lunedì 22 giugno 2026

Eschilo terza parte. Parodo e Primo Episodio delle Eumenidi.


 

 La Parodo delle Eumenidi (vv. 143-177) è piena dei lamenti delle Erinni. Esse si dolgono degli "dèi nuovi"( oiJ newvteroi[1] qeoiv, v. 162) che governano l'universo trascurando la giustizia[2].  L'ombelico della terra è insozzato di sangue (v.166). Ma ci penseranno loro a vendicare la madre punendo il colpevole.

 

All'inizio del Primo episodio (vv.179-243) Apollo esce dal tempio con l'arco teso contro le Erinni, ordinando loro di "uscire subito fuori in fretta"(v.179) poiché la loro sede non è quella delfica, bensì i luoghi:"dove si tagliano teste, dove si strappano gli occhi con processi e supplizi, e si distruggono i semi e si danneggia la virilità dei ragazzi (paivdwn kakou'tai clou'ni~), e ci sono mutilazioni, lapidazioni, e mugghiano con lunghi gemiti quelli trafitti nella schiena"(vv. 186-190).

 Dunque esse devono abitare in un "antro di leone che ingozza sangue"(v. 193).

 Insomma queste divinità più antiche rappresentano il dolore, la miseria, e possono essere venerate solo da gente per la quale la vita è tortura e strazio.

 

Segue un dibattito tra Apollo e le Erinni. Il dio ricorda che la donna uccisa dal figlio, aveva ammazzato il suo sposo (v. 211), e la corifèa ribatte che la moglie non si macchiò del delitto di un consanguineo (v. 212). E' dunque vincolante solo il legame di sangue per l'antichissima religione. Un vincolo molto sentito da Sofocle.

 

Apollo replica che esistono anche patti di fedeltà sanciti dal matrimonio e, per giunta:" Viene disonorata e buttata via da questo discorso Cipride, dalla quale ai mortali derivano le gioie più care. Il letto infatti per l'uomo e la donna è fatale (eujnh; ga;r ajndri; kai; gunaiki; movrsimo~), è più grande del giuramento (o{rkou  jsti meivzwn), ed è protetto dalla giustizia"(vv. 215-218).

 

Il letto, vedremo è il mobile più importante della casa nell'Alcesti  di Euripide (vv. 177 e sgg.), e nella Medea  è un nodo di affetti così sacro e forte che, se l’uomo unilateralmente lo scioglie o lo taglia, rende la donna feroce (vv. 265-266).

 

Ma l'Erinni corifèa risponde: "mi aizza infatti il sangue della madre"(a[gei ga;r ai|ma mhtrw`/on,  230), e aggiunge che per questo motivo non può cessare di dare la caccia a Oreste.

Le Erinni sono sanguinarie anche nella scelta delle parole

 

Quindi la scena si sposta sull'Acropoli di Atene dove Oreste abbraccia la statua della dea e la supplica di accoglierlo benigna (v. 236).

Poi rientra il coro delle Erinni (Epiparodo) e la corifèa ribadisce la loro feroce determinazione di cacciatrici del matricida: "infatti come un cane fa con un cerbiatto ferito, noi seguiamo le tracce del sangue che goccia"(vv.246-247).

La portavoce della banda sembra eccitata da una voluttà depravata di sguazzare nel sangue: "mi arride l'odore di sangue dei mortali"(ojsmh; broteivwn aiJmavtwn me prosgela`/ v.253).

Quindi le Erinni si incitano a vicenda: "liquido sangue materno versato a terra, oh, non si raccatta: il liquido versato al suolo è perduto. Ma bisogna che tu in cambio mi dia che da te vivo possa ingozzare denso liquido rosso dalle membra"vv. 261-265).

 L'offesa alla madre è un peccato per il quale non c'è remissione.

 Perciò Oreste deve morire ed essere trascinato sotto terra dove si trova " chi tra i mortali ha peccato commettendo sacrilegio contro dio o un ospite o i propri genitori"(vv. 269-271), trasgressioni considerate gravissime, lo abbiamo visto, già nelle Supplici,  poi ricordate, sia pure in un contesto comico e con qualche variante, da Aristofane che nelle Rane  scrive: "poi vedrai molto fango e sterco perenne, e in esso attuffati  chi una volta ha maltrattato l'ospite, o eccitando un ragazzo lo ha derubato, o ha battuto la madre o ha percosso la mascella del padre[3] o ha giurato un giuramento falso"(vv. 145-150).

 

Luogo simile nell'Eneide dove sono elencati, con ampliamenti dovuti ai programmi restauratori di Augusto,  i grandi criminali del Tartaro. Dopo varie figure del mito, ecco i delinquenti umani :" Hic quibus invisi fratres, dum vita manebat,/ pulsatusve parens et fraus innexa clienti,/aut qui divitiis soli incubuere repertis/nec partem posuere suis (quae maxima turba est./quique ob adulterium[4] caesi, quique arma secuti/impia nec veriti dominorum fallere dextras""(Eneide, VI, vv. 608-613), qui ci sono quelli dai quali furono odiati i fratelli, finché la vita restava, o fu maltrattato il padre[5], o frode fu ordita al cliente, o quelli che da soli si stesero sulle ricchezze trovate e non ne fecero parte al prossimo loro (che è la masnada più grande), e quelli ammazzati per adulterio, e quelli che armi seguirono empie e non esitarono a ingannare la fede dei padroni.

La fraus innexa clienti è propria della nostra terra dove il rapporto tra patrono e cliente era codificato già nel codice più antico: quello delle 12 tavole (451-450). E’ la mafia istituzionalizzata

 

 

Tra i dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè si trova

“Onora tuo padre e tua madre.

Non uccidere.

Non commettere adulterio”. (Esodo, 20).

 

 

Oreste prova a difendersi da solo dicendo che il sangue della sua mano "dorme e svanisce"(Eumenidi, v. 280), in quanto oramai "la macchia del matricidio è lavata"(v. 281).

Ma questa volontà unilaterale non basta. Il figlio di Agamennone chiama in aiuto Atena, eponima della città dove si è rifugiato, e in cambio promette che la dea: "conquisterà senza battaglia me e la mia terra e il popolo argivo che sarà giustamente fedele e alleato per sempre"(vv. 289-291).

Con questi versi Eschilo vuole dare una base mitico-religiosa alla lega stipulata tra gli Ateniesi e gli Argivi , successivamente al “maggiore errore politico”[6] commesso da Cimone che nel 462 portò aiuto agli Spartani in guerra contro gli Iloti ribelli. Il contingente ateniese venne bruscamente congedato e fallì la politica filospartana di Cimone che fu ostracizzato dagli Ateniesi (461 a. C.).

 Argo approfittò di tale alleanza per stabilire il suo dominio su Micene e Tirinto.

“Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466), e il 461 a. C., ne sono un interessante riscontro. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico”[7]

 

Oreste dunque si fa portavoce anche della nuova tendenza antispartana propugnata da Pericle.

La corifèa  però cerca di annientarlo apostrofandolo quale:"dissanguato, nutrimento dei demoni, ombra"(-ajnaivmaton, bovskhma daimovnwn, skiavn-   v.302).

 

E’ di nuovo l’attualizzazione del mito. A questo proposito sentiamo Dodds: “Argos is not yet a democracy. But Athens, is, or so it would appear. The curious circumstance that in the Eumenides, alone among greek tragedies, Athens lacks a king has hardly received the attention it deserves. True, ‘the sons of Theseus’ are casually mentioned at line 402; but even if this means Akamas and Demophon rather than the Athenians generally (a point which is open to doubt), they are plainly not sovereign. The only sovereign is Athena, cwvra~ a[nassa (288). She it is who, exercising the same royal function of Pelasgo  in the Supplices, wheighs the grounds for accepting or rejecting the suppliant’s claim; she it is who in the trial scene takes the place of the a[rcwn basileuv~. In mythical time, as her first words show (397-4029, we are still within a few years of the Trojan war, but in historical time we have leapt forward to a new age and a new social order. This telescoping of the centuries is characteristic of the Eumenides, and I believe essential to his purpose. The Athenian audience must have begun to be aware of it when at line 289 Orestes provides a mythological ai[tion for the recent alliance with Argos; and when in the next breath he speculates on the possible presence of Athena in Libya, ‘helping her friends’ (295), I imagine they asked themselves ‘What friends?’ and quickly guessed the answer: ‘Of course, our other ally, those Libyans whose king we are just now helping to break the yoke of Persia.’  ( That the actual campaigns of 459 and 458 were fought not in Lybia but in the Delta is true, so far as our limited knowledge goes, but surely unimportant. The ancients had no war correspondents and no maps of front. Probabily neither the poet nor the majority of this audience would be in position to know just where the battles were taking place; what they would know is that many of their kinsfolk were overseas, fighting for the Libyans. The phrase cwvra~ ejn tovpoi~ Libustikh`~ (292) is in fact studiously vague[8], while the reference to Lake Triton is added only for the sake of the necessary mythological link)[9], Argo non è ancora una democrazia. Ma Atene lo è, o così vorrebbe apparire. La curiosa circostanza che nelle Eumenidi, unica fra le tragedie greche, Atene non ha un re, ha ricevuto appena l’attenzione che merita. E’ vero che ‘i figli di Teseo’ sono casualmente menzionati al v. 402; ma anche se questo significa Acamante e Demofonte piuttosto che gli Ateniesi in generale (un punto che è aperto al dubbio), essi sono chiaramente non regnanti. L’unica sovrana è Atena, cwvra~ a[nassa (288). E’ lei che, esercitando la stessa funzione regale che Pelasgo nelle Supplici, pesa le ragioni per accettare o respingere la richiesta del supplice; è lei che nella scena del processo prende il posto dell’arconte basileus.  Nei tempi mitici, come le sue prime parole mostrano (397-402), noi siamo ancora entro pochi anni dalla guerra di Troia, ma nel tempo storico noi siamo balzati avanti in una nuova età e in un nuovo ordine sociale. La condensazione dei secoli è caratteristica delle Eumenidi, e io credo essenziale al suo scopo.

Il pubblico ateniese deve avere cominciato ad essersene accorto quando, al v. 289, Oreste procura un ai[tion mitologico per la recente alleanza con Argo; e quando nel successivo respiro egli fa una congettura sulla possibile presenza di Atena in Libia, ‘soccorrendo gli amici’ (v.295 [10]), io immagino che se si chiedesse ‘Quali amici?’ e ben presto indovinassero la risposta: ‘Naturalmente, l’altro nostro alleato, quei Libici il cui re noi proprio ora stiamo aiutando a spezzare il giogo della Persia.’ (Che le reali campagne del 459 e 458 fossero combattute non in Libia ma sul Delta, è vero, fin dove la nostra limitata conoscenza arriva, ma sicuramente non ha importanza. Gli antichi non avevano corrispondenti di guerra né mappe del fronte. Probabilmente né il poeta né la maggioranza del suo pubblico era in grado di sapere dove le battaglie avevano luogo; quello che essi potevano sapere  è che molti del loro parenti erano oltremare, combattendo per i Libici. La frase “nei luoghi della terra libica” (292) è di fatto volutamente vaga, mentre il riferimento al lago Tritone è aggiunto solo in grazia del necessario legame mitologico.

 

Nell'Agamennone il primo dramma di questa trilogia (del 458) del resto Ares viene definito "oJ crusamoibo;" d j [Arh" swmavtwn"(v.437), il cambiavalute dei corpi, nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori.

 invece di uomini

urne e cenere giungono

alla casa di ciascuno"(434-436).

 

Secondo Gaetano De Sanctis, Eschilo con questa tragedia ha voluto mettere in guardia gli Ateniesi"contro le guerre ingiuste, pericolose e lontane, onde tornano, anziché i cittadini partiti per combattere, le urne recanti le loro ceneri. La lista dei caduti della tribù Eretteide mostra quale eco dovesse avere nei cuori tale monito durante quella campagna d'Egitto (anni 459-454) in cui fu impegnato il fiore delle forze ateniesi"[11].

 

Bologna 22 giugno 2026 ore 18, 19 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] A Roma nell'età di Cesare e Catullo si chiamavano così i poeti che volevano raffinare le lettere latine, snellirle, ed erano guardati con sospetto dai tradizionalisti

[2] La lotta tra vecchi e nuovi dèi si trova pure nei Veda  (dove si chiamano Asura e Deva) e nella mitologia scandìnava (Asi e Vani).

 

[3] Questo spauracchio non distoglie  Fidippide, il giovane delle Nuvole  corrotto dalla cattiva educazione di Socrate, dal picchiare il padre Strepsiade; e l'antica tradizione che inculca il rispetto per i genitori e gli anziani non gli impedisce di coonestare l'atto empio con ragionamenti sofistici.

 

[4] Si pensi alla volontà augustea di reprimere l’adulterio dilagante e di incoraggiare la monogamia matrimoniale. Essa verrà codificata, invano, dalla lex Iulia de adulteriis coercendis, dalla lex Iulia de maritandis ordinibus ( entrambe del 18 a. C.) e  dalla lex Papia Poppaea (  del 9 d. C. ). Seneca nel De beneficiis mette in rilievo la diffusione di poliandria e  poligamia : “Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inritet? Argumentum est deformitatis pudicitia”(III, 16, 3), c'è forse più un poco di vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di bruttezza. Si ricordi anche l'irrisorio "casta est quam nemo rogavit di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.

[5] Trattare male i genitori dunque è un peccato classico. Della mancanza di affetto e comprensione per il proprio padre dovrà dolersi a lungo lo Zeno di Svevo dopo lo schiaffo e la morte di lui:"Magari mi fossi comportato con semplicità e avessi preso fra le mie braccia il mio caro babbo divenuto per malattia mite e affettuoso!"( La coscienza di Zeno, p. 59.).

Così pure il protagonista dell'autobiografico Il male oscuro  di Giuseppe Berto conclude il suo romanzo con queste parole:"si è fatto tardi ma innaffierò egualmente l'orto e stasera proverò a portare i due bidoni pieni come faceva mio padre può darsi che ce la faccia senza versare l'acqua né cadere, e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine, forse è già tempo"(p. 416).

[6] D. Musti, Storia greca, p. 337.

[7] D. Musti, Storia greca, p. 350.

[8] Despite Dover, op. cit. 237, it should be remembered that ‘Libya’ was a general name for the African continent, and that its frontiers wew uncertain (Pind. Pyth. 9. 9 and schol, Hdt, 2. 16).

[9] Dodds, The ancient concept of progress, p.  47.

[10] Fivloi~ ajrhgou~’

[11] Storia dei Greci , II vol., p.91


Epilogo del mio lungo romanzo prima parte.


 

Come  introdurre i tragici greci a chi vuole studiarli.

 

 

 Il sogno di un incontro  con Sofocle.

 

Poco prima di compiere 31 anni, nell’ottobre del 1975, ricevetti la cattedra di latino e greco nel liceo classico Rambaldi di Imola. Ne fui contento poiché avevo studiato nel liceo classico Mamiani di Pesaro, poi lettere classiche nell’Università di Bologna con l’intento di insegnare queste materie.

Ma ne ero anche spaventato in quanto provenivo da anni di lontananza dalle lingue e letterature antiche. Dopo la laurea, in cinque anni di insegnamento nella scuola media e un altro anno in un istituto professionale femminile avevo dimenticato molto di quanto avevo studiato. Avevo superato un esame di abilitazione poi un concorso, è vero, ma non è con queste prove che si impara a insegnare bene delle discipline trascurate per anni.

 Alle medie ero stato un buon educatore di bambini, credo, ma avevo impartito un sapere minuto e nello stesso tempo generico, dato che per quanto riguarda i testi tradotti da adolescente nel liceo di Pesaro poi negli anni universitari a Bologna, li avev dimenticati quasi del tutto abbeverandomi  a lungo nel fiume Lete.

Quando mi presentai per iniziare il nuovo lavoro, la paura di non essere in grado di farlo decentemente aumentò: dovevo preparare i ragazzi dell’ultimo anno alla maturità il cui pezzo forte all’orale in quel tempo era la tragedia greca e il collega dell’anno precedente aveva adottato l’Edipo re di Sofocle.

Ebbene, da studente liceale avevo portato alla maturità le Troiane di Euripide e per i due esami universitari di greco sostenuti un paio di anni più tardi  avevo dovuto preparare tutta l’Odissea di Omero e sette tragedie  di Euripide.

Di Sofocle dunque avevo  una  conoscenza minima, insufficiente, soltanto manualistica: vita e titoli delle opere. Nemmeno tutte le trame delle sette tagedie giunte fino a noi conoscevo.

Per giunta questo poeta aveva una fama di reazionario che lo metteva quasi all’indice negli anni Settanta.

Mi diedi da fare, cioè impiegavo diverse ore al giorno per tradurre i primi versi della tragedia in programma e ripassare i tecnicismi della lingua greca, però, non avendo una visione d’insieme non solo dell’opera sofoclea ma nemmeno dell’Edipo re, ero appena in grado di fare la  traduzione delle parole  e il commento grammaticale, sintattico e metrico ai trimetri giambici greci. Le ragazze e ragazzi che avevano undici anni meno di me, e ci si dava del tu con fare amichevole, mi dissero con garbo che la traduzione dei versi l’avevano già nel libro adottato, e i paradigmi verbali li trovavano nel vocabolario. La grammatica potevano rivedersela da soli. Da me, dato che avevo studiato greco all’università, avrebbero voluto un commento estetico, storico, filosofico, insomma con delle idèe. Un discorso critico che desse una visione d’insieme della tragedia greca e di Sofocle. Non ero in grado di mostrare tale panorama che nessun insegnante aveva mai fatto vedere a me.

Racconto questo per dire che la scuola non mi aveva insegnato a insegnare, a interessare, a formare e informare gli allievi, ma solo a imparare quello che sapevano e dicevano i miei professori.

Compresi che non ero attrezzato per fare bene il mio lavoro.

“Ditemi voi cosa devo studiare, imparare e riferirvi”, chiesi con la dovuta  umiltà ai miei studenti.

La nascita della tragedia di Nietzsche-, risposero-hai fatto studi universitari e puoi capirla; per noi è troppo densa e difficile”

All’università, Nietzsche non mi era stato nemmeno nominato, e al liceo  era bandito quale presunto teorico del nazismo.

Corsi a comprare quell’opera giovanile del  filosofo grecista: mi affascinava,  ma ne capivo poco anche io. Non sapevo come fare. Ero tentato di rinunciare e retrocedere, però, conoscendo invece discretamente Omero, uno dei due soli autori letti all’Università,  ripetei il motto protrettico, esortativo, di Achille a se stesso:  ouj lhvxw”, non cederò e rammentai pure il desiderio di Odisseo che voleva  imparare a ogni costo, anche  a rischio della vita.

Una di quelle prime sere da professore di greco e latino nel triennio liceale, eravamo nell’ottobre del 1975, andando a letto, tornai a pregare gli eroi e gli dèi della Grecia: “venite a trovarmi, aiutatemi ancora”. L’amore per la cultura greca non mi mancava.

 

Quella notte venne ad aiutarmi Sofocle, poi si aggiunse anche Euripide.

 

Il poeta di Colono morto già novantenne si fece vedere mentre dormivo: aveva l’aspetto di un bel vecchio, educato e gentile. Si presentò dicendomi di essere il poeta che dovevo imparare a conoscere e aggiunse che Aristofane l'aveva racchiuso in una formula limitativa presentandolo come  oJ d j eu[kolo" me;n e[nqavd j, eu[kolo" d j ejkei'", quello di buon carattere qua come là  (Rane, v.82). Buono da vivo e pure da morto dunque.

Lui era anche altro. Questo comunque gli si addiceva. Perciò non dovevo temerlo. Pensai  che presentando ai giovani un autore bravo e un uomo buono, magari avrei potuto bonificare anche le loro menti, e la mia. Riferisco le parole sognate.

 

Gianni: “Spiegami in che cosa consiste la bontà di carattere in  generale, e la tua in particolare”, lo pregai.

 

Sofocle “Bontà è favorire la vita. Bontà suprema è quella divina- rispose- Oggi nel mondo la bontà scarseggia o latita siccome tramontano gli dèi. Un declino iniziato già ai tempi miei. So che tu dovrai spiegare il mio Edipo re. Ti consiglio di iniziare mettendo in evidenza le quintessenze di questa tragedia attraverso le parole chiave. Fai bene a tradurle letteralmente, a rispettare le mie scelte stilistiche.  Devi citare questo grido d’allarme del coro “: “e[rrei de; ta; qei`a” (Edipo re, 910), va in malora il divino.

 Il sacrilego Euripide porta la sofistica, il relativismo e il razionalismo sulla scena e corrompe il popolo ateniese come dice bene il personaggio Eschilo nelle Rane di Aristofane. Io mi oppongo con la mia opera al dilagare dell’empietà. Grazie agli dèi, il pubblico e i giudici preferiscono me agli altri due. Ho la prospettiva di un popolo colto e pio che mi ascolta e crede in me più che dare retta agli  empi, esosi sofisti. Si fanno pagare vendendo il loro vantato sapere, così come fanno le prostitute mercanteggiando il  loro corpo.

Ti faccio un esempio di empietà di due personaggi della tragedia che devi conoscere e capire a fondo se vuoi spiegarla bene.

Nell’Edipo re la regina Giocasta bestemmia gli oracoli i cui sacerdoti sono profeti della divinità.

Nella tragedia che devi presentare ai tuoi allievi dunque, l’incestuosa, empia regina che aveva esposto il proprio figlio infante condannandolo a morte, poi, quando  comincia  a temere che quel figlio sui sia stato salvato da altri e sia tornato diventando re e perfino suo marito,  impreca: " O vaticini degli dei, dove siete?- w\ qew'n manteuvmata,-i{n j ejstev" (946-947). Una domanda retorica intesa a negarli. Aveva saputo dall’oracolo delfico che quell’infante dovesse morire perché suo padre potesse sopravvivere.

 

Le  fa eco Edipo, sua vittima prima, poi complice, con questa tirata blasfema:" Ahi, perché dunque, o donna, uno dovrebbe osservare/ il fatidico altare di Delfi o gli uccelli/ che schiamazzano in alto? (...) Gli oracoli che c'erano, li ha presi/ Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.964- 966 e 971-972).

Polibo è il re di Corinto che ha accolto e adottato l’infante esposto recatogli da un suo pastore che lo aveva salvato  e recato sulla città dei due mari dal Citerone dove glielo aveva consegnato un pastore di Laio mosso a compassione anche lui. Il bambino condannato a morte dai genitori spietati, un re e una regina è stato dunque salvato da due pastori. In questo momento i due blasfemi dai legami parentali confusi si illudono ancora che l’ombelico del mondo abbia emesso un vaticinio sbagliato siccome credono che il padre di Edipo sia Polibo. Ma di fatto Edipo è figlio di Laio e lo ha ammazzato come aveva predetto l’oracolo. Questa mia tragedia è anche un giallo secondo certi critici. Ma tu non dare retta a tutti.

 

Versi cruciali  del dramma sono anche questi detti da Edipo in una scena precedente:"arrivato io ejgw; molwvn,/  che non sapevo nulla, la feci cessare e[pausav nin/ azzecandoci con l'intelligenza e senza avere imparato nulla dagli uccelli gnwvmh/ kurhvsa" oujd j ajp j oijwnw'n maqwvn 396-398-". Edipo si vanta di avere sconfitto  la"cantatrice dura"(v.36), la "Sfinge dal canto variopinto"(v.130),  avvalendosi soltanto della propria intelligenza.

Tale affermazione di autonomia della povera mente umana, per me, che sono  tradizionalista e pio, è u{bri", dismisura, prepotenza, cecità intellettuale e morale che fa crescere la mala pianta del tiranno (v.873), il quale è perciò destinato a precipitare nella necessità scoscesa (v.877) del castigo e della rovina. Precipitando il despota  si azzoppa siccome la tirannide è una potere claudicante.

Il coro nel secondo stasimo reagisce con parole di condanna e conclude:

“Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali. /Ma, o potente, se davvero è retta la tua fama,/Zeus signore del tutto, non sfugga questo a te/e al tuo potere sempre immortale./ Infatti già estirpano/gli antichi vaticini di Laio consunti/e in nessun luogo Apollo/risplende per gli onori/e tramontano gli dei" (vv. 897--910).

Se parti da questi versi, giovane professore apprendista, entri subito nel nucleo della tragedia e lascerai nei ragazzi un’impressione buona, un’impronta profonda di educazione estetica ed etica”.

 

Gianni: “Hai ragione sono solo un tirocinante ma in fondo ogni uomo buono lo è per tutta la vita, anzi per sempre, quindi lo sei anche tu” gli dissi

Poi feci presente al vecchio poeta e gentiluomo che questa sua religiosità poteva venire tacciata dai giovani di superstizione, addirittura di clericalismo bigotto e reazionario.

 

Mi rispose che le sue parole stavano sempre dalla parte della vita e se erano retrograde fuggivano lontano dall’ u{bri~, prepotenza e dismisura, e dal   mivasma il  contagio mortale come quello portato da Edipo a Tebe.

Quindi mi disse che aveva favorito la vita anche condannando la  guerra, perfino il dio della guerra, Ares, poiché la sua eujsevbeia la devozione religiosa da poeta educatore e pio era sempre stata profondamente umana. Tale pietà sarebbe piaciuta senz’altro a ragazze e ragazzi. Dovevo evitare di presentare il Sofocle imbalsamato da certa filologia mummificante, mi avvertì. Non sapevo ancora nulla del pamphlet Afterphilologie di Erwin Rohde in difesa di Nietzsche, ma Sofocle conosceva quanto era ignoto al semplice apprendista. Avevo molto da imparare.

Lo pregai di segnalarmi i suoi versi di condanna della guerra.

Bologna 22 giugno  2026 giovanni ghiselli

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