lunedì 6 luglio 2026

Elena quindicesima parte. La mossa da partita a scacchi con Helena. I fescennini sfacciati con gli amici maschi.


Risposi: “ fa parte del bene tutto quanto favorisce la vita. Il male, viceversa è ciò che la danneggia”. Poi feci delle aggiunte.

“Volglio insegnare ai ragazzini anche il coraggio di confutare i luoghi comuni privi di fondamento razionale e reale. Cerco sempre di capire, di imparare, di fare tante cose, ma la meta più alta, il bersaglio sublime della mia ricerca sei tu, Helena, la donna che un demone buono mi ha fatto incontrare inopinata, come un segno del cielo, misteriosa e meravigliosa, qui nella grande foresta al confine della grande pianura ungherese. Voglio scoprire il significato dell’enigma incarnato te”.

La bella donna aveva sul volto un sorriso calmo, di soddisfazione.

Quella sera di luglio, nella foresta di Debrecen, a un tratto Helena disse che stava imparando ad amarmi. Stavo per impazzire di gioia eppure, invece di baciarle le mani benedicendola, ebbro e frenetico di gratitudine, ricorsi a un’astuzia indegna dell’uomo che mi proponevo di sviluppare in me stesso, una mossa scacchistica di cui avevo già sperimentato l’efficacia in passato.

“Perfino con il tuo angelo? Quale demone infernale sei tu?” domanderai lettore. Ti rispondo che fino a quando non facevo calcoli prendevo fregature e bastonature da tutte le parti. E’ pur vero che Elena non meritava artifici.

Tuttavia calcolai che mi conveniva dissimulare la felicità che poteva stordirmi e spingermi a tentare un affondo che magari lei si aspettava, ma dal quale poteva sottrarsi ancora gettandomi nella disperazione.

Rapidamente decisi che avrei sferrato l’attacco (1) finale in un momento in cui l’amabile donna fosse ancora più intenerita e priva oramai di ogni remora o scrupolo ritardante. Decisi di essere io quello che procrastinava, l’accorto cunctator della lotta amorosa. Per l’affondo risolutivo non era ancora giunto il momento. Sarebbe arrivato presto.

Dopo avere detto un paio di frasi generiche, quasi insignificanti, conclusi dando un’occhiata all’orologio e notando che oramai si era fatto tardi, che il giorno dopo c’era lezione e, dunque, si doveva tornare in collegio. Quindi mi alzai, quasi di scatto, dalla panchina dove ci eravamo seduti. In realtà non era  tardi:  sì e no, mezzanotte, l’aria era ancora calda, il cielo sereno, e comunque durante il mese “debrezino” di studio-vacanza, ma più vacanza che studio, non era abitudine mia né dei miei amici andare a letto prima delle due. Allora non provavo il bisogno urgente di studiare per imparare, una libido che sentirò più tardi e indirizzerò in non piccola parte sullo scrivere ancora più tardi, quando sarò arrivato all’accumulo dell’erudizione, del to; sofovn, il sapere neutro che è un qualche sapere sì, ma non è la sapienza e non sa di vita, non crea la vita come invece fa sofiva, la sapienza che è femminile (2) .  Ora, alla resa dei conti, posso dire che ho imparato dalle mie amanti, amandole e scrivendo di loro, Helena in primis, più che dai libri i quali pure mi hanno istruito e formato non poco.

Oso addirittura affermare che i libri buoni mi hanno aiutato prima a trovare le amanti migliori poi a scrivere.

 Le parole  me le hanno insegnate gli autori, ma la vita l’ho appresa e l’ho presa dalle donne, le donne mie benedette che Dio le rimeriti.

Rientrato in collegio, rimasi alzato a scherzare giovanilmente con Claudio, tornato soddisfatto dalla festa nel giardino dei crapuloni, e con Alfredo, contorto e lascivo, reduce dall’avere “puntato” non so quante Russe. Andava facendo la questua di un poco di sesso: “Qui a Debrecen - diceva - dovrebbero darci vittu (3) e alloggio, ma io finora ho avuto solo l’alloggio e muoio di fame”.

 E Fulvio, il caro amico di Parma commentava: “Eh, che voglia di brugna!”

Talora ritardavamo il primo sonno fino al biancheggiare del cielo con l’alba che a Debrecen in luglio si fa vedere verso le tre.

Spesso la gioventù non conosce la giusta misura.

A volte i miei contubernali facevano irruzione nelle docce delle femmine russe che, molestate, strillavano a squarciagola, tutte nude.

Allora quei malviventi fuggivano, poi, finita la mattana, venivano a raccontare. Io non partecipavo a tali ioci inconditi, buffonate bizzarre e porcate obbrobriose, anzi li disapprovavo con  le  donne dicendo  che sentivo disgusto profondo e vergogna di tali contubernali e della loro  oscena giocosità; aggiungevo quasi compunto che i miei scherzi, quando mi va di farli, sono molto seri, ma in verità, arrivata la notte, mi spogliavo di tali paramenti gesuitici, gettavo la pianeta alle ortiche, e  ascoltavo assai divertito il resoconto fatto da quei lazzaroni e magari chiedevo di conoscerne tutti i dettagli peggiori. E in cuor mio auspicavo che simili scherzi continuassero, anche per riderne e sentirmi superiore ai bizzarri molestatori delle femmine russe.

Ero già troppo vecchio per partecipare a quei giochi insolenti, ed ero troppo giovane per assumere il ruolo di accigliato censore davanti agli amici.

Aspettando l’amore, posavo a pensatore di giorno e sghignazzavo sulle porcate notturne. Istrione e gesuita.

A volte, finiti gli scherzi e il loro resoconto, ai primi albori, partivamo dal collegio per andare a Hortobágy, sul ponte di nove arcate, a vedere il sole sorgere sopra la grande pianura.

Eravamo in una decina: una carnevalesca processione di satiri ebbri e sileni panciuti talora accompagnati da menadi più o meno frenetiche.

Quella sera non andammo sulla puszta ma, tra una risata e l’altra, facemmo comunque le tre. Avevo giocato o “mistificato”, come si diceva all’epoca, con l’angelo mio dicendole diverse ore prima che avevo premura di andare a dormire.

Non avevo la forza di essere me stesso fino in fondo, di diventare quello che sono, accettando il mio vero volto, in quanto non ero ancora convinto che nessuna maschera avrebbe potuto renderlo più bello. Finiti i lazzi più o meno osceni con Claudio e Alfredo, fescennini obbrobriosi non privi di battute pesanti sulle donne presenti in quell’oasi felice di amore e di studio, meno studio che amore, andai a sedermi sul grande tavolo della stanza compresa tra le due camere a quattro letti, e scrissi che volevo fare l’amore con Helena impiegando tutte le forze dell’anima mia. Un’anima dissociata evidentemente. Nel salutarmi mestamente lei mi aveva detto che i suoi dolori di ventre si erano acuiti: perciò il giorno dopo sarebbe andata alla clinica delle donne “pregnanti e malate”. Tale scritta campeggiava sul frontone dell’edificio compreso nel complesso ospedaliero.

Allora, commosso e un poco pentito del mio calcolare, le avevo detto: “Conta su di me per qualsiasi cosa tesoro: in qualunque momento tu abbia bisogno di aiuto, io ci sarò”.

In quel momento mi era apparsa piccola, indifesa, bisognosa, e avevo sentito per lei una sollecitudine autentica, piena, disinteressata. Mi ero ricordato di essere un uomo, non un buffone né un saltimbanco dell’amore (4) .

Quella femmina umana che si fidava di me, era anche mia figlia, e questo completava il sentimento d’amore che la figura quasi materna  mi aveva già ispirato.

Prima di andare a dormire, scrissi queste parole: “Helena mi piace come mai prima nessuna. Mi piace non meno di mia madre. Mi piace più parlare con lei che fare casino con Fulvio, Claudio e Alfredo. Mi piace perché è una mamma affettuosa e intelligente, è una sorella splendida, è una figlia adorata. Domani faremo l’amore, ne sono sicuro”.

Mi affacciai alla finestra, completamente dimentico dei compagnoni dell’allegra brigata che ora  ricordo con nostalgia. L’aurora già scioglieva la nera notte e tingeva di rosa tutto l’oriente. Brillava la rugiada sui prati alla  luce che risorgeva.

Tutta la vita del bosco ricominciava con un sorriso.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato

 

Note

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 (1) Eros, Amore, è spesso associato a Eris, la Contesa.

 (2) Cfr. "to; sofo;n d j ouj sofiva" (Euripide, Baccanti, v. 395) , il sapere non è sapienza.

 (3) Parola finlandese che significa vagina, vulgo “fica”.

 (4) Cfr. "Non mihi mille placent, non sum desultor amoris" (Ovidio, Amores I, 3, 15) a me non ne piacciono mille, non sono un saltimbaco dell'amore.

 

Bologna 6 luglio  2026  ore 18, 07 giovanni ghiselli

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Sofocle sesta parte le Trachinie.


 

Ora presento alcuni aspetti delle Trachinie [1], la tragedia della moglie che, trascurata e vilipesa, prova a difendersi con un rimedio letale per il marito fedifrago e per se stessa. 

Deianira entra in scena nelle Trachinie  dicendo:" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva" (vv. 1-3)

 

 La Nutrice della donna afferma addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più: infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi[2].

Nelle Trachinie  di Sofocle Deianira è la moglie infelice, sposa dell'infedele Eracle.

Sin da ragazza, quando abitava con il padre, ebbe una dolorosissima paura delle nozze (v. 7-8). Infatti ricorda:"Mnhsth;r ga;r  h\n moi potamov",  jAcelw'/on levgw" (v. 9), il mio pretendente era un fiume, dico l'Acheloo. Insomma era corteggiata da un mostro.

 

 "Deianira appartiene ancora, in qualche modo, al regno dei mostri: è stata richiesta in sposa da uno di essi, desiderata da un altro[3], che l'ha toccata, che si confida con lei e ne fa una sua complice.

E nella lotta contro Acheloo, Eracle ha fattezze ferine. Da questo bestiario, che ha conservato in sé come orrore e come fremito, Deianira non potrà uscire"[4].

La lotta da cui Eracle esce vincente è un fragore di mani, di archi di corna taurine insieme confuse (Trachinie , vv. 517-518).

 

La Deianira delle Heroides[5] di Ovidio,  lontana da Eracle occupato a inseguire  terribili fiere,  è ossessionata dal pensiero dei mostri con i quali il marito deve lottare:"inter serpentes aprosque avidosque leones/iactor et haesuros terna per ora canes " (IX, 39-40), mi aggiro tra serpenti e cinghiali e leoni bramosi, e cani[6] pronti ad attaccarsi con tre bocche. Senza contare gli amori con le straniere:"  peregrinos addis amores "(v. 49) 

"Chi lotta coi mostri deve guardarsi dal diventare un mostro anche lui. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te"[7].

  

All'inizio del dramma di Sofocle, la moglie lasciata sola, a Trachis, in Tessaglia, per quindici mesi lamenta l'assenteismo coniugale di Eracle il quale, come eroe, è impegnatissimo, ma come marito si comporta alla pari di un colono che, avendo preso un campo lontano (a[rouran e[ktopon labwvn, v. 32) va a vederlo solo un paio di volte all'anno, una quando semina e una quando miete:"speivrwn movnon prosei'de kajxamw'n[8] a{pax" (v.33).

 

La donna trascurata dunque si identifica con il campo[9]; può essere interessante notare che Pascoli in Lavandare di Myricae usa un simbolismo diverso: l'abbandonata paragona se stessa a "un aratro senza buoi" che resta "nel campo mezzo grigio e mezzo nero" e "pare/dimenticato, tra il vapor leggiero". Anche qui un uomo si è dileguato lasciando la donna sola e desolata:"quando partisti, come son rimasta!/come l'aratro in mezzo alla maggese".

 

In letteratura  è ricorrente l'identificazione della donna con il campo arato da una parte e dell'uomo con il seminatore-aratore dall'altra: un tovpo" dunque che Pascoli ha utilizzato ribaltandone i termini.

 

 Pure Eracle dunque è stato un pretendente (mnhsthvr)  mostro almeno dal punto di vista mentale, poiché ha dimenticato Deianira. Il mnhsthvr compiuto infatti deve essere dotato di memoria, mnhvmh , che deriva dalla medesima radice mnh-/mna , come pure mnavomai, "penso", e  quindi il pretendente non può scordare la donna che corteggia, mentre l'eroe della stirpe dorica utilizza la sua femmina come animale riproduttivo, anzi come a[roura, terra arabile , quindi la dimentica.

 Pure Teseo è immemor [10]  di Arianna nel carme 64 (v. 58) di Catullo e deve pagare cara la sua smemoratezza.

 

 Bettini fa notare che sussiste un segreto legame "fra amnesia da un lato, e morte dall'altro". Quindi fa l'esempio di Orfeo-Euridice e quello di Teseo-Arianna.

"Quando Orfeo, uscendo dagli Inferi, si volge a guardare verso Euridice, violando così la prescrizione di Proserpina, egli viene sopraffatto proprio da un accesso di amnesia (immemor[11]). In quel preciso momento si ode per tre volte rimbombare il lago Averno, ed Euridice è nuovamente inghiottita dal regno degli inferi.

La dimenticanza di Orfeo ha chiamato la morte dell'amata. E' come se Orfeo, dimenticando, avesse resuscitato la condizione di perenne oblio in cui Euridice giaceva fino al momento della sua insperata liberazione.

Anche il racconto di Arianna abbandonata esplora, nel finale, la medesima connessione simbolica fra amnesia e morte. Ormai sopraffatta dalla sua disgrazia, la fanciulla chiede alle Eumenidi che, con la medesima mens con cui Teseo l'ha lasciata sull'isola deserta, il giovane funesti anche se stesso e i suoi[12]. Oscure minacce di una donna tradita e prossima alla fine.

Ma qual era mai questa mens, lo "stato d'animo" con cui Teseo l'aveva abbandonata? L'oblio, la facile dimenticanza del traditore[13]. Per questo sarà ancora la dimenticanza a provocare la morte del vecchio Egeo, padre dell'eroe. Costui aveva infatti chiesto al figlio di issare al suo ritorno la vela bianca, come segno del successo dell'impresa e dello scampato pericolo. Ma Teseo, che fino a quel momento aveva ricordato tutto ciò constanti mente, con "solida memoria", adesso ha la mens "avvolta da cieca caligine" e oblito (…) pectore, "dimentico nell'animo" di issare la bianca vela, povoca così la morte del vecchio, che si lascia cadere giù dalle rupi[14]. Di nuovo amnesia e morte si richiamano tra loro"[15].

 

La Deianira  di Sofocle  distingue la condizione della ragazza che nelle gioie solleva una vita senza fatica ( "hJdonai'" a[mocqon ejxaivrei bivon", v. 147), dalla donna sposata, quell'essere infelice che stiamo trattando, che nelle notti si carica di affanni temendo per il marito o per i figli ("  [htoi pro;" ajndro;" h]  tevknwn foboumevnh " , v. 150). Infatti, dormendo sola nel letto coniugale, questa moglie desolata balza su dal sonno in preda alla paura, tremante per il terrore (vv. 175-176).

 

Nella Parodo, il Coro prega Elio, perché annunzi dove si trovi Eracle, invocandolo con queste parole "kratisteuvwn kat j o[mma" (v. 102), tu che superi tutti con il tuo sguardo, che lo scoliaste  interpreta:" w\ nikw'n pavnta" tou;" qeou;" kata; to; ojptikovn", tu che vinci tutti gli dèi nel potere visivo. E’ una delle tante espressioni del culto del sole[16].

 

Nel secondo episodio Deianira esprime un desiderio:"kaka;" de; tovlma"  mhvt j ejpistaivmhn ejgwv-mhvt' ejkmavqoimi, tav" te tolmwvsa" stugw' " (vv.582-583), audacie cattive non vorrei conoscerle, né impararle, le temerarie hanno il mio odio.

Ella tuttavia pensa al chitone intriso del sangue di Nesso che dovrebbe restituirle l'amore di Eracle. Questo presunto rimedio è l'extrema ratio per sottrarre il marito alla giovane, e vincente, rivale Iole con la quale la sposa matura deve condividere il letto in attesa di un abbraccio (vv. 539-540). Deianira esasperata ricorre a tale audacia poiché ha paura:" vedo una gioventù che procede avanti, e una che tramonta-   oJrw` ga;r h{bhn th;n me;n e[rpousan provsw //// th;n dev fqivnousan- : da quella l'occhio ama cogliere il fiore, da questa ritira il piede. Io temo dunque che Eracle sia chiamato sposo mio, ma l'uomo della più giovane (vv. 547-551).

Deianira oramai “era un fiore di ieri”[17].

 

Il Coro di  donne di Trachis si augura di veder giungere Eracle panivvvvmero"  (v. 660) pieno di desiderio grazie all'unzione ricevuta dalla tunica letale ma creduta benefica.

Comunque le audacie cattive non pagano: Deianira si uccide ed Eracle muore straziato dal dono funesto.

“La cultura razionalistica viene a contatto con la cultura magico-primitiva e ne resta soccombente (Deianira nelle Trachinie di Sofocle)”[18].

 

 Voglio evidenziare alcuni particolari topici che possono colpire lo studente, o lo spettatore del dramma. Il primo è che  

i mostri non muoiono mai del tutto; spesso anche dopo essere morti uccidono i vivi.

 

Se ne accorge Eracle quando muore per la tunica di Nesso:"ora quella belva, il Centauro, come era stato predetto, così ha  ammazzato, da morto, me vivo- zw`ntav m j e[teine qanwvn- " (Trachinie, vv. 1162-1163).

 

Un locus analogo si trova nell’Oedipus di Seneca dove Tebe soffre il flagello della peste, pur dopo la sconfitta della Sfinge: “Ille, ille dirus callidi monstri cinis/in nos rebellat; illa nunc Thebas lues/perempta perdit " (vv. 106-108), proprio quella cenere tremenda del mostro scaltro riprende la guerra contro di noi: ora quella peste ammazzata uccide Tebe, lamenta Edipo mentre Giocasta cerca di incoraggiarlo.

 

Altro tovpo~ : la luce del sole significa salvezza: ebbene  un raggio solare  distrugge il bioccolo che, intriso di veleno, ha attoscato la tunica mandata in dono a Eracle da Deianira  (Trachinie, vv. 697 sgg.). Il sole disfa le cose cattive.

 

A questo proposito leggiamo i primi cinque versi dell’Oedipus: “Iam nocte Titan dubius expulsa redit,/et nube moestum squalida exoritur iubar, /lumenque flamma triste luctifica gerens/prospiciet avida peste solatas domos,/stragemque, quam nox fecit, ostendet dies " (vv. 1-5), già, cacciata la notte, torna un Titano incerto, e il suo splendore spunta cupo da una nuvola sporca, e, portando una luce afflitta con fiamma luttuosa, osserverà le case desolate dall'avida peste, e la strage che la notte ha compiuto la farà vedere il giorno.

 Il sole incerto dallo splendore cupo (moestum iubar), la luce afflitta (lumen triste) e la fiamma luttuosa (flamma luctifica) significa il capovolgimento della natura. La luce che vivifica e rallegra è capovolta a fiaccola mortuaria che mette in mostra una strage.

 

Infine metto in rilievo un aspetto nobile dell’umanità  dolente di Deianira la quale prova una compassione piena di spavento (oi\kto~ deinov" , v. 298) vedendo le ragazze di Ecalia portate schiave da Eracle e pensando ai mutamenti della sorte, anche della propria, certo, ma quella che suscita in lei la pietà più grande è la splendidissima Iole poiché le sembra l'unica che abbia coscienza del suo stato (vv. 311-312).

 

Anche Odisseo nell'Aiace prova compassione davanti alla rovina del nemico poiché l'eroe impazzito  è aggiogato da un cattivo acciecamento, e perché il suo destino fa pensare a quello di tutti noi viventi, che siamo solo fantasmi o muta ombra (vv. 121-126).

 

Quesiti su Sofocle

1 Commenta il v. 398 dell’Edipo re: gnwvmh/ kurhvsa~

 

2 Da quale caduta è causata la zoppia del tiranno?

 

3 Commenta questi versi del secondo stasimo dell’Edipo re :"Se infatti tali azioni sono onorate,/ perché devo eseguire la danza sacra?" (vv.895-896).

 

4 Commenta questi  versi del secondo stasimo dell’Edipo re:"La prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/se è riempita invano di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa.. dove non si avvale di valido piede (vv. 873-878).

 

5 Quale difetto accomuna Sofocle e Pindaro secondo l’Anonimo Sul sublime ?

 

6 Per quale pregio Sofocle è superiore a Shakespeare  secondo Nietzsche?

 

7 Fai un esempio di ambiguità delle parole di Sofocle.

 

8 In che cosa consiste l’ironia tragica sofoclea?

 

9 Indica uno o più aspetti dell’arcaismo di Sofocle.

 

11 Commenta il v. 523 dell’Antigone: “ou[toi sunevcqein, ajlla; sumfilei`n e[fun”, Certamente non sono nata per condividere l'odio ma l'amore".

 

 

12 Commenta l’incipit delle Trachinie :" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva" (vv. 1-3). 

 

13 Quali conseguenze può avere il contatto prolungato con i mostri?

 

Bologna 6 luglio 2026 ore 17, 35 giovanni ghiselli

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[1] Databile fra il 438 e il 429

[2] Cfr. la scheda Imprevedibilità della vita umana situata dopo il v. 1417 della Medea.

 

[3] Il centauro Nesso.

[4]U. Albini, Interpretazioni teatrali , Le Monnier, Firenze, 1972, p. 59.

[5]Sono  lettere d'amore. in distici elegiaci,di donne amanti di eroi, e altre  lettere di uomini a donne del mito con le risposte. Il primo gruppo ( epistole I-XV) uscì secondo alcuni attorno al 15 a. C. ,  fra la prima (20a. C.) e la seconda edizione degli Amores  (1 a. C.). Altri abbassano la data fino al 5 a. C.  Il secondo gruppo di epistole doppie ( XVI-XXI) fu composto poco prima dell'esilio (tra il 4 e l'8 d. C.). Il metro è il distico elegiaco.

[6]Come Cerbero, il cane di Ades, dal ringhio metallico.

[7] Nietzsche, Di là dal bene e dal male  (del 1875),  p. 94.

[8] Crasi di kai; ejxamw'n.

[9] Cfr. n. al v. 563, p. 307.

[10] "La radice deriva dall'indoeuropeo *mn- che ha dato come esito in greco mna->mnh-, in latino men-… Nel verbo mimnhvskw la radice mnh- presenta raddoppiamento" (G. Ugolini, Lexis, p. 315:

[11] Virgilio, Georgica, 4, 488 sgg.

[12] Catullo, Carmina, 64, 200 sgg.

[13] Cfr. v. 248:"qualem Minoidi luctum/obtulerat mente immemori".

[14] Ibid., vv. 208 sgg.

[15] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 35.

[16] Cfr. la scheda successiva al v. 352 della Medea.

[17] G. G. Márquez, L’amore ai tempi del colera, p. 213.

[18] V. Di Benedetto (introduzione di) Eschilo, Orestea, p. 12.