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La pièce che piaceva a
Ifigenia mi sollevò e aprì la strada al romanzo che state leggendo. Fino al
giorno del giugno successivo in cui la mia Musa mi lasciò per un attore
famoso, tuttavia non iniziai quest’opera grande e, credo, meravigliosa: una
storia d’amore e pure ricca di vita politica e sociale, di educazione nella
scuola e non solo, insomma di fatti, pensieri e sentimenti umani dove ciascun
lettore può riconoscere qualche parte di se stesso e ritrovare tante
esperienze proprie: dalle familiari, alle scolastiche, alle politiche, alle
amorose. Il numero di lettori che da qualche mese cresce ogni giorno a migliaia
mi fa pensare che sto trovando lo stile giusto: quello che dà felicità a
scrive constatando di essere letto in tutto il mondo.
La pubblicità con il suo martellamento vorrebbe disumanizzarci,
sicché già allora pensavo di dover scrivere pagine che ricordassero ai
lettori di essere umani e li aiutassero a non perdere questa coscienza.
Ora so che quando si comincia a scrivere un romanzo epico, cercando
di renderlo universale oltre che personale, razionale, preciso e nello stesso
tempo capace di suscitare meraviglia con una sinergia di logos e mythos, quindi predisponendosi ad anni di sacrifici, di
rinunce a ogni piacere non funzionale all’opera intrapresa, ora so che quando
si sente la necessità di questo concepimento e parto, è accaduto un evento che,
al pari di un tuono o di un lampo, dà il segnale che l’ora
è giunta, e non è possibile sottrarsi a questa chiamata imperiosa alla creazione
di un’opera che esige cure assidue ogni giorno come un
figlio bisognoso di ogni cosa, una creatura che si fa pensare sempre,
pretende l’attenzione piena, richiede tutte le energie necessarie alla sua
crescita; si fa sentire anche nel letto quando non riusciamo a prendere sonno
e pure quando domiamo. Perfino quando facciamo l’amore.
L’entusiasmo di Ifigenia per quanto avevo scritto non durò a lungo.
Verso la fine di ottobre notai un calo di interesse nei miei confronti.
Il primo novembre, secondo anniversario del nostro inizio amoroso,
scalammo insieme parte della dura salita che si inerpica su per il monte detto
delle formiche. L’anno precedente, alla prima ricorrenza del nostro battesimo
erotico, vi eravamo saliti chiusi nell’automobile: allora le dissi che se
avesse raggiunto quella cima in bicicletta, l’avrei sposata. In quel tempo
azzardai tale promessa convinto che non ce l’avrebbe fatta mai.
A questo punto invece temevo di essere lasciato e le chiesi di
tentare la prova. Segni e contrassegni, prove e controprove imposte a me
stesso innanzitutto: a ottanta anni più uno e 10 mesi vivo ancora così. Odisseo
giunse a Itaca ma neppure in casa sua “era sfuggito alle prove" (Odissea, I, 18)
Nell’agosto del 2024,
a 79 anni e mezzo, ho affrontato il giro del Peloponneso con il
Taigeto.
Spero di riptere l’impresa. Pedalatore sempre più annoso, fino a
quando non ne morirò. Sarebbe una
bella morte: degna di me. Il più tardi possibile tuttavia. Pensare che a
venti anni invece volevo morire al più presto.
“Tu non cedere mai”, mi dico oggi, a ogni ora.
Ma torniamo a quell’autunno remoto.
Ifigenia, non più tanto interessata a me, disse che non ce l’avrebbe
fatta a pedalare fino al santuario. In effetti scalò due terzi dell’impervia
ascesa nell’autunno che sto raccontando.
“Al terzo anniversario. il primo novembre del 1981, compirai
l’impresa e non ne morrai come le formiche”, le dissi.
Quindi le recitai il distico
inciso in una lapide posta in cima a una scalinata posta dietro l’altare. Ne
avevo imparato le parole che conferiscono mito e sacralità al monte di 650 metri.
Certatim volitant formicae ad Virginis
aram
Et
simulac volitant victima quaeque cadit
L’anniversario seguente, il primo novembre del 1981, era caduto già
da diversi mesi il nostro sodalizio.
Io mi trovavo a Pesaro da solo: la mattina fino a mezzogiorno scrivevo a
penna un abbozzo della parte iniziale di questa opera, con stile ancora assai
rozzo, il pomeriggio andavo al mare
prima che dal cielo scendesse il buio precoce. Osservavo i gabbiani posarsi
sulla sabbia umida o volare sopra l’acqua giallastra nella bruma che calava
implacabile mentre un relitto di sole mortificato appariva quale un lampione
languente, a corto di gas.
Gli uccelli affamati ripetevano senza tregua strida lunghe, lugubri,
disperate. Di Ifigenia non sapevo più niente, nemmeno se fosse ancora viva o
già morta.
Oggi so che è l’una e l’altra cosa. E’ viva qui, nelle parole che
leggete.
Pesaro 20 settembre 2026 ore 16, 31 giovanni ghiselli
p. s.
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In Italia 855 mila 721. Gli altri in tutto il mondo: più in Europa, America
latina e Asia che altrove, ma non mancano nemmeno in Africa, Australia e Nuova
Zelanda.
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