mercoledì 28 ottobre 2026

In Grecia 1982 Tredicesima parte. Il museo di Delfi. Il messaggio meraviglioso di un’ allieva.


 

Vado verso il museo. Ci entro per dovere, non tanto volentieri, poiché il sole fuori da questo luogo affollato è alto, beneficentissimo, caldo, abbronzante, e l’abbronzatura migliora il mio aspetto, come mi ha insegnato la madre mia, devota sacerdotessa del sole. Sono stato il chierichetto di questo culto quando ero da bambino. Ora ne sono ierofante.

Comunque entro perché so di trovare del nutrimento mentale.

Mi affretto verso la l’auriga  di bronzo, fendendo la folla. Nei musei non guardo ogni cosa ma solo quello che mi fa pensare o mi commuove. A volte mi lascio distrarre dalle giovani donne vive e mi viene in mente l’ arteria femoralis che batte sulla parte anteriore delle loro cosce, come Hans Castorp nel sanatorio pensava a quella di Claudia Chauchat volendo baciarla nella loro notte di Valpurga.

Leggo la targa sul muro: l’auriga di Delfi è il dono votivo di un tiranno.

L’uomo raffigurato non è bello: ha certe caratteristiche dei tiranni appunto e dei tiranneggiati: quelli che vogliono comandare o essere comandati. Gente lontana dall’umanesimo. Il tiranno secondo Platone è un uomo, per natura, o per le abitudini, "mequstikov" (...) ejrwtikov", melagcolikov"", ubriacone depresso e libidinoso:  (Repubblica, 573c): incline al bere, al sesso, alla depressione; inoltre è di animo sostanzialmente servile"oJ tw'/ o[nti tuvranno" tw/' o[nti dou'lo""(579e).  

L’auriga è malfatto nel corpo, stordito nel volto. Bassa la fronte, gonfie le gote, strette le spalle, larga e prominente la pancia, troppo grandi i piedi. Edipo tiranno infatti è l’uomo dai piedi gonfi.

Il potere attuale vuole che la gente non pensi e consumi. Plaude alle guerre che distruggono ogni cosa che poi va ricostruita con lucro di pochi, dopo lo sterminio di intere popolazioni e durante la miseria dei superstiti. Oggi, mentre ricordo fatti lontani, le guerre in corso continuano e si estendono forse fino a un conflitto mondiale che infiniti lutti addurrà al genere umano, eppure i commentatori che ruminano accanto alla greppia plaudono a tale  recrudescenza del male quotidiano.

 

Mi muovo dall’auriga per andare a vedere le statue di Cleobi e Bitone. Sono della prima metà del VI secolo, l’età dei tiranni. L’artefice non possiede la misura dell’uomo davvero umano: imita le colossali statue egiziane in tali creature ancora avviluppate nella natura ferina. 

Giganti e titani: gli eterni nemici della cultura.

L’Atene colta e democratica saprà superare i gradini precedenti, scagliando l’asta oltre il punto dove l’avevano raccolta da Egiziani, Minoìci, Fenici.

Cleobi e Bitone sono morti prima di giungere a maturità.

"Su loro, che avevano compiuto un atto devoto ed erano visti dalla folla, sopraggiunse la miglior  fine della vita, e mostrò in questi la divinità che è meglio per l'uomo essere morto piuttosto che vivere" racconta Erodoto (I, 31, 2).

La lugubre favola erodotea esemplifica la sapienza silenica che interpreto a modo mio: non vale la pena di vivere a lungo se la vita non crea del bene. Così la pensavo intorno ai venti anni quando dei malvagi mi trattavano da mostro riempiendomi di risentimento, poi diverse donne belle e fini mi hanno dimostrato con le parole e con i fatti di ritenermi degno delle loro persone e del loro amore sicché ho capito che mostri erano quelli che mi maltrattavano. E ho ripreso ad amare la vita.

 

Osservo altre figure arcaiche, non ancora formate del tutto umanamente.

Acroterio del tempio degli Alcmeonidi era una Nike alata, più uccello che donna. Sento pronunciare oscenamente “naik”, da italiani.

 Questa è una vittoria non decisiva e malsicura come quelle conseguite con alcune delle mie donne non abbastanza belle né fini, anzi piuttosto rozze, ordinarie e grossolane.

Il classico, il prevalere stabile dell’ordine olimpico sui perturbatori forieri di caos lo vedo accennato nel tesoro degli Ateniesi. Eracle e Teseo l’eroe dorico e quello di Atene, paradigma mitico di Pericle nelle Supplici di Euripide,  sconfiggono i mostri con mano quasi sicura.

Ma di pienamente classico, di esemplarmente umano, non vedo nulla.

Nelle figure successive al V secolo a. C. vedo l’immagine del greco spoliticizzato che un poco alla volte degenera da cittadino a suddito. Tale è un pancratiaste di Lisippo, un posatore di pose non belle. Manierate e manieristiche sono le tre ateniesi che danzano: i loro gesti non sono semplici e belli  come quelli delle figure create da artisti, scultori e poeti che interpretavano i gusti, i sentimenti e i pensieri di un popolo libero e consapevole della sua dignità.

Dopo il terrore dei mostri portatori di caos con la sapienza silenica, dopo i poemi omerici di apollinea chiarezza, dopo la soggezione ai tiranni, poi, in seguito alle guerre persiane che hanno sancito la vittoria del cosmo sul guazzabuglio, gli Ateniesi hanno stabilito la democrazia diretta  e la loro cultura bella con semplicità, un paradigma eterno per tutta l’Europa.

 Finita la guerra del Peloponneso e l’età d’oro di Atene, i Greci sono caduti nell’indifferenza politica finché hanno trovato i padroni che li hanno sottomessi: i Macedoni, poi i Romani.

La statua di Antinoo naticoso e sfacciato amante dell’imperatore Adriano è un simbolo eloquente pur senza parlare.

 

Esco dal Museo. Ho bisogno di sole. Evito ogni ombra che a me porta pena. La sera terrò la mia lezione su quello che ho visto.

Una ragazza, una ex allieva che non dovrò più valutare, mi lascia un foglio scritto. Ne trascrivo alcune parole: “Lei mi ha arricchito, mi ha stimolato a imparare, mi ha fatto desiderare di leggere più e meglio, di sapere più e meglio. Lei è stato uno stimolo continuo per la mia vita scolastica e pure per la mia vita di sempre. Lei mi ha fatto trovare l’unità tra questa e quella. I miei professori successivi mi hanno fatto detestare Platone, ignorare Cartesio, giocherellare con i logaritmi e con Keplero, o mi hanno costretto a riempire di rancide frasi fatte tanti fogli, senza sentire nulla, né trasmettermi nulla. Io mi considero ancora sua alunna perché lei mi ha aiutato a pensare che si può vivere la scuola in modo diverso, che ognuno deve diventare quello che è,  anche quando  si vive da studenti oppressi come me o da insegnanti circondati da ipocrisia e incomprensione, come lei. Vorrei che la mia gratitudine  fossero per lei uno stimolo a continuare con il suo metodo, la via che non rinuncia allo sviluppo della propria umanità non ordinaria, non banale, non volgare.

Io non ho più paura grazie a lei. Sua allieva

Vittoria”.

Traggo grande conforto da queste parole che santificano le mie fatiche umanamente spese. Sono talmente belle che non ne aggiungo altre per quanto riguarda questa giornata.

 

 

Bologna 28 ottobre 2026 ore 19, 36  giovanni ghiselli

 

p. s.

 

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Grecia 1982 Dodicesima parte. A Delfi. Preghiere sofoclèe. Timore per la parresìa.

 

 La corriera si ferma davanti a un bar. Sono visibili le due cime innervate del Parnaso che sovrasta Delfi. Mi viene di nuovo in mente l’ Edipo re di Sofocle: "Chi è quello di cui la profetica/rupe di Delfi disse: ‘ha compiuto infamie su infamie/con mani sporche di strage?’ " (vv. 463-466).

Si tratta dello stesso Edipo che ha ammazzato il proprio padre senza conoscerlo poi ha sposato la propria madre: “Maximun scelus –maternus amor est” grida l’ombra di Laio evocata da Tiresia nell’Oedipus di Seneca (vv. 629-630).

Nell’Ippolito di Euripide c’è Teseo, il padre che prega Poseidone perché faccia morire il figlio Ippolito accusato calunniosamente dalla matrigna Fedra.

 La lezione di queste tragedie è che padri e figli dovrebbero parlarsi e ascoltarsi a vicenda, conoscersi e farsi conoscere. Se non lo fanno, possono  conseguirne le  tragedie che si ripetono sempre nei secoli dei secoli.

Osservo i due gioghi della montagna pregando gli dèi di darmi la forza necessaria ai miei compiti. Primo di tutti quello di educare me stesso e i giovani a risalire la china del precipizio dove ci spingono l’ignoranza, l’odio, l’invidia.

Cerco di rimanere solo, per riflettere e pensare a quello che dovrò dire durante il simposio serale. Entro nel sacro recinto di Delfi e salgo su per il pendio che porta al teatro. Mi fermo davanti al tesoro degli Ateniesi: un tempio dorico, piccolo e ben conservato.

Non vedo guardiani e mi scopro il petto perché il Sole lo benedica e lo colori di salute e di bellezza mentre illumina la montagna sacra. Voglio ringraziare gli dèi di avermi aiutato a non sciupare il mio aspetto con l’ingozzamento e l’inerzia. La salute corporea è il correlativo somatico della sanità mentale che è il dono più grande  di Dio.

“Il comprendere (to; fronei'n) è di gran lunga il primo requisito/della felicità; è necessario poi non essere empio/ in nessun modo negli atti che riguardano gli dèi".

Queste parole del Corifeo sono tra le conclusive dell’Antigone di Sofocle (1347-1350). A Delfi non posso prescindere dal poeta di Colono, l’aedo che, ispirato da Apollo, mi passa la sua estasi. Nemmeno a Pesaro né a Bologna del resto posso fare a meno di Sofocle e di Apollo.

Quindi prego con parole mie. “Signore di Delfi, profeta di Zeus, a te consacro il lavoro cui per anni ogni giorno ho dato il meglio di me. Mi hai sempre aiutato; aiutami ancora. Devo insegnare a fare il bene, cioè a favorire la vita”.

La natura dà segni buoni: le rocce sono adorne e odorose di fiori gialli sorvolati da farfalle variopinte, corteggiati  da  vespe striate, da calabroni brillanti inebriati dal sole. Un festoso  pullulare  di vita.

Proseguo su per l’erto pendio fino al teatro. L’orchestra è profanata da mimi  inverecondi. Procedo per un sentiero che porta allo stadio. Dall’erba che lo costeggia fanno capolino simpatiche lucertole che dopo avere dato rapide occhiate a destra e a sinistra, attraversano il viottolo facendo guizzare il dorso verde chiazzato di giallo. Belline! Sembrano stupite, timorose e felici di essere vive. Come le mie scolare. Gli uccelli cantano fitti nella pineta e addolciscono l’aria resinosa con i loro gorgheggi. Entro nello stadio.  

Prego: “signore degli agoni gloriosi e incruenti, conservami la salute, la forza fisica e il vigore mentale necessari per gareggiare sempre e non perdere mai. Che io possa essere morto quando non vorrò più venire qui in bicicletta a renderti onore. Prometto che lo farò diverse altre volte ancora”.

Torno indietro. Discendo il pendio dalla parte che da nessun sentiero è segnata, dove la natura è come Dio l’ha fatta. Esco dal recinto e mi avvicino alla fonte Castalia. La osservo e prego di nuovo: “O fonte santa che sgorghi dall’ombelico del mondo tra queste rocce ammantate di edera e sei custodita dai bruni cipressi, asili notturni degli uccelli che ora nel cielo festeggiano il dì incoronandolo di voli festosi; sacra sorgente ornata dai fiori che le farfalle baciano con ali impregnate di polline fecondatore, ti prego, dammi la forza di educare chi mi ascolta e mi legge.

 

Bologna  28 ottobre 2026 ore 18, 57 giovanni ghiselli

p. s.

Intendo tornare a Delfi poi magari anche sul Parnaso in bicicletta nel prossimo luglio, se riuscirò a recuperare tutte le forze perdute con la rottura e l’operazione del femore un anno e tre mesi or sono. Chi mi vuole bene, preghi per me.

Tanto se continuerò a vivere, quanto se sarò morto.

 Intanto faccio quanto devo a me stesso: ogni giorno pedalo e cammino dopo avere studiato e scritto. A questo proposito mi preoccupa il fatto che dei fanfaroni si improvvisano giudici e chiedono l’ergastolo per chi dice o scrive parole inusuali. Lo sono anche le mie e temo questa che guerra contro la parresìa mi inceppi e arrivi a impedire questa mia opera educativa togliendomi  lo scopo più nobile della vita.

 

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