lunedì 2 novembre 2026

Il sogno del tirocinante prima parte. Epilogo del mio lungo romanzo



Come  introdurre i tragici greci a chi vuole studiarli.

 

 Il sogno di un incontro  con Sofocle.

 

Poco prima di compiere 31 anni, nell’ottobre del 1975, ricevetti la cattedra di latino e greco nel liceo classico Rambaldi di Imola. Ne fui contento poiché avevo studiato nel liceo classico Mamiani di Pesaro, poi lettere classiche nell’Università di Bologna con l’intento di insegnare queste materie.

Ma ne ero anche spaventato in quanto provenivo da anni di lontananza dalle lingue e letterature antiche. Dopo la laurea, in cinque anni di insegnamento nella scuola media e un altro anno in un istituto professionale femminile avevo dimenticato molto di quanto avevo studiato. Avevo superato un esame di abilitazione poi un concorso, è vero, ma non è con queste prove che si impara a insegnare bene delle discipline trascurate per anni.

 Alle medie ero stato un buon educatore di bambini, credo, ma avevo impartito un sapere minuto e nello stesso tempo generico, dato che per quanto riguarda i testi tradotti da adolescente nel liceo di Pesaro poi negli anni universitari a Bologna, li avevo dimenticati quasi del tutto abbeverandomi  a lungo nel fiume Lete.

Quando mi presentai per iniziare il nuovo lavoro, la paura di non essere in grado di farlo decentemente aumentò: dovevo preparare i ragazzi dell’ultimo anno alla maturità il cui pezzo forte all’orale in quel tempo era la tragedia greca e il collega dell’anno precedente aveva adottato l’Edipo re di Sofocle.

Ebbene, da studente liceale avevo portato alla maturità le Troiane di Euripide e per i due esami universitari di greco sostenuti un paio di anni più tardi  avevo dovuto preparare tutta l’Odissea di Omero e sette tragedie  di Euripide.

Di Sofocle dunque avevo  una  conoscenza minima, insufficiente, soltanto manualistica: vita e titoli delle opere. Nemmeno tutte le trame delle sette tragedie giunte fino a noi conoscevo.

Per giunta questo poeta aveva una fama  di reazionario che lo metteva quasi all’indice negli anni Settanta.

Mi diedi da fare, cioè impiegavo diverse ore al giorno per tradurre i primi versi della tragedia in programma e ripassare i tecnicismi della lingua greca, però, non avendo una visione d’insieme non solo dell’opera sofoclea ma nemmeno dell’Edipo re, ero appena in grado di fare la  traduzione delle parole  e il commento grammaticale, sintattico e metrico ai trimetri giambici greci. Le ragazze e ragazzi che avevano undici anni meno di me, e ci si dava del tu con fare amichevole, mi dissero con garbo che la traduzione dei versi l’avevano già nel libro adottato, e i paradigmi verbali li trovavano nel vocabolario. La grammatica potevano rivedersela da soli. Da me, dato che avevo studiato greco all’università, avrebbero voluto un commento estetico, storico, filosofico, insomma con delle idèe. Un discorso critico che desse una visione d’insieme della tragedia greca e di Sofocle. Non ero in grado di mostrare tale panorama che nessun insegnante aveva mai fatto vedere a me.

Racconto questo per dire che la scuola non mi aveva insegnato a insegnare, a interessare, a informare e formare gli allievi, ma solo a imparare quello che mi avevano insegnato i miei professori.

Compresi dunque che non ero attrezzato per fare il mio lavoro bene, cioè suscitando l’interesse degli allievi.

“Ditemi voi cosa devo studiare, imparare e riferirvi”, chiesi con la dovuta  umiltà ai miei studenti.

“La nascita della tragedia di Nietzsche-, risposero-hai fatto studi universitari e puoi capirla; per noi è troppo densa e difficile”.

All’università, Nietzsche non mi era stato nemmeno nominato, e al liceo  era bandito quale presunto teorico del nazismo.

Corsi a comprare quell’opera giovanile del  filosofo grecista: mi affascinava,  ma ne capivo poco anche io. Non sapevo come fare. Ero tentato di rinunciare e retrocedere, però, conoscendo invece discretamente Omero, uno dei due soli autori letti all’Università,  ripetei il motto protrettico, esortativo, di Achille a se stesso:  “ouj lhvxw”, non cederò e rammentai pure il desiderio di Odisseo che voleva  imparare a ogni costo, anche  a rischio della vita.

Una di quelle prime sere da professore di greco e latino nel triennio liceale, eravamo nell’ottobre del 1975, andando a letto, tornai a pregare gli eroi e gli dèi della Grecia: “venite a trovarmi, aiutatemi ancora”. L’amore per la cultura greca non mi mancava.

 

Quella notte venne ad aiutarmi Sofocle, poi si aggiunse anche Euripide.

 

Il poeta di Colono morto già novantenne si fece vedere mentre dormivo: aveva l’aspetto di un bel vecchio, educato e gentile. Si presentò dicendomi di essere il poeta che dovevo imparare a conoscere e aggiunse che Aristofane l'aveva racchiuso in una formula limitativa presentandolo come  oJ d j eu[kolo" me;n e[nqavd j, eu[kolo" d j ejkei'", quello di buon carattere qua come là  (Rane, v.82). Buono da vivo e pure da morto dunque.

Lui era anche altro. Questo comunque gli si addiceva. Perciò non dovevo temerlo. Pensai  che presentando ai giovani un autore bravo e un uomo buono, magari avrei potuto bonificare anche le loro menti, e la mia. Riferisco le parole sognate.

 

Gianni: “Spiegami in che cosa consiste la bontà di carattere in  generale, e la tua in particolare”, lo pregai.

 

Sofocle “Bontà è favorire la vita. Bontà suprema è quella divina- rispose- Oggi nel mondo la bontà scarseggia o latita siccome tramontano gli dèi. Un declino iniziato già ai tempi miei. So che tu dovrai spiegare il mio Edipo re. Ti consiglio di iniziare mettendo in evidenza le quintessenze di questa tragedia attraverso le parole chiave. Fai bene a tradurle letteralmente, a rispettare le mie scelte stilistiche.  Devi citare questo grido d’allarme del coro “: “e[rrei de; ta; qei`a” (Edipo re, 910), va in malora il divino.

 Il sacrilego Euripide porta la sofistica, il relativismo e il razionalismo sulla scena e corrompe il popolo ateniese come dice bene il personaggio Eschilo nelle Rane di Aristofane. Io mi oppongo con la mia opera al dilagare dell’empietà. Grazie agli dèi, il pubblico e i giudici preferiscono me agli altri autori. Ho la prospettiva di un popolo colto e pio che mi ascolta e crede in me più che dare retta agli  empi, esosi sofisti. Si fanno pagare vendendo il loro vantato sapere, così come fanno le prostitute mercanteggiando il  loro corpo.

Ti faccio un esempio di empietà di due personaggi della tragedia che devi conoscere e capire a fondo se vuoi spiegarla bene.

Nell’Edipo re la regina Giocasta bestemmia gli oracoli i cui sacerdoti sono profeti della divinità.

Nella tragedia che devi presentare ai tuoi allievi dunque, l’incestuosa, empia regina che aveva esposto il proprio figlio infante condannandolo a morte, poi, quando  comincia  a temere che quel figlio suo sia stato salvato da altri e sia tornato diventando re e incestuosamente suo sposo,  impreca: " O vaticini degli dei, dove siete?- w\ qew'n manteuvmata,-i{n j ejstev" (946-947). Una domanda retorica intesa a negarli. Nel tempo della nascita del primo figlio aveva saputo dall’oracolo delfico che quell’infante dovesse morire perché suo padre potesse sopravvivere. Poi durante il corso del dramma ha avuto la notizia sbagliata che Edipo non aveva ammazzato suo padre come aveva predetto l’oracolo delfico al presunto figlio di Polibo, il re di Corinto morto invece in modo naturale.

 

Le  fa eco Edipo, sua vittima prima, poi complice, con questa tirata blasfema:" Ahi, perché dunque, o donna, uno dovrebbe osservare/ il fatidico altare di Delfi o gli uccelli/ che schiamazzano in alto? (...) Gli oracoli che c'erano, li ha presi/ Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.964- 966 e 971-972).

Polibo aveva accolto e adottato l’infante esposto recatogli da un suo pastore che lo aveva salvato  e recato sulla città dei due mari dal Citerone dove glielo aveva consegnato un pastore di Laio mosso a compassione anche lui. Il bambino condannato a morte dai genitori spietati, un re e una regina, è stato dunque salvato da due pastori. In questo momento la madre e il figlio, la moglie e il marito, insomma Edipo e Giocasta dai legami familiari confusi si illudono ancora che l’ombelico del mondo abbia emesso un vaticinio sbagliato siccome credono che il padre di Edipo sia Polibo. Ma di fatto Edipo è figlio di Laio e lo ha ammazzato come aveva predetto l’oracolo. Questa mia tragedia è anche un giallo secondo certi critici. Ma tu non dare retta a tutte le interpretazione che troverai.

 

Versi cruciali  del dramma sono anche questi detti da Edipo in una scena precedente:"arrivato io ejgw; molwvn,/  che non sapevo nulla, la feci cessare e[pausav nin/ azzecandoci con l'intelligenza e senza avere imparato nulla dagli uccelli gnwvmh/ kurhvsa" oujd j ajp j oijwnw'n maqwvn 396-398-". Edipo si vanta di avere sconfitto  la"cantatrice dura"(v.36), la "Sfinge dal canto variopinto"(v.130),  avvalendosi soltanto della propria intelligenza.

Tale affermazione di autonomia della povera mente umana, per me, che sono  tradizionalista e pio, è u{bri", dismisura, prepotenza, cecità intellettuale e morale che fa crescere la mala pianta del tiranno (v.873), il quale è perciò destinato a precipitare nella necessità scoscesa (v.877) del castigo e della rovina. Precipitando il despota  si azzoppa siccome la tirannide è una potere claudicante.

Il coro nel secondo stasimo reagisce con parole di condanna e conclude:

“Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali. /Ma, o potente, se davvero è retta la tua fama,/Zeus signore del tutto, non sfugga questo a te/e al tuo potere sempre immortale./ Infatti già estirpano/gli antichi vaticini di Laio consunti/e in nessun luogo Apollo/risplende per gli onori/e tramontano gli dei" (vv. 897--910).

Se parti da questi versi, giovane professore apprendista, entri subito nel nucleo della tragedia e lascerai nei ragazzi un’impressione buona, un’impronta profonda di educazione estetica ed etica”.

 

Gianni: “Hai ragione sono solo un tirocinante ma in fondo ogni uomo buono lo è per tutta la vita, anzi per sempre, quindi lo sei anche tu” gli dissi.

Poi feci presente al vecchio poeta e gentiluomo che questa sua religiosità poteva venire tacciata dai giovani di superstizione, addirittura di clericalismo bigotto e reazionario.

 

Mi rispose che le sue parole stavano sempre dalla parte della vita e se erano retrograde fuggivano lontano dall’ u{bri~, prepotenza e dismisura, e dal   mivasma il  contagio mortale come quello portato da Edipo a Tebe.

Quindi mi disse di avere favorito la vita anche condannando la  guerra, perfino il dio della guerra, Ares, poiché la propria eujsevbeia la devozione religiosa da poeta educatore e pio era sempre stata umana,profondamente umana. Tale pietà sarebbe piaciuta senz’altro a ragazze e ragazzi. Dovevo evitare di presentare il Sofocle imbalsamato da certa filologia mummificante, mi avvertì. Non sapevo ancora nulla del pamphlet Afterphilologie di Erwin Rohde in difesa di Nietzsche, ma Sofocle conosceva quanto era ignoto al semplice apprendista. Avevo molto da imparare.

Lo pregai di segnalarmi i suoi versi di condanna della guerra.

Bologna 2 novembre 2026 ore 11, 18

p. s.

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T. Mann I Buddenbrook. Parte quinta capitolo 2.


I fratelli: lo stravagante e sviato Christian, Thomas, il borghese resistente fino a un certo punto, e l’irriducibile bella Tony.

 

A primi di febbraio del 1856 Christian torna a casa. Arrivò con un abito giallo a quadretti che gli dava un’aria tropicale.

L’aria fredda del Nord porta spesso a reazioni del genere. 

 

Cfr. Ibsen:"Mamma, il sole...dammelo, dammi il sole", chiede Osvald nell'ultimo atto degli Spettri  e, chiudendo il dramma, ripete: “il sole, il sole”.

 

Christian aveva anche  uno spunzone di pesce spada e una canna da zucchero. E’ tornata la stravaganza nella casa borghese di Thomas Tony e la loro signora  madre.

 La famiglia si reca al cimitero sulla tomba del padre

Thony si inginocchia nonostante la neve e prega avvolta in uno scialle nero  con l’ampia gonna che le cade intorno in pieghe pittoresche. Molto prima donna teatrale.

 Dio solo sa quanto dolore e quanta religiosità o quanto compiacimento ci fosse nell’atteggiamento scultoreo della bella donna. Thomas la guardava con una certa ironia mista a timore e Tony “buttò indietro la testa, si riassettò il velo e si avviò dignitosa e sicura” (166) La sicurezza per lo meno ostentata è la carta d’identità fatta vedere di questa donna, forse anche sentita profondamente.

Il defunto console aveva già manifestato delle eccentricità, era già incipiente quell’essere borghese sviato attribuito a Tonio Krōger da un’amica mentre Thomas e Tony temevano la manifestazione di sentimenti personali. Si sentivano funzionari della dignità della famiglia. Soprattutto Thomas che era il più controllato come esigeva il suo ruolo di capofamiglia. Tony invece talora si lasciava andare alle sue pose teatrali anche patetiche. A volte i suoi occhi si riempivano di lacrime senza però mutare espressione.

Christian era diverso: tendeva al lamento: ripeteva con tragica pensosità i toni emessi dal  padre moribondo sui quali era stato informato. Era anche più brutto degli altri e denunciava disturbi fisici, tipo non poter inghiottire il cibo. Manifestava grande interesse per il teatro  e per le attrici, fino alle mime svergognate. La madre allora lo zittiva: “assez , Christian, queste cose non ci interessano!”. Il pudore borghese del tempo.

I fratelli più integrati lo trovavano strano.

“Vede le cose da un punto di vista insolito” disse Tony a Thomas.

Il capo della ditta e della famiglia rispose che il loro fratello sviato era senza tatto e privo di equilibrio. I “normali”, gli usuali considerano  equilibrio solo quello che consente di non cadere nella stravaganza che invece magari alcuni cercano e pertanto vengono considerati dei matti. O dei poeti se hanno talento.

 Il fatto è che camminiamo sul filo del rasoio della sorte o sullo stame della vita che  Atropo è sempre pronta a tagliare.

 Thomas se ne accorgerà mentre Tony da cinquantenne ancora bella sarà irriducibile.

Thomas aggiunge che il loro fratello non ha la forza resistente che ci vuole e che invece attribuisce a sé stesso: “anche io una volta avevo certe inclinazioni. Ma mi sono accorto che rende distratti, inetti al lavoro”.

Il lavoro e il guadagno sono gli scopi supremi dunque e a questi bisogna sacrificare tutto. Quando si accorgerà- troppo tardi- che tale impiego del tempo non gli ha portato nessuna soddisfazione ne morirà.

Ma intanto  aggiunge che soltanto i poeti possono permettersi di “osservare minutamente i loro sentimenti per esprimere con bellezza e sicurezza la propria vita privilegiata, mentre noi, cara mia, siamo semplici commercianti e le nostre osservazioni personali contano ben poco”. 

Con grande lavoro e massimo impegno, dico, bisogna imparare a rendere universale quanto è personale.

Tony dà ragione al fratello maggiore criticando la gentaglia che prospera più di loro. La gara tutt’altro che olimpica tende a vincere sul terreno della prosperità.

Bologna 2 novembre 2026.

p. s.

Mi  mancano gli albicocchi in fiore. E pure il grande caldo pervadente con la luce tenace  di giugno. E’ la mia stravaganza oggi quando è di moda odiare il caldo che ci spoglia ed evitare la luce poiché le opere di molti sono brutte e sono malvagie.

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Se continuano a leggermi 10 mila persone al giorno arriverò a 4 milioni di lettori in due mesi. Intendo provarci. Questa è la mia gara veramente olimpica.