mercoledì 29 aprile 2026

Ifigenia CLII. Un sogno e un film. Un capitolo che si può saltare.


 

 

Dicembre passò senza eventi degni di nota, tanto meno di racconto. Studiavo tutto  il giorno per educare i miei allievi di quinta ginnasio e per aiutare la nuova supplente alquanto sprovveduta poiché la scuola non insegna a insegnare se non con l’esempio dei docenti che del resto talora non sono persone colte e ancora più raramente sono degli educatori.

 

Lucia era una ragazza carina e molto insicura: diceva di essere sfiduciata in se stessa siccome aveva perduto fiducia nell’umanità, poi però aggiungeva che sperava di venire aiutata dalla persona buona che ravvisava in me. Sembravano esserci i presupposti di un nuovo amore. Le mie parole suonavano bene alle sue orecchie; le sue non mi sembravano imbellettate né false, anzi vincevano il silenzio alternato alla chiacchiera lusinghiera o minacciosa di quell’altra.

 

La nuova arrivata invero mi lusingava a sua volta, tuttavia lo faceva con stile più fine e mi piaceva molto siccome aveva un bel volto, con grandi occhi ricchi di pathos.

Forse potevo  educarla. E’ sempre il primo pensiero che mi viene in mente quando vedo una giovane attenta alle mie parole.

 E’ quasi un istinto. Educavo la sorellina mia quando eravamo bambini. Leggevo molto dunque e imparavo nuove parole buone e belle anche sperando che mi procurassero un’altra borsa di studio visto che la precedente stava per scadere.

Ifigenia attirata dal mondo degli istrioni, mi interessava meno e le dedicavo poca attenzione.

 

Una notte feci un sogno che mi spaventò.

Sognavo che era la fine dell’ estate, il periodo più triste dell’anno. Tempo di lunga e lugubre decadenza del sole. Con Ifigenia e mia sorella ero  sulla spiaggia di Pesaro battuta dal vento e dai cavalloni di una burrasca marina. Parlavo di storia greca. A un tratto Alfredo, il bagnino storico di quella zona, viene ad avvisarci che il tratto di mare antistante  è il più pericoloso di tutta la costa.

Gli rispondo che il rischio mi piace ed è proprio per questo continuo a frequentare la sua  spiaggia pericolosa da sempre.

Subito dopo Ifigenia sparisce. Continuo a parlare con Margherita. La istruisco sulla tirannide mite di Pisistrato.

 

La sorellina era stata la mia prima allieva quando si era bambini. Ha quattro anni  meno di me, molti quando si era piccoli, e Margherita chiamata Citta, bambina nella lingua toscana di casa nostra, mi ascoltava devotamente. Poi però non aveva frequentato il classico, non aveva studiato greco, e si era distratta da me. Quindi pure io da lei. Mi ero sentito tradito e disincantato da quel rifiuto. Ci siamo ritrovati decenni dopo grazie al buon Cinema che piace molto a entrambi. Da vecchio sono riuscito a farle amare anche la letteratura greca.

 

Torniamo al sogno: a un certo punto domando a mia sorella dov’è Ifigenia. Risponde che non può saperlo. Mi sembra che voglia nascondermi qualcosa di brutto. La incalzo: “dov’è, dov’è Ifigenia? Ti prego, dimmi dov’è”.

Margherita tace ma si avvicina Dante, il vice bagnino mezzo vecchio e mezzo pazzo, che mi fa: “Hanno detto che è andata a nuotare molto lontano, e nuotando, nuotando a un tratto perse la lena, quindi si meravigliò. Poi la trovarono con il volto simile a quello di un mostro marino ”.  

 

Allora grido: “Che cosa mi racconti vecchio demente? Non sarà mica morta!” E mentre dormo ho paura davvero.

Interviene Margherita che dice: “Quando hanno sollevato lo straccio che le copriva il viso, era verde  come una triglia putrefatta e aveva gli occhi girati all’insù.

Ricompare Alfredo e mi dice: “se è morta, dovrai pagare una multa salata!”

“No, no! –torno a gridare-vorrei essere morto io piuttosto che rimanere qui a smaltire un’orrenda vecchiaia rabbrividendo nel vento e nell’ombra che cala dagli alberghi e si allunga ogni minuto di più!”.

 

Mi sveglio pieno di spavento e prendo nota.

Scrissi che il significato latente delle immagini oniriche doveva essere questo: Margherita cui facevo lezione di storia era Lucia mascherata. Il significato generale era che mi mancava Ifigenia quale era stata nella nostra primavera felice e temevo che non l’avrei ritrovata mai più in quello stato di grazia.

L’incontro con Lucia, prevedevo, sarebbe stato breve e inconcludente come quello visto in un film quando ero bambino, un bel film perché la madre nostra aveva gusto per il cinema e portava noi  due fin da piccoli a vedere quello che  piaceva a lei. Dico di un film del 1945 intitolato Breve incontro con una storia d’amore non consumato se non con due baci dopo un corteggiamento reciproco fatto di parole intelligenti.

Cinema, vita, studi, lavoro, affetti, amore ogni momento della mia vita scorre dentro di me e ogni momento interferisce con gli altri.

Pensai che continuare la relazione con una donna che non amavo e non mi amava avrebbe fatto molto male a entrambi.

La persona pessima che manda in rovina pessumdat è a sua volta pessum itura, destinata alla rovina.

 

 

Bologna 29 aprile 2026 ore 11, 48 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2122032

Today451

Yesterday5792

This month75814

Last month79897

 

 

 


Ifigenia CLII. La nuova supplente, Lucia, mi piace assai. La notte di novembre sul mare. I doveri sono anche piaceri.


La nuova collega  ancora intentata, sicché da tentare, Lucia era giovane molto anche lei: aveva una decina di anni meno di me e tutto da imparare. Non era una bellezza ma si era costruita uno stile che la impreziosiva. Soprattutto aveva una forza espressiva che la distingueva in meglio da molte altre, compresa Ifigenia. Il suo aspetto mi ricordava quello delle donne di casa mia e la mia stessa facies. Una lepida moretta insomma.

Ifigenia si accorse subito che la guardavo con interesse e disse: “ti piace perché ti assomiglia: tu sei malato di narcisismo”. C’era qualcosa di vero. Aveva di speciale gli occhi grandi e lunghi, carichi di una luce densa e da decifrare. Il taglio delle palpebre era il mio preferito: finnico-mongolico.  

All’epoca commentavo l’Edipo re di Sofocle e iniziavo a leggere Thomas Mann. Studiavo molto soprattutto per impressionare la nuova apprendista che mi chiedeva spesso consigli su come interessare gli allievi. Avevo già allora un repertorio discreto e lo accrescevo, lo miglioravo ogni giorno.

Ifigenia intanto si demotivava sempre più rispetto alla scuola e a me stesso, nondimeno mi pesava addosso, come l’Etna su Encelado o Tifone, e tutte le volte che muovevo le membra stanche per liberarmi, colei preponderava tutta intera sul mio povero corpo oppresso, schiacciato dal suo

Ricordo una notte di fine novembre: solo nell’autostrada guidavo la bianca Volkswagen ancora ammaccata. Ero partito tardi dopo avere studiato La morte a Venezia per raccontarlo ai miei scolari e alla supplente Lucia. Sulla strada pioveva e c’era nebbia. “Novembre è il più crudele dei mesi-pensai-altro che aprile. Essere nato in uno di questi giorni privi di luce e di calore mi ha spinto ad amare il sole, le donne abbronzate, la vita variopinta”. Ascoltavo da un nastro il preludio del Guglielmo Tell di Rossini: mi sembrava la traduzione in musica di una galoppata trionfale. Mi infuse voglia di correre per arrivare a rinnovarmi.

“I beni-pensavo- arriveranno al momento giusto come accade ogni anno. La terra tornerà a essere luminosa e fiorita, poi giungerà l’estate nuda incoronata di spighe, magari anche Lucia verrà da me svestita a festa con il capo impreziosito da  qualche segno di supremazia  e mi renderà felice con una beatitudine superata di poco da quella divina”.

Quando arrivai a Pesaro, intorno alle due, andai subito a vedere il mare il cui desiderio a Bologna talora mi fa sgorgare le lacrime quando lo vedo al cinema.

Quella notte però non ritrovavo la costa edenica che avevo rimpianto negli ultimi mesi. Una bruma fredda spirata dalla valle del Foglia copriva quasi tutta la rena e si stava allungando, tenebrosamente, sul mare. Tuttavia appariva ancora, seppure intermittente, la luna che quella sera era piena ed era in grado di inviare sorrisi sporadici sulla distesa marina nelle cui increspature si immillava la luce.

Pensai a Helena la maxima domina mater et magistra: “tibi rident aequora ponti”, o piuttosto quelle del lago Balaton.

C’era una marea molto bassa, sicché camminando si poteva arrivare vicino agli scogli scabri della barriera senza bagnarsi. Quei macigni bianchi, coperti in parte di alghe verdi e mitili neri, mi fecero tornare in mente le rocce nude, i boschi e i prati della valle di Fassa quando al biancheggiare della luna appaiono nelle notti serene di primavera e tutt’intorno freme la vita che rinasce nel greto del fiume, nei miti declivi già coperti di erba, negli erti pendii dei boschi, e muove i primi passi incerti perfino nei dirupi scoscesi ancora chiazzati di neve.

Dopo qualche minuto andai a dormire speranzoso nella casa dove alloggiavo già da bambino, a pochi metri dal mare i cui aliti mi infondevano desiderio di grandi spazi  fin dai primi anni di vita.

 

Bologna 29  aprile 2026 ore 11,07 giovanni ghiselli

p. s.

Si avvicina l’estate che ci denuda, ci sveste a festa.

Cerco di recuperare la mia forma migliore: non voglio sfigurare. Pedalo in salita due volte al giorno. Anche  studiare e scrivere mi aiuta.

 Spero che da quanto scrivo possiate trarre qualche beneficio anche voi che mi leggete.

Un caro saluto e un  abbraccio

gianni.

Statistiche del blog

All time2121974

Today393

Yesterday5792

This month75756

Last month79897