Vediamo ora una critica contrastiva:
quella di A. Schopenhauer, il
quale denigra la tragedia greca in quanto essa non insegna la rassegnazione,
la rinunzia e la negazione della volontà. Sentiamo il filosofo anti-idealista e
anti-storicista che Nietzsche, nella terza delle Considerazioni inattuali, quattordici anni dopo la sua morte
(1874), esaltò come il solo educatore della nuova Germania.
“Il nostro godimento della tragedia non appartiene al sentimento del bello, ma a quello del
sublime; anzi è il più alto grado di quel sentimento. Poiché, come noi alla
vista del sublime nella natura ci togliamo dall’interesse della volontà, per
mantenerci puramente contemplativi; così nella catastrofe tragica ci rivolgiamo
via dalla stessa volontà alla vita. Nella tragedia dunque ci viene presentato il lato terribile
della vita, lo strazio dell'umanità, il dominio del caso e dell'errore, la
caduta del giusto, il trionfo del malvagio...A tale vista noi ci sentiamo
spinti a distogliere la nostra volontà dalla vita, a non volerla e a non amarla
più…Nel momento della catastrofe tragica sorge in noi, più chiara che mai, la
persuasione che la vita sia un affannoso sogno, dal quale dobbiamo destarci…Ciò
che dà al tragico, in qualunque forma esso si presenti, la vera spinta
alla sublimità, è il sorgere della conoscenza che il mondo e la vita non
possano concedere vera soddisfazione, quindi non meritino il nostro
attaccamento: in ciò consiste lo spirito tragico: esso perciò conduce alla
rassegnazione".
Tale rassegnazione secondo
Schopenhauer non è messa abbastanza in rilievo dalla tragedia greca, e non è
assoluta: “Ammetto che nella tragedia degli antichi questo spirito di
rassegnazione raramente appaia e venga espresso in modo diretto. A Colono Edipo
muore invero volontariamente e rassegnatamente; però lo consola la vendetta
contro la sua patria.
Ifigenia giovinetta è assai
disposta a morire; però è il pensiero del bene della Grecia che la consola e
produce il mutamento del suo animo, per cui ella accetta volontariamente la
morte, alla quale voleva prima in tutti i modi sfuggire.
Cassandra,
nell'Agamennone del grande Eschilo,
muore di buon grado, ajrkeivtw bivo" (v. 1306); ma anche ella è consolata dal pensiero della vendetta.
Ercole, nelle Trachinie, cede alla necessità, muore tranquillo, ma non rassegnato" .
Anche Ippolito “come quasi tutti
gli eroi tragici degli antichi, mostra dedizione al fato inevitabile ed alla
volontà inflessibile degli dèi, ma nessuna rinunzia alla volontà di vivere” .
“Edipo, dal canto suo, scende
tra i morti tutt’altro che pacificato: non ha assolto chi lo ha offeso, non
ha chiesto perdono per i suoi misfatti (il perdono e la riconciliazione, in
ogni caso, sarebbero concetti anacronistici, applicati alla cultura greca di
età classica)”.
Migliore dunque, secondo Schopenhauer è la
"tragedia cristiana" in quanto"espone la rinunzia di tutta la
volontà alla vita, il lieto abbandono del mondo, nella coscienza della sua
vanità e nullità". Quindi:"Shakespeare è molto più grande di
Sofocle: in confronto all'Ifigenia in Tauride di Goethe (1787) si potrebbe trovare quasi rozza e volgare
quella di Euripide.
Le Baccanti
di Euripide sono un indegno pasticcio in onore dei sacerdoti pagani.
Molti drammi antichi non hanno alcuna tendenza
tragica; come l'Alcesti e l'Ifigenia
fra i Tauri di Euripide; alcuni
hanno motivi repellenti, o perfino nauseanti; come l'Antigone ed il Filottete. Quasi tutti mostrano il
genere umano sotto l'orribile dominio del caso e dell'errore, ma senza la
rassegnazione da ciò provocata e di ciò redentrice. Tutto questo perché gli
antichi non erano giunti ancora al sommo ed al fine della tragedia, anzi della
concezione della vita in generale…Quindi l’esortazione alla rinunzia della
volontà alla vita rimane la vera tendenza della tragedia"
.
La tragedia classica in effetti non è “solo
rappresentazione di eventi terribili (deinav). Euripide,
in particolare, è autore di tragedie a lieto fine che per la loro peculiare
natura hanno imbarazzato, sin dall’antichità, numerosi critici.
Una delle hypotheseis
all’Alcesti
giudica il dramma “vicino ai modi del dramma satiresco” (saturikwvteron); e tragedie come lo Ione, l’Ifigenia Taurica e
l’Elena sono state variamente
definite dagli studiosi moderni “tragicommedie”
o “melodrammi”.
Più avanti, negli stessi Supplementi, Schopenhauer mette in rilievo che “i greci assumevano
per eroi della tragedia sempre persone regali; e per lo più anche i moderni”.
Poi continua: “Anche la tragedia borghese non è da rigettarsi
incodizionatamente. Le persone però di grande potenza e di grande prestigio
sono le più appropriate alla tragedia, perché la infelicità, nella quale noi
dobbiamo riconoscere il destino della vita umana, deve avere una sufficiente
grandezza, per apparire terribile allo spettatore, chiunque esso sia. Euripide
stesso dice: feu`,
feu`, ta; megavla megavla kai; pavscei kakav
(Stob. Flor., II, 299). Alle persone
borghesi manca quindi l’altezza di caduta”.
.
Nel terzo
libro di Il mondo come volontà e
rappresentazione (1819) Schopenhauer
indica alcune tragedie “cristiane” come esemplari in quanto aiutano a
squarciare l’ingannevole velo di Maja : “Una è identica volontà è quella, che in tutti vive e si manifesta,
ma le sue manifestazioni si combattono e si dilaniano a vicenda”. Non senza grande dolore. In alcuni individui la
conoscenza “purificata ed elevata mediante il dolore stesso, tocca il punto in
cui il fenomeno, il velo di Maja, non più l’inganna. Allora la forma del
fenomeno, il principium individuationis,
viene visto bene addentro; e perciò l’egoismo che su questo si fonda è spento,
sì che motivi prima poderosi perdono la loro forza, e in luogo di quelli la
piena cognizione dell’essenza del mondo, agendo come quietivo della volontà, fa
nascer la rassegnazione, la rinunzia non alla vita soltanto, ma all’intera
volontà di vivere. Così vediamo nella tragedia i più nobili caratteri da ultimo
rinunziar per sempre, dopo un lungo combattere e soffrire, agli scopi fino
allora sì vivamente perseguiti, e a tutti i piaceri della vita, o la vita
stessa abbandonare volenterosi e lieti. Così il principe Costante di Calderón; così Margherita nel Faust; così Amleto…così ancora la Pulcella d’Orléans,
la Fidanzata
di Messina:
tutti muoiono purificati dal dolore, ossia quando in loro la volontà di vivere
è già morta…Il vero senso della tragedia è la cognizione...che l'eroe non
sconta i suoi peccati personali, ma il peccato universale, ossia la colpa
stessa dell'essere:
Pues el delito mayor
del hombre es haber nacido ,
come apertamente afferma Calderón.
Il rappresentare
una grande sventura è la sola cosa essenziale alla tragedia. Le molte vie, per
le quali la sventura può essere introdotta dal poeta, sono di tre specie.
Può accadere
per la straordinaria perfidia, spinta a toccare gli estremi limiti della possibilità,
d’un carattere, il qual diventa causa della sventura: esempi di questo genere
sono Riccardo III, Jago dell’Otello,
Shylock nel Mercante di Venezia,
Franz Moor, la Fedra di Euripide, Creonte nell’Antigone e così via.
Oppure può
accadere per un cieco destino, ossia caso ed errore: di tale specie è un vero modello il re Edipo di Sofocle, ed anche le Trachinie, e in genere la
maggior parte delle tragedie antiche; tra le moderne sono esempi Romeo e Giulietta, il Tancred di Voltaire, la Fidanzata di Messina (Schiller, 1803)
La sventura può
essere cagionata in fine dalla semplice situazione rispettiva delle persone,
dai loro rapporti…Quest’ultima
specie sembra a me di molto preferibile alle altre due: imperocché ci fa
apparire la più grande delle sventure non come un’eccezione, non come effetto
di circostanze rare o di mostruosi caratteri, ma come alcunché venuto
facilmente e spontaneamente, quasi per naturale necessità, dall’azione e dai
caratteri degli uomini ; e appunto perciò la rende in terribile modo vicina
a noi stessi…Allora rabbrividendo ci sentiamo già in mezzo all’inferno”.
Quale perfetto
modello del genere tragico Schopenhauer indica il dramma Clavigo di Goethe (1774) . Poi continua: “Della stessa natura è in
un certo senso Amleto, se non
guardiamo che alla situazione del protagonista davanti a Laerte ed Ofelia;
anche il Wallenstein ha questo merito; tale è pure il Faust, se si considera soltanto ciò che
accade a Margherita e a suo fratello; così il Cid di Corneille, al quale manca
nondimeno l’esito tragico, che invece si trova nell’analoga situazione di Max
rispetto a Tecla nel Wallenstein”.
Diversi anni dopo le Considerazioni inattuali, Nietzsche rifiuta questa interpretazione e
confessa il proprio pentimento per " avere oscurato e guastato con formule
schopenhaueriane intuizioni dionisiache".
Leggiamo quanto scrive nei Frammenti
Postumi del 1888:"Schopenhauer sbaglia quando fa di certe
opere d'arte uno strumento del pessimismo. La tragedia non insegna la
"rassegnazione". Il
rappresentare le cose terribili e problematiche è esso stesso già un istinto di
potenza e di magnificenza nell'artista: egli non le teme. Non c'è un'arte
pessimistica. L'arte afferma".
Possiamo
trovare una nota addirittura ottimistica nelle Supplici di Euripide, del 422, quando si profilava la pace di Nicia, pur malsicura. Teseo,
il re di Atene, confuta quanti sostengono che il male prevalga, e afferma
che invece per gli uomini è maggiore il bene che il male. Se fosse maggiore
il male non vivremmo nella luce.
Dunque il
Pericle in vesti eroiche elogia quello tra gli dèi che ha regolato la nostra
vita da confusa e bestiale che era (ejk pefurmevnou kai; qhriwvdou" ) innanzitutto mettendoci dentro l’intelligenza, poi
dandoci la lingua messaggera delle parole, in modo da capire la voce (vv.
201-205).
Nelle Supplici Teseo elogia la costituzione democratica
dialogando con l'araldo mandato da Creonte, re, anzi tiranno di Tebe. Atene, a differenza della città
beota non è comandata da un uomo solo,
ma è libera (ejleuqevra povli" ,
v. 405).
Teseo è lo stratego ideale. Il messo che racconta la battaglia contro i
Tebani conclude la sua rJh`si~ elogiando il re ateniese che ha vinto la battaglia
ma non ha voluto distruggere Tebe: bisogna proprio scegliere un comandante come
Teseo che misei`
uJbristh;n laovn (v.
728), odia la massa tracotante la quale, se ha successo, cerca di salire sul gradino
più alto e distrugge il vantaggio conseguito prima. E’ un
appello ai cittadini perché non eleggano un altro Cleone il quale dopo il
successo di Sfacteria aveva indotto gli Ateniesi a rifiutare proposte di pace
ed era succeduta la disfatta di Delio (424).
Bologna 20 giugno 2026 ore 18, 24 giovanni ghiselli
p. s.
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Basta la vita!
In realtà è il v. 1314.
A questa espressione sconsolata di Cassandra se
ne può accostare una simile dell'Elettra
di Sofocle che del resto desidera la vendetta non meno della figlia di Priamo:
"tou'
bivou d j oujdei;" povqo" "(Elettra, v. 822),
non ho nessun desiderio di vivere. ndr