mercoledì 2 settembre 2026

Ifigenia CXXI. La festa finale e la mente turbata. L’eterno ritorno dei ricordi. Uno sguardo addolorato sulla decadenza politica e umana.


 

Salìi sul tram e tornai nel collegio dove indossai il mio decennale vestito di lino bianco. Quindi andai alla festa conclusiva del corso.

Dalla scala che scende nella grande sala, lo spazioso centro dell’Università che per me era stata per anni l’ombelico del mondo, vidi quel mevgaron pieno di gente immersa in un’atmosfera satura di un’allegria nervosa e spiacevolmente chiassosa. Mi diedi a osservare i volti cercando qualche faccia bella come quella di Helena che mi era apparsa nel 1971, otto anni prima: grande mortalis aevi spatium.

   Vedevo, o forse , colto dal sonno, sognavo, visi stravolti di giovani ossessi e vecchi ubriachi. Alcuni ridevano con rabbia o urlavano beceramente, altri piangevano sommessamente, poi si asciugavano occhi, ciglia e guance con i tovaglioli inzuppandoli. Altri ancora divoravano torte dolci e salate con ingordigia smisurata, da cormorani.

Quanto mutati da quelli che cantavano lieti sull’erba ai raggi miti e silenti di Artemide casta! A quel prato rispondeva la finestra dove si affacciava Helena, la diva mia, aspettando il mio arrivo. Ci arrivavo di corsa, felice.

“Felìcita! Oh veramente Felìcita, Felicità” ricordavo[1]

 Da allora era passato già tanto tempo, una grossa porzione  della rapida vita  mortale. Eppue quel paradigma celeste fondato sull’esistente troneggiava ancora sull’anima mia. Ho superato gli ottantuno anni di vita e il numero delle amanti che mi ero prefissato da bambino quando ero curioso di come erano fatte le donne; comunque il momento più bello della mia vita è rimasto quando dopo la corsa nel grande bosco verso le dieci di una notte di luglio arrivai sotto la stanza di Helena e la vidi sulla finestra dove era affacciata mentre mi aspettava. Come mi vide sorrise di gioia.

Anche io la aspettavo. Da anni.

 

Ma torniamo alla festa dell’addio del 1979.

Sarei tornato altre volte a Debrecen dopo Helena poiché là imparavo più che altrove e funzionavo meglio che altrove.

Quella sera però seguitavano ad apparirmi immagini orrende, esagerate tanto che oggi non so se provenivano dalla mia mente inquieta e turbata o erano percepite dagli occhi aperti.

Notai un giovanotto grasso e pelato: la pancia straripava dalla camicia e si notava dalla cintola in giù. Le fauci erano enormi, dilatate dal vizio bestiale.

Inghiottiva pogácsok e cioccolatini senza pause. Quando non ce la fece più, lambì la bocca con lingua vibrante da serpente strapieno, ruttò e stramazzò sul tavolo con il grugno che eruttava di tutto.

“Ecco il mostruoso costituito da uomini retrocessi a bestie: gli eterni nemici della bellezza e della cultura, latori del caos. Come i Ciclopi, non conoscono leggi, non fanno vita politica, non si curano l’uno dell’altro.

Quando arrivai a Debrecen nel luglio del 1966 stavo per avviarmi su quella strada. Però ne sentivo talmente il dolore da capire che se non ritrovavo la mia via, la methodos del cammino giusto, sarei morto molto  peggio che di fame. Avevo bisogno di una mano per farcela. Me la diedero Fulvio, Danilo, Alfredo, Claudio, Luigino, tutto l’ambiente di allora e l’atmosfera del tempo seguente quando si diffusero la benevolenza, la solidarietà, l’educazione al rispetto. Non tutti loro la pensavano come me però nessuno mi ha fatto del male, anzi mi hanno fatto del bene.

E’ andata avanti così per cinque o sei anni. Nel ’71 Helena mi disse che amava l’umanità con amore umanistico. Ne fui incoraggiato: sentivo di fare parte dell’umanità e avevo intuito che l’amore umanistico della  signora finlandese bella e fine si sarebbe diretto sulla. mia umanità.

 

 La sera dell’ultima festa del 1968 Claudio ci rivolse una domanda retorica: “è finita Debrecen questa sera?”

 Rispondemmo in coro, con una formula coniata nel 1966: “macché finita : si sta bene a Debrecen, bisogna tornarci!”

“Sicché ci vedremo ancora qui alla festa della conoscenza il prossimo luglio, dopo undici mesi di esilio” fece Bruno.

Allora intervenne Silvano: “non dimentichiamoci di presentare in tempo la domanda per la borsa di studio”

“Sì” precisò Alfredo “ chiederemo lezioni di lingua e letteratura ungherese non senza vittu e aloggio”.

Poi guardava me reputato uno specialista e non solo perché stavo preparando la tesi sulla poesia ungherese del Novecento e avevo dato un esame di filologia ugrofinnica.

Vittu è parola finlandese che significava molto per noi maschi di allora. In latino, lingua nobile e antica è cunnus. In greco, lingua ancora più antica e  nobile è su`kon, come in italiano al postutto.

Nascita copula e morte: le tre grandi tappe della breve apparizione qui sulla terra di noi umani femmine e maschi. Siamo come le foglie.

Ci si riprometteva dunque di tornare per la terza volta, “anzi ogni estate –aggiunsi- prima che la Moira funesta di Morte crudele ci colga”.

Il giorno successivo alla festa del congedo, durante l’ultima colazione nella mensa già semivuota, Claudio diceva alle cameriere, tristi perché eravamo in partenza. “A vìszontlátásra jövore!”, arrivederci all’anno prossimo!

Quelle ragazze anziane ridevano contente e rispondevano: “A vìszontlátásra, szervusztók, csokolom fiúk! , arrivederci, ciao, un bacio ragazzi!

E Claudio, sempre nell’idioma magiaro che conosceva bene, diceva alla caposala, una sessantenne più o meno: “ciao ragazza, bel seno!”.

Lei sorrideva e camminava  più che mai pettoruta, tutta contenta.

Andò così fino al 1972, poi sempre meno cordialmente, simpaticamente, umanamente. Le stragi perpetrate per anni hanno raggiunto lo scopo voluto di renderci diffidenti, paurosi gli uni degli altri, ciascuno chiuso nel suo angusto, meschino e privato egoismo. Io non ne sono stato capace: ho continuato a vivere, studiare e lavorare per gli altri, per i figli degli altri.

Viviamo sempre più isolati, oppure come bestiame d’allevamento, racchiusi in recinti dove conduciamo una vita connotata e decisa da macchine manovrate da mostri. La tecnologia che dovrebbe essere solo un qualche sapere oggi è reputata  più della nostra umanità. Perfino per i bruti- uomini e bestie- proni al ventre c’è più riguardo che per le persone umane.

Chiedo aiuto agli autori classici che mi diedero conforto al dolore quando avevo ventanni, e ogni volta che di mattina e di pomeriggio li prendo in mano per studiarli, li prego: venite anche ora[2], aiutatemi ancora!

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Pesaro  2 settembre 2026 ore 17, 55 giovanni ghiselli 

p. s.

Tra poco andrò a mare, non immeritamente poiché ho scritto e sono stato letto con profitto mio e loro. In luglio potevo lavorare fino alle 19, 30 ma ora se aspetto quell’ora arrivo al mare che è buio. Così mi giustifico.

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[1] Da Gozzano, L’ipotesi, v. 18.

[2] Nota 1 Cfr. la preghiera ad Afrodite di Saffo “e[lqe moi kai; nu'n( 1D.,  v. 25),

 


Euripide Ione XVIII parte (versi1196-1208) La morte della colomba avvelenata crea sbigottimento nei convitati. L’animalismo odierno.


 

A un tratto piomba nel santuario un alato corteo di colombe- pthno;~ kw`mo~ peleiw`n (196-1197)- pevtomai volo- che abitano senza timore nel tempio dell’Obliquo, e come  il vino venne versato gli uccellimgettarono i becchi sulla bevanda e lo succhiavano dentro le gole coperte da belle piume. Tutte rimasero imnuni ma a quella che si era posata dove il vino era stato versato da Ione, subito il corpo dalle belle ali diede delle scosse in un delirio  forsennato e per giunta si diese a stridere in modo inaudito.  Si sbigottì tutta la compagnia dei convitati di fronte alle pene dell’uccello (1205- 1206)  che rantolando e lasciando cadere le unghie delle zampette rosse (1208) .

 

Questa attenzione alla morte della colomba fa parte della tendenza delle ultime tragedie di Euripide e Sofocle che pongono maggiore attenzione alla natura rispetto ai drammi precedenti. Si vede meglio nelle tragedie finali: le Baccanti e l’Edipo a Colono.

Oggi è di moda l’animalismo. La persona umana, con l’ajnqrwpivnh sofiva,  un poco alla volta perde la sua centralità poiché le guerre con i suoi massacri fino al genocidio minimizzato e pefino approvato da molti perde scivola in secondo piano. La vita di un bambino, di una donna, di un uomo oggi è valutata meno di quella di un cane e perfino di un pollo. I pulcini maltrattati suscitano maggiori proteste della bambine e dei bambini uccisi o lasciati morire.

Pesaro 2 settembre 2026 ore 17, 30 giovanni ghiselli

p. s.

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