Alcibiade, la seconda peste di Atene (Atene, 450 a. c./413 a.c.)di Giuseppe Moscatt
Recita il Dizionario della lingua italiana che un individuo è
pestifero quando per le eccessive ambizioni di Potere, o per qualunque altro
interesse, si dimostra insistentemente molesto, genera un grave e diffuso
motivo di danno e di dolore per gli altri, rappresenta calamità, rovine e
sventure. Insomma ha in sé il germe del diavolo, è un soggetto divisivo e
assolutamente perverso (vd. Devoto-Oli, ad vocem, ed. 2001). Tale fu Alcibiade,
figlio di Clinia e di Dinomache. sorella della madre di Pericle. Nato in una
famiglia di Cavalieri, come li chiama Aristofane e Plutarco, visse ad Atene dal
450 a. c. morì esule in Frigia, esule e spesse volte
maledetto per le
sue controverse imprese, morto nel 404 a. c. in circostanze non chiarite, forse
suicida, forse ucciso.
Il contesto della sua vita più che avventurosa, tale da
influenzarlo come sarà per Cesare, Cromwell e Napoleone, appare essenziale per
capirne la straordinaria esistenza. La nascita (450 a. c.) fu segnata all'acme
dell'impero ateniese, che come la Firenze del '400 e la Weimar di metà 700,
rappresentano il periodo di massimo splendore culturale dei due Paesi -
l'Italia e la Germania - che non a caso gli sono paragonati per la grandezza
delle rispettive classi dirigenti e che da quelle esperienze storiche trarranno
linfa per il loro successivo processo di unificazione nazionale. Si è detto che
lo stesso processo evolutivo lo ebbe l'Atene del V secolo, salvo a degenerare
in un collasso istituzionale dovuto alla guerra con gli eterni nemici di
sempre, Sparta per prima e poi la Persia di Tissaferne. E tuttavia, sulle
spoglie di Atene della stesa Sparta, sorgerà a metà del IV secolo l'altra
grande figura di Alessandro Magno, che sicuramente erediterà il processo
unitario della Grecia, peraltro di breve durata per la rapida morte dell'eroe
Macedone e per la successiva invasione romana alle soglie del secondo secolo.
Intanto l'età di Pericle.
Qui ci limitiamo a rammentare, ove ce ne fosse bisogno, il
suo periodo d'oro, vale a dire il quarto secolo - dal 480/404 al 430 a. c. -
dove la storia culturale e quella politica vedono spiccare la figura di Pericle
(495-429 a. c.), Politico eccellente, oratore mirabile e militare invitto che
di fatto governò in modo autoritario la città dalle guerre persiane (499-449)
alla prima guerra del Peloponneso (431-429), morendo di peste, lasciando un
impero privo di adeguato successore. Dal lato politico, Pericle - a dire degli
storici Erodoto, Tucidide e Plutarco - era di nobile famiglia, assunse il
potere della città con un consenso acquisito attraverso un abile dialettica fra
oligarchi conservatori e nuovi borghesi democratici. Di lui si ricorda un
famosissimo discorso alla nazione ateniese che Tucidide ci ha tramandato sulla
natura della democrazia politica ed in politica estera riuscì a conseguire una
Lega con le città dell'Attica che vide la predominanza politica e militare di
buona parte della sua città sulla Grecia meridionale.
In particolare, fu in grado di costituire un fondo
finanziario comune (
Il tesoro di Delo) proprio ad Atene, dopo
aver stipulato col tradizionale nemico Persiano un trattato di amicizia e di
reciproca non belligeranza, tanto che solo dopo alcuni decenni questo
ricomparve sul palcoscenico del Mediterraneo alle soglie del conflitto con
Sparta. Approfittando forse della fiducia sulla gestione del tesoro, promosse
opere culturali che ancora oggi si ammirano. Vissero infatti in quell'epoca
grandissimi tragediografi e commediografi, Eschilo, Sofocle, Euripide e
Aristofane. Non mancarono storici che lo elogiarono, pur con tutti i suoi
limiti quali Erodoto e Tucidide. Ma anche lo scienziato Ippocrate - padre della
medicina - e Socrate, fondatore della filosofia. Nondimeno, non mancarono opere
di sculture e architettura, quali la ricostruzione del tempio di Zeus a
Olimpia; quello di Apollo a Delfi; la costruzione dell'Acropoli ed il
Partenone. E ancora si citano per la loro abilità e innovazione tecnica, Fidia,
Mirone e Policleto. Eppure, la magnificenza delle sue attività di promozione
artistica, trovò però non pochi critici proprio allo scoccare della prima
guerra peloponnesiaca (431-421), detta Archidamica, dal nome del vecchio Re
Archidamo di Sparta. Il suo maggiora oppositore fu un mercante democratico,
tale Cleone di Anfipoli di Tracia, venuto ad Atene per commerciare cuoio molto
utile per le armature militari.
Questi insinuò il sospetto che il finanziamento del tesoro
della Lega di Delo, in guerra con la lega peloponnesiaca, fosse stato
utilizzato per fini personali e non per fini culturali, proprio mentre la città
soffriva per la peste e per la mancanza di rifornimenti alimentari venuti meno
per l'invasione spartana dell'attica (non è strana la somiglianza di quelle
critiche con quelle che oggi assillano i governanti occidentali rispetto alle
critiche dei pacifisti contrari alle forniture militari all'Ucraina invasa
dalla Federazione Russa). Intanto, l'imperversare della peste ebbe per vittima
lo stesso Pericle (429 a. c. ) e si aprì quindi il problema della successione.
Mentre il citato Cleone per i democratici ed il generale Nicia oligarca
litigavano in merito, salvo a ritrovare un minimo di unità contro gli spartani
alle porte; un giovane di bell'aspetto, di viva intelligenza e colto un po' più
degli altri, bussò alla porta del Potere: Alcibiade, nipote dello stesso
Pericle e da lui allevato in casa. Il decennio fra il il 429 e il 419, più o
meno coincidente con la guerra, è per Atene il consolidamento di potenza
militar marittima, quanto lo sia in campo terrestre quella spartana. Ma la fine
di Pericle - per altro scosso negli ultimi anni da una serie di processi
imbastiti da Cleone per le ragioni già dette, ma condite da piccanti questioni
di corruzione legate all'amante Aspasia - si aprì con un senso di decadenza che
alimentò il terrore della sconfitta con Sparta. I grandi oligarchi, eroi di
Maratona e Salamina, i cc. dd.
Cavalieri di Aristofane, guardavano al
passato, come gli oligarchi di Putin oggi celebrano gli onori dello Zarismo e
del Comunismo.
L'età di Pericle, appena trascorsa, era già divenuta mitica
per il loro titanismo (come avvenne nell'800 per la Weimar di Goethe e
Schiller) e per la loro probità morale piuttosto che per la tirannia di
Pisistrato (come dirà Tucidide riportando il famoso proclama democratico di
Pericle). Ma i politici che gli succedettero alla guida dello Stato -
Alcibiade, Nicia e Iperbolo, nonché lo stesso Cleone di parte democratica -
vennero criticati già da Tucidide e poi da Plutarco nei decenni successivi, sia
per una condotta squilibrata, sia per un pacifismo disarticolato, o peggio per
una serie di subdoli atti di arroganza che gettarono il popolo ateniese in uno stato
di malinconia e di pessimismo che accelerò la caduta dell'Impero. Se gli
ateniesi
figli di Pericle precipitarono nella guerra Archidemica
combattuta con pressapochismo già nella vicenda di Sfacteria (425) e di Pilo
(426); una grandissima decadenza morale si ebbe con l'entrata in politica
attiva di Alcibiade.
Sappiamo da Plutarco, le cui fonti non nascondono una certa
antipatia per il personaggio, che era il
beniamino d'Atene, per amori,
ricchezza e per gusti raffinati (Platone in un suo dialogo lo aveva già
designato come il pupillo di Socrate e che per analogia ci appare un novello
Lafayette durante la prima fase della Rivoluzione Francese). A 30 anni inaugurò
la politica trasformista: dopo aver militato da giovane coi conservatori dello
zio Pericle, capì presto che Nicia gli avrebbe soffiato il posto di
premier
di quel partito, tanto più che l'imprenditore Iperbole
teneva la borsa della
fazione oligarchica e poco spazio gli dava. Di qui, il salto nel Partito
democratico, ovvero la conquista di parte di quella fazione e l'alleanza con
una parte di quei notabili. Creò cioè un
blocco di centro dove
nullatenenti e piccoli borghesi non lo amavano, ma si sentivano più sicuri che
con Cleone.
Alcibiade era un oratore perfetto come lo zio; polemico a
destra con Nicia, troppo molle come un
Giolitti e litigioso a sinistra,
con il coriaceo ignorante di Cleone, come avvenne con Colajanni durante la
crisi di fine '800 in Italia. Alcibiade era un temerario alla Crispi (abbiamo
usato volutamente i nomi dei notabili al primo parlamento dell'Italia Umbertina
perché rispecchia la politica del salto da uno schieramento all'altro, fra
liberali progressisti e liberali democratici nei primi '60 anni del Regno
d'Italia, quando il
trasformismo divenne la tecnica politica più nota).
Invece il decisionismo di Pericle fu la fede operativa di Alcibiade, peraltro
arricchita da una vigorosa attività amministrativa nel continuare a proteggere
le Arti e a governare da innovatore spregiudicato dall'alto delle sue
conoscenze estere, tanto che tentò di riappacificarsi di nascosto con gli
Spartani, mente Nicia e Lachete tardavano a trattare, dopo le vicende di
Anfipoli riconquistata al caro prezzo dalla morte eroica di Cleone, capo
dell'esercito ateniese.
La politica interna di Alcibiade era analoga a quella estera:
mentre tentava di allearsi ad Argo, città legata a Sparta; nell'areopago si
alleò con Iperbolo per ostracizzare Nicia da ogni carica di Potere. Solo che di
notte a notte - come un consumato politico della nostra prima repubblica - ritornò
sui suoi passi e si riaccordò improvvisamente con Nicia. L'indomani, il povero
Iperbolo - oligarca come lui, ma molto più onesto, amante della Patria e
coerente nel trattare senza cedimenti con gli spartani - si trovò lui ad essere
ostracizzato dall'inedita coalizione di Alcibiade e Nicia, alleanza inusitata e
analoga a quella che avvenne nel Parlamento italiano dopo la marcia fascista su
Roma che vide improvvisamente quel movimento eversivo convergere al Governo con
cattolici e socialisti riformisti. Anzi, a Iperbolo fu perfino riservata la
morte all'esilio di Samo, quando fu definitivamente ucciso da emissari degli
oligarchi nel 411, durante il colpo di Stato ad Atene che avrebbe inaugurato la
dittatura dei 400, manovra cui non era estraneo proprio Alcibiade. Giunto
finalmente alle cariche supreme di stratega militare e a quella di capo della
politica estera (420 -418), Alcibiade compiva il primo atto di
non
belligeranza, ma di significativa scelta contro la pace di Nicia, che nel
421 aveva interrotto la guerra del Peloponneso.
Il suo partito radicale antipacifista e conservatore - legato
alla borghesia degli affari e con un codazzo di giovani violenti insoddisfatti
dal Governo di Nicia che li aveva emarginati dopo la pace, e senza mezzi per
continuare la vita goliardica e militare, che li aveva qualificati come
mercenari al soldo del loro capo Alcibiade. Questi si era inserito nelle
politiche interne di Argo e Mantinea, città alleate del Peloponneso che
lamentavano come la pace di Nicea le avesse depotenziate delle loro quote nel
tesoro di Delio e che questo era stato speso da Nicia per usi personali.
Inoltre, i vecchi alleati pretendevano un piano di rilancio dell'agricoltura
nell'attica, senza contare che Tebe era stata troppo aiutata da Nicia, malgrado
il suo aiuto fosse stato minimo. La perdita di Sfacteria poi bruciava agli
Spartani. Nei suoi bellicosi comizi elettorali, Alcibiade rivendicava la città
di Pilo, strappata ad Argo e mai più restituita, al pari di D'Annunzio che
voleva Fiume all'Italia mutilata della vittoria nel 1918. Gli Spartani caddero
nella sua rete e attaccarono Epidauro come ritorsione per Pilo ritornata nel
frattempo nelle mani argive.
La guerra per mandato di Atene contro Sparta riprese nel 419,
molto meno degli anni programmati da Nicia e Lachete con gli Spartani per
l'ottimista previsione di 50 anni, quasi un'anticipazione di quello che Wilson
nel 1918 aveva pronosticato per l'Europa a Versailles. Benché il tentativo di
Argo, ora alleata di Atene, di occupare Epidauro non fosse riuscito con gravi
perdite, Alcibiade non cessò di punire gli antichi avversari, finché questi
decisero di rompere le relazioni segrete con Alcibiade, classico
doppiogiochista e quindi assediare Argo. Era la mossa che Alcibiade non si
aspettava perché troppo presto era passato dai lutti della prima guerra
peloponnesiaca. Così Argo cinta d'assedio subì un forte assedio e quindi passò
alla lega peloponnesiaca spartana. Un primo smacco ad Alcibiade, che perse il
terzo mandato governativo nel 417 e si ritrovò Nicia al Governo. Cessato un
breve periodo di tregua, Alcibiade tornò in auge col suo progetto
guerrafondaio: dopo un'astuta campagna dietro le quinte da semplice politico di
opposizione - ma Plutarco fa capire che per qualche mese tempestò di lusinghe e
di denari i capi di Argo - Argivi e Ateniesi, col consenso di Nicia ancora
corrotto dall'instancabile Alcibiade, ridiedero battaglia a Mantinea contro
Sparta.
Si tornava finalmente in campo aperto. Astutamente, Alcibiade
se la fece alla larga e si salvò dal disastro: ben 200 opliti attici e due
generali ateniesi rimasero uccisi e Sfacteria era stata vendicata con onore
delle armi spartane. Nicia e Alcibiade, le anime nere della disfatta, però
approfittando del luttuoso evento e di comune accordo per salvare la faccia
compirono il disdicevole fatto di Iperbole appena narrato, che da allora (417)
cessò di essere il terzo incomodo di quel discutibile governo. Che fare, ora
con gli spartani ringalluzziti, arrivati ad invadere l'Attica? Per prima cosa
tornarono a spartirsi il Potere: divennero di nuovo strateghi e poi l'anima
nera di Alcibiade riattivò una mossa strategica che già i nemici avevano con
successo sperimentato: spostare le operazioni militari - mai cessate del tutto
dal 421, se non per brevi
scaramucce per procura, come si disse per la
guerra del Vietnam negli anni '60 del '900 - dal Peloponneso verso Anfipoli di
Tracia, porto commerciale ateniese fin dai tempi di Cleone. Anche qui, il
voltafaccia di Perdicca, re Macedone e zio del futuro Alessandro, bloccò
l'iniziativa, perché chiuse il suo territorio agli ateniesi e lo aprì a Sparta.
Allora Alcibiade pensò di attaccare un’isoletta delle Cicladi, ex colonna
spartana, cioè Milos.
Ora si assistette a quello che avverrà quindici secoli dopo a
Varsavia: come nel 1944 la capitale polacca andò in rivolta contro l'occupante
nazista, che represse nel sangue quell'insurrezione con gravi perdite e la
distruzione di gran parte della città; così l'isola di Milos, sotto l'anello di
ferro degli ateniesi di Alcibiade, fu costretta ad arrendersi verso la metà
dell'inverno. Nel caso di Varsavia, l'esercito Sovietico non intervenne a
salvare la città perché i nazisti fecero
il lavoro sporco di massacrare
molti dissidenti democratici non comunisti, che da lì a poco potevano impedire
la sovietizzazione della Polonia, nel caso di Milos la morte di uomini, donne e
bambini, o la loro schiavizzazione, fu voluta dagli spartani che non vollero
soccorrerli dal mare, visto che gli isolani erano chiaramente impotenti di
fronte alla flotta ateniese.
Neppure gli ateniesi furono clementi, come era capitato con
Mitilene (415), risparmiata da notevoli massacri di popolazione inerme,
differenza che lo storico Tucidide non mancò di rilevare, addossando la
maggiore responsabilità indiretta allo stesso Alcibiade, di cui era nota l'idea
che un esempio ammonitore fosse necessario per tutti gli alleati. Del resto,
erano palesi i contatti personali con Argo del duce ateniese, che da anni
aspirava alla guida autoritaria della lega.
Alla fine della fiera, e
mentre era ancora in atto l'assedio di Milos, ultima spiaggia delle pretese di
Alcibiade; un'altra
guerra per procura, sembrò cadere a fagiolo per il
Duce ateniese, la cui fama di stratega militare sembrava segnare il passo.
Dalla Sicilia veniva una richiesta di aiuto da parte di Lentini, i cui
oligarchi erano aggrediti dalle pretese di Siracusa, il cui nuovo governo li
minacciava di invasione. E Selinunte. Legata a Sparta, nel 416 aggredì Segesta,
vecchia colonia ateniese quanto Lentini.
Le richieste non erano nuove dalla Magna Grecia: già Turi in
Puglia nel 433 aveva avuto e ottenuto per un caso analogo l'appoggio di
Pericle. In un momento di difficoltà politica, Alcibiade colse la palla al
balzo: con una flotta agguerrita e con alleati locali ben disposti; un'azione
invasiva in grande stile avrebbe riportato l'
Impero in auge e il suo
capo - naturalmente Alcibiade!- ne avrebbe avuto l'occasione per indossare la
corona di Dittatore. Nicia nicchiava: da pacifista razionale, conscio delle
difficoltà operative di fronte al pericolo che gli Spartani finalmente si
fossero decisi di attaccare alle spalle l'Attica; proponeva una piccola
spedizione solo a Segesta, temendo le reazioni di Gela contro la quale aveva
combattuto all'epoca di Pericle con qualche pericolo anche personale. Ci volle
la retorica di Alcibiade e tutta la violenza non solo verbale delle squadre
armate di giovinastri favorevoli alla guerra, oltre alle proverbiali manovre di
corruzione del Duce, per convincere l'assemblea popolare ad accettare le
richieste degli ambasciatori di Segesta e Lentini. 134 Triremi e 6000 fanti
partirono per la Sicilia. Nicia abbandonò i dubbi e Alcibiade - come Napoleone
in partenza per la campagna d'Italia del 1797 e come Mussolini per la
spedizione in Russia nel 1941 - si fregò le mani credendo che fosse scoccata
finalmente l'ora del suo destino. I due capitani fremevano per la conquista di
un'isola ricca che veramente avrebbe trasformato la logora Repubblica in un
Impero Asiatico. Sebbene non fosse chiara la guida finale delle operazioni;
l'entusiasmo popolare secondo Tucidide era inversamente proporzionale al
rischio che si correva di impantanarsi in uno definitivo fallimento, che gli
eterni nemici non cessavano di sperare. Ma all'evento inaspettato della Sicilia,
un altro si aggiunse ancora di più eccezionale, il cosiddetto
scandalo delle
Erme, avvenuto proprio nei giorni della partenza della flotta per la
Sicilia.
Questo consistette nello sfregio notturno sulle teste
scolpite su pilastri quadrangolari posti agli angoli delle strade di Atena,
lesive degli organi genitali maschili. Un segno spettacolare di Malaugurio a
dire del Popolo che smorzò l'eccitazione popolare che Alcibiade e i suoi
avevano attizzato a favore della spedizione. Chi si era permesso di vilipendere
in quel momento i sacri simboli? E a maggior ragione, Alcibiade non poteva
sembrare non estraneo, anche perché il fatto che le masse popolari, a stento
convinte della necessità della spedizione, rapidamente avrebbero mutato
opinione per il cattivo auspicio che i promotori politici avrebbero ottenuto.
Tucidide (libro VI, par. 28) narra che le indagini ebbero risultati molto
scarsi: servi e nutrici - immigrati privi di cittadinanza - negavano le loro
responsabilità; ma gli interrogatori di un accusato molto sospetto trovavano
che il blasfemo Alcibiade, in precedenti occasioni in pubblico e con l'appoggio
di filosofi sofisti che praticava, aveva deriso i misteri Eleusini. Platone
invero lo aveva accennato in un dialogo con Socrate proprio a casa sua. Del
resto, i commissari d'inchiesta erano coloro che da membri dell'assemblea
legislativa non avevano perdonato ad Alcibiade il tradimento fatto ad Iperbolo
e che nel gesto irriverente vedevano una subdola manovra contro Nicia, senza
contare che le speranze di un buon esito della spedizione lo avrebbe candidato
alla tirannia. E non è un errore pensare che Cesare e Napoleone, lettori di
Tucidide e Plutarco, lo avevano preso ad esempio per le conquiste di Roma e
Parigi dopo le imprese in Gallia e in Egitto. Alcibiade pretese subito un
processo quando le navi erano già al Pireo pronte a partire per difendere la
sua fama di condottiero e di uomo senza paura, un eroe da contrapporre agli
spartani per vendicare la sconfitta di Mantinea. Il rischio che Nicia ne
avrebbe approfittato - come farà Pompeo e Barras - indusse Alcibiade a proporre
un accordo: rinviare il processo e chiamare un altro generale - Lamaco - che
insieme a lui avrebbe rafforzato il comando e il controllo sulla spedizione e
sulle mire del giovane duce. Nicia accettò con rassegnazione ma pretese una
contropartita: attaccare subito la filo-cartaginese Selinunte e poi rivolgersi
contro la potente Siracusa, accampandosi a Lentini, città alleata; nonché
allargare la spedizione alle forze di Argo e Mantinea, onde impedire che la
stessa Selinunte e Siracusa facessero fronte comune. Strategia che venti secoli
dopo premiò Hitler che arrivò nel 1940 a Parigi prima che Stalin e Churchill si
accordassero contro la Germania.
Con queste premesse, che già prefiguravano una disfatta -
dato che Nicia di fatto non aderì a nessuna di tali proposte - iniziò quella
drammatica impresa e che costituì il principio della fine della peste politica
di
Alcibiade. Infatti dal giorno della partenza della grandissima flotta
per la Sicilia, armata ed equipaggiata più della flotta di Omero per Troia, a
dirla con Tucidide; la fortuna di Alcibiade, fino ad allora ben manovrata su
consiglio dell'amico Socrate era stata in ascesa. Ma l'abilità del giovane
parvenu
poco poteva resistere all'evento più temuto dagli Ateniesi fin dal 421,
vale a dire la ripresa diretta della guerra col nemico di sempre, la Sparta dei
Lacedemoni. Malgrado la pace ottenuta dal generalissimo Nicia, dopo la morte in
guerra dei due capi delle rispettive potenze - Cleone e Brasida - una tregua
non belligerante si era mantenuta per più di 5 anni. Poi le rispettive
politiche espansive nel Mediterraneo e in Sicilia in ispecie si erano di nuovo
riaperte.
La guerra fredda o meglio la guerra per procura fra Atene e Sparte
riprese vigore proprio nell'isola: mentre i nemici barbari - Persiani,
Cartaginesi e Macedoni; stavano a guardare, come oggi Cina, India e Turchia non
si esprimono né contro né a favore degli U.S.A. e della Russia nella vicenda
Ucraina. Selinunte e Siracusa si guardavano storto per il possesso dell'isola;
e per converso, Segaste e Lentini chiedevano ad Atene di aiutarle, solleticando
la loro origine attica contro la simpatia spartana delle altre due, ma non
disdegnavano neppure una a certa attenzione ai commerci con i Cartaginesi.
Atene ruppe gli indugi e Alcibiade e Nicia, i due
consoli - o meglio
strateghi - dopo le schermaglia che abbiamo visto, partirono con un terzo
comandante, Lamaco, che somigliava molto al terzo triumviro romano Lepido, che
fungeva più da arbitro che da capo militare fra Cesare e Pompeo.
Proprio allo scadere del giorno della partenza, lo scandalo
notissimo dello sfregio alle Erme sembrò raffreddare gli uomini, come quando
Napoleone Buonaparte, poco prima dello sbarco in Egitto, seppe che l'armata
francese del Reno guidata dall'omologo generale Moreau, aveva subito a Cassano
d'Adda uno scacco da parte degli Austro-Russi di Suvorov. come Napoleone poi,
anche Alcibiade dell'evento delle Erme non ebbe preoccupazioni. Nicia e Lamaco,
nonché il Consiglio di Stato (la c.d. Bauli) non si fermarono ad incriminarlo,
benché le accuse generiche di blasfemia a suo carico non erano da dimenticare.
Turi, Reggio e Catania furono i primi porti dove la grande flotta fece
rifornimenti, mentre Siracusa si preparava a resistere ad un probabile doppio
assedio di mare e di terra; Selinunte, conscia della scarsezza delle truppe,
pensava invece di intavolare negoziati . Alcibiade proponeva la sua vecchia
strategia: conquistare i piccoli centri con una politica militare del carciofo,
senza attaccare direttamente Siracusa, una potenza locale coriacea, che poteva
cadere per fame quasi senza gravi perdite. Nicia e Lamaco volevano piuttosto
stanare e abbattere l'isolotto aretuseo, cosa che Lamaco, il sergente di ferro
di turno aspirava a conquistare al più presto per tornare presto a casa. Da
dove intanto giungevano notizie di una svolta del processo sulle Erme; un
classico
pentito, tale Andocide, confessò la responsabilità dello
sfregio risaliva alla società segreta (
eteria) di Eufileto, un sodale
conclamato di Alcibiade, promotore del fatto proprio per dimostrare
l'inesistenza degli Dei sfregiati. L'arroganza di quel gesto - a dire delle
stesso Andocide - ci somiglia al comizio di Mussolini del 1904 quando sfidò Dio
a fulminarlo mentre parlava e malediva, con lo stesso intento di sfatarle forse
su consiglio dell'amico Socrate. Sebbene i colleghi del partito democratico -
nonché gli oligarchi conservatori che gli erano in simpatia - non credettero
affatto a tale voce, non vedendo alcuna utilità per uno stallo alla partenza
per la guerra. Eppure il moderato Tessalo, nonché il radicale Androcle, fedeli
ai loro partiti avversari, convinsero l'assemblea legislativa a mandare la nave
Salamina per prelevare senza indugio il generalissimo e riportarlo in
patria per il processo.
Si apriva quindi l'ennesimo duello fra le classi dirigenti
dell'impero: i democratici non cessavano di criticare Alcibiade per corruzione
morale e politica, rinfacciandogli sempre la condotta trasformista che lo aveva
visto prevalere contro l'onesto Iperbolo, avviando contatti e complotti segreti
con lo stesso Nicia e provocando l'esilio forzato del primo. Le analogie con
Cesare, Napoleone e Mussolini, non cessano di stupire: Cesare più volte giocò a
due mani con Pompeo; Napoleone tramò con gli esuli monarchici perché gli
giurassero obbedienza da Imperatore, Mussolini si alleò con gli agrari e
industriali affinché fosse più facile occupare Roma e poi a sciogliere di fatto
il sistema liberaldemocratico. Di Alcibiade dalle narrazioni di Tucidide e
Plutarco - per altro non suo coevo, ma cronista del 2° secolo d. C. - era
fortemente influenzato dalla corruzione politica di Roma dilaniata dallo
scontro fra Ottaviano e Marco Antonio. Da una parte si dubitava di affidarsi
alla forza delle armi per arrivare alla dittatura come fu per Napoleone e
Cesare; ma dall'altra si sperava - come per Mussolini - piuttosto di mantenerne
il consenso popolare affidandosi alla giustizia favorevole e sembrava che
Alcibiade si schierasse con chi pretendeva di mandarlo a giudizio, magari dopo
il rientro da vincitore in Sicilia. Sbarcato a Turi, però capì subito che la
guerra non sarebbe stata né breve né facile.
La politica pattizia di Nicia e la resistenza di Siracusa lo
preoccupavano. E quando arrivò la
Salamina a prelevarlo decise di
ritornare subito, come Napoleone dall'Egitto, dove già ad Abukir sul Nilo la
flotta francese aveva subito una rotta dalla flotta inglese di Nelson.
Alcibiade forse seppe che Siracusa, coll'aiuto degli spartani, si era ben
armata e che la sconfitta sul campo non era affatto impossibile. Quindi scelse
di tornare ad Atene sulla
Salamina. Durante il viaggio però cambiò
opinione e capì che il rischio di condanna a morte era altrettanto reale e
dunque raggiunse Sparta dove venne accolto fra gli onori, divenendo il primo
consigliere di quello Stato e sperò che il vento cambiasse a suo favore. Gli
riuscì dopo che però vide la sua condanna in contumacia e la tristissima pena
capitale irrogata ai suoi familiari, nonché la perdita di tutti i beni.
Fu un tradimento quello di servire Sparta? Fu un rancore
tipico di molti esuli, come per i fratelli Rosselli in Spagna e di Brecht in
America! Oppure lo smascheramento della sua coscienza tirannica che assillò come
Mussolini a Salò? Fu una rivolta contro la debolezza della democrazia che
dall'altare lo ributtò nella polvere, come Manzoni poetò di Napoleone? Gli
storici romantici - da Nieburg al Wilamowitz - misero in evidenza i vecchi
rapporti con i conservatori spartani e con il radicale ateniese Pisandro, che
organizzatore del futuro Colpo di Stato autoritario del 411 ad Atene e che a
sua volta complottava contro Androcle, nuovo governante da sempre suo acerrimo
nemico. In realtà, Canfora, nostro storico contemporaneo, ha qui rilevato la
vera natura tirannica di Alcibiade che ormai aveva assunto pubblicamente
alleandosi con Sparta. Nondimeno va rilevato come Alcibiade avesse accolto le
teorie politiche dei Sofisti dell'epoca: si pensi al filosofo di lui contemporaneo
Antifonte che sul concetto di
politica e di
democrazia aveva
parlato di relativismo ideologico fra Democrazia ed oligarchia, anticipando la
formula di Nietzsche, senza contare anche le considerazioni di Socrate sul
potere
della forza e
sulla forza del diritto. Convinzione che lo spingevano
comunque a tornare in Patria anche se il potere gli fosse stato garantito dalla
spada di Sparta. Un po' come Mussolini che da Salò sperava di ritornare a Roma
come governatore dei nazisti. Intanto, fallita la spedizione a Segesta, Lamaco
e Nicia per quasi un anno ebbero qualche piccolo scontro attorno a Siracusa,
senza risultati essenziali e dunque nel Novembre del 415 si acquartierarono a
Catania.
Alcibiade suggeriva agli spartani di attaccare i compatrioti
e fu contento che Gilippo, generale spartano di lungo corso, già vincitore di
Atene a Turi nel 433 a. C. fosse inviato in soccorso di Siracusa. Anzi offriva
informazioni sulla conformazione del porto di Siracusa e già avvertiva che
Nicia avrebbe attaccato l'isolotto di Ortigia, cuore della città. E così fu:
dapprima sembrò la situazione favorevole all'aggressore Nicia perché Siracusa,
benché fosse circondata da un muro molto alto che chiuse l'isola dall'esterno,
era già stata occupata dal mare dall'imponente flotta ateniese. Già ad Atene i
fuochi di festa erano acesi; ma Nicia non si accorse di una manovra alle spalle
del muro. Vale a dire uno sbarco a sorpresa ad Imera, a nord dell'isola da
parte di un
commando spartano guidato dallo stesso Gilippo con non molti
opliti ben determinati, a marce forzate entrò dal muro e portò i rifornimenti
alla città molto utili per l'offensiva.
Nicia chiedette rinforzi ad Atene, che tardarono. Vi fu un lungo
periodo di combattimenti che portarono ad una sanguinosa sconfitta degli ateniesi.
Anche qui merita di ricordare che qualcosa di analogo avvenne nel secondo
conflitto mondiale durante lo sbarco di nordamericani e degli inglesi nel
luglio del '43. Così nel 413 il Porto Grande di Siracusa fu ripreso e iniziò la
marcia di ritirata di Nicia e compagni verso la costa. L'esempio delle due
ritirate di Russia nel 1812 e nel 1943 da parte di Napoleone e Hiltler ci pare
sufficiente per segnalare l'analogia con questa tremenda ritirata. Solo un uomo
poté gioire di questa tremenda sconfitta: il pestifero Alcibiade che da Sparta
osservò contento quella disfatta. Non mancarono amici ad Atene che speravano
come lui diabolicamente ad un ritorno del generalissimo, come i tanti che
speravano nel ritorno dei fascisti al potere prima del'8 settembre del'43.
Quando ad Atene i messaggeri a bordo dello scafo veloce
Parolo
riferirono questi dolorosissimi fatti, lo scoramento del Governo
democratico è enorme. Mentre gli Spartani irrompevano in Attica e a Decelea, a
pochi passi da Atene, facevano base; mentre la spedizione di soccorso dello
stratega Demostene trova Nicia e i resti della prima spedizione attestati sulle
colline del Siracusano circondati dai locali e dalle forze fresche di Gilippo;
mentre ormai la flotta spartana era padrone del porto aretuseo; mentre
Alcibiade continuava a suggerire all'antico nemico ogni punto debole
dell'armata attica; mentre Nicia e Demostene venivano fatti a pezzi e i pochi
prigionieri soffrivano la fame e le torture nelle carceri siracusane; già nel
412
gli alleati di Atene rompono ogni legame con la città - Stato e perfino lo
spartano Endio, su mandato delle isole Clio e Gerbo, tesse relazioni segrete
col persiano Tissaferne, per strangolare la potenza di Atene. Uno scempio nella
storia Mediterranea orientale dai tempi delle Guerre Persiane che ora tanto
ricorda il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 che strozzò la Polonia e che
accelerò l'inizio della Seconda guerra Mondiale. Dietro gli accordi di Endio
stava il mefistofelico Alcibiade, che anzi suggerì a Tissaferne di prendere
Mileto, il porto subalterno di Atene e la cui conquista apriva la strada per
Atene stessa. Di più: Tissaferne lo manda a chiamare proprio come suo
consigliere. Alcibiade accetta di buon grado e si stabilirà a Samo, altra isola
ora ribelle e qui continua a corteggiare i Persiani.
Forse lo spartano Lisandro, astro nascente di quel governo,
ha capito la natura di quel
genio del male e in nome della comune
nazione greca non vuole passare per il
traditore delle Termopoli.
E quella
peste, non più suo amico, ha pure capito che l'aria a Sparta
gli è divenuta irrespirabile. Pensiamo allora a Rudolf Hesse, gerarca nazista
di prim'ordine e delfino di Hitler, che il 10.5.1941 decollò da Augsburg e si
paracadutò in Scozia e che voleva trattare con la Gran Bretagna per una pace
onorevole nel momento in cui questa si trovava isolata. Tuttavia l'imbarazzo
inglese e l'assoluta autonomia del gesto non sortirono effetti. Rinchiuso nelle
carceri inglesi, fu condannato a morte a Norimberga nel 1946, senza che fosse
provata la sua strategia pacificativa, anche per la forte contrarietà Sovietica
di clemenza neppure pienamente sostenuta dalle Potenze occidentali.
Del resto lungo il 411 a. c. Alcibiade tenterà ogni via
diplomatica per avvicinare Tissaferne alla patria e di portarlo contro gli
Spartani, facendo leva sul partito democratico e sui sempre più numerosi
aderenti al suo progetto di cambio di regime. Mentre gli oligarchi tentennano e
temono che Tissaferne passi dalla parte opposta; Alcibiade soffia sempre sul
fuoco. Gli oligarchi allora tentano il tutto per tutto: nel giugno di
quell'anno, prima di arrivare alle barricate per le strade, 400 di loro si
costituiscono in Consiglio e varano una dittatura conservatrice, revocando ogni
organo istituzionale.
Il Colpo di Stato, però, voleva
un uomo solo di
polso alla guida. E chi se non Alcibiade? Richiamato finalmente in Patria,
rimesso una seconda volta sull'altare, sempre seguendo le parole del Manzoni su
Napoleone; fra il novembre del 411 e del 408 a.c., il generalissimo batte ad
Abido gli Spartani e cattura perfino una buona parte della loro flotta. Ha
l'ardire perfino di recarsi da Tissaferne per discutere di pace. Ma il Satrapo
persiano non ci casca più: lo sbatte a Mileto in carcere e solo con l'appoggio
di un amico, tale Mantiteo - o suo amante, o suo corrotto, non si sa - riesce a
fuggire e a rientrare a Clazomene, città amica. La terza guerra del Peloponneso
si accende. Il governo democratico ad Atene ritorna al potere: il nuovo
esercito vince gli spartani e i persiani in Calcedonia e a Bisanzio. Tuttavia,
la missiva di pace dello spartano Endio è respinta e al più questi ottiene una
tregua, simile a quella di Nicia, forse in occasione di Olimpiadi. Il 410 passa
in relativa tranquillità. Alcibiade si sposa con Ipparete, figlia del
ricchissimo Ipponico, il classico nuovo arricchito e
pescecane di
affari fatti nel periodo di guerra.Il maturo Alcibiade tesse il suo trionfale ritorno ad Atene,
festeggiato e riproposto alla guida dello Stato e delle truppe, amnistiato per
il caso delle Erme, ritornato il
parvenu del Paese, per la terza volta è
sugli altari, più di Napoleone! Ma ecco il suo
Nelson, quel Lisandro che
durante l'esilio di Alcibiade a Sparta lo aveva temuto, rispettato e
praticamente
copiato. Divenuto Re della città lacedemone, comincia il
duello con Alcibiade, forse ormai appagato dalla agognata conquista del Potere.
I Persiani ritornano l'obiettivo di Lisandro, anche per riaprire il secondo
fronte con Atene. E accettano la sua proposta di aumentare la paga ai marinai
greci sulle loro navi e quindi si ebbe un certo esodo di marinai esperti, senza
contare che la nascente flotta spartana ormai è dotata di una maggiore
consistenza tecnica.
Ma il vecchio lupo si risveglia: Alcibiade
tenta di riaprire un nuovo dialogo con Artaserse, un altro Imperatore Persiano.
Siamo nel 406, anno decisivo per il Peloponneso e per Atene. Stavolta le
manovre diplomatiche per un ennesimo campo rovesciato di alleanze non hanno
successo. Invece una certa disattenzione, se non sfortuna lo perseguita: crede
in Antioco, un giovane ammiraglio che gli appare idoneo a guidare la nuova
flotta; poi si muove con l'esercito verso Nord per riunirsi al generale
Trasibulo, altro generale di belle speranze che lo ha influenzato nei conviti
notturni di Atene, ozi e vizi antichi che lo distraggono per un'altra volta
come avvenne nei giorni preparatori della disgraziata spedizione in Sicilia. Le
cattive scelte di collaboratori pagano: Trasibulo - come Grouchy a Waterloo -
non riesce ad agganciare l'armata, nella Tracia per fermare i persiani in
Anatolia; Antioco - come l'ammiraglio De Villeneuve a Trafalgar - non riuscì a
distanziare le triremi pesanti dalle barche più piccole e veloci guidate da
marinai greci mercenari e cadde a Nozio, vicino Efeso, in un mare Egeo ormai
perduto per Atene. Di qui il secondo esilio di Alcibiade, cacciato ancora una
volta da un raro accordo politico fra democratici e oligarchi. Anche qui ci
sovviene un paragone storico: per un breve periodo la Convenzione Nazionale nel
1792 quasi al completo dichiarò la guerra alla Prussia e all'Austria che
avevano invaso da Verdun il territorio francese. A Valmy la resistenza delle
forze militari e la relativa controffensiva impedì la fine della Repubblica. E
Goethe, inviato dal Principe di Weimar, ne gioì, ricordando nei suoi resoconti
di aver visto là la fine del Medioevo. Invece lo scontro navale fra la flotta
ateniese del mediocre navarco Filocle e il più quotato Lisandro vide appunto la
vittoria di questi a Egospotami, una battaglia navale che potremo dire fatale
non solo per l'impero ateniese, ma che neppure giovò a Sparta, altrettanto
decaduta dopo decenni di guerra.
Una vittoria temporanea che produrrà fra qualche decennio il
prevalere del regno di Macedonia che conquisterà tutta la Grecia con la nascita
dell'
Età ellenistica, periodo di civiltà paragonabile all'età romantica
dell''800. Ma torniamo alla parabola finale di Alcibiade. Fra il 406 a.c. e il
404, il nipote di Pericle si fa un proprio feudo a Pattia nella Tracia e segue
con sgomento la vicenda di Egospostami, che ben gli pare un segnale che
anticipava la caduta dell'Impero ateniese. Forse la guerra di brigantaggio e
pirateria contro la flotta spartana da lui ore perseguita avrebbe portato
migliore fortuna che non lo scontro finale voluto da Filocle. E pensiamo al
ruolo di Francis Drake che nelle sue guerre corsare al soldo di Elisabetta I
favorì la vittoria della flotta inglese sulla
invincible armada di
Filippo II nel mar del Nord, quando nel 1588 questa poderosa squadra navale
subì una rotta indimenticabile al largo del Devon, inaugurando il dominio dei
mari della Gran Bretagna fino al Secondo Conflitto Mondiale. Nel 404, Alcibiade
non è ancora domo: conquista la città frigia di Grinio e la dona al potente
Farnabazo, Satrapo Persiano molto potente ed amico di Ciro contro il citatato
Artaserse. Inoltre si fa strada l'ultima idea diabolica di Alcibiade: trattando
proprio con Farnabazo, gli sottrae il piano di Ciro, fratello dell'imperatore
Artaserse II, che voleva appunto detronizzarlo. Con la giovane amante Timandra
- una delle etere del vecchio harem che aveva mantenuto negli anni giovanili ad
Atene - raggiunge un villaggio della costa della sua Frigia, pronto a
raggiungere la Corte di Susa. Ma i sicari di Farnabazo lo massacrarono la notte
prima di partire, come sarà per Pompeo, fatto uccidere dal re Tolomeo di Egitto
per compiacere Cesare suo tradizionale nemico. Una morte ingloriosa di colui
che contribuì grandemente alla fine dell'Impero Ateniese e che però causò il
processo unificativo della Grecia sotto l'Impero Macedone, con un Alessandro
Magno non di meno privo di scrupoli e altrettanto genio militare come vedremo
in seguito. Fu vera gloria quella di Alcibiade? Ai posteri l'ardua sentenza!
Nota bibliografica
–
La natura avventurosa della vita di Alcibiade è
stato oggetto del magnifico romanzo storico The
Days of Alkibiades di C.E. ROBINSON, ed. London Edward Arnold, 1916,
pubblicato sul sito archive.org–
Per la figura di Alcibiade intrecciata alle
vicende della guerra del Peloponneso, vd. LUCIANO CANFORA, Il mondo di
Atene, Roma - Bari, Laterza, 2011.–
Sulla morte di Alcibiade, vd. anche su questo
blog, l'intervento del 31.5.2023 del prof. Ghiselli.