L’Acropoli,
il museo nazionale, capo Sunio,
Brauron. Ifigenia, Elena, Menelao e
Paride. “Madamina, il catalogo è questo”.
La mattina seguente salimmo sull’Acropoli dove non ci
fermammo a lungo perché il Museo era chiuso e Ifigenia aveva paura di rimanere
sotto il cielo siccome aveva sentito dire da una barista vaga di ciance che
sulla collina grava perpetuamente una nuvola tossica foriera di malattie
mortali. Probabilmente tale chiacchiera veniva messa in giro dai commercianti
della Plaka situata sotto l’Acropoli perché i turisti non salissero su quel colle
avvelenato e rimanessero nel grande mercato
sottostante a comprare con vantaggio di chi vendeva ogni cosa. Ma
Ifigenia diede cieca fiducia all’incontrollabile voce. Probabilmente sentiva
qualche cosa di malato e cattivo dentro di sé e lo proiettava nell’aria, su
fino al cielo. Del resto il pur mirabile Partenone non ci commosse quanto
Delfi, né quanto Micene e Olimpia visitati l’anno precedente dopo il soggiorno
con Fulvio a Debrecen.
Non sentimmo il divino come in quei luoghi sacri: il
tempio più grande di Atene ci apparve costruito mirabilmente per suscitare meraviglia anche terrena e con
un fine politico se vogliamo: mettere in mostra la grande potenza della città
esemplare : apparire la signora oltre
che la scuola dell’Ellade ai nemici e ai
federati asserviti e taglieggiati.
Del resto
nell’Atene di Pericle la politica entrava dappertutto, come in Italia nel 1968
e per alcuni anni successivi: i più interessanti nelle vite dei giovani della
mia generazione nata in un mondo sconvolto dalla guerra risolta da un
ordigno inaudito, più letale di tutti i precedenti e ancora più
abominoso degli altri. E’ imitatio
diaboli e dovrebbe essere bandito, non sbandierato da alcuni e vietato solo
agli Stati canaglia. La canaglia più letale ha i denti atomici.
Quindi andammo al Museo Nazionale dove ci piacque
sopra tutto lo Zeus dell’Artemision: in quella statua di bronzo vedemmo e ci
commosse l’idea del divino rappresentata non astrattamente ma attraverso la
forma umana còlta nei suoi aspetti migliori: la forza consapevole, la nobile
semplicità, la calma sicura dove si manifesta una bellezza serena che non
appassisce con il volgere delle stagioni, anzi acquista nuovo vigore siccome
incarna una potenza mentale sempre più
cosciente di sé, un equilibrio sicuro, un’armonia tra le parti del corpo e quelle dell’anima sintonizzate tra loro.
“Anche io come
questo maestro-dissi- vorrei trovare e rappresentare in immagini chiare,
luminose, il significato esemplare delle
tue belle membra, del nostro amore, e del piacere tanto corporeo quanto mentale
che ne traemmo”.
Ifigenia in quel momento gioì del proposito mio.
Nel pomeriggio ci recammo a Capo Sunio per vedere il
tempio di Poseidone e pregare il dio alzando
al cielo le braccia quali supplici devoti.
Per tornare ad Atene cambiammo strada e giungemmo a
Brauron.
Ricordai che l’Ifigenia
di Euripide dopo la Tauride avrebbe custodito
le chiavi del tempio di Artemide nelle sacre praterie di Brauron.
Lì poi sarebbe
morta e sarebbe rimasta per sempre la figlia di Agamennone. “Riceverai
ornamento dei pepli e i tessuti che le donne morte di parto lasciano nelle loro
case”. Questo le preannuncia la dea Atena ex machina nell’esodo
della tragedia sciogliendo i nodi intricati della trama insolubili da menti
umane.
Ma Ifigenia in carne e ossa, brutta o bella copia che
fosse della fanciulla Pelopide, non gradì questo mio sfoggio e tanto meno di
venire accostata a una ragazza che prima era stata designata dal padre quale vittima del sacrificio poi venne relegata tra
i barbari, e infine destinata alla custodia di un tempio.
Disse di non essere tagliata per quella parte: si
sentiva piuttosto simile a Elena, più
donna, più bella, più libera, tanto che aveva piantato il re suo marito per
seguire un principe di passaggio che le piaceva di più. Avevano sbagliato nel
darle il nome di una fanciulla disgraziata dunque.
Le risposi che dai genitori prendiamo quasi tutto: la
vita, l’aspetto e la malattia che ci
ucciderà.
Quindi le domandai: “E adesso dov’è Menelao il tuo
biondo marito? ”
Speravo di non essere io, anche perché non sono biondo, tanto meno
marito.
“Non c’è-rispose-Adesso sto bene con te Pavri" gunaimanhvv"”.
Fui contento di questo. L’epiteto di donnaiolo secondo
me è onorifico anche se in casa mia chiamavano “quella fogna” ogni uomo scapolo
che corteggiava le donne. Speravano di darmi un contro- modello.
Volevano indurmi a
sposare “una brava collega”, invece il mio modello era don Giovanni e da
ragazzo giurai: “se non saranno 1003, devo arrivare almeno a cinquanta”.
Lo raccontai a Ifigenia,
Mi domandò a quale punto del catalogo l’avessi
incontrata.
Risposi, “Madamina, il catalogo è questo: sei arrivata
per trentaduesima ma oggi devo dire: “Ifigenia, bellissima artista, sei la prima della lista !”.
Avevo mentito spostando Elena Augusta, la signora suprema
dal posto che le spettava, ma la
compagna di viaggio se ne rallegrò e, con una metamorfosi eschilèa, divenne
eumenide benevola da erinni spietata. Bastava non addentrarsi nelle questioni
di fondo: si poteva scherzare, citare, recitare, sempre, comunque ponendosi dei
limiti che impedissero di sfiorare la zona malata, ferita, ulcerata dell’anima sua e della mia.
Avvertenza Il blog contiene 4 note e il greco non
traslitterato
Bologna 8 giugno
2026 ore 11, 14 giovanni ghiselli
p. s.
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“Levgw thvn te pa`san povlin th`" JEllavdo" paivdeusin ei\nai”. Sono parole del logos epitafios attibuite da
Tucidide a Pericle (II, 41, 1)