sabato 4 luglio 2026

Sofocle quarta parte. Cambiamento dei ruoli di un personaggio, ironia tragica, legami di sangue più forti di quelli affettivi. Viceversa in Euripide.


 

 C’è poi l’ambiguità dei ruoli: Penteo nelle Baccanti prima è oppressore, poi vittima; Medea e la vecchia regina dell’Ecuba  prima sono vittime, poi diventano persecutrici e carnefici.

Lo spettatore prova uno “spostamento di simpatia” : “This bewildering shift of sympathy is common in Euripides. We have had it before in such plays as the Medea and Hecuba :oppression generates revenge, and the revenge becomes more horrible than the original oppression. In these plays the poet offers no solution. He gives us only the bitterness of life and the unspoken "tears that are in things”, questo sconcertante spostamento di simpatia è comune in Euripide. Noi lo abbiamo avuto prima[1] in opere come Medea ed Ecuba: l’oppressione genera vendetta, e la vendetta diventa più orribile dell’originaria oppressione. In queste opere il poeta non offre soluzione. Ci dà solo l’amarezza della vita e le non dette ‘lacrime che sono nelle cose’”[2].  

 

“Il poeta tragico non considerava sufficiente una lettura banale della realtà. Essa invece viene, nella tragedia, scoperta dal velo che la omologa a un giudizio univoco, e se ne mostrano recessi nascosti. Questo modo di porsi di fronte alle cose, che rigetta la convenzionalità dell’univoco e rivela una tensione che scardina la normale intelaiatura del reale, può essere considerato una costante del tragico in quanto tale: l’esasperazione della scrittura di Shakespeare e anche il sottile gioco dissacrante di Pirandello si inscrivono in questo quadro”[3].

 

L’ironia tragica è un’altra caratteristica sofoclea: chi pronuncia le parole intende dare loro un significato che arriva capovolto alle orecchie dello spettatore, come attraverso un'eco rovesciata

 “L'ironia tragica potrà consistere nel mostrare come nel corso dell'azione l'eroe si trovi letteralmente "preso in parola", una parola che si ritorce contro di lui arrecandogli l'amara esperienza del senso ch'egli si ostinava a non riconoscere[4]. Solamente al di sopra della testa dei personaggi si allaccia tra l'autore e lo spettatore un altro dialogo ove la lingua ricupera la sua capacità di comunicazione e per così dire la sua trasparenza. Ma ciò che il messaggio trasmette, quando è compreso, è appunto che nelle parole scambiate fra gli uomini esistono zone d'opacità e d'incomunicabilità. Nel momento in cui vede sulla scena i protagonisti aderire esclusivamente a un senso e, così acciecati, perdere se stessi o dilaniarsi a vicenda, lo spettatore è portato a comprendere che esistono in realtà due sensi possibili, o più. Il messaggio tragico gli diviene intelligibile nella misura in cui, strappato alle sue certezze e alle sue limitazioni antiche, egli riconosce l'ambiguità dei termini, dei valori, della condizione umana. Riconoscendo l'universo come conflittuale, aprendosi a una visione problematica del mondo, egli stesso si fa, attraverso lo spettacolo, coscienza tragica"[5].

 

Un tema fondamentale dei drammi di Sofocle è quello della forza dei legami di sangue.

Antigone fin dal primo verso[6] della “sua” tragedia sottolinea ed enfatizza questo vincolo che, a parer suo, è il più forte tra le persone, come chiarirà nel quarto episodio , dove spiega che un parente pur stretto come uno sposo, ma acquisito, una volta morto si può rimpiazzare, mentre un fratello, defunti i genitori, non è possibile che nasca di nuovo[7]

Questa è una delle non poche posizioni[8] che accomunano il nostro autore a Erodoto il quale (in III, 119, 3-6)  esprime il medesimo punto di vista attraverso la moglie di Intaferne: la donna, potendo salvare uno solo dei suoi familiari imprigionati dal grande re Dario, scelse il fratello con la medesima argomentazione della ragazza sofoclea.

 

Questa scelta costituisce uno degli aspetti dell'arcaismo di Sofocle, il quale, sostiene Hauser,"fin da principio sacrifica l'idea dello stato popolare democratico agli ideali dell'etica nobiliare; e, nella lotta fra il diritto familiare privato e il potere assoluto ed egualitario dello Stato, parteggia risolutamente per l'idea tribale"[9].

Il Nostro autore nuotò contro le onde della storia e delle mode culturali.  

 

 Diversa è la posizione di Euripide il quale nell'Oreste[10]   fa dire al protagonista, in lode dell'amicizia di Pilade:"acquistate amici, non solo parenti:/poiché chiunque collimi nel carattere, pur essendo un estraneo,/è un amico più caro ad aversi di mille consanguinei (murivwn kreivsswn oJmaivmwn ajndri; kekth`sqai fivlo~)"(vv. 804-806).

 

Si può pensare del resto che già nell'Alcesti [11] il drammaturgo più giovane rappresenta una sposa la quale sacrifica per il marito la propria vita dopo che il padre e la madre di lui si erano rifiutati di donargli la loro.

 

Plutarco nella Vita di Solone racconta che il legislatore ateniese permise a chi non aveva figli di lasciare in eredità i propri beni anche fuori dalla famiglia in quanto “filivan te suggeneiva~ ejtivmhse ma`llon kai; cavrin ajnavgkh~(21, 3), valutò l’amicizia più della parentela e l’affetto più dei vincoli di sangue. 

 

In conclusione  nei testi di Sofocle si trova un continuo zampillare di quelle gocce luminose che costituiscono la voce misteriosa degli oracoli e nello stesso tempo l'intimità della coscienza religiosa dell'uomo europeo, tanto che risuona analoga in autori lontani nel tempo e nello spazio. Essa si scontra con il pensiero antroponomo in una collisione tragica che tuttavia non esclude un ottimismo di fondo consistente in un assenso alla volontà divina la quale non può essere cattiva siccome permea questo mondo bello e sacro, rigoglioso di lauri, olivi e viti, allietato dal dolce canto degli usignoli numerosi in mezzo alla boscaglia di Colono, il demo natale del poeta.

 

E. Rohde, in Psiche scrive: Sofocle "è di quegli uomini molto pii ai quali basta d'intendere appena la volontà divina per sentirsi pervasi di reverenza, e che non hanno il bisogno di giustificare questa potente volontà dal punto di vista dei concetti umani di moralità e di bontà"(p.568).

La morale è misurata dalla religione mentre Euripide viceversa misura la religione con il metro della morale.

Bologna 4 luglio 2026 ore 17, 41 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Prima delle Baccanti Ndr.

[2] G. Murray, Euripides and his age, p. 187.

[3] V. Di Benedetto (introduzione di) Eschilo, Orestea, p. 9.

[4]Nell'Antigone , al v. 481, Creonte condanna la giovane che ha trasgredito "i novmoi  stabiliti". Verso la fine del dramma, al v. 1113, preoccupato per le minacce di Tiresia, egli giura di rispettare d'ora in poi "i novmoi  stabiliti". Ma, da una formula all'altra, novmos  ha mutato senso. Al v. 481, Creonte l'adopera come sinonimo di khvrugma, editto pubblico proclamato dal capo della città; al v. 1113, il termine ha ritrovato, in bocca a Creonte, il senso che Antigone gli dava all'inizio: legge religiosa, rituale funebre. 

[5]J. P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento in Mito e tragedia nell'antica Grecia , pp. 89-90.

[6] " w\ koino;n aujtavdelfon  jIsmhvnh~ kavra”, o capo davvero fraterno di Ismene, sangue mio.

[7] "Lo sposo, morto uno, ce ne sarebbe stato una altro per me,/e un figlio, da un altro uomo, se avessi perduto questo,/ma siccome il padre e la madre sono racchiusi nell'Ade,/non c'è fratello che possa sbocciare mai più” (Antigone, vv. 909-912). Sentiamo su questi versi celeberrimi il commento di Hegel:"Agli occhi della sorella, il fratello rappresenta in generale l'essenza quieta e uguale alla propria. La sorella si riconosce nel fratello in modo puro, senza la commistione di un rapporto naturale. Nella relazione fratello-sorella non sono date perciò l'indifferenza e l'accidentalità etica della singolarità. Qui, piuttosto, può affermare il proprio diritto il momento del Sé singolare  che riconosce e viene riconosciuto; questo Sé, infatti, è legato all'equilibrio del sangue e al rapporto estraneo al desiderio. Ecco perché per la sorella la perdita del fratello è insostituibile, e il suo dovere verso di lui è il dovere supremo" Hegel, Fenomenologia dello spirito ,  p. 33O.

 Nella commedia di Ibsen Il piccolo Eyolf (del 1895) il letterato Alfred Allmers dice alla presunta sorellastra Asta che l'amore fraterno "è il solo legame che sfugga alla legge della trasformazione" ( atto II).

[8]In primis  la venerazione dell'oracolo delfico e il rifiuto della tirannide.

[9]A. Hauser, Storia sociale dell'arte, vol. I, p. 122.

[10] Del 408 a. C.

[11] Del 438 a. C.


HELENA 3. Il congedo malsicuro. La meditazione e la preghiera innalzata al padre nostro che nei cieli sta. Chiunque Egli sia.

.

 

 

Helena ancora non mi aveva congedato, ma la mia situazione non migliorava. Non mi incoraggiava a dirle quanto di meglio avevo pensato sul nostro destino, non me ne dava l’occasione necessaria, di cui avevo bisogno per elevare il livello della nostra conversazione e alzarmi in volo con lei.

Sicché le dicevo che facevo l’insegnante di lettere nelle scuole medie senza nemmeno accennare a cosa significasse per me l’educazione dei ragazzini; poi aggiungevo che avevo letto dei libri buoni, senza nominarne alcuno né chiarire che cosa ci avevo trovato di bello.

Tanto meno osai dirle, forse neppure potevo immaginarlo, che un giorno avrei scritto di lei qualcosa di straordinario, anzi “cosa non detta in prosa mai né in rima”[1]. Ancora non potevo sapere che sarei stato nunzio agli uomini della storia grande e meravigliosa avvenuta tra noi.

Non riuscivo a meritarmi la sua attenzione con le parole poco significative che le dicevo, dato che non mi incoraggiava a parlare manifestando quello che sentivo per lei .

Helena mi guardava inesorabile con l’aria di chi pensa: “e a me cosa vuoi che importi di questo? In che modo mi riguarda?”.

Vedevo che il mio livello di conversazione e la mia stessa persona non la interessavano punto. Mi ascoltava e rispondeva alle domande non senza cortesia formale, però non mi domandava niente a sua volta, non rilanciava mai, tanto che per proseguire dovevo essere sempre io a riprendere l’iniziativa, e questo rendeva il mio parlare via via più imbarazzato e meno sicuro; a mano a mano che non mi chiedeva nulla, il mio eloquio diventava sempre più fiacco e incolore, il mio aspetto più insignificante e opaco.

La bella donna non aveva alcun interesse di sapere alcunché sul mio conto.

Non avevo detto nulla di interessante per lei e non significavo niente agli occhi suoi.

Alla fine mi fece una domanda che mi annientò: mi chiese se poteva tornare al tavolo dei suoi connazionali senza offendermi.

 

“Che cosa fai meravigliosa creatura, mi lasci?” pensai, e poi:

“Così mi annichilisci, altro che offendermi!”.

Il mio cuore pompava fiotti di sangue pallido. Mi sentivo come arenato nelle secche della sventura, chiuso in una sirte sabbiosa priva di sbocchi e soffocante.

Era l’ orribile  bassifondo dell’amore mancato, pieno di pianti e rimpianti, frequetato dalle  Forcidi canute, tre  vecchie vergini che hanno un occhio solo in comune, un solo dente, e a loro non volge mai lo sguardo il sole con i suoi raggi né la luna di notte

 .

I miei sentimenti da chiari e dritti si confondevano in un groviglio fitto e arruffato, i pensieri si sgretolavano in frammenti privi di ogni coesione.

“Ma forse non è quella gran donna che sembra”, cercai di consolarmi “E’ solo una delle tante. Se non vede il mio valore, non vale niente, chiunque ella sia”.

Le risposi: “Va bene: io ti saluto, se tu ti contenti” 2.

Il destino  non voleva che questa storia finisse così e mi fece venire in mente questa espressione letteraria trovata nell’ Asino d’oro di Machiavelli. La bella donna non mi rispose, sicché ripetei le parole di congedo recitandole con il tono della sprezzatura ironica per farle capire che non mi ero avvilito. Ne trassi una piccola rivalsa: Helena mi indirizzò uno sguardo di curiosità, quasi di meraviglia. Compresi che la via  delle citazioni stupefacenti era il metodo giusto, la strada  da seguire se volevo la sua attenzione.

 Quindi l’accompagnai al tavolo della sua gente senza chiederle se voleva ballare di nuovo più tardi, perché non mi sembrava il caso di riproporglielo. Temevo di cadere nel patetico ruolo dell’accattone implorando miseramente e stupidamente una proroga.

Comunque nel tornare dagli Italiani mi voltai per vederla ancora e notai che guardava nella mia direzione.

Forse  si chiedeva se, dopo avermi trattato con un certo distacco, quasi con supponenza, mi avrebbe visto mai più.

 Magari  potevo rifarmi. “La sorte è capricciosa, balzana, e fa salti imprevedibili, ma se il valore la imbriglia si lascia guidare”, pensai.

“La mamma talora indifferente o furente, le zie pretificate e autoritarie, la nonna agraria e imperiosa, le ho addomesticate tutte dopo i perentori comandi  subìti; con loro mi sono rifatto.

Mi lesinavano ogni cosa e ora mi permettono una vita meno misera, materialmente e mentalmente, di quella di tanti colleghi miei. E non sono riuscite a farmi rinnegare me stesso.

Quella finnica bella e fine sembra dotata di un potere benefico; ma allora, a maggior ragione, deve arrivare ad amarmi, a unirsi con la mia natura, non del tutto ignobile forse, non proprio fiacca, spero. Lei sembra una donna di grande formato e levatura; allora, in questo ambiente di giovani disordinati, di lazzaroni confusionari, di uomini senza colore e rassegnati alla mediocrità, di vecchi il cui essere è solo un essere stati, di teste svigorite, prive di coscienza o al massimo dotate di una semi coscienza obnubilata e crepuscolare, ebbene Helena, tra tutti costoro, dove può trovare un uomo, se non proprio in me? Se tutta la natura è imparentata con se stessa[3], questa femmina finnica mi è particolarmente congeniale.

Fallo sapere, annuncia che Gianni, diversamente da Pan, non è morto!”.

 

Così pensavo per rinfrancarmi.

Esageravo nel denigrare gli altri, facendone un mucchio deforme, un impasto tellurico, per mettermi su un altare accanto alla mia dea, quella che doveva rivelarsi quale magna mater, non mediterranea del resto ma iperborea. Madre anche del mio destino.

Invero l’università estiva di Debrecen ospitava giovani e meno giovani di qualità superiore alla media, una media per giunta che nei primi anni Settanta non era certo inferiore a quella dei decenni precedenti e successivi: allora tra le persone, soprattutto se dotate di educazione accademica, circolavano curiosità, cordialità, simpatia e facilità nei rapporti di amicizia e di amore. Conoscevano tutti il latino oltre l’inglese.

Solo i Francesi e Fulvio che al ginnasio aveva studiato il francese, restavano tagliati fuori dal conversare internazionale. La koinh; diavlekto~ europea, oramai quasi mondiale era diventata la lingua degli Inglesi.

 Si parlava retoricamente e pure politicamente, si cantavano in coro canzoni politiche piuttosto che le volgarità goliardiche nate dalla frustrazione sessuale.

Come usava nei primi anni Sessanta fino almeno alla metà di quel decennio .

Insomma l’ambiente dell’università estiva di Debrecen nell’insieme era bello e stimolante. Eros ci aveva radunati lì, in quel consesso festoso, perché gli facessimo onore non solo  ragionando d’ amore ma anche vivendolo.

C’erano diverse persone valide dalle quali potevo imparare. Soprattutto c’erano tante ragazze.

Ma in quei giorni avevo deciso che la magna mater et magistra, e l’amore, poteva essere solo lei, Helena. Era lei il mio “compito difficile”, quello che viene assegnato all’eroe nei miti e nelle favole belle che mi illudevano fin dall’infanzia. E mi illudono ancora. 

Consideravo che c’era un mese davanti a noi e tante altre feste: varie occasioni per avvicinarla. Sì, perché guardandomi in giro, avevo già visto che se la mancavo quell’Elena lì, nessun’altra mi avrebbe mai più compensato di tale fallimento. Certamente non in questa vita e probabilmente nemmeno nelle prossime se ci saranno.

“Grandissima donna spirituale o pneumatica”-pensavo- quella sera senza ironia. “Bella, fine, sublime, predestinata a me ab aeterno.

La sua anima non è come quella dei maiali e di tanti che sembrano uomini”.

 

Avevo imparato non ricordo da quale filosofo, forse lo stoico Cleante, che i porci hanno l’anima (e[cein th;n yuchvn) invece del sale (ajnq  j aJlw`n), solo perché non imputridiscano le loro carni, escrescenze di corpaccioni pigrissimi, come le pance adipose di certi otri ambulanti che appaiono in brutte sembianze appena umane.

 

“Voglio farmi tornare in mente le cose interessanti che ho pensato e raccontargliele - premeditavo ancora - devo impressionarla, vincere la sua ritrosìa. Dare spettacolo con le parole, come ho imparato dalle tragedie greche, da Seneca e dai  drammi di Shakespeare. Trovare frasi brevi ma piene di bellezza e di forza.

Il mio eloquio deve scaturire dall’energia della mia vita, dal desiderio che sento per quella donna che mi fa soffrire e sperare. Da quello che dirò dovranno sprigionarsi fulmini profumati che incantino quella creatura e spezzino tutte le sue resistenze, ogni chiusura frapposta al mio bisogno di lei.

 L’importante è non attenuare la cupido, né degradarla rivolgendola a un’altra: ‘fac tantum cupias, sponte disertus eris’[4]. Ovidio, maestro e amico.

Devo evitare però espressioni concitate, sguardi affamati, sorrisi disperati.

Ora devo pregare.

Dammela, Dio, dammela. Cosa ti costa? Non l’hai creata tu stesso, con le tue mani, così bella e fine apposta per me? Per chi se no? Dio, se me la dai, te ne sarò grato per sempre; sempre crederò in te, e celebrerò il tuo nume ogni due giorni, anzi tutti i giorni che vorrai regalarmi, Dio buono. Il mio altare sarà pieno di offerte per te almeno dodici volte all’anno .

Se non me la dai, invece, potrei degradarmi, bestemmiare, ingrassare, e andare con la nera Volkswagen scoperta, sul lungomare di Rimini, a insultare le puttane e i bagnini,  ubriaco e ruttando freneticamente fiato puzzolente di cavolo e di formaggio rancido.

Dicevo a me stesso: “Pochi mesi fa in caserma, per disperazione mangiasti, poco prima della cena a base di pasta asciutta, una mezza pagnotta di pane nero, un intero salame e ti scolasti un bottiglione di birra nera, spessa, inebriante”.

“Prelibatezze” che mi aveva fatto arrivare sottobanco mia sorella, per compassione. Pensava che mi tirassero su. Invece ingrassavo diventando deforme, ogni giorno di più.

 Questo magari no, non lo farò più in nessun caso. Ingrassare sia il vetitum maximum, il tabù principale.

 Bestemmiare pure è vietato, poiché infamare gli dèi è odiosa sapienza[5].

Se ti rispetto, Dio santo, minore è la colpa meivwn aijtiva. Però dammela Dio, tu che mi hai aperto anzi tempo[6] le porte del carcere cieco della caserma dove mi facevano lavare i piatti di giorno e stare sveglio davanti al muro di cinta con il fucile scarico in spalla quasi tutte le notti perché, mentre facevo il CAR avanzato, avevo detto a un commilitone, tal Gariboldi, di essere comunista e che mi dispiaceva militare in un esercito che non era al servizio del popolo bensì fungeva da cane da guardia della borghesia. L’infame prima sorrise, poi riferì al capitano.

Sicché mi sequestrarono i libri sui quali preparavo il concorso e mi trasferirono immediatamente nella caserma dei riottosi, quella degli “sciacquini” in via Carlo Marx.

Ma tu, dio della giustizia, dio dell’amore, mi hai salvato con un anno di anticipo, il 15 maggio scorso. Sotto nobili gioie anche la pena gravida di rinascente rancore, muore, finalmente domata. Come scrisse qualcuno, Pindaro forse. Dopo quei cento giorni di morte civile e sessuale voglio ribattezzarmi negli umori santi di Helena, la sua saliva e gli altri balsami beati di quella donna.  

 Ora rendimi interessante, mio dio, agli occhi di questa femmina finnica una femmina umana di grande formato!

La sua sostanza è il modello di tutte quelle modellate con arte: ha la bellezza di Afrodite, la mente di Themi, la favella di Atena. Ogni sua movenza è dotata di misura e di ragione, come i movimenti del sole”.

 

 Così pregai, con franchezza, senza ironia che non si addice a chi ama.

Dio mi guidò, Dio mi esaudì. Del resto le mie divinità qui sulla terra sono state, volta per volta, le donne, le femmine umane che ho amato sempre e, nei secoli dei secoli, sempre amerò. Portano significazione di gioia, di angeli che annunciano il paradiso terrestre.

 

Note

[1] L. Ariosto, Orlando furioso I, 2, 2.

 

2     Cfr. Machiavelli, L’asino d’oro, VIII capitolo.

 

[3] Cfr. Platone: "a{te ga; r th'" fuvsew" aJpavsh" suggenou'" ou[sh" ", Menone, 81d.

 

[4] Ars Amatoria I, 608, pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo.

 

[5] Cfr. Pindaro, Olimpica IX:ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva” (vv. 37-38) .

 

[6] Il mio servizio militare è durato un centinaio di giorni: poco più di tre mesi invece di 15. Lo interpretai come il segno di un destino buono. Più tardi lessi queste parole in un Saggio autobiografico di T. Mann, e me ne compiacqui: “Dovevo fare il mio anno di servizio militare che però si ridusse a tre mesi (…) Il medico curante di mia madre conosceva l’ufficiale medico competente”. Il mio salvatore fu inviato da un collega di Bassano del Grappa amico di Danilo cui avevo scritto che ero in pericolo.

  

 

 

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 4  luglio  2026 ore 16, 49 giovanni ghiselli

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