domenica 18 ottobre 2026

Grecia 1981 Capitolo II. La pedalata dal Metauro all’Esino. Le soste rituali nel bar di Senigallia e nella bettola ungherese tanti anni prima.


 

Volevo imparare dell’altro dalla bellezza e dal dolore. Contavo che non avrei sofferto più di quanto era necessario al mio scopo di apprendere.

Prima del dolore però veniva la bellezza, quella corporea della compagna di viaggio che ai miei occhi preponderava su tutto il resto.

Arrivati a Senigallia, facemmo una breve sosta in un bar dove negli anni futuri mi sarei fermato decine di volte andando poi tornando dall’Ellade con gli amici o da solo. Alcuni luoghi appena notati la prima volta, se riveduti e frequentati a più riprese con il volgere delle stagioni, diventano ricchi di significati  e assumono un’importanza storica pur nella nostra vita mortale. Diventano recinti sacri..

 

Un breve salto nel tempo e nello spazio. La bettola di Abony

Ricordo, caro lettore, l’osteria di Abony a metà strada tra Budapest e Debrecen, e la prima vota che ci entrai, desolato  come un mendicante,  nel luglio del 1966. Ero un ventunenne invecchiato anzi tempo e,  uscito dalla mia scassata Seicento Fiat, barcollavo, quasi brancolavo come un mendicante cieco, tanto che un ubriaco, forse un tedesco, uscendo da quella taverna si avvicinò e mi domandò: “bist du Homerus?”.

Per vincere almeno il sonno, entrai nella bettola. Volevo  bere un caffè e domandare se procedevo sulla via giusta.   Non ne ero sicuro. Tanto meno prevedevo che in quel locale avrei fatto una fermata gioiosa, più volte tornando dall’Università estiva di Debrecen, ogni volta con una donna diversa, ma sempre bella, fine e innamorata di me.

 Quelle soste sarebbe diventate riti celebrativi di altrettanti trionfi dell’amore

Sperarlo quella prima volta sarebbe stata follia.

Questo è il mio  mito di Abony.

Il passato gioioso ma anche quello doloroso va conservato come forza vivente che si è trasformata nell’avvenire e seguita a crescere sempre[1].

 

Fine del salto retrospettivo.

 

La  colazione a Senigallia in tanti degli anni seguenti, adesso  significa non tanto  l’amore di Ifigenia ma la breve sosta rituale con i tre migliori amici della mia vita: Fulvio oggi amico celeste, Maddalena e Alessandro presente, vivo, e benefico, durante la pedalata ciclistica dell’estate  2024 che racconterò più avanti. Spero che non sia stata l’ultima. Per il luglio 2025 avevamo già in programma, anche con Maddalena, la pedalata fino a Delfi, il Parnaso, Tebe con il Citerone,  Atene e Patrasso dove avremmo ripreso il traghetto.  Avremmo fatto di sicuro un’altra sosta a Senigallia. Ma il fato, la parola di Dio non ha voluto e  questi due amici carissimi sono venuti a trovarmi nel sanatorio delle ossa rotte a Villa Fastiggi di Pesaro. Del resto ora  pensiamo già al viaggio ciclistico dell’anno prossimo, se Dio vorrà. Mi sto allenando sui colli di Bologna.

Ma torniamo all’agosto del 1981.

 Dopo il caffè riprendemmo le biciclette. Pregai Ifigenia di starmi davanti. Non volevo tanto risparmiare energie sfruttando la sua scia quanto esaminare una per una le sue belle membra in movimento, per coglierne l’esemplarità, per sottrarle alla rovina del tempo irremeabile, alle offese crudeli degli uomini, delle malattie, dei fallimenti, e, dopo tutto questo, all’annientamento corporeo della morte, l’unico evento del tutto sicuro e inesorabile della nostra vita scoscesa.

Esorabile però e procurabile è il prolungamento del ricordo di noi dopo la nostra morte.

Osservavo i movimenti del corpo di Ifigenia che pedalava. Quindi consideravo una per una le membra dove nei primi mesi del nostro amore avevo visto l’idea del bello e quella del bene incarnate: un somatizzarsi della luce del Sole che è nel visibile quello che è Dio nell’ intellegibile.

Ifigenia  mi aveva dato una spinta sovrumana verso l’amore e l’arte. Poi quello splendore si era offuscato e l’immagine sua di forza e dignità fidiaca era diventata meno fiorente di grazia prassitelica, anche se materialmente era rimasta  quasi perfetta.

La piccola testa, incorniciata dai capelli ondulati, sorretta dal collo lungo e sottile, oscillava sulle spalle forti e rotonde; gli occhi scuri e grandi, incastonati tra gli zigomi in rilievo, ogni tanto si volgevano indietro per vedere se tenevo il ritmo delle giovani gambe che spingevano i pedali. Quei lumi circondati com’erano dai folti capelli nerissimi, sembravano laghi montani cinti e ombreggiati da  cupe foreste,  densi di inquietanti misteri. I seni cospicui fendevano l’aria come prue fornite di aplustri e si accordavano con i movimenti di tutto il busto agile senza perdere la loro rilevata  compattezza  .

Avrei voluto succhiarli per trarne la forza di parlare alla magnifica donna con il suo stesso linguaggio che non capivo più da quando nuovi incontri, dai quali non aveva ottenuto  quanto sperava, le avevano torto la mente con la favella.

Tuttavia continuavo ad ammirarla.

La vita sottile connettendo con la sua snellezza le superbe sporgenze superiori e inferiori, le metteva in risalto; le natiche tornite e sode poggiate sullo stretto sellino di cuoio, non si schiacciavano né deformavano; quando Ifigenia si rizzava sopra i pedali per superare le brevi salite dei ponti, la carne dei glutei, parzialmente visibili sotto i calzoncini succinti, non faceva una piega. Come tornava a pedalare seduta, usava soprattutto la forza delle cosce per imprimere un’energica spinta al veicolo: allora la carne  lievitata copiosamente sopra le ossa sottili, si tendeva con  vigore abbronzandosi al sole già alto nel cielo; il piccolo disco delle ginocchia connetteva  e armonizzava la tensione della coscia robusta con il turgore del forte polpaccio in deciso rilievo sopra la caviglia snella. Questa trasmetteva la spinta di tutta la muscolatura complessa ai piccoli piedi calzati di scarpette rosse.

Avvertenza: il blog contiene una nota

 

Bologna 18 ottobre  2026  ore  20, 55 giovanni ghiselli

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1 1Racconto questo viaggio nel mio romanzo Tre amori a Debrecen. non compratelo: si può chiedere in prestito alla biblioteca Ginzburg di Bologna.


Senofane e Simonide.

Senofane smonta il superomismo degli atleti

 

Senofane nacque, nel 565  a Colofone, nella Ionia. Qui ebbe contatti con la scuola ionica. Sarebbe stato infatti scolaro di Anassimandro. Di lì emigrò nella Magna Grecia e fu tra i fondatori della scuola di Elea (odierna Velia, vicina a Paestum). Una tradizione che risale a Platone fa di lui il maestro di Parmenide.

 Senofane è interessante per la sua critica alla mitologia popolare e alla concezione volgare, antropomorfica  degli dèi quale si trova in Omero e in Esiodo. Le contrappone un dio unico, eterno, immutabile.

La critica dell’epos arriva a Platone che bandisce Omero dalla città ideale.

Senofane fu poeta lirico in quanto compose elegie per i simposi; poeta epico con carmi storici e filosofo con un poema Sulla natura.

Nella Grecia arcaica infatti non c’era separazione tra poesia, storia, filosofia e scienza.

In un’elegia Senofane degrada l’abilità ginnica rispetto alla propria sofivh

Senofane rivendica la propria superiorità su gli atleti che vengono onorati più degli uomini sapienti come è lui stesso che li meriterebbe più grandi e cospicui di un atleta che vince correndo o combattendo coi pugni o la lotta o nel pentlato o anche solo montando un cavall. “

Oujk ejw;n a[xio~ w{sper ejgw;: rJwvmh~ ga;r ajmeivnwn

ajndrw`n hjd j i{ppwn hJmetevrh sofivh (fr. 2D vv. 11- 12),

pur non essendone meritevole quanto me: infatti la nostra sapienza vale più della forza di uomini e di cavalli,

 

 

Una bestemmia rispetto agli ideali agonistici della Grecia arcaica, ancora presenti in Pindaro il quale considera gli atleti quali prodotto del sangue divino che genera ogni grandezza: negli epinici il vincitore appare come ultimo anello di una catena di dèi e semidèi.

Così, nell'Olimpica II, Terone di Agrigento vincitore nella corsa dei carri nei giochi del

476, è posto accanto a Zeus signore di Olimpia, e ad Eracle che fondò le Olimpiadi.

Gli atleti vincitori devono ricevere il guadagno massimo (kevrdo~ u{yiston), ossia il fior fior della lingua (glwvssa~ a[wton) di cittadini e stranieri (Istmica I, 74-75). Del resto l’inno deve raccogliere gli elogi in breve spazio: bracu; mevtron e[cwn (v. 87), poiché ha breve misura. 

Pindaro nota che una volta la Musa non era venale né mercenaria ma oramai vige il detto crhvmata crhvmat j ajnhvr (Istmica II, 17).

Il vincitore di agoni è di buona razza e non smentisce l’innato valore degli antenati: “ajndrw'n d j ajretavn-suvmfuton ouj katelevgcei” (Istmica III, 21-22).

 

Nella lirica corale  va ricordato anche Simonide.

Gli eroi delle Termopili.

Di Simonide vogliamo dare solo scarne notizie e tradurre pochi versi, ma molto importanti per la nostra letteratura siccome sono stati parafrasati e inseriti da Leopardi, nella canzone All'Italia  e perché ci sembra produttivo indicare gli aspetti comuni tra i lirici greci e il nostro maggior poeta lirico.

 Nato nell'isola di Ceo intorno al 555, anche Simonide frequentò le corti dei tiranni, ma grazie alla sua longevità (visse novant'anni) fece in tempo a celebrare la gloria degli Spartani caduti alle Termopili. Dobbiamo ricordare che le guerre persiane per i Greci significarono il conflitto tra il dispotismo e la libertà, la barbarie e la cultura, la dismisura e la civiltà.

Nella loro interpretazione fu come il rinnovarsi della lotta primordiale tra il caos dei Titani e il cosmo degli Olimpi.

La lotta dell’ordine contro il caos è il tema di tutta la cultura greca arcaica e classica: non solo di quella letteraria, ma pure dell'arte figurativa: le sculture del maestro di Olimpia con la lotta tra Centauri e Lapiti del frontone occidentale del tempio di Zeus;  le metope  del Partenone con centauromachia, amazzonomachia, gigantomachia, ora in gran parte nel British Museum  di Londra; la gigantomachia, fregio dell'altare di Pergamo[1] che ora si trova a Berlino, esprimono la stessa idea .

Infatti "non esiste…una vita nobile ed elevata senza la conoscenza dei diavoli e dei demoni e senza la continua battaglia contro di essi"[2], contro "giganti e titani, miticamente, gli eterni nemici della cultura"[3].

Tanto ostili alla civiltà che Senofane[4] di Colofone sostiene che nei simposi degli uomini sereni "non si devono narrare le lotte di Titani e Giganti, e nemmeno di Centauri, fantasie delle generazioni precedenti, o guerre civili violente"[5].

 

  Ma torniamo a Simonide e leggiamo l'encomio di Leonida e  dei suoi   opliti morti per ritardare l'avanzata di Serse (fr.5 D.):

"dei morti alle Termopili

gloriosa è la sorte, bello il destino,

un altare è il sepolcro (bwmo;~ d  j oJ tavfo~), e invece dei lamenti c'è il ricordo, e il compianto un encomio (oi\kto~ e[paino~)/

Un sudario del genere né ruggine

né il tempo che tutto doma (oJ pandamavtwr crovno~[6]) oscurerà.

Questo recinto sacro di uomini prodi si prese

come custode la gloria dell'Ellade: lo testimonia anche Leonida/

re di Sparta che ha lasciato un grande ornamento

di valore, e fama perenne.

 

Già Tucidide nell'epitafio che attribuisce a Pericle per i caduti  nel primo anno di guerra (II, 43) echeggia questo encomio:

"ottennero un elogio che non invecchia e la tomba più insigne, non quella dove giacciono, ma quella in cui la loro fama rimane memorabile in ogni occasione che si presenta di parlare e di agire. Infatti degli uomini illustri la terra intera è sepolcro (ajndrw'n ga;r ejpifanw'n pa'sa gh' tavfo~).

  

In  tempi moderni, oltre Leopardi che traduce letteralmente bwmo;~ d j o tavfo~ con "la vostra tomba è un'ara" (All'Italia , v.125), l'episodio torna diverse volte nella poesia.

  In quella ottocentesca italiana di spirito patriottico-risorgimentale: prima di Leopardi,  Foscolo nel carme Dei Sepolcri  (98) ricorda che le tombe erano "are a' figli".

 Po in quella del Novecento,  precisamente in Gerontion  di T. S. Eliot, dove l'assenza dalle Termopili (che viene tradotto con the hot gates , v.3, gole infuocate) significa la carenza dell'eroismo e la caduta della passione nel nostro tempo privo di alte idealità.

Concludo con un frammento di Simonide (60) citato da Platone nella Repubblica (365c) dove suo fratello Adimanto ricorda che la virtù è faticosa (Esiodo, Opere, 289), gli dèi sono esorabili (Iliade IX, 497) e che l’apparire violenta anche la verità: “to; dokei`n kai; ta;n ajlavqaian bia`tai”. Allora conviene tracciarsi intorno un chiaroscuro di virtù e tirarsi dietro la volpe scaltra e screziata di Archiloco (365 c).

Bologna 18 ottobre 2026 ore 19, 18 giovanni ghiselli

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[1] 180-160 a. C.

[2] H. Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, p. 293.

[3] J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore , p. 144.

[4] VI-V sec. a. C.

[5] Questi versi (21-23) fanno parte di un'elegia citata da Ateneo , II-III sec. d. C.,  Sofisti a banchetto, XI 462c.

[6] Nella prima scena di Love’s Labour’ s lost (del 1595) Ferdinando re di Navarra definisce il tempo “cormorant devouring Time” (I, 1), il cormorano che ci divora.

  In Pericle, principe di Tiro (1608) “Time ‘s the king of men;/He’s both their parent and he is their grave,/And gives them what he will, not what they crave” (II, 3), il Tempo è il re degli uomini, è insieme il loro padre e la loro tomba, e dà loro ciò che vuole, non quello che essi desiderano.