sabato 21 febbraio 2026

Elena 21. Josiane, la pulzella di Strasburgo. La tentazione.


 

Il diavolo mi suggeriva che difficilmente la bellezza si accompagna alla verecondia.

Attirato e incuriosito, andai dalla fanciulla radiosa e le domandai perché mi osservasse e sorridesse così simpaticamente. Glielo chiesi in modo molto diretto. Fisicamente mi sentivo in gran forma, affettivamente e sessualmente avevo le spalle coperte dalla bella donna completa: potevo rischiare anche un secco rifiuto dalla luccicante pulzella che, in tal caso, avrei considerato una ragazzetta incosciente, incompiuta, insomma un “grazioso difetto di natura”1.

 Doveva avere otto o nove anni meno di me: una differenza che non basta a fare scattare la comprensione verso una figlia adottata.

La ragazza rispose molto benevolmente che voleva conoscermi poiché amava il greco e il latino e aveva saputo che li avevo studiati nell’antica Università di Bologna.

“Sei molto carina”, le dissi, “sei l’Afrodite di Debrecen”. Poi le chiesi: “Vuoi ballare con me?”.

Pourquoi pas?”, fece lei con un filo di voce, si alzò, e mi pose le braccia intorno alle spalle. Bellina, bellina assai.

 Ma avevamo poco da dirci: il suo amore per le lettere classiche era più velleitario che altro, data l’età, e io, dopo due anni di insegnamento alle medie e il servizio militare, stavo dimenticando il latino e ancora di più il greco .

Dicevamo luoghi comuni infarinati di classicità. Però lei era davvero molto carina, gentile, volteggiava elegante come una rondine. Imparavo a ballare accordandomi  con l’amabile cadenza dei piedi suoi, delle mani, dei sorrisi. Mi attraeva in modo straordinario.

 Forse desideravo una figlia dopo avere trovato la madre. Un virgulto odoroso di carne, aulentissima, lievitante, preziosa. Il desiderio della donna-figlia si sarebbe ripetuto nella mia perpetua carenza di progenie.

Soprattutto dopo l’abortimento della bambina che aspettavo da Päivi, la finnica amata nel 1974. Sarà l’ultima storia della trilogia erotica con le ragazze finniche, il più tormentato che mi fece passare altrove. Ma forse  già allora, nel tempo di Elena, cominciavo a sentirmi attirato   dalle femmine giovani molto, le donne figlie per succhiare come un vampiro la loro gioventù e ritardare il più possibile l’ atroce senectus , e l’orribile, inevitabile exitus.

 

Dopo qualche minuto di ballo, ci sentimmo stranamente legati da qualche arcano e ambiguo vincolo culturale, o razziale, o scolastico: la fanciulla di Strasburgo si sarebbe iscritta a lettere classiche in autunno. O forse, più semplicemente, ci piacevamo. Fatto sta che lei mi guardava negli occhi con un sorriso per lo meno accattivante, mentre io le sussurravo lusinghe come “tu sei intelligente, raffinata, carina, colta, profumata, preziosa”. L’aroma di quel dolcissimo, giovane corpo in effetti mi inebriava.

Lei rilanciava, dicendo che mi aveva visto correre a mezzogiorno, nello stadio, classicamente, cioè quasi nudo, abbronzato, leggero e potente, con un ritmo e una forza che le ricordavano quelli degli agonisti celebrati dalla dorica lira di Pindaro. Mi schermivo dicendo: Velox sum? Et equi.

Probabilmente i suoi complimenti sperticati corrispondevano alle spacconate o alla falsa modestia con le quali cercavo di affascinarla. Non ricordo. Anche io la adulavo, poiché le lusinghe funzionano sempre, perfino con le vestali e magari perfino con le pulzelle illibate.

 Lei sorrideva compiaciuta e mi guardava negli occhi. Ma forse, più che attirata dalla mia persona e da quanto facevo o dicevo, la ragazzina era stuzzicata dal pensiero, caro alla sua vanità adolescenziale, che l’adulto già accoppiato con una donna coetanea di bella presenza, il professore bravo, intelligente e sportivo quale nella sua ingenuità credeva che io fossi, travolto dalle sue grazie fiorenti, dai suoi vezzi freschissimi e dolci, arrivasse a umiliare la bella compagna e se stesso. Probabilmente era vergine e, ad una mia proposta diretta di sesso avrebbe opposto un rifiuto secco, magari pure sdegnato. Lo immaginai, e anche per questo evitai il tentativo di affondo, nonostante sentissi montare la fregola. Era tutto un gioco, o una commedia e la magistra ludi era lei.

 

A un tratto la ragazza mi domandò se cercavo una figlia.

“Non ancora”, risposi in francese usando alcune tra le poche parole che conoscevo di questo idioma parente del nostro.

Comunque ero molto tentato e avevo cominciato a parlarle dell’orto botanico e degli alberi strani, di fiori mostruosi dal nome latino scritto in un cartello che forse, per certam lunam sub luce benigna, poteva essere letto con piacere da noi due, amantissimi della classicità. Tuttavia mi trattenni dal dirle: “andiamoci subito insieme!”. Prendevo tempo.

Eppure, ubriacato dall’aulente fanciulla, e  dalle palinke all’albicocca, rischiavo di abboccare la ghiotta, saporitissima esca della sua gioventù, di sfondarmi il palato ingordo con l’amo, e di perdere la donna che avevo convinto a contraccambiare il mio amore in nome della felicità e della crescita umana di entrambi. Il mio demone buono mi tirò indietro, ma la tentazione fu grande. Con la testa confusa sotto il cielo stellato mi domandavo se era il caso di stringermi forte al petto la graziosa che da parte sua aveva accostato la sua incantevole faccia alla mia. Intanto Ezio e il povero Alfredo che ancora oggi compiango, da dietro le spalle della francesina mi facevano segno di non lasciarmela sfuggire, tanto le donne tradiscono sempre e noi dobbiamo adeguarci a tanta perfidia se non vogliamo diventarne vittime.

Quindi i due compari, attempatelli e ancora studenti, battevano i pugni sul tavolo, piegavano i colli e abbassavano le teste, compiaciuti del ritmo, quasi certi di rafforzare e rendere logica la loro proposta di libertinaggio tambureggiando diabolici ditirambi nella notte dell’estate già tarda.

 Mentre mi domandavo se tradire Elena, posto che la fanciulla mi si fosse concessa, mi avrebbe procurato maggiori piaceri o rimorsi, a un tratto sulla terrazza del casinetto del tennis, sotto la luna incerta, nel fosco bagliore di una luce quasi maligna, apparve la donna matura: aveva il volto stanco e l’aria infelice, come se fosse disgustata o davvero malata.

Come vide me trasecolato e i due sodali che mi aizzavano al tradimento, il suo volto assunse un pallore spettrale, quasi fosforescente.

 

Note

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1. Cfr. this fair defect of Nature, Milton, Paradise lost, X, 888.

 

Bologna 21 febbraio 2026 ore 19, 56 giovanni ghiselli

 

p. s

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Elena 20. La festa nel casinetto del tennis. Un capitolo crudo: di denuncia dell’antifemminismo dei maschi sessualmente frustrati


 

 

Questo episodio e il prossimo furono eventa, accidenti esterni, che mi hanno educato e, con il volgere delle stagioni, sono diventati dei coniuncta, qualità congiunte e intrinseche al mio essere umano, dotato di umanità.

La sera in cui Elena mi insegnò a essere onesto e buono con lei, con le mie donne future, con tutte le creature viventi, e con me stesso, era il quattro di agosto dell’anno di mia salvazione 1971. Con il suo comportamento nobile e buono mi ripulì della volgarità di cui mi ero macchiato quel giorno.

 

C’era una festa nella casina del tennis; eravamo in molti sulla terrazza del primo piano: Fulvio corteggiava la sua futura moglie con serietà, con un successo che gli sembrava progresso nella vita; gli altri maschi italiani,   bevevano non poco e cialtroneggiavano molto, motteggiando non finemente le femmine straniere, in italiano. Si ballava, ma ogni tanto ci si riuniva in un angolo, l’angolo impoetico, anzi disumano, dei maschi frustrati, per schernire la gente, soprattutto le ragazze di altri paesi. Non era santa la danza, non si cantavano inni agli dei, peani o ditirambi. Nemmeno epinici si cantavano ma lugubri epicedi sul buon gusto e sulla moralità.

Parlando tra noi, designavamo le ragazze con epiteti impietosi e oltraggiosi: “il grugno da scrofa, la sfregiata, la vecchia, il cercopiteco dalla fronte inverecondamente bassa, la Megera guercia dall’unico occhio che strega, la pessima tra le Forcidi, la più feroce delle tre Erinni; poi la calva, la canuta, l’epilettica, la lebbrosa, la più consumata delle volpi, la più svergognata pantera dell’Università estiva di Debrecen”, secondo la consuetudine infame del maschio italiano sessualmente affamato e frustrato.

Un giovane mongolo di Ulan Bator applaudiva continuamente, freneticamente. Ogni tanto lanciava un incomprensibile grido belluino. Concluse la serata con le mani arrossate e del tutto sfiatato.

Un Samoiedo assisteva senza fiatare, con un sorriso da mummia. Sembrava comunque attaccato alla vita ancora più tenacemente di noi altri.

 

Noi italiani eravamo anche imbevuti dell’antifemminismo illogico e immorale della tradizione pseudocristiana[1], non cristesca dico,  e pure di alcuni autori greci, non degli eccelsi  quale Omero né dei tragediografi,  una linea infamante le femmine umane raccolta e riproposta da diversi scrittori moderni malevoli verso la vita, per esempio il suicida Weininger, e il suicida Pavese che qualche anno prima era stato di moda.

“Chi si prende in casa una donna, si prende un ladro”[2]. “Sono un popolo nemico le donne”[3] e così via.

Infamare le donne, come dire male degli dèi, è odiosa sapienza.

Nelle scuole si dovrebbe insegnare qualche cosa sul rapporto tra i generi.

Cerco di farlo scrivendo. Corteggiare le donne fino a rendermi molto gradito è stato uno dei capolavori della mia vita e lo racconto per denunciare l’orrore della prepotenza  ignorante che prelude alla violenza.

Questo capitolo è una denuncia di quanti non rispettano le donne, me compreso per alcune ore quella sera sciagurata.

Si irridevano dunque le ragazze e si rideva sguaiatamente, con allegrezza pazza e deforme. Lo “scellerato sesso”[4]veniva oltraggiato in vari modi.

Uno gridava con voce squillante e aria da trombettista della brigata: “cerco piteco, cerco piteco” alludendo a un paio di ragazze dall’aspetto non tanto bello che comunque facevano sesso senza difficoltà.

Il semicoro degli altri bruti rispndeva con l’antifona: “Trovo piteco, trovo piteco”.

E subito dopo: “scopo piteco, scopo piteco”

Quindi il corifeo: “schifo piteco, schifo piteco”.

C’era un colpo e un contraccolpo, e il vociare stupido si posava su altro stupido e cattivo vociare.

Poi tutto quel gruppo di gaglioffi imbestiati urlava un “peròòòò” di ripensamento, che riapriva l’orrendo canto nuziale, un imeneo zoofilo: “cerco piteco, cerco piteco. Rendiamo felici le scimmie!”.

E così via in un girotondo assolutamente bestiale.

Claudio, arrivato in ritardo, reduce da un incontro con il suo inesausto “porcone” diceva di volere rifarsi la bocca con una quaglia vergine e appena un po’ cicciosetta.

Il fetore di quel gridare raggiungeva la luna che i più profani arrivavano a sfottere, irridendone la  castità violata dagli astronauti un paio di anni prima. “Che fai tu luna in ciel? Dimmi che fai, svergognata luna ” e giù due risate.

Beceri e sacrileghi assai. Io fingevo di vergognarmi e di dare a vedere un gesuitico sdegno. Provavo anche a dire: “ma no, quali scimmie? Sono gatte mammone, creature generose!”. Oppure cercavo di istruire un secondo coro cantando l’aria di Figaro: "Guardate queste femmine, /guardate cosa son. /Queste chiamate dee/dagli ingannati sensi/a cui tributa incensi/la debole ragion. /Son streghe che incantano/per farci penar, /sirene che cantano/per farci affogar; /civette che allettano/per trarci le piume, /comete che brillano/per toglierci il lume. /Son rose spinose, /son volpi vezzose, /son orse benigne, /colombe maligne, /maestre d'inganni, /amiche d'affanni/che fingono, mentono, /che amore non sentono, / non senton pietà. /Il resto nol dico. /Già ognuno lo sa"[5].

Mi divertivo assai. Ogni tanto, di nascosto e sottovoce, suggerivo battute infernali ai gaglioffi più osceni, se rinculavano per andare a bere altre palinke alla prugna, o “brugna” come dicevano quelli di Parma con un pun lascivamente allusivo

Ero uno sconcio demonio anche io, forse il più assatanato di tutti. Ma cercavo di coprire la mia nuda scelleratezza con scampoli di letteratura, e volevo sembrare tanto più raffinato quanto più, sotto sotto ero un vero demonio[6].

 

La bella e fine Elena mi osservava con cupa meraviglia. A un tratto la donna bella e fine trovò insopportabile quel comportamento volgare e cretino. Disse che era stanca e voleva andare in camera per riposarsi; più tardi, se si fosse sentita meglio, sarebbe tornata. Tanto quelle feste al casotto del tennis duravano fino all’alba. Non me lo chiese, ma forse sperava che la seguissi, che fossi stanco anche io di quei fescennini obbrobriosi fatti di lazzi plebei, battute volgari, offese crudeli lanciate vigliaccamente, anonimamente, in una lingua incomprensibile alle ragazze dell’Università estiva di Debrecen. Disse che se io fossi rimasto lì a lungo e lei non fosse tornata, ci saremmo visti il giorno dopo, negli intervalli tra le lezioni. Molto scortesemente non l’accompagnai, poiché provavo una curiosità perversa nell’osservare quegli anatemi pieni di risentimento contro le femmine umane, il sale della terra invero.

Veniva presa di mira questa o quella donna e, il coro empio e stonato, molto peggiore di uno stormo di rochi corvi gracchianti, ripeteva “la sfregiata, la culona cellulitica, appena scopabile[7], il labbro leporino, la tetta smunta, la sfigata di Debrecen”.

Non si finiva più: “è gobba, zoppa, debole di mente” gridava un semicoro indicando una bruttina assai.

E il secondo semicoro: “fuggiamo: come amante non varrebbe niente!”

Il più studioso e addottrinato, Luigino, un diavolo truccato anche lui, se ne vedeva tre insieme non proprio avvenenti che parlottavano tra loro anche perché nessuno le invitava a ballare, alludeva alle Forcidi[8] dicendo: “a voi  basta un occhio solo tra tutte e tre,  un solo dente! E magari aggiungeva, battendo le palpebre con aria indolente: “Gebt mir das Auge, Schwestern dab es frage![9]. Poi aggiungeva con un sorriso mellifluo: “datemi quel dente vi prego: mi è venuto un po’ di appetito”.

Io, l’arcispietato, aggiungevo: “non siete voi le vecchie ragazze già nate con chiome canute, che trine in alterna vicenda, usate soltanto un occhio cisposo, un dente cariato soltanto?”[10].

E giù due sghignazzate. Ma noi due raffinati, l’etero assatanato e lo sdilinquito cinedo, no, noi non ci si scompisciava dalle risate. Facevamo sghignazzare gli altri con sovrana noncuranza, con signorile sprezzatura. Ogni tanto lanciavamo occhiate stanche e annoiate. Volevamo distinguerci dai visi rossi  degli altri, alterati dall’alcol.

 

Io osservavo incuriosito e divertito, finché, pur nella mia stolta ed empia ingratitudine all’ottimo e massimo dio che ha creato le donne proprio come sono fatte e che per giunta mi aveva donato la bella Elena, a un tratto ebbi un senso di fastidio prima, poi di nausea e vergogna; ma non tanto, come avrei dovuto, per ragioni morali, quanto per una questione di stile, di gusto che sentivo marcio e velenoso, quasi fisicamente e fin dentro la bocca; perciò cercai e trovai l’occasione per cambiare attività.

Cominciavo a capire che il tempo passato in quel modo e il caos cui mi  ero associato distruggevano la parte migliore di me.

Mi accorsi che una ragazzina francese, conosciuta solo di vista e di nome, una diciottenne bellina e fine, Josiane[11], mi stava guardando con occhi pien di simpatia. L’amabile esca del suo sguardo crepitava di vita e di grazia vivace. Mi sorrideva quasi ammiccando.

 “Per niente timida - pensai - sana come un pesce, liscia come una susina e magari pure lasciva”.



 

[1] “Il cristianesimo diede a Eros del veleno da bere: egli non ne morì, ma degenerò in vizio” Nietzsche., Di là dal bene e dal male, Aforismi e interludi, 168.

[2] Questo è Esiodo, il caposcuola.

[3] Questo è Pavese che, non per caso, si è ammazzato, come Weininger.

[4] Cfr. Ariosto, Orlando furioso, 27, 119.

[5]Mozart-Da Ponte, Le nozze di Figaro, IV, 8.

[6] Cfr. Shakespeare, Riccardo III, I, 3. -And seem a saint, when most I play the devil

[7] Non mancavano le ragazze di Berlino est, ma Angela Merkel non c’era; all’epoca era una giovanissima comunista, anche piuttosto carina. Questa nota allude a una battutaccia di Silvio Berlusconi sulla cancelliera tedesca.

[8] Sono le figlie di Forco: tre sorelle orribili che avevano un solo occhio e un dente solo tra tutte e tre.

[9]Datemi l’occhio, sorelle, perché veda! Goethe, Faust, II, 2, Notte di Valpurga classica Peneio supreriore (v7981)

[10] Cfr. Goethe, Faust II parte, atto III Davanti al palazzo di re Menelao a Sparta (versi 8734-8735)  

[11] La incontrerò di nuovo nel 1974, come racconto in un episodio della storia di Päivi.

 

Bologna 21 febbraio 2026 ore 19, 30 giovanni ghiselli

giovanni ghiselli

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