mercoledì 18 febbraio 2026

Elena capitolo 7. I colloqui nella csárda . Il corteggiamento reciproco.


 

I tavoli e le panche dove ci eravamo seduti erano di legno scuro e massiccio, probabilmente lo stesso delle querce del grande bosco di Debrecen. Da queste poi da quelle di Dodona ho imparato ad ammirare la solidità e ad ascoltare le voci profetiche delle fronde.

Elena ordinò un caffè e dell’acqua, io lo stesso: volevo parlarle e ascoltarla con totale lucidità.

Sapevo di dovere esprimermi, a parole e a movimenti, con uno stile non ordinario: se non avessi rappresentato ai suoi occhi un uomo essenzialmente bello e buono tw'/ o[nti kalo;ς kajgaqovς, sarei stato ricusato per la seconda volta, e per sempre.

Era necessario pensare molto bene al contenuto e alla forma della mia espressione: scegliere quello che dovevo dire, a{ te lektevon, e dirlo in maniera elegante wJς lektevon.

“Posso assumere-pensai- non  più di tre ruoli: lo studioso-artista, lo sportivo, e l’uomo capace di amare una donna dandole gioia e aiuto. Più dilettoso, perfino giocoso in questa parte, piuttosto serio nelle altre due. Dovevo essere semplice nell’eleganza,  simplex munditiis.

Questa triplice gamma proposi alla mia parte di attore, mentre facevo il regista di me stesso.

 Dovevo mettercela tutta per piacerle, e ce la misi, e fu sufficiente.

“Senti, Elena”, le dissi. “Ti chiami Elena, vero?” La bella donna annuì.

Non dissi che Eschilo etimologizza il suo nome con “colei che distrugge le navi, annienta gli uomini e le città”[1]. Infatti, a parte che l’etimologia è fantasiosa, io da questa donna mi aspettavo tutt’altro che distruzione: doveva essere colei che mi avrebbe costruito e fatto diventare quale volevo.  Ora mi ci sto avvicinando,  dopo diversi decenni passati come le nuvole nel cielo.  

 

“Che cosa è l’amore per te?” Le domandai. Molto direttamente, forse anche troppo, volevo saggiare il terreno della sua disponibilità erotica e dirle qualche cosa che la incoraggiasse ad amarmi, se, rispondendo, mi avesse dato la pur minima occasione di farlo.

Rispose: “E’ un sentimento positivo che  spinge  la mia umanità a una forma di comunione con quanto è vivente. Siamo qui al mondo gli uni per gli altri. Io adesso provo amore, individualmente, per un uomo che mi aspetta in Finlandia, ma generalmente lo sento per tante persone, per tutte spero. Mi rende felice  la simpatia con ogni creatura ”.

Riflettei un momento su questa risposta e la trovai corrispondente al  suo aspetto e allo stile che le attribuivo. Quella donna era nobile e mi nobilitava  mentre la ascoltavo.

Pensai: “Sì è ottima, è  della levatura cui tendo. Purtroppo ha un compagno, ma non credo ne sia innamoratissima. Il suo amore singolo non esclude, anzi comprende  l’amore per l’umanità, un mare magnum dal quale può emergere l’individuazione per un’altra persona. Potrei essere io da come attentamente mi guarda. Sarebbe la mia salvezza dal naufragio sempre temuto, naufragium ubique est. Ora devo trovare un pensiero profondo tuffandomi nell’anima mia e nella  sua, poi farò in modo di esprimerlo con parole belle e luminose. Il mio amore per Elena deve assumere la forza di una corrente. Devo farle sentire che questa cupido extra me propagandi è naturale, quindi divina e potrà rendere beata anche lei”.

Elena non si ritrasse, anzi, assecondando la mia speranza, Elena domandò: “E per te, l’amore cos’è?

Scusami, non ricordo il tuo nome”.

“Gianni. Per me prima di tutto è emozione: esaltazione estetica dello spirito annoiato dall’ottusità e dalla disonestà dei più, dalle filastrocche dei luoghi comuni. Io non riesco ad amare generalmente le persone adulte delle quali in passato mi sono fidato troppo, e le conseguenze sono state penose. Caso mai, anzi senz’altro, umanisticamente amo i ragazzini, i miei allievi. Sì, quelli li amo comunque, siccome non trovano ridicolo e innaturale che non diffidi di loro, che voglia aiutarli a crescere buoni e forti. Gli alunni mi curano l’anima[2]”.

Feci una pausa breve, poi conclusi: “Dell’amore individuale e sessuale penso che sia la cosa più importante della vita e del mondo intero. Se non lo fosse, la genesi non comincerebbe di lì, scrisse, a ragione, un poeta italiano nel dopoguerra”[3].

Mi guardava con interesse sempre maggiore.

Poi disse: “Tu mi sembri un uomo strano e raro. Prima, osservandoti nel salone dell’università ho notato che  hai qualche cosa di particolare negli occhi”.

“Sono molto miope e ho le lenti a contatto”  replicai con modestia ostentata, del tutto falsa. Sapevo bene, già allora, che gli occhi sono il centro dell’energia erotica.

Si nescis, oculi sunt in amore duces [4], ricordai senza dirglielo. Ho la tendenza a citare e devo guardarmi dal cadere nel cattivo gusto, nella parte dell’erudito ombroso e ingobbito: “davanti a lui ogni uccello giace spennato”[5].

 

 

Elena sorrise e seguitò. “Quello che dici, mi conferma che non sei una persona comune. In te ci sono dolori molto sofferti, ma c’è anche qualche cosa di intelligente e di buono che può prevalere, se qualcuno ti aiuta”.

Colsi la palla al balzo, immediatamente, con zampata da giovane leopardo affamato, e dissi: “Aiutami tu. Tu Elena puoi farlo perché mi piaci, mi emozioni, mi costringi a pensarti, mi stimoli a fare bella figura.

Ti sono molto grato di avermi interpretato tanto benevolmente.

Anche io in te ho visto qualche cosa di non ordinario, e fin dalla prima sera, quando tu non mi avevi notato”.

“Non c’era abbastanza luce a quell’ora”, si scusò.

“Lo immaginavo. Sotto quella luce incerta, non c’era neppure la luna-ironizzai-  non potevi notare una presenza riservata, introversa come la mia. Io invece ti ho notata lo stesso, perché tu eri luminosa come un giorno senza nubi, o come luna piena che risplende nelle notti serene e quasi nasconde le stelle. Tu brilli sempre, anche adesso: rifulgi di luce corporea, e di luce interiore. Io vorrei orientare la mia vita sul corso della tua luce”.

Dovevo tradurre il mio desiderio di quella donna in immagini lucide e profondamente emotive.

 “Io… io credo che mi innamorerei di te senza riserve, credo che potrebbero unirci ponti vertiginosi se tu non fossi legata a un altro.”

“Già. Peccato che l’altro non veda in me quello che vedi tu”.

Questa risposta, sussurrata, mi parve un altro particolare decisivo. Lo era.

Afrodite e suo figlio mi stavano aiutando davvero.

“Forse non siete abbastanza sintonizzati, dico spiritualmente”, azzardai, tutto contento, e rivolsi un sorriso amichevole e giocondo a Fulvio che cercava di comunicare con l’altra.

“Può essere” fece Elena con un sorriso tra l’ironico e il mesto. “Scusa, devo dire due parole alla mia amica”.

Pensai che  mi avesse manifestato una stravagante autonomia dal suo uomo, una libertà dalle convenzioni sociali in base alle quali la fidanzata avrebbe dovuto respingere con sdegno, perfino con “santa” ira il mio corteggiamento di una donna impegnata .

Non avevo mai incontrato una donna così educata e nello stesso tempo tanto “dissoluta”, in senso buono, ossia sciolta dal perbenismo piccolo borghese tipico delle promesse spose italiane, particolarmente di quelle bruttine o “racchie da ridere” come si dice a Pesaro.

Potevo continuare a provocarla in molti sensi: non le spiaceva.

Si rivolgeva dunque in finlandese alla biondastra che si trovava in difficoltà a parlare con Fulvio, disorientato anche lui. Forse pensava alla ragazza da sposare che però sembrava riluttare. “Eh sì eh –la giustificava- le Italiane non sono mica come le tue Finniche carissimo gianni!

“Deo gratias!”. Rispondevo.

Ero felice, ogni momento di più. Avevo trovato il tono giusto, atto a suscitare l’interesse non solo generico della splendidissima donna: procedendo metodicamente su questa via[6] potevo farla innamorare di me, e non in modo proditorio o sadico, ossia fare il massimo con lei, poi  cercarne un’altra. Ero certo che avrei  rispettato  la parola data la fides quale fundamentum iustitiae,  il foedus amoris che le avevo già proposto  siccome ero innamorato di lei e sentivo che dalla comunione dei nostri corpi e dalla trasfusione reciproca delle anime poteva nascere in tutti e due una maggiore comprensione della vita e di quanto è umano, una intelligenza indispensabile per la crescita delle nostre persone e della missione di educatori che ci premeva.

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato

Note

[1] Cfr. Eschilo, Agamennone, 689

[2] Cfr. Dostoevkij, L’idiota, VI cap.

[3] Cesare Pavese. Precisamente: “Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comicerebbe di lì”. Il mestiere di vivere, 25 dicembre 1937. Non mi ricordo come lo tradussi in inglese

[4] Properzio, II 15, 12. Se non lo sai, nell’ amore sono gli occhi a dirigere

[5] Cfr. Nietzsche, Così parlò Zarathustra “Guardatevi anche dai dotti! Essi vi odiano: perché sono sterili! Essi hanno occhi freddi e asciutti, davanti a loro ogni uccello giace spennato”.

[6] Procedere metodicamente per una strada è una tautologia: hJ mevqodo~ (la methodos, è feminile) contiene oJdov~ hJ  femminile anche questa e significa “via”, “strada”.

 

Bologna 18 febbraio 2026  ore 20, 03 giovanni ghiselli

 

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L’esortazione odierna del presidente Sergio Mattarella al rispetto.


Il presidente della Repubblica ha rivolto al volgo dei prepotenti un appello che raccomanda il rispetto. Non credo che questa esortazione verrà raccolta dalla canaglia che ha un metro del bene e del male del tutto diverso da quello delle persone buone, rispettose del prossimo e anche di chi sta lontano, degli amici e perfino dei nemici. I galantuomini affrontano con lealtà e spirito cavalleresco anche le competizioni più difficili, mentre la canaglia mente, inganna, usa violenza senza rispetto alcuno, siccome mira soltanto al proprio tornaconto e solo di questo ha rispetto.

Bologna 18 febbraio 2026 ore 19, 28 giovanni ghiselli

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