mercoledì 10 giugno 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 XXVII Conclusione Fine del viaggio. La desolazione e la necessità della reazione.


Il baccanale si stava esaurendo. Rimasi fuori dal treno, insonne come Temistocle.

Pensavo: “anche io ho sbagliato da idiota  tutt’altro che  innocente quando ho trascurato gli affetti e gli amori per potenziarmi  nel sapere libresco il sofovn, lontano oltretutto dalla sapienza. Questa,  la sofiva, potevo magari raggiungerla occupandomi delle donne che mi avevano amato, curandomi di loro. Invece studiavo e imparavo per fare colpo su quelle creature, poi, ottenuto quanto volevo, ogni volta guardavo oltre, mirando altre prede. Via via le ho perdute tutte e, ora passati i 36 anni, che cosa è rimasto nelle reti e nelle trappole dove ho fatto cadere e sono  caduto pure io?  Mi resta l’amore dell’insegnamento, il gusto di propagare tra gli adolescenti un po’ di sapere -sofovn ti-   che è  comunque qualcosa, cercando di conquistare la stima e la benevolenza della maggior parte di loro. Ho ancora tanti ragazzi da educare sempre meglio, parecchi libri da leggere e un libro da scrivere bene per insegnare ad amare, a evitare i miei errori. Sì, devo educare un popolo intero mostrando le idèe della bellezza e della bontà, rivelando quella kalokajgaqiva che mi è apparsa incarnata in due o tre delle mie amanti”.

Tornai dentro lo scompartimento. Ifigenia dormiva, odorosa nei riccioli neri, nel seno prosperoso e compatto, nelle cosce sode e tornite, nella pienezza snella, aulentissima e fresca nonostante le scarpe rosse sotto il mio naso.

Teneva la mano destra sulla lampo dei calzoncini  per indicare, speravo solo a me, e celare invece agli altri il possibile varco dell’indumento, come fa la Madonna del parto di Monterchi allungando la mano destra e infilando il pollice nello squarcio della  sua lunga veste azzurra.

A mezzogiorno il treno partì. Al tramonto arrivò a Pesaro. Il  sole  non prolungava più il suo corso oltre la schiena del colle San Bartolo visibile dalla stazione.  Ero assai stanco. Salutai Ifigenia che proseguiva fino a Bologna. Stremata anche lei. A casa trovai la notizia poco allietante che avevo avuto la sede definitiva dovuta al mio ruolo non in uno dei licei classici di Bologna, il Minghetti o il Galvani, ma in quello di Imola: il Benvenuto Rambaldi dove avevo iniziato trepido sei anni prima .

Regredisco e ricomincio da zero”, pensai. Non erano nemmeno le otto di sera ma l’oriente era già ottenebrato come quando arrivai a Debrecen nel 1966, desolato e spaventato. Era necessaria una reazione ancora una volta. Dovevo pensare  con quale metodo fosse necessario agire, quale via nuova individuare e iniziare a percorrere già dal giorno seguente.

Bologna 10 giugno  2026 ore 11, 50 giovanni ghiselli

p. s

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Ifigenia XXVI. Il baccanale corrotto.


Dopo qualche minuto scesi dal treno fermo nella stazione di Bari. Volevo osservare la gente. Diversi giovani muniti di barattoli con liquidi vari si radunavano non senza turbolenza attorno ad apparecchi che trasmettevano frastuoni catarrosi e metallici. Loro stessi, ragazzi e ragazze, erano assai agitati e urlavano mentre si accalcavano urtandosi a vicenda, spingendosi fin sopra i binari, perfino colpendosi nei dorsi incurvati e nei visi sfacciati . Avrei voluto osservare il prossimo mio con benevolenza, ma il caos  rumoroso di quel baccanale corrotto, mi tolse i pensieri buoni e mi inoculò sentimenti cattivi compiendo l’ufficio di chi diffonde per radio e televisione  il frastuono proprio perché la gente non pensi e diventi cretina.

Per giunta lo scempio del cervello e del cuore diffuso dal baccano e dalle droghe è alleato con quel consumo predicato perpetuamente da ogni forma  di propaganda sebbene sia metafora e fratello dello spreco, della distruzione, della guerra, della morte. La congregazione de propaganda mala fide imperversa ovunque.

 Mi allontanai abbastanza per rflettere su quel branco che mi aveva disturbato e alienato dalla simpatia che sento istintivamente per ragazze e ragazzi. Di adolescenti mi intendevo già allora.

“Ecco la nostra civiltà antica- pensavo- di nuovo appestata dai Trimalchioni ignoranti e consumisti: eccola di nuovo predisposta al carnevale cosmopolita che ci verrà  imposto da popoli meno stremati ”.

Mentre pensavo sbrigativamente in questa maniera, quella gioventù diseducata, aizzata dal fracasso infernale che rimbombava e frastornava i cervelli, si scambiava spinte e botte da orbi con violenza cieca appunto. Oggi va peggio: molti ragazzi semianalfabeti, o analfabeti integrali e incapaci di parlare, si esprimono a coltellate.

Mi vennero in mente le luride siringhe, spazzatura di morte, che avevo notato con raccapriccio nei prati della sventura  della dotta ma grassa Bologna.

Le droghe deleterie talora si camuffano prendendo aspetti fallaci. Anche certi alimenti reputati bocconi ghiotti sono veleni malefici.

Pure il mangiare smodato diventa una droga.

Mi vennero in mente le lasagne-vincisgrassi: un cibo che per essere mangiato senza danno presuppone digiuni ascetici e ore di movimento, un anti-cibo che, inghiottito sistematicamente senza esercizi somatici spossanti, senza una fame da lupi, in un paio di settimane  getta nell’obesità che predispone a ogni malattia del corpo e della mente.

Pensavo ai bambini già deformati dal cibo, figli di genitori  grassi pure loro, e dementi per giunta, resi tali dalla pubblicità che li spinge a ingozzarsi e ingozzare i figli senza misura. Ogni giorno si ingrossa questo gregge di Ades che privato dell’educazione, per sfuggire alla noia, per riempire il vuoto interiore  si getta sull’esca ingannevole lanciata da una propaganda che favorisce il profitto di alcuni, il decadimento dei più e la miseria di tanti.

Questo amo coperto da esche velenose pende davanti al rictus del volgo e lo sollecita, ne stuzzica i sensi e i nervi stremati, lo induce ad abboccare, privo com’è di ogni difesa culturale, intellettuale e morale. L’ uncino nascosto  squarcia il cervello. 

Le lusinghe assassine, spacciano come musica un frastuono drogato, la pornografia come amore, la negazione della chiarezza e della bellezza come  se fosse arte. Diffondono un desiderio di spreco, rovina, luridume, annientamento, tutte metafore del folle consumo voluto dal mercato. Ne consegue un ribaltamento: la forza vitale diventa cieca violenza distruttiva, l’amore copula digrignante, lo stimolo più diffuso è droga che invecchia, rende malato e annienta lo spirito con il corpo di chi la assume. Il genocidio culturale arriva all’afasia che giunge ad annientare tanto i  verba quanto il  Verbum. E al loro posto rimasto  vacante si insediano tosto chiacchiere vuote, urla rabbiose, spinte, botte e coltellate.

Bologna  29 gennaio  2026 ore 14, 56 giovanni ghiselli

p. s.

L’ultima trovata per distrarre dalla vita politica, dal pensiero critico è costituita allo spettacolo serale di  fanfaroni che quasi ogni sera suonano strepitosamente le loro trombe con mani e braccia che si alzano e abbassano minacciose come ali di calabroni pronti a colpire chi non ha protezione.

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