martedì 21 luglio 2026

Euripide decima parte. Andromaca, Ecuba, Supplici, Troiane.


 

Torniamo all’Andromaca di Euripide.

Comunque sia, le accuse di Ermione sono  generiche e razziste, dettate dall'umiliazione subita quando il marito le ha preferito la troiana  che risponde alla rivale con un'osservazione intelligente e morale: " Non è per i miei veleni che lo sposo ti odia, ma sei tu non adatta a vivere con lui. E' un filtro anche questo: non la bellezza, donna, ma le virtù rendono felici i mariti"(vv. 205-208).

 

Nell’Opera di Rossini-Tottola, Pirro apostrofa Ermione con queste parole:“Tigre d’Ircania!-Furia spietata!/Chi mai ti supera-In crudeltà?” ( Ermione, II, 6).

 

Andromaca conclude questo primo episodio della tragedia scagliando un anatema contro tutte le donne immorali, o contro tutte le donne esclusa se stessa, se vogliamo dare credito alla nomea di antifemminismo del suo creatore:

"E' terribile che uno degli dèi abbia concesso rimedi ai mortali anche contro i morsi dei serpenti velenosi, mentre per ciò che va oltre la vipera e il fuoco, per la donna, nessuno ha trovato ancora dei rimedi se è cattiva: così grande male siamo noi per gli uomini (tosou'tovn ejsmen ajnqrwvpoi" kakovn)", Andromaca, vv. 269-273.

 

Un antifemminismo certamente professato da Andromaca nel secondo episodio:"non bisogna preparare grandi mali per piccole cose né, se noi donne siamo un male pernicioso (eij gunai'ke;" ejsmen ajthro;n[1] kakovn), gli uomini devono assimilarsi alla nostra natura"(vv. 352-354).

 

Questa tragedia sottolinea anche un'altra caratteristica della mentalità femminile: la convinzione che l'amore sia tutto nella vita[2]: quando Andromaca domanda a Ermione:"dunque tu non vuoi soffrire in silenzio per Cipride?", la ragazza risponde:"e perché? Questa per le donne non è assolutamente la prima cosa?" (vv. 240-241).

 

Menelao cerca di aiutare la figlia a non perdere il marito per la stessa ragione:" Io sto dalla parte di mia figlia, alleato suo, e faccio la guerra combattendo con lei: infatti giudico grave questo: che sia privata del letto (levcou" [3] stevresqai). Gli altri dolori che una donna può soffrire sono secondari, ma quella che fallisce con il marito, fallisce nella vita- ajndro;~ d  j ajmartavnous j ajmartavnei bivou-"(vv.370-373).  Più avanti la stessa Ermione denuncia la cattiva influenza delle donne sulle donne:"Mi hanno rovinata le visite delle donne cattive"(v. 930). La mettevano su contro Andromaca, sicché la ragazza fu trascinata da un vento di follia ascoltando “ i discorsi di queste Sirene [4]astute, maligne, variopinte, chiacchierone"(v. 937).

 

 

Nell'Ecuba  (424) troviamo alcune tematiche ricorrenti in Euripide: il rapporto tra natura e cultura, visto in questo caso con un certo pessimismo pedagogico: l'indole, come aveva già affermato Pindaro[5]non cambia attraverso l'educazione , sebbene anche questa abbia la sua importanza:"Certo questo è strano: se la terra è cattiva, ma ottiene buone opportunità da un dio, produce buona spiga, mentre se è buona, ma non ottiene quanto deve ottenere, dà cattivi frutti; tra gli uomini invece il malvagio non può essere nient'altro che cattivo, mentre il buono è buono, né per una disgrazia guasta la sua natura, ma rimane sempre onesto. Dunque i genitori contano più o l'educazione? Certamente anche essere educati bene, porta insegnamento di onestà; e se uno ha imparato questa, sa che cosa è turpe, avendolo imparato con la norma della virtù"( Ecuba, vv. 593-602).

 

Nelle Supplici (422) di un paio d'anni posteriore all'Ecuba leggiamo invece l'espressione di un incondizionato ottimismo pedagogico, forse per il fatto che si stava preparando la pur malsicura pace di Nicia: Adrasto fa l'elogio funebre dei sette caduti nella guerra contro Tebe poi, rivolgendosi direttamente a Teseo, il Pericle in vesti eroiche, conclude:"Non ti stupire dopo quanto ho detto, Teseo, che questi abbiano avuto il coraggio di morire davanti alle torri. Infatti essere educati non ignobilmente comporta il senso dell'onore: e ogni uomo che ha esercitato la virtù si vergogna di diventare vile. Il coraggio è insegnabile (eujandriva didaktovn ), se è vero che il bambino impara a dire e ad ascoltare quello di cui non ha cognizione. E quello che uno abbia imparato, suole conservarlo fino alla vecchiaia. Così educate bene i vostri figli"( Supplici, vv.909-917). 

 

Tornando all'Ecuba  e al  tema del carattere femminile, la regina, parlando con Agamennone,  sostiene che la donna  può essere più forte, o più violenta del maschio:"E che? non furono delle donne a uccidere i figli di Egitto e non spopolarono Lemno completamente dai maschi?"(vv. 886-887).

Sono casi notissimi di violenza femminile: del primo si trova l'antefatto nelle Supplici  di Eschilo, il secondo è menzionato anche da Dante:"poi che l'ardite femmine spietate/tutti li maschi loro a morte dienno"(Inferno , XVIII, 89-90).

 In effetti poi il grido del re di Tracia Polimestore acciecato è: "Delle donne mi hanno mandato in rovina" gunai`ke~ w[lesavn me ( Ecuba, v.1095). Queste furie, Ecuba e le altre prigioniere,  non si limitano a cavare gli occhi al traditore re di Tracia, ma ne uccidono i figli: "all'improvviso, tirate fuori le spade dai pepli, chissà da dove, trapassano i bambini"(vv. 1161-1162). Quanto alle donne, conclude Polimestore, non se n'è ancora detto male abbastanza, e, volendo fare una sintesi, si può aggiungere:

"una razza del genere non la nutre né la terra né il mare; chi via via ha a che fare con loro se ne accorge"(vv. 1181-1182).

 

Nelle Troiane  i due temi della barbara e della donna confluiscono nel discorso di Andromaca, figura evidentemente cara a Euripide. Ella sciorina tutta la sua domestica virtù di moglie alla suocera affranta, per significarle, però, che tanto valore accompagnato da una buona fama non l'ha preservata dalla disgrazia. Si tratta dei vv.643-656.

La reputazione conseguita a tanta virtù muliebre, aggiunge la vedova di Ettore, non mi ha portato fortuna, poiché dopo la caduta di Troia:"il figlio di Achille volle prendermi come concubina; ed io dovrò essere schiava nella casa degli omicidi"(659-660).

 

 Ebbene tale cambiamento, non solo di sorte ma anche di amante, è insopportabile per una onesta"Sebbene dicano che una sola notte basti a placare l'avversione di una donna per il letto di un uomo, tuttavia io sputo in faccia a colei che, messo da parte il marito di prima per nuove nozze, ama un altro; anzi neppure una puledra, quando viene separata dalla compagna con la quale fu allevata, trarrà volentieri il giogo. Eppure le bestie sono prive di parola e non hanno l’uso della ragione, e per natura sono inferiori"(Troiane, vv. 666-673).

Segue l'elogio di Ettore e del loro amore, in termini che echeggiano quelli del sesto dell'Iliade , quindi la conclusione, sconsolata per se stessa, ancora malamente viva, e consolatoria per la suocera che piange la figlia morta:"Io,  caro Ettore, avevo in te un uomo che mi bastava, grande per intelligenza, nobiltà, ricchezza e forza. E dopo avermi presa vergine dalla casa di mio padre, per primo aggiogasti il mio letto verginale. E ora tu sei morto, ed io navigherò verso l'Ellade, prigioniera di guerra destinata a un giogo servile. Non ha forse mali minori dei miei mali la morte di Polissena che tu piangi?"

( Troiane, vv. 673-680).

 

Pesaro 21 luglio 2026 ore 11, 49 giovanni ghiselli

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[1] All'interno del percorso vedremo che Ippolito  sdegnato con la matrigna, è talmente disgustato e terrorizzato dalle donne da definirle  ingannevole male per gli uomini (" kivbdhlon ajnqrwvpoi"  kakovn ", v. 616), male grande ("kako;n mevga", v. 627), e frutto dell'ate ("ajthrovn...futovn", v. 630) ossia dell'accecamento.

[2] "La donna ama credere che l'amore possa tutto ,-ed è questa la sua caratteristica superstizione " F. Nietzsche, Di là dal bene e dal male , p. 200.

[3] Vedremo che nell'Alcesti e nella Medea il letto è il mobile più importante della casa.

[4] Vengono ricordate nell'aria cantata dal Figaro di Mozart-Da Ponte nell'ottava scena del quarto atto:"Aprite un po' quegli occh/ uomini incauti e sciocchi,/ guardate queste femmine,/ guardate cosa son.

//Queste chiamate Dèe/ dagli ingannati sensi,/ a cui tributa incensi/ la debole ragion,/ son streghe che incantano/ per farci penar, /Sirene che cantano/ per farci affogar" ( Le nozze di Figaro del 1786).

[5]  Nella Seconda Olimpica , :" saggio è chi sa molto per natura", v. 86.


Riccardo il criminale timorato. Forse ha sbagliato destino. XXXIII.


 

La ripetizione ossessiva degli spettri che gli hanno gridato “despaire and die” ha funzionato come ora funziona il ripetersi ossessivo degli annunci pubblicitari.

 Tale iterazione martellante ha portato Riccardo a disperare appunto.

 

Negli Acarnesi di Aristofane (425 a. C.) c’è un rifiuto antico della  pubblicità da parte del cittadino giusto, il protagonista Diceopoli che fa:

"guardo verso la campagna, sono desideroso di pace,

e odio la città mentre desidero il mio villaggio,

che mai disse: compra il carbone"

né l'aceto, né l'olio, e nemmeno conosceva quel "compra" privw"[1],

ma lui produceva tutto e il comprare che stanga non c'era"(32-36)

 

 

 Riccardo si sveglia sconvolto.

Chiede un altro cavallo (V, 3, 178) prefigurando il grido finale (V,5, 7)

Grida anche: “Bind up my wounds!”, fasciatemi le ferite! (V, 3, 178).

Per ora sono quelle dell’anima la cui corazza si sta sgretolando, come sta cadendo la maschera di regale superiorità e invincibilità che Riccardo si era costruita aiutato dai successi.

Ma ormai questi sono finiti.

 

Lucrezio ci insegna che  gli uomini si scoprono adversis in rebus, nell’avversa fortuna: allora finalmente erompono dal profondo del petto le vere voci, la maschera cade e rimane l’essenza

Nam verae voces tum demum pectore ab imo

eliciuntur  et eripitur persona, manet res (De rerum natura, III, 58-59).

 

Riccardo cerca di reagire dicendo “I did but a dream” 179, ho solo fatto un sogno.  Quindi se la prende con la coscienza che aveva sepolto mummificata e si sta risvegliando: “ O  coward conscience, how dost thou afflict  me!”, (180) o coscienza vigliacca, come mi tormenti!

Più avanti dirà ai gentlemen del suo seguito che la coscienza è solo una parola che usano i vigliacchi, inventata per tenere in ansia i forti (V, 3, 310-311)

Ma intanto,  finchè è solo, dice: “ cold fearful drops stand on my trembling flesh” (182),  gocce fredde di spavento coprono la mia carne tremante.

 

La parte emotiva preponderante.

Il fatto è che una parte del nostro animus non è controllabile dalla volontà e dalla ragione. Un conto sono le teorie, le idee che facciamo nostre dopo che ce le hanno inculcate, un altro l’emotività, ed è vero che spesso i nostri ragionamenti servono solo a travestire e mostificare i sentimenti.

Si pensi allo qumov" preponderante diella Medea di Euripide (1079) e si ricordi quanto dice  Fedra nell'Ippolito di Euripide :"bisogna considerare questo:/il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou'men), alcuni per infingardaggine (ajrgiva" u{po),/ alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l'ozio, diletto cattivo, (scolhv, terpno;n kakovn) l'irrisolutezza"(vv.379 - 385).

Anche Riccardo, come Macbeth è arrivato alla resa dei conti e comincia a essere stanco del sole, della vita, di se stesso.

Il darsi animo

Eppure cerca di reagire con quel darsi animo che T. S. Eliot considera come derivato a Shakespeare da Seneca  la cui Medea ripudiata da Giasone dice  "Medea superest " (Seneca, Medea, vv. 166 ), Medea c’è ancora.  Conseguentemente nell’ Antonio e Cleopatra, Antonio fa:” I am Antony yet " ( III, 13, 92.) e nel Giulio Cesare il duce romano dice che personalmente non teme Cassio anche se Cassio è temibile  for always I am Caesar ( I, 2, 211) dato che sono sempre Cesare
Ebbene, Riccardo dice; “Richard loves Richard, that is. I and I (V, 3, 184), Riccardo ama Riccardo, cioè, Io sono io.

E’ un Io comunque in contaddizione con se stesso: Riccardo dice di amarsi, poi di odiarsi: I love myself (188) poi O no, alas, I rather hate myself/for hateful deeds committed by myself (190-191), o no, piuttosto odio me stesso per gli odiosi misfatti che ho commesso.

Quindi “I am a villain, yet I lie, I am not” (191), sono una canaglia, oppure mento, non lo sono. E’ un’identità caduta in crisi, sottoposta a giudizi duri quanto quelli dei suoi avversari.

Segue una unificazione negativa delle mille lingue diverse della coscienza: ciascuna racconta ua storia diversa and every tale condemns me for a villain (196)  e ogni storia mi condanna come canaglia.

Tutti i suoi peccati si accalcano alla sbarra Throng to the bar , crying all, ‘Guilty. Guilty!’, e tutti gridano: colpevole, colpevole!”

La conclusione davvero disperata di questo perdente che ora fa pena è che nessuno ha pietà di lui, nemmeno lui di sé stesso.

“and if I die, no soul will pity me- and wherefore should they, since that I myself –find in myself no pity to myself? (202-204)

 

Questo succede quando diamo maggior credito al luogo comune sentito dire e ripetere –despaire and die nella fattispecie- che a tuttto il resto.

La ripetizione ossessiva è il metodo della pubblicità.

Seneca:"nulla res nos maioribus malis implicat quam quod ad rumorem componimur " (Seneca, De vita beata , 1, 3), nessuna cosa ci avviluppa in mali maggiori del fatto di regolarci secondo il "si dice".

Quindi: “si ad naturam vives, numquam eris pauper; si ad opiniones, numquam eris dives” (ep. 16, 7), se vivrai secondo la natura, non sarai mai povero, se secondo i luoghi comuni, non sarai mai ricco.

 

La natura di Riccardo è quella dell’uomo malvagio, ma non tanto  salda da  sbarazzarsi delle immagini oniriche che lo maledicevano. Ognuno dovrebbe sapere con chiarezza qual è il suo carattere che si identifica con il destino per non sbagliare destino e vivere quello di un altro.

 

Pesaro 21 luglio 2026 ore 10, 56 giovanni ghiselli

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[1] Imperativo dell'aoristo III di privamai, "compro". pwlevw, vendo.


Riccardo III. trentaduesima parte. Gli incubi di Riccardo, seconda parte.


 

 

Gli spettri che, dopo avere maledetto Riccardo, benedicono Richmond e la nuova era di pace e prosperità inaugurata da questo Tudor, non dicono il vero, forse perché hanno “mala luce”, una vista cattiva come i dannati di Dante. Il figlio di Richmond-Enrico VII- cioè Enrico VIII farà scorrere nella sua corte non meno sangue di quello versato da Riccardo III.

 

Altre voci spettrali vengono a Riccardo dal senso di colpa e dalla percezione della propria debolezza

 

Continua la processione degli spettri che si aggirano nella tenda di Riccardo come lo spettro del comunismo per l’Europa all’inizio del Manifesto del Partito Comunista di Marx-Engels. Riccardo per giunta “assomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze infere da lui evocate”, come la “società borghese moderna” che  “non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse”. Al pari di Riccardo

 

Compaiono lo spettro di Rivers, fratello della regina Elisabetta, quello di Grey, figlio di Elisabetta e di Sir Thomas Vaughan. Tutti rinfacciano a Riccardo i suoi crimini, lo maledicono e gli predìcono la sconfitta mentre prevedono la vittoria di Richmond.

In alcune tragedie di Euripide (l’Ecuba e le Baccanti per esempio) si assiste a un capolgimento per cui il personaggio prepotente come Penteo o criminale come Polimestore, è odioso finché cade talmente in rovina e viene così duramente colpito dal contrappasso che, se pure non diventa simpatico, può suscitare della compassione.

 

Lo spettro di Hastings che rimasto isolato nella riunione dentro la torre e  condannato a morte per la sua onestà è  efficace nell’imprecazione contro Riccardo.

Lo apostrofa con queste parole: “bloody and guilty-guiltily awake –and in a bloody battle end thy days (V, 3, 148-149), sanguinario e colpevole, svegliati con I sensi di colpa, e finisci i tuoi giorni in una battaglia cruenta.

Non c’è tregua allo scorrere del sangue in questi drammi sulla lotta per il potere.

 Clitennestra chiede a Egisto di non proseguire sulla via dei delitti:

“basta sciagure: non dare inizio a nulla: siamo già insanguinati hJ/matwvmeqa ( Agamennone, vv. 1657-1658).

Clitennestra vorrebbe spezzare la catena ma il loro delitto non sarà l'ultimo anello.

Come quelli di Riccardo nella corte reale inglese.

 

 

Quindi di nuovo despaire and die  (149)

 

Richmond invece viene invocato da Hastings come “spirito tranquillo e sereno che deve vincere per amore della bella Inghilterra”.

Ci penserà suo figlio Enrico VIII ad avviare una niova catena di delitti dentro la corte, questa è una mia aggiunta.

 

Qundi gli spettri in coro  rinfacciano a Riccardo i nipoti smothered in the Tower (152), soffocati nella torre: questo delitto per il contrappasso dovrà soffocare l’assassino pesando come piombo sul suo petto e schiacciandolo.

Non c’è alcuno spazio per il pentimento e il perdono.

A Richmond l’augurio di generare una stirpe felice di re.

 

Sarà quella dei Tudor celebrata da Shakespeare nell’ Enrico VIII   dramma del 1613 scritto in collaborazione con John Fletcher. Un altro re sanguinario la cui vittima più illustre, Thomas More,  è appena nominato 

    Alla fine di questo dramma verrà santificata anche la piccola Elisabetta, la futura regina.  La verità sarà sua nutrice: Truth shall nurse- latino nutrio-nutrix her (Enrico VIII, V, 4, 28), avrà come consiglieri pensieri santi e devoti e sarà amata e temuta she shall be loved and feared (30). Conclusa la sua vita perfetta in questo mondo di tenebre, Elisabetta sarà una stella in cielo, una stella fissa (47) dopo essere morta ancora vergine yet a virgin, a most unspotted lily- latino lilium (61), il più immacolato dei gigli. Il mondo intero prenderà il lutto per lei

Il dramma Enrico VIII  si conclude conclude con l’auspicio che la piccina renderà quel giorno un Holy-day, un giorno  santo.

 

Torniamo al Riccardo III. Entra lo spettro di lady Anne, la moglie

Il contrappasso qui sta nel fatto che la donna corteggiata con le promesse ingannevoli che abbiamo visto, poi tenuta piena di ansia e  paura nel letto matrimoniale dove non ha dormito un’ora tranquilla con il consorte, adesso nell’ora cruciale riempie il sonno del marito con l’angoscia: now fills thy sleep with perturbation (162).

Riccardo dalla turbata mens, ha ucciso il sonno con i suoi delitti al pari di Macbeth  (II, 2),

 

Durante la battaglia Anne tornerà in mente al marito assassino e gliela farà pagare

A Richmond  invece Anne augura il successo.

 

Infine entra lo spettro di Buckingham il complice poi caduto in disgrazia, passato dalla parte dei ribelli, catturato e decapitato.

Gli augura di morire in terror of thy guiltiness (171)  nel terrore della tua colpevolezza.

Il terrore delle nostre colpe non interviene prima della percezione della nostra debolezza.

"Il successo e la fortuna sono in noi. Dobbiamo tenerli: saldi, profondamente. Appena qua dentro qualche cosa comincia a cedere, a stancarsi, a perder forza, tutti quelli intorno a noi si sentono liberi, si ribellano, recalcitrano, si sottraggono al nostro influsso. Allora un guaio viene dopo l'altro, batoste su batoste, e si è liquidati"[1].

 

Alessandro Magno che aveva fatto uccidere Filota e il padre di lui, il vecchio generale Parmenione luogotenente di Filippo II e probabilmente anche il proprio padre lo stesso Filippo,  non si curava dei presagi finché sentiva la sua buona salute e il proprio demone favorevole.

Ma quando l'indovino Pitagora gli disse che aveva trovato nelle vittime sacrificali un fegato senza lobi h|par a[lobon (Plutarco, Vita, 73, 5),  Alessandro disse: " papai; ijscuro;n to; shmei'on", ahi, un segno forte!

Plutarco nota che Alessandro era diventato taracwvde~ kai; perivfobo~ (75), incerto e pauroso da quando si era affidato ai segni divini. Lo storico-biografo e moralista commenta dicendo che se l’incredulità (ajpistiva) e il disprezzo (perifrovnhsi~) nei confronti del divino è terribile (deinovn), terribile d’altra parte è anche la superstizione (deinh; d  j au\qi~ hJ deisidaimoniva) che come la pioggia cade sempre sul terreno depresso (divkhn u{dato~ ajei; pro;~ to; tapeinouvmenon, Vita, 75, 2)   

 

 Poco prima di morire (inizio dell'estate del 323 a. C.) il Macedone si sentiva la morte addosso e non era più se stesso, perché questa volta non ebbe la forza di volgere il segno in proprio favore .come aveva fatto prima della battaglia di Gaugamela (331 a. C.), per esempio.

 

Dunque anche Riccardo pre-sente la propria morte e questi spettri sono voci della sua stessa anima.

A questo punto si sveglia di sobbalzo

 

  Pesaro 21 luglio 2026 ore 10, 37 giovanni ghiselli

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[1] T. Mann, I Buddenbrook, p. 276.


Riccardo III La notte con i primi spettri- XXXI


 

 

Dio talora viene invocato senza essere chiamato per nome in quanto tutto è pieno di dèi come affermò Talete.

 

Ora siamo nella tenda di Richmond dove entra Stanley, conte di Derby che è suo patrigno perché ne ha sposato la madre vedova.

I due si scambiano auguri e benedizioni. La tenebra friabile flaky darkness ( V, III. 87) si sta squamando a Oriente e l’ora fatale si avvicina.  Arbitra sarà la guerra.

 

Stanley deve prendere tempo e giocare d’astuzia per evitare che suo figlio George ostaggio di  Riccardo, venga ucciso dall’usurpatore sanguinario

Richmond lo fa accompagnare al suo reggimento,  poi va “to take a nap-lest leaden slumber peise me down tomorrow” (105-106) ad appisolarsi per ervitare che il plumbeo sonno mi schiacci domani quando invece dovrei levarmi con ali di vittoria.

Il sonno fruito è balsamo delle anime ferite balm of hurt minds " come lo chiama Macbeth (già citato Macbeth, II, 2), mentre il sonno di chi non ha dormito è un peso plumbeo che grava sulla testa.

 

Gli altri escono e Richmond si inginocchia per pregare

Invoca dio con un O Thou-109- o Tu, senza dargli un nome,  come si fa nella preghiere a Dio-chiunque egli sia o chiunque Tu sia.

Una preghiera di Edipo inizia con Quisquis deorum regna placatus vides  (Seneca, Oedipus, 248), chiunque tu sia tra gli dèi che guardi il potere regale con occhio benevolo.

"Chiunque tu sia" è una formula liturgica che risale all'Odissea: Ulisse quando giunge naufrago e malridotto nell'isola dei Feaci rivolge una preghiera al fiume che lo ascolta, ferma la corrente e lo accoglie:"Klu'qi, a[nax, o{sti" ejssiv " (V, 445), ascolta signore, chiunque tu sia. E' l'uomo stremato che si abbandona a una forza della natura sapendo che "tutto è pieno di dèi"[1].

 Ritroviamo la formula nell'Agamennone di Eschilo ( Zeuv", o{sti" pot j ejstivn, Zeus chiunque mai sia, v.160);

 Nelle Troiane di Euripide, Ecuba dice: “  o{sti" pot j ei\ suv, dustovpasto" eijdevnai-Zeuv" ,  vv. 885-886 , chiunque mai tu sia,  Zeus che non dai congetture dalle quali conoscerti, sostegno della terra che sulla terra hai sede (884), sia necessità di natura (ajnavgkh fuvsewς) sia mente dei mortali (nou'ς brotw'n, 886), io ti prego.

 

Richmond chiede a questo Dio cui dà del tu, un dio amico che guardi le sue forze con occhio benevolo-with a gracious eye (110) - che può far pensare al sole il quale vede tutto come si legge in diversi autori greci e latini  e pure in  Shakespeare:"the all-seeing sun ne'er saw her match, since first the world begun " , il sole che tutto vede non ha mai visto una sua pari da quando il mondo è cominciato, dice Romeo di Giulietta all’amico Benvolio[2].

Richmond poi prega Dio  di mettere in mano i ferri dell’ ira-irons of wrath (111)  ai soldati che stanno dalla parte giusta.

 

Si è persa l’obiettività epica della storiografia classica: la storia è diventata iudicium Dei adversus paganos, quindi adversus victos  da Paolo Orosio (380- 429) discepolo e collaboratore di Agostino.

 

I vincitori saranno ministri della punizione divina.

Detto questo Richmond affida l’anima to Thee a Te, a questo dio Ignoto, senza nome, e va a chiudere le finestre degli occhi, chiedendo protezione nel sonno e nella veglia.

 

Tutt’altra è la situazione notturna di Riccardo,  il Malo.

Appaiono gli spettri delle sue vittime.

Prima quello del principe Edward figlio di re Enrico VI.

All’usurpatore ricorda come venne da lui pugnalato e lo maledice con la formula che verrà ripetuta dagli altri morti ammazzati : despaire ad die (127, dispera e muori.

Invece Richmond riceve incoraggiamento e benedizioni dai medesimi spettri.

Segue re Enrico VI: “Think on the Tower and me: despair and die” (127), pensa alla torre e a me: dispera e muori.

A Richmod  viceversa dice: “Virtuous and holy , be thou conqueror (127), vituoso e santo, sii vincitori.

Il male è tutto da una parte, il bene completamente nell’altra.

Mancano i dissoi; lovgoi i discorsi contrapposti  della sofistica e della storiografia antica.

Quindi  appare lo spettro del fratello Clarence con un altro tristo annunzio di futuro danno:  andrà posarsi pesantemente sull’anima di Riccardo durante la battaglia.

Ricorda che morì immerso in un vino disgustoso.

In The Waste Land T. S. Eliot scrive “Fear death by water” (v.55), temete la morte per acqua. Clarence ha subito la morte per vino

La sua vita si  era annegata, annullata, nella botte di Malvasia, come ricorda il seduttore di Emma Bovary[3].

 

 

Il fratello fatto assassinare augura a Riccardo che durante la battaglia la  spada gli cada con  il filo smussato. Quindi l’immancabile, dovuto: “despair and die” (136)

Poi Clarence saluta Richmond quale “ offspring of the house of Lancaster” (137), progenie della casa di Lancaster,  e si presenta come uno tra the wronged heirs of York,   gli eredi oltraggiati della casa di York  che pregano per il loro vendicatore: “good angels guard thy battle, live and flourish” (139), angeli benefici proteggano le tue truppe: vivi e prospera.

 

 

Bologna 21 luglio 2021 ore 10, 11 giovanni ghiselli

p. s.

Purtroppo la grande luce friabile già da metà luglio si sta sgretolando. Saranno contenti gli ottenebrati, quelli che preferiscono la tenebra appunto perché le loro opere sono malvagie e devono coprirsi di vesti poiché sono malfatti.

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[1] E' una massima panteistica (pavnta qew'n plhvrh) attribuita a Talete (Aristotele, Sull'anima, 411a 8.

[2] Romeo e Giulietta  (I, 2). Quando il sole si accieca la scena assume "an atmosphere of Juliet's tomb"[2], un'atmosfera da tomba di Giulietta  (T. S.Eliot, Portrait of a Lady, Ritratto di Signora, del 1917  

 

[3] Flaubert, Madame Bovary, parte seconda capitolo XII (p. 156)

 


Il desiderio richiede attrazione fisica e mentale. Nefertiti a Bologna. Il primo viaggio nell’Ellade. Le formiche del Peloponneso.

de.

 

Subito dopo il 20 agosto del 1976 tornai in Italia e ripresi a studiare dalla mattina alla sera i miei classici. In ottobre fui sistemato nel liceo Minghetti di Bologna dove il preside gentiluomo Piero Cazzani mi aiutò a imparare l’arte dell’educatore. Nei ritagli di tempo nei quali mi permettevo di non studiare, scampoli davvero esigui poiché volevo conquistare anche gli allievi di questo istituto in aggiunta a quelli del Rambaldi di Imola del preside gentiluomo Davide Ciotti, cercavo una donna dotata di mente, dopo la relazione insoddisfacente con la palermitana Nefertiti,  e, siccome a un’azione sbagliata ne succede spesso un’altra errata dalla parte opposta, entrai in contatto con una collega il cui aspetto non mi attraeva abbastanza .

Non potevo trasmetterle quello che non sentivo. Riguardo a tale carenza di attrazione  le donne non si sbagliano: del resto simulare il pathos erotico è quasi impossibile, anzi proprio impossibile, come fingere l’erezione stimolata dal desiderio  e benedetta da Priapo.

Ho in mente questo pentamentro dagli epigrammi di Marziale: ““Crede mihi, non est mentula quod digitus”   (VI, 23, 2).

Se non c’è un forte desiderio nemmeno il corteggiamento può essere efficace, anzi pure il pathos oratorio rimane languido e si fa contumace.  .

Fac tantum cupias: sponte disertus eris ci insegna Ovidio maestro d’amore  (Ars Amatoria, I, 608), pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo.

 

Un dialogo c’era, ma  non toccava mai il problema di fondo che era la mancanza di attrazione, reciproca per giunta. 

Così in primavera smettemmo di frequentarci, e io nel dolore compresi che la spinta sensuale  non è meno importante di quella spirituale.

Ci sono due tipi di imbecilli: l’uno dice che la venustà dell’aspetto è tutto, l’altro che è niente. Io dico che non è poco, anzi è molto, però non è tutto. 

 

Nel Simposio di Platone, Diotima professoressa dell’amore, insegna a Socrate che Amore  è la tendenza a possedere il bene per sempre (206 a) e che vuole la procreazione nel bello secondo l'anima e secondo il corpo:"tovko" ejn kalw'/ kai; kata; to; sw'ma kai; kata; th;n yuchvn" ( 206 b).

 

Nel luglio del 1977  venne a trovarmi a Bologna Nefertiti. Facemmo l’amore, poi ripartì lasciandomi senza alcun rimpianto. Mi piaceva abbastanza per un rapporto erotico,  ma avevamo ben poco da dirci, quasi niente. L’estate a Bologna o a Pesaro non prometteva grandi incontri.

Sicché mi dissi: “ Quasi quasi mi imbarco”. Una battuta che avevo sentito in un film, Il sorpasso, dove Vittorio Gassman faceva il cialtrone, come tante altre volte.  

Ma io lo avevo detto sul serio, quindi montai sulla bicicletta e mi diressi verso il porto di Brindisi per salire sul traghetto diretto alla Grecia. Era la prima volta che andavo verso l’Ellade amata.

Ero con Fulvio, diventato e restato l’ amico migliore, lo spirito buono dei viaggi che facevamo insieme, l’occhio della via che ora mi manca-poqevw ojfqalmo;n th`" oJdou`. 

Quel debutto nell’Ellade invero non andò benissimo: a San Benedetto del Tronto precipitai dal velocipede urtando con la ruota anteriore quella posteriore di Fulvio. Sbattei il  petto sul duro selciato e mi ruppi una costola. Proseguìi tra dolori acuti fino a Termoli dove andai nell’ ospedale per una visita al petto offeso.  I medici mi diedero del pazzo per i tanti chilometri pedalati in quello stato e mi convinsero a lasciare la bicicletta. Proseguìi con mezzi pubblici. Vedevo Fulvio la sera.

Invalido com’ero,  guardavo con invidia e ammirazione i balestrucci sfrecciare nel cielo e l’amico che arrivava in albergo dopo ore e ore sui pedali, beato nel sole e nel caldo, fortunato lui.

In questo primo viaggio notai subito le formiche del Peloponneso come vidi che erano  grandi il doppio delle nostre e mi convinsi del tutto che il calore del cielo favorisce e incrementa la vita. Sentivo ch quel sole ardente aiutava la mia costola a rinsaldarsi come sta facendo questa estate con il femore rotto un anno fa. In Grecia mi infusero gioia i colori vivaci dei fiori, del mare, dell’aria.

Mi commossero le sculture del maestro di Olimpia, in particolare quelle del frontone occidentale raccolte in un Museo, piccolo in quel tempo, però elevato su un colle illuminato dal sole al tramonto che le benediceva. Rappresentano un conflitto tra il caos dei bruti e il cosmo ordinato da Apollo. Vi riconobbi la stessa storia della vita mia, la mia volontà di sconfiggere i mostri incontrati fuori e dentro di me fin da bambino.

Andammo anche a Micene dove Fulvio, mentre eravamo stesi su brandine poste sulla terrazza dell’ostello sotto le stelle,  ricordò l’assassinio di Agamennone, di Clitennestra e della loro figliola, marito, moglie e figlia   il cui sangue cola ancora su molte famiglie infelici. Salimmo poi a Delfi, io in autobus, Fulvio in bicicletta più beato di me, e pregammo sull’ombelico del mondo, ciascuno per suo conto chiedendo la grazia della salute  e le grazie di deliziose ragazze. Chiedevo di progredire nell’ amore e nel lavoro come avrei fatto tante altre volte, non solo a Delfi ma anche a Dodona, a capo Sunio, sul Partenone, nel tempio montano e remoto di Apollo Epicurio, cioè soccorritore,  e pure in altri luoghi dell’Ellade, la Grecia che è un paradiso ancora tutto pieno di poesia, di mito e di dèi.

Tornato a Termoli, recuperai la bicicletta e pedalai fino a Pesaro: egregiamente. Ero guarito e  mi sentivo un leone. Fulvio mi domandò perché pedalassi con tanto impeto. Nominor quoniam  Ioannnes, risposi.

Pesaro 21 luglio  2026 ore 9, 38 giovanni ghiselli

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