelo venuto a elevarmi beandomi e beatificandomi, oppure una donna corrotta da vizi  che la faranno precipitare nell’abisso del caos traendo con sé la mia povera persona avvinghiata al suo corpo infernale?

O perfino l’una e l’altra cosa?

Mi venne in mente che pochi giorni prima della partenza per Debrecen mi aveva detto di essere stata corteggiata e fatta oggetto di proposte poco belle  da un cavaliere del lavoro con tanto di Ferrari e yacht, un uomo attempato cui aveva replicato con una risata sonora. Lì per lì avevo rimosso questo evento doloroso.

“Una risata- pensavo lì a Debrecen - può significare anche consenso o almeno un prendere tempo, soprattutto se è seguita da un sorriso. Insomma non è un rifiuto deciso”.

Mi vennero in mente alcune parole di Masetto a Zerlina del Don Giovanni di Da Ponte musicato da Mozart:

“Bricconaccia, malandrina,

Fosti ognor la mia ruina"

(…)

Resta, resta!

E’ una cosa molto onesta;

 faccia il nostro cavaliere

 cavaliera ancora te” (I, 9).

 

Poi  però  mi venne in mente che sette anni prima, nel tempo di Kaisa, la figura del seduttore di donne altrui, di tutte le donne, era il mio ideale e il mio modello. Probabilmente la conversione all’amore serio e monogamico non mi si confaceva né punto né poco. E dopo tutto mi meritavo le corna secondo la legge del contrappasso: "rimane saldo, finché Zeus rimane nel trono/ che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina"[3], ricordai e accettai la mia sorte.

 

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato

 

Pesaro 27  agosto ore 17, 17  giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2931771

Today5749

Yesterday9745

This month268207

Last month265976

 

 

 



[1] Parole di Giuliano Augusto nelle Storie di Ammiano Marcellino (XXI, 5, 6)

57 Cfr. Seneca, Ep. 76, 9 Formonsus est: et pavones

[3] Eschilo, Agamennone, 1563-1565. Se lo volete in greco: “ mivnmnei, de; mivmnonto" ejn qrovnw/ Dio;"- paqei'n to;n e[rxanta: qesmion gavr”.