martedì 28 aprile 2026

IONE (data incerta tra 419 e 411). Un esperimento lo IONE di Euripide personalizzato.


Daa tempo vivo come Ione, custode del tempio di Delfi nella tragedia di Euripide.

A Pesaro Mi alzo quando Elio dalla  sua quadriga lucente fa brillare il mare, tutta la terra e illumina pure lo studio mio orientato verso il primo fra tutti gli dèi con  una delle due finestre.

Dopo i lavacri nei gorghi inargentati della Castalia domestica, inizio una nuova giornata di  devozione ininterrotta. Mi attendono ore di studio, con la  bocca che osserva il silenzio rituale. Attendo alle fatiche sante cui mi sono consacrato fin da fanciullo quando la zia severa, una specie di Pizia, arcanamente sentenziava che ero un intelligente-deficiente se primeggiavo a scuola, altrimenti ero un povero deficiente e nient’altro.  In questo caso mi avrebbe ignorato come faceva con altri nipoti. Io l’ammiravo e le davo retta.

 Però coltivavo anche la bicicletta, la corsa e il nuoto dove pure avevo talento, senza dirlo a lei, ma sempre onorando il dio delfico. Consacrai dunque la mente al sapere, al "Conosci te stesso" di Delfi, e il corpo alla dea Salute. Ora che sono rimasto senza zie, né nonni, né mamma, vengo a custodire il santuario del nostro gevno" in questa casa di Pesaro. Studiando almeno sei ore al giorno e muovendo le gambe di corsa ciclistica e podistica per almeno altre due. Il nuoto solo nel mare estivo.

Il  7 luglio scorso (2025) mi sono rotto il femore destro precipitando dalla bicicletta su un marciapiede rotto e lanceolato. Cerco di recuperare. Ieri sera ho fatto appello a tutto il mio talento ciclistico per salire in bicicletta sul monte Donato di Bologna: tre chilometri di salita piuttosto dura. Sono partito da casa mia, altri 3 chilometri addietro alle 19, 20 e colevo arrivare non dopo le 20 per vedere il sole tramontare oramai presso San Luca. Ce l’ho fatta e il dio mi ha premiato beandomi per quindici minuti. Ero stremato ma contento. 

Compio il servizio giornaliero senza stancarmi: so che i miei morti mi approvano e pure molti vivi leggendo questo blog. Servo la stirpe umana con una fatica bella , e gloriosa per me-kleino;" oJ povno" moi (Ione 131). Turpe ed empio sarebbe invece ingozzarmi e ubriacarmi nei cenoni turbati, andare a fare compere  coatte per bancarelle e negozi, ascoltare e dire idiozie. Lo fanno coloro che non sanno quello che fanno, né perché vivono, né chi sono. Lontano dalla pazza folla,-Far from the madding crowd-non mi stanco mai di queste fatiche sante e propizie. Talora faccio una pausa spazzando il pavimento di questo tempio con una ramazza d’alloro-davfna" ojlkoi'"- (Ione 145) sempre in onore del dio e dei miei Mani.  La scopa serve anche a tenere lontani i piccioni perché non insozzino le offerte votive che lascio sul davanzale e nel giardino di Pesaro. Li caccio senza fare loro del male in quanto so che il loro volo può venire a portarmi le voci degli dèi.

 Poi torno a studiare poiché non posso smettere di servire la mente che mi nutre del cibo che quasi solum è mio.

La luce degli occhi belli-kalliblevfaron fw'"- (189) delle mie ex amanti, delle amiche e delle consanguinee mi illumina con il loro ricordo e mi stimola a procedere nella fatica santa del mio devoto eremitaggio pesarese e bolognese. Sono lo scudiero di queste donne che ho amato. 

Vedo la zia Giulia che mi portava a Moena, in via Damiano Chiesa 11, quando ero bambino e mi aiutava contro il caos interno impugnando lo scudo con l’immagine della Gorgone, come faceva Atena contro il maledetto Encelado (Ione 209-210). Tra i maschi mi sovviene il nonno Carlo e Fulvio che con i tirsi incoronati di edera-kissivnoisi bavktroi"-( Ione, 218) mi hanno aiurato a tenere in rispetto la canaglia dei Titani , dei Giganti e di tutti i mostri  eterni nemici della cultura. Ora l’ombelico del mio mondo antico è la casa di Pesaro dove abitai fanciullo e iniziai le mie imprese.

L’ amico Claudio mi dava della femmina per la mia sensibilità  delicata e aggiungeva che dovevo essere pure lesbica perché mi piacciono molto le femmine umane. Mi sono mescolato con femmine umane di vario tipo.

ta; ga;r gunaikw'n duscerh' pro;" a[rsena",-kajn tai'" kakai'sin ajgaqai; memigmevnai-misouvmeq  J: ou{tw dustucei'" pefuvkamen (Ione, 398-400).

“Le donne hanno difficoltà con i maschi,  e noi buone mescolate con le cattive siamo odiate: in questo modo siamo nate sventurate”.

Questo dice Creusa al figlio che ha avuto in seguito alla violenza subita da Apollo. La madre, una principessa ateniese, dovè abbandonarlo neonato e anni dopo per caso lo incontra adolescente senza riconoscerlo nel santuario delfico da lui custodito. Si tratta  appunto di Ione il ragazzo eponimo della tragedia di Eurupide.

Quasi ogni  giorno della buona stagione è  propizio per interrogare l’oracolo. 

Quando le cose vanno bene, studio e scrivo dalle 9 alle 12, poi vado a pedalare fino alla povera mensa di Fano passando per Novilara e Fenile,  una trentina di chilometri, quindi studio di nuovo. Tra le 20 e le 21 vado di corsa dal  viale della Vittoria, nome bene ominoso, al porto canale e ritorno. Sei chilometri circa. In religiosa solitudine.

 

  “ejpei; kratei'",-ajreta;" divwke (Ione, 439),  poiché hai della forza, segui la virtù. Non maltrattare nessuno. Parole sante che ripeto quando mi sento forte.

 Parole di Euripide rivolte da Ione ad Apollo quando ha saputo della violenza inflitta dal dio alla donna. Parole anche mie, rivolte a me stesso. Non sono pentito della mia delicata attenzione delle femmine umane. Mi hanno dato tutto a partire dalla mamma che mi ha messo al mondo, poi le zie e la nonna che mi hanno aiutato a vivere, quindi le amanti e le amiche foriere di gioia.  Continua

Bologna 28 aprile 2026 ore 10, 22. giovanni ghiselli

p. s.

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lunedì 27 aprile 2026

Ifigenia CXLVII Arrivano altri giorni tribolati. Sulla spiaggia di Pesaro aduggiata dall'ombra.


 

Il 24 agosto andai a Pesaro dalla mamma e dalle zie. Ifigenia mi raggiunse verso la fine del mese e si fermò una settimana. Troppo tempo per le donne di casa mia  sdegnate  dal disordine della ragazza infingarda: nemmeno il proprio letto rifaceva quando andava sulla spiaggia. Anche io, nonostante il digiuno sessuale del mese di Debrecen, dopo un paio di giorni ero sazio di lei e ne avevo abbastanza. Avevamo ben poco da dirci.

Avrei preferito studiare, correre a piedi e in bicicletta da solo in quelle ultime giornate estive vicine oramai all’equinozio umido e già dimezzato rispetto ai giorni di giugno, i più belli dell’anno, se non piove.

Aspettavo che Ifigenia partisse lasciandomi a osservare l’estate morente impallidire nell’aria e sulla pelle di noi esseri umani destinati alla morte. Invece la noiosa mi stava appiccicata, appoggiando il suo peso inerte e gravoso sulle mie spalle, non erculee, anzi poco robuste siccome ho sempre esercitato piuttosto la lena delle gambe, del fiato e della mente che il resto.

 

Dacché mi  sono rotto il femore l’unica grande lena che resta è quella del cervello.

 

Oltretutto quel  giorno funesto Ifigenia rivelò la sua facies furente.

Eravamo al mare a metà di un pomeriggio noioso come al solito e per giunta ventoso. “Mio dio- pensavo- che cosa ho fatto di male?”.

La spiaggia era semideserta e mortificata dalle ombre che scendevano inesorabili dagli alberghi sovrastanti e,  allungandosi sempre più verso l’acqua del mare, incupivano tutto, compreso il mio umore. Gli ombrelloni, diradati assai, e chiusi, sembravano i pochi capelli rimasti sulla testa intronata di un vecchiaccio mal vissuto: stremato e abbattuto dagli insuccessi.

Mi venne in mente un verso di Eliot: “A dull head among windy spaces[1], una testa intronata tra spazi ventosi.   

A un tratto la donna mi propose di fare una passeggiata. Notai un ragazzo che correva. "O fortunate puer per la tua solitudine!", pensai.

Pur di muovermi dall'inerzia penosa acconsentii alla proposta peripatetica.

Mentre camminavamo abbracciati per scaldarci a vicenda, ifigenia mi parlava di una sua giornata del mese di luglio senza del resto interessarmi con parole dense di significato. Erano verba prive di Verbum.  Alcune di queste, però, a un tratto mi colpirono come un tuono: disse che uno dei suoi corteggiatori estivi, il più intraprendente e sfacciato, il medico biondo di cui mi aveva parlato già allora, era partito prima di me, perciò non aveva dovuto subirne le proposte insistenti e indecenti durante la mia assenza.

Un'emozione cattiva rivegliò il mio cervello assopito e l'interesse negativo per lei. Mi fermai, la guardai e dissi: "questo non può essere vero: mi hai indicato quell' insolente mentre si aggirava dietro una vetrata con l'aria di uno che spia. Era la notte della mia partenza e mi dicesti che poche ore prima gli avevi chiesto la sua camera in prestito per fare l'amore con me".

 

Rispose senza scomporsi come chi mente per abitudine e con metodo: “Hai ragione. Mi sono confusa. Del resto, se ti avessi tradita con quello, sarei stata attentissima a non sbagliarmi sul conto di lui”.

“Quello è stato uno dei tanti”- pensai- ecco perché ti sei confusa: questo o quello per te pari son”.

Ma non volli né potei replicare poiché si lanciò a correre lungo la spiaggia. Fece qualche decina di metri, poi si fermò e si girò gesticolando per significarmi che dovevo seguirla. Mi incamminai lentamente siccome non mi andava di starle vicino. Ma quella rimase ferma e dovetti raggiungerla non senza disgusto. Mi fissava con occhi spalancati dalla meraviglia, come per dirmi: “che cosa aspetti? Non vedi che sono qui tutta per te, solo per te?”.

Quando fui arrivato tanto poco discosto da udirla bisbigliare, disse: “gianni, facciamo l’amore. Ne ho tanta voglia. Ti prego, ti prego, ti prego”.

La solita lagna.

“No, qui non si può”-risposi- c’è gente, anche dei bambini. Non mi va di dare scandalo.

Ma la bugiarda, intesa solo a farmi scordare l’oltraggio, insisteva: “Ti prego, andiamo nell’acqua”.

“No, è troppo fredda”

“Allora dentro un capanno, oppure imbuchiamoci sotto un moscone o un mucchio di sabbia. Non ne posso più dalla voglia”.

“Io invece non ne ho”.

“Te la faccio venire io”.

Voleva coprire la propria scelleratezza nuda con questa ostentazione frenetica e falsa di insopprimibile libido.

Mentre pensavo questo, mi lasciai cadere sulla sabbia per darle un segno di totale impotenza.

Ma quella prese il gesto sconsolato per un invito erotico e mi saltò sopra. I genitori portarono via in fretta i bambini. Ifigenia sedette pesantemente sul mio costume rivolgendo uno sguardo sfacciato verso il mio viso che aveva impresso un dolore profondo, quindi mi afferrò le spalle con entrambe le mani e si mise a scuoterle mentre canticchiava un’arietta che voleva essere allegra mentre risuonava lugubre nell’anima mia desolata. La poveretta aspettava di essere incoraggiata con un gesto affettuoso ma io oltretutto ero troppo schiacciato e aderente alla sabbia umida per muovermi.

Dopo un paio di minuti divenne aggressiva: smise di canticchiare, iniziò a pizzicarmi le braccia, quindi a scuoterle per distogliermi, immagino, dal male che pensavo di lei.

Intanto la spiaggia sotto il monte Ardizio si stava abbuiando e si era fatta deserta.

Visto che seguitavo a non reagire, Ifigenia a un tratto si inferocì: con la mano destra prese una manciata di sabbia e me la scaglio sul viso

Tra le palpebre, le lenti a contatto, i poveri occhi e il cervello, sentivo scrosciare cascate di vetri e di cocci infuocati mentre la gola e la bocca sputavano sabbia tossendo, sputando e mugghiando.

Non come il toro di Pasife infoiato ma come il taurus maxima victima del sacrificio rituale e culinario.

Maledetta cretina. Come potei distinguere qualcosa, mi accorsi che scappava. Dopo qualche minuto la vidi sguazzare nell’acqua come una grossa oca scura. Saltellava poi si accovacciava, schiamazzava e dimenava le braccia. Intanto l’ombra del monte Ardizio era arrivata agli scogli antistanti la riva e tutta la spiaggia comunicava un senso di desolazione.

Quando fu uscita da quel pelago cupo mi venne vicino mentre continuavo a pulirmi la faccia sconciata dal suo pugno pieno di rena.

Disse: “Mi sono tuffata nell’acqua fredda perché sbollisse il desiderio che tu non vuoi più accontentare”

Tra le lacrime cercai di guardarla e le dissi: “Vedi che guaio hai combinato? Se lo farai un’altra volta non potrai più accostarti a me”

“Vedremo” osò ancora dire.

“Sei avvisata. Intanto andiamo via di qui”.

Durante il tragitto verso il bagnino Alfredo di tanto in tanto, cole si gettava in acqua per significarmi che bruciava.

A mia volta pensavo: “Speriamo che vada via presto, che si innamori di un altro, un giapponese magari, o almeno di uno di Castelfidardo che le faccia suonare la fisarmonica”. Nel frattempo se mi darà noia, farò finta di niente”.

Come fummo arrivati nella zona degli alberghi, questi ombreggiavano già tutto il mare

“Come Dio vuole è autunno-pensavo. Presto ricomincia la scuola. Là dentro dovrò vederla per forza se le rinnovano la supplenza, ma poi, una volta fuori dal liceo, per carità: ognuno a casa sua percorrendo strade molto discoste tra loro”.

 

Bologna  27 aprile  2026 ore 18, 43 giovanni ghiselli

 

p. s.

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[1] T. S. Eliot, Gerontion, 16