Le
preghiere e la guarigione miracolosa. Excursus sulla famglia materna.
Contentezza e fierezza della mia povertà.
Appena mi
sono disteso ho pregato il signore di Olimpia e di Delfi: “Dio della bellezza
che giustifica questa nostra vita mortale e la emancipa dal triste orrore della
sapienza silenica, Dio del principium
individuationis che mi hai distinto dalla gente priva di stile, ti prego,
fammi guarire.
Non chiedo
denaro né successo. Solo camminare
voglio.
Una
preghiera tornata attuale l’agosto scorso.
Procedetti
citando Catullo e rivolgendomi a
tutti gli dèi per aumentare le probabilità di essere sentito ed esaudito.
“me miserum
aspicite et, si vitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica velit:
ipse valere opto et taetrum hunc
deponere morbum.
O di , reddite mihi hoc pro pietate mea ”
Lo sforzo
di ricordare ogni parola e il dovere compiuto conciliò il sonno. Alle sei
tuttavia, verso l’alba, mi svegliai con un male grande e con tanto spavento.
Tornai nel bagno per osservare la gamba dell’osso offeso: la ferita sembrava
palpitare. “Ogni occhiata la fa
palpitar”
Fui quasi
certo della sciagura. In assenza della madre mia, mi diedi del bischero da
solo. Poi dell’imprudente, quindi del deficiente per assecondare le zie
nutrici.
Subirò la
giusta lezione pensai: “ dovrò andare in un tetro ospedale, poi forse mi
metteranno in un manicomio per autolesionismo: perderò il sole con tutte le
bellezze della Grecia e i sorrisi di donne generose. Ben mi sta”. Tornai nel letto
strisciando come un serpente o un cane sciancato. Restava una sola speranza; un
miracolo. Aggiunsi altre preghiere a Zeus, a Dioniso, all’onesto Giovanni
Battista, a Ipazia, a Santo Francesco. Dei
e santi pagani e post pagani, con l’aggiunta di donne studiosa come Marisa pur
rimasta nella scuola media di Pesaro e Kaisa diventata invece preside di facoltà a
Turku. Anche Cristo per tanti versi era pagano ma la pretaglia eretica, sua nemica, ha calunniato per secoli
il Redentore e sua madre: la bella ragazza madre.
Chiesi a
tutti i miei protettori vivi e morti di farmi guarire. Se no, sarei diventato
un inutile peso alla terra, penoso per i miei cari e per me. Mi rivolsi alla
crescente luce del giorno: la pregai di ricordarsi quanto l’avevo onorata con i
miei studi, con l’educazione dei giovani, con le corse serali quando inseguivo
e adoravo il sole che al tramonto brillava come un tesoro, poi elencai i monti
sacri scalati con la bicicletta, promettendo che a quelli italiani avrei
aggiunto il Parnaso, l’Olimpo e il Taigeto nei miei pellegrinaggi annuali e non
mi sarei fermato prima dei novanta anni se fossi guarito e non fossi morto ante
diem”.
Infine feci una promessa ripetendo il do ut des della religione romana “Numi
della mia speranza desiderosa e bisognosa di grazia, fate che io possa narrare
la guarigione di giovanni, il peccatore
miracolato, nel grande epos che scriverò in vostro onore”
La mattina
mi svegliai soltanto alle dieci. Quel giorno non si doveva partire prima di
avere desinato dal tocco alle due.
Poi si
andava a Capo Sunio distante solo una quarantina di chilometri. Scostai la
coperta leggera e guardai la gamba che non mi doleva. Né si vedeva più niente
di brutto. Possibile? Era proprio quella battuta? Ma sì, proprio la destra. Me
la sono toccata. Non faceva punto male. Forse sognavo la guarigione. Mi pizzicai una
guancia. Ma no, ero sveglio. Feci subito altre prove: mi alzai, camminai infine
saltai su tutte due le gambe. Funzionavano entrambe. Quindi feci un balzo di
gioia e gridai. “Grazie Apollo peana, dio dall’arco d’argento e dalle frecce
d’oro che scagli lontano colpendo i mali
e i mascalzoni. Tu sei un dio grande, uno di quelli che non tramontano mai, non
invecchiano e io ti sarò sempre devoto. Ringraziai anche le ragazze madri, quelle
celesti e quelle incontrate”.
Excursus
sulla mia famiglia materna
Ringraziai
anche la mamma da cui avevo preso la grande salute e la zia Rina chiamata la badessa
da sua madre e la sbirra da suo padre.
Ci voleva:
era imperiosa e metteva ordine nelle cose di casa. Quando andava in campagna
disciplinava i mezzadri della madre che le obbedivano come si fa con un
generale, pur chiamandola “signureina”, siccome romagnoli.
La zia
comandante mi intimava di non parlare mai come loro bensì, di usare la lingua
parlata in casa nostra: quella di Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli. Le
due lingue che avevo imparato: il pesarese per strada e l’aretino di Borgo
Sansepolcro in casa avevano arricchito entrambe il mio vocabolario e non
escludevo l’una né l’altra tanto nella pronuncia quanto nella scelta delle
parole. Potevo scegliere appunto.
Quando,
arrivato al ginnasio, trovavo nei padri della lingua di Arezzo e di Firenze
espressioni di uso comune in casa nostra ne ero fiero.
In questo
capitolo ho usato il tocco per l’una ad esempio.
Del resto
mi piaceva anche la musica della parlata pesarese che allunga le vocali: la
praticavo molto giocando per strada o litigando a scuola e ne rivendicavo l’uso
biasimato e schernito invece dai miei parenti toscani: tutti tranne la nonna
pesarese, derisa dagli altri per come pronunciava le vocali: non distingueva
vénti da vènti o pèsca da pésca. Io invece pronunciavo le vocali come il nonno,
la mamma e le zie. Prendevo quello che mi piaceva da ciascuno di loro.
Sono
arrivato perfino a rivendicare la mia mancanza di spirito pratico- affaristico
ed esserne fiero.
Autorizzo
ancora tale presunta deficienza con
queste parole del Vangelo secondo Matteo:"Et de vestimento quid
solliciti estis? Considerate lilia agri quomodo crescunt: non laborant neque
nent. Dico autem vobis quoniam nec Salomon in omni gloria sua coopertus est
sicut unum ex istis" (N. T. 6,
28), e quanto al vestire perché vi affannate? Considerate come crescono i gigli
dei campi: non si affaticano e non filano. Eppure vi dico che neppure Salomone
in tutta la sua gloria è stato coperto come uno di loro.
La
mancanza di senso pratico l’ho presa dal
nonno Carlo Martelli che vendette ai Buitoni il quattrocentesco palazzo avito di Sansepolcro
per 100 mila lire alla fine della seconda guerra mondiale prima di trasferirsi
a Pesaro. Poi non le ha investite e non gli è rimasto niente. Il palazzo però
porta ancora il suo nome e a me ha lasciato il suo talento ciclistico, la sua
educazione e la sua bontà.
La
nonna pesarese Margherita Scattolari che aveva ereditato settanta ettari dal
padre romagnolo e altro dalla madre di Recanati invece non ha venduto mai
niente e tale attitudine l’ho presa da lei: dei miei 18 ettari non ho voluto
venderne nemmeno uno a un avido costruttore di Montegridolfo che voleva
cementificare la terra degli avi miei Scattolari che sono sepolti là .
Mi
prometteva molto denaro il palazzinaro che –diceva- avrebbe cambiato la mia
vita rendendomi beato di ozi, cibo e bevande in locali degni di me. Figuratevi!
A me piacciono più le bettole dove posso ingaglioffarmi come mi ha insegnato Machiavelli, fiorentino come la mamma del nonno materno.
Sono
certo che la terra valga più dei miseri quattrini. Potevo uscire dalla mia
povertà vilipesa e negletta dagli altri, tuttavia a me non discara.
Vivo
da povero però non mi manca niente di quanto mi serve e mi piace: vado spesso
al cinema qui a Bologna, talora anche in un simpatico, non esoso, ristorante
greco dove mi permetto perfino “il lusso”
di invitare qualcuna o qualcuno; d’estate volo a Siracusa per i drammi del
teatro greco, poi mi imbarco sul traghetto per Patrasso e, sbarcato, mi
sobbarco lo zaino, quindi pedalo almeno fino
a Epidauro per le tragedie e le
commedie greche che rappresentano là, quindi proseguo pernottando negli ostelli
fiero di essere accolto, pure così vecchio da tanti ragazzi vagabondi quanto
me, infine torno a Pesaro in tempo per
seguire tutti i melodrammi di Rossini.
Tutto
questo senza indebitarmi. Né rubare.
Nemmeno rubacchiare.
Concludo questo excursus
sulla famiglia citando Thomas Mann,
uno dei miei maestri preferiti tra i moderni: “Figli e nipoti guardano padri e
nonni per ammirare e ammirano per imparare
e perfezionare quello che è già predisposto dall’ereditarietà”. (La montagna incantata, secondo capitolo.
p.36)
Bologna
14 giugno 2026 giovanni ghiselli ore 17, 33 giovanni
ghiselli
p. s.
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