domenica 10 maggio 2026

Ifigenia CXXXVIII. O cameretta che già fosti un porto.


 

 O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne”
[1],

 

Terminato questo pensiero, ero arrivato a recuperare l'automobile.

Più tardi in albergo mi preparai per l'incontro. Volevo piacerle. Mi

lavai,  mi feci la barba, mi vestii sotto e sopra con cura particolare.

Poi scesi dal portiere a chiedere la chiave della stanza dove

avrebbe dormito la signorina.

Avevo preso una seconda camera per non dare alle zie la certezza e la prova della nostra intimità. Si sarebbero  informate, quindi scagliate contro la “ragazzaccia”, dissoluta, sfacciata, povera di tutto tranne che di libidini inaudite e infamanti.

 La stanza era  luminosa, con vista sui monti pallidi che, posti a oriente, la sera si tingono di rosa, come una donna che vuole incontrare l'amante.

Però la chiave non serrava bene la porta.

"Qui non si può fare l'amore con tranquillità-pensai-, brutto

segno".

Dopo l'ispezione andai a cenare, quindi partii per la stazione di

Trento. Durante il viaggio lungo una sessantina di chilometri, fantasticavo.

Immaginavo che dentro l'automobile, di fianco a me ci fosse una

bambina bella, bruna, vivace, simile a ifigenia e, in meglio,

anche a me.

La nostra creatura immaginaria mi domandava:

"Dove andiamo, gianni?"

"Alla stazione di Trento, cittina, incontro alla mamma", rispondevo.

"E' bella la mamma?"

"Sì, amore, molto. Tua madre è una donna straordinaria: la più bella e

intelligente del mondo".

"Più bella di me?", voleva sapere la bambina, con rivalità tipicamente

femminile.

"No tesoro", rispondevo con qualche imbarazzo, benché sia portato a

corteggiare le femmine umane di ogni età, condizione e razza,

poiché in tutte trovo qualcosa di interessante e degno di essere

indagato, come in me stesso.

 "Lei è la  migliore di tutte le donne; tu sei  la cittina più bella del mondo e la luce dei miei occhi".

Se avessi avuto una figlia l’avrei corteggiata in questa maniera. probabilmente è  per questo che Päivi o Dio, chiunque egli sia, non me l’ha data.

"Sì, ma a te chi piace di più?"

"Mi piacete entrambe", concludevo da gesuita, senza dire che

l’adulta mi  piaceva di più perché con lei facevo l'amore. E

perché  era ancora reale.

Così tenni occupato il cervello durante il viaggio da Moena a

Trento dove arrivai poco prima del treno. La mia donna ne scese con aria da attrice di successo. Era bella e sicura di sé. Quanto mutata da quella che era arrivata in ritardo un anno prima, da me che la disprezzavo!

Mi raccontò dei suoi progressi all'Antoniano e del suo ottimo

insegnante. "Ottimo ma non attraente-aggiunse subito-: ha la

pancia".

"Meno male", borbottai. Poi dissi che l'avevo pensata molto, nel

bene e nel male.

"Non pensarmi troppo-ribatté-soprattutto nel male, perché dopo

vengono fuori le scenate telefoniche come quella di ieri che

francamente mi ha turbata parecchio".

Turbatae mentes entrambe le nostre, pensai.

Non risposi: non volevo indagare sull'argomento con il rischio di

precipitare nell'angoscia scoscesa[2]; piuttosto bisognava fare l'amore

innumerevoli volte, fino allo sfinimento e magari allo svenimento.

Però compresi che la mia brutta telefonata era stata presa molto male.

Quando, verso mezzanotte, arrivammo alla Campagnola, salimmo

subito in camera mia e facemmo l'amore due volte; la seconda con

una certa fatica. Quindi   disse che aveva sonno e voleva andare a dormire.

"Va bene-bisbigliai-, vestiamoci. Ti accompagno". La seguii fino

alla porta della stanza assegnata a lei, senza aggiungere altro. La salutai e tornai nella mia cameretta che non era “un porto a le gravi tempeste mie diürne”.

Ricordato Petrarca per nobilitare la mia pena,
mi spogliai e mi infilai nel letto. Mi chiedevo quale fosse il

significato dell'accaduto. Mi tornò ancora in mente il nostro

rivederci dell'anno precedente, il primo marzo del 1980. L'incontro

alla stazione di Trento, il viaggio fino a Bologna, poi il sesso nel

mio grande letto. Due orgasmi pure quella sera, due miseri

orgasmi.

Allora con dolore e con pianto l’amante aveva notato che io non l'amavo

più: infatti nel marzo del '79 l'amore lo facevamo sei, otto volte, ed

erano altrettanti tripudi moltiplicati per due.

Ahi vani conti! Perché li facevo? Mi domanderete magari irritati.

Perché non c’era altro tra noi due.

L’unica sostanza reale nel nostro amore era il sesso. Lo era stato.

"Adesso è lei che non mi ama-pensai-. Devo farglielo notare".

Saltai fuori dal letto, mi rivestii, e tornai in camera sua, di corsa,

per domandarle se il mio ragionamento filava. Sapevo bene che

non faceva una grinza.

Rispose che le due situazioni non erano uguali: l'anno

prima eravamo arrivati alle dieci di sera, a Bologna, dove

avevamo a disposizione una casa con talamo matrimoniale; lì a

Moena era quasi l'una, il giaciglio era singolo, un po’ cigolante, e noi

dovevamo stare attenti a non fare rumore per via delle zie

inevitabili, capaci di controllarci perfino lassù: bastava una

telefonata. Sapeva che Anna Maria,  la proprietaria dell’albergo era una nipote acquisita della zia Giulia.

Sofismi, calo, adulterazione della passione: she has lost her

passion 13

"Va bene" dissi, per niente convinto. "In effetti è tardi. Vado a

dormire. Ci vediamo domani".

Nel cuore sentivo che quella ragazza, bella, aspirante al successo,

era diventata una donna, e come tale non mi voleva più: non

aveva altra ragione che l'esame da attrice  per restare con me: non

tanto bello  né giovane quanto lei, né ricco, né famoso. Mi mancavano i

numeri per una femmina umana siffatta. Invece di dormire, mi inabissavo

nel naufragio della mia sorte. Non tenevo conto che i talenti miei erano più preziosi, rari e duraturi dei suoi.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

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Bologna 10 maggio  2026 ore 11, 37

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[1] Petrarca, Canzoniere, CCXXXIV.

[2] Un’efficace allitterazione


Ifigenia CXXXVII. “Perché tardi son giunto”.


Tornai dal gommista: l'automobile non era pronta.

Per impiegare attivamente il tempo necessario, andai a camminare verso

Someda situata  sopra il rio San Pellegrino. Dall'altra parte del torrente

che scorre nel fondo della stretta convalle , sopra un declivio c'è La

Campagnola e la strada del passo che porta a Belluno.

 Da bambino, appena potevo sfuggire alla zia Mina, camminavo per di

là, in direzione del valico. Prima passavo davanti a una cisterna

d'acqua che rumoreggiava. Fantasticavo che fosse un deposito di

armi degli austriaci, i nemici della mia patria, come mi

insegnava il maestro fascista di quinta elementare, invece di parlarmi di Mozart, di Musil, di Freud, o almeno dell’ amministrazione asburgica

nel Lombardo-Veneto. Giravo con un ramo in mano,

impugnandolo come un fucile, che tuttavia non bastava per

conquistare l'armeria sorvegliata da una decina di quegli odiosi

soldati in divisa bianca, nitidi ma feroci oppressori; allora pensavo di farla saltare con delle mine. Ma poi ci ripensavo, poiché ammazzare in maniera così vile, sebbene coloro fossero tanto perfidi e crudeli da imporporare di sangue italiano l’erba dei prati e le zolle dei campi, mi ripugnava.

Allora proseguivo finché vedevo il fortino nemico sorgere sulla

strada che percorreva l’altro lato della convalle, quello di Someda appunto. Decidevo di minarla mentre era sguarnita del presidio, uscito per vessare il paese italiano.

Però dovevo superare il vuoto compreso tra le due pareti della

stretta gola . Scendevo a precipizio per il declivio tetro, tutto ombreggiato da fitti rami di abeti. Arrivato in fondo, guadavo il torrente saltando sui sassi emergenti dall'acqua gelida e cupa nel pomeriggio inoltrato di fine agosto, quindi risalivo su per l'altro pendio, più scosceso ma soleggiato poiché volto a occidente e privo di alberi. Però c'era l'erba alta, dove potevano

stare nascosti in agguato serpenti e scorpioni. Tutto questo mi

faceva paura, mi emozionava, salvandomi dalla noia della  continua

solitudine, mi spronava a ribellarmi alle zie che mi volevano terrorizzato,

debole, sottomesso a qualsiasi forma di autorità.

Quando arrivavo in alto, osservavo la valle di Fassa. Facevo

attenzione all'ombra del Sas da Ciamp che sovrasta la malga

Panna: appena aveva oscurato il prato di Sorte e la chiesa con il

cimitero, dovevo tornare di corsa, poiché la zia voleva vedermi

prima del tramonto, sennò telefonava al soccorso alpino che

rintracciava i bambini dispersi, e li salvava dalla morte per freddo

o per lupi, ma li picchiava anche, e con mano pesante. Ero stato

avvertito. Andavo comunque di fretta fino al fortino austriaco per

farlo saltare in aria e liberare intanto i Moenesi.

Quando lo vidi da vicino la prima volta, rimasi deluso: invece di

mitragliatrici e cannoni, nel prato antistante c'erano pacifici arnesi

da contadino, tanto sterco di mucca, e un cartello con la scritta

"Proprietà privata ". Ad ogni buon conto io lo minavo e fuggivo a

gambe levate finché la strada era piana. Poi ripercorrevo le due

pareti della convalle: una scivolando sull'erba, l'altra

inerpicandomi tra le ombre del bosco e della sera.

Arrivavo alla Campagnola che il sole era appena tramontato e la zia diceva:

"Dove sei stato fino a quest’ora tarda per conciarti in quella maniera? Quando ti metterai tranquillo come i bambini normali? Oramai le vacanze sono finite!

Non sei ancora sazio di correre, scalmanarti, azzardare? Non sei

mai stato prudente!".

Per fortuna non aspettava che rispondessi, ma continuava a

rimproverarmi per un pezzo; sicché non dovevo dirle la verità, né

una bugia. Quando si era placata, tornavamo a casa, in via

Damiano Chiesa. In agosto, alle sette di sera, dalle finestre del

tinello, se non c'erano nuvole, si vedeva ancora un poco di luce

solare che illuminava le rocce più alte. Era fredda e leggera, come se vi  fosse

stata dipinta, o cosparsa, quale polvere rosa. Più a lungo che

altrove resisteva sulla cima del Sassolungo, all’estremo nord del Catinaccio.

Osservare gli ultimi raggi raccolti dalle vette infreddolite, era

come fruire di un altro tramonto.

La luce trascolorante tardava a scomparire tutta, e, mentre

assumeva le tonalità più delicate, sembrava intenerire le aspre

pietraie dove i palpiti estremi del dì indugiavano come bambini

che non vogliono andare a dormire quale ero io, o come vecchi renitenti a

morire quale sono diventato oggi.

 

Tali ricordi rimuginavo il 16 marzo del 1981 mentre camminavo

sopra il rio San Pellegrino.

 

Ero dunque salito fino a Someda il paesino posto sulla pendice del Pizmeda volta verso sud ovest.

Qualche ora più tardi sarei andato alla stazione di Trento, a

prendere ifigenia.

A un tratto mi aggredì il pensiero malato della verginità. Dovevo

respingerlo. Camminavo sulla strada stretta e sterrata che si affaccia sull’erto pendio che scende e termina sul Rio San Pellegrino. A un tratto mi fermai a osservare quel torrente che scorre circa un chilometro sotto. Notai un piccolo

ponte di legno che una volta non c'era. Vi giunsero alcuni bambini

che cominciarono a giocare: gettavano palle di neve e pezzi di

ghiaccio nell'acqua corrente che li trascinava verso l'Avisio

 Li sentivo strillare ma non riuscivo a capire le parole.

Allora mi sorprese il ricordo del pomeriggio di un agosto remoto, verso la metà degli anni Cinquanta.

Mi trovavo sullo stesso sentiero, e pure allora osservavo dall'alto lo scorrere

eterno del rio San Pellegrino. Quand'ecco che sul greto vidi

arrivare un gruppetto di bambini della mia età che subito dopo si misero a giocare con l'acqua e con i sassi. Mentre li guardavo, mi

accorsi che uno di loro era Gianluca, un amico dell'anno

prima. Insieme eravamo scesi giù per diversi prati con una slitta di

legno, avevamo seguito le partite di bocce, e avevamo parlato

 dei nostri parenti  in un giorno di pioggia, riparati sotto un

castagno dalle foglie grandi, lucide, scure, simili a ombrelli. Mi

piaceva passare il tempo con lui. Quell'estate però, sebbene fosse

già la fine di agosto, non lo avevo ancora incontrato. Come lo vidi,

provai gioia. Cominciai a chiamarlo, ma non mi sentiva. Mi diedi

ad agitare le braccia, mentre gridavo il suo nome con tutta la mia

esile e acuta voce di bimbo. Ero troppo lontano, troppo in alto, e

Gianluca non guardava in su siccome era tutto  impegnato a giocare

con gli altri e con i ciottoli del greto.

Dopo  alcuni tentativi, fui certo che  di lì non potevo attirare la sua

attenzione; allora mi precipitai giù per il pendìo. Correvo, saltavo,


mi rotolavo: mi graffiai, mi sbucciai inciampando su un sasso perfido, aguzzo che tuttavia non mi ferì come sarebbe accaduto il 7 luglio scorso quando caddi su l’orlo lanceolato di un marciapiede che mi spezzò il femore destro.

 Volevo arrivare presto, il prima possibile entrambe le volte, ma il destino aveva progettato le due cadute in modi diversi.

 Da bambino, a Moena, desideravo tanto parlare con quell'unico amico, e conoscere gli altri. Ma quando fui giunto, non c'era più

nessuno. Mi trovai solo, a fissare il torrente che con la schiuma

lamentosa tormentava le pietre. Girai per tutta la zona, poi per

l'intero paese cercando quella lieta brigata: invano. Ne fui addolorato: dovetti

passare in solitudine anche quel pomeriggio e  gli altri che

rimanevano prima di tornare a Pesaro.

"Sono stato molto solo a Moena", pensavo il sei marzo del 1981

ricordando l'episodio antico. "In quelle estati lontane, tra questi

monti, si prefigurava la mia vita di adulto: Da monachello e verginello a consumato gesuita curiale,  non proprio casto, anzi piuttosto libertino per fortuna".

Volli riprovare a percorrere quel pendio per avvicinarmi ai

bambini, per ascoltarli e raccogliere segni del volere divino

attraverso le loro voci. Voces puerorum dirigit deus, come fa con il volo degli uccelli.

 Mentre scendevo, continuavo a guardarli. Ebbene, quando fui a metà, i fanciulli andarono via di corsa.

Allora mi domandai: "Che cosa significa questo?"

"La mia tendenza a giungere tardi" risposi.

Mi vennero in mente alcuni versi di un poeta magiaro , Juhàsz

Gjula, morto suicida nel  1937:

"Perché tardi son giunto.

So già il peso della mia sorte,

la segreta tristezza e perché non v'è speranza,

perché è pallido l'arcobaleno sul cielo del mio destino

e presto viene la notte. Perché tardi son giunto...

Perciò nessun dizionario mi dà nuovi verbi

perché tardi son giunto.

Perciò non ebbi nella schiera delle fanciulle

un cuore a me devoto...Perché tardi son giunto"

Juhàsz si era ammazzato con il veronal, ci disse un professore a Debrecen, in quanto non era riuscito a rompere il cerchio della solitudine.

"Devo farlo anche io?" Mi domandai. "No", mi risposi. "Dal mio

arrivare tardi posso trarre un senso positivo. Significa, è vero,

restare solo, talora penosamente,  ma questo mi porta anche a riflettere

sul mio essere strano, sulle mie sofferenze, fino a farne mezzi di

crescita personale e di solidarietà umana. Se negli anni Cinquanta

a Moena non fossi stato tanto solo, non mi sarei abituato fino da


allora a indagare me stesso, ed ora non avrei coscienza di me: sarei un'altra

persona, e non credo migliore.

Più tardi, con le donne, il mio giungere tardi si è ripetuto.

Helena era incinta di un altro, Kaisa aveva già un figlio e un marito, Päivi abortì quando ero stato trasferito già quasi trentenne a Bologna e dovevo organizzare una vita nuova in ritardo, e  Ifigenia, se l'avessi

incontrata con qualche mese di anticipo, forse avrebbe cambiato la

mia vita da solitario saltabeccante tra giovani femmine umane ancora più irrequiete di me. Ifigenia aveva detto che quando mi vide la prima volta,

 le ero piaciuto assai, ma lei allora non ebbe il coraggio  di farsi avanti.

 Allora iniziò con un altro, e anche per questo non mi

sono sentito in dovere di fermarmi con lei. Mi vergogno ad

ammetterlo ma è  così. D'altra parte, se avessi sposato lei o un’altra, non sarei

andato avanti su questa mia strada che mi porta a educare i giovani

con tutta la forza, parlando e scrivendo, siccome avrei dovuto

affrontare problemi pratici che mi avrebbero impegnato e affaticato senza alcuna creatività. Sono nato per una vita simile a quella dei gigli dei campi lilia agri quae non laborant neque nent. Sono al mondo per creare bellezza e verità in pro del bene comune.

Il  ritardare dunque, lo stare in solitudine a  studiare, riflettere,  fantasticare,  ricordare, sono parti essenziali del mio fato e del mio carattere: mi sono state

indispensabili per comprendere e valorizzare il meglio di me.

Perciò non suicidio, ma accettazione del destino, anzi amor fati dove è insita una giustizia profonda eppure perscrutabile.

Ifigenia, una delle  migliori della ghirlanda, con i

problemi di cui mi onera, mi fa scoprire nuovi burroni di

solitudine e di sofferenza, però mi apre anche sublimi varchi di

luce sopra la testa. Sono ancora inquieto poiché non ho trovato la mia posizione naturale e mi sento una tartaruga rovesciata ".

 

Bologna 10 aprile 2026 ore 11, 21 giovanni ghiselli

p. s

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