Ifigenia
si accorse che stavo meditando sul nostro rapporto.
Quindi depose
la maschera e il ruolo della moglie assassina, prese quelli dell’amante
premurosa e domandò:
“Che cosa
pensi ora tu, amore mio?”
“Che ti
amo perché tu sei comunque una donna non ordinaria e osservarti mi fa entrare
nel cuore della realtà. Quella del mondo e la mia. Mi hai aiutato a entrare in
un rapporto di simpatia con la vita”.
Mi rivolse
uno sguardo di gratitudine, poi, con un pizzico di ironia, domandò: “Te ne accorgi soltanto qui a Micene
dove ti sei sintonizzato con me grazie alla porta dei leoni e ai versi di
Eschilo?”
“No. L’ho
capito da quando accolsi con trepida gioia la tua meravigliosa proposta di
farti da maestro, da fratello e da amante. Adesso per giunta lo sento, cioè mi
emoziono pensandolo, e sono sicuro che per te, figlia e madre dello spirito
mio, scriverò una storia che spargerà la tua fama su tutta la terra e renderà
la tua bellezza
Immortale,
nonostante il volgere di tante stagioni che portano via tutto, quasi tutto.
Adesso io ti amo mentre osservo la tua persona che ravviva queste rovine e
riconosco che tu hai restituito la vita alle mie macerie interiori”.
Mi fissava
con la coscienza che queste non erano soltante parole.
Quindi
rispose: “Tu sai riconoscere in me bellezza e poesia siccome le hai dentro. Io
ti amo a mia volta e comunque andrà a finire tra noi, ti amerò sempre, poiché
nella tua persona straordinaria raduni tutti i valori più alti dell’uomo
davvero umano: intelligenza, onestà, volontà. Le doti che in altri sono divise
e disperse tu le raccogli in una sincrasia meravigliosa.
Né vuoi
tenerle soltanto per te ma donarle a chi ne ha bisogno, a me soprattutto. Sei
come il sole che dona la luce. E’ vero
tesoro?”
Ci
abbracciamo con forza lì sulle macerie della città ricca d’oro. Quasi facemmo
l’amore in un anfratto lontano da occhi curiosi e maliziosi.
Poi
ripartimmo. Eravamo felici come poche altre volte. Tutto il bello sembrava
rinato. Impiegammo la sera e la notte per uscire dall’Ellade, poi viaggiammo
per altri due giorni.
Passammo
alle Termopili sotto la statua di Leonida armato. Si leggeva la scritta- Molw;n labev- vieni a prenderle.
“Noi siamo
venuti in Grecia a riprenderci interi dopo tante dimidiationes dolorosissime ” disse Ifigenia.
C’era
armonia tra noi. Si beveva acqua, l’ottima acqua di Pindaro, la sorella acqua
di Santo Francesco la quale è molto utile et umile et preziosa et casta.
Mangiavamo anche meno di Santo Giovanni, l’onesto Giovanni: un poco di pane
senza miele né locuste, seduti sul parafango anteriore della nostra automobile
fermata in luoghi elevati da dove si poteva vedere il mare luccicante, la scura
campagna addormentata, le stelle e la luna. A mezzo il giorno ci tuffavamo nei
seni profondi e gonfi di luce.
Il 25
agosto arrivammo a Bologna con meno di duemila lire e quasi a secco di benzina,
nonostante avessi staccato il motore in ogni discesa. Eravamo ridotti all’osso
coperto da bucce estreme: Ifigenia pesava 46 chili invece di 50, io 51 al posto
dei 55 della mia buona forma da scalatore.
“Meglio
ora così rinsecchito-pensai- che quando feci la prima visita militare e pesarono
69 chili che poi aumentarono ancora. Ero pieni di carne non mia. Un mostro del
genere andava riformato. Invece mi fecero abile così deformato com’ero”.
Per
fortuna era un lunedì quando giungemmo a Bologna e dopo esserci sistemati , potemmo procurarci
il denaro necessario a comprare quanto ci voleva per cavarci la fame da lupi.
Bologna 5
aprile 2026 ore 10, 05. giovanni ghiselli.
p. s.
Avevo già rivisto questo capitolo il 22 giugno 2025 e avevo aggiunto queste
parole:
“Il 10
luglio, se Dio vorrà, ripartirò per un altro viaggio ciclistico nell’Ellade
sacra: il paradiso del mondo. Sarò con gli amici Maddalena e Alessandro amici
carissimi e sodali in questi viaggi dal 1994 in avanti.
Non ho più
tutte le forze conservate fino a 78 anni ma questi amabili amici mi daranno una
mano se ne avrò bisogno. Una volta, anni fa, arrivato a Patrasso, mi trovai con
la mano destra fratturata dopo una caduta dalla bicicletta e queste care
persone mi sostennero. Lo ricordo per
trarne e dare conforto in questo tempo di peccaminosità data dalle guerre,
dalla violenza che l’esempio degli stermini statali diffonde dovunque.
Pregherò
per la pace e per la salute. La nostra e quella del mondo.
Saluti e
baci a voi che mi leggete giustificando e incoraggiando questo mio lavoro”.
Come
sapete voi che mi leggete, Dio non ha voluto che prendessi il traghetto per la Grecia il 10 luglio. Il 7
infatti mi ruppi il femore cadendo dalla bicicletta, a Pesaro. Non sono partiti
nemmeno i miei amici e angeli custodi, anzi sono venuti a trovarmi a Pesaro,
precisamente a Villa Fastiggi dove mi riabilitavano le fisioterapiste, brave e
carine.
Anche mia
sorella Margherita mi ha custodito e sono venuti a trovarmi mia nipote Caterina,
l’amico Marcello superstite tra i coevi, e pure ex allievi di 45 anni or sono.
Molti
altri mi hanno scritto. Non mi sono lanciato a seminar figlioli ma li ho avuti
ugualmente.
Ora
cammino discretamente e corro un poco. In bicicletta affronto anche delle
salite piuttosto dure. Quando mi sembra di morire mi fo coraggio pensando che sarebbe
una morte bella.
Farò di
tutto per tornare in Grecia a pedalare dalla mattina alla sera. Baci. gianni
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