martedì 10 febbraio 2026

L’apprendistato. Settimo capitolo. La puszta. La sosta nella bettola.


 

Lanciai la povera, stanca Seicento verso la puszta: la grande pianura ungherese, coltivata a girasoli, verdure, grano e foraggio.

Il grano era stato già mietuto. Pensai alla morte di Adone il giovane amato da Venere, ucciso dal cinghiale, quindi alla rinascita di ogni vita, comprese quella del grano, e la mia .

I girasoli avevano le teste chinate a terra. Mi sembravano fanciulle timide. Mai quanto me, pensavo quel giorno. Più che timido allora ero goffo, insicuro, incapace di piacere a una donna, a chicchessia.

Ero imbruttito parecchio dagli anni buoni del liceo. All’ebbrezza dei successi, erano seguiti quasi tre anni oscurati dalle lacrime. Ero appassito anzi tempo. Ero un fiore di ieri, di ieri l’altro, un’erba falciata e già scolorita. Ero un giovane ferito, anche se non a morte come Adone, ero come il fiore di Catullo sul margine del prato , praetereunte postquam cactus aratro est. Inoltre mi vestivo male e mi lavavo poco, e non per imitare Socrate del quale all’epoca non sapevo che non curava l’igiene poiché non avevo ancora letto Aristofane . Ero sudicio di mio.

A metà strada fra Budapest e Debrecen, cominciò a piovere.

Avevo sonno e avevo paura di perdermi nella puszta, o quanto meno di non arrivare in tempo per inserirmi tra gli altri.

Pioveva sui girasoli reclinati, sulle oche bianche, sui maiali neri che animavano quella landa semideserta.

Ero sbigottito, trasecolato e trasognato.

Per vincere almeno il sonno, mi fermai in una bettola di un paesino, Abony. Volevo bere un caffè e domandare se procedevo sulla via giusta Non ne ero sicuro. Tanto meno prevedevo che in quel locale avrei fatto una sosta trionfale, più volte tornando da Debrecen, e ogni volta con una donna diversa, ma sempre bella, fine e innamorata di me. Anche all’incontrario quando andai a Debrecen con Ifigenia, l’italiana dal nome greco, vi feci una sosta

Le fermate di Abony sarebbero diventati riti celebrativi di trionfi erotici.

Sperarlo quella la prima volta sarebbe stata follia.

Piuttosto pensavo che potevo morire. Ebbi un fremito di raccapriccio. Poi però mi feci coraggio ricordando e citando a me stesso, anche con un po’ di ironia, una battuta della Cleopatra di Shakespeare: “the stroke of death is as a lover's pinch , il tocco della morte è come il pizzicotto di un amante. Se morivo dunque, il pizzicotto di un’amante spettava pure a me. Non potei non ricordare: "Bellissima fanciulla, dolce a veder" a proposito della morte.

Quel pomeriggio del ‘66, passate da un pezzo le cinque, avevo soprattutto il terrore di essere tagliato fuori dall’amore e dalla felicità. Troppo grasso, sfiduciato e malvestito. E con occhiali grossi e spessi. E con diversi denti cariati. Probabilmente mi puzzava anche il fiato. E pioveva. E non era presto. Né mi sbrigavo.

Ma le riflessioni dolorose avevano bisogno di indugi . Volevo osservare quell’ambiente, avvezzarmi alle bettole magiare. Latitare per popinas, magari mi sarebbe servita tale via di scampo.

In fondo al locale affumicato c’era un pianista terribile e miserando. Suonava Mezzanotte a Mosca in maniera atroce. “Potrei fare una fine del genere”, pensai. “Girare per taverne, soffrire le cimici, recitare Leopardi: “O natura, natura, perché non rendi poi…” E anche: “non compagni, non voli, non ti cal d’allegria, schivi gli spassi…oh giorni orrendi in così verde etade!” E via lamentandomi con parole non mie. Mi sentivo come un verme calpestato che si torce nella polvere.

Oppure mi davo importanza e mi facevo coraggio ricordando alcune parole dell’ Edipo re di Sofocle:” tajma; ga;r kaka;-oujdei;~ oi|ov~ te plh;n ejmou` fevrein brotw`n” , i miei mali/nessuno dei mortali è capace di sopportarli tranne me .

Mi aiutai anche con il ricordo di alcuni versi di Eschilo: "a volte il terrore (to; deinovn) è un buon ispettore anche delle anime e deve restarci a fare la guardia: giova giungere alla saggezza sotto l’angoscia-xumfevrei-swfronei`n uJpo; stevnei "(Eumenidi, vv. 517-519).

Le verità che dicevo a me stesso, anche quelle che per anni avevo vilmente taciuto e finalmente stavo tirando fuori, mi avrebbero aiutato a cambiare la strada che mi portava all’inferno.

L’aiuto più grande però venne dalle persone buone. Fulvio in primis. L’avrei incontrato il giorno seguente, nel collegio universitario, e 45 anni più tardi sarei tornato in quel bar con lui e altri due amici Maddalena e Alessandro tutti in bicicletta da Bologna. Ci volevamo bene ed eravamo allegri,

Sentivo comunque già allora che non ero una persona comune, uno dei tanti –tw`n pollw`n ti~-e speravo di risalire, una volta toccato il punto più basso dell’abisso.

In effetti questa caterva di mali mi avrebbe fatto fuggire da una identità non mia: degenerata, deformata, sconciata e mi avrebbe spinto a diventare uguale a me stesso, alla persona che ero.

Anche quella melodia sgangherata prediceva un poco di bene: qualche giorno più tardi, a Debrecen, una ragazza russa cantò Mezzanotte a Mosca, poi, parlando, mi diede animo dicendomi parole buone, pauca sed bona dicta. Cominciai a risalire la china aggrappandomi a quelle prime frasi benevole dopo anni di maledizione. Basta poco per aiutare un disgraziato, ma a tanti anche un sorriso costa troppa fatica.

 

Uscito dalla bettola di Abony, mi rimisi in viaggio con l’animo a terra.

A cinquanta chilometri dalla meta però riapparve bellissimo il volto santo del sole.

Mi rianimai. Sentivo entrarmi nel petto una forza nuova.

Nonostante la paura di fare tardi, mi fermai per chiedere aiuto al primo fra tutti gli dèi, l’occhio del cielo che vede tutto. E capisce.

“Se dopo tanta pioggia, sia pure intermittente, arrivo in un momento di cielo sereno, questo viaggio termina con un auspicio favorevole. Sono pronto a ricominciare. Aiutami Elio. Dio, non permettere che una tua creatura, più disgraziata che cattiva, soffra tanto per tutta la vita. Stacca da me l’orribile aspetto di suino immondo, rendimi al Gianni che sono!” .

Dio mi ascoltò, Dio mi esaudì. Quel viaggio nella terra dei Magiari, la Magyarország, era voluto dal Fato. Mi avrebbe emancipato e staccato dal mio passato, dai parenti disordinati, dall’ambiente meschino, conformista di Pesaro, e mi avrebbe messo in contatto con le cose belle, congeniali alla mia natura non cattiva: con le lettere della classicità che risana l’angoscia,  verba finalmente capiti e non solo imparati, con il meglio di questo mondo, con alcuni amici, con gli allievi, e soprattutto con le donne belle e fini che mi erano predestinate.

Sì, perché anche quando ero a terra le donne le pensavo al plurale .

Avrei riformato il carattere, cioè l’orientamento mio.

Il carattere buono si orienta sulla stella polare del Bene, quello cattivo vede e ricorda solo il male. D’altra parte un carattere buono è una cara esca che attira i buoni e pure i cattivi.

Basta non lasciarsi prendere all’amo.

Un carattere malvagio, prepotente e ingiurioso attira e cattura i deboli, come una calamita o una rete dalle maglie assassine.

“O primo fra tutti gli dèi” ripresi a pregare “, tu ora, dopo la pioggia, mi appari fulgente e benedici il mio ingresso in questo nuovo mondo. Significhi che vuoi aiutarmi”.

Risalii nell’automobile. Il sole calava nella puszta.

Et sol crescentes decedens duplicat umbras, ricordai.

Non si vedevano uomini né alberi, ma girasoli dalle teste un poco risollevate, almeno così mi sembrò, gambi dritti di spighe,

pannocchie di granoturco che spargevano un colore caldo e vitale,

poi foraggio, verdure, pozzi strani, muniti di antenne lunghissime e scenografiche , oche e maiali muniti di candide zanne.

Nel cielo volavano grandi uccelli bianchi dalle ampie ali, forse cicogne dal becco crepitante.

Avvertenza: il blog contiene 7 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 10 febbraio 2026- ore 19, 10

giovanni ghiselli

p. s

Statistiche del blog

All time1931477

Today1088

Yesterday1371

This month16294

Last month19299

 

 

 

 


L’apprendistato. Sesto capitolo. Budapest.


 

Arrivai alla frontiera ungherese che c’era il sole. Mi chiesero se avessi una fotografia per il visto. Non l’avevo. Me ne fecero quattro dopo avermi messo seduto davanti a un muro. Me ne lasciarono una. La conservo. Ci vedo un volto pieno di ombre e foruncoloso. Nel viso si vedeva la peste dell’anima.

Con un aspetto tanto imbruttito e rattristato non sarebbe stato facile risalire la china.

“E’ necessario modificarlo-pensai- rimpastarmi, come diceva la madre mia che aveva assistito con cupa meraviglia al deformarsi del suo promogenito.  Devo liberarmi da quel laido groviglio di tormenti, dai ceppi che mi stendono al suolo rendendomi tutto tellurico, già quasi sepolto. Ho il dovere di evadere, di sollevare la testa da quel fango di angoscia che mi toglie la visione della luce del cielo. Devo riprendere l’abbronzatura, l’ornamento del sole che accarezza il mondo e il nostro corpo con i suoi raggi come fa Apollo quando tocca le corde della lira con il plettro, poi voglio riprendere l’altra cosmesi buona fatta corse, bicicletta, nuoto, e digiuni da asceta. Quindi le lenti a contatto per recuperare la significatività degli occhi che ho grandi ed espressivi ma non si vedono dietro quei vetri più adatti ai fondi delle bottiglie che a un volto umano.

Devo ritrovare il compiacimento e l’orgoglio di me stesso, la dignità antica che avevo quando studiavo al Mamiani e vincevo tutte le gare. Riprendere a primeggiare. Generosamente però, non egoisticamente come prima della caduta. Trovare l’accordo con la vita, la mia e quella delle persone buone.

Incontrarle, riconoscerle, chiedere aiuto e darlo.

Dopo il liceo mi sono degradato con il cibo, con la pigrizia e con le lamentele: querimonie plebee, anzi servili.

Poi lo schifo degli altri, aliorum fastidium, genitivo soggettivo e oggettivo, e le solitudini da anacoreta sordido, non santo né pio”.

Ripartii consolandomi con il pensiero che in fondo avevo già dato parecchi esami e con ottimi voti. Questo non bastava: anche tanti imbecilli e ignoranti li prendevano da professori che a loro volta, nella maggior parte dei casi, erano appena dei funzionari della scuola, senza curarsi dell’educazione umana dei giovani. Insegnavano un po’ di sapere quando andava bene, mai la sapienza, mai la curiosità, il desiderio di imparare oltre quello del voto, mai la meraviglia madre della filosofia.

Per farmi coraggio, pensai che il mio sovrappeso era di una ventina di chili, non di trenta: non ero ridicolo, non indicavano a dito la mia pancia. Quand’ero vestito, d’inverno non si notava. Però non potevo spogliarmi. Dovevo comunque rifarmi: il fondo oramai, il punto più basso, l’infimo mio l’avevo toccato. Se non risalivo, potevo morire laggiù.

La caduta doveva diventare uno stimolo energico per salire più in alto rispetto al momento nel quale ero precipitato in quell’abisso di degradazione.

 

Arrivai a Budapest verso le due del pomeriggio. Mi fermai un’ora per mangiare. Non avrei dovuto. Non ero abbastanza forte per la necessaria ascesi. La mia volontà era fiacca e malata.

Più avanti avrei trovato la forza di saltare il desinare alle due o la cena alle 21. Ancora non avevo assimilato il divieto di mangiare più del necessario, quel vetitum che per alcuni anni sarebbe diventato il primo tabù del mondo occidentale, una volta sospesa la proibizione del sesso.

Buda Pest divisa in due dal Danubio, di fatto e anche nel nome, mi sembrò enorme e dispersiva, mentre è bella e magica non meno di Praga com’era quando la vidi nel ’68 prima che la città boema si trasformasse in un mercato di bancarelle chiassose.

Budapest invece diventò bella e fatata dopo che l’ebbi conosciuta negli ultimi giorni del mese di studio- vacanza ungherese, ed era rimasta tale anche l’ultima volta che la vidi arrivandoci in bicicletta nel 2011 con i tre amici delle imprese ciclistiche: Fulvio, Maddalena e Alessandro.

 

Nel 1966 avevo sempre la ma angoscia davanti agli  occhi e non vedevo quasi nente di Budapest, né trovavo la strada della mia redenzione.

Che poi era quella per Debrecen il luogo dove avrei trovato l’ambiente necessario alla rinascita della mia vita dalla putredine.

Dovetti chiedere dove fosse   Debrecenbe utca, la via per Debrecen una decina di volte. Finalmente, come il mio fato volle, riuscii a infilarla. Era, è, la Üllői út, la numero 4. La via della salvezza, la porta verso la vita nuova.

Seguendola per 220 chilometri si arriva nella città universitaria della resurrezione. La terra del riscatto, speravo non senza ragione. Erano passate le quattro. In quel momento prevaleva l’angoscia di non arrivare prima del buio. Il sole non era più tanto alto da rassicurarmi. Calcolai che il tramonto da quelle parti doveva cadere mezz’ora prima che da noi: entro le otto il dio sarebbe sparito alle mie spalle, entro le nove sarebbe stato buio pesto. Calcolare, conteggiare, riflettere mi ha sempre aiutato a minimizzare l’angoscia, a difendermi dai colpi bassi della fortuna e dalle fregature dei farabutti. Un poco alla volta ho imparato a farlo con metodo. Avrei trovato anche questa strada- ojdov~- mevqodo~-, hJ mevqodo~, femminile. Extra feminam non est salus, non est vita; si est tamen non est ita.

Avvertenza: il blog contiene 10 note e il greco non traslitterato.

Bologna 10 febbraio 2026 ore 18, 01 giovanni ghiselli

p. s.

Questa ennesima revisione non è vana. Riesco a ripulire a migliorare ancora il testo dal punto di vista fonico, estetico e logico. Correggendolo correggo me stesso. Perfino il mio femore operato otto mesi fa. Oggi ho pedalato la bicicletta sulla strada, non solo quella da camera. Sto imparando di nuovo come quando ero bambino e pedalavo sulla destra della mamma secondo le sue indicazioni.

Statistiche del blog

All time1931444

Today1055

Yesterday1371

This month16261

Last month19299