venerdì 13 marzo 2026

Ifigenia XII. Problemi vari: ostacoli da superare.

 

Tornai a casa rattristato anche io. Non erano nemmeno le sette di sera ed era già notte. Il sole mi aveva tolto il suo favore, sicché ero caduto in disgrazia. Senza il conforto del dio luminoso avevo perduto il sostegno del mio difficile procedere sulla via del chiarimento di quanto volevo.

Non ricordavo nemmeno se l’avevo baciata o mi ero lasciato baciare.

Certo, desideravo portarmela a letto, come no?, magari congedando le altre due che non potevano reggere il confronto con lei per l’aspetto assai meno lepido e il resto meno inquietante ma anche molto meno attraente.

 Quelle però mi portavano a casa prelibatezze varie preparate da loro, mentre questa, a quanto avevo capito, non sapeva cuocere nemmeno un uovo sodo. Per giunta aveva un marito grosso e ringhioso come un molosso che poteva azzannarmi con quel ceffo e quei denti feroci  da cane sanguinario. Non so se i suoi denti fossero lunghi perché davanti a mariti siffatti fuggo via spaventato,  ma so che nella prosodia il molosso è un piede formato da tre sillabe lunghe: nequiquam per esempio.

E i cerberi della mia scuola si sarebbero  astenuti dal mordere vedendoci amoreggiare?

Insomma la ragazza era deliziosa ma una relazione con lei poteva anche rovinarmi. Sicché, afflitto dal buio del cielo e da quello della mia povera mente, mi domandavo: “posso azzardare un assenso alla sua e alla mia concupiscenza?”. Non ne ero sicuro.

D’altra parte era arrivato il tempo di decidere se valeva la pena di correre il rischio: dovevo darle una risposta se non volevo perdere del tutto l’intraprendente e bella ragazza  che aveva mille altre possibilità oltre questa con me, e non mi avrebbe permesso di eludere ancora a lungo la sua richiesta già iterata.

 Ero stato ritrosetto ogni volta. Ridicolmente .

Se fare l’amore con Ifigenia o non farlo, del resto non era il solo problema che mi ponevo quella sera oramai vicina all’inverno con le sue brume che rendono inerti. Volevo trovare la realtà di me stesso mezzo fallito nel lavoro. A scuola funzionavo ancora egregiamente nei confronti dell’utenza ma non più agli occhi della dirigenza. Forse l’insegnamento non era la mia destinazione più alta dato che dipendevo da  presidi che potevano essere degli imbecilli incapaci di apprezzarmi per loro ignoranza che suscitava anche malevolenza come vedevano con disappunto quanti riconoscimenti ricevevo dagli allievi e dalle loro famiglie.

“Devo trovare un ambito- pensavo- dove possa essere del tutto me stesso:  quello che realmente e veramente sono al mio meglio”. Mi venne in mente l’impiego dei miei talenti nella scrittura. La sua qualità sarebbe dipesa solo da me, il suo riconoscimento dai lettori. Se fosse stata egregia quanto quella manifestata insegnando avrei potuto impiegarla anche nel campo cruciale dell’amore dove convergono tutte le strade da me percorse. Avrei reso le storie con le mie donne più reali e vere di come erano state: la narrazione dell’amore di Elena, per esempio, si sarebbe trasformata in una realtà più grande bella e duratura rispetto a come era stata nella vacanza mensile dell’estate del ’71. Anche la prossima, probabile storia di Ifigenia, che dopo i sogni del giro ciclistico dell’ultima estate iniziava a concretizzarsi, poteva assurgere a mito e poesia attraverso una rielaborazione fatta con ispirazione e perizia.

Pensato questo, mi addormentai.

 

Bologna 13  marzo 2016 ore 18, 21 giovanni ghiselli

Il sole da oggi alla fine di settembre arriva a lanciare i suoi raggi benedetti anche nel corridoio di casa mia quando tramonta intorno alle 6. E’ un sì della vita.

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Ifigenia XI. Le preghiere al sole e il bacio. L’analfabetismo affettivo e l’educazione sentimentale.


 

Mentre osservavo l’ultimo spicchio di sole che scivolava sotto l’orizzonte, mi tornarono in mente le preghiere  di tanti giorni sereni: quando osservavo il tramonto dal mio studio dove avevo passato  diverse ore impegnato nell’apprendimento dei classici greci e latini e  scorgevo il dio luminoso che scendeva sulle colline accarezzato dai venti primaverili, oppure  mentre tornavo a casa in bicicletta alle nove di sera dopo avere scalato la ripida acesa fino al tempio di San Luca, o arrivavo alla chiesetta tua, onesto Giovanni, posta sull’ultima rampa del monte Calvo, o salivo sul monte Donato  con il massimo impegno delle forze fisiche e mentali, oppure quando lo vedevo declinare mentre spremevo tutte le energie correndo i 5000 metri sulle piste degli stadi a Pesaro, a Bologna e a Debrecen, o quando ero sul molo del porto di Pesaro e lo osservavo commosso mentre calava nel mare a nord ovest del grattacielo di Rimini, e se ero solo, non mi saziavo di lacrime. Osservando i tramonti precoci dell’inverno o quelli meravigliosamente lunghi, lenti e tardivi della stagione bella, sempre ho pregato la santa faccia del dio  luminoso e non gli ho mai chiesto i miseri quattrini per riempirmi il ventre in ristoranti esosi, o per  dormire in alberghi costosi, o per comprare vestiti firmati, dato che anche gli stracci donano alla mia nativa  eleganza negligente , né ho mai pregato la  Mente dell’Universo, il primo tra tutti gli dèi, la fiamma che nutre la vita, chiedendogli il potere, dato che detesto comandare come essere comandato, bensì ho sempre chiesto l’ amore  con le mie orazioni: l’amore di una donna bella, fine, colta, intelligente, e non una  volta  sola Elio mi aveva già esaudito; ed ecco che mentre lo vedevo annidarsi di nuovo il 28 ottobre del 1978, potevo rendergli grazie di avermi fatto ottenere un’altra borsa di studio meritata con le grandi  fatiche della mente, del corpo, di tutto me stesso.

 

Dopo il tramonto dunque tornammo a Bologna. Quando ci salutammo dentro la Volkswagen a 300 metri  da casa sua perché un cerbero di guardia non la scorgesse accompagnata da un uomo e magari ci intronasse abbaiando furiosamente, Ifigenia mi chiese un bacio. Trovai il coraggio di darglielo e riuscii a gustare l’aroma di quel frutto appena còlto: una prugna, umida di una goccia caduta  dal cielo a benedirla, o una fragola ancora variegata di verde e profumata di bosco.

 

Dopo averla baciata, alla beatitudine succedette la paura. Paura di che? Dei morsi del cane bicefalo appostato a poche centinaia di metri? Della povertà conseguente al mancato sostegno familiare? Magari se mi fossi messo con Ifigenia e l’avessi portata a Pesaro ci avrebbero cacciati quali due peccatori dissoluti,  impudenti, e a me avrebbero fatto pagare l’affitto della casa che mi avevano comprato a Bologna le due zie più attempate e severe.

“Guai a te se  trasformi questa casa in un bordello, com’è quella vergognosa università comunista ungherese dove vai tutti gli anni” mi avevano minacciato. “Abbiamo avvertito il parroco del Fossolo di tenerti d’occhio”.

 Quel prete era venuto a bussare un paio di volte ma, riconosciuto l’indiscreto dallo spioncino, non gli avevo aperto la porta, mettendolo certamente in sospetto.

Magari arrivava una zia e a questa avrei dovuto aprire.

In effetti tre anni più tardi venne la più anziana, Rina detta “la badessa” dalla  madre sua e “la sbirra” dal padre. La zia più  autoritaria dunque controllò  con una lente  le lenzuola stropicciate del mio letto, grande e capace. “Non sei mai stato prudente!” mi ammoniva  sua sorella  Giulia che mi portava a Moena negli anni Cinquanta.. 

Sarebbe arrivata la povertà, quella vera, se mi avessero trattato da affittuario. Più pezzente di Lazzaro, sarei diventato, più lazzarone di chi deve rubare per cavarsi la fame.

Sicché feci una mezza marcia indietro, e quando Ifigenia mi disse: “ti amo tanto!”, le risposi : “io  quanto basta”. Ci rimase male e si allontanò un poco ingobbita.

 

 

Bologna 13 marzo  2026 ore 16, 53 giovanni ghiselli

p. s.

Si parla tanto della necessità di porre un rimedio  all’analfabetismo affettivo dei giovani. Con i miei scritti cerco di dare un’educazione sentimentale a chi ne ha bisogno. Il più bisognoso ne sono stato io stesso.

Ho corso il rischio non di ammazzare, perché non sono un violento, ma di non arrivare mai ad accettarmi se non mi avessero accettato le donne. Ce l’ho messa tutta per imparare lo stile appropriato a chi vuole essere accolto. Ora cerco di non dimenticarlo e di farlo conoscere con tutti i suoi ingredienti di parole, di silenzi, di sguardi, di atti. Non senza denunciare e biasimare gli errori. Ne ho fatti tanti e mi sono stati utili, perfino necessari anche questi a trovare la strada.

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