lunedì 12 ottobre 2026

Ifigenia CLXXXIX La degnazione della diva. L’ implacabile rimuginare.


 

Dopo l'esibizione, Ifigenia si sentiva una stella: venne a casa

mia e acconsentì a fare l'amore, ma con una degnazione nemmeno

tanto celata. Nuda e distesa sul letto, non aveva smesso di recitare;

anzi si dava insopportabili arie da prima donna. L'accompagnai a

casa sua, provando rancore per lei e per me stesso che continuavo

ad amare tale persona.

Tornando a casa cantavo con dolorosa ironia: “Non son degno di te, non ti merito più”e via seguitando con lamentose note. 

Il fatto era che con lei oramai non funzionavo più.

Il giorno seguente, sabato trenta maggio, la ragazza passò la

giornata a concentrarsi sull'esame finale, io a riflettere

sulla decadenza e rovina del nostro rapporto. Mancavano meno di

due settimane alla catastrofe tragica con altre peripezie dolorose.

Trascrivo i pensieri di quel giorno lontano, inconditi come li trovo

nel diario.

"Ecco perché il secondo anno ho smesso di amarla: vedevo già i

segni dell'egoismo che ora sta dispiegando in tutta la sua

piatta, ottusa e volgare bassezza. Adesso mi sfrutta apertamente,

non dissimula nemmeno i sentimenti cattivi, non nasconde

l'illusione ridicola di valere molto più di me, e di avere migliori

possibilità che stare con me. Prende tutto come se le fosse dovuto,

senza apprezzare il  tempo che ho impiegato per il suo esame,

 anche a discapito del mio lavoro scolastico. E' un prodotto tipico

di quest'età superba e vuota. Maggior mi sento1.

 Già era egoista e superficiale di sua natura, poi il mondo istrionico ha esercitato un'influenza funesta sul suo carattere. Una seduzione cattiva che

non riesco a controbattere. Ho usato tutte le forze di cui

dispongo. Non le ho sprecate però. Quello che non ho insegnato a

lei (onestà, giustizia e così via), l'ho imparato per me e

per la prossima femmina umana, chiunque ella sarà.

Ora costei prova fastidio della mia serietà, del rigore che lei stessa mi

consigliava quando ci teneva, e come, a stare con me, poiché

voleva essere aiutata prima a insegnare poi a recitare; quando le ero utile, aspirava a essere la mia unica donna, non sopportava di condividermi con altre, mentre io facevo l'esteta, il seduttore insofferente di impegni morali,

incapace di scelte definitive. Mi atteggiavo a diverso e strano dalla marmaglia. Invero le assomigliavo assai, forse addirittura in peggio.

“Laudata sii, Diversità/delle creature, sirena/del mondo! Talor non

elessi/perché parvemi che eleggendo/io t’escludessi,/o Diversità,

meraviglia/sempiterna ” 2, ripetevo allora.

Ora però le nostre  situazioni si sono capovolte: Ifigenia sguazza nella corruzione, nell'ingiustizia e nell'estetismo mediocre; io tendo a diventare

morale: a scegliere il bene. In questo tempo doloroso ho

reso migliore me stesso, non lei. Oramai è meglio perderla: il suo

comportamento rozzo e cattivo versa nell'anima mia un veleno

composto di noia e dolore. Ho ancora meno in comune con quella

che con una borghese soddisfatta e convinta: tale persona conosce almeno le buone maniere.

Ifigenia  non ha una passione autentica per l’arte, altrimenti la studierebbe; per il teatro non possiede un talento sicuro, né un interesse profondo; se

non fosse così, non punterebbe  sull'offerta del corpo a

maestri famosi; esperienze di vita con me non ha voluto farne,

tranne il sesso, la bicicletta e quel paio di viaggi dove del resto si è

comportata da parassita mentale. Oramai è invasa dalla smania

del successo, da afferrare con lo strumento della sua potenza fisica

disposta a correre rischi di ogni natura: un mezzo valutato troppo,

per il fatto che con me ha funzionato, ma è inadeguato al nuovo

scopo: quello di ottenere un lasciapassare da maschi  famosi, più cattivi che buoni, più mistificatori che altro, usi al male piuttosto che al bene. Eppure   punta tutto su questi.

Probabilmente la useranno senza esaudirla, senza farle scoprire niente altro   

che la  sua carne di cui si pasceranno: materia scambiata con

una speranza di applausi e trionfi.

Da quando ha fatto questa puntata folle su un destino di gran

rinomanza, mi ha escluso dal suo amore e dalla sua intimità

spirituale. Del resto, per superare questo esame ha avuto bisogno di me, perciò, se dovrà farne un altro,  continuerà a strumentalizzarmi e a lasciarmi usare la sua bellezza ancora per un po’. Veramente Ifigenia è un simbolo

dell'epoca nostra: egoista e nichilista, senza alcun bersaglio nel suo mirino a parte l'utile. Fa come Poppea: “Unde utilitas ostenderetur, illuc

libidinem transferebat” 3.

 Che se ne vada è cosa soltanto buona. Io devo restare solo, indagare me stesso, tentare la rivoluzione morale. Da questo dolore devo ricavare un messaggio di eticità autentica, del tutto diverso dal farfugliare truffaldino di certi politici obesi che quando aprono le bocche voraci simulano competenze

inesistenti mentre dissimulano tutta la vergognosa avidità che nutrono i loro corpi deformi.

 E corrompono il popolo, soprattutto i giovani. Quella

ragazza, come tanti coetanei suoi, è peggiorata con il clima

politico e con i costumi dissoluti ora di moda. La scelleratezza massima di

questo regime di ladri è il cattivo esempio che danno alla gente.

Da questa nostra storia, rappresentativa del triennio nel quale si è

svolta, devo trarre la luce e i semi di una nascita nuova. Potrebbe

essere una tragedia neoclassica: eschilea per la presenza della

Giustizia, sofoclea per lo scavo psicologico dei personaggi,

euripidea per la descrizione del decadere di una civiltà.

Un'opera che ponga la questione morale in termini inquietanti per

tutti. Partendo dal nostro rapporto infelice

devo comunicare il messaggio che non può darsi felicità senza

morale. Utilizzerò  i cori già scritti per i giovani desiderosi del Bene.

Ragazzi che rifiutano non solo i professori incolti, ma tutti i cattivi

maestri di questa era guasta.

Lo schema può essere questo:

I Atto. Ci conosciamo a scuola. Parliamo delle nostre vite di

edonisti-esteti, dediti al piacere e al culto della bellezza.

II Atto a Debrecen. Miei sospetti e angosce. Un'occhiata

all'Europa, con una retrospettiva fino al 1966. L' infelicità sessuale

di quella fase della mia vita. Dialoghi con le finniche dei primi  anni '70 per

mostrare i rapporti umani di quell’età felice. Gli amori nell’università estiva. Peggioramento  già dal 1974.

III Atto. A Pesaro. Colloqui con le zie pretificate. Arriva

Ifigenia. Serie difficoltà.

IV Atto. Mia emozione malata per la supplente Lucia, simbolo della gioventù

opportunista che sta dilagando. Dialoghi a scuola.

V Atto. Emozione di Ifigenia per il ballerino. Loro colloqui.

Lui le parla del mondo dello spettacolo e la affascina. Epilogo e

soluzione ancora da trovare".

 

Appena ebbi finito di buttare giù programma, sentii suonare le campane

di una chiesa vicina. Poteva essere l'assenso divino al mio piano.

Anche quando Ifigenia arrivò sul monte delle formiche, i

rintocchi del santuario diedero un segno. A vederla era una

creatura carica di tensione erotica. Forse dovevo fare un altro

tentativo per indurla a considerarsi una persona

morale e razionale. Potevo  spiegarle quanto avevo pensato e

progettato. Se l'idea del secondo dramma le fosse piaciuta, se ne

avesse provato interesse, forse saremmo risaliti dal pantano

dove eravamo caduti infangandoci, anche perché da tanto tempo oramai non

avevamo più progetti ma solo ricordi comuni. Se avesse

collaborato, ce l'avrei fatta. Mi aveva detto che dovevo

continuare a scrivere, che ne ero capace. Finalmente avevo

qualcosa di propositivo da presentarle. Poteva darmi un'altra volta un

compito impegnativo, difficile: ci avrei messo il meglio delle mie

forze, non avrei più avuto l'angoscia. Il fine nobile e universale,

era educare il popolo, massime i giovani; quello più personale e

pratico, competere con i registi, gli attori e tutti i maschi di

prestigio che Ifigenia avrebbe incontrato facendo l'attrice. Per

emularli e batterli, dovevo creare una grande opera d'arte: un dramma, oppure un  romanzo epico sul tipo dell’Odissea di Omero, o dell’Ulisse di Joyce, o della Ricerca di Proust, quindi  costruirmi una fama più vasta e duratura di quella che gli uomini famosi, avrebbero potuto sbattere in faccia alla donna mia per portarsela a letto.

"Se voglio continuare a fare l'amore con lei, devo avere successo

attraverso lo scrivere.  In fondo per arrivare a lei, nel '78, ho

dovuto compiere un'impresa che tre anni prima mi sarebbe

sembrata irrealizzabile. Nell'autunno del '75 infatti ero un

velleitario piuttosto rozzo. Sciupavo il mio tempo in chiacchiere

vane. La mia preparazione professionale era fatta più che altro di manuali,


paradigmi e giornali. Sicché quando ho avuto l'incarico di latino e

greco al Rambaldi di Imola, quasi nulla sapevo. Meno dei ragazzi

più bravi sapevo.  Avevo di buono che non sapevo

simulare. Né lo volevo. Per sopravvivere ho dovuto contare sulla

loro pazienza, e non vergognarmi troppo della loro pietà. Bravo

come ero stato sui banchi del  liceo Mamiani di Pesaro in competizione con la ragazza più brava Marisa, quando cominciai da insegnante liceale, dovetti accettare il fatto che molti ragazzi e, quel che è peggio, ragazze, non mi ascoltassero, e che alcuni addirittura leggessero un libro o un giornale mentre facevo lezione. Non mi cacciarono per compassione, credo. Fino a Natale in terza liceo facevo lezione tremando. A casa studiavo, studiavo sempre. Per ogni venti versi di traduzione mi leggevo un libro di critica, anche due. In gennaio dai banchi sparirono tutti i giornali, e in primavera diversi allievi prendevano appunti. Il secondo anno, al Minghetti, fin dal primo giorno, erano molti quelli che scrivevano quanto dicevo su Edipo, su Penteo o su Lisistrata. Avevo studiato pure d'estate. Il terzo anno raggiunsi il successo sperato. Poi, all'inizio del  quarto, il premio sperato: la super ragazza supplente. Ce l'ho fatta-, mi dissi,-oh Dio, ce l'ho fatta a prendere la borsa di studio.

Dovrà andare così un'altra volta.

Qualche anno, due, tre, anche dieci o più, di sacrifici, inumani se

necessario, poi il capolavoro, la gloria, la fama. Se ti riesce, lei ti

ama di nuovo. O magari trovi di meglio. Un amore morale. Una di

stile elevato e di anima nobile. Insomma una grande donna, bella e

fine quale Elena Augusta".

 

A questo punto mi feci due obiezioni:"Che gusto c'è nel fare l'amore

con una che ti ama soltanto nel caso che tu abbia successo?"

Poi:"Se Ifigenia invece di aspirare al teatro, avesse mirato a

studiare con serietà, non sarebbe stato tutto più semplice e bello?".

Non mi diedi risposta: non ne potevo più di pensare; inoltre erano

già le sette di sera, e se volevo fare un giro in bicicletta prima di

andare a vedere l'esame, dovevo sbrigarmi. Anche tu lettore,

suppongo, sarai stanco di una ruminazione mentale che aveva

stremato perfino uno come me, allenatissimo all'almanaccare per salvarmi la vita e l’identità, fin da bambino. Andai a cronometro su per via Siepe lunga fino  al  monte Donato. Feci un buon tempo con un rapporto più duro del solito.

"La marcia in più-pensai-che riesco a usare quando il pensiero di

lei mi mette alla prova". Avevo pedalato con leggerezza e potenza;

così avrei scritto il mio capolavoro; così avrei superato tutti i

registi e gli attori famosi nella sua stima. Il sole tramontò vicino a


S. Luca alle 20 e 34. Gli chiesi il successo per la mia compagna e

per me. Quindi tornai velocemente a casa, feci la doccia e mi

avviai verso l'esame della mia donna. Avevo indossato un vestito di lino

azzurro su una camicia bianca e mocassini rossicci. Ero teso.

p. s.

Oggi sono tornato nella biblioteca Ginzburg a diffondere la buona novella della tragedia greca che ho presentato quale genere letterario con l’aiuto di Aristotele, Hegel, Nietzsche, Schopenhauer,  Freud.

  I presenti erano interessati e partecipi. Mi sento ancora utile e vivo quando riesco a dare qualcosa a chi ne trae beneficio.

Domani sarò alla Scandellara dove presenterò Eschilo, Sofocle, Euripide con i testi.

Questo è il link per chi vuole seguire da lontano

 

 martedì 13 ottobre, sempre alle 17, sarò nella biblioteca Scandellara di Bologna dove presenterò La tragedia greca e quella senecana.

Questo è il link

https://meet.google.com/qmx-fuhm-tiw

 

 

Note

 

1

Cfr. Leopardi, Il pensiero dominante: "Di questa età superba,/che di vote

speranze si nutrica,/vaga di ciance, e di virtù nemica;/stolta, che l'util chiede,/e

inutile la vita/quindi più sempre divenir non vede,/maggior mi sento" vv. 59-65.

 

2

D’Annunzio, Laus Vitae, vv. 46-52.   La Sirena del Mondo .

 

3

Tacito, Annales, XIII, 45, volgeva la libidine là dove si mostrava l’utile.

 

.

 

 

Bologna 12 ottobre  2026 ore 20 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CLXXVIII. L’ultima prova prima dell’esame. Il Mausoleo di Ifigenia si trova costruito qui dentro.


 

Good night, sweet girl,

And flights of angels sing thee to thy rest!

 

Venerdì sera gli allievi della scuola di recitazione dovevano fare l’ultima prova.  Sabato ci sarebbe stato l’esame degli attori giudicati dalla commissione

 Ma anche la recita del venerdì era pubblica: intendevo andarci, se Ifigenia mi avesse invitato.

Dopo la scuola, la incontrai in via Montegrappa quasi per caso:

voglio dire che non sembrava esserci venuta appositamente per

vedermi, sebbene la strada fosse molto vicina alla mia scuola. Era

nervosa assai, e di poche parole.

 Disse che dovevo stare in casa dalle cinque, poiché avrebbe potuto telefonarmi. In ogni caso alle nove e mezzo cominciava la recita di prova. Non capii se dovevo andarci comunque, o se lei eventualmente mi avrebbe chiamato. Mi parve che si comportasse da consumata volpe.

Fatto sta che non arrivò alcuna telefonata, e sentivo l’angoscia.

Alle nove ero incerto se andare a vederla. Telefonai a casa sua. Rispose una  voce di donna che non disse il suo nome ma precisò che Ifigenia si aspettava di vedermi tra il pubblico.

“Posso essere utile a fare numero”, pensai.

Arrivai che avevano iniziato da poco. Nella bottega del Mago

Marianne indossava un abito nero; sul Danubio, un costume da

bagno a righe, lungo fino a metà coscia; durante la pantomima

tragica e lasciva dello Zeppelin, una calzamaglia; nell'ultimo atto,

di nuovo l'abito nero. All'inizio interpretava  la ragazza in conflitto

con il padre autoritario e cretino, poco convinta del fidanzato

noioso, nauseata dall'ambiente dei bottegai e dei loro clienti. Poi

c'è la scena della seduzione sul Danubio morbido come il velluto.

Ifigenia guardava con intensità e desiderio l’attore interprete del seduttore.

Lo faceva bene: non pareva che simulasse.

Sembrava osservarlo con un'oblazione del cuore e di tutte le

membra. Quello sguardo mi fece paura. Era pieno di sesso.

Fissava il suo partner con forza erotica che, sommata alla

sua rara avvenenza e all'indumento scelto per mettere in pieno

rilievo le forme  del corpo dedalico, diventava una grande

potenza con la quale avrebbe potuto portarsi a letto qualsiasi uomo

le fosse piaciuto. Questo pensavo tremando. Oggi penserei che la mia bellezza non è inferiore a quella di una persona pur venustissima perché l’ho conquistata con le forze della mente e del cuore.

Poi Ifigenia doveva mimare lo Zeppelin con la calzamaglia trasparente. Le si vedeva benissimo il seno. Sebbene una sua compagna di scena, più pudicamente, avesse tenuto il reggipetto, l'esibizione della mia donna non mi

diede fastidio né dolore. Era giustificata professionalmente ed

esteticamente. Il suo splendore corporeo era abbagliante:

Ifigenia non faceva peccato a lasciarsi ammirare lì sulla scena.

Offriva alla luce e alla vista degli uomini un bene raro, seppure

effimero più di una scoscesa vita mortale:  l'ultima volta che la

vidi nuda, solo due anni più tardi, la sua carne non era più tanto compatta quanto la sera in cui si esibì in quella prova, o quanto il pomeriggio remoto nel quale, entrata per la prima volta in camera mia, si tolse i vestiti

sorridendo felice, e mi sembrò che il sole stesso fosse entrato

nel mio bunker di studioso affaticato. Quel giorno lontano pensai che la sua  venustà corporea fosse una imitazione di quella della dea Venere e mi stupii che non fosse proibita ai miei occhi bramosi.

Adesso sei defunta, creatura, ma qui dentro tu vivrai eternamente radiosa come sei stata nella tua vita mortale  per un tempo troppo breve e già molto lontano. Ti sia sempre lieve il suolo sotto qualunque terra tu sia. Ti sei data tanto da fare per una tomba. Come tutti del resto. Il tuo sepolcro monumentale, il tuo mausoleo in ogni caso si trova  in queste mie pagine lette in tutto il momdo.

 Bologna  12  ottobre  2026 ore 16, 08 giovanni ghiselli

 

p. s.

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