venerdì 18 settembre 2026

Ifigenia CLXXII Delfi, Olimpia, Sparta, Epidauro.

.

 

La sera del 17 agosto arrivammo a Delfi. Cercai una casa nella

 oJdo;~    jApovllwno~, invano. Così fummo costretti a ripiegare su una strada dal nome insignificante. Ifigenia mi rimproverò poiché non avevo trovato un alloggio nella via con il nome della lieta divinità che nel sonno ci avrebbe svelato veracemente il futuro.

Risposi che nella via di Apollo  la camera poteva continuare a cercarla lei anche per tutta la notte. Io ero talmente stanco di guidare l’automobile cercando di non consumare troppa benzina, e tanto annoiato dalle sue lamentele che mi accontentavo di dormire  in un posto qualunque, purché non sporco. In effetti il signore di cui c’è l’oracolo a Delfi non ci fece antivedere il futuro nelle immagini oniriche della notte.

La mattina seguente percorremmo la salita rocciosa, spinosa, infuocata del santuario: pregavamo Febo di tenerci insieme ancora del tempo, abbracciati  e fusi nell’arte. Ma il Peana rimase nascosto dentro l’ombelico del mondo o dietro le due cime del Parnaso, senza darci risposta.

Il sole mi  sembrava soltanto una muta palla di fuoco.

 

Allora andammo a cercare presagi a Olimpia. Ci arrivammo di sera.

Appena trovato l’alloggio sgradito a Ifigenia siccome era un povero ostello  della gioventù, la fastidiosa ragazza ebbe l’impertinenza di propormi dei salti in discoteca. Le risposi: “tu vuoi condurmi al martirio per fare i tuoi salti empi quanto quelli di Salomè che fecero decapitare l’onesto Giovanni. Noi siamo venuti in Grecia a pregare, e se andassimo a intronarci in un luogo così orrendamente profano, daremmo da bere del veleno alla nostra sete di Dio”.

La sacrilega donna mugugnò qualche altra infame bestemmia  con cupo rancore.

La mattina seguente del resto mi donò una scena simpatica. Appena desto dopo una dormita  rasserenante, la baciai sulla pancia abbronzata: la bella ragazza, che non era desta del tutto, fece un movimento repentino, quindi spalancò gli occhi e sorrise.  Era scattata  come una gatta accarezzata sulla schiena, vicino alla coda. Rapida e inopinata, poco mancò che mi graffiasse.

“Se avessi visto come ti sei mossa, non potresti negare di essere una gatta, o una pantera, se preferisci. 

“Adesso capisco perché litighiamo tanto-ribatté- l’altro ieri tu hai rivelato la tua vera natura canina, io oggi la mia proprio felina”.

Aveva risposto bene e replicai dicendo: “cagnolini e gattine possono anche amarsi”. Ridemmo e facemmo l’amore più volte per scambiarci piacere e rendere onore a tutti gli dei della Grecia.

E replicare alla tetra faccia dei furfanti bigotti che mi avevano terrorizzato quando ero bambino.    

 

Andammo nel sito delle antiche e nobili gare cantate al suono della dorica lira da Pindaro che ha eternato la fama degli agonisti vittoriosi. Anche noi due aspiravamo all’arte e alla gloria.

Io dovevo trovare il modo di raccontare  sub specie aeternitatis la nostra storia vissuta troppo spesso sub specie caducitatis e penosamente per giunta. 

Ifigenia era bella e pensosa. Era davvero la mia compagna quel giorno. Ricordando il vate tebano, dico di Pindaro ora non di Tiresia, le ripetei che noi, destinati comunque a morire, non dobbiamo aspettare nell’inerzia una vecchiaia inferma, diventare inutili pesi alla terra e fastidiosi fardelli per gli altri, bensì acquistare ogni giorno energie nuove per potenziare  sapienza e bellezza e fissarle con le parole, trattenerle dall’abisso orrido immenso dove precipiteranno i nostri corpi, per farle  brillare  sul mondo perché dai cuori delle donne e degli uomini zampilli il ricordo di Dio.

Ifigenia annuì in silenzio.

Eravamo nel recinto dei templi caduti sotto i pini che si levano al cielo e sussurrano arcane voci divine trasmesse dal vento caldo del Peloponneso alle orecchie delle persone devote che cercano di interpretarle. Olimpia è uno dei luoghi della terra più amabili e ameni. Inorridisco all’idea di non poterci tornare.

Mi vennero in mente alcune parole della Sibilla Cumana da recitare a Ifigenia, la mia compagna sempre in bilico tra il bene dove poteva elevare anche me, e  il male dove talora cercava di  trascinarmi a precipizio con sé:

“facilis descensus Averno:

noctes atque dies patet atri ianua Ditis;

sed revocare gradum superasque evadere ad auras,

hoc opus, hic labor est.

Dobbiamo farcela”, conclusi.

Ifigenia approvò quanto aveva capito.

Quindi entrammo nel museo  per vedere i frontoni raccolti. Soprattutto ci piacque e commosse la figura di Febo signore che si erge imperturbato sopra la zuffa dei Lapiti con i Centauri ubriachi, violenti e immondi profanatori delle nozze del re Piritoo con Ippodamia.

“Dobbiamo trovare anche noi la forza di elevarci sopra il caos degli istinti cattivi e nocivi, se vogliamo trovare una nobile identità umana e la bellezza imperitura dell’arte”. Eravamo d’accordo,

Sostammo pensosi anche davanti al frontone orientale con l’attesa della gara tra Pelope ed Enomao che segnala il suo destino di sconfitta e di morte con la bocca dischiusa, quindi passammo alla sala  dell’Ermes di Prassitele dalla posa muliebre e materna.

 

Poi partimmo e attraversammo il Peloponneso fino a Sparta. Qui non c’era niente di bello tranne certe fanciulle robuste  discendenti dalle fiere virago di quella terra.

Mi fecero venire in mente le antiche ragazze che correvano lungo l’Eurota saltando come puledre e scagliando verso il cielo le chiome odorose prima di stendersi stanche,  sparpagliate sull’erba qua e là.

In un piccolo museo c’era solo un oplita piuttosto desolato e meschino.

Ifigenia mi domandò se Sparta avessero lasciato qualcosa di bello.

Le recitai alcuni versi di Alcmane rimastimi impressi nella memoria fin dal liceo. Un notturno rimasto esemplare:

"Dormono le cime dei monti e i burroni

e le balze e anche le gole

e la selva e gli animali che strisciano quanti ne nutre la nera terra

 e le fiere montane e la stirpe delle api

e i mostri negli abissi del mare purpureo;

dormono le razze degli uccelli dalle ampie ali".

 

Verso le sei del pomeriggio partimmo. Tre ore più tardi arrivammo a Epidauro appena in tempo per vedere l’antico teatro. Lo chiusero presto facendoci fretta. Sicché non potemmo commuoverci sentendo l’emozione del luogo che poteva portare fortuna alle nostre ambizioni: su quella orchestra avremmo voluto celebrare una sacra unione, la nostra ierogamia propiziatoria.

Oltretutto eravamo digiuni dalla sera precedente e poco provvisti di denaro necessario a sfamarci. Tuttavia non potemmo resistere e spendemmo più del consentito dai nostri conti meschini e pure dovuti, necessari. “Niente ho trovato più forte della necessità”, provai a dire, citando un verso dell’Alcesti . Ma Ifigenia replicò con il realismo della ragazza affamata: “La   necessità  prima adesso è quella del cibo”.  

 

Pesaro 18 settembre 2026 ore 10 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time3132014

Today3485

Yesterday10995

This month160646

Last month307804

 

Ieri pensavo che da quando è morta la madre mia nessuno al mondo mi vuole più bene. Forse è per questo che scrivo tanto e copio il resoconto giornaliero: i tanti lettori sono una consolazione nel deserto di questa mia vecchiaia. Il 23 settembre riprenderò anche le mie conferenze, qui a Pesaro nell’hotel-museo Alexander, poi dal 6 ottobre a Bologna, nella biblioteca Scandellara, e dal 12 ottobre nella biblioteca Ginzburg.

 

 

 

 


giovedì 17 settembre 2026

La sopravvivenza dei padroni, dei servi e quella di chi vuole resistere.


 

Il governo attuale si è tenuto in piedi a lungo alternando minacce a lusinghe, a menzogne camuffate con qualche briciolo di verità.  

Gli imitatores, servum pecus, hanno ripetuto per anni tale  modo di operare e di sopavvivere nel lavoro, in società, perfino in famiglia.

 I pochissimi che professano la verità e la mostrano nuda di maschere e retorici sono stati allontanati, emarginati, isolati.

Nella solitudine in cui ci troviamo e nel poco tempo che resta ricordiamo gli ultimi versi dell’Ulysses di Tennyson (1842) :

Tho’ much is taken, much abides; and tho’

We are not now that strenght which in old days

Mov’d earth and heaven, that which we are, we are:

One equal temper of heroic hearts,

Made weak by time and fate, but strong in will

To strive, to seek, to find, and not to yeld.”

“Molto perdemmo, ma molto ci resta: ora non siamo la forza

 che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:

noi, siamo quello che siamo: una tempra d’eroici cuori,

sempre la stessa: indeboliti dal tempo e dal fato, ma duri

sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai”.

 

Pesaro 17 settembre 2026 ore 20, 57 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time3126099

Today8565

Yesterday12410

This month154731

Last month307804