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Dovevo e volevo scrivere la storia delle mie storie d’amore dunque, tale che fosse anche una storia della scuola, del costume, della cultura e della politica italiana e magari pure europea dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta del Novecento. Non avrei potuto farlo degnamente se non fossi stato plenus litteris , non mi fossi dotato dell’ottima cultura letteraria che ancora non avevo. L’esperienza di vita goduta e sofferta invece l’avevo. Per alcuni eventi disponevo di appunti,
altri invece dovevo ricostruirli
avvalendomi Era necessario che mi impegnassi a lungo, cominciando dal reperimento degli appunti, i commentarii sulla mia lotta contro il dolore, durante l’ eterna ricerca della felicità. Le prime note risalivano alla metà degli anni Sessanta ed erano sparse tra diari e libri; perciò non mi trovavo nel vuoto di cose interessanti da fare, non rischiavo di sparire nell’abisso del caos dove si sarebbe persa la mia stessa identità; anzi, avevo bisogno di tutte le ore libere per realizzare il grande progetto: raccontando gli amori falliti a causa della pochezza morale mia e delle amanti o della scarsa congenialità e attrazione reciproca, avrei dato un insegnamento ai lettori, allargato la cerchia delle persone influenzate da me, e avrei indagato me stesso giungendo a conoscermi meglio. Se il mio demone buono e le mie letture avessero reso ricche, strane e non prive di effetto le mie parole, forse avrei anche potuto riconquistare Ifigenia e rivitalizzare l’amore mortificato dall’uso strumentale che se n’era fatto entrambi reciprocamente. Potevo rinascere con lei o con un’altra più congeniale a me. Se fossi tornato ad amare dopo avere compreso, non mi sarei più lasciato ingannare da lusinghe artefatte, né attirare da scopi fallaci. Avrei saputo digerire e assimilare la rinnovata felicità senza farne indigestione e poi rigettarla con disgusto. Intanto, lasciandomi quando aveva ancora bisogno di me, Ifigenia mi aveva dato una lezione confutando, speravo per sempre, l'iniqua teoria, inculcatami in testa da gente stupida, cattiva e disgraziata, secondo la quale solo la donna vergine non è disonesta in partenza e indegna di essere sposata, mentre l’uomo può avere frequentato pure prostitute e cinedi rimanendo un grand'uomo, come Giulio Cesare16 per esempio, o Alessandro il cosiddetto Magno. Due personaggi che hanno sporcato di sangue la terra con innumerevoli stragi. Grandi soprattutto nel male dunque, come ha già rilevato Lucano. Nel novembre del 1978, quando era entrata per la prima volta in camera mia e si era spogliata sorridendomi senza malizia, irradiandomi della sua luce, Ifigenia mi aveva fatto sentire la gioia di vivere, la felicità di essere riamati dalla vita cui avevo sempre proteso gli acuti tirsi dei desideri e la delicatezza dei sentimenti, ricevendone fino allora dei contraccambi solo mensili e peregrini. Quella ragazza venticinquenne, radiosa, era lo stesso sole incarnato che si era degnato di entrare nel mio appartamento, di stendersi nel mio letto, e mi aveva offerto di fondermi con la sua luce sovrumana. Quel giorno cantarono in coro le ninfe dei mari, delle fonti e dei boschi per festeggiare il concubitus dell’uomo e della donna felici. Il 15 marzo del 1981 il primo fra tutti gli dèi era oscurato da nuvole grosse e buie, eppure serbavo la confortante coscienza che dietro le nubi acquose il suo volto santo c'era sempre, e presto o tardi sarebbe riapparso ancora più bello e radioso. Potevo pregare e agire come si deve per indurre l’immagine visibile della Mente divina a farsi vedere di nuovo. Queste furono le riflessioni della mattina.
Avvertenza: il blog contiene 1 nota: Catullo su Giulio Cesare.
Catullo lo chiama"Cinaede Romule (...) impudicus et vorax et aleo (29, 5 e 10), Romolo invertito (…) libidinoso vorace e biscazziere, e anche, sia pure con una cetra dose di ironia, Caesar magnus (11,10), Cesare grande. Un altro magnus, uno dei tanti.
A proposito di cinaede, devo avvertire il lettore che oggi ricevono critiche più severe gli eterosessuali degli omosessuali. Il sesso tra uomini e donne insomma torna a essere peccato fuori dal matrimonio o dal fidanzamento. Oggi sarebbe molto malvista, se ancora ci fosse, un’allegra brigata di eterosessuali fieri di essere tali. Io non sono mai stato particolarmente bello però da sempre mi piacciono molto le donne e non l’ho mai nascosto. Per questo sono stato malfamato in alcuni luoghi. A Pesaro no, siccome lì ho vissuto da bambino poi da ragazzino che non ci prendeva. In seguito ogni mia impresa egregia è stata posposta al “crimine” di avere corteggiato molte donne e di averne persuase diverse ad amoreggiare con me, pulzelle o maritate o separate che fossero. Poi c’è un altro peccato capitale: non ho e non voglio avere il telefonino. Senza questo mi vengono impedite diverse operazioni, in banca per esempio. Sono considerati più normali quelli che fissano il cellulare guidando l’automobile e ammazzano i malcapitati. Un energumeno del genere mi investì giungendomi alle spalle ferendomi gravemente un anno e mezzo fa. Quindi scese dall’automobile gridando che me l’ero cercata spostandomi a sinistra. Stavo superando un’automobile ferma non senza averlo segnalato con il braccio sinistro. Lo dissi mentre sanguinavo ma quel mostro minacciò di picchiarmi, poi si dileguò nonostante gli avessi chiesto di portarmi in una farmacia. L’ho denunciato ma non avevo preso la targa e non l’hanno trovato. Lo racconto per significare quanto la prepotenza è nell’aria da anni oramai. Un obiettivo polemico della propaganda padronale oggi sono i poveri. E’ in corso un processo nel quale si cerca di mettere un uomo stigmatizzato dalla povertà e scontento al posto di un borghese benestante e soddisfatto prima di essere condannato per un delitto efferato. Non sostengo che questo sia sicuramente colpevole e quello di sicuro innocente ma vedo trasmissioni televisive dove manca spesso l’obiettività del giudizio da parte di invitati tutt’altro che giurisperiti eppure precipitosi nel condannare l’indagato situato sul gradino più basso della scala socioeconomica tra i due.
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Giovanni Ghiselli
Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
giovedì 1 ottobre 2026
Ifigenia. CLI. La ricerca degli appunti per l'opera che mi aspettava. Autori di stragi chiamati “magni”. Non da Lucano, il più libero.
Mimnermo prima parte. Il letto.
Mimnermo poteva essere all’incirca contemporaneo di
Solone: fiorì nei primi anni del sesto secolo; secondo altre notizie invece
sarebbe vissuto nel VII. In effetti sappiamo poco della sua vita, sulla quale
abbiamo dati incerti e contraddittori, a cominciare dalla città dove nacque:
Smirne o Colofone. Comunque una colonia della costa asiatica, una città di
cultura ionica. Ionico è infatti il
dialetto delle sue elegie di Mimnermo.
La sua fama è fondata soprattutto sui versi d'amore, tanto che un elegiaco latino, Properzio (I, 9, 11-12) gli dà la palma della poesia amorosa:
"plus in amore valet Mimnermi versus Homero:/carmina mansuetus lenia quaerit Amor ", in amore vale più un verso di Mimnermo, che Omero;/ Amore è mite e vuole versi teneri.
Questa però non è l'unica corda della lira del poeta il quale in un frammento (13 D.), probabilmente del poema Smirneide , celebra il valore di un guerriero, forse un suo avo, che "resiste sull'Ermo" (questo è il significato del nome Mimnermo; l'Ermo è un fiume che nasce nella Lidia e sfocia poco a nord di Smirne); anzi l'eroe scompiglia le fitte falangi dei cavalieri lidi del re Gige, manifestando un valore guerriero per il quale ottiene l'approvazione di Pallade Atena.
Un frammento (10 D.), forse del poema Nannò, il nome della flautista amata, racconta miticamente il movimento notturno del sole che compie il viaggio da Occidente a Oriente in una coppa d'oro portata dalla corrente dell'Oceano. Il sole è molto presente nelle elegie di questo poeta che in un altro frammento della Nannò (11 D.), narrando il mito degli Argonauti i quali, guidati da Giasone, andarono nella barbarica Colchide in cerca del vello d'oro, menziona il palazzo di Eeta, il re di quella regione orientale,
"dove i raggi del Sole
veloce giacciono in un talamo d'oro" (Distici elegiaci).
Secondo alcuni (tra cui Callimaco) i distici di Mimnermo non sarebbero contenuti tutti nei due poemi ricordati, ma c'erano versi più spiccioli (aiJ kata; leptovn li chiama Callimaco nel prologo degli Ai[tia , v. 11, mentre la Nannò , o la Smirneide , potrebbe essere hJ megavlh...gunhv, v. 12, la grande donna) ; noi non possiamo entrare in questioni siffatte e ci accontentiamo di commentare singoli frammenti, scegliendoli, tra i circa venti giunti fino a noi, gh`ra~ . Temi comuni del resto a diversi altri lirici.
Il fr. 1 D. considera la vita umana indegna di essere protratta quando "giovanezza, ahi giovanezza è spenta", e i giorni non hanno più l'unica giustificazione che li rendeva desiderabili: quella erotica o amorosa che dire si voglia.
"Quale vita (bivo~), quale piacere (terpnovn), senza l'aurea Afrodite?
Vorrei essere morto, una volta che non mi importi più di questi beni,
l'amore furtivo e i dolci doni e il letto (eujnhv[1]):
che sono i soli fiori fugaci di giovinezza
per gli uomini e per le donne; poi quando sia giunta penosa
la vecchiaia che rende l'uomo turpe (aijscrovn) e insieme cattivo (kakovn),
sempre cattivi affanni lo consumano nell'animo,
e non prova piacere neppure alla vista dei raggi del sole,
ma è odioso (ejcqrov~) ai ragazzi, spregevole (ajtivmasto~) per le donne;
così tremenda- ajrgalevon- rese la vecchiaia- gh`ra~- un dio". (distici elegiaci)-
La presenza del letto nella letteratura.
Nelle tragedie di Euripide, particolarmente nell'Alcesti, il letto è il locus sacer della casa. : "nella casa di Alcesti e di Admeto, come nel loro dramma, è il letto il mobile più importante"[2].
Nell'Alcesti la sposa che muore per salvare il marito si commuove soprattutto davanti al letto : "Poi, gettatasi nel talamo (qavlamon) e sul letto (levco")/ qui scoppiò a piangere e dice così:/o letto (levktron) dove io ebbi sciolta la verginità/da quest'uomo per il quale muoio/addio: infatti non ti odio, poiché tu hai mandato in rovina me/sola: io muoio non volendo tradire te e/lo sposo. Un' altra donna ti possederà,/più casta no, più fortunata forse"(vv.175-182)[3].
Alcesti procede gettandosi sopra il letto e baciandolo (kunei' de; prospivtnousa , pa'n de; devmnion, v. 183.) Un gesto ripetuto da Didone morente (os impressa toro, Eneide , IV, 659, imprimendo le labbra sul letto). Sicché il bacio al letto, anzi al letto della propria morte per amore, è un topos gestuale.
Anche tra gli dèi dell'Olimpo il levktron è un mobile assai importante: infatti nell'Eracle di Euripide l'eroe dorico critica i numi in generale ed Era in particolare la quale, gunaiko;" ou{neka-levktrwn, per i letti di una donna, ossia di Alcmena, gelosa di Zeus, ha mandato in rovina i benefattori della Grecia che non erano in nessun modo colpevoli (vv. 1308-1310). Chi potrebbe pregare una dea del genere dunque?
Apollo nelle Eumenidi di Eschilo sentenzia che il letto fatale, per l'uomo e la donna, è più potente del giuramento siccome sorvegliato dalla giustizia: "eujnh; ga;r ajndri; kai; gunaiki; movrsimo"-o{rkou 'sti; meivzwn th'/ divkh/ frouroumevnh" ( vv. 217-218). Ma questo l’abbiamo già detto nell’introduzione.
Torno a Euripide. Nella Medea si trovano diverse occorrenze del letto quale luogo cruciale: già nel prologo il pedagogo dei bambini destinati a essere uccisi dalla madre attribuisce al talamo, a quello della nuova fidanzata, la pur non abbagliante Glauce, la disaffezione di Giasone per i figli della prima moglie. Alla nutrice, che rileva come il padre si sia rivelato un infame (kakov" , v. 84) verso i figlioli, l'aio risponde con un'espressione di sfiducia generale che comunque vede nel letto il movente principale della malvagità del padrone:"Chi non lo è tra i mortali? Solo ora prendi coscienza di questo,/che ciascuno ama se stesso più del prossimo?/(alcuni magari a ragione, ma altri anche per lucro),/se questi bambini qui per un letto (eujnh'" ou{nek j) il padre non li ha cari? "(vv. 85-88).
Più avanti, nella Parodo, le donne del Coro domandano a Medea che ha manifestato propositi suicidi:" Quale brama puoi avere tu/ del giaciglio orribile (ta'" ajplavtou-koivta" e[ro" ), o demente? (vv. 151-152).
Si tratta del letto della morte, un talamo alternativo a quello di Giasone, il compagno di letto che ella rimpiange ( duromevna so;n eujnavtan, v. 159), il traditore nel letto, lo sposo infame (to;n ejn levcei prodovtan kakovnumfon, v. 206). Medea sente comunque il bisogno del letto.
Anche l'uomo che aspira al potere del resto dà la massima importanza al letto: l'assassino deforme e zoppicante, l'esecrabile tiranno segnato dal demonio (stigmatic) Riccardo duca di Gloucester, esulta per essersi insinuato nel favore di se stesso (I am crept in favour with myself ) dopo che Lady Anne, bella donna ancora in gramaglie, della quale egli stesso ha ucciso marito e suocero, ha smesso di rifiutare la sua pretesa di essere adatto non all'inferno ma, viceversa, alla camera da letto di lei ( your bed chamber ). Si piace al punto che vuole comprarsi uno specchio e intanto chiede al sole, che gli è diventato simpatico, di brillare per poter ammirare la propria ombra mentre cammina:" Shine out, fair sun, till I have bought a glass,/That I may see my shadow as I pass " (Shakespeare, Richard III [4], 1, 2).
Il letto o la camera nuziale è anche il luogo dove alcune eroine si danno la morte. Abbiamo menzionato Alcesti e Didone. Aggiungiamo Giocasta e la sposa dolente delle Trachinie di Sofocle.
"Deianira vi si precipita; Alcesti vi ha versato le sue ultime lacrime prima di affrontare Thanatos e, uscita dalla reggia per morire, sarà ancora verso questo luogo che volgerà i suoi pensieri e i suoi rimpianti…Però, se il thàlamos è nel profondo della dimora, c'è ancora, all'interno del thàlamos, il letto, lékhos, luogo di un piacere che l'istituzione del matrimonio tollera, se è moderato, ma soprattutto luogo della procreazione. E ogni morte femminile passa attraverso il letto: là, e là soltanto. Deianira e Giocasta possono ripetere a se stesse la propria identità prima di uccidersi[5]. E' proprio là che Deianira muore, in quel letto che essa aveva associato troppo ai piaceri della nymphē: si muore comunque nel proprio letto quando si è donne, anche se ci si uccide come un uomo"[6].
Non solo la tragedia attribuisce grande importanza al letto.
Tra Odisseo e Penelope il segno certo di riconoscimento[7] non è, come con Euriclea, la cicatrice, ma il letto costruito dall'uomo.
“Quel letto compatto, “solidamente fissato nel suolo”, con le radici profondamente immerse nella terra, immobile, irremovibile, sottratto a qualsiasi mutamento e cambiamento, è il centro della sua vita e del poema che il “secondo Omero” gli ha dedicato. Il letto racchiude tutti gli aspetti dell’esistenza di Ulisse: il rapporto religioso con Atena, perché egli l’ha lavorato nell’ulivo: l’identità, l’ostinata irremovibilità del carattere: ricorda il matrimonio con Penelope, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli intorno, il suo potere di re; fonda natura e cultura, le radici ancora vive e l’opera delle sue mani artigiane. Il letto è il “grande segno” segreto, che soltanto lui, Penelope e un’ancella conoscono. Forse è sfuggito persino agli dèi mascherati che spiano le sue vicende. Ulisse aveva conosciuto un altro centro: Ogigia, l’ombelico del mare, il centro del mondo mitico. Il letto di ulivo è l’ombelico della realtà: lui aveva preferito una volta per sempre il mondo reale, dove si soffre e si muore, a quello mitico dove non si soffre e non si muore…Ora, mentre marito e moglie stanno finalmente per abbracciarsi, Ulisse descrive con un piacere minuzioso come, più di vent’anni prima, aveva costruito il letto. Anche qui, la tensione narrativa viene rallentata. Ulisse descrive, in primo luogo a se stesso, l’oggetto fondamentale della sua vita-che teme perduto per sempre-. Mentre lo descrive, il furore si quieta. Con quale piacere racconta il suo capolavoro di artigianato: come costruì la stanza da letto attorno a un ulivo rigoglioso: la coprì con un tetto, vi appose una porta, recise i rami dell’ulivo, sgrossò il tronco, lo piallò, lo fece diritto col filo, traforò il legno col trapano, piallò il letto, lo placcò d’oro, d’argento e d’avorio, vi tese le cinghie del bue…Con questo letto così amorosamente lavorato, ha inizio la corona di oggetti privilegiati attorno ai quali si svolge la cultura occidentale: la ciotola di Robinson, il profumo di Baudelaire, le marmellate di Tolstoj, la madeleine di Proust, la seggiola di van Gogh; oggetti stabili, “solidamente fissati nel suolo”, ai quali abbiamo donato il nostro cuore.
Appena Ulisse rivela il “grande segno”, le ginocchia e il cuore di Penelope si sciolgono, come accade nell’amore, nel sonno e nella morte. Il letto costruito nell’ulivo è il segno sicuro, del quale può fidarsi”[8].
Penelope piange di commozione e bacia Odisseo che a sua volta piange e bacia la sposa. Segue un paragone tra i naufraghi che stremati, incrostati di salsedine, si salvano dal mare canuto sopra la spiaggia e Penelope che non stacca le braccia dal collo di Odisseo (XXIII, 233-240).
“Il paragone concentra la vicenda di Ulisse: l’Odissea è la storia di un sempre ripetuto naufragio, che solo ora si conclude a Itaca, accanto al letto d’ulivo. Ma esso viene riferito a Penelope: quindi anche i vent’anni di separazione erano stati, per lei, un’incessante tempesta, un lungo naufragio. Le storie di Ulisse e Penelope sono identiche: entambi sono stati per mare, hanno perduto la nave, sono “scampati al pericolo”, e ora eccoli, insieme, tornati nel centro del mondo”[9].
Che è il letto.
Il letto secondo Mimnermo[10] è il mobile che nella vita umana supporta l'unico motivo che la giustifichi: quello erotico. Lo abbiamo letto nel frammento 1D. citato sopra.
" In tutta la poesia greca arcaica il termine eunhv, al pari di levco", è impiegato metaforicamente per designare l'unione che vi si consuma…Dal lato della mitologia il letto è essenzialmente metafora dell'unione coniugale fra due giovani adulti…Solo Deucalione e Pirra, esseri primordiali, possono creare lontano dal lechos la razza di pietra che è all'origine del genere umano"[11]. “ E non sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo che dagli dei fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana”[12].
Nella Medea i due termini eujnhv e levco~ si trovano riuniti in un solo verso: i due sinonimi si accumulano formando quasi l’impalcatura del delitto che Giasone rinfaccia alla madre assassina: “ Cominciasti da azioni del genere: sposata poi/a questo uomo e generati dei figli a me,/per un letto e un matrimonio li hai uccisi” (eujnh'" e{kati kai; levcou" ajpwvlesa"), vv. 1336-1338.
Eujnhv indica la parte dove ci si stende ( guanciali e coltri; cfr. eunavzetai, v. 18, “si stende nel letto”); levco~ è piuttosto la struttura di legno.
Guy de Maupassant in un suo divertente racconto erotico afferma l'importanza capitale del letto:"Tengo più al mio letto che a qualsiasi altra cosa. E' il santuario della vita. Gli affidiamo nuda la carne stanca, perché la rianimi e la riposi nel candore delle lenzuola e nel calduccio delle piume. E' là che troviamo le ore più dolci dell'esistenza, le ore dell'amore e del sonno. Il letto è sacro. Dobbiamo rispettarlo, venerarlo; amarlo come quanto abbiamo di migliore e di più dolce sulla terra"[13].
La dolcezza del letto è soprattutto quella di Cipride cui si confà l’aggettivo: nell’Alcesti di Euripide, Eracle dice: “tivma de; kai; plei'ston hJdivsthn qew'n-Kuvprin brotoi'sin: eujmenh;~ ga;r hJ qeov~ ” (vv. 790-791), onora anche la più dolce tra gli dèi per i mortali: infatti è dea benevola. I mortali devono pensare cose mortali e gioirne: infatti per i seri e gli accigliati (sunwfruwmevnoi~- ojfru`~ hJ sopracciglio), la vita non è davvero vita ma una disgrazia (ouj bivo~ ajlhqw'~ oJ bivo~ ajlla; sumforav, v. 802).
A questo proposito si possono citare i vv. 333-335 del X canto dell’Odissea.
Oppure, in un romanzo di S. Màrai: “ Il letto è un luogo selvaggio, una foresta vergine fitta di sorprese e di imprevisti, un ambiente torrido, carico degli effluvi micidiali di fiori stranissimi, un groviglio inestricabile di liane, pieno di belve dagli occhi fiammeggianti che strisciano nell’ombra, le fiere del desiderio e della passione, sempre pronte a balzare sulla preda. Il letto è anche questo, in un certo senso. E’ una giungla. E’ penombra. Strani suoni giungono da lontano e tu non sai se è il grido di un essere umano azzannato alla gola da una bestia feroce presso una sorgente o se a urlare è stata la natura stessa, che è al contempo umana, animale, e disumana”[14].
Il letto insomma è uno degli oggetti più carichi di significati, una di quelle presenze "epifaniche" le quali manifestano un'anima e una storia.
Nella Medea di Euripide il letto è un luogo di offesa e dolore.
Nel Primo Episodio la protagonista dirà che l'offesa fatta alla femmina umana nel letto, ossia nella sfera sessuale, la rende sanguinaria: la donna, afferma Medea, nelle altre cose è piena di paura, e vile nella lotta e a vedere un'arma; ma quando si trova ad essere offesa nel letto ( ej" eujnh;n hjdikhmevnh, v. 265; cfr. v. 26) non c'è altro cuore più sanguinario ( oujk e[stin frh;n miaifonwtevra, v. 266).
Il "letto" delle donne è motivo di dolore anche alla fine del quinto Stasimo quando la Corifea ricorda un altro delitto di madre contro i propri figli: quello di Ino, la figlia di Cadmo fatta impazzire dagli déi (1283), in particolare dal risentimento di Era :" w\-gunaikw'n levco"[15]-poluvponon, o{sa brotoi'" e[re-xa"[16] h[dh kakav" (Medea, vv. 1290-1292a) o letto delle donne pieno di affanni, quanti mali hai procurato già ai mortali!-
Sull’argomento "talamo nuziale" si può aggiungere che nella Medea anche la Divkh divina gravita intorno a questo mobile emblematico: infatti la Corifea nella Parodo chiede alla moglie tradita di non affilare l'ira contro Giasone se onora nuovi letti (kaina; levch ,v. 156), poiché ci penserà Zeus a renderle giustizia per l'offesa subita. Dunque l'abbandonata non deve struggersi troppo nel rimpiangere il compagno di letto ( eujnavtan, v. 159).
Bisogna dire che le donne possono infuriarsi pure per l'offesa sessuale da loro stesse arrecata, nel letto o fuori dal letto:"Nihil est audacius illis/deprensis: iram atque animos a crimine sumunt ”[17], non c’è niente di più sfrontato di quelle colte in flagrante: prendono rabbia e coraggio dalla colpa.
“ Must be careful about women. Catch them once with their pants down. Never forgive you after”.Bisogna stare attenti con le donne. Sorprendile una volta con le mutande abbassate. Non te la perdonano più. [18]
Il letto della madre oltraggiata ricorre nella cagnara che scoppiò durante il banchetto nuziale tra Filippo di Macedonia e la ragazza Cleopatra.
La madre di Alessandro, Olimpiade metteva metteva su il figlio contro il padre. Era una donna connotata dalla durezza (calepovth~), gelosa e collerica e sobillava il figlio (paroxunouvsh~ to;n jAlevxandron, Plutarco, Vita, 9, 5).
Attalo, lo zio di Cleopatra, invitò i Macedoni a pregare gli dèi per un legittimo erede del regno; Alessandro gli gettò una coppa addosso chiedendogli se lui fosse un bastardo; Filippo si lanciò contro il figlio con la spada sguainata, ma scivolò e cadde. Allora il principe disse ironicamente: costui, signori, che si preparava a passare in Asia, si è ribaltato passando da un letto a un altro (ejpi; klivnhn ajpo; klivnh~ diabaivnwn ajnatetravptai, 9, 11). Klivnh è il letto per dormire e anche il divano per desinare.
Il letto e la donna come rete dell’odio. La rete della nemesi.
Cassandra, nell'Agamennone di Eschilo, grida:"Ahi, Ahi, che orrore! Cos'è ciò che appare?/è forse una specie di rete[19] di Ades?/ma una rete (ajll j a[[rku") è la compagna di letto (hJ xuvneuno", formato da suvn + eujnhv), la complice/dell'assassinio"(vv. 1114-1117).
In questa tragedia la rete, menzionata precedentemente e successivamente anche da Clitennestra[20], significa l’aspetto ingannevole e letale dell’intimità nuziale del talamo:"Accogliendo Agamennone sulla soglia del palazzo, Clitennestra utilizza questo linguaggio in chiave doppia: esso suona piacevolmente all'orecchio dello sposo come pegno d'amore e di fedeltà coniugale; ma, già equivoco per il coro che vi presente un'oscura minaccia, si rivela pienamente sinistro allo spettatore che vi legge, decifrandolo, il piano di morte da lei tramato contro il marito. Qualche esempio. Fin dalle prime parole, Clitennestra, ricordando le angosce che ha conosciute in assenza del marito, dichiara che se Agamennone avesse ricevuto tante ferite quante ne è corsa voce," il suo corpo avrebbe più piaghe d'una rete a maglie[21]" (868). La formula è di un'ironia sinistra: è proprio in questo modo che il re morirà, preso nella rete di morte (1115), la rete senza scampo (1382), la rete da pesca (1382) che essa tende con Egisto attorno a lui (1110)” [22].
Ora voglio commentare la valutazione suprema del letto quale luogo dell’amore.
Tale iperconsiderazione di solito viene attribuita dagli uomini al genere femminile: così la Medea di Euripide come si è già visto afferma:"La donna infatti in tutto il resto è piena di paura/e vile nella lotta anche solo a vedere un'arma;/ma quando venga offesa nel letto,/non c'è altro cuore più sanguinario"(vv.263-266).
Anche Otto Weininger in Sesso e carattere (1903), un'inquietante raccolta di topoi dell'antifemminismo, attribuisce alla donna questa fissazione sul sesso:"per dirla trivialmente: l'uomo ha il pene, mentre la vagina ha la donna"(p.115). E gli uomini molto portati per il sesso, per l'altro sesso, come don Giovanni, sono degli effemminati: ebbene io "parole non ci appulcro".
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[1] Cfr. Medea e Alcesti dove è il mobile più importante della casa.
[2]J. Kott, Mangiare Dio , , p. 120.
[3] Gli ultimi due versi citati si ritrovano parodiati nei Cavalieri di Aristofane (del 424 a. C.) dove Paflagone, cedendo la corona, simbolo del potere, al salsicciaio che lo ha battuto nella volgarità e nell'impudenza dice:"ti lascio: un altro ti avrà dopo averti presa,/ladro non più di me, ma forse più fortunato"(vv. 1251-1252).
[4] Composto tra il 1590 e il 1592.
[5] Cfr. Sofocle, Trachinie, 918-22, Edipo re, 1242-3, 1249; Euripide, Alcesti, 175, 177, 183, 186-8, 249.
[6] N. Loraux, Come uccidere tragicamente una donna, p. 26.
[7] nu'n d j, ejpei; h[dh shvmat' ajrifradeva katevlexa~-eujnh'~ hJmetevrh~…peivqei~ dhv meu qumovn, Odissea , XXIII, 225-226, ma ora poiché mi hai detto il segno chiaro del letto nostro…convinci il mio cuore, dice Penelope a Odisseo dopo la diffidenza iniziale.
[8] P. Citati, La mente colorata, p. 272.
[9] P. Citati, La mente colorata, p. 273.
[10] Mimnermo doveva essere contemporaneo di Solone che fiorì nei primi anni del sesto secolo; secondo altre notizie invece sarebbe vissuto nel VII. In effetti sappiamo poco della sua vita, sulla quale abbiamo dati incerti e contraddittori, a cominciare dalla città dove nacque: Smirne o Colofone. Comunque una colonia della costa asiatica, una città di cultura ionica. Ionico è infatti il dialetto delle elegie di Mimnermo. La sua fama è fondata soprattutto sui versi d'amore, tanto che Properzio gli dà la palma della poesia amorosa:"plus in amore valet Mimnermi versus Homero:/carmina mansuetus lenia quaerit Amor "(I, 9, 11-12), in amore vale più un verso di Mimnermo, di Omero;/ Amore è mite e vuole versi teneri.
[11] C. Calame, I Greci e l'eros, pp. 21 e 26.
[12] Leopardi, Storia del genere umano.
[13] Le sorelle Rondoli , in Racconti d'amore, p. 256.
[14] S. Màrai, La donna giusta, p. 234.
[15] Il termine levco" è formato sulla radice lec-/loc- che si trova sia in levcomai "sono a letto" sia in lovco", "agguato", "imboscata". Anche levktron (da *lec-tron) si forma sulla medesima radice. In latino abbiamo lectus, in tedesco Liegen, in inglese to lie, "giacere". Moglie è a[loco" formato da aj- copulativo + levco" . C'è dunque una parentela etimologica tra il letto, la moglie, e l'agguato.
[16] aoristo di rJevzw.
[17] Giovenale VI, 284-285.
[18] J. Joyce, Ulisse, Sesto episdio, Ade-il funerale
[19] Alfieri nel 1771, ventiduenne, giunse a Londra per la seconda volta, quando, racconta: “ essendo in età più suscettibil d’amore, e non abbastanza rinsavito dal primo accesso di quell’infausto morbo, che sì mal mi era riuscito nell’Haja, caddi allora in quest’altra rete, e con sì indicibil furore mi appassionai, che ancora rabbrividisco, pensandovi adesso che lo sto descrivendo nel primo gelo del nono mio lustro” (Vita, 3, 10). La prima rete era Cristina Emerentia Leiwe van Eduard, per la quale l’Astigiano tentò il suicidio, la seconda Penelope Pitt, entrambe sposate e adultere, come Clitennestra.
[20] Clitennestra dopo l'assassinio di Agamennone dice:" a[peiron ajmfivblhstron, w{sper ijcquvwn,-peristicivzw, plou'ton ei{mato" kakovn" (Agamennone, 1382-1383), una rete senza via d'uscita, come quella dei pesci, gli getto intorno, fasto cattivo di veste.
[21] diktuvou plevw (v. 868) (ndr).
[22] J. P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento in Mito e tragedia nell'antica Grecia, pp. 90-91 e n. 9.