domenica 22 febbraio 2026

Kaisa 3. La cena all’Arany Bika. Il corteggiamento semiserio ma appassionato funziona.


 

Il sorriso leonardesco di Kaisa sembrava esprimere compiacimento.

Conosceva discretamente il latino e disse che non aveva bisogno della traduzione, che le piaceva sentirlo inserito nel mio inglese pieno di sinonimi neolatini usati spesso invece dei termini germanici, e pronunciati con un forte accento italiano.

“Anzi, pesarese”, corressi con la dovuta sorridente modestia.

 

Sorrise anche lei con aria inquisitoria, da Sfinge questa volta, poi aggiunse, da linguista seria qual era: “chi non conosce il latino non può avere piena coscienza delle lingue collegate a questa, compreso l’inglese che è una neolatina ad honorem, siccome ha il 75 per cento di termini derivati dalla lingua madre dell’italiano”.

Ora alzava arditamente, ora abbassava lo sguardo, timida o pudibonda, non so. Certo era che questo mio corteggiamento non le spiaceva. Sicché continuai spinto dalla potenza demoniaca della sensualità.

 

Non credere che simulassi, lettore. Desideravo quella donna con tutta la forza e le parole scaturivano dalla sorgente ricca e vivace della libidine1Cupidinem tene, verba sequentur 1bis  

Il desiderio di Kaisa mi rendeva eloquente, o per lo meno loquace.

Per giunta la sposina a un tratto disse: “quando mi maritai, due anni fa, mi sembrò di avere fatto la scelta migliore possibile, ma ora non ne sono più tanto sicura”.

Melius est nubere quam uri, suggerisce l’apostolo; secondo me invece,  optimum est amare; e pure Kaisa a questo punto forse l’ha capito” pensai. Poi dissi a me stesso: “Si vis amari, ama”.

Quindi  ripresi a parlare: “Che tu sia benedetta, creatura e ti possa portare ogni bene per sempre il fatto che hai teso la mano a me, un  supplice che Dio ti ha mandato, uno bisognoso di te! Io ti amo anche perché hai avuto compassione di me rispondendo al mio invito”.

Kaisa sorrise di nuovo e disse: “non è pietà questa mia, non per te” e mi toccò un’altra volta, delicatamente, la mano destra. Poi aggiunse “la mano che ti porgo è un munus: donum est quod officii causa do”.

 Un dono che ti faccio per dovere di contraccambio intendeva.

 Le feci i complimenti per questa sua frase allusiva, che di sicuro riferiva  qualche testo studiato, anche se non sapevo a quale. Glielo domandai

Rispose che si trattava di Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee il cui autore, Benveniste, cita Festo, un epitomatore del II-III secolo il quale aveva riassunto un’opera lessicale di Valerio Flacco, grammatico antiquario dell’età di Augusto.

Tanta scienza in una ragazza così giovane e bella mi eccitò dalla punta dei piedi a quella dei capelli che si rizzarono quasi .

Allora azzardai i novissima verba, le parole conclusive e risolutive: “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”.

Capì benissimo e non disse di no. Abbassò il capo probabilmente per significare: sia fatta la tua volontà che è anche la mia.

“Magnifica, sorridente e delicata provocazione-pensai- Questa ragazza reclama tutto il mio ardore e così sia”.

 

Il suono dei violini sembrava accompagnare un coro festoso che cantava evoè piuttosto che osanna.  

Bevemmo mezza bottiglia di sangue di toro di Eger a testa. Ne diventammo allegramente inebriati. Capisco che la vicenda amorosa che sto raccontando dà  segni di tendere alla dismisura rasentando il comico. Ma non è il momento. Siamo ancora al prologo della seconda storia di una trilogia non priva  di note  tristi e perfino tragiche. Anche questa deliziosa donna, dopo un mese tutto intero di amore, salirà su un treno celeste alla stazione orientale di Budapest e sparirà per sempre dalla mia vita lasciandomi solo. L’aspettava l’eterno marito.

 Intanto però era seduta accanto a me e mi guardava intensamente commossa mentre la osservavo, commota mente anche io, cercando di fissare nella memoria  oculos numquam ad visus redituros meos una volta finita la borsa di studio. Dopo Elena avevo capito che queste storie vanno  così: devono avviarsi gioiosamente, e concludersi dopo un mese con una dipartita definitiva. Non tanto bene, ma se continuassero andrebbero a finire molto peggio: nella noia.

Dal dolore invece, se non  uccide, scaturiscono la comprensione e la bellezza.  

 Il dramma satiresco che chiuderà la tetralogia drammatica sarà la storia  con Ifigenia che verrà dopo la terza  parte, la più dolorosa: quella con Päivi. Ma ogni cosa a suo tempo.

Tieni conto lettore, mentre leggi le citazioni e le iperboli, che eravamo parecchio giovani all’epoca e che il tempo di allora era tanto diverso da questo. Io per giunta avevo un braccio ingessato e, se tutto fosse andato come speravo, avrei dovuto contorcermi parecchio per abbracciarla da monco qual ero e come mi chiamavano alcuni sinistri rompiscatole dandomi la baia con strafottenza.

Ma torniamo a noi due quella sera.

Tutto lì intorno era allegro: gli zigani suonavano bene e ci sorridevano, o perché eravamo carini e anche noi e sorridenti, oppure perché speravano in qualche fiorino di mancia, o per entrambi i motivi. Musica e sorrisi suscitavano onde concentriche di  riconoscenza. Io la trasmettevo immediatamente alla donna già sintonizzata con me e ringraziavo  il destino buono che me l’aveva fatta incontrare.

 

Avevamo bevuto il sangue di toro di Eger mangiando poco per non prendere peso e pure perché eravamo riempiti dalla piacevolezza dell’evento che aveva scacciato la tetra noia di tanti giorni invernali rabbuiati e scontenti. Giornate cupe che spingono all’obesità molti infelici.

 Le sedie erano rivestite di velluto amaranto, i tavoli erano adorni e variopinti di fiori, veri nei vasi, ricamati nelle tovaglie. Poi Kaisa era proprio attraente e per niente stupida, anzi. “Sarà poco bellina!”, mi veniva in mente ogni tanto. Parlava di linguistica con buona competenza e io l’ascoltavo imparando in certi momenti, in altri simulavo un’ attenzione, assoluta, devota, mentre, contornato com’ero da tanti colori, pensavo: “anche la vita mia dovrà essere variopinta. Un poco lo è già. Grazie a te Elena e anche a te Kaisa spero. Nemmeno l’oblio che dovrò sorseggiare con l’acqua del Lete, una volta compiuta la vita, potrà farmi scordare di voi. Siate benedette voi due tra tutte le donne e benedetti i frutti dei ventri vostri anche li avete concepiti prima di conoscere me”.

 


Note

 

 1 Cfr. “fac tantum cupias, sponte disertus eris " (Ovidio, Ars amatoria, I, 608), pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo.

1bis questa massima è attribuita a Catone: impadronisciti dell’argomento, le parole seguiranno.

2  Paolo, Ai Corinzi I 7. 9

 

Bologna 22 febbraio 2026 ore 19, 37 giovanni ghiselli

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La storia di Kaisa 2. Continua il corteggiamento decisamente letterario e pure fortemente appassionato.


 

 La ragazza si accendeva, si illuminava tutta, diventando ancora più bella. Io la volevo, l’amavo addirittura. Perché non avrei dovuto? Forse per il fatto che era sposata? Non è mai stato un fattore deterrente per me, anzi tutto il contrario. Con Elena promessa sposa e pure pregnante avevo vissuto l’amore più bello, più grande della mia vita. Perché non replicare? Potevo diventare un violatore astuto delle leggi coniugali delle quali non riconoscevo il valore. Volevo confermarmi in quel ruolo, specializzarmi, diventare un professionista.

Iuppiter esse pium statuit quodcumque iuvaret” ricordai 1

“Devo rinnovare la conquista-pensai- rinverdire l’alloro perché la fortuna, volubile nell’attribuire i successi, non scivoli via da queste  mani mie.

 La donna adultera mi si addice. Basta non sposarsi mai con nessuna, per nessuna ragione. Del resto il matrimonio è un’istituzione contro natura, di sicuro contro la mia”.

Quindi mi dissi: “Nam si violandum est ius, amandi gratia/violandum est; aliis rebus pietatem  colas " 2

 

Dopo tali trasognati pensieri ripresi a parlare convinto più che mai: “La tua immagine senza difetti fa risorgere in me sentimenti antichi e buoni. E mentre ti guardo, ti ammiro stupito, mi sento diventato migliore: più bello, più intelligente, più sano. I tuoi occhi adunano tutte le luci del cielo in una mattina di primavera. Però non devo pensare che sei legata a un altro, se no divento  infelice: infatti so bene che questo mio amore è disperato, lo so, purtroppo lo so. Tu così bella, fine, dignitosa, tu rendi  felice il tuo uomo, il tuo fortunato marito lo onori, e rispetti il vostro bambino innocente. Ho già detto fin troppo: sono andato oltre il limite di quanto è consentito pregando  una giovane donna sposata. Ma tu mi pari una dea. So di metterti in imbarazzo, lo so pure troppo, lo so. Il corteggiamento non mi è consentito , eppure noi due siamo seduti vicini e parliamo e ci guardiamo con simpatia che oserei chiamare reciproca, se ne avessi l’ardire. Però non posso: sarebbe un’ipotesi non abbastanza riguardosa per te. Io comunque non riesco proprio a dissimulare questo mio amore senza speranza: ti amo, ti amo come non ho mai amato nessuna, mai, nemmeno lontanamente, ho amato una donna quanto ora amo e desidero te! Temo che il destino voglia infliggermi un amore non contraccambiato per mortificarmi attraverso una consunzione  lunga e crudele. Ma dal momento che presto o tardi dovrò morire dì faciànt letì causa sit ista meì 3.”

Glielo citai con dizione metrica che agevola la memoria e suona bene.

Poi continuai: “ O, viceversa, lasciami la speranza che il fato voglia rendere molto più viva e piena di significato questa mia vita, povera di tutto, se priva di te.

Non credo che senza la volontà degli dèi, sine numine divom, noi due saremmo qui questa sera con gli occhi e le anime aperte, reciprocamente mi pare. Da dextram amanti”. Kaisa sfiorò, pudicamente ma non troppo, la mia mano sinistra con la sua destra.

Cònvenit illa mihì, convenit ista tibì 4, risposi al suo gesto guardando prima la mano sua, poi la mia.

La giovane, bella studiosa mi osservava compiaciuta.

 

Note

[1] Sono parole che Fedra scrive a Ippolito nella IV delle Heroides di Ovidio (v. 133) Giove stabilì che è pi tutto quanto possa piacere.

 

2 Cfr. Cicerone, De Officiis , III, 82. Nel testo latino che ho adattato a questa storia si legge regnandi gratia. Ho sostituito regnandi con amandi siccome amare mi si addice ben più del regnare,

Sono parole che Cicerone attribuisce a Giulio Cesare il quale si compiaceva di citare questi due versi che Euripide fa dire al personaggio Eteocle delle Fenicie: :" ei[per ga;r ajdikei'n crhv, turannivdo" pevri-kavlliston ajdikei'n, ta[lla d eujsebei'n crewvn", vv. 524-525, se davvero è necessario commettere ingiustizia, è bellissimo farlo per il potere assoluto, altrimenti bisogna essere pio.  

 3Ovidio, Amores II, 11, 30, gli dèi facciano che sia questa la causa della mia morte.

4 Cfr. Ovidio, Heroides, XV, 185. Quella si addice a me, questa si addice a te. Insomma a me si addiceva la mano di Kaisa, a lei la mano mia 

 

Bologna 22 febbraio  2026  ore 18, 52 giovanni ghiselli

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