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venerdì 6 settembre 2024

Annibale situazione politica, economica e militare di Stati, Staterelli, e città Stato.

Mommsen Politica interna

A Cartagine e successivamente a Roma, il potere si concentrava  nelle mani di poche famiglie di mercanti-senatori: viene meno la subordinazione dell’individuo allo Stato. La plebe cittadina vendeva i voti alle famiglie ricche che dominavano magistrature e senato. Era  praticata dall’alto un’opera di corruzione sistematica della plebe la quale veniva sfamata e divertita con spettacoli immondi: panem et circenses.

 

Catone il censore (nel 184)  che rappresentava l’opposizione a tale diceva che i cittadini non ascoltavano i buoni consigli poiché il ventre non ha orecchie. Erano gli appaltatori di imposte e gli usurai che succhiavano il sangue dei provinciali e compravano i campi e i voti dei contadini rovinati. Gli Scipioni gratificavano i soldati con il denaro dello Stato e si creavano un seguito personale.

Catone rappresentava il ceto medio rurale e si opponeva a questa nuova classe dirigente elleno-cosmopolita. Eletto alla censura nel 184 cercò di opporsi alle famiglie degli Scipioni e dei Flaminini che emergevano facendo politiche personali, seducendo la plebe con i cereali e contando su legioni fedeli alla loro persona prima che allo Stato. Il prezzo del grano divenne incredibilmente basso per favorire i proletari della capitale a spese dei contadini italici. A prezzi ancora più bassi era venduto il frumento africano, spagnolo e siciliano. Anzi, con l’estendersi delle conquiste, il grano italico non ebbe più mercato. La politica demagogica degli Scipioni e dei Flaminini individuava la felicità del popolo nel prezzo basso del grano. Così sparivano i contadini con la loro frugalità e moralità e subentravano gli schiavi con la loro morale rovesciata.

Acta retro cuncta: Il bene non sussiste da nessuna parte e l'ordine è stato rovesciato: nell’Oedipus  la profetessa Manto, figlia di Tiresia, afferma:" Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta” ( vv. 366-367) , è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto è invertito.

Nell'Agamennone l'ombra di Tieste, alludendo al suo rapporto incestuoso con la figlia, dice; "versa natura est retro "(v. 34) , la natura è stata rivoltata. La regressione è segno di caos e pazzia.

Nel mondo carnevalesco e capovolto degli schiavi plautini[1] al posto del valore forte della fides troviamo quello della perfidia , la santa protettrice dei servi:" Perfidiae laudes gratiasque habemus merito magnas" (Asinaria, v. 545), abbiamo ragione di elogiare e ringraziare assai la Malafede, dice lo schiavo Libano allo schiavo Leonida.

Appiano nel secondo libro delle Guerre civili (XIV, 13-17) spiega l’errore dei cesaricidi: “pensavano che il popolo romano fosse ancora quello dei tempi in cui l’antico Bruto aveva cacciato i re; e non capivano ch’era assurdo supporre la plebe desiderosa di libertà, e anche, nello stesso tempo, di largizioni. Queste, sì, potevano essere gradite alla plebe: perché il governo era da tempo corrotto…La frumentazione, che solo a Roma vien data ai poveri, attira lì gli oziosi e i mendichi e i lestofanti dell’Italia…Alla protesta contro il parassitismo della plebe romana, Appiano ha aggiunto la protesta contro l’avvicinamento, nell’aspetto esteriore, di liberi e liberti e schiavi” (Mazzarino, p. 189).

Comunque Appiano procurator Augustorum sotto Marco Aurelio e Lucio Vero (161-169) racconta la lotta di classe con maggiore sensibilità di Polibio che interpreta l’avanzata delle masse come mero peggioramento della costituzione, come un fatale cambiamento verso il peggio (ejpi; to; cei'ron, VI libro).

 

Leopardi dice che Cicerone con le Filippiche voleva "persuadere i Romani a operare illusamente", ma "Cicerone predicava indarno, non c'erano più le illusioni d'una volta, era venuta la ragione, non importava un fico la patria...eran fatti egoisti, pesavano il proprio utile...E la ragione facendo naturalmente amici dell'utile proprio, togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società, e inferocisce le persone"[2].

Oggi la violenza di moda che inferocisce le persone non è data dalla ragione ma dal pessimo esempio delle guerre.

Parlare male senza lasciarsi capire, altra violenza di moda, dipende dall’imitazione dei rumori della guerra.

 

 

 I proprietari dei grandi fondi si salvarono con il bestiame o mutando la coltivazione. La pianura padana riforniva mezza Italia di maiali e prosciutto. La cultura della vite richiedeva molta mano d’opera e se la poteva permettere solo chi avesse avuto schiavi e capitale, anche perché per un paio di anni la vite non rende. I padroni latifondisti assenteisti lasciavano il latifondo a pascolo e molti terreni arativi non venivano più coltivati. Quelli che sfruttavano l’agro pubblico, incerti sulla durata dell’occupazione, erano restii a investire capitali in piantagioni di viti e di olivi e lo lasciavano a pascolo. I grandi ricchi sono l’argentarius, il banchiere, e il fenerator, l’usuraio. Questi prendevano in appalto la riscossione delle imposte, le forniture, le costruzioni. Alcuni schiavi ereditavano il patrimonio del padrone, per il valore o per i vizi, ne prendevano il posto e snaturavano la cultura italica. Al’aristocrazia politica segue quella della borsa rappresentata dal’ordine equestre e la lotta tra i due ceti –cavalieri- senatori- riempie il secolo successivo. La roccaforte dell’economia nazionale era il traffico del denaro. Già allora.

Catone dice che l’usuraio anticamente subiva pene doppie rispetto a quelle del ladro e Plauto nel Curculio che gli usurai (f(a)eneratōres) sono della stessa stoffa dei lenoni (lenones): parissimi estis hibus, v. 506 (ai lenoni).

Anzi sono peggiori: Hi saltem in occultis locis prostant (fanno sudici affari), vos in foro ipso (v. 507), vos faenori, hi male suadendo et lustris lacerant homines (508).  Lustrum qui significa postribolo.

Quanto agli argentarii: habent hunc morem plerique argentarii,/ut alius alium poscant, reddant nemini,/pugnis rem solvant, siquis poscat clarius” (377-379), chiedono a questo e a quello, non rendono a nessuno, e se qualcuno chiede troppo apertamente, risolvono la cosa a pugni.

Invece, secondo Catone, l’agricoltore è esente dai cattivi pensieri e che le sue ricchezze derivavano dal lavoro e dalla frugalità. La guerra annibalica aveva rovinato l’Italia meridionale, particolarmente Capua e Taranto: più che Annibale però furono i capitalisti di Roma a trasformare in peggio, cioè a indebolire, la popolazione italica. Anche la religione cambia con l’introduzione dei culti della Magna Mater (204 a. C.) e di Dioniso (186 a. C.).

Cambiava il costume: le donne dissolute e gli schiavi favoriti distoglievano dal matrimonio. Catone lamenta l’emancipazione della donna e il lusso che si diffondeva negli abiti e nelle mense.


Benefica era stata la paura dei Cartaginesi

 

Metus hostilis Sallustio e Polibio (e[xwqen koino;~ fovbo~).

Il concetto della paura opportuna all'ordine si trova nel Bellum Iugurthinum[3] di Sallustio:" Nam ante Carthaginem deletam...metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido mentibus decessit, scilicet ea quae res secundae amant, lascivia atque superbia, incessēre" (41), infatti prima della distruzione di Cartagine…il timore dei nemici conservava la cittadinanza nel buon governo. Ma quando quella paura tramontò dagli animi, naturalmente quei vizi che la prosperità ama, la dissolutezza e la superbia, si fecero avanti.

“La teoria di una funzione benefica del pericolo esterno (che riassumiamo in genere sotto la formula sallustiana del metus hostilis, il “timore del nemico”: Bellum Iugurthinum 41, 2) è già presente in nuce in Polibio, benché non pienamente sviluppata, né obiettivamente così urgente (nel terzo quarto del II secolo a. C.) come sarà in Posidonio e in Sallustio, nelle tempeste civili della Roma del I secolo. Ma quando, liberatisi dai pericoli esterni, i cittadini di uno stato a costituzione mista vivono nella prosperità, insorgono dall’interno motivi di deterioramento e disgregazione, che tuttavia la costituzione mista possiede in sé i meccanismi per frenare, riportando nell’ordine costituito l’elemento che tende a prevaricare”[4].  Si può pensare all’implosione dell’Unione Sovietica e all’esplosione del capitalismo incontrollato.

 

Polibio  afferma che è difficile trovare un sistema politico migliore della costituzione mista dei Romani: “o{tan me;n ga;r ti~ e[xwqen koino;~ fovbo~ ejpista;~ ajnagkavsh/ sfa'~ sumfronei'n kai; sunergei'n ajllhvloi~, thvlikauvthn kai; toiauvthn sumbaivnei givnesqai th;n duvnamin tou' politeuvmato~ w{ste mhvte paraleivpesqai tw'n deovntwn mhdevn…”(6, 18, 2-3), quando infatti qualche paura comune incombente da fuori li costringe alla concordia e alla cooperazione, tanta e tale succede che diventi la potenza dello Stato che né viene tralasciata nessuna delle cose necessarie, in quanto, continua Polibio, tutti fanno a gara per trovare i mezzi utili a fronteggiare la situazione, né le decisioni falliscono l’occasione in quanto tutti contribuiscono ad attuarle.

Segue la parte tradotta da Musti: quando i cittadini, liberi dai pericoli esterni, si trovano a vivere nella prosperità che deriva dai successi, e mentre godono di questo benessere, corrotti dall’adulazione e dall’ozio, si volgono alla violenza e all’arroganza, cosa che succede spesso (trevpwntai pro;~ u{brin kai; pro;~ uJperhfanivan, o{ dh; filei' givnesqai), allora soprattutto è possibile vedere come lo Stato trovi un rimedio all’interno della costituzione (Polibio, 6, 18, 5-6). 

 


 

Dunque avversione al lavoro, frequentare bettole, i matrimoni quali affari, l’amicizia negotiatio.

Nella commedia romana che imita  quella di Menandro ed è vuota di passione e poesia, il fine dei personaggi è sposarsi con un buon partito. Non va sempre così invero: non c’è sempre tale intenzione. Cfr. Megadoro nell’Aulularia.

 Il maggior difetto della commedia non è l’oscenità che Plauto aggiunge ai modelli greci ma “lo spaventoso vuoto della vita, in cui le sole oasi sono l’amoreggiare e  l’ubriacarsi” E ciò che “in qualche maniera somiglia all’entusiasmo, si trova soltanto nei ribaldi” ( Mommsen, IV, p. 233).

Una commedia che glorifica la crapula è un paradigma di demoralizzazione. Il grande corruttore fu Euripide secondo Nietzsche. Ma “la letteratura latina sta alla greca come un’aranciera della Germania sta a una selva d’aranci della Sicilia” (p. 285).  I Romani utilizzarono Euripide e Menandro perché la loro poesia ha carattere cosmopolita; lasciarono invece da parte;  Sofocle, e persino Aristofane per il carattere nazionale della poesia di questi drammaturghi (p. 290).

Fine Mommsen

 

 Nella Vita di Arato (49-50) Plutarco racconta che Filippo V aveva spinto la plebe di Messene a uccidere duecento cittadini cospicui, poi prende la rocca di Corinto e potrebbe afferrare il toro per le due corna come gli consiglia Demetrio di Faro, cioè dominare il Peloponneso attraverso le due rocche, invece poco dopo le abbandona. Polibio racconta che mentre Filippo sacrificava a Messene, Demetrio di Faro gli aveva detto: eJkatevrwn tw'n keravtwn kratw'n movnw~ a]n uJpoceivrion e[coi~ ton bou'n, aijnittovmeno~ ta; me;n kevrata to;n j Iqwmavtan kai; to;n j Akrokovrinqon, th;n de; Pelopovnnhson to;n bou'n” (7, 12, 3). Lo diceva per enigmi- aijnivttw.

Stava sacrificando sulla rocca di Messene.

Arāto invece gli consigliò la lealtà: di conquistare Messene cwriv~tou' paraspondh'sai Messhnivou~ (6) senza violare i patti con i Messeni. Filippo era portato a violare i patti, ma diede retta ad Aràto che lo sconsigliava anche di combattere i Romani. Arāto era lo stratego della lega Achea dal 245 al 212. Scrisse Memorie che arrivavano al 221.

Arato nel 243 prese Corinto, nel 239 si alleò con gli Etoli contro la Macedonia, poi tornò ad  allearsi con la Macedonia contro Cleomene III (Sellasia 222).

 Muore nel 213, fatto avvelenare da Filippo.

  Polibio dice che  Filippo V era il beniamino dei Greci finché seguì i consigli di Arato, poi divenne un tiranno odioso e crudele quando si fece consigliare dal perfido Demetrio.

Comunque Messene passò all’alleanza etolica contro Filippo.. Nel 214 Filippo assedia Apollonia (Epiro) con i suoi lembi, ma il pretore Levino intervenne e Filippo fuggì prope seminudus, militi quoque, nedum regi, vix decōro habitu. Tornò  in Macedonia (Livio, 24, 40). Gli Achei suoi alleati non lo aiutavano poiché ne temevano il potenziamento. Nel 211, dopo la caduta di Siracusa, gli Etoli si alleano con i Romani ed è la prima alleanza di Greci con Romani contro Greci. I patti non furono inconcludenti come quelli tra Filippo e Annibale. I Romani avrebbero mandato 25 navi agli Etoli che dovevano attaccare Filippo. In cambio avrebbero avuto l’Acarnania.

Amici degli Etoli erano Elei, Spartani e Messeni.

Amici dei Romani, il re degli Illiri Scerdilaida e Attalo I di Pergamo il quale nel 214 aveva sconfitto i Galli e aveva tolto ai Seleucidi parte dell’Asia minore. Con Attalo I (241-197) simpatizzavano i Tolomei, con Filippo i Seleucidi. I Romani conquistarono l’isola di Egina che fu data alla lega etolica, mentre si tenevano il bottino. Fecero molti schiavi. Gli Ateniesi non reagirono. Avevano perduto ogni idealità tranne quella del benessere e adulavano le varie potenze. Gli Spartani parteggiavano per i Romani: essi avversavano ogni tentativo di unità ellenica, anche peloponnesiaca da quando non potevano più costituirla a loro profitto. Nel 209 Filippo sconfisse gli Etoli a Lamia (golfo Maliaco, Termopili), quindi li sconfisse alle Termopili. Per terra egli era superiore ma il mare Egeo era dominato dalla flotta romana e da quella di Pergamo.

Un arcade, Filopemene di Mantinea nel 209 riformò l’esercito della lega achea. Polibio lo chiama l’ultimo dei Greci.

 

Gli attribuisce un discorso che invitava i soldati a curare l’armatura, non l’abbigliamento. Infatti la ricercatezza nel vestire si addice alle donne, nemmeno a quelle troppo per bene, mentre gli uomini di valore curano la magnificenza e la distinzione della propria armatura (Polibio, 11, 9, 7).

Machiavelli ricorda che Filopemene “principe delli Achei…non pensava mai se non a’ modi della guerra” (14).

In tre modi, afferma Polibio, si acquista competenza nell’arte del comando: leggendo le storie, ascoltando gli esperti, facendo esperienza (11, 8, 1).

Nel 207 Filopemene fu eletto stratego della lega Achea e riuscì a battere gli Spartani del tiranno Macanida a Mantinea. Fu l’ultima battaglia combattuta da soli Greci (Polibio, 11, 1-18). La lega Achea divenne una discreta potenza consapevole della sua forza. I Romani nel 207 si ritirarono dall’Egeo per l’imminenza della spedizione di Asdrubale che costituì lo sforzo supremo dei Barcidi. Filippo ne approfittò per cacciare gli Etoli dalla Tessaliotide e impadronirsi di Farsalo. Nel 206 ci fu la pace tra Filippo e gli Etòli che conservavano il primato sull’anfizionia delfica. Questa era la loro forza. Intanto Annibale era oramai chiuso nel Bruzio e non poteva più essere aiutato.

Si arrivò alla pace di Fenice tra Filippo e i Romani (205, Epiro). Apollonia ed Epidamno restavano a Roma. Filippo otteneva Lisso in Illiria e l’Atintania (Epiro, settentrionale, bacino del fiume Aoo). Adesso i Romani avevano piena libertà d’azione per dare ad Annibale il colpo di grazia.

Il re Filippo firmò il trattato a nome degli alleati Achei, Epiroti, Tessali, Locresi.

Alleati dei Romani erano Attalo, gli Illiri, Sparta, Elei, Messeni e Atene.

Con la pace di Fenice, Roma assumeva la tutela del particolarismo greco, come aveva fatto la Persia con la pace di Antalcida (pace del re) nel 386. L’unità greca era di nuovo inattuabile. La freddezza dei Romani verso gli Etoli toglieva agli Ateniesi ogni intralcio a una buona intesa con Roma.

Filopemene nel 183 fu fatto prigioniero e ucciso dai Messeni.

Filopemene, pur nell’alleanza con Roma, mirava a salvaguardare l’autonomia degli Stati greci, una politica di “resistenza passiva”. Polibio da ipparco seguirà questa politica e diventerà sospetto ai Romani che dopo Pidna (168) lo deporteranno.

 

Pesaro 6 settembre 2024 ore 17, 12 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Plauto visse tra il 255 ca e il 184 a. C.

[2]Zibaldone , 22-23.

[3] Del 40 ca.

[4] D. Musti (a cura di) Polibio, Storie, vol. primo, p. 51

lunedì 3 giugno 2024

Martin Walser e Leonardo Sciascia, due giganti della complessità contemporanea. di Giuseppe Moscatt

Giuseppe Moscatt

Martin Walser (Wasserburg, 1927 - Überlingen, Baden/Württemberg, 2023)
e Leonardo Sciascia (Racalmuto, Agrigento, 1921 - Palermo, 1989)
Due giganti della complessità contemporanea


Walser

I cultori del classico conoscono bene il mito di Cassandra, la sacerdotessa troiana di Apollo dotata di preveggenza e capace di svelare i fatti più strani spesso legati ad eventi tristi e luttuosi nelle loro soluzioni. Omero ed Eschilo ci narrano le sue terribili sventure profetiche gridate ai potenti di turno, mai credute, ma poi rimpiante, come riconobbero Priamo e Clitennestra.
Oggi, in Germania e in Italia rimpiangono Martin Walser e Leonardo Sciascia, perché a loro non fu dato per tempo quel dovuto riconoscimento che avrebbero meritato. Le discussioni critiche sulle loro opere più mature si intrecciano sul problema della società complessa in cui viviamo da ormai troppo tempo. Eppure, i due pensatori avevano previsto la crisi globale attuale fin dagli anni '60, quando le eredità del '900, in due aree del mondo così distanti ma ora così vicine - come ci disse Wim Wenders in un suo indimenticato film degli anni '70 - e che ci spingono ora ad accomunarli nell'interpretazione della nuova realtà globale, figlia della tecnica connettiva che ormai ci collega al mondo. L'anno topico delle loro proposte di lettura integrata del mondo che cambia ci pare il 1961.
Sciascia


 
Leonardo, reduce dal primo romanzo di successo - Le parrocchie di Regalpetra (1956), dove narra in forma autobiografica le sue esperienze di maestro elementare nella cittadina di Racalmuto alle porte di Agrigento, sua città natale - dopo due anni a Roma al Ministero della Pubblica Istruzione, rientra in paese e nelle ore di riposo, scrive il suo primo capolavoro, Il giorno della civetta, il cui intreccio svelava l'organizzazione occulta della mafia e le sue modalità d'azione, fatta di omicidi - qui quello di un sindacalista - di minacce, di corruzione e di rottura di un predominio culturale addirittura giustificato e che aveva nella società dell'epoca inquinato con forme di falsa benevolenza perfino gli organi inquirenti, senza contare gli organi politici e la stampa, fonti tradizionali che fino ad allora ne avevano negato l'esistenza. Uno dei protagonisti del romanzo - in forma di giallo, adottata per consentire la lettura ad un pubblico variegato e smaliziato ormai dalle fiction televisive - era il capitano Bellodi dei Carabinieri, quasi un generale Dalla Chiesa in anticipo, in tempi coevi del resto al servizio di questi proprio nella Sicilia occidentale. La semplificazione del fenomeno mafioso che allora si dava sulla base dei saggi di Napoleone Colaianni e sulla vicenda del prefetto Cesare Mori, nella prima parte del '900, denunciava la parte esteriore del problema, vista cioè come una semplice deviazione di condotta, un modo di governare illecito e quasi una parentesi in una società perfetta. Invece Sciascia ne dava una interpretazione più complessa, dove era lo stesso Stato il brodo in cui nuotavano tutti. Una cecità della realtà in cui bastava un capro espiatorio da dare al popolo per mantenere l'ordine. In altre parole, Sciascia fa un passo avanti profetico rispetto alla logica del Tomasi di Lampedusa, il cui Gattopardo di quasi due anni prima, aveva enunciato la famosa massima cambiare tutto per non cambiare nulla.
 
Del pari, Martin Walser proveniva da un discreto successo letterario di alcune opere legate alla rinascita letteraria nella Germania occidentale, quando la domanda di un salto di qualità di quella letteratura imponeva la autocritica del tremendo passato nazista e la ricerca di una nuova lettura della realtà nondimeno complessa della citata società siciliana. Anche in Germania - anzi nelle due Germanie, RFT e DDR - si semplificava attraverso canoni di mera separazione fra bene e male, si alternavano le identità e soprattutto si scambiava il reciproco risentimento politico all'interno della stessa antica nazione. La cultura dell'eguale sospetto al di là del muro - ormai innalzato proprio nel 1961 - l'accusa di volere nascondere il passato e quella di farlo per fini politici ribattuta dall'altra parte; avvelenavano contemporaneamente la crescita della nuova letteratura che voleva dare un volto identitario nuovo al Paese, pur nella consapevolezza dei gravissimi mali che lo avevano attraversato.
Ecco perché Martin, malgrado il successo del romanzo storico Matrimoni a Philippsburg (1957) ed i radiodrammi La scappatella e Una domenica interminabile (1961), ambedue realizzati dal giovane Andrea Camilleri per il terzo canale della radio in Italia; abbandona l'ormai decaduta corrente letteraria del Gruppo '47, il movimento culturale nato a Monaco nel 1947, composto da giovani scrittori emergenti - per esempio Günter Grass, Heinrich Böll, Marcel Reich-Ranicki, Ingeborg Bachmann e tanti altri - che si prefiggevano una nuova Germania la cui cultura centenaria era stata obliata e repressa dalla svastica nazionalsocialista. Sì, ma verso dove? Si chiedeva Walser, forse verso le miserie del capitalismo disumano che minava la famiglia, i rapporti fra generazioni, i diritti civili, ecc.? E che dire del passato nazista e delle colpe del Paese, quando ancora l'antisemitismo è presente nella società e quando lo stato mantiene al proprio interno gerarchi, magistrati e poliziotti colpevoli dell'infamia della Shoah... E' lo stesso sdegno morale di Sciascia nel vedere la strage di Ciaculli nel 1963, quando quattro carabinieri muoiono Palermo vittime dell'attentato esplosivo di un'automobile imbottita di tritolo durante la prima guerra di mafia nella Sicilia del dopoguerra, costellata di numerosi omicidi a danno della vecchia mafia. Per Martin la sua protesta fu opportuna perché lo autorizzò a partecipare al primo processo tedesco contro gli autori della Shoah celebrato nel 1963-1965 a Francoforte. Il famoso procuratore Fritz Bauer riuscì ad instaurare un processo di massa - 22 imputati! - che nelle sue nobili intenzioni voleva approfondire i buchi del processo di Norimberga. Magistrati e poliziotti gli fecero muro. Il budget di quel processo fu limitato, il giudice istruttore fu spesso ostacolato negli interrogatori, la difesa eccepì subito che il concetto di maxiprocesso e la nozione oggettiva di Genocidio non erano reati, che occorreva valutare la prescrizione dei delitti di strage, ivi compresa le fasi istruttorie e dibattimentali. Bauer superò con non poche difficoltà le opposizioni giudiziarie e politiche, ma dovette cedere sul ruolo ambiguo degli Amministratori della IG Farben - la ditta chimica produttiva del gas nei campi di sterminio - assolti perché il fatto non costituiva reato purtroppo per evitare il collasso della chimica tedesca in piena rinascita economica industriale.
La rottura con il critico letterario Marcel Reich-Ranicki fu qui totale e pienamente ideologica: questi malgrado l'inoppugnabile passato in un campo di concentramento, perché ebreo, nelle colonne del Frankfurter Allgemeine Zeitung, difese le teorie riduzioniste di quel processo; sollevò istanze garantiste, si batté contro le evidenti connessioni politiche, assolse ogni responsabilità degli industriali ed indirizzò le colpe a discarico della nuova classe dirigente e contro l'opposizione socialista; allo stesso modo e contro chi come in Italia dichiarava fra i democristiani che la Mafia non esisteva. Caddero nel nulla i processi sui mandanti della strage di Ciaculli e ci si limitò a condanne lievi per gli esecutori Torretta e Buscetta per reati connessi. Così fu anche per l'IG Farbe ed i suoi dirigenti, assolti per mancanza di responsabilità. Nello stesso periodo dunque una duplice sconfitta per i due. Ma la loro ricerca del bandolo delle due matasse non cessò fino alla morte.
 
In realtà, Martin e Leonardo conoscevano la figura di Simon Weil, che aveva dato spazio ad idee che in ogni ramo del sapere e delle scienze erano arrivate a cozzare prima col Political Correct e ad essere accettate poi, dopo che i loro profeti avevano combattuto aspramente con la reazione dell'ordine sociale esistente. Ora quella esperienza di vita spirituale aperta e vissuta, li spronò, pur nei loro diversi Paesi, a sciogliere la parallela complessità, a ritrovare un'unità etica, se non religiosa, a riavvolgere il nastro della loro formazione morale e di mettersi sempre dalla parte degli oppressi, vuoi ebrei martoriati dai nazisti che ora in modo disinvolto governavano le due Germanie; ora gli abitanti di quella Sicilia schiavizzati da una classe dirigente che rimaneva sempre a galla. Neppure questo apparve ai due sufficiente: il metodo della analisi più interiore e più legata alle commissioni occulte stagnanti nelle pieghe della società borghese è quello del dubbio e magari anche quello dell'ironia.
Martin, per esempio, nel 1964 scrive il romanzo Intervallo, dove narra la vita di un commesso viaggiatore nella società capitalista tedesca e nel successivo l'Unicorno (1966), non solo riprendeva la metafora del rappresentante di commercio, stavolta nelle vesti di consulente sociale; ma addirittura diceva sconcezze al pubblico che lo invitava a divulgare il suo prodotto. Ora è la logica dei contrari che gli pare necessaria per rovesciare la morale di quella piccola borghesia bavarese arricchitasi col denaro americano del Piano Marshall. Una polemica letteraria e non solo: perché negli anni '70, sull'onda delle convulsioni del '68, si lanciò contro la Deutsche Bank, che riteneva il covo del pensiero forte neonazista.
Leonardo non fu da meno: A ciascuno il suo (1966), Il Contesto (1971), La morte dell'inquisitore (1964) ed il Consiglio d'Egitto (1963), costituirono romanzi stoirci di rivolta intellettuale contro l'occupazione della libertà interiore dell'uomo, divenuto spesso un estraneo rispetto alla realtà che lo comandava e lo divorava in ogni momento dell'esistenza. In fondo l'abate Vella, protagonista del romanzo storico il Consiglio d'Egitto, si permetteva di manipolare la Storia per rendere giustizia agli oppressi che vedevano giustificare il loro stato di soggezione in forza di un diritto ingiusto che li aveva privati del possesso delle loro terre. Vella, falsificando la storia e attribuendo ai braccianti il vero possesso del latifondo, esibendo un codice di atti abilmente manipolato, non aveva forse reso giustizia a quel mondo di esclusi condannato a morte dal potere di pochi? E quando nel dramma Il cigno Nero del 1964, Walser affrontava il tema politico del passato nazista irrisolto, non ci offriva una sua giustizia sociale nel giovane tedesco che, pur assillato dalle colpe della nazione e stravolto per la facile ricchezza ottenuta dai suoi parenti a danno delle famiglie ebree massacrate a Birkenau, però impazziva e si suicida, non offriva una metafora significativa del nuovo popolo tedesco dietro il quale prosperava una colpa mai espiata?
 
Naturalmente, queste scelte di campo, dalla violenta campagna capitalista dell'uno, alla singolare manipolazione della storia operato dall'altro, ebbe non poche voci contrarie. Leonardo subirà le critiche di Fortunato Pasqualino, esimio etnologo siciliano che vi leggeva troppa connessione fra mafie e l'origine araba-sicula della stessa; oppure qualche strale gli pervenne dagli storici liberali e perfino marxisti che vedevano non poche criticità per l'analisi controstorica prospettata: per esempio il Pezzino non mancherà di giudicare con severità il saggio sui Pugnalatori di Palermo del 1976, forse visto fuori dal contesto politico di quell'anno che invece guidò lo Sciascia nell'analizzare quell'episodio criminale del 1866 con gli occhi rivolti alla strage di Brescia del 1974. Più critiche ebbe il Walser, che vide contro di lui montare l'onnipotente ex sodale Marcel Reich-Ranicki, (il c.d. papa della critica letteraria nella Repubblica federale e poi nella Germania successiva alla caduta del muro nella rivista di critica più letta negli anni '70 e '80, Das literarische Quartett) in occasione della pubblicazione del romanzo di Walser Jagd (la caccia), dove avvenne la più forte polemica fra i due. Qui Martin raccontava una giornata dell'immobiliarista Gottlieb Zürn, una rassegna metaforica ed allegorica di un'esistenza umana totalmente rivolta a cacciare i poveri affittuari delle sue catapecchie di periferia. E' il 1988, il muro sta per crollare e la borghesia tedesca temeva che il loro mondo finisse nelle fauci proletarie della DDR. E dunque l'immobiliarista affilava le sue armi a difesa delle sue proprietà! Reich-Ranicki, non vuole capire il profondo senso di metafora ed afferma con forza: Walser è un narratore? Non lo credo. Egli ci può soltanto annoiare quando scrive cose impossibili! Ma Walser coglie l'occasione per un ulteriore passo rispondendogli piccato: nel nostro ormai consunto rapporto del 1949 il vero bersaglio sono proprio io e non quello che scrivo! La sfida è aperta. In particolare, la presa di coscienza politica di Walser disturbava fortemente la classe dirigente antecedente al Governo Brandt, al cui seguito presto arrivò un Günter Grass assiduo marciatore come Walser nelle oceaniche adunanze per la pace in Vietnam. E con il il romanzo autobiografico La fontana zampillante del 1978 Walser si mostrava ancora favorevole a quell'Unione Sovietica legata alla DDR tedesca.
Quando però nel 1988, durante la cerimonia alla Chiesa di S. Paolo a Francoforte venne chiamato a tenere un discorso, Walser ruppe la tregua con Reich-Ranicki: a suo parere, la critica letteraria tradizionale si comportava in modo preferenziale a favore della Shoah, anzi in modo professionale e non in modo veramente sentito, senza alcun ritegno che non fosse di proprio interesse di carriera. Reich-Reinicki capì di essere il bersaglio e rispose per le rime ribadendo l'accusa di anitsemitismo occulto e ora finalmente palese. Offeso da tale accusa nel 2002 comparve un racconto di Walser altrettanto pesante: uscendo il genere giallo, Morte di un critico di Walser rilanciò la forte antipatia fra i due. Il ricordo della polemica fa Platen e Heine nell'800 fece sorridere e riflettere gli storici, come se fosse un caso di eterno ritorno dell'eguale che sminuiva la questione, ma che si rifletterà in Italia quando anche Sciascia mise in dubbio la stampa contraria alla mafia, attribuendole un pari principio professionale retorico senza alcun amore di verità.
 
Poco si è detto finora dello scarso rilievo di Martin Walser nella cultura italiana del secondo dopo guerra. Se non fosse stato per l'entusiasmante presenza radiofonica dei drammi sapientemente gestiti dalla regia di Camilleri, poco di Walser si conosceva. Unico traghettatore della nuova letteratura tedesca fu naturalmente Elio Vittorini nel suo avveniristico giornale letterario Il Menabò, che al nr. 7 presenta La crocifissione di un gatto, un lungo monologo che ben rappresenta il nuovo linguaggio che appunto lo colpì. Basterà qualche rigo per comprendere la scelta: Di chi è la colpa, se già dal mattino presto la lingua mi sguazza come in un gioco?... Che cosa è accaduto ieri? E come è stata la notte scorsa? Collegherò i volti fluttuanti dell'ultima settimana, tutti tratti di strada, colti a volo, ed i passaggi di nuvole ben determinate, come le cornacchie che si sono posate proprio ora davanti alla mia finestra, sulla cima dall'abete ancora oscillante... (traduzione di Lia Secci). Qui appare tutto il nuovo linguaggio metaforico del Walser, che l'amico d H.M. Enzensberger chiamerà Mimikry, vale a dire l'adozione del fenomeno del mimetismo delle scienze naturali, la sua estensione alla vita umana e quindi alla nuova letteratura, dove la scrittura a tutela degli oppressi dovrà rispecchiare la condotta sociale secondo una scansione ineluttabile qual è l'imitazione, l'adattamento e poi il successivo accomodamento. Il compito del nuovo scrittore sarà allora quello di smascherare coloro che si fanno paladini falsi e bugiardi degli uomini sopraffatti dai burattinai del potere. La metafora come tecnica di dissenso del political correct, di diremmo oggi. E Sciascia? Sembrò a Vittorini in prima battuta che quello del linguaggio metaforico esulasse dalla primazia del reale che Leonardo aveva privilegiato nelle sue prime creazioni. Sebbene la freddezza fra i due sia testimoniata dal fatto che fra i gettoni della Mondadori curate da Elio non fossero comprese le cronache scolastiche di Leonardo inviategli nel 1954. Un carteggio più conciliante seguì fino al 1966, anche perché Il Giorno della civetta piacque al critico siracusano. Dove però rinacque l'incomprensione fu il citato Consiglio d'Egitto. La scelta metastorica e aneddotica non piaceva ad Elio, mentre la scelta innovativa linguistica della Crocifissione del gatto, era perfettamente coerente col suo pensiero. Chi sa come avrebbe valutato la polemica fra Walser e Reich-Reinicki, analoga a quel dell'ultimo Sciascia sui professionisti dell'antimafia che lasciò perplessa la cultura italiana, poco prima che Sciascia morisse (vd. il Corriere della sera del 10.1.1987)?

In realtà il quesito che rimante pendente è se lo scrittore deve adoperare un linguaggio caotico proprio per rivelare i secondi fini del Potere; oppure se il linguaggio diretto a tema storico abbia veramente la stessa efficacia politica della metafora. Dilemma che i lettori di Walser e Sciascia sono chiamati a sciogliere per la evidente complessità delle relative analisi.

Giuseppe Moscatt

giovedì 30 maggio 2024

La bandiera palestinese esposta dal sindaco di Bologna

Approvo senza alcuna ambiguità di parole questo gesto di Matteo Lepore che  in un video lo ha commentato così: “come sindaco di un Comune storicamente schierato per la pace, la non violenza e i diritti umani, ho deciso che non possiamo restare in silenzio a guardare quello che sta succedendo in Palestina. Occorre prendere posizione. Ho deciso di assumermi questa responsabilità fino a che non termineranno i bombardamenti e la violazione del diritto internazionale. Quando finalmente il governo israeliano deciderà di cessare questa vilenza inaudita, allora potrò esporre anche la bandiera israeliana”.
 
C’è stata una risposta polemica da parte di due presidenti delle comunità ebraiche: Noemi Di Segni e Daniele De Paz. Accusano Lepore con queste parole: “Un gesto simile non fa che legittimare la voce del terrorismo e della prevaricazione”. Cito dal quotidiano “la Repubblica” di oggi.
Vorrei capire il significato di tale reazione. Mi chiedo come può entrare nella categoria orrenda del terrorismo, subìto prima dagli Israeliani poi dai Palestinesi, la richiesta di smettere di ammazzare.
Il terrorismo antiisraeliano è stato giustamente condannato da tutti fin dall’inizio; questa risposta dal contrappasso decuplicato invece non deve essere nemmeno criticata secondo alcuni. Sarebbe la vendetta giusta? La punizione proporzionata al massacro subito? Domando a questi assertori del versamento del sangue di tanti civili, decine di migliaia, in maggior parte donne e bambini, se tale strage è un’opera di bene in quanto punisce chi ha perpetrato il primo crimine. Non credo che uccidendo ancora si possa arrivare alla giustizia o alla verità.
A questo proposto citò alcune parole attribuite da Dostoeskij a Ivàn Karamazov: “Se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma delle sofferenze necessarie per acquistare la verità, io dichiaro fin d’ora che tutta la verità presa insieme non vale quel prezzo “ (I fratelli Karamazov, libro quinto, capitolo quarto, La ribellione)
Io so di essere uomo e non posso approvare alcuna uccisione.
 Torno dunque a ripetere un verso che Euripide fa dire alla vecchia regina di Troia la quale chiede ai Greci vincitori di non ammazzare anche sua figlia , la ragazza Polissena, dopo che le hanno ucciso il nipote, il bambino Astianatte:
mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" "  Ecuba, v. 278), non uccidete: ce n’è abbastanza di morti.
Ho ripetuto spesso queste parole nel mio blog a partire dal 7 ottobre dell’anno scorso. Aspettando la Pace e il cielo sereno.
 
Bologna 30 maggio 2024

lunedì 28 agosto 2023

"Alcibiade, la seconda peste di Atene". Di Giuseppe Moscatt

Alcibiade, la seconda peste di Atene (Atene, 450 a. c./413 a.c.)

di Giuseppe Moscatt

  
Recita il Dizionario della lingua italiana che un individuo è pestifero quando per le eccessive ambizioni di Potere, o per qualunque altro interesse, si dimostra insistentemente molesto, genera un grave e diffuso motivo di danno e di dolore per gli altri, rappresenta calamità, rovine e sventure. Insomma ha in sé il germe del diavolo, è un soggetto divisivo e assolutamente perverso (vd. Devoto-Oli, ad vocem, ed. 2001). Tale fu Alcibiade, figlio di Clinia e di Dinomache. sorella della madre di Pericle. Nato in una famiglia di Cavalieri, come li chiama Aristofane e Plutarco, visse ad Atene dal 450 a. c. morì esule in Frigia, esule e spesse volte maledetto per le sue controverse imprese, morto nel 404 a. c. in circostanze non chiarite, forse suicida, forse ucciso.
 
Il contesto della sua vita più che avventurosa, tale da influenzarlo come sarà per Cesare, Cromwell e Napoleone, appare essenziale per capirne la straordinaria esistenza. La nascita (450 a. c.) fu segnata all'acme dell'impero ateniese, che come la Firenze del '400 e la Weimar di metà 700, rappresentano il periodo di massimo splendore culturale dei due Paesi - l'Italia e la Germania - che non a caso gli sono paragonati per la grandezza delle rispettive classi dirigenti e che da quelle esperienze storiche trarranno linfa per il loro successivo processo di unificazione nazionale. Si è detto che lo stesso processo evolutivo lo ebbe l'Atene del V secolo, salvo a degenerare in un collasso istituzionale dovuto alla guerra con gli eterni nemici di sempre, Sparta per prima e poi la Persia di Tissaferne. E tuttavia, sulle spoglie di Atene della stesa Sparta, sorgerà a metà del IV secolo l'altra grande figura di Alessandro Magno, che sicuramente erediterà il processo unitario della Grecia, peraltro di breve durata per la rapida morte dell'eroe Macedone e per la successiva invasione romana alle soglie del secondo secolo. Intanto l'età di Pericle.
Qui ci limitiamo a rammentare, ove ce ne fosse bisogno, il suo periodo d'oro, vale a dire il quarto secolo - dal 480/404 al 430 a. c. - dove la storia culturale e quella politica vedono spiccare la figura di Pericle (495-429 a. c.), Politico eccellente, oratore mirabile e militare invitto che di fatto governò in modo autoritario la città dalle guerre persiane (499-449) alla prima guerra del Peloponneso (431-429), morendo di peste, lasciando un impero privo di adeguato successore. Dal lato politico, Pericle - a dire degli storici Erodoto, Tucidide e Plutarco - era di nobile famiglia, assunse il potere della città con un consenso acquisito attraverso un abile dialettica fra oligarchi conservatori e nuovi borghesi democratici. Di lui si ricorda un famosissimo discorso alla nazione ateniese che Tucidide ci ha tramandato sulla natura della democrazia politica ed in politica estera riuscì a conseguire una Lega con le città dell'Attica che vide la predominanza politica e militare di buona parte della sua città sulla Grecia meridionale.
 
In particolare, fu in grado di costituire un fondo finanziario comune (Il tesoro di Delo) proprio ad Atene, dopo aver stipulato col tradizionale nemico Persiano un trattato di amicizia e di reciproca non belligeranza, tanto che solo dopo alcuni decenni questo ricomparve sul palcoscenico del Mediterraneo alle soglie del conflitto con Sparta. Approfittando forse della fiducia sulla gestione del tesoro, promosse opere culturali che ancora oggi si ammirano. Vissero infatti in quell'epoca grandissimi tragediografi e commediografi, Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane. Non mancarono storici che lo elogiarono, pur con tutti i suoi limiti quali Erodoto e Tucidide. Ma anche lo scienziato Ippocrate - padre della medicina - e Socrate, fondatore della filosofia. Nondimeno, non mancarono opere di sculture e architettura, quali la ricostruzione del tempio di Zeus a Olimpia; quello di Apollo a Delfi; la costruzione dell'Acropoli ed il Partenone. E ancora si citano per la loro abilità e innovazione tecnica, Fidia, Mirone e Policleto. Eppure, la magnificenza delle sue attività di promozione artistica, trovò però non pochi critici proprio allo scoccare della prima guerra peloponnesiaca (431-421), detta Archidamica, dal nome del vecchio Re Archidamo di Sparta. Il suo maggiora oppositore fu un mercante democratico, tale Cleone di Anfipoli di Tracia, venuto ad Atene per commerciare cuoio molto utile per le armature militari.
Questi insinuò il sospetto che il finanziamento del tesoro della Lega di Delo, in guerra con la lega peloponnesiaca, fosse stato utilizzato per fini personali e non per fini culturali, proprio mentre la città soffriva per la peste e per la mancanza di rifornimenti alimentari venuti meno per l'invasione spartana dell'attica (non è strana la somiglianza di quelle critiche con quelle che oggi assillano i governanti occidentali rispetto alle critiche dei pacifisti contrari alle forniture militari all'Ucraina invasa dalla Federazione Russa). Intanto, l'imperversare della peste ebbe per vittima lo stesso Pericle (429 a. c. ) e si aprì quindi il problema della successione. Mentre il citato Cleone per i democratici ed il generale Nicia oligarca litigavano in merito, salvo a ritrovare un minimo di unità contro gli spartani alle porte; un giovane di bell'aspetto, di viva intelligenza e colto un po' più degli altri, bussò alla porta del Potere: Alcibiade, nipote dello stesso Pericle e da lui allevato in casa. Il decennio fra il il 429 e il 419, più o meno coincidente con la guerra, è per Atene il consolidamento di potenza militar marittima, quanto lo sia in campo terrestre quella spartana. Ma la fine di Pericle - per altro scosso negli ultimi anni da una serie di processi imbastiti da Cleone per le ragioni già dette, ma condite da piccanti questioni di corruzione legate all'amante Aspasia - si aprì con un senso di decadenza che alimentò il terrore della sconfitta con Sparta. I grandi oligarchi, eroi di Maratona e Salamina, i cc. dd. Cavalieri di Aristofane, guardavano al passato, come gli oligarchi di Putin oggi celebrano gli onori dello Zarismo e del Comunismo.
 
L'età di Pericle, appena trascorsa, era già divenuta mitica per il loro titanismo (come avvenne nell'800 per la Weimar di Goethe e Schiller) e per la loro probità morale piuttosto che per la tirannia di Pisistrato (come dirà Tucidide riportando il famoso proclama democratico di Pericle). Ma i politici che gli succedettero alla guida dello Stato - Alcibiade, Nicia e Iperbolo, nonché lo stesso Cleone di parte democratica - vennero criticati già da Tucidide e poi da Plutarco nei decenni successivi, sia per una condotta squilibrata, sia per un pacifismo disarticolato, o peggio per una serie di subdoli atti di arroganza che gettarono il popolo ateniese in uno stato di malinconia e di pessimismo che accelerò la caduta dell'Impero. Se gli ateniesi figli di Pericle precipitarono nella guerra Archidemica combattuta con pressapochismo già nella vicenda di Sfacteria (425) e di Pilo (426); una grandissima decadenza morale si ebbe con l'entrata in politica attiva di Alcibiade.
Sappiamo da Plutarco, le cui fonti non nascondono una certa antipatia per il personaggio, che era il beniamino d'Atene, per amori, ricchezza e per gusti raffinati (Platone in un suo dialogo lo aveva già designato come il pupillo di Socrate e che per analogia ci appare un novello Lafayette durante la prima fase della Rivoluzione Francese). A 30 anni inaugurò la politica trasformista: dopo aver militato da giovane coi conservatori dello zio Pericle, capì presto che Nicia gli avrebbe soffiato il posto di premier di quel partito, tanto più che l'imprenditore Iperbole teneva la borsa della fazione oligarchica e poco spazio gli dava. Di qui, il salto nel Partito democratico, ovvero la conquista di parte di quella fazione e l'alleanza con una parte di quei notabili. Creò cioè un blocco di centro dove nullatenenti e piccoli borghesi non lo amavano, ma si sentivano più sicuri che con Cleone.
Alcibiade era un oratore perfetto come lo zio; polemico a destra con Nicia, troppo molle come un Giolitti e litigioso a sinistra, con il coriaceo ignorante di Cleone, come avvenne con Colajanni durante la crisi di fine '800 in Italia. Alcibiade era un temerario alla Crispi (abbiamo usato volutamente i nomi dei notabili al primo parlamento dell'Italia Umbertina perché rispecchia la politica del salto da uno schieramento all'altro, fra liberali progressisti e liberali democratici nei primi '60 anni del Regno d'Italia, quando il trasformismo divenne la tecnica politica più nota). Invece il decisionismo di Pericle fu la fede operativa di Alcibiade, peraltro arricchita da una vigorosa attività amministrativa nel continuare a proteggere le Arti e a governare da innovatore spregiudicato dall'alto delle sue conoscenze estere, tanto che tentò di riappacificarsi di nascosto con gli Spartani, mente Nicia e Lachete tardavano a trattare, dopo le vicende di Anfipoli riconquistata al caro prezzo dalla morte eroica di Cleone, capo dell'esercito ateniese.
 
La politica interna di Alcibiade era analoga a quella estera: mentre tentava di allearsi ad Argo, città legata a Sparta; nell'areopago si alleò con Iperbolo per ostracizzare Nicia da ogni carica di Potere. Solo che di notte a notte - come un consumato politico della nostra prima repubblica - ritornò sui suoi passi e si riaccordò improvvisamente con Nicia. L'indomani, il povero Iperbolo - oligarca come lui, ma molto più onesto, amante della Patria e coerente nel trattare senza cedimenti con gli spartani - si trovò lui ad essere ostracizzato dall'inedita coalizione di Alcibiade e Nicia, alleanza inusitata e analoga a quella che avvenne nel Parlamento italiano dopo la marcia fascista su Roma che vide improvvisamente quel movimento eversivo convergere al Governo con cattolici e socialisti riformisti. Anzi, a Iperbolo fu perfino riservata la morte all'esilio di Samo, quando fu definitivamente ucciso da emissari degli oligarchi nel 411, durante il colpo di Stato ad Atene che avrebbe inaugurato la dittatura dei 400, manovra cui non era estraneo proprio Alcibiade. Giunto finalmente alle cariche supreme di stratega militare e a quella di capo della politica estera (420 -418), Alcibiade compiva il primo atto di non belligeranza, ma di significativa scelta contro la pace di Nicia, che nel 421 aveva interrotto la guerra del Peloponneso.
Il suo partito radicale antipacifista e conservatore - legato alla borghesia degli affari e con un codazzo di giovani violenti insoddisfatti dal Governo di Nicia che li aveva emarginati dopo la pace, e senza mezzi per continuare la vita goliardica e militare, che li aveva qualificati come mercenari al soldo del loro capo Alcibiade. Questi si era inserito nelle politiche interne di Argo e Mantinea, città alleate del Peloponneso che lamentavano come la pace di Nicea le avesse depotenziate delle loro quote nel tesoro di Delio e che questo era stato speso da Nicia per usi personali. Inoltre, i vecchi alleati pretendevano un piano di rilancio dell'agricoltura nell'attica, senza contare che Tebe era stata troppo aiutata da Nicia, malgrado il suo aiuto fosse stato minimo. La perdita di Sfacteria poi bruciava agli Spartani. Nei suoi bellicosi comizi elettorali, Alcibiade rivendicava la città di Pilo, strappata ad Argo e mai più restituita, al pari di D'Annunzio che voleva Fiume all'Italia mutilata della vittoria nel 1918. Gli Spartani caddero nella sua rete e attaccarono Epidauro come ritorsione per Pilo ritornata nel frattempo nelle mani argive.
La guerra per mandato di Atene contro Sparta riprese nel 419, molto meno degli anni programmati da Nicia e Lachete con gli Spartani per l'ottimista previsione di 50 anni, quasi un'anticipazione di quello che Wilson nel 1918 aveva pronosticato per l'Europa a Versailles. Benché il tentativo di Argo, ora alleata di Atene, di occupare Epidauro non fosse riuscito con gravi perdite, Alcibiade non cessò di punire gli antichi avversari, finché questi decisero di rompere le relazioni segrete con Alcibiade, classico doppiogiochista e quindi assediare Argo. Era la mossa che Alcibiade non si aspettava perché troppo presto era passato dai lutti della prima guerra peloponnesiaca. Così Argo cinta d'assedio subì un forte assedio e quindi passò alla lega peloponnesiaca spartana. Un primo smacco ad Alcibiade, che perse il terzo mandato governativo nel 417 e si ritrovò Nicia al Governo. Cessato un breve periodo di tregua, Alcibiade tornò in auge col suo progetto guerrafondaio: dopo un'astuta campagna dietro le quinte da semplice politico di opposizione - ma Plutarco fa capire che per qualche mese tempestò di lusinghe e di denari i capi di Argo - Argivi e Ateniesi, col consenso di Nicia ancora corrotto dall'instancabile Alcibiade, ridiedero battaglia a Mantinea contro Sparta.
 
Si tornava finalmente in campo aperto. Astutamente, Alcibiade se la fece alla larga e si salvò dal disastro: ben 200 opliti attici e due generali ateniesi rimasero uccisi e Sfacteria era stata vendicata con onore delle armi spartane. Nicia e Alcibiade, le anime nere della disfatta, però approfittando del luttuoso evento e di comune accordo per salvare la faccia compirono il disdicevole fatto di Iperbole appena narrato, che da allora (417) cessò di essere il terzo incomodo di quel discutibile governo. Che fare, ora con gli spartani ringalluzziti, arrivati ad invadere l'Attica? Per prima cosa tornarono a spartirsi il Potere: divennero di nuovo strateghi e poi l'anima nera di Alcibiade riattivò una mossa strategica che già i nemici avevano con successo sperimentato: spostare le operazioni militari - mai cessate del tutto dal 421, se non per brevi scaramucce per procura, come si disse per la guerra del Vietnam negli anni '60 del '900 - dal Peloponneso verso Anfipoli di Tracia, porto commerciale ateniese fin dai tempi di Cleone. Anche qui, il voltafaccia di Perdicca, re Macedone e zio del futuro Alessandro, bloccò l'iniziativa, perché chiuse il suo territorio agli ateniesi e lo aprì a Sparta. Allora Alcibiade pensò di attaccare un’isoletta delle Cicladi, ex colonna spartana, cioè Milos.
Ora si assistette a quello che avverrà quindici secoli dopo a Varsavia: come nel 1944 la capitale polacca andò in rivolta contro l'occupante nazista, che represse nel sangue quell'insurrezione con gravi perdite e la distruzione di gran parte della città; così l'isola di Milos, sotto l'anello di ferro degli ateniesi di Alcibiade, fu costretta ad arrendersi verso la metà dell'inverno. Nel caso di Varsavia, l'esercito Sovietico non intervenne a salvare la città perché i nazisti fecero il lavoro sporco di massacrare molti dissidenti democratici non comunisti, che da lì a poco potevano impedire la sovietizzazione della Polonia, nel caso di Milos la morte di uomini, donne e bambini, o la loro schiavizzazione, fu voluta dagli spartani che non vollero soccorrerli dal mare, visto che gli isolani erano chiaramente impotenti di fronte alla flotta ateniese.
 
Neppure gli ateniesi furono clementi, come era capitato con Mitilene (415), risparmiata da notevoli massacri di popolazione inerme, differenza che lo storico Tucidide non mancò di rilevare, addossando la maggiore responsabilità indiretta allo stesso Alcibiade, di cui era nota l'idea che un esempio ammonitore fosse necessario per tutti gli alleati. Del resto, erano palesi i contatti personali con Argo del duce ateniese, che da anni aspirava alla guida autoritaria della lega. Alla fine della fiera, e mentre era ancora in atto l'assedio di Milos, ultima spiaggia delle pretese di Alcibiade; un'altra guerra per procura, sembrò cadere a fagiolo per il Duce ateniese, la cui fama di stratega militare sembrava segnare il passo. Dalla Sicilia veniva una richiesta di aiuto da parte di Lentini, i cui oligarchi erano aggrediti dalle pretese di Siracusa, il cui nuovo governo li minacciava di invasione. E Selinunte. Legata a Sparta, nel 416 aggredì Segesta, vecchia colonia ateniese quanto Lentini.
Le richieste non erano nuove dalla Magna Grecia: già Turi in Puglia nel 433 aveva avuto e ottenuto per un caso analogo l'appoggio di Pericle. In un momento di difficoltà politica, Alcibiade colse la palla al balzo: con una flotta agguerrita e con alleati locali ben disposti; un'azione invasiva in grande stile avrebbe riportato l'Impero in auge e il suo capo - naturalmente Alcibiade!- ne avrebbe avuto l'occasione per indossare la corona di Dittatore. Nicia nicchiava: da pacifista razionale, conscio delle difficoltà operative di fronte al pericolo che gli Spartani finalmente si fossero decisi di attaccare alle spalle l'Attica; proponeva una piccola spedizione solo a Segesta, temendo le reazioni di Gela contro la quale aveva combattuto all'epoca di Pericle con qualche pericolo anche personale. Ci volle la retorica di Alcibiade e tutta la violenza non solo verbale delle squadre armate di giovinastri favorevoli alla guerra, oltre alle proverbiali manovre di corruzione del Duce, per convincere l'assemblea popolare ad accettare le richieste degli ambasciatori di Segesta e Lentini. 134 Triremi e 6000 fanti partirono per la Sicilia. Nicia abbandonò i dubbi e Alcibiade - come Napoleone in partenza per la campagna d'Italia del 1797 e come Mussolini per la spedizione in Russia nel 1941 - si fregò le mani credendo che fosse scoccata finalmente l'ora del suo destino. I due capitani fremevano per la conquista di un'isola ricca che veramente avrebbe trasformato la logora Repubblica in un Impero Asiatico. Sebbene non fosse chiara la guida finale delle operazioni; l'entusiasmo popolare secondo Tucidide era inversamente proporzionale al rischio che si correva di impantanarsi in uno definitivo fallimento, che gli eterni nemici non cessavano di sperare. Ma all'evento inaspettato della Sicilia, un altro si aggiunse ancora di più eccezionale, il cosiddetto scandalo delle Erme, avvenuto proprio nei giorni della partenza della flotta per la Sicilia.
 
Questo consistette nello sfregio notturno sulle teste scolpite su pilastri quadrangolari posti agli angoli delle strade di Atena, lesive degli organi genitali maschili. Un segno spettacolare di Malaugurio a dire del Popolo che smorzò l'eccitazione popolare che Alcibiade e i suoi avevano attizzato a favore della spedizione. Chi si era permesso di vilipendere in quel momento i sacri simboli? E a maggior ragione, Alcibiade non poteva sembrare non estraneo, anche perché il fatto che le masse popolari, a stento convinte della necessità della spedizione, rapidamente avrebbero mutato opinione per il cattivo auspicio che i promotori politici avrebbero ottenuto. Tucidide (libro VI, par. 28) narra che le indagini ebbero risultati molto scarsi: servi e nutrici - immigrati privi di cittadinanza - negavano le loro responsabilità; ma gli interrogatori di un accusato molto sospetto trovavano che il blasfemo Alcibiade, in precedenti occasioni in pubblico e con l'appoggio di filosofi sofisti che praticava, aveva deriso i misteri Eleusini. Platone invero lo aveva accennato in un dialogo con Socrate proprio a casa sua. Del resto, i commissari d'inchiesta erano coloro che da membri dell'assemblea legislativa non avevano perdonato ad Alcibiade il tradimento fatto ad Iperbolo e che nel gesto irriverente vedevano una subdola manovra contro Nicia, senza contare che le speranze di un buon esito della spedizione lo avrebbe candidato alla tirannia. E non è un errore pensare che Cesare e Napoleone, lettori di Tucidide e Plutarco, lo avevano preso ad esempio per le conquiste di Roma e Parigi dopo le imprese in Gallia e in Egitto. Alcibiade pretese subito un processo quando le navi erano già al Pireo pronte a partire per difendere la sua fama di condottiero e di uomo senza paura, un eroe da contrapporre agli spartani per vendicare la sconfitta di Mantinea. Il rischio che Nicia ne avrebbe approfittato - come farà Pompeo e Barras - indusse Alcibiade a proporre un accordo: rinviare il processo e chiamare un altro generale - Lamaco - che insieme a lui avrebbe rafforzato il comando e il controllo sulla spedizione e sulle mire del giovane duce. Nicia accettò con rassegnazione ma pretese una contropartita: attaccare subito la filo-cartaginese Selinunte e poi rivolgersi contro la potente Siracusa, accampandosi a Lentini, città alleata; nonché allargare la spedizione alle forze di Argo e Mantinea, onde impedire che la stessa Selinunte e Siracusa facessero fronte comune. Strategia che venti secoli dopo premiò Hitler che arrivò nel 1940 a Parigi prima che Stalin e Churchill si accordassero contro la Germania.
Con queste premesse, che già prefiguravano una disfatta - dato che Nicia di fatto non aderì a nessuna di tali proposte - iniziò quella drammatica impresa e che costituì il principio della fine della peste politica di Alcibiade. Infatti dal giorno della partenza della grandissima flotta per la Sicilia, armata ed equipaggiata più della flotta di Omero per Troia, a dirla con Tucidide; la fortuna di Alcibiade, fino ad allora ben manovrata su consiglio dell'amico Socrate era stata in ascesa. Ma l'abilità del giovane parvenu poco poteva resistere all'evento più temuto dagli Ateniesi fin dal 421, vale a dire la ripresa diretta della guerra col nemico di sempre, la Sparta dei Lacedemoni. Malgrado la pace ottenuta dal generalissimo Nicia, dopo la morte in guerra dei due capi delle rispettive potenze - Cleone e Brasida - una tregua non belligerante si era mantenuta per più di 5 anni. Poi le rispettive politiche espansive nel Mediterraneo e in Sicilia in ispecie si erano di nuovo riaperte.
La guerra fredda o meglio la guerra per procura fra Atene e Sparte riprese vigore proprio nell'isola: mentre i nemici barbari - Persiani, Cartaginesi e Macedoni; stavano a guardare, come oggi Cina, India e Turchia non si esprimono né contro né a favore degli U.S.A. e della Russia nella vicenda Ucraina. Selinunte e Siracusa si guardavano storto per il possesso dell'isola; e per converso, Segaste e Lentini chiedevano ad Atene di aiutarle, solleticando la loro origine attica contro la simpatia spartana delle altre due, ma non disdegnavano neppure una a certa attenzione ai commerci con i Cartaginesi. Atene ruppe gli indugi e Alcibiade e Nicia, i due consoli - o meglio strateghi - dopo le schermaglia che abbiamo visto, partirono con un terzo comandante, Lamaco, che somigliava molto al terzo triumviro romano Lepido, che fungeva più da arbitro che da capo militare fra Cesare e Pompeo.
 
Proprio allo scadere del giorno della partenza, lo scandalo notissimo dello sfregio alle Erme sembrò raffreddare gli uomini, come quando Napoleone Buonaparte, poco prima dello sbarco in Egitto, seppe che l'armata francese del Reno guidata dall'omologo generale Moreau, aveva subito a Cassano d'Adda uno scacco da parte degli Austro-Russi di Suvorov. come Napoleone poi, anche Alcibiade dell'evento delle Erme non ebbe preoccupazioni. Nicia e Lamaco, nonché il Consiglio di Stato (la c.d. Bauli) non si fermarono ad incriminarlo, benché le accuse generiche di blasfemia a suo carico non erano da dimenticare. Turi, Reggio e Catania furono i primi porti dove la grande flotta fece rifornimenti, mentre Siracusa si preparava a resistere ad un probabile doppio assedio di mare e di terra; Selinunte, conscia della scarsezza delle truppe, pensava invece di intavolare negoziati . Alcibiade proponeva la sua vecchia strategia: conquistare i piccoli centri con una politica militare del carciofo, senza attaccare direttamente Siracusa, una potenza locale coriacea, che poteva cadere per fame quasi senza gravi perdite. Nicia e Lamaco volevano piuttosto stanare e abbattere l'isolotto aretuseo, cosa che Lamaco, il sergente di ferro di turno aspirava a conquistare al più presto per tornare presto a casa. Da dove intanto giungevano notizie di una svolta del processo sulle Erme; un classico pentito, tale Andocide, confessò la responsabilità dello sfregio risaliva alla società segreta (eteria) di Eufileto, un sodale conclamato di Alcibiade, promotore del fatto proprio per dimostrare l'inesistenza degli Dei sfregiati. L'arroganza di quel gesto - a dire delle stesso Andocide - ci somiglia al comizio di Mussolini del 1904 quando sfidò Dio a fulminarlo mentre parlava e malediva, con lo stesso intento di sfatarle forse su consiglio dell'amico Socrate. Sebbene i colleghi del partito democratico - nonché gli oligarchi conservatori che gli erano in simpatia - non credettero affatto a tale voce, non vedendo alcuna utilità per uno stallo alla partenza per la guerra. Eppure il moderato Tessalo, nonché il radicale Androcle, fedeli ai loro partiti avversari, convinsero l'assemblea legislativa a mandare la nave Salamina per prelevare senza indugio il generalissimo e riportarlo in patria per il processo.
Si apriva quindi l'ennesimo duello fra le classi dirigenti dell'impero: i democratici non cessavano di criticare Alcibiade per corruzione morale e politica, rinfacciandogli sempre la condotta trasformista che lo aveva visto prevalere contro l'onesto Iperbolo, avviando contatti e complotti segreti con lo stesso Nicia e provocando l'esilio forzato del primo. Le analogie con Cesare, Napoleone e Mussolini, non cessano di stupire: Cesare più volte giocò a due mani con Pompeo; Napoleone tramò con gli esuli monarchici perché gli giurassero obbedienza da Imperatore, Mussolini si alleò con gli agrari e industriali affinché fosse più facile occupare Roma e poi a sciogliere di fatto il sistema liberaldemocratico. Di Alcibiade dalle narrazioni di Tucidide e Plutarco - per altro non suo coevo, ma cronista del 2° secolo d. C. - era fortemente influenzato dalla corruzione politica di Roma dilaniata dallo scontro fra Ottaviano e Marco Antonio. Da una parte si dubitava di affidarsi alla forza delle armi per arrivare alla dittatura come fu per Napoleone e Cesare; ma dall'altra si sperava - come per Mussolini - piuttosto di mantenerne il consenso popolare affidandosi alla giustizia favorevole e sembrava che Alcibiade si schierasse con chi pretendeva di mandarlo a giudizio, magari dopo il rientro da vincitore in Sicilia. Sbarcato a Turi, però capì subito che la guerra non sarebbe stata né breve né facile.
La politica pattizia di Nicia e la resistenza di Siracusa lo preoccupavano. E quando arrivò la Salamina a prelevarlo decise di ritornare subito, come Napoleone dall'Egitto, dove già ad Abukir sul Nilo la flotta francese aveva subito una rotta dalla flotta inglese di Nelson. Alcibiade forse seppe che Siracusa, coll'aiuto degli spartani, si era ben armata e che la sconfitta sul campo non era affatto impossibile. Quindi scelse di tornare ad Atene sulla Salamina. Durante il viaggio però cambiò opinione e capì che il rischio di condanna a morte era altrettanto reale e dunque raggiunse Sparta dove venne accolto fra gli onori, divenendo il primo consigliere di quello Stato e sperò che il vento cambiasse a suo favore. Gli riuscì dopo che però vide la sua condanna in contumacia e la tristissima pena capitale irrogata ai suoi familiari, nonché la perdita di tutti i beni.
 
Fu un tradimento quello di servire Sparta? Fu un rancore tipico di molti esuli, come per i fratelli Rosselli in Spagna e di Brecht in America! Oppure lo smascheramento della sua coscienza tirannica che assillò come Mussolini a Salò? Fu una rivolta contro la debolezza della democrazia che dall'altare lo ributtò nella polvere, come Manzoni poetò di Napoleone? Gli storici romantici - da Nieburg al Wilamowitz - misero in evidenza i vecchi rapporti con i conservatori spartani e con il radicale ateniese Pisandro, che organizzatore del futuro Colpo di Stato autoritario del 411 ad Atene e che a sua volta complottava contro Androcle, nuovo governante da sempre suo acerrimo nemico. In realtà, Canfora, nostro storico contemporaneo, ha qui rilevato la vera natura tirannica di Alcibiade che ormai aveva assunto pubblicamente alleandosi con Sparta. Nondimeno va rilevato come Alcibiade avesse accolto le teorie politiche dei Sofisti dell'epoca: si pensi al filosofo di lui contemporaneo Antifonte che sul concetto di politica e di democrazia aveva parlato di relativismo ideologico fra Democrazia ed oligarchia, anticipando la formula di Nietzsche, senza contare anche le considerazioni di Socrate sul potere della forza e sulla forza del diritto. Convinzione che lo spingevano comunque a tornare in Patria anche se il potere gli fosse stato garantito dalla spada di Sparta. Un po' come Mussolini che da Salò sperava di ritornare a Roma come governatore dei nazisti. Intanto, fallita la spedizione a Segesta, Lamaco e Nicia per quasi un anno ebbero qualche piccolo scontro attorno a Siracusa, senza risultati essenziali e dunque nel Novembre del 415 si acquartierarono a Catania.
Alcibiade suggeriva agli spartani di attaccare i compatrioti e fu contento che Gilippo, generale spartano di lungo corso, già vincitore di Atene a Turi nel 433 a. C. fosse inviato in soccorso di Siracusa. Anzi offriva informazioni sulla conformazione del porto di Siracusa e già avvertiva che Nicia avrebbe attaccato l'isolotto di Ortigia, cuore della città. E così fu: dapprima sembrò la situazione favorevole all'aggressore Nicia perché Siracusa, benché fosse circondata da un muro molto alto che chiuse l'isola dall'esterno, era già stata occupata dal mare dall'imponente flotta ateniese. Già ad Atene i fuochi di festa erano acesi; ma Nicia non si accorse di una manovra alle spalle del muro. Vale a dire uno sbarco a sorpresa ad Imera, a nord dell'isola da parte di un commando spartano guidato dallo stesso Gilippo con non molti opliti ben determinati, a marce forzate entrò dal muro e portò i rifornimenti alla città molto utili per l'offensiva.
Nicia chiedette rinforzi ad Atene, che tardarono. Vi fu un lungo periodo di combattimenti che portarono ad una sanguinosa sconfitta degli ateniesi. Anche qui merita di ricordare che qualcosa di analogo avvenne nel secondo conflitto mondiale durante lo sbarco di nordamericani e degli inglesi nel luglio del '43. Così nel 413 il Porto Grande di Siracusa fu ripreso e iniziò la marcia di ritirata di Nicia e compagni verso la costa. L'esempio delle due ritirate di Russia nel 1812 e nel 1943 da parte di Napoleone e Hiltler ci pare sufficiente per segnalare l'analogia con questa tremenda ritirata. Solo un uomo poté gioire di questa tremenda sconfitta: il pestifero Alcibiade che da Sparta osservò contento quella disfatta. Non mancarono amici ad Atene che speravano come lui diabolicamente ad un ritorno del generalissimo, come i tanti che speravano nel ritorno dei fascisti al potere prima del'8 settembre del'43.
 
Quando ad Atene i messaggeri a bordo dello scafo veloce Parolo riferirono questi dolorosissimi fatti, lo scoramento del Governo democratico è enorme. Mentre gli Spartani irrompevano in Attica e a Decelea, a pochi passi da Atene, facevano base; mentre la spedizione di soccorso dello stratega Demostene trova Nicia e i resti della prima spedizione attestati sulle colline del Siracusano circondati dai locali e dalle forze fresche di Gilippo; mentre ormai la flotta spartana era padrone del porto aretuseo; mentre Alcibiade continuava a suggerire all'antico nemico ogni punto debole dell'armata attica; mentre Nicia e Demostene venivano fatti a pezzi e i pochi prigionieri soffrivano la fame e le torture nelle carceri siracusane; già nel 412 gli alleati di Atene rompono ogni legame con la città - Stato e perfino lo spartano Endio, su mandato delle isole Clio e Gerbo, tesse relazioni segrete col persiano Tissaferne, per strangolare la potenza di Atene. Uno scempio nella storia Mediterranea orientale dai tempi delle Guerre Persiane che ora tanto ricorda il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 che strozzò la Polonia e che accelerò l'inizio della Seconda guerra Mondiale. Dietro gli accordi di Endio stava il mefistofelico Alcibiade, che anzi suggerì a Tissaferne di prendere Mileto, il porto subalterno di Atene e la cui conquista apriva la strada per Atene stessa. Di più: Tissaferne lo manda a chiamare proprio come suo consigliere. Alcibiade accetta di buon grado e si stabilirà a Samo, altra isola ora ribelle e qui continua a corteggiare i Persiani.
Forse lo spartano Lisandro, astro nascente di quel governo, ha capito la natura di quel genio del male e in nome della comune nazione greca non vuole passare per il traditore delle Termopoli. E quella peste, non più suo amico, ha pure capito che l'aria a Sparta gli è divenuta irrespirabile. Pensiamo allora a Rudolf Hesse, gerarca nazista di prim'ordine e delfino di Hitler, che il 10.5.1941 decollò da Augsburg e si paracadutò in Scozia e che voleva trattare con la Gran Bretagna per una pace onorevole nel momento in cui questa si trovava isolata. Tuttavia l'imbarazzo inglese e l'assoluta autonomia del gesto non sortirono effetti. Rinchiuso nelle carceri inglesi, fu condannato a morte a Norimberga nel 1946, senza che fosse provata la sua strategia pacificativa, anche per la forte contrarietà Sovietica di clemenza neppure pienamente sostenuta dalle Potenze occidentali.
Del resto lungo il 411 a. c. Alcibiade tenterà ogni via diplomatica per avvicinare Tissaferne alla patria e di portarlo contro gli Spartani, facendo leva sul partito democratico e sui sempre più numerosi aderenti al suo progetto di cambio di regime. Mentre gli oligarchi tentennano e temono che Tissaferne passi dalla parte opposta; Alcibiade soffia sempre sul fuoco. Gli oligarchi allora tentano il tutto per tutto: nel giugno di quell'anno, prima di arrivare alle barricate per le strade, 400 di loro si costituiscono in Consiglio e varano una dittatura conservatrice, revocando ogni organo istituzionale.
 
Il Colpo di Stato, però, voleva un uomo solo di polso alla guida. E chi se non Alcibiade? Richiamato finalmente in Patria, rimesso una seconda volta sull'altare, sempre seguendo le parole del Manzoni su Napoleone; fra il novembre del 411 e del 408 a.c., il generalissimo batte ad Abido gli Spartani e cattura perfino una buona parte della loro flotta. Ha l'ardire perfino di recarsi da Tissaferne per discutere di pace. Ma il Satrapo persiano non ci casca più: lo sbatte a Mileto in carcere e solo con l'appoggio di un amico, tale Mantiteo - o suo amante, o suo corrotto, non si sa - riesce a fuggire e a rientrare a Clazomene, città amica. La terza guerra del Peloponneso si accende. Il governo democratico ad Atene ritorna al potere: il nuovo esercito vince gli spartani e i persiani in Calcedonia e a Bisanzio. Tuttavia, la missiva di pace dello spartano Endio è respinta e al più questi ottiene una tregua, simile a quella di Nicia, forse in occasione di Olimpiadi. Il 410 passa in relativa tranquillità. Alcibiade si sposa con Ipparete, figlia del ricchissimo Ipponico, il classico nuovo arricchito e pescecane di affari fatti nel periodo di guerra.
Il maturo Alcibiade tesse il suo trionfale ritorno ad Atene, festeggiato e riproposto alla guida dello Stato e delle truppe, amnistiato per il caso delle Erme, ritornato il parvenu del Paese, per la terza volta è sugli altari, più di Napoleone! Ma ecco il suo Nelson, quel Lisandro che durante l'esilio di Alcibiade a Sparta lo aveva temuto, rispettato e praticamente copiato. Divenuto Re della città lacedemone, comincia il duello con Alcibiade, forse ormai appagato dalla agognata conquista del Potere. I Persiani ritornano l'obiettivo di Lisandro, anche per riaprire il secondo fronte con Atene. E accettano la sua proposta di aumentare la paga ai marinai greci sulle loro navi e quindi si ebbe un certo esodo di marinai esperti, senza contare che la nascente flotta spartana ormai è dotata di una maggiore consistenza tecnica. Ma il vecchio lupo si risveglia: Alcibiade tenta di riaprire un nuovo dialogo con Artaserse, un altro Imperatore Persiano. Siamo nel 406, anno decisivo per il Peloponneso e per Atene. Stavolta le manovre diplomatiche per un ennesimo campo rovesciato di alleanze non hanno successo. Invece una certa disattenzione, se non sfortuna lo perseguita: crede in Antioco, un giovane ammiraglio che gli appare idoneo a guidare la nuova flotta; poi si muove con l'esercito verso Nord per riunirsi al generale Trasibulo, altro generale di belle speranze che lo ha influenzato nei conviti notturni di Atene, ozi e vizi antichi che lo distraggono per un'altra volta come avvenne nei giorni preparatori della disgraziata spedizione in Sicilia. Le cattive scelte di collaboratori pagano: Trasibulo - come Grouchy a Waterloo - non riesce ad agganciare l'armata, nella Tracia per fermare i persiani in Anatolia; Antioco - come l'ammiraglio De Villeneuve a Trafalgar - non riuscì a distanziare le triremi pesanti dalle barche più piccole e veloci guidate da marinai greci mercenari e cadde a Nozio, vicino Efeso, in un mare Egeo ormai perduto per Atene. Di qui il secondo esilio di Alcibiade, cacciato ancora una volta da un raro accordo politico fra democratici e oligarchi. Anche qui ci sovviene un paragone storico: per un breve periodo la Convenzione Nazionale nel 1792 quasi al completo dichiarò la guerra alla Prussia e all'Austria che avevano invaso da Verdun il territorio francese. A Valmy la resistenza delle forze militari e la relativa controffensiva impedì la fine della Repubblica. E Goethe, inviato dal Principe di Weimar, ne gioì, ricordando nei suoi resoconti di aver visto là la fine del Medioevo. Invece lo scontro navale fra la flotta ateniese del mediocre navarco Filocle e il più quotato Lisandro vide appunto la vittoria di questi a Egospotami, una battaglia navale che potremo dire fatale non solo per l'impero ateniese, ma che neppure giovò a Sparta, altrettanto decaduta dopo decenni di guerra.
 
Una vittoria temporanea che produrrà fra qualche decennio il prevalere del regno di Macedonia che conquisterà tutta la Grecia con la nascita dell'Età ellenistica, periodo di civiltà paragonabile all'età romantica dell''800. Ma torniamo alla parabola finale di Alcibiade. Fra il 406 a.c. e il 404, il nipote di Pericle si fa un proprio feudo a Pattia nella Tracia e segue con sgomento la vicenda di Egospostami, che ben gli pare un segnale che anticipava la caduta dell'Impero ateniese. Forse la guerra di brigantaggio e pirateria contro la flotta spartana da lui ore perseguita avrebbe portato migliore fortuna che non lo scontro finale voluto da Filocle. E pensiamo al ruolo di Francis Drake che nelle sue guerre corsare al soldo di Elisabetta I favorì la vittoria della flotta inglese sulla invincible armada di Filippo II nel mar del Nord, quando nel 1588 questa poderosa squadra navale subì una rotta indimenticabile al largo del Devon, inaugurando il dominio dei mari della Gran Bretagna fino al Secondo Conflitto Mondiale. Nel 404, Alcibiade non è ancora domo: conquista la città frigia di Grinio e la dona al potente Farnabazo, Satrapo Persiano molto potente ed amico di Ciro contro il citatato Artaserse. Inoltre si fa strada l'ultima idea diabolica di Alcibiade: trattando proprio con Farnabazo, gli sottrae il piano di Ciro, fratello dell'imperatore Artaserse II, che voleva appunto detronizzarlo. Con la giovane amante Timandra - una delle etere del vecchio harem che aveva mantenuto negli anni giovanili ad Atene - raggiunge un villaggio della costa della sua Frigia, pronto a raggiungere la Corte di Susa. Ma i sicari di Farnabazo lo massacrarono la notte prima di partire, come sarà per Pompeo, fatto uccidere dal re Tolomeo di Egitto per compiacere Cesare suo tradizionale nemico. Una morte ingloriosa di colui che contribuì grandemente alla fine dell'Impero Ateniese e che però causò il processo unificativo della Grecia sotto l'Impero Macedone, con un Alessandro Magno non di meno privo di scrupoli e altrettanto genio militare come vedremo in seguito. Fu vera gloria quella di Alcibiade? Ai posteri l'ardua sentenza!
 
 
 
Nota bibliografica
        La natura avventurosa della vita di Alcibiade è stato oggetto del magnifico romanzo storico The Days of Alkibiades di C.E. ROBINSON, ed. London Edward Arnold, 1916, pubblicato sul sito archive.org
        Per la figura di Alcibiade intrecciata alle vicende della guerra del Peloponneso, vd. LUCIANO CANFORA, Il mondo di Atene, Roma - Bari, Laterza, 2011.

        Sulla morte di Alcibiade, vd. anche su questo blog, l'intervento del 31.5.2023 del prof. Ghiselli.