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lunedì 27 luglio 2026

Francesco De Sanctis, il Padre più dimenticato dell’Unità Nazionale? Di Giuseppe Moscatt

Francesco De Sanctis, il Padre più dimenticato dell’Unità Nazionale?
Giuseppe Moscatt
 
1. Francesco De Sanctis romantico e realista (1849-1883): il Padre dalla Patria
Quando sul finire del 1883 giunse in Parlamento la notizia della morte di Francesco De Sanctis, ex ministro della Pubblica Istruzione, ultimo della generazione dei grandi uomini che avevano voluto l’Unità non solo con la penna in mano, il cordoglio fu enorme. Egli era stato maestro dello storico più eminente dell’epoca, Pasquale Villari (su di lui si veda in questo blog la mia nota in data 19.11.2024), che ne lesse colà un superbo elogio funebre. Nato a Morra (Napoli) nel 1817, liberale e mazziniano, a 13 anni (ne parlò nel suo diario, a conferma che in quegli anni si diventava patrioti come oggi si diventa instagrammer). Sperò, insieme al Poerio e al Settembrini, che Ferdinando II di Borbone, dopo la Rivoluzione di Luglio a Parigi del 1830, moderatamente aprisse il suo Governo alle istanze liberali, che a Modena, peraltro, erano state represse dal governo austriaco, fino al sacrificio di Ciro Menotti e degli ultimi Carbonari, illusi e poi traditi dal Duca di quella città, non per caso cugino del sovrano di Napoli (vd. la sua trista vicenda su www.fattiperlastoria.it, blog di storia online, di Mirko Miccillo). La condotta sempre più ambigua dei governi borbonici negli anni 30, fino al tradimento del 1848 e al ritiro del Regno di Napoli dalla coalizione degli Stati italiani nella Prima guerra di indipendenza (vd. Lucio Villari, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Bari, 2009); non solo lo spinse ad abbandonare ogni rapporto con la classe dirigente locale aristocratica e religiosa; ma anche ad avvicinarsi al pianeta Mazzini, alle letture dei classici da Dante a Machiavelli e agli illuministi lombardi, fino al Parini e al Manzoni, senza contare Michelet, Dickens, Hugo e Puškin. Nondimeno, alla scuola privata del Marchese Basilio Puoti - un eclettico intellettuale massone, ma anche cultore di Gioberti e Rosmini - studiò Vico, Carlyle, Voltaire, Goethe, Schiller e Racine. La scuola del marchese partiva da un metodo storico sistematico evolutivo per dare ordine alla costellazione di autori e opere presenti nella cultura italiana trapiantata dal Romanticismo tedesco e francese. Terreno fertile già arato da un gruppo di intellettuali lombardi confluiti a Milano nel giornale letterario Il Conciliatore, diretto da Silvio Pellico e Giovanni Berchet, soppresso nel 1819 dagli Austriaci perché troppo progressista in tutti i rami del sapere, specialmente nella critica letteraria scossa dal dibattito fra classici italo-francesi e romantici tedeschi, capeggiati dai fratelli Schlegel a Jena (sui quali cfr. Andrea Wulf, Magnifici ribelli, Roma, 2023). Epperò l’acquisita fede democratica matura personalmente sia nello studio razionale evolutivo delle fonti letterarie, raccolte dal secolo di Federico II di Svevia e poi il 300 di Dante, Boccacio e Petrarca, fino allo stesso Leopardi, che da ragazzino visitò a Napoli presso il Principe Ranieri, ultima tappa del triste destino del grande Recanatese. Dai romantici europei, per esempio Schopenhauer, lo scopritore del linguaggio poetico all’Hegel che aveva visto nell’Arte l’espressione concreta dell’Idea. De Sanctis ricostruisce l’ideale romantico, soprattutto fra il 1843 e il 1847, quando verrà arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni di Castel dell’Ovo, dove lesse e rilesse i due filosofi, fino a rimanere colpito per sempre dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Espulso dal Regno e fatto imbarcare per l’America, dopo una sosta a Malta - il percorso degli esuli liberali nel decennio della preparazione al risveglio del 1859 e la Seconda Guerra di indipendenza - troverà a Torino il tempo per meditare e pubblicare in ambito universitario un corso sulla Divina Commedia e i famosi Saggi Critici, più volte rimaneggiati, una palestra di pensiero che sfocerà nell’opera principale, La Storia della Letteratura Italiana, che il suo principale discepolo, Benedetto Croce, considererà il vertice della cultura non solo risorgimentale, ma anche dell’intero cinquantennio di Unità, facendo di De Sanctis il Dio della critica letteraria e anteponendo però se stesso come profeta più idoneo ad attuare in eterno il suo Verbo idealista. Come vedremo, sarà scarsa all’estero la sua fama fino al secondo dopoguerra, perché giudicato ideologico, astratto, hegeliano e storicista per eccellenza, tanto che la comunità positivista internazionale e non solo, dopo l’Unità, ne svalutò senso e significato. Lo studio del Contesto rispetto al Testo, di chiara marca hegeliana, aveva certamente aperto un varco al dominio della parola, della rima, della materia classica sublimata nel sonetto d’idillio e di complessivo stile soggettivo o naturalistico, dimenticando nello Scritto e nella Poesia l’Uomo nelle sue quotidiane realtà. Nondimeno, la ricerca di un comune linguaggio aveva assillato Foscolo, Alfieri e Manzoni, fece emergere subito il valore unitario di De Sanctis, percepito rapidamente nei suoi Saggi Critici. E infatti, nell’orazione funebre, lo storico e sodale Pasquale Villari ricorderà le predette linee guida del suo pensiero a Torino, quando in un rapporto socratico con quel grande alunno aveva discettato un corso sulla grammatica italiana che fra breve diverrà unica nel Paese e sarà studiata nelle scuole pubbliche del nuovo Regno. Qui comincia l’idea madre di De Sanctis: dopo aver letto gli Schlegel, Fichte, Schelling e il preferito Hegel, ne accettava il loro principale messaggio, ad ogni Nazione la sua letteratura, peraltro non più un principio complementare, da cui partire per arrivare all’idea Totale. La nozione di letteratura Universale, qui non viene affatto svalutata, malgrado il suo fautore - Wolfang Goethe, nell’ultimo vagito della sua lunga vita - ne avesse fatto bandiera. De Sanctis pensava che una letteratura Universale fosse priva di uno Spirito di base che meglio la differenziasse, né fosse sovrapponente, né la amalgamasse. Occorreva piuttosto che fossero elementi insopprimibili perché naturali in ogni paese europeo, la lingua e le religioni, nonché gli usi e i costumi. Del resto, i Grimm, prima di scrivere le loro favole, non guardarono forse alle fiabe degli altri popoli? E dunque prima il confronto, poi l’elaborato per ogni Nazione: Shakespeare e Goethe, come Fedro per Esopo, ovvero Aristofane e Plauto, Machiavelli e Molière, Scott e Puskin, e via discorrendo. E dal lato politico, una cosa era il Parlamento di Parigi del 1789, e altro era quello inglese del 1689. Oppure una cosa era la Dieta di Francoforte, altro era il Congresso dei Rappresentanti Americani. D’altro canto, la separazione dei Poteri e la presenza di contrappesi allo strapotere degli stessi, segnalata da Costant e Toqueville, rappresentavano per De Sanctis il confine invalicabile della sua democrazia liberale, perché garantivano i Diritti civili e le Minoranze. Un diritto civile era anche così quello all’Istruzione pubblica, di cui si fece sempre paladino. Anch nel 1847 e fino al 1849, a Napoli proseguì le orme del Puoti, aprendo una scuola popolare in un vicolo dei Quartieri Spagnoli dove parlava di Virgilio, Dante, Boccaccio e Petrarca, di Machiavelli, dal cavaliere Marino e di Galileo, tutti precursori della sua amata filosofia romantica. Creò per primo di Vico il mito di primo storico europeo, influenzando proprio il Villari e anche i contemporanei fratelli Spaventa (sul quale vd. Il Nostro intervento su Bertrando Spaventa, Il filosofo dell'Unità tra pensiero italiano e tedesco, su www.corriereditalia.de del 15.11.2024). Intanto, De Sanctis da Torino passava a Zurigo (1856), dove per meriti ottenne una cattedra di Letteratura Italiana. I suoi Saggi Critici su Dante lo rivelarono nell’agone accademico neohegeliano per la sua metodologia storicistica e umanitaria, soprattutto per avere mediato con le correnti di letteratura prettamente universaliste, rileggendo criticamente il loro processo aggregativo, dove la distinzione non era separazione, ma un gradino che precedeva una successiva integrazione. Più semplicemente, un ritorno all’ordine interno cui non poteva non seguire un ulteriore grado di affinità. Il soggetto è l’Uomo vivente, l’Uomo carnalmente coinvolto nella Storia. Del pari, De Sanctis credeva che l’Arte fosse uno specchio del tempo, che il classico fosse la luce dell’epoca, cosa che andasse estesa al Moderno, nella misura in cui avesse per Soggetto uomini e donne che amino e soffrano per il desiderio di progredire e di liberarsi di lacci e laccioli che li avessero oppressi per secoli. Al vertice dell’azione liberatoria, non è il fare Arte guardando la Natura, ma realizzare un’idea. Non la bellezza dalla natura da contemplare (Goethe); ma un’idea da proclamare (Schiller) e da subire per le conseguenze. In una delle sue lezioni a Zurigo dichiarò: la nona di Beethoven non era in natura, ma un pensiero del musicista. Dunque, la missione dell’artista è quella di dare un’anima alla Natura, cioè dare al pensiero una realizzazione formale e sostanziale, come appunto fece Beethoven. Nasceva così la formula aurea dal critico: la ricerca dal pensiero dell’autore e quindi leggere nell’opera il suo punto di vista. Ma come individuare questo percorso? Ricostituendo il contesto storico e i segnali formali che lo procedono e lo seguono. Le correnti estetiche e le filosofie e le storie che lo hanno indotto per esempio a scrivere un sonetto o un romanzo. E questa metodologia - che gli fece scoprire Leopardi fin dai pochi colloqui a Napoli come si disse - lo portò sulle barricate e in carcere, poi espulso, esule a Torno e a confrontarsi con l’Accademia Svizzera a Zurigo, dove da Dante ai poemi cavallereschi e fino al Petrarca, stupì con favore i giovani studenti europei lì confluiti, ricercando nella Storia e nella Filosofia quella Totalità fra pensiero e azione che aveva ereditato dal Vico e dal Mazzini. Le conferenze petrarchesche che compariranno nel 1869 a Napoli ne risentono appieno e il loro successo colpirà il coevo Jacob Burckhardt, docente di Storia a Basilea. Ritornato a Torino in piena Seconda guerra di Indipendenza, la maturità di pensiero filosofico e letteraria, divenne maturità politica. I saggi su Arnaldo da Brescia, Giovanni da Procida, sulla Grecia di Pericle e sulla Roma dei Cesari, l’amicizia col D’Azeglio e la conoscenza diretta di Mazzini, Verdi e Manzoni, del quale apprezzò il legame con il Rosmini innovatore della Chiesa romana. Era infatti anche un cattolico progressista, che rispettava pur da laico la Chiesa. Cosa che lo portò anche nel 1861 a dirigere il Ministero della Pubblica Istruzione, carica che lo vide in armonia col suo programma ideale di pedagogista della nuova Italia. È la seconda parte della sua vita, dove lo studioso prevaleva comunque. E qui, il critico diventò anche polemista: famosa era la controversia contro un letterato gesuita, p. Bresciani, che il Nostro emblemizzava come un prototipo del vecchiume classico, cioè maestro dell’Arcadia e della retorica vuota. Bersaglio è un romanzo, l’Ebreo di Verona, sede di Gesuiti doppiogiochisti, di morale conservativa, esempio della più becera forma bella, ma che dietro arrecava un modello conservativo antipopolare e illiberale. Per di più era rivestita di etica pubblica roboante e di vizi privati di parte. Da qui non smetterà mai di considerare la Chiesa di Pio IX uno strumento formidabile di tutela dei privilegi ecclesiali e di potere temporale. Ma è l’etica del Manzoni che gli parve ora di difendere come un modello per reinventare una società nuova, al di là della lotta di classe che già lo interessava, quando ritornò a studiare l’Hegelismo di sinistra cha aveva già orecchiato a Zurigo. Come potete seguire Pio IX che aveva chiamato lo straniero francese a riportare il potere temporale a Roma? Posizione che tornò a isolarlo perché la borghesia del Nord, divenuta schiava di Napoleone III e aveva armato i giovani del Sud contro i giovani del Nord nella tragica vicenda del Brigantaggio fra il 1861 e il 1865? A Bresciani rimproverò il livore contro i Piemontesi e il silenzio su Papa Pio IX: come è possibile che Voi difendete la parrucca e la stola e dimenticate l’Uomo di parte che Lei indossa? Era l’ora di descrivere due tipi umani: Don Abbondio e Fra Cristoforo, figure letterarie che Manzoni aveva incarnato nei loro rapporti alternativi con la povera gente, esempi letterari che De Sanctis userà per screditare il P. Bresciani, non a caso riletto da Gramsci nel quaderno dal carcere nr. 23, dove l’intellettuale comunista ritornerà di nuovo fin dagli anni 10 del ‘900, proprio nelle pagine della Voce di Firenze che egli adottò contro lo Spirito conservatore e ipocrita di buona parte della letteratura espressionista. E venne così l’ora di Gramsci di passare all’attacco finale contro i vari Bresciani e di dare una svolta filo desantctisiana alla letteratura fascista. Tornando a De Sanctis, vanno ricordate anche le famose Lezioni sulla divina Commedia, ristampate da Laterza nel 1955 che riprendono la marcia di rilettura del critico di Morra, come vedremo in seguito. Negli ultimi anni, dopo Leopardi e Manzoni, la sua palestra critica trovò una nuova battaglia letteraria sull’Uomo e sulla Storia Nuova, tanto per citare l’amato Vico. Il suo primo biografo - il discepolo fedelissimo Pasquale Villari - si premurava infatti di spiegare la scelta dalla Divina Commedia. Era un’epoca oscura e piena di terrore, dove il fantastico e il demoniaco furoreggiava in tutte le arti scritte e visive. Pullulavano Cattedrali gotiche e Chiesette di paesi umili e pieni di fervore religioso e c’era quindi viva l’Allegoria e il Mito in ogni angolo d’Italia. Epperò Irlanda e Germania, benché cristianissime, perché non produssero analoghe simbologie letterarie? De Sanctis lo spiegava perché l’interiorità prima di Dante e dei Toscani non si era sviluppata, se non in Italia, dove S. Francesco e Jacopone da Todi, ma anche i Siciliani della Corte di Federico II, furono veri attori sulla scena del dramma della vita così precaria, fra guerre, carestie ed epidemie. Chi sarebbero allora i Nibelunghi di Wagner? Maschere di una leggenda successiva, che avrebbe voluto replicare quei miti per dare una nazionalità a popoli barbari colonizzati da Roma (una punta di razzismo forse derivata da letture di Wagner, cui De Sanctis non era stato estraneo negli anni della Svizzera). Tuttavia, la Fede e il Mito dimenticarono l’Uomo nell’Illuminismo, ma nella Storia successiva egli si era redento e le passioni lo avevano guidato verso la sua realizzazione, fra gioie e dolori. La poesia e l’arte saranno la sua arma migliore. L’Uomo Vitruviano, la splendida icona di Leonardo, simboleggiava il finito al posto dell’Infinito. Dopo una vita fra fantasia e reale, fra orrori e pietà, il dramma di Dante aveva un suo senso. I tre eroi del Ghibellin fuggiasco, Pier delle Vigne, Farinata e Ulisse, nel saggio sulla Commedia; Triboulet di Hugo e lo scetticismo di Leopardi nei Saggi; costituirono e si identificarono nell’Italia schiava dello straniero, ma anche nella speranza di Resurrezione morale e sociale oltre che politica. Come Dante, lo stesso De Sanctis invero, aveva vissuto il pane duro dell’esilio e tale immedesimazione lo rendeva proprio il Critico dell’Arte, anzi l’autore della migliore Storia della Letteratura Italiana come Croce gli attribuirà nel ‘900. Se dunque l’opera d’arte era la sintesi dello scontro fra la Società e l’Uomo; quale migliore occasione ebbe De Sanctis nel vivere la sua apoteosi nello scrivere una autobiografia vigorosa quale fu il viaggio elettorale nel 1876 a Morra? Chiamato nel suo collegio sperando di essere rieletto, le delusioni elettorali lo spingeranno sempre a distaccarsi dalla vita politica attiva. Restò isolato dalla Destra storica, ma anche fu lontano dai maneggi trasformisti di Depretis. De Sanctis non venne più eletto. Nel viaggio verso la sua città campana - a due passi da Sant’Angelo dei Lombardi, grosso borgo che nel 1980 sarà distrutto dal famoso sisma - conobbe la fortissima Camorra che vi imperava da tempo e ne investigò le ragioni, riflettendo su se stesso, ormai a 66 anni. Esaminò cioè quel territorio rimasto pressoché arretrato malgrado fossero passati ben 13 anni dall’Unità! La dura realtà di un territorio agricolo depauperato e votato all’emigrazione, dominato dai capi della malavita, privo di futuro per i giovani già da quell’epoca, lo poneva in gravi contraddizioni. Un patriota sincero, un idealista perfetto, un politico d’ingegno e un critico letterario armato di capacità di lettura del passato; non riusciva a capire perché l’elettorato dotto e laico non fosse capace a rimuovere il Blocco sociale conservatore che inevitabilmente sarebbe dovuto collassare. Gramsci, mezzo secolo dopo, gli rimprovererà di essere stato un teorico alquanto superficiale nella speranza di un‘automatica evoluzione sociale. In Viaggio elettorale, Gramsci e la Sinistra socialista di primo secolo - per esempio Salvemini, alunno di Villari - contesteranno l’analisi economica di quel territorio regolato da un capitalismo agrario spregiudicato e insensibile ai bisogni reali del popolo. Il grido di Pasquale Villari al Maestro di cercare, indagare e dimostrare con i numeri alla mano - sul modello di un Colajanni: giovane storico sociale della Sicilia - non stava nelle capacità concrete del vecchio hegeliano. Non bastava al Salvemini la contemplazione dal Grande Uomo e la ricerca della sua azione. Ottimo analista della Storia Medievale; ma debole critico sul Sud d’Italia, dopo il Brigantaggio; l’illuminato De Sanctis, al di là della Storia della letteratura italiana e del rilevante conflitto fra lo storico Guicciardini e il cronista Boccaccio; non riuscirà a dire di più. Esemplare critica al riguardo, pare quella che la scuola storica positivista gli obiettò alla fine della sua vita. I critici d’arte Zambrini e D’Orazio, nel campo della critica delle Arti visive, principalmente sulla corrente milanese della Scapigliatura (vd. al riguardo Gaetano Mariani, Storia della Scapigliatura, Caltanissetta - Roma, 1971) osservarono che Guicciardini e Boccaccio - visti dall’occhio positivista, erano eroi assoluti, anche perché riscopritori del mondo classico, ma non riuscivano a vedere come potere giustificare la permanenza di valori medievali al di là dell’età della Riforma. De Sanctis e Villari, oramai pari nel metodo indagatorio del Sapere, dell’arte e della storia; opposero che Guicciardini era uno storico innovatore perché guardava al passato fin dal XII secolo al XIV secolo, rilevatore delle scuole precedenti e promotore di un futuro non roseo per l’Italia, anche perché la chiamata di Carlo VIII di Francia da parte di Ludovico il Moro contro la Spagna di Carlo V, aprì i secoli di decadenza e di occupazione straniera della Penisola. In fondo, la reazione della Storiografia e alla nuova critica letteraria del De Sanctis non era nuova. Già nel 1866 aveva redatto una Storia della letteratura italiana, prettamente laica e ghibellina, segnalando autori anticlericali, con in testa Giordano Bruno. I vecchi compagni di studi di De Sanctis, avevano preso dal Puoti l’astio contro il clero conservatore, la tirannia borbonica e la libertà dello straniero. Le proteste del popolo delle 2 Sicilie, pubblicate dal Settembrini, latitante nel 1847 contro la repressione del Marchese Del Carretto da Siracusa (1837) a Napoli (1846); piacque comunque al De Sanctis sul tema dell’anima nazionale del Popolo. E dunque quando nel 1949 il Settembrini venne condannato a morte in contumacia, il Nostro ne lodò l’audace interpretazione anticlericale. Ma De Sanctis ebbe una marcia in più; vale a dire il principio evolutivo dell’azione individuale, come se un’epoca facesse da trampolino all’altra, come se il Medio Evo avesse sgombrato il percorso progressista alla Riforma, come se questa - malgrado una parziale ricaduta e stasi nel’600 Barocco di Tasso pur impregnato di lirismo soggettivista fuori dall’anima popolare e sociale - germinasse lo sviluppo illuminista, fino al Romanticismo impetuoso del genio di Hegel. Napoleone, Mazzini, Bismarck, tre Geni e tre epoche che rappresentavano nell’immaginario culturale di metà ‘800 l’evoluzione del Vecchio Continente insieme al rombo del treno equiparato all’avvenire scientifico. In fondo, suggeriva De Sanctis, la storia politica procedeva di pari passo con la storia letteraria. Ranke, Mommsen, von Harnack, simboleggiavano l’attuazione dello Storicismo di Hegel, senza contare l’Evoluzionismo di Darwin, il Socialismo di Marx e il Superuomo di Nietzsche. Il vecchio De Sanctis - morirà nella sua Napoli a 66 anni nel 1883 - era incuriosito infine da una nuova corrente letteraria, il Naturalismo, che dalla Francia repubblicana conservatrice, sempre in tensione fra le Parigi della Bohème e le campagne cattoliche retrograde della Garonna; esprimeva una nuova scissione fra forma e contenuto. Una anatomia realistica dell’opera d‘arte, alla ricerca delle radici più vere della società, anzi delle varie società, lobotomizzate e fotografate per come erano e non come erano state o come forse saranno. Il passo avanti della libertà di pensiero, dei diritti politici e delle identità nazionali, la realtà italiana con l’Unità proprio da lui caldeggiata dal lato artistico e letterario: ma anche dalla Germania promossa dal Treitschke e dalla classe agraria degli Junkers Prussiani; ebbe sempre pronta la penna di De Sanctis, pur assistito dal devoto Pasquale Villari. Benché sofferente alla vista, pubblicò nel settimanale Roma vari articoli sul giovane Zola. Tornato brevemente al Ministero della Pubblica Istruzione (1881-1883) nel gabinetto Cairoli, De Sanctis reduce dalle critiche di non pochi marxisti di primo pelo, non sempre favorevoli alla sua Storia; era stranamente silente sulla Nedda e sui Malavoglia di Verga (1874-1881); ma era anche affascinato dal binomio Scienza e Vita, che il Nostro credette analogo al suo Manifesto del letterato vivente, dove la Scienza nella Società gli apparve la forza più idonea a indirizzare la Storia dei popoli. Il silenzio dalla morte getterà all’improvviso il suo nome in un lungo dimenticatoio coperto dal ciclone retorico e nazionalista conservatore di cui Carducci divenne il Re; Pascoli, poi apparve un modesto creatore crepuscolare e decadente, disilluso dal positivismo democratico e marxista. I principali critici e gli autori di inizio secolo faranno da ponte all’alternativa poetica di D’Annunzio, il presunto profeta Espressionista nel corso del primo ’900.
 
2. Il primo ‘900 su De Sanctis: Croce, Bontempelli, Vittorini e Pasolini. Chi lo seppellisce e chi lo riesuma
Il lascito culturale e professionale di De Sanctis - la figura del critico letterario rivolto a rileggere le opere letterarie con metodo filologico e storico - aveva sicuramente svolto un ruolo cardinale nel panorama italiano. L’incarnazione del critico fra testo e contesto, la mediazione culturale fra pubblico e lettori, rivelatrice di valori profondi, di strutture narrative e scelte stilistiche; sembrava essere morta con lui in gloria. La dimensione storicista, il valore delle opere, la professione di recensore dell’ultima parola, il ruolo identitario da lui assunto fino al 1883, quando si chiuse la sua carriera con l’Autobiografia della sua giovinezza, pubblicata postuma nel 1889; apparvero canoni di interpretazione identitaria non superabili né proseguibili. Una pietra tombale inamovibile come un monumento della Roma antica. Il sublime critico di Morra poco si era curato delle scuole Veriste, della triade appena indicata dalle cronache letterarie dell’epoche che ormai furoreggiava nel panorama letterario - il maturo Carducci, il giovane Pascoli, il baldanzoso D’Annunzio - mentre solo il sodale Pasquale Villari e i discepoli Imbriani e De Lollis ne celebravano le opere e la lettura storicista. Anzi, Villari dialogava con lo storico Mommsen sul terreno comune della Storia, ricordandolo come un singolare propugnatore della Storia Italiana, significandone la forza oratoria, nella collaudata Storia della letteratura italiana, adottata ancora nelle scuole del Regno come esemplare per la Storia Patria. Le nuove correnti veriste, crepuscolari e simboliste, catalizzate nella rivista La Voce a Firenze in età giolittiana, peraltro ignoravano le Letterature straniere, mentre Mazzini, Manzoni e Leopardi cedevano il passo al nuovo linguaggio bislacco e violento del Futurismo di Marinetti; all’estetismo di D’Annunzio e alla malinconia delle piccole cose, alla solitudine e alla melanconia di Gozzano, voci che anticipavano o si incanalavano nel fiume sempre meno carsico dell’Espressionismo nordeuropeo. Zola e Taine, gli ultimi realisti sembravano dimenticati; invece Thomas Hardy e T. S. Eliot trionfavano nel solco nostalgico e melanconico, Dostoevskij e Tolstoj, rappresentavano comunque l’uomo in crisi alla fine dell’800, né romantico, né scientista, ma proiettato in una interiore ricerca dello Spirito, dopo la decadenza dell’avventuroso e del materialismo che non soddisfacevano più di tanto. L’avanzare da sonnambuli verso una deflagrazione europea e mondiale, offriva però l’opportunità di ritornare all’Uomo nelle sue passioni e al suo essere in viaggio permanente. Dunque una critica militante, un letterato vivente, non moralista, ma calato nella realtà, come uno storico che ritrovi le contraddizioni del moderno, che ritorni ai Grandi del passato e alla rilettura delle gesta che avevano avuto effetto nel mondo vivente con coerenza non solo di linguaggio ma anche di azione positiva. Neppure, la svolta Futurista, intrisa di un nazionalismo identitario perché proclamava la distruzione dal classico; non appagava la domanda di giustizia e di cultura che aveva già mosso l’azione risorgimentale di De Sanctis, la cui grandezza si era perduta per l’ansia di un nuovo linguaggio ancora imprecisa se non violenta, nel vuoto culturale del primo ‘900. La necessità di un ritorno alle radici classiche fuori dagli orpelli accademici, magari a 50 anni dall’Unità e sicuramente rifondatrice di un‘Italia spaccata da istanze sociali e di inserimento nel consesso delle nazioni civili; chiamò Benedetto Croce - già un maturo esponente della cultura hegeliana italiana - a riaprire le pagine del conterraneo. Era nota invero una delle cause del seppellimento del De Sanctis, la sua insensibilità al Verismo italiano ed estero, esasperata dal silenzio dei suoi discepoli. Il suo più grande seguace, Pasquale Villari, si era specializzato sulla distinzione fra Saggio Storico e Saggio letterario. Tutto si limitava alla ricerca filologica del Testo, oppure ci si dilungava al Contesto storico. Le mediazioni straniere di Dilthey e Burckhardt; la polemica fra Nietzsche e Wilamowitz sui limiti del classico, della filologia pura contro lo spirito del tempo al di là del contenuto; non arieggiava forse quanto si era detto dello scontro fra Settembrini e De Sanctis? Come legare e ritrovare un filo logico fra poesia e realtà? Storia delle idee, oppure espressione di stati d’animo astratti, fuori da ogni attualità? Croce fra il 1894 e il 1914, riesumò una mediazione estetica neohegeliana che riportasse in auge De Sanctis, oltrepassando lo stallo opposto da sempre al maestro di Morra, cioè l’essersi disinteressato sulle novità realiste che da varie fonti - specialmente la c.d. Scapigliatura milanese - che avevano dato spazio ai tormenti sociali dello Scrittore che si ergeva a difensore dei più deboli nella società capitalista e filo conservatrice. Croce riconosceva la freddezza di De Sanctis su Verga e Capuana. Dopo le analoghe scelte sulla scapigliatura lombarda, in fondo le contraddizioni del critico di Morra contraddicevano il suo attivismo nella storia risorgimentale e sembravano aderire genericamente alla futura letteratura realista e alla filosofia della prassi socialista ormai maturata da Marx ed Engels. Croce appunto scavò negli scritti successivi all’Unità, per esempio nel Diario di un viaggio elettorale del 1874, dove il suo impegno politico rimarcava la cosciente identificazione di Patria e Collegio elettorale, visto che pur nato a Morra Irpina, la mia Patria politica si estende da Rocchetta ad Aquilinia. Metafora geopolitica di un impegno oggettivo nella politica nazionale (si veda al riguardo Salvatore Lupo, Il passato del Nostro presente, il lungo ottocento, 1776-1913, ed. Laterza, 2010, pagg. 124 e ss.). La figura del politico a 360 gradi lo rendeva per Croce un precursore e un militante europeo nuovo, cosa che il giudizio di Burckhardt sul suo pensiero sembrava confermare. Da qui, Croce passerà a esaminare in modo acribico tutti i suoi scritti e ritroverà le radici del suo pensiero: Hegel in prima battuta, cioè lo sguardo attento sull’Uomo nella Storia, da Dante a Leopardi, da Galileo ad Alfieri, da Manzoni a Vico. Alle critiche espressioniste, dell’arte per l’arte, al classico senso di soluzione interiore, dove il contenuto sembrava calarsi nelle forme e sparire nella dimensione spirituale e quindi nell’astratto senso poetico fuori dal tempo e dalla Storia: si pensi al Foscolo e ai tanti poeti romantici lontani dalla lotta risorgimentale. Croce riconobbe comunque al De Sanctis un Neorealismo etico che proveniva dall’arte stessa. Infatti le allegorie dantesche, nel loro essere forme delle persone che le incarnavano, mostravano una forte presenza nella Storia epoca dopo epoca. L’Uomo del Medioevo, l’Uomo del Rinascimento, l’Uomo dell’Illuminismo, pur nell’intreccio del loro singolo presente, progrediva fra gioie e affanni, in una visione lineare che De Sanctis aveva sempre perseguito verso la pace sociale, che poteva essere il compimento dell’Unita Nazionale, a sua volta la piattaforma di lancio per la rinascita sociale delle classi subalterne. L’ottimismo del Croce nella sua Estetica del 1907 derivava anche dal momento politico: come De Sanctis nel 1861, così il filosofo di Pescasseroli ritrovava in quegli anni una fiducia nel Progresso che si era offuscata nei primi decenni dell’Unità, fra Brigantaggio, Crisi economiche, Emigrazioni e Trasformismo politico, critiche sempre meno velate all’Unità e alla Patria, valori fortemente amati e poi con forte disillusione divenuti un nostalgico ricordo quando si siederà sugli scranni della Camera e al Ministero della Pubblica Istruzione. Un soffio di rinnovata speranza nella rinascita dello Stato liberale era stata però la pace sociale fra Liberalismo democratico di Giolitti e il socialismo moderato di Turati nel 1903, la c.d. politica della stretta di mano fra i due partiti più numerosi e la cui collaborazione - fino al 1911 - garantì la ripresa economica del Paese e il suo inserimento nella realtà industriale dell’Europa. Del pari, a livello internazionale, la caduta del conservatorismo francese dopo l’affare Dreyfus e la simile convivenza politica fra liberali e socialisti in Olanda e Gran Bretagna, sembravano allontanare venti di guerra fra le Potenze Occidentali e gli Imperi Centrali dopo le vicende Marocchine, molto simili alle minacce di guerra attuali. Un clima di pace e di progresso sociale in quel quindicennio che Croce nel Saggio su Hegel, del 1906 - ripubblicato poi nel 1913 - riproporrà con un occhio alle considerazioni di De Sanctis. Qui interpreterà la nota dialettica di Hegel fra opposti in un conflitto ideale fra distinti. Il nucleo del discorso di De Sanctis riguardava l’Arte: questa per poter restare genuina e mai essere corrotta dall’oblio naturale, andava espressa e difesa nella sua ideale intenzione e mai essere metabolizzata dalla mutazione esistenziale. Ecco perché il linguaggio e le forme di comunicazione delle lettere e della musica, dovrebbero rimanere nella intenzione dell’autore e non devono essere intaccate o condizionate dal reale. L’Uomo è sempre lo stesso, cambiavano solo le forme sociali, spesso imposte dai costumi e dalla politica. Una deviazione spirituale che De Sanctis aveva respinto per la necessità di non adeguarsi alle mode temporanee, un insieme di valori distinti e assoluti che Gentile, in preda all’attualità dell’idea, non potava accettare. L’artista quindi non poteva non cedere al mondo, ma non era del mondo, se questo negava l’Uomo stesso nei suoi bisogni. La socialità dell’Artista non era negata, ma doveva cedere il passo anche alla realtà se questa divorava la libertà dell’Uomo. Ecco perché Croce rispetterà il presunto solipsismo di Mann, Proust, Musil e Kafka, pur salvando la poetica di De Sanctis, che nell’Estetica riporta De Sanctis dall’oblio, senza però trascurare un Prezzolini, in quanto del più giovane critico approvava la mediazione dei distinti e dei valori non derogabili che l’artista deve difendere per salvare il suo pensiero dalla corruzione tecnica e materialista della società moderna. Insomma, Croce vedeva in De Sanctis la volontà di dare spazio alla libera scelta del poeta, anteriore e autonoma, più o meno legata alla partecipazione dello stesso alla vita sociale. Una libera uscita per gli autori panestetici, al Futurismo stesso e anche a quei critici che in nome dello Spirito spesso dilaniato da dilemmi esistenziali, lo avevano chiamato a difesa per le loro strane indagini critiche. Per esempio il De Lollis, un minore critico letterario della scuola di De Sanctis, esperto di filologia romanza, aveva scoperto poeti minori e autori stranieri fino ad allora estranei alla cultura filocarducciana, come nel caso del poeta Sordello di Goito e addirittura parlato di un Cervantes reazionario, fino al 1924 giudicati negativamente nelle accademie italiane perché troppo soggettivi nelle forme e nei contenuti. Le scuole filologiche espressioniste presero fiato, con l’Ermetismo di Montale e Quasimodo e il riflusso nel privato e nell’estetismo puro di D’Annunzio .La Figura del Critico Letterario comparirà nella terza pagina dei quotidiani di stampo liberale - Il Corriere della sera, Il Messaggero di Roma, Il Mattino di Napoli – che oseranno ospitare critici letterari espressionisti o veristi nella misura in cui il critico riuscisse a soddisfare le domande del pubblico di fronte alle nuove idee politiche e non, quando facevano più spesso capolino nelle pagine principali. A ridosso della Prima Guerra Mondiale un liberale avanzato e di simpatie socialiste, Giuseppe Antonio Borgese, proprio sul Corriere fece sua la soluzione mediana di Croce: eserciterà la posizione di critico militante e di moderato critico delle giovani generazioni di autori italiani e stranieri, combattuti dall’impegno politico per la guerra giusta contro gli Imperi Centrali (si vedano i saggi interventisti a favore delle Potenze dell’Intesa, guerra di redenzione, 1919, e l’Italia e la nuova alleanza, Milano, 1917), dove esternava nella difesa dei diritti civili un Patriottismo spesso in funzione antiaustriaca a favore delle popolazioni Slave oppresse. Insomma, un ritorno alla partecipazione concreta dell’intellettuale alle vicende della auspicata autoindipendenza dei popoli che De Sanctis aveva magnificato tanti decenni prima a favore del Mazzini. Ma di fianco al critico militante stava anche il Critico Letterario dell’Estetismo, concentrato sulla scelta a monte rivolta alla Bellezza e all’Arte in sé, privilegiando il testo sul contesto. A volte, per questa via, entreranno nella cultura italiana quegli autori che i filodesanctiani avevano ignorato od osteggiato. Già prima della Grande Guerra per esempio Svevo e Pirandello, che lo stesso Croce aveva superficialmente stigmatizzato fin dal loro apparire. Si pensi al dramma di Pirandello I sei personaggi in cerca d’autore, che nel 1921 era stato stroncato dal filosofo. Poi Proust, Musil e Kafka, nonché Thomas Mann, cui la le novità tematiche derivate dalla sottile influenza della psicologia di Jung, apparirono ben rappresentate dall’opera dei traduttori, come la Lavinia Mazzucchetti, storica scopritrice e divulgatrice dell’autore di Lubecca fin dagli anni ’20, poi seguita da uno stuolo di traduttori che mediavano nel loro lavoro la suggestione di Croce, quando questi aveva rilevato come la militanza politica dell’autore poteva ben convivere con la forma di un’Arte personale che non collideva col contesto sociale (il caso dei Buddenbrook, un affresco sociale di una famiglia altoborghese, densa di componenti soggettivamente peculiari in forte competizione fra loro e con lo sviluppo della società fra ‘800 e ‘900). La posizione del Croce sarà però contestata dalla critica marxista, quando negli anni ’30 Gramsci, nei Quaderni dal carcere, riesumava De Sanctis, segnalandone la mai negata adesione alla Sinistra storica, le sue perplessità sulla decadenza del nuovo intellettuale italiano, aggrappato al potere dominante e refrattario alla critica militante di opposizione alla società del primo ventennio unitario - 1861/1883 - concentrata sulla vita privata e, l’intimità domestica. Una borghesia tesa alla conquista del profitto e della accumulazione, non tanto sobria, magari attenta al lusso e allo svago musicale che aveva apprezzato il classico di Verdi e Wagner, un ideale asfittico e un interesse sociale del tutto assente. Gramsci sottolineava invece una fede in una nuova Italia, dotata di una religione etica, guidata da una classe dirigente colta, aperta alle classi popolari, che avrebbero dovuto avere coscienza del loro valore. La concezione arte per l’arte, pur se in astretto apprezzabile come un passo in avanti, sia era nel lungo periodo trasformata in un Edonismo conservatore pedagogicamente incomprensibile ai giovani. Opzione che la classe al potere, impregnata di Fascismo, nascondeva dietro al classicismo tradizionalista che favoriva la propaganda del Regime (operazione analoga nelle dittature di Sinistra totalitariste, come nel caso della propaganda Sovietica che guardava alla figura dell’operaio in modo troppo elementare). Un critico fautore del Regime che riuscì però a salvare l’evidente falla della mediazione crociana fu però il Bontempelli (1878-1960), che proprio in memoria di De Sanctis nel 1936, in obbedienza al Gentile, dirà ad Avellino di come fantasia e immaginazione siano modi di esternazione artistica che possono convivere con la realtà. Una forma moderna di realizzazione artistica che consentirebbe di per sé la libertà umana senza entrare nella giungla della società moderna. Era il c.d. realismo magico, una pennellata di Surrealismo che De Sanctis aveva toccato nella critica sull’Ulisse Dantesco. Come se il Mito fosse il vero oggetto della letteratura e che il soprannaturale regnasse nella nuova... Dietro tale accattivante scuola critica, non disapprovata dal Minculpop perché favoriva il Regime nella distrazione delle Masse dai problemi del quotidiano e dalle guerre in arrivo; costituiva il secondo corno del dilemma, cioè quale ruolo attribuire all’artista nel mondo concreto, se forse non andasse a disperdersi, fino a tacere sui rischi che la società totalizzata correva anno dopo anno. Naturalmente, il Secondo dopoguerra rimise in sella la disputa sul Critico e quindi la sua militanza politica come una difesa contro il soggettivismo estetizzante. Vittorini dirà: gli scrittori sono nuovi non perché abbiano trovato nuove forme o cantato nuovi soggetti… Lo sono perché hanno dell‘Arte un’idea diversa da quella degli scrittori che li precedetteroCiò perché credono nell’Arte, mentre quelli credevano a molte altre cose che con questa nulla avevano a che vedere. Tale novità perciò può consentire la forma tradizionale e il contenuto antico… Mi sia concesso di ricordare che gli scrittori nuovi compiendo una rivoluzione … intendono di essere appunto artisti, laddove i loro predecessori si compiacevano di essere moralisti, predicatori, estetizzanti, psicologisti, e onesti, ecc. Da qui, la rivoluzione del linguaggio, fortemente accolta dal De Sanctis per Dante, pur non trattata per Verga. Vittorini lo sperimenterà con Conversazioni in Sicilia del 1941, aspetto che il critico siracusano approfondirà poi da direttore del Politecnico (1945-1947), rivedendo nelle critiche di De Sanctis un moralismo pedagogico combinato con la militanza politica, che però lo porterà a respingere nel 1956 la pubblicazione per Einaudi del Gattopardo, intriso di una morale sempre statica, irreversibilmente segnata da un destino nostalgico per un Potere ormai perduto, come anche nel citato romanzo di Mann. Il punto stava nel considerare il giudizio di un critico dal lato solo morale o solo estetico, senza arrivare a forme di mediazione che potevano dare spazio a compresenze surreali che non fornivano al lettore univoche cause di lettura e un assemblaggio di interpretazioni spesso diverse dalle intenzioni dell‘Autore. Pericolo che l’Editore e lo stesso Autore non lamenteranno eccessivamente, perché l’adesione improvvisa di una massa di lettori non poteva non dispiacere per evidenti ragioni economiche, a danno però della serietà dell’intenzione artistica, (come insegna la recentissima vicenda del Mondo al contrario del Vannacci…). E qui soccorrono le considerazioni di un autore - Pier Paolo Pasolini - certamente non tenero con la classe dei critici letterari, partigiani o della scuola moralista o della scuola estetista. Il poeta di Casarsa, già docente nel Friuli e vicino Roma negli anni del secondo dopoguerra, va in radice sul problema della recezione del De Sanctis dopo la Seconda guerra mondiale in Italia alla luce dei valori rinnovativi della società italiana postfascista. Egli riprendeva in esame la storiografa letteraria del Maestro, strapazzato dalla Destra Conservatrice estetizzante e dalla Sinistra impegnata nel sociale. Pasolini lo rivaluta su un tema che gli stava a cuore: il linguaggio come specchio della Storia della Nazione fra passi avanti e passi indietro. Negata ogni pretesa di semplice corso accademico o scolastico, la Storia della letteratura italiana del 1870-1872, la interpreta come una costante tensione fra la lingua letteraria, i dialetti locali e i vari Poteri che si sono succeduti fin dall’Italia tardo imperiale. Ciò premesso, subito ne accetta il concetto critico di possibile regresso e di immersione acribica nel mondo materiale offerto dall’Inferno, dal Purgatorio e dal Paradiso, metafore dall’età medievale. Da lì riparte per esprimere la realtà friulana e la realtà del sotto proletariato di Ragazzi di vita (1955) e di Una vita violenta (1959), i suoi primi romanzi. La forma linguistica popolare di questi primi scritti è il passaporto per capire l’attualità e darne un giudizio. Poi, accoglierà le critiche di Vittorini nel rigetto l’interpretazione Crociana troppo schematica e alquanto annacquata e corrotta da idee estranee al mondo italiano. La Storia diventa quindi un racconto di impegno civile che ci spiega i buchi della Nazione, con un fine partigiano e realista che invece riprenderà lo Spirito originale di De Sanctis in senso risorgimentale, prima che la politica cavourriana confermasse l’animo mercantilista e moderato che impedì il decollo della Nazione e promosse la fine della democrazia a vantaggio del totalitarismo fascista. Qui, Pasolini riesuma con vigore il De Sanctis in un elzeviro della rivista Vie Nuove, nel commentare i giovani del ’68 e il relativo rapporto fra padri e figli specie nell’età dei consumi materiali degli anni ’60. Li invita a formarsi con la lettura proprio del De Sanctis, una lettura che gioverà perché li apre alla crescita e alla Rivoluzione vera, che non avvenne in Italia perché quei giovani dell’epoca sedettero all’ombra ad aspettare…. Un monito che ci richiama oggi più che mai all’attenzione per questo grande Italiano.

Giuseppe Moscatt
 
Bibliografia
Oltre alle fonti citate nel testo, cfr.
·         Opere di Francesco De Sanctis, a cura di GIANFRANCO CONTINI, voll. 12, ed. Laterza, Bari, 1951.
·         Fondazione De Sanctis, www.fondazionedesanctis.it
·         OTTAVIO BESOMI e CARLO MUSCETTA, Francesco de Sanctis nella storia della cultura, Laterza, 1984.
·         BENEDETTO CROCE, Gli scritti di Francesco de Sanctis e loro varia fortuna, Laterza, 1917.
·         ELIO VITTORINI, Una nuova cultura, su Il Politecnico, n. 1/1945.
·         PIER PAOLO PASOLINI, Pagine corsare, su pasolinilepaginecorsare.blogspot.com, Vie nuove, Fascisti: Padri e Figli, n. 36° XVII, 6.9.1962.

martedì 9 giugno 2026

August von Platen-Hallermünde e il suo tempo. Di Giuseppe Moscatt

August von Platen-Hallerm
ünde e il suo tempo
(A margine dell'opera di Barbara Becheroni Ho guardato la bellezza con i miei occhi)

Giuseppe Moscatt


La recentissima pubblicazione di Barbara Becheroni, Ho guardato la bellezza con i miei occhi (SBS, edizioni, 2025, Roma) riapre, ove non si fosse chiusa da tempo, la questione von Platen (Ansbach, 24/10/1776; Siracusa, 5/12/1835), il poeta svevo di primo ottocento, nato ad Ansbach, Franconia, oggi a nord della Baviera, racchiusa fra i fiumi Fulda, Meno, Neckar e Reno, un quadrilatero significativo per la futura Germania (si veda al riguardo il Nostro Uomini e fiumi, su www.storiaverita.org del 27.6.2024), all'epoca però retta, insieme a Bayreuth, dalla Prussia di Federico II Hohenzollern, assorbita infine dalla Baviera dopo le guerre napoleoniche, in cambio dell'alleanza militare con la Francia imperiale contro la quarta coalizione delle Potenze Europee assolutiste.
 
L'interesse storico per il poeta nasce dall'esame della società bavarese prettamente schierata contro il noto omoerotismo di Platen, che in età matura ne fece bandiera ideologica - sul modello di Nietzsche e di Baudelaire nel loro secondo ottocento, aderendo così a un esasperato uso di forme letterarie classiche rivestite però di un sostanziale neoromanticismo spirituale, non lontano da un progressivo avvicinamento alla decadenza letteraria di inizio novecento con Thomas Mann e Rainer Maria Rilke suoi non lontani epigoni. Allo storico può interessare la sua controversa vita come riflesso per le tensioni culturali e politiche contro la società tedesca pietista, intrise di Storicismo e di Nazionalismo, un terreno fertile per un Liberalismo conservatore, favorevole all'idea prussiana di unità della Nazione, germe di un imminente Autoritarismo e di una antipatia conflittuale con l'altra sponda del Reno, sfociata nel 1870 nella guerra con la Francia della Prussia di Bismarck, divenuta Impero nel 1871 con la unificazione della Germania e l'annessione contrastata delle regioni renane dell'Alsazia e della Lorena. Un prodromo ineluttabile del Primo Conflitto Mondiale del 1914. La gioventù del conte Augusto von Platen-Hallermünde (1816 - gennaio 1819); il suo decennio di maturazione (1820-1829); gli anni di esilio italiano (1830 - 1835); la polemica con Heinrich Heine e l'ostracismo romantico a lui rivolto fin dalla morte nel 1835 e solo attenuato con la pubblicazione dei suoi Diari nel primo '900; la recezione in Italia di Carducci; il silenzio in Germania fino alla riapertura di Thomas Mann (1900 -1930); la situazione attuale dopo la pubblicazione delle sue lettere, fra Classicismo di ritorno e riletture panestetiste; rappresentano allo stesso tempo la storia del suo Paese come del Nostro. Il primo decennio del Poeta è caratterizzato naturalmente dagli effetti della Rivoluzione Francese sulla cultura politica della Germania.
 
Innanzitutto, lo scontro tutto intellettuale fra gli illuministi moderati - il poeta e drammaturgo Friederich Klopstock (1724-1803), piuttosto legato al mondo dell'Arcadia neoclassica di Milton e Tasso - e lo scrittore e traduttore Christoph Wieland, famoso per aver tradotto in tedesco non solo le opere di Euripide, ma anche le tragedie di Shakespeare e i trattati filosofici di Bayle e Voltaire. Questa parallela capacità di unificare i dialetti locali in un’unica lingua finalmente nazionale - si ricordi che dopo la Guerra dei Trent'Anni, per buona parte combattuta fra il Reno e il Danubio, fino all'Elba (1618-1648), il Sacro Romano Impero, al di là dell'Impero Asburgico fra Vienna e Budapest, comprende ben 39 stati sovrani e varie comunità politiche legate all'Impero predetto, oppure al Regno di Prussia, come si è detto per la Franconia - e gli illuministi moderatamente razionalisti, quali appunto Goethe e Schiller, tutti ascrivibili alla corrente del c.d. Sturm und Drang, cioè tempesta e azione, cui vengono considerati appartenere Lessing, commediografo e saggista filovolteriano e Voss, un significativo intellettuale classico esperto di cultura greca e romana, discepolo del neoclassico storico dell'arte Winckelmann (1717-1768), principale fautore dell'arte greca e romana. Come si può arguire, tutte queste correnti, più o meno moderate, imperversano in un mondo di lingua tedesca non solo politicamente diviso in forme di Stato Assolutiste, ma anche profondamente diviso da una interpretazione pietista del Protestantesimo Luterano, fortemente criticato dalle scuole razionaliste che vedevano in Francia la nascita di movimenti politici coscienti dei propri diritti, pronti a sollevarsi contro Regnanti e Nobili, anche sul modello anglosassone dove ormai si era consolidata la Monarchia liberale fin dal 1619, quando il Parlamento Inglese approva il Bill of Rights, cioè la Carta sui diritti di libertà dei cittadini e che definisce la Successione e l'effettivo potere limitato della Corona.

Da qui, la nota generazione di filosofi francesi - i cc. dd. Illuministi - che dall'inizio del '700 hanno proprio nei Francesi tradotti da Wieland, i caposcuola delle forze politiche che preparano la Rivoluzione. Sia come sia, proprio nel 1796, scoppia la prima grande guerra napoleonica: è la Campagna d'Italia del generale Bonaparte, che il 13 aprile e il 15/17 novembre, sbaraglia in Italia l'esercito austriaco fra Millesimo e Arcole. Nella città del Poeta il terrore antigiacobino è alle stelle: mentre i nobili filoaustriaci tedeschi tremano dopo i resoconti delle stragi fatte da Goethe dopo il colpo di mano di Magonza operato dai rivoluzionari francesi; mentre ancora non si placano i timori della decapitazione di Luigi XVI; mentre sempre più alcuni intellettuali come Schiller ammirano comunque le forze progressiste che erano riuscite a liberarsi dai tiranni; i moderati come Wieland e Goethe negano la Rivoluzione nella forma ora giacobina e poi anche quella centrista del Direttorio, che non li lasciava tranquilli. Realtà contraddittoria analoga a quella odierna per le vicende iraniane, dove le preoccupazioni per il futuro si intrecciano con le speranze per la rinata presenza di voci democratiche in un Paese come la Francia. Barbara Becheroni, nel suo acuto romanzo storico, interpreta quella tensione al momento della nascita del Poeta. La famiglia è della più antica nobiltà terriera: il padre, Filippo August von Platen-Hallermünde, è un grosso proprietario terriero; la madre è la baronessa Christiane Eichler von Auritz, rigida e pia cattolica, che lo educa con caparbia volontà protettiva: Io sono la madre. Il Signore mi ha reso capace di nutrire il mio bambino senza l'aiuto di una balia. Datemi mio figlio (pag. 21 del libro). Estraniato il padre, che fino alla morte compare ben poco nella vita del giovane, Eichler (ovvero Christiane Luise) decide per lui: 1806, August entra nella prima classe del corpo dei cadetti di Monaco, ma come si rileva dalla prima pagina del diario, già a 13 anni odia la vita militare. Perché Monaco? Perché come si è accennato, il Regno di Baviera - insieme al Württemberg, al Baden e alla Franconia, ora annessa alla Baviera - diventa lo Stato cuscinetto primario antiprussiano, cioè il Regno capofila della Confederazione del Reno, una struttura federale protetta da Francia che per motivi politici dà l'impressione di essere il nucleo principale verso l'unità del Paese, come vorrebbero tanti intellettuali, da Goethe a Schiller, dai fratelli Schlegel a Fichte, la c.d. prima scuola romantica di Jena. Dal 1810 al 1813, il Poeta, ammesso all'Istituto di formazione dei Paggi reali, entrerà alla Corte del Re di Baviera ed è forzato alla carriera militare.
È del 1813 la prima annotazione del suo Diario (diviso in 33 volumi) che comparirà completo dopo molti anni dalla sua morte (se ne veda una buona opera riassuntiva a cura di Erich Petzet, Monaco 1905). Chiunque ne potrà avere un esempio per l'Italia dell'epoca leggendo una testimonianza d'epoca: pensiamo cioè a Massimo D'Azeglio, I miei ricordi, 1867, un ottimo resoconto di una vita di un giovane liberale in età romantica. In particolare, il Diario rappresenta i 20 anni dei suoi difficili e malinconici ricordi, che andò annotando e rivedendo fino a quel 13.11.1835, ultima data prima della sua morte a Siracusa. Qui va detta subito una prima anomalia che balza agli occhi già dell'autrice: non c'è alcuna immagine o resoconto di quella piccola quanto famosa cittadina. Scelta silenziosa che fa specie rispetto a quanto scrisse di Roma, Napoli, Firenze e di piccole città del Centro e del Nord, per esempio Cortona e Cremona incisivamente descritte. Ma torniamo alla sua gioventù. Già nel 1814 diventa sottotenente nel 1° reggimento di fanteria di linea e nel 1815 partecipa alla campagna contro la Francia, proprio durante i famosi 100 giorni del riapparso Napoleone sulla scena politica europea.
E mentre la famiglia - cioè la madre tirannica, ma che comprendeva bene i primi disagi del ragazzo - riesce a farlo inserire nella brigata dei riservisti, malgrado questa attraversi comunque il Reno senza alcun danno per il giovane cadetto; August ha poca coscienza della sua particolare natura omoerotica. Nei primi passi del diario, forse la omette perché già gli pesa la grama vita di fanciullo dietro le gonne della madre e sotto il comando di un padre di fatto assente. Ma a 16 anni nel collegio militare soffre la disciplina e sente qualcosa di strano quando sta coi suoi colleghi. Poi nel 1816, durante la prima vacanza in Svizzera, conosce un ragazzo simpatico, Heinrich, col quale intavola un rapporto d'amicizia che gli fa crescere un'ansia d'amore mai sentita. La cronaca diuturna delle giornate diventa una confessione personale e la successiva vita alla Accademia dei Paggi reali a Monaco è una fuga disperata dall'oppressione materna.
È l'ora di esprimere il suo percorso interiore, la sua storia, la sua terribile realtà personale - descritta con efficacia puntuale dalla Becheroni, frutto delle sue precedenti opere, per esempio, La ragazza che amava i Cavalli, 2013 - si riproduce in una scrittura particolare, quasi agostiniana. Era il tempo dello studio dell'inglese, dei primi amori e dei primi turbamenti, a stretto contatto di due compagni belli e biondi, dotati di quelle forme di bellezza classica che lo affascinano visibilmente, quei fratelli Jacob e Joseph von Xylander che lo abbandonano agli scherzi e allo scherno degli altri compagni, che ne vedono l'ambigua passione. Quando poi - noterà nel Diario - conosce mademoiselle Boisseson, un'emigrata nobile francese, una bella ragazza che non lo corrisponde per niente, tanto smilzo e smunto le appare; il Poeta - già noto per un inno in onore della festa di celebrazione per la Riforma - decide di riprendere la carriera militare, cosa che lo intriga per conseguire la carriera diplomatica, visto che il viaggiare lontano da casa gli sembra l'unica liberazione. L'operetta gli è stata utile: prenderà una borsa di studio personale che gli consente di frequentare un'università bavarese presso la ridente città di Würzburg. Vi approda nell'estate del 1818 dopo un drammatico saluto al compagno di corso amato, Jacob Xylander, che la Becheroni immagina denso di pianti lacrimosi e con un atteggiamento ormai distaccato del Poeta, analogo all'esperienza personale che ebbe quasi un secolo dopo Rainer Maria Rilke nel celebre racconto del 1894, Pierre Dumont. Scelta che già gli pare un'illusione, stante la tenace, quanto angosciosa voce dal profondo che lo sprona verso una bellezza esteriore, confessata a Jacob con gioia e accolta con un fare irriverente. Serie di impressioni personali che emergono con evidenza nelle giornate di Würzburg, quando ora si avvicina con maggiore maturità ai due Dioscuri della letteratura tedesca, Goethe e Schiller.
 
Il diario, la cui forma romanzata è modello letterario non nuovo, ove si pensi al Werther e alle ballate del tragediografo Schiller, come quella sul Palombaro o alla Canzone della campana, che trasfigurano le loro esperienze in maestosi affreschi Storici e umani. Ai vecchi compagni più seri dice: solo chi mi conosce mi può capire. E poi continua, appena integratosi da studente: Mi è appena apparso l'amore, come quando in un concerto si ode all'improvviso il suono del flauto in mezzo agli archi. Un giovane ufficiale di reggimento, Fritz von Brandestein, deliziò la mia vista. Da allora fu un lungo sentimento d'amore, che però egli stesso troncò e che mi lacerò l'anima. Così fortemente mi depressi e feci un passo ulteriore, dedicarmi alla poesia per sanare le ferite del cuore e per riguadagnare quel favore sociale che ho perduto... Ultima conclusione amara che gli anticipa le future critiche e sconfitte, peraltro come vedremo sublimate in stupende odi, in armonia ai suoi sonetti e in epigrammi famosi; senza contare il costante dialogo con se stesso, ricco di osservazioni che in seguito muteranno di spirito - da notare le frequenti cancellazioni dell'originale - e che si richiameranno lungo i vari manoscritti. Invero, un altro dei primi curatori del Diario - completato a Stoccarda nelle diverse pubblicazioni - L. V. Scheffler farà pervenire le copie manuali a Freud, che nelle sue lezioni di psicologia segnala il citato effetto di Sublimazione, cioè la trasformazione degli impulsi istintivi, soprattutto sessuali, indirizzati a livelli culturali che già il consenso sociale giudica inopportuni, sulla scia delle prime critiche alle sue poesie. Un processo inconscio, che anche il citato Rilke riproporrà nella sua sfera creativa.
Ma come si evolve nel contempo la realtà sociale e politica? Dopo la sconfitta di Waterloo e la conseguente Restaurazione assolutista disegnata dal Congresso di Vienna (sul quale vd. da ultimo, l'intervista a Luigi Mascilli Migliorini, rilasciata a Passato e Presente, programma di Rai 3, 16.3.2022, su Raiplay), alcuni episodi, rimasti negli archivi e nei carteggi fra i loro protagonisti, consentono però di rileggere il dopo Napoleone, ovvero le tracce indelebili della Grande Rivoluzione. Il Mascilli Migliorini, appunto, rileva il grande valore mediatico e giuridico di quel Codice Napoleonico, il Code civile del 1804, che rivede in modo generale il diritto civile, per esempio le Successioni. Vengono invero eliminati i privilegi feudali, il Maggiorescato e le disuguaglianze di sesso od ordine di nascita. Si introduce la parità fra i figli legittimi, la successione fra i superstiti e limitata la libertà testamentaria al fine di favorire la divisione equa del patrimonio familiare. Inciderà molto nella società civile continentale questa riforma? Oppure lo sarà quanto prescrive il Trattato della Santa Alleanza, derivato dal Congresso di Vienna, che impone alle 4 Potenze alleate - Austria, Prussia, Prussia e Gran Bretagna - l'impegno a difendere, anche con la forza, gli accordi di Vienna per difendere il comune interesse delle legittime Case Regnanti? In altri termini, il 20.11 del 1815, nasce il diritto di intervento negli Stati minori ove sia messo in pericolo il Governo assolutista anteriore alla Grande Rivoluzione. Certamente, il 22 Agosto di quell'anno, le elezioni della Camere a Parigi da parte degli Ultrarealisti, scatenano la repressione nelle campagne di giacobini e bonapartisti.
Il vecchio Talleyrand - ex bonapartista d'eccezione - si dimette dal Governo di Luigi XVIII per evitare l'intervento austro-prussiano in forza di quel Trattato. Ma le norme liberali di quelle disposizioni civili restano. Il processo riformatore non si ferma. Tanto che il giurista Savigny, non a caso di origine francese, fonda la Gazzetta di storia del diritto per preparare la sua originale revisione del diritto romano alla luce delle modifiche del Medio Evo, nate dalla evoluzione di quel diritto verso norme che tengono conto dell'economia capitalista. Di più: il più liberale dei Sovrani tedeschi - protettore di Goethe e Schiller negli anni della primavera classica di Weimar (il duca Carlo Augusto di Sassonia- Weimar-Eisenach), concede già nel 1815 una Costituzione sul modello inglese, ripresa dal citato Bill of Rights, che appunto concede prerogative indipendenti al Parlamento, dalle quali deriva nei secoli seguenti l'affidamento dell'Assemblea alla nomina del Primo Ministro pur dietro l'approvazione del Re. Peraltro, il bill di Weimar prevede un moderno sistema fiscale progressivo e creditizio, nonché diritti civili e la Tutela del potere legislativo, eletto nei suoi componenti dalla borghesia terriera. Del resto, in Francia le nuove elezioni portano alla Camera una maggioranza meno estremista, orientata a una politica più prudente e filo-tedesca, perseguita dai conservatori favorevoli a Luigi XVIII.
 
Del pari, una gravissima crisi economica (1816-1819), colpisce la Gran Bretagna, uno dei paesi europei al più alto tasso di economia industriale dell'Europa. Il Paese ha difficoltà di mercato e soffre di un palmare aumento della disoccupazione per l'improvvisa smobilitazione di 400.000 soldati fino ad allora impegnati nelle guerre napoleoniche. Ciò provoca una rapida crescita dei prezzi e migliaia di licenziamenti. Da qui un aumento di norme protezionistiche - specialmente dazi all'importazione di grani - e norme deflattive (la c.d. Corn Law). Una conseguenza nefasta è l'incremento del disagio sociale per i lavoratori e la classe media che invoca riforme parlamentari. Un esempio di tale crisi è offerto dal film Peterloo (2018), dove è narrata la strage dei contadini operata da soldati britannici nel 1819, di fronte a uno sciopero dovuto alla crisi economica di cui si è detto. Solo la scelta politica Colonialista riesce a impedire nuove più gravi stragi popolari: infatti, la conquista dell'India - mercato da cui importare a buon prezzo notevoli materie prime necessarie a impinguare il prodotto interno lordo - procura un sollievo per l'occupazione e per il consumo di beni, effetti che per decenni permetteranno una buona pace sociale e la crescita politica dell'Impero, benché ancora nel 1817 la Camera dei Comuni insiste con il Coercion Act alla sospensione dell'Habeas Corpus e al carcere preventivo delle organizzazioni contrarie al Corn Law. Mentre nel 1818 Stati Uniti e Gran Bretagna raggiungono un accordo sul confine col Canada, fissato al 49° parallelo e si suddividono la potestà reciproca su metà dell'Oregon e nello stesso anno, la vittoria elettorale in Francia dei Conservatori di Decazes, produce l'ammissione del Paese nella lega della Santa Alleanza. Al Congresso di Aquisgrana, i notevoli danni di guerra richiesti dalla Prussia e dall'Austria alla Francia monarchica vengono di gran lunga ridotti a questa anzi ottiene l'abbandono delle truppe zariste e prussiane dalla riva sinistra del Reno. Mentre in Sudamerica il Cile diventa indipendente a seguito di una breve guerra di liberazione della Spagna e anche il Perù diventa una nazione indipendente, subendo a favore degli Stati Uniti una forte protezione politica ed economica sulle fertili miniere delle Ande.
Anche il Lombardo Veneto, la regione più ricca dell'Impero austriaco, ritornata in suo possesso dopo il Congresso di Vienna, risente del risveglio culturale ed economico connesso all'età napoleonico. Infatti, nel settembre del 1818 esce a Milano il primo numero del Conciliatore, rivista di un gruppo di intellettuali - Silvio Pellico e Federico Confalonieri per tutti - che perseguono il rinnovamento culturale e politico preteso sia dai giovani romantici che dai vecchi Illuministi. Nello stesso periodo, la vita del Poeta a Würzburg era divisa fra studi giuridici e letterari, ma il cuore batte forte per il compagno Eduard Schmidtlein. Se Omero, Virgilio, Luciano, Livio e Tacito lo interessa, non di meno Cervantes, Shakespeare, Calderon e perfino i nostri Tasso e Alfieri sono presenti nelle righe del Diario. E pure, quasi come i contemporanei giovani romantici di Jena e Heidelberg, non manca di fare riferimento agli amori per un Adrasto, che altri non è che il segnalato Eduard. Già da qui, Barbara Becheroni individua qualche elemento di analogia con il Leopardi - incontrato anni dopo a Napoli - perché lo stile espositivo intimista non è lontano dallo Zibaldone di pensieri del Recanetese.
Purtroppo per August, le medesime illusioni d'amore più che platonico per Adrast, diventano un leit motiv: in ogni frase del diario tra il 1818 e il 1819, egli ripropone il suo senso di solitudine e di amore non corrisposto, per non dire di repulsione sociale, se non lo scherzo ironico dei compagni. Situazione che Eduard, a differenza dell'episodio con Jacob, prenderà con pari angoscia. Neppure la breve assenza del Poeta da Würzburg, per le vacanze estive a Iphofen, località termale vicina, migliora la situazione. Nondimeno, il carteggio fra i due – dove le proposte d'amore del Poeta emergono con chiarezza – producono un forte irrigidimento dell'ex amico. Ne abbiamo infatti una risposta al veleno. Non solo gli comunica di aver distrutto ogni lettera fra loro, ma aggiunge:
Egregio Conte, ho ricevuto la sua lettera che considero ingiuriosa e dunque le rispondo a stretto giro di posta che mai e poi mai le ho corrisposto quanto Lei pretende. Anzi insisto che giudico dispregevoli ogni sua voglia, deprecabili in sé e mai da me provocata. Le sue poesie a me rivolte sono ambigue e scandalose. Non li accetto e mai ho preteso di rompere alcun rapporto perché mai c'è stato qualcosa al riguardo. Piuttosto solo un pensiero Le rivolgo: la lettera che ho distrutto mostra una sua concezione della vita che per me è del tutto corrotta e irreversibile. Non si permetta più di parlarmi!
 
Di fronte a tale presa di posizione, molto più pericolosa dei fatti di Monaco, la situazione alla facoltà di giurisprudenza e perfino in città, si fa pesante. Del resto, i suoi studi giuridici non proseguono per un certo disinteresse. Invece un docente di filosofia del diritto, tale Friedrich Schelling, lo stima comunque. E dunque perché non seguirlo a Erlangen, una non meno famosa Università poco distante? Detto fatto, il Poeta di stabilisce in quella sede, una base a lui conforme per i tanti viaggi in Germania che compirà per quasi un decennio. Dopo il secondo infortunio, alcun sonetti - per esempio, Il tulipano (1820); Venite o amanti (1823) e la perla lirica Tristano (1825) - lo inducono a rassegnarsi di vivere in una morsa dolorosa nelle pieghe della più beghina delle società europee.
Un secondo periodo che sfocerà nella polemica contro Heinrich Heine, le cui repliche sprezzanti e omofobe la rinfocolano fino a creargli un problema di carriera poetica non indifferente. E sarà il momento del terzo passo avanti della sua non lunga vita: dopo qualche breve fuga in Italia - i Sonetti veneziani del 1825 rappresentano la prova più tangibile del suo iter poetico - finalmente la discesa finale in Italia, sempre più a Sud: Roma, Napoli, Palermo e infine la tragica morte a Siracusa. In questi anni del secondo e terzo decennio dell'800, Platen appare assente, oppure fermamente avverso alla corrente romantica, sia per la sua formazione classica molto lontana dagli interessi politici, sia per il suo costante omoerotismo, circostanze che sono presenti nella sua prima poetica. Inoltre, non disdegna di condividere la passione mitica per le liriche di Ludwig Ulhand, poeta del gruppo di Tubinga; le folli visioni musicali E.T.A. Hoffmann; due poeti coevi, ma non per niente affini. Il suo panestetismo indifferente al mondo della politica e della storia moderna, susciterà litigi, polemiche e solitudini, anche se la stessa società letteraria tedesca in modo ipocrita plaude al suo genio poetico, via via evolutosi dal classico sonetto: esemplari erano i suoi Sonetti Veneziani, che dal 1825 brillano per la perfetta composizione, intrisi di vera malinconia che preludono all'indifferibile morte dell'Uomo e alla malinconia verso la bellezza terrena, quasi un passo indietro ai componimenti del libero verso di Erlangen (i cc.dd. Ghazal che Goethe aveva importato dalla Persia nel suo Divano del 1819).
Un'oscillazione all'indietro presente nelle prolisse confessioni del diario, sempre rivedute e corrette, le quali si fanno eco nelle lettere che spediva ai parenti e agli amici nella seconda metà degli anni '20, ritrovate nel 1900 poco dopo i diari. I 5 anni a Erlangen, sorretto dal Maestro Schelling, sono pieni di un vigore poetico che mai più raggiunse nei suoi ultimi anni tedeschi. Proprio nei momenti di riposo, fra lezioni e studi per conseguire il dottorato in lettere e filosofia, Platen muta lo stile, da aulico a leggero, adottando quello importato dall'Oriente arabo dal vecchio Goethe, i cui Ghazal fulminei ed erotici costituiscono una geniale poetica che ben si adattava alle nostalgie del Poeta bavarese. Per esempio, il breve distico del 1821, Come corpo per l'anima e anima per il corpo, così io per te, che rivela l'amore del Poeta verso l'appena conosciuto Hermann Rothenhan, uno dei primi amici di Erlangen che si racconta fosse atterrito dall'essere il destinatario di tale strofa. Una deviazione dell'essere il Poeta della Bellezza, delle forme perfette, ma di un contenuto alquanto orrido in polemica alle correnti di ispirazione liberali, dove l'amore eterosessuale era un carattere indelebile. Scelta di maturità in modo formidabili, ancora misconosciuta pubblicamente, ma finalmente palesata per le donne del popolo polacco oltraggiate dai soldati russi, come si legge nei famosi futuri polenlieder (1831-1833).
Il conflitto interiore che lo aveva quasi consunto nei decenni precedenti andrà a poco a poco terminare negli anni d'Italia. Ma poco prima, già nelle confessioni del diario, rivedute e corrette nella seconda stesura, nonché emergenti nelle tante letture a parenti e amici - fra il 1829 e il 1835 e forse anche sotto la guida del Maestro Schelling - Platen riprende vigore intellettuale. È l'ora del dottorato in lettere, sua vera passione. Avvengono gli incontri di studi e di vita con i maggiori letterati dell'epoca: Jean Paul a Bayreuth, Jacob Grimm a Kassel, Goethe a Jena, proprio per discutere il Faust che il Vate di Weimar aveva da poco dato alle stampe. Se il primo è freddo e ironico, il secondo è di lui entusiasta. Nel 1821, dopo una strana sosta a Hannover - dove forse il silenzio del diario è spia perché li soddisfece il suo maledetto demone - e a Kassel ha un sincero elogio di Jacob Grimm.
Dopo avere letto La pantofola di vetro, la prima delle sue commedie neoclassiche, ne loda lo stile francese sul modello di Luciano e Ovidio, con qualche presenza di ironia plautina e qualche sentimento romantico. Nel successivo incontro personale con Goethe, Platen gli porta di prima mano i suoi Ghazal - per esempio tu sei la stella che nel cielo nuota, oppure come il giglio sia aperto il tuo cuore. Ma è deludente la risposta dell'Olimpico: pur lodando le belle forme poetiche, non vede la linfa d'amore perfetta, cosa che il Vate aveva proclamato dall'epoca dello Sturm und Drang fino al Faust. Giudizio che nasconde anche per Goethe l'imbarazzo di un amore impossibile quale quello omosessuale che trapelava da quei versi. Platen capisce ormai che è giunto il momento di cambiare aria e di scendere in Italia per sempre. Sicuramente proprio la storia del Vate di Weimar gli si pone a esempio. Come Goethe quasi 50 anni prima era fuggito da Weimar, una Corte troppo densa di intrighi da sopportare per i giochi politici da basso impero; così è arrivato il momento per lui di risciacquare i panni nell'Arno, come già Manzoni dirà nel 1827 per segnalare la revisione linguistica e narrativa dei Suoi Promessi sposi.
Del resto, la seconda sua commedia in versi neoclassica (La forchetta fatale, 1826), non gode dell'approvazione del suo editore Cotta, che al più gli sovvenziona il suo trasferimento in Italia. E il 24 ottobre del 1826 festeggerà il suo compleanno nella città Eterna. In quell'anno, invero, Russia e Gran Bretagna, a Pietroburgo, sospendono le clausole del Congresso di Verona del 1822 e si impegnano a imporre alla Turchia Ottomana di riconoscere la totale indipendenza della Grecia. Che si trattasse di una mossa di semplice realpolitik lo prova il parallelo ultimatum al sultano di rispettare la libertà di piccoli principati balcanici di lingua slava di cui lo Zar si atteggia a protettore panslavista.
 
Ma è l'espansionismo britannico a emergere con maggiori virulenza: il governo inglese solidarizza con l'impero persiano contro le spinta russa in Afganistan; favorisce le tribù musulmane contro i sikh del Punjab indiano contrari al loro protettorato, agevola la opposizione al movimento di Simon Bolivar che vorrebbe un Sudamerica federale sul modello U.S.A. fra Colombia, Perù e Bolivia; operazioni di intelligence che intendono favorire produzioni di generi alimentari e di risorse minerarie utili all'industria anglosassone. Anzi, i grandi imprenditori inglesi agevolano la colonizzazione, anche forzata, di Nuova Zelanda e Australia, una base essenziale per i traffici marittimi di importazioni di materie prime necessarie all'incremento industriale. Nondimeno, il successo di nuovi avversari letterati sembra oscurare il cammino del poeta, per esempio Joseph Karl von Eichendorff (1788-1857), pubblica la novella Via di un perdigiorno, che tratta della natura e dell'uomo in relazione simbiotica, quasi che la libertà senza una Natura gradevole fosse un qualcosa di fugace. Circostanza che Schelling aveva idealizzato e che ora Eichendorff tramuta in poesia, al punto che il vecchio Maestro ormai lo abbandonerà perché non sopportava gli amori omoerotici ormai evidenti.
Di più: un altro giovane poeta - Heinrich Heine (1797-1856) - quasi un suo coetaneo, già incrociato a Erlangen alle lezioni di Schelling, acquistava credito fra i giovani liberali di Berlino, mandando in libreria una raccolta di poesie - Il libro delle liriche - dove i suoi viaggi per la catena dell'Harz, costituivano una novità culturale: non solo ne davano il resoconto, ma anche divagavano sui valori morali dell'Uomo, sul modello di Erodoto e Rousseau. L'amore eterosessuale era per Heine un passaporto per riattivare lo Spirito romantico, represso dalla reazione assolutista, e un ottimo fuoco ribelle sulle orme di Fichte e Hegel i padri della prima generazione romantica. Heine, di famiglia ebrea convertita, imprenditore finanziario, vive a Bonn sotto la protezione di un ricco zio e tenta la professione di avvocato d'affari.
Come Platen, viaggia per la Germania, visita Goethe, gli propone un balletto dal Faust, ma ne ottiene solo critiche per la sfacciata ripetizione. E sempre come Platen, è dileggiato dalla classe borghese solo perché è un ebreo non gradito dalle società liberali studentesche. Di qui un saggio ipercritico sul romanticismo tedesco, sulla democratica Gazzetta renana - dove già scrive il Marx - accusando quella corrente di essersi seduta a tavola a Vienna col Re di Prussia. Heine dichiara di essere un politico, liberale e cosmopolita. E lo scontro fra intellettuali che arieggia ciò che era avvenuto quasi mezzo secolo prima fra i dioscuri di Weimar, Goethe e Schiller.
 
I due nuovi poeti iniziano a duellare a colpi di versi, dietro i quali si nasconderebbe un conflitto di classe e di ideologia, come lo classifica vent'anni dopo Marx. In realtà, la critica contemporanea - con Hans Mayer e Karl Kraus - rileva il carattere innovativo dei due rivali, diretto a svecchiare la cultura germanica, all'epoca frammentaria e contraddittoria, finché nel 1848 sfocerà in un significativo moto aggregante. Intanto, già nel 1827, la Francia Assolutista di Carlo X ordina lo scioglimento della Guardia Nazionale, corpo militare che cresce all'ombra delle classi mercantili e sfida la Gran Bretagna nella lotta per le colonie in Africa. Filippo Buonarroti, vecchio giacobino, le riorganizza in seguito secondo l'esempio carbonaro. E alle elezioni politiche i liberali moderati di Martignac sbaragliano il reazionario Villèle. Un conflitto politico che si ritrova fra le pagine del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre. Nondimeno, prosegue la politica di Lord Goderich, capo del governo inglese, un conservatore legato al segretario coloniale Lord Grey, entrambi padrini colonialisti, del tutto disinteressati di fronte la grave situazione interna sociale che si è detta. Portogallo, Grecia, India, Uruguay sono obiettivi strategici che vanno raggiunti, anche a costo di gravi perdite navali, benché a Navarrino la flotta turca subisce una forte sconfitta che produrrà la definitiva indipendenza dalla Grecia, senza contare che la stessa Gran Bretagna riconoscerà per prima al Costituzione Argentina libera dall'impero del Brasile già nel 1830.
Ma è anche il tempo in cui appaiono a Milano le Operette Morali di Leopardi, il Cromwell di Victor Hugo, La favola di Hauff, romanziere tedesco, Süss l'ebreo e i Lieder di Schubert, tutte espressioni dal secondo periodo romantico di stampo più politico e di interesse velatamente sociale. Proprio nell'anno 1827, scoppia il conflitto con Heine. A dare la stura è un modesto giurista di Magdeburgo, Carl Immermann, anch'egli trascinato dall'amico Heine nello stile arabeggiante proposto da Goethe. In una sua ode, Immermann canta di un poeta classico (Platen?) che elogia la bellezza di un pastorello, piuttosto che esaltare la bellezza delle contadine del Reno. È per molti un Gossip: chi può essere se non Platen quell'amabile poeta che apprezza un bel pastore bruciato dal sole? Era una diceria omofoba di quell'avvocaticchio insolente che riapre la polemica con la Chiesa Bavarese, peraltro proprio quando questa sta per decidere chi nominare a Erlangen come sostituto di Schelling, il cui candidato naturale sembrava Platen. I Vescovi - Principi prima di Napoleone; e i Vescovi reazionari bavaresi ora sostituiti da Nobili governatori - di prima emanazione sotto il Re conservatore filopapista Ludovico I di Baviera - non potevano consentire la docenza a quello spiantato e deviato poetastro di belle rime, la cui sensibilità pedofila negli anni di Monaco e di Würzburg non è affatto sopita. Il discredito sociale di Platen giustifica il sottile senso di vendetta che emerge allora nella commedia in stile aristofanesco Edipo romantico del 1829. Già fra il 1827 e il 1828, Platen viaggia in Italia e poi soggiorna a Napoli, dove per la prima volta soggiorna a Capri e Sorrento, poi a Salerno, a Paesatum e Amalfi. È la volta di un nuovo amore, il pittore August Kopisch, che anzi gli racconta di come Heinrich Heine e Immermann sparlino di lui nei salotti di Berlino, Bonn e Monaco.
 
Con sapiente scrittura, Barbara Becheroni, da pag. 203 a pag. 228, parla del Poeta delle sue prime vicende napoletane (30 aprile - 30 novembre 1827). L'incipit del capitolo – tratto dal diario - è fulminante: A Napoli tutto è allegria e movimento, la città stessa è come il mare: aperta, libera e piena di vita. I palazzi sono solidi e nobili, le strade larghe e molto luminose. Una sintesi non tanto descrittiva, quanto ironica, soprattutto di fine contraddizione con la realtà miserabile già presente nel diario analogo di Goethe, peraltro rivestita di quel barocchismo letterario che Platenr aveva trovato in Lope de Vega, il commediografo spagnolo del '600che aveva letto a Würzburg. Poi l'amicizia con il Kopisch, qualche segnale di amicizia particolare, poi una risposta curiosa dell'interessato, quindi il progressivo scostamento della vittima, alla fine la condotta fredda e il dolore interiore del nostro eroe. Che fugge malinconico - e con qualche segno di malattia, come si legge a pag. 206.
Non ho amici, sto sempre peggio. Kopisch... l'ho rivisto quando sono tornato, c'era il sole e lui splendeva ancor più del nostro astro. Mi ha stretto la mano, chiedendomi notizie della mia salute. Con un garbo ricercato e distante... Sono solo, compio trentun anni e non ho nessun accanto a me... Non scrivo più, non ho più idee. Non ho più voglie. Me ne devo andare.
 
A Roma, dunque. Il barone von Bunsen e lo scultoreo Thorvaldsen, collaudati amici per comuni esigenze erotiche, gli fanno da sponda, ma il pensiero vendicativo non gli dà pace. Allora viene il momento della Commedia Satirica tratta del grande Aristofane, come Goethe si era rifatto all'Alceste di Euripide per satireggiare il poeta parruccone Wieland. Così Platen va a dileggiare Immermann e Heine, i due romantici alla moda. C'è anche un po' della satira di Machiavelli si pensi alla Mandragola - nella messa alla berlina del povero Immermann, un protagonista dell'Edipo, che nella commedia è chiamato Nimmermann, cioè il signor Nessuno. E poi il giudeo Heine, sotto la veste del Petrarca delle feste dei Tabernacoli l'orgoglio delle sinagoghe, il padre delle genti irrispettose e il traditore del genere umano, uno che nei loro baci trasmette odore di aglio e di spargitore di cattivi odori dalle loro boccette. Insulti che fecero rabbrividire gli stimati colleghi, tanto più che essi credono di essere bravi poeti, attenti avvocati d'impresa, giusti giudici e grandi amatori di nobildonne. Artisti che stavano sulle labbra e nel cuore dalla società tedesca, discriminatoria, sessista, capitalista e filovaticana. I malcapitati poeta e giudice cercarono di smorzare la polemica ben presto: Immermann, appena seppe della preventiva pubblicazione del primo atto dell'Edipo, a stretto giro di conoscenza, bolla il nostro Poeta di essere il Cavaliere errante nel labirinto della metrica, un pupazzo che balla a vuoto. Nondimeno, Immermann rompe con Heine, lasciandolo indifeso nella sua strada di esiliato politico perché avversario del regime prussiano del quale l'avvocato invece è fedele suddito.
 
Vero è che Heine non si contiene più: il mondo accademico reazionario non accetta un giudeo convertito, un poeta mai pentito di essere filonapoleonico e per di più un seduttore di nobildonne al fine subdolo di accattivarsi coloro che promuovono la nomina a professore universitario nelle università bavaresi. Può un banchiere, ovvero un usuraio, divenire docente universitario? Questa è la vendetta di Platen, dietro gli insulti sulla scena. Peraltro una commedia che l'editore Cotta nel 1829 cancellerà da ogni prospettiva di essere rappresentata, aderendo ai dubbi di moralità del direttore del Teatro di Monaco von Poißl. Heine non conclude qui la polemica: nella terza parte dei suoi dei suoi Resoconti di viaggio, i cc. dd. Bagni di Lucca, afferma con violenza che Platen è un falso uomo, visto che ogni suo amore ha un che di passivo sul modello greco presente nel simposio di Platone... Egli è invece una femmina, una di quelli che si credono donne, uomini che piuttosto sono delle Tribadi (oggi, diremmo Transgender). Tale natura disgraziata domina nelle sue poesie tanto belle quanto fuorvianti, oggetto di amori particolari per uomini ... Un amico molto caldo che da Erlangen a Venezia, da Roma a Firenze, da Milano a Napoli, cerca ragazzi biondi fra gli studenti...
Non era più satira classica, ma critica offensiva, un castello di accuse esagerate che obbligherà la Corte di Baviera respingere anche Platen dalla nomina accademica a Erlangen, dove prevarrà invece uno scadente traduttore di Ghazal, tale Rückert, per ironia della sorte rivale dei tre poeti, ma filisteo integrale, un classico servo del potere non lontano al moderno Heidegger filonazista. Intanto il mondo ribolle fra rivolte liberali, rigurgiti democratici e guerre coloniali. Per esempio, il Portogallo diventa reazionario, abolisce la Costituzione del 1826 ed è sottomesso al Re Michele, sotto il benevolo protettorato inglese, dove al Governo la classe imprenditoriale ha chiamato per primo Ministro Lord Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo. Su indicazione dell'economista Ricardo, fautore della libertà di esportazione e di importazione da e per l'estero, Wellington fa approvare una nuova legge sul grano da importazione, fissato da dazi variabili, agganciati al livello dei prezzi sul mercato interno.
Ciò ferma la protesta popolare e rilancia il consumo, ma nel contempo i Whigs reazionari e grandi proprietari minacciano una forte opposizione. Del pari il Belgio è in fermento: cattolici progressisti liberali e i democratici raggiungono un'intesa per annullare discriminazioni rispetto alla popolazione Vallone di lingua francese, nonché pretendono libertà di stampa, di culto e di istruzione. Cessano le questioni di influenza sugli staterelli tedeschi fra Prussia e Russia, che ottiene l'Armenia, ma si riapre però il fronte russo-turco che fa alla prima conseguire il porto di Varna in Bulgaria. E anche l'azione dell'inglese lord Bentinck di stampo amministrativo in India funge da tappo delle questioni interne: si sviluppa in India la sicurezza delle vie interne, si aboliscono i pedaggi, si migliorano le strade e si organizza il sistema di coltivazione del tè e del caffè, prodotti alimentari di cui la Gran Bretagna è ormai forte monopolista, con la conseguente crescita del potere d'acquisto della piccola borghesia. Nondimeno, Guizot e Buonarroti in Francia duellano sul futuro politico dell'Europa, dividendo gli intellettuali politici fra reazionari e rivoluzionari, mentre la classe media trova negli scritti del liberale Adolphe Thiers, storico della Rivoluzione Francese, una via moderata che comunque rinnovi la Costituzione del Paese e riapra il processo di riforme economiche avviate da Napoleone.
Non è un caso che nei Miserabili di Hugo sia presente una larga parte dei personaggi della classe media borghese pronta ad assumere la guida politica della Nazione. Siamo ormai a una svolta storica per l'Europa, che perfino il Poeta bavarese in esame sentirà come sua evoluzione artistica. È il 1830. Mentre a Roma e Napoli succedono rispettivamente a Pio VIII e a Francesco I, Gregorio XVI e Ferdinando II, sempre sulla scia della c.d. Restaurazione Assolutista; a Parigi, il discorso di apertura della Camera fatto da Re Carlo X di Borbone, nel prendere atto di una forte maggioranza liberale, rigetta ogni apertura al riguardo e con la forza fa sciogliere l'Assemblea (Marzo). Le elezioni per il rinnovo del Parlamento francese portano a un nuovo successo dei liberali. Carlo X allora emette quattro ordinanze (25 luglio) che sciolgono la Camera appena eletta, istituiscono un rigido controllo governativo sulla stampa e modificano in modo restrittivo la legge elettorale. In risposta a tali manovre della Corte il popolo parigino prende le armi. È la seconda Rivoluzione. Operai piccoli e borghesi; come nel 1789, di ideali repubblicani, assalgono il Comune di Parigi e prendono possesso della Città. Per evitare un governo democratico e repubblicano, la maggioranza liberale e moderata chiede a Luigi Filippo d'Orleans di varare una monarchia costituzionale.
Luigi Filippo accetta (9 agosto) e fa riscrivere la Costituzione di Napoleone del 1814, emessa al ritorno dall'Elba e valida per i famosi 100 giorni. È una Costituzione borghese sul modello inglese, peraltro già approvata in Sicilia fin dal 1812 per quel Regno che però ha natura censitaria e prettamente riservata a chi è in possesso di titoli di studio e di proprietà. Le masse popolari democratiche - fautrici di quella Rivoluzione, raccontata nelle pagine centrali dei Miserabili di Hugo - saranno largamente insoddisfatte e spesso fino al 1848 non mancheranno di insorgere in nome della democrazia (si pensi al caso dei Canuts di Lione nel 1831). Belgio, Germania, Italia e Polonia poco dopo seguono la stessa strada con esiti diversi: il primo ottiene una netta indipendenza dell'Olanda e una analoga Costituzione (4 ottobre): la seconda - attraversata da moti popolari in Sassonia e Assia (citiamo qui il caso dei 7 professori di Gottinga, fa cui i fratelli Grimm, che riescono a far promulgare al Re Ernesto Augusto di Hannover una moderata costituzione filoinglese) - vede la Prussia alquanto disponibile a introdurre alcune moderate riforme amministrative.
 
In Inghilterra, invece, la Costituzione liberale ormai consolidata da più di due secoli, consente un Governo parlamentare borghese di coalizione più democratica, guidato da Lord Grey e Lord Palmerston, che introducono forti riforme amministrative e finanziarie rivolte a continuare, ora in Cina, una politica colonialista in linea con la domanda di materie prime necessarie allo sviluppo industriale ormai impetuoso (per esempio, nasce la linea ferroviaria Liverpool - Manchester per il trasporto di merci e persone, per la quale viene per la prima volta inaugurata la locomotiva a carbone progettata dai fratelli Stephenson). Due Nazioni però non raggiungono però i minimi obiettivi di conquista dei diritti civili di libertà e democrazia: L'Italia - cui manca ancora il presupposto dell'Unità - e la Polonia, dove l'oppressione russa persiste al pari di quella austriaca per il nostro Paese. I moti liberali del 1831 guidati dal Carbonaro Ciro Menotti, diretti a unificare l'Italia centro-settentrionale, scoppiano nel febbraio e poco dopo anche nello Stato pontificio, fra Bologna e Rimini, nasce un primo debolissimo Stato, le Province Unite. L'intervento della Cancelleria austriaca a difesa di Papa Gregorio XVI, guidata dal Metternich, è pesante: il 26 aprile 1831 l'esercito asburgico conquista con non pochi morti la capitale Ancona, anche se le Potenze Europee suggeriscono al Papa di introdurre qualche riforma amministrativa, vista la debolezza economica di quelle aree.
Il papa rifiuta e perciò la borghesia agraria non rimane soddisfatta, circostanza che favorisce la nascita del nuovo movimento rivoluzionario di Giuseppe Mazzini, La Giovane Italia, che trova in intellettuali postnapoleonici fervidi aderenti, legati da ideali liberali e democratici, quali l'Unità Nazionale, le forma di Stato Repubblicana e la scelta morale della Fratellanza Universale. La stessa rapida involuzione del moto avviene a Modena, dove il tiranno Francesco IV, protetto dalle baionette austriache, fa giustiziare i capi della rivolta, Ciro Menotti e Vincenzo Borelli. Per la Polonia, il processo azionario è analogo e ancora più duro.
Già nel Novembre del 1830, a Varsavia - sotto il dominio russo autorizzato dal Congresso di Vienna del 1815- una forte insurrezione popolare riesce a cacciare la guarnigione russa, cui segue un governo rivoluzionario liberaldemocratico. Ma meno di un anno dopo, l'esercito russo, forte dell'appoggio austroprussiano, massacra i patrioti polacchi nella battaglia di Ostrolenka e riprende Varsavia (settembre 1831). E nel gennaio del 1832, il nuovo governo russo - nominato dallo Zar Nicola I Romanov - fa abrogare la Costituzione del 1830 e opera una persecuzione sistematica di tutti i rappresentanti del parlamento repubblicano. Non concede alcuna riforma amministrativa, né alcun diritto civile.
Molti esponenti sfuggono all'arresto e riparano in Francia, dove formano un'ampia associazione rivoluzionaria. Anima di tale movimento, sarà il musicista polacco Chopin (1810-1849). Arrivato a Parigi, ultima città abitata fino alla morte, conosce Heine e solidarizza con Liszt, Berlioz e Meyerbeer, senza contare uno speciale affetto per il giovane Wagner, all'epoca invasato di idee liberali. Pieno di spirito popolare, Chopin scrive mazurche, danze polacche, notturni, la Grande Polonaise Brillante per pianoforte e orchestra, e varie composizioni nostalgiche sul suo Paese, che infiammano i giovani di tutta Europa, primi fra tutti Mazzini, Marx, Bakunin e Herzen. Spicca poi fra gli scrittori in esilio dell'epoca Adam Mickiewicz (1798-1855), le cui poesie in esilio a Roma e a Napoli, sono di stampo patriottico e di indignazione per le stragi compiute da militari russi nei confronti delle popolazioni di villaggi spesso inconsapevoli della rivoluzione (pensiamo alle stragi odierne di Gaza e in Libano).
 
Proprio in questo periodo, Platen scrive l'opera che lo distingue definitivamente dalla classica interpretazione di poeta puramente moderato, di belle forme, di ricercatore della bellezza coerentemente in linea con l'ideale filogreco di Winckelmann. Neppure la citata reazione dell'Edipo Romantico contro Heine aveva avuto qualche effetto a suo favore. Il malessere malinconico lo perseguita a Roma e nei viaggi di quell'anno per l'Italia centrale. Vede e incontra però i tanti esuli polacchi a Perugia, a Firenze, a Cortona, sul Trasimeno, in Maremma, ad Arezzo, la prima casa del Petrarca; il Vasari e Pietro l'Aretino erano fra i suoi libri preferiti (vd. le pagine 237-255). Poi fino a Genova, Spezia e Porto Venere, Milano. Infine, di ritorno a Siena, ospite del nobile tedesco von Rumhor, che in Toscana abita da anni, intento a raccogliere e a pubblicare ricette locali che giudica essenziali per conoscere la storia d'Italia. Siamo già nel 1829, con l'Edipo Romantico, ormai terminato, Platen ritorna ancora a Venezia. Ancona, Senigallia, Pesaro, Ravenna, ogni città una sosta, un quadro, una villa, un monumento.
Uno stile di scrittura da viaggio che lo accomuna all'odiato nemico Heine, una inconsapevole affinità fra diversi che la critica odierna, anche della Becheroni, non mancheranno di segnalare. Spedito a Cotta, l'Edipo Romantico, già pubblicato, non decolla a teatro. Ne vedemmo la conclusione infruttuosa, per di più lo scherno consegnatoli da Heine, gli bruciava. Poveri genitori, Poveri amici, che dirà Schelling? Quelle oscenità di Heine, erano forse la sua Waterloo? Trieste già gli appare fredda per clima e per persone. Venezia altrettanto. Meglio tornare a Roma. Qui, Platen, pur mantenendo una certa nostalgia, nell'estate del 1829 rivede gli amici: Thorwaldsen, Rebhbenitz e Röstel, Rauch e Waiblinger. Non c'è più l'amato Kopisch, ma se ne fa una ragione. Intanto, il 1830 si mostra al Poeta freddo e doloroso. Sta male per il Carnevale nello spirito e nel corpo. Un lungo Marzo a letto e poi a Primavera la scelta: rivedere Napoli e dunque risalire nello spirito. Ma l'aria della città e del mare lo salveranno? Sceso in un albergo sul golfo di Napoli il 1° Maggio del 1830; il Poeta viaggia spesso per Sorrento, dove conosce spagnoli, inglesi e tanti tedeschi. Sicuramente molti esuli polacchi, che gli leggono i canti del poeta Mickiewicz e le sue filippiche contro lo Zar Nicola. Finalmente fra le sue conoscenze qualche donna, per esempio la signorina Linder, studentessa a Monaco di Schelling (scovata acutamente dalla Becheroni a pag. 278), incontrata fra i vicoli di Napoli e in trattoria, che quasi lo dileggia per le sue singolari rime d'amore. Platen rimane silenzioso e interdetto a scrivere versi un po' diversi nelle taverne dei Quartieri Spagnoli. Lo incontra l'amico Gründel e lo saluta contento di rivederlo a poetare d'amore… Ma Platen gli ribatte serioso: Non scherzare sulle cose serie. Ho saputo dei moti d'Europa dopo la fine di Luigi Filippo di Francia. Ora sono a fianco dei Polacchi contro i tiranni della Russia. Un nuovo salto di qualità di Platen. Una sterzata artistica di prima potenza. È il 1831, al tavolo da pranzo ora stanno le bozze dei cc.dd. Canti polacchi. A dire di Giuseppe Farese (vd. Poesia e rivoluzione in Germania, 1830-1850, Laterza, Bari, 1974) essi rappresentano dopo la riscossa antinapoleonico di Körner, una poderosa e ironica invettiva di un nobile aristocratico contro il mondo militare tedesco. Finalmente libera è la sua versificazione da uno scostante virtuosismo lirico classicheggiante, finalmente ottenuto a vantaggio di contenuti nuovi. Certamente la decadenza delle realtà formali a vantaggio delle verità popolari è appena accennata. Ma il volontario esilio in Italia, la feroce polemica con Heine, l'amore per la libertà e l'odio per i tiranni, sono una svolta rivoluzionaria che ci danno un Poeta al limite fra classico e romantico, un entusiasta per la lotta di liberazione nazionale del popolo polacco. Cos'altro poteva fare se non opporsi alla politica del Congresso di Vienna? Se non criticare un Tiranno? Forse, come suggerisce la Becheroni, anche i Polenlieder sono poesie d'amore per chi combatte eroicamente per la libertà, per un ideale, consapevoli di avere per nemico una forza invincibile (pag. 280). Una poesia qui valga per tutte:
E Lui balla a Mosca
Ammirate le rosse stelle che brillano su Varsavia,/la città dei Vostri Padri, e Voi poveri polacchi,/finitela di piangere! E anche se il cuore vi scoppia in gola,/lasciatelo stare, lasciatelo danzare il Re a Mosca.../Mai un Re così attento al suo popolo si è visto... /Mentre morte e miseria danzavano con voi,/anche lui pensava di danzare con Voi/e quando seppe del Vostro dolore/organizzò per voi una festa da ballo,/e perfino ora sta danzando a Mosca./Guardate come sono belle le sue purpuree scarpette,/cercate presto un cuscino dove potrà riposare./E mentre danza, pensa bene al suo popolo/quanto affetto alle donne mongole e chirghise mostrava.../E tu, madre polacca, perché piangi?/Perché i tuoi gemiti forse possono mitigare fame e gelo?/A te o Polonia, ben più di questo va dato!/Vi prego, o Polacchi, lasciatelo da solo danzare nel suo caldo Palazzo d'Inverno!
 
Nel frattempo, dopo la morte del padre ad Ansbach e il trasferimento della madre a Monaco, sicuramente meno ricca del passato e ora titolare di una modesta pensione legittima del consorte. Platen, lasciato senza speranza di risorse dall'abbandono di Cotta; per fortuna ottiene un vitalizio annuo di 500 fiorini quale effetto della nomina come Poeta di Corte da parte dell'Accademia bavarese di Scienze. Saranno il principe ereditario Max e il duca Graf von Pocci, di passaggio a Marzo del 1832, a rivederlo a Napoli, per poi però riportare alla madre non buone sue notizie di salute. Qualche mese dopo, il Poeta incontrerà la madre. Dopo due anni napoletani - dove era divenuto amico del Principe Ranieri e dopo aver conosciuto Leopardi, legato a lui di un affetto sincero - Platen ritorna appunto in Germania. La Becheroni magistralmente rievoca i giorni del 1833, ormai, gli ultimi, accanto alla madre invecchiata e ingobbita. Presto la voglia di ridiscendere a Roma diverrà una necessità. E la nostra biografa a pagg. 285-286 ci ricorda che in quelle lunghe giornate d'estate, Platen si dà alla storia moderna: compaiono ancora per Cotta il dramma storico La lega di Cambrai; una Storia del regno di Napoli dal 1414 al 1443 (apprezzata dal Croce come fonte opportuna per la sua Storia); La fondazione di Cartagine, il Regno degli Spiriti, decine di epigrammi. Corregge il dramma classico Gli Abbassidi, che sarà pubblicato postumo. La nostalgia di Venezia e Napoli, supera la presenza dalla madre ormai troppo invecchiata. E nel 1834 riprende a viaggiare, ed è di nuovo a Napoli.
 
Come si è anticipato, a settembre frequenta Leopardi, cui dedica una pagina di lodi a margine dell'Edipo Romantico, che volle riscrivere più per puntiglio di drammaturgo amante di Aristofane, che non per ripicca contro Heine, nondimeno perdutosi a Parigi da giornalista, esiliato, ma pronto a riprendere la lotta contro la reazione conservatrice impersonata da Luigi Napoleone, ormai pronto a ricostruire l'Impero. A Firenze, nel 1834 passerà l'inverno, soggetto a coliche addominali molto frequenti, prodromiche a quelle che lo porteranno a breve alla morte in Sicilia, dopo una oscura brevissima permanenza a Siracusa, aggredito dal colera secondo la versione ufficiale, muore qui per motivi forse ben diversi.
Contemporaneamente, la situazione storica generale, fra il 1832 e il 1835, rimane in movimento a vantaggio della politica reazionaria, sempre sulla difensiva rispetto ai moti liberali che portano qualche riforma in Francia. È per l'immobilismo al Papa Gregorio, che Metternich decide di intervenire di nuovo ad Ancona per reprimere l'ennesima insurrezione (Gennaio, 1832). L'arrivo delle truppe austriache spinge il Pontefice a condannare la libertà di coscienza e di stampa, nonché il diritto di rivolta contro un tiranno. Anche il movimento cattolico - liberale di Lamennais è nel mirino. In sintesi, l'enciclica Mirari Vos segna una reazione della Chiesa non inferiore alla vecchia Santa Alleanza del 1815. Di più: anche la Francia di Luigi Filippo, col primo Ministro generale Soult, ufficiale napoleonico, si allinea all'Europa continentale di Metternich e di Nicola I. Solo nella Gran Bretagna di Lord Grey, spiccatamente liberale (il c.d. partito Whig) non si fa alcuna marcia indietro: malgrado il diniego della Camera di Lord nettamente conservatrice, è approvata una nuova legge elettorale, che allarga la platea degli elettori a tutti i capifamiglia che son proprietari o affittuari terrieri al di là dell'estensione della tenuta agraria.
Operazione che è sostenuta da intellettuali romantici come Charles Dickens e Thomas Carlyle. Peraltro, la politica assolutista del Cancelliere austriaco investe la Germania renana, in quanto stabilisce per tutte la Confederazione germanica un decreto di polizia che obbliga ogni Sovrano tedesco a rigettare ogni progetto di legge contenente norme più aperte alle libertà civili, specialmente connesse ad assemblee pubbliche. Malgrado la cultura moderata cattolica cerchi di mediare fra istanze liberali e potere temporale della Chiesa - per esempio, il saggio del Rosmini favorevole al cattolicesimo liberale, le cc.dd. cinque piaghe della Santa Chiesa, prima respinto dal Santo Uffizio Romano e poi pubblicato nel 1848 - benché poi esca a Torino la biografia di Silvio Pellico Le mie prigioni, una storia di vita liberale, pacata e amara testimonianza di un'esperienza tragica di prigionia, accettata con dignità e spirito patriottico; la guerra fra ideologie liberali e conservatrici non risparmia le relazioni estere. Infatti, monta lo scontro militare fra il Pascià d'Egitto e l'impero ottomano come appendice della guerra europea contro lo stesso Impero e l'improvvisa conquista dell'Anatolia da parte degli Egiziani. Si formano due coalizioni, con la Russia sempre in gara per occupare le terre balcaniche e la Gran Bretagna a difesa del Sultano Ottomano. Una pace sorge per fortuna con rapidità: mentre le Potenze occidentali impongono come loro candidato al nuovo regno greco Ottone di Wittelsbach, figlio di re Luigi di Baviera; l'impero turco riprende Damasco, Acca e Aleppo, nonché l'Anatolia.
 
Un gioco di poteri e alleanze nel Mediterraneo Orientale non dissimile dall'attuale crisi del Mar Rosso e lo stretto di Hormuz. I fermenti italiani proseguiranno nel 1833, primo fra tutti le solite insurrezioni liberali carbonare, per esempio a Torino, dove Carlo Alberto, appena eletto Re di Piemonte e Sardegna, non manca di attività repressiva. Come pure a Münchengrätz, i rappresentanti di Russia, Prussia e Austria confermano con un Protocollo la famigerata Santa Alleanza e il relativo diritto di intervento militare a sostegno delle Case Reali. Ideologia internazionale che però non limita la Gran Bretagna a decretare l'abolizione della schiavitù nelle colonie, senza contare l'entrata in vigore di una legge a tutela del lavoro minorile nelle fabbriche. L'Oliver Twist di Dickens, appena stampato a Londra, comincia a fare strada nella coscienza sociale.
Inoltre il Sartor Resartus del Carlyle, critica la società capitalista in nome dell'Idealismo liberale e l'Ettore Fieramosca di D'Azeglio stimola la domanda patriottica. Saggi e romanzi che Platen conosce lungo il suo peregrinare in Italia in quel biennio, caratterizzato dal passaggio del Poeta verso la Storia e il mondo esterno, ormai acquisito, se non nello stile quanto meno nella sostanziale ricerca dell'uomo moderno. Pur non cessando la passione per la filologia classica-per esempio, l'interessante corrispondenza col filosofo Johannes Minckwitz, uno dei primi biografi di Platen e primo curatore delle opere postume nel 1852 - continua a soggiornare a Venezia, a Firenze e a Napoli. Soste che la Becheroni sintetizza attraverso le passeggiate del Poeta nel Golfo di Napoli, il Vesuvio le lunghe gite con Ranieri, nonché nelle cene con amici all'Osteria Villa di Londra, un locale napoletano denso di stranieri, dove fra pasta, pizza e vini locali, ci si scambia storie, versi e pettegolezzi. La fortuna di stare a Napoli, scrive nel Diario, dove fuoco, sole e mare possano lenire il senso di solitudine che opprime gli animi di tanti esuli, specialmente lontani da casa per aver difeso i diritti di libertà politica e umana come è avvenuto per il nostro Poeta. Chissà di cosa si discute al Caffè nel 1835? Forse dell'attentato nuovo primo ministro francese Mortier e alle nuove leggi di Settembre che limitano la già scarsa libertà di stampa e gli arresti illegali di oppositori politici? Forse dell'irlandese Peel, onorevole ai Comuni che se dimette dal Governo liberale Tory e del ritorno del governo Whig di Lord Melbourne? O della successione a Vienna del malaticcio Ferdinando I sul trono asburgico, di fatto retto politicamente dall'onnipotente Metternich fiero nemico di ogni liberale e amico di quel Nicola I prototipo del sovrano più retrivo d'Europa? E che dire dei Turchi a Tripoli, dei Coloni Boeri in fuga dal sud Africa e delle loro scaramucce coi Zulù? Quanto poi alla Compagnia delle Indie e del loro occulto commercio d'oppio in Cina, oppure della rivoluzione dei coloni anglosassoni del Texas contro il tiranno messicano Santana? E si può anche pensare che in quel salone qualcuno legga l'ultima edizione dei Canti di Leopardi, oppure sfogli il papà Goriot di Balzac, il Paracelsus di Robert Browning, La morte di Danton di Büchner, senza contare Le favole di Andersen, arrivate a Napoli fra i tanti viaggiatori discesi dai primi piroscafi a carbone che colà attraccavano dalla Spagna. Sicuramente, Platen avrà ascoltato al S. Carlo la prima della Lucia di Lamermoor di Donizetti scritta dal liberale Cammarano, un tema romantico di amore e morte in scena con uno stile vocale che lo impressiona al pari del pubblico napoletano. Circostanze molto ben messe in luce dell'autrice della sua biografia citata, quando il Poeta passeggia anche in via Toledo e nelle vie antistanti, dove abita proprio Leopardi in casa Ranieri.
Coinvolgente è il dialogo fra i due Poeti, presentato alle pagine 298-299 della predetta biografia, specie nel comune sentimento di piacere nel vedere pubblicati i loro Canti. Gioia per Leopardi, ma un senso di mestizia e quasi di rabbia a stento contenuta per August. Frasi che si concludono con un pensiero che pare provenire dall'Autrice: che cosa terribile essere costretti ad attendere il giudizio di un editore, (o peggio di un funzionario di Stato ignorante come avveniva nel Regno borbonico) anche sulla poesia. E di rincalzo Leopardi aggiunge: Editore o funzionario chino a tentare di scoprire nelle mie povere parole ogni velata minaccia contro l'Autorità dello Stato e della Chiesa. Noi poeti siamo molto pericolosi.
 
Comunque sia, scrivere, per il poeta, è sempre più difficile, tanto più che cresce in lui e in città un'ulteriore preoccupazione: oltre il Vesuvio che tuonava e bruciava, oltre le tante scosse di terremoto connesse, a Napoli aumenta la diffusione del colera. È nota la ricerca di un capro espiatorio per giustificare nelle masse dell'800 la propagazione: le ricerche storiche di Paolo Sorcinelli sull'uomo malato nella storia moderna (del quale vd. Il quotidiano e i sentimenti, viaggio nella storia sociale, Milano, 2002 pagg. 129-133) mettono in rilievo la presunzione di essere vittime del flagello divino, o di essere sepolti vivi, nella Napoli dove l'ambasciatore britannico William Temple, fin dal luglio del 1835, esorta il fratello minore di Ferdinando II, il Principe Carlo, ad allontanarsi dalla Puglia già ampiamente colpita dall'epidemia originata in Crimea. Ma quando Platen chiede al caffè notizie e come preservarsi dal morbo, si rimane evasivi, distratti o comunque rassegnati alla morte. Gli frulla allora in mente di andare in Sicilia, come se il mare fosse uno scudo di fronte alla sporcizia, alle scarse norme igieniche nei teatri e nei luoghi pubblici.
Può Platen aspettare a Napoli di morire ora che le aspettative di vita gli sono migliorate? E dunque decide di andare per la prima volta in Sicilia, come il Vate di Weimar, che lo aveva preceduto con animo non dissimile occorreva andare! Perché come Goethe cercava una terra bella e fiera, piena di arte, figlia di una storia dove decine di civiltà si erano avvicendate. E poi da Palermo a Catania, poi Taormina e Messina... E invece, di nuovo le facezie e le critiche dei napoletani, che temevano più i Borboni che non un colera ancora fantasma. Anzi quasi quasi meglio il colera, una sorte di scure necessaria della Storia... E un bel mattino, al caffè un tale parla tedesco e gli si presenta: Anastasio Grün, nome d'arte del conte Anton Alexander von Auersperg di Lubiana. Un liberale austriaco e partecipante eccelso, difensore del Vormärz, il movimento politico liberale e democratico, nazionalista e socialista, contro la Santa Alleanza. Fiero avversario di Metternich, favorevole al passaggio dall'economia agraria a quella industriale; ma anche decisamente aperto a sanare i problemi sociali sul modello inglese.
Grün lo auspica con metafore e similitudini che trae dalla classicità per estenderle al mondo loro contemporaneo, come nel caso delle sue passeggiate di un poeta viennese, del 1831, quando lo sguardo del passante si posa sui poveri per le strade, i bambini abbandonati, le donne di strada, contadini e gli operai che cercavano di sfamare i propri figli, privi di istruzione e ammalati in tuguri malsani dove prosperava il colera, il tifo e la tisi. Il nostro Poeta nel diario ci offre un'immagine positiva del collega, di cui apprezza l'attenzione popolare amata dallo scrittore Grillparzer, coevo di Platen, indice del clima di reazioni democratiche in Austria e Germania fra intellettuali e progressisti. Era un movimento che si contrapponeva alla letteratura conformista e filogovernativa - il cc.dd. Biedemeier - con autori di rilievo come Lenau, Büchner e soprattutto Heine, scrittore che per tali simpatie è considerato un pontefice verso il realismo socialista già prima del 1848. Platen ne era già convinto, come si è anticipato con le poesie filo-polacche ed era un profeta delle novità politiche che andavano costituendosi al di qua del Reno.
 
Intanto, a metà agosto del 1835 Platen al colmo della crisi psicologica e con qualche dolore interno, con costanti coliche renali e addominali, dispone per testamento di lasciare il patrimonio poetico all'amico Friedrich von Fugger, che nei decenni successivi provvederà a pubblicare i suoi sonetti e ghazal. Tuttavia la paura di essere contagiato dal colera, stimolata dai suoi frequenti disturbi digestivi, lo perseguita tanto che decide di ritornare in Sicilia. È il settembre del 1835, quando il nostro August traverserà il Tirreno da Napoli ancora una volta per Palermo. Qui, nelle ultime pagine della biografia della Becheroni, scorrono gli ultimi giorni della sua vita. Da pag. 307 a pag. 342, emerge dalle pagine del diario qui abilmente tradotte, una contraddizione non tanto del Poeta, quanto e piuttosto quello che la letteratura critica del '900 - e Thomas Mann in particolare - ha voluto definire. Come Visconti ci mostra nel suo capolavoro Morte a Venezia, film del 1971, è riaffermata la lettura di un Platen protodecadente, morto in Sicilia e a Siracusa perché ammalato di bellezza e consunto dall'essere un diverso incompreso. Però la descrizione di Palermo ora è più approfondita, il lungo viaggio interno dell'isola, fra Caltagirone, Palagonia, Lentini e la strada per Siracusa, dove scrive di volersi rifugiare, per evitare il morbo, ci dicono qualcosa di diverso. Invero, guardiamo le fonti ufficiali della sua fine, vale a dire la c.d. verità razionale. Premesso che il diario si chiude definitivamente il 12 novembre del 1835, con la sua entrata a Siracusa, latore di una lettera di raccomandazione per la sua assistenza destinata all'archeologo marchese Mario Landolina; Platen è finito a soggiornare in una locanda popolare in Via Amalfitana nell'isola di Ortigia.
Dalla corrispondenza del Marchese con la madre del Poeta, emerge che questi, per effetto di un sovraccarico di alcolismo e da un suo eccessivo uso di farmaci non idoneo a spegnere i dolori da coliche renali, moriva il 5 dicembre. Inoltre dalla documentazione del Marchese stesso e da fonti del Comune, è noto che fu sepolto nel giardino della sua villa, accanto al cimitero protestante, per il fatto che di tale fede fosse ritenuto appartenente. Una serie di tracce è segnalata dallo storico siracusano Salvatore Chindemi, nell'orazione funebre letta a Siracusa nel 1869, in occasione della costruzione di una statua in onore del Poeta, frutto della pubblica sottoscrizione organizzata da patrioti tedeschi e italiani. In merito alla sua fine, tragica e misteriosa, la Becheroni magistralmente ipotizza una soluzione verosimile, al di là delle valutazioni quasi esoteriche, o meglio sentimentali di Mann, che nel suo famoso saggio del 1930 aveva parlato come causa di morte una strana sovraeccitazione, un esaurimento da contrizioni sentimentali, dove il morbo del tifo o del colera avrebbero celato lo stato di solitudine estrema che lo avrebbero forse portato al suicidio (del resto, anche Heinrich von Kleist lo aveva posto in essere nel 1811, gesto scientemente conosciuto e giustificato dal giovane Platen, cui Mann attribuisce i panni del malinconico Tristano e nell'immortale spirito melanconico di Don Chisciotte, cui fa dire che Qualunque pur tenue legame/che unisce fra loro gli Spiriti/Continua ad agire ciecamente per incalcolabile tempo.
Invero, nella biografia più volte citata, alle pagg. 332 e ss., forse le più romantiche dell'opera, si mostrerà al lettore una certa paura di morire. La predizione di una vecchia indovina domina una notte di straordinaria malinconia, un lento spegnersi del Poeta e le comiche reazioni del Landolina di fronte al cadavere, duettate con arguzia insieme alla proprietaria della locanda e di uno Speziale corso in ritardo al capezzale, forse pentito degli strani farmaci fatti bere al povero ammalato. Elementi di umorismo pirandelliano che non sarebbero dispiaciuti allo scrittore della Forchetta fatale. Poi, l'epilogo ad Ansbach, alla fine di dicembre del 1835. Uno sguardo pietoso e severo che la biografa lancia sulla madre Christine Luise, un ritratto di una vecchia pentita di come aveva trattato il figlio, di cui angosciata legge la fine attraverso una discutibile lettera del nobile siracusano. Il corvo della morte, accovacciato sulla finestra, la fissa con aria di rimprovero, come se ci fosse il figlio ad accusarla per averlo ingiustamente maltrattato.
 
Di fronte a questa interessantissima conclusione sentimentale, non possiamo che plaudire, ma una considerazione razionale ci sembra infine opportuna: chi già legge il saggio-romanzo della Becheroni, non può non spiegare una questione che ci sorge spontanea: se è vero che i suoi diari rappresentano di fatto una sorta baedeker turistico dell'Italia di primo '800, una guida turistica più o meno tascabile che riporti notizie utili per visitare musei e città italiane; se è vero che delle città siciliane dà buone notizie, soffermandosi perfino a Caltagirone e Lentini; è anche vero che dei monumenti di Siracusa tace. Se il diario - iniziato nell'edizione francese il 22 ottobre del 1813 - ha per Platen la singolare natura di valvola di sfogo di tensioni, speranze, disillusioni e prospettive; se esso conserva fra le righe una natura liberatoria - o di rimozione e sublimazione come ebbe a rilevare Freud non appena ne lesse le prime pagine pubblicate nel 1896; la scarsità delle informazioni che reca dal 12 novembre al 5 Dicembre data dalla morte è alquanto strana. Noi azzardiamo un'ipotesi: a leggere le trepidazioni amorose di tanti coetanei presenti in quelle pagine - il monacense compagno di accademia militare Brandenstein; il würzburghese Schmidtlein, il collega di Erlangen von Rotenhan; nonché gli amici Waiblinger a Roma e Kopisch a Napoli - suona sospetto che nelle quasi tre settimane di Siracusa nessun presunto amato sia stato citato. Ché forse qui abbia trovato finalmente il suo amore corrispondente, tanto da distrarlo dalla scrittura? Un quesito che lasciamo ai cultori del Poeta. Certo è che la improvvisa morte del Poeta interrompe ineluttabilmente il suo nuovo cammino estetico. Il suo breve viaggio verso la morte - in un contesto storico che del pari ha per teatro la fine di un primo tempo di disperazione e un terzo tempo più illuminato, con un secondo tempo di speranze - giunge a riflettere i passaggi dell'ode di Tristano, non per caso un suo verso adottato come titolo del libro. Becheroni e lo scrivente sono penetrati nelle memorie di quel tempo lontano, nelle pieghe del suo disagio, svelandone spesso il non detto, disegnando le belle forme del suo linguaggio, ma scavando nel suo tormento interiore. E la critica di Goethe - und hätte der Liebe nicht - che gli imputa forse superficialmente; secondo il critico Gunnar Och nel 2012 merita una indifferibile revisione.
 
 
 
 
Bibliografia
oltre alle fonti citate nel testo, vd.
 
·        AUGUST VON PLATEN, Poesie (1816-1834), Elliot edizioni, 2019, a cura di ANDREA LANDOLFI.

·        Per le nuove riletture di von Platen in Germania, vd. GUNNAR OCH, August Graf von Platen,1796-1835, ed. Università di Erlangen, 1996 (ultima edizione 2012).