martedì 7 aprile 2026

Ifigenia LXXXII. Pensieri successivi. Non buoni.


 

Finita la storia con Ifigenia, sono tornato a osservare il fatiscente edificio, collegio forse  di una razza estinta di mostri tristi, per poterlo descrivere con precisione; tuttavia non ho trovato il coraggio di oltrepassare l’ultimo dei tre gradini sbrecciati. Mi sono affacciato all’interno, ho rievocato e ruminato i ricordi rimanendo sulla soglia, poi sono tornato a Pesaro sabbiosa come Pilo, oppure a Bologna nella casa riempita dai libri.

Oggi penso che in quella occasione noi due dovevamo sentire un ineluttabile impulso erotico per avere il coraggio e lo stomaco di entrare tra quelle macerie, per stenderci nudi e inermi esponendoci a diversi rischi: dal soffitto malsicuro in bilico sulle nostre teste, al malvivente che poteva colpirci in tante parti del corpo sprotetto, alla perfida serpe sempre pronta a guizzare fuori dall’agguato per infilare  i propri denti letali nelle nostre carni esposte a diverse  morti .

Allora in certi momenti sentivo per la giovane donna che mi si era affidata un’attrazione che mi dilatava l’anima verso la sua persona, e se non leggevo ma stavo con lei, se non pensavo ma facevo l’amore con lei, se non interrogavo il mare o gli alberi o il cielo ma guardavo vivere Ifigenia, non mi sembrava di perdere tempo: il desiderio che sentivo escludeva noia, rimpianti, rimorsi. Un desiderio contraccambiato e soddisfatto: ora guardo una fotografia di quei giorni e vedo la ragazza con le labbra tese dalla volontà di piacermi e dirmi parole invitanti, con gli occhi aperti che lanciavano bagliori di intesa, con le belle membra pronte a scattare verso la gioia che ci chiamava a celebrare i nostri tripudi festosi. Erano gli ultimi giorni di una felicità già vicina all’abisso.

La sera del 24 agosto, quando tornai dal mese di Debecen e la incontrai alla stazione di Padova, la sua bocca era sfatta quale un fico troppo maturo, gli occhi erano opachi e inespressivi,  le sue spalle cadenti si appoggiavano sulle mie come se un malvivente cui si era affidata le avesse spezzato il vincolo dell’armonia che tiene insieme le membra.

La ragazza che l’autunno precedente mi era apparsa talmente formosa da dare una forma bella anche a me, quella sera mi parve deforme.

Da allora lo stare con lei in qualsiasi modo non giustificò più il mio trascurare lo studio, siccome studiare era attività più emozionante che frequentare quella povera creatura avvizzita, noiosa, fuorviata  da se stessa, corrotta e incattivita da gente malvagia.

 

Bologna 7 aprile 2026 ore 20, 06 giovanni ghiselli

p. s

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Ifigenia LXXXI. Il concubito pericoloso. Tre lepidi moretti.


 

Ci incamminammo lungo la via che costeggia la spiaggia. A un tratto vedemmo un edificio enorme, tetro, cadente, situato tra la strada asfaltata e la riva renosa. Era circondato da una rete metallica tanto fitta di squarci che poteva essere attraversata anche da persone assai meno snelle di noi. Eravamo in costume da bagno. Avevo preso  un lenzuolo per la schiena di Ifigenia o per quella mia se avessi fatto l’amore “beato e resupino” come era solito Totò Merumeni con la cuoca diciottenne.

Tra la rete e il cupo edificio c’era un prato che sembrava quello della sciagura di Empedocle: pieno di morbi e putredine.

Vi si vedevano carte, lattine, bottiglie, siringhe, stracci sporchi, resti di fuochi e di sciagurati bivacchi. Doveva esserci stato un qualche sabba di streghe presiedute da Ecate o da altri mostri della mitologia inferiore. Magari si erano viste tre lune ed erano apparsi  spettri di morti evocati da quelle incantatrici.

La brama amorosa doveva essere immensa per superare lo schifo sparso dovunque e l’orrore immaginato da entrambi. Attraversammo quella landa maledetta attenti a non rimanerne insudiciati o feriti, e giungemmo a tre gradini grandi e sbrecciati che menavano a un corridoio. Li superammo con cautela e apprensione. Sull’andito macerie e sporcizia erano un po’ dappertutto.  Si vedevano ovunque segni di caos: pezzi di soffitto caduto, di piancito crollato, di scale precipitate. Doveva esserci stato  uno sfacelo non tanto remoto, una catastrofe scatenata dall’ira divina contro i malvagi fruitori di quel luogo ove ogni sorta di nefandezza era stata perpetrata per anni.

A un certo punto però  quei discepoli di Satana non avevano trovato scampo.

Da uno di quegli orribili mucchi sbucò una piccola serpe nera che saettò per alcuni metri fino a infilarsi in un altro  cumulo immondo.

Due amanti meno ossessi sarebbero fuggiti via da quel posto infernale. Invece noi provammo a salire due lunghe rampe di scale senza ringhiera.

Omnia vincit amor.

Il piano di sopra presentava un pavimento non meno bucato e  più pericoloso di quello inferiore dato il dislivello, però era meno ingombro di schifezze. Lassù sentivamo con paura maggiore il problema della stabilità ma con minore ripugnanza lo schifo del luridume e il terrore di imbatterci in persone pazze e criminali.

La spinta erotica reciproca era ineluttabile, sicché ci mettemmo a cercare un luogo  appena plausibile finché trovammo uno stanzone dove si trovavano accumulate vasche gigantesche, forate in varie zone ma pur sempre gravose sul pavimento che perciò doveva essere duro. Pensammo che l’esiguo peso dei nostri corpi, non più di centodieci chili in due, non avrebbe aggravato granché quello delle vasche costruite per ghiottoni mai sazi, defunti oramai con il maiale mai digerito nello stomaco sfondo.

Quindi stesi il lenzuolo da bagno sopra i pochi mattoni sgombri e lo pregai di svolgere la funzione di vello matrimoniale. Per lusingarlo anzi lo chiamai vello d’oro e lo accarezzai.

In tale talamo facemmo l’amore diverse volte nonostante sentissimo rumoreggiare qualcuno o qualcosa e potessimo essere colti durante il concubito periglioso da qualche drogato o alcolizzato o delinquente pazzo pronto a spezzarci la schiena, il ventre, le gambe, insomma la vita.

 

Bologna  15 dicembre 2025 ore 19, 17 giovanni ghiselli

 

p. s. Tre lepidi moretti

Ho visto di nuovo il film Gandhi con Ben Kinglsey. Mi commosse quando lo vidi nel 1983. Oggi mi commuove il ricordo che allora Ifigenia,  oramai trentenne, volle fare l’amore con me due anni dopo il discidium. Disse che le ricordavo quell’attore, un altro lepido moretto all’epoca.

Magari con una parrucca nella prima parte della storia.

Anche il nuovo Papa alcuni decenni fa era un lepido moretto. Senza parrucca. Noto che continua a tenersi in forma. Troppa pompa però  rispetto al Papa omonimo e imitatore del santo poverello a sua volta Imitator Christi.   

Bologna 7 aprile 2026

p. s,

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