mercoledì 26 agosto 2026

Euripide Ione dodicesima parte (versi 1029-1047). Il relativismo morale e quello del diritto.


 

Creusa dà istruzioni al Vecchio su come assassinare il ragazzo creduto figlio di Xuto mentre di fatto è figlio di Apollo e della stessa Creusa. Il tutore della donna che sta organizzando l’assassinio del proprio figliolo senza saperlo dunque deve prendere il bracciale d’oro dono di Atena e recarsi nel luogo del banchetto. Terminato questo, al momento delle libagioni, il vecchio aio diventato sicario dovrà tirare fuori da sotto la veste il veleno e versarlo nella coppa del giovane, e solo a lui, quello che ha intenzione di  spadroneggiare nel mio palazzo- tw`/ tw`n ejmw`n mevllonti despovzein dovmwn- (1036). Se gli attraversa la gola, non giungerà mai all’inclita Atene ma rimarrà  morto qui. Creusa si compiace nel ribadire la necessità di questo delitto.

Il Vecchio assicura che si darà da fare per eseguire l’ordine ricevuto

Quindi esorta il suo vecchio piede- a[g, w\ geraie; pouv~, neaniva~ genou`, (1041) ridiventa giovane, e[rgoisi,  keij mh; tw`/ crovnw/ pavresti soi (1042) anche se per il tempo non è più da te.

Marcia con i padroni contro il nemico.  Ammazzalo e caccialo di casa.

Bella cosa è onorare la pietà quando si ha buona sorte, ma qualora uno vogòia fare del male ai nemici nessuna legge si trova tra i piedi.

E’ il relativismo sofistico che stava diventando di moda. Sofocle lo condanna decisamente, Euripide per lo meno gli dà voce.

Di recente il ministro Tajano ha sentenziato che il diritto internazionale è valido e puù avere vigore “fino a un certo punto”. Cioè finché non scomoda i più forti. Lo aveva già detto un personaggio negativo della Repubblica di Platone. Questo sofista dunque, Trasimaco  sostiene che il giusto non è altro che l’utile del più forte: “fhmi; ga;r ejgw; ei\nai to; divkaion oujk a[llo h] to; tou` kreivttono~ sumfevron ”, 338c.

Socrate replica che chi comanda (a[rcwn) non deve cercare e prescrivere il proprio utile (to; auJtw'/ sumfevron) bensì quello di chi gli è subordinato (ajlla; to; tw'/ ajrcomevnw/, 342c)

 

Il  diritto del più forte.

 

Platone, nel Gorgia, attribuisce a Callicle , un altro sofista, una  franca affermazione del diritto del più forte.  Secondo questo personaggio del dialogo  la natura e la legge sono per lo più in contrasto l'una con l'altra:"wJ" ta; polla; de; tau'ta ejnantiv  j ajllhvloi" ejstivn, h{  te fuvsi" kai; oJ novmo"" ( Gorgia, 482e).

 i novmoi della povli" democratica costituiscono la barriera difensiva che gli ajsqenei'" , i deboli, e oiJ polloiv, la massa, erigono per sé e per il loro utile (suvmferon):"  jall j oi\mai oiJ tiqevmenoi tou;" novmou" oiJ ajsqenei'" a[nqrwpoiv eijsin kai; oiJ polloiv. pro;" auJtou;" ou\n kai; to; auJtoi'" sumfevron touv" te novmou" tivqentai kai; tou;" ejpaivnou" ejpainou'sin kai; tou;" yovgou" yevgousin[1]: ejkfobou'nte" tou;" ejrrwmenestavtou" tw'n ajnqrwvpwn kai; dunatou;" o[nta" plevon e[[cein, i{na mh; aujtw'n plevon e[cwsin, levgousin wJ" aijscro;n kai; a[dikon to; pleonektei'n , kai; tou'tov ejstin to; ajdikei'n, to; plevon tw'n a[llwn zhtei'n e[cein: ajgapw'si ga;r oi\mai aujtoi; a]n to; i[son e[cwsin faulovteroi o[nte". dia; tau'ta dh; novmw/ me;n tou'to a[dikon kai; aijscro;n levgetai, to; plevon zhtei'n e[cein tw'n pollw'n , kai; ajdikei'n aujto; kalou'sin”(Gorgia, 483b-c), ma io credo che coloro i quali stabiliscono le leggi sono gli uomini deboli e i più. Per se stessi dunque e per il proprio utile stabiliscono le leggi e spandono gli elogi ed esprimono biasimi: per spaventare i più forti tra gli uomini, e quelli che sarebbero capaci di prevalere, proprio perché non prevalgano, dicono che è brutto e ingiusto avere la meglio e che questo è commettere ingiustizia: cercare di avere più degli altri; infatti loro sono contenti di essere alla pari, lo credo, dal momento che sono inferiori! Per questi motivi dunque secondo la legge proprio questo si chiama ingiusto e vergognoso, cercare di avere la meglio sui più, e questo chiamano commettere ingiustizia. 

Una critica del genere fa A. Schopenhauer ai filosofi cattedratici del suo tempo. E' loro interesse "far valere in qualche modo quanto è piatto e privo di spirito".  Per soffocare quanto c'è "di autentico, di grande e di profondamente pensato" e "per mettere in circolazione senza ostacoli ciò che non vale, essi si riuniscono, alla maniera di tutti i deboli[2], costituiscono congreghe e partiti, s'impadroniscono dei giornali letterari, in cui, come del resto nei propri libri, parlano con profondo rispetto e sussiego dei loro rispettivi capolavori, traendo in tal modo per il naso il miope pubblico"[3].

Ma mette le cose a posto la natura poiché " la natura è aristocratica, più aristocratica di qualsiasi società feudale basata sulle caste"[4].

 

Personalmente credo che la natura faccia prevalere la vita, la bellezza, la generosità e che i volonterosi di sopraffazione, di guerra e di morte ne rimarranno vittime

 

 

  

Pesaro 26 agosto 2026 ore 20, 31 giovanni ghiselli

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[1] Questi due accusativi dell’oggetto interno denunciano il circolo chiuso che esclude i capaci dal giro dei deboli e degli incapaci i quali si danno forza reciproca con questi girotondi esclusivi e viziosi

[2] Cfr. oiJ ajsqenei'" a[nqrwpoiv del Gorgia di Platone (n.d. r.).

 

[3] Parerga e paralipomena (del 1851), Tomo I, p. 227.

[4] Parerga e paralipomena (del 1851), Tomo I, p. 275.


Ifigenia XCVII. L’impossibilità di essere “normale” ossia ordinario e usuale. Liberalismo e comunismo.


 

La sera del 16 luglio  uscii di nuovo con Silvia Virág che venne a chiamarmi in collegio mentre studiavo la storia romana. Tornammo all’Obester, la “nostra”  taverna sotterranea,  e riprendemmo a parlare di politica, ossia della vita  nelle poleis che conoscevamo

La  bionda  tedesca ribadiva che la Germania Orientale era oppressa dal tallone del tiranno Honecker puntellato e sorretto dall’esercito sovietico.

Io ribattevo che l’Italia non stava meglio in quanto era   raggirata e inebetita da un cosiddetto liberalismo il cui fine è che la massa non pensi, non ami, e consumi di tutto ingordamente con le fauci spalancate e il cervello chiuso.

Il popolo, dissi, non è fatto di  cittadini bensì di sudditi e clienti del governo patrono:

  nunc inhiat panem et mendacia ut devoret ” , ora spalanca la bocca per divorare pane e menzogne.

Tale liberalismo comprende la libertà di sfruttare.

 

“Da noi-continuavo- imperversa una gioventù intruppata in branchi rumorosi, ottusi, faziosi, oppure in greggi pigri, queruli, flebili, o petulanti e beceri, o viceversa afasici.

Intanto, nel vuoto di cultura, di idèe, di sentimenti forti e buoni, proliferano vizi quali la malafede, l’egoismo, la droga, la violenza. Sintesi e simbolo di tutto questo sono le stragi occultamente programmate da manovratori infernali anche stranieri ed eseguite da una manovalanza di sicari nostrani.

Sono altrettanti tentativi di colpi di Stato. L’ultimo e il più deleterio è stato nel maggio del 1978 l’assassinio di Aldo Moro che voleva portare il partito comunista al governo.

I giovani sono sciancati nell’anima, gli adulti sono incoscienti o, se coscienti, restano comunque sottomessi e silenziosi. Io, nel mio piccolo, ho perso il lavoro che mi piaceva per avere criticato il potere.

Mi poteva andare anche peggio: un intellettuale coraggioso, Pier Paolo Pasolini,   ha denunciato la complicità dello Stato nelle stragi ed è finito massacrato di botte da una banda di assassini prezzolati nel novembre del 1975. Anche questo un colpo di Stato eseguito da sicari contro la democrazia e la parresia, la libertà di parola.

 Da noi l’intellettuale libero viene ucciso o per lo meno penalizzato da siffatto liberalismo”.

 

Silvia tornò a lamentare la censura e l’assenza  di tanti autori europei, introvabili nelle librerie di Berlino est. Era meno difficile reperirli in Ungheria dove c’erano maggiori sperequazioni economiche ma più libertà culturale.

Un comunismo al gulasch, si diceva di quello di Kádár che attenuò il rigore del regime filosovietico dopo la rivolta del 1956, rivoluzionaria o reazionaria che fosse.

 

Tornato in collegio, in camera mia , ripensai alla serata. Quella donna diceva parole che mi facevano pensare, come succede dopo un film interessante o una lettura significativa.

Ifigenia invece mi obbligava a rimuginare sul suo conto cercando di ingelosirmi. Oramai nella mia povera testa pullulavano ipotesi pessime inutili e dannose. Sapevo che nell’amore il dubbio equivale alla  certezza di non essere corrisposto, ne ero sicuro per averlo provato più volte, ma durante  quel mese volli  soffrire  fino in fondo il dilemma ridicolo e irrazionale “m’ama non m’ama” per imparare dell’altro dal dolore che sentivo ogni giorno davanti all’assenza di messaggi per me.

 

Tornato in Italia, potei constatare in presenza di Ifigenia che il mio pathos doloroso del mese passato a Debrecen non era parto di un cervello malato, bensì faceva parte del logos che voleva capire prima di rinunciare.

 Ifigenia mi fece un racconto caotico e contraddittorio delle sue avventurose vacanze e disse che non mi aveva scritto perché temeva il mio giudizio sul suo stile. In realtà mi aveva inviato  un telegramma laconico e ingannevole: “aspetta  il mio espresso”, poi non aveva mandato nient’altro che una cartolina siccome non aveva nulla  di buono da comunicarmi e non poteva rivelarmi la verità sulle proprie faccende poco limpide, almeno dal mio punto di vista, viziato, forse, dal moralismo o dalla morale. Decidi tu, lettore.

Il fatto è che non sapevo o non volevo prendere la vita com’è davvero, ingabbiato com’ero negli schemi innaturali che mi impedivano di vivere dando retta all’istinto: il mio non era cattivo ma diversi pulpiti diabolici l’avevano demonizzato e reso malato proprio perché era sano.

Mi avevano indotto a cercare la donna della vita, la donna per sempre.

Solo verso i cinquanta anni ho compreso che questa per me non esiste. Ho sempre funzionato meglio con la donna precaria, la donna non sposabile, la straniera estrema, o la moglie di un altro. Insomma la donna proibita dai divieti subìti.

Mi avrebbero aiutato i classici a capire, a rompere i serrami del carcere. Nel campo amoroso soprattutto Ovidio.

Quando vidi arrivare l’alba che biancheggiava tra gli alberi della grande foresta, smisi di rimuginare e mi addormentai.

 

Pesaro 26 agosto  2026 ore 10, 09  giovanni ghiselli

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