mercoledì 1 luglio 2026

Prometeo quale segno di contraddizione: ha suscitato anche forti simpatie nella cultura europea.


 

Alessandro Magno lo considera una delle sue prefigurazioni.

Nel dialogo Prometeo o il Caucaso  di Luciano (125-185 d. C.) il Titano si difende davanti a Ermes. Dice che il suo furto fa parte degli scherzi che rallegrano i simposi i quali altrimenti sono gravati da ubriachezza, sazietà, silenzio.

 Lo sdegno di Zeus mostra molta piccineria e volgarità di sentimenti. Prometeo  rivendica il merito di avere plasmato gli uomini che abbelliscono la terra e onorano gli dèi. Delle donne, parimenti fatte da Prometeo, gli dèi si innamorano e per incontrarle scendono sulla terra trasformati in tori, cigni, satiri. Il fuoco poi è usato per i sacrifici agli dèi.

 

Il Goethe stürmeriano  rappresenta Prometeo che dice: "Io non conosco al mondo/nulla di più meschino di voi, o dèi/…Io renderti onore? E perché?/Hai mai lenito i dolori/di me ch'ero afflitto?/

Hai mai calmato le lacrime/di me ch'ero in angoscia?/…Io sto qui e creo uomini/a mia immagine e somiglianza,/una stirpe simile a me,/fatta per soffrire e per piangere,/per godere e gioire/e non curarsi di te,/come me!"[1].

 

Percy Bysshe Shelley  (marito di Mary Godwin Shelley) scrisse il dramma lirico Prometheus unbound nel 1820. Nell'introduzione l'autore afferma che il Titano ribelle potrebbe essere assimilato al Satana di Milton ma precisa che Prometeo "è un carattere più poetico che Satana, poiché, oltre al coraggio, alla maestà e alla ferma e paziente opposizione alla forza onnipotente, lo si può descrivere esente dalle macchie dell'ambizione, invidia, vendetta e desiderio d'un ingrandimento personale…Prometeo è il tipo della più alta perfezione di natura morale e intellettuale, spinto dai più puri e più veri motivi ai fini migliori e più nobili"[2]. 

 

Satana come "ribellione" e "forza vindice della ragione" viene celebrato dal Carducci[3] con i nuovi mezzi di trasporto:"Un bello e orribile/mostro si sferra,/corre gli oceani,/corre la terra" (A Satana, vv. 72-76). Qualche anno prima il papa Gregorio XVI[4] aveva detto "che le ferrovie e la trazione a vapore fossero opere di Satana"[5].

 

 

Nietzsche in La nascita della tragedia  cita l'ultima strofe del Prometeo di Goethe (vv. 52-58) e, dopo avere definito Edipo eroe della passività, gli contrappone Prometeo come personaggio illuminato dalla gloria dell'attività. Prometeo rappresenta anche l'artista titanico il quale "trovò in sé la caparbia fede di poter creare uomini o almeno di poter distruggere dèi olimpici: e ciò mediante la sua superiore sapienza, che era però costretto a scontare con un'eterna sofferenza"[6].

 

Sulla linea dell'approvazione del Titano quale eroe della ragione si trova Settembrini, il letterato illuminista del romanzo La Montagna Incantata [7] di Thomas Mann, il quale esalta la figura di Prometeo come l'archetipo dell'umanista:"Che cos'era però in fondo l'umanesimo? Nient'altro che amore verso gli uomini, quindi: politica e ribellione contro tutto ciò che macchiava e offendeva l'idea dell'uomo. Gli si era rimproverato un eccessivo rispetto della forma, ma anche la bella forma era da lui curata per amore della dignità umana, in splendido contrasto col medioevo che non solo era caduto nell'abisso della inimicizia verso gli uomini e nella superstizione, ma nella più vergognosa trascuratezza di forma. Fin dal principio egli aveva parteggiato e combattuto per la causa dell'umanità, per i suoi interessi terreni, proclamando sacra la libertà di pensiero, la gioia della vita, e pretendendo che il cielo fosse lasciato agli uccelli. Prometeo! Quello era stato il primo umanista, identico a quel Satana cui Carducci aveva dedicato un inno" (p.176 I vol.).

 

Più avanti Settembrini santifica anche l’ u{bri~ di Prometeo in quanto amica dell'umanità e favorevole alla ragione:"Ma l'"Hybris" della ragione contro le oscure potenze è altissima umanità, e se chiama su di sé la vendetta di dèi invidiosi...questa è sempre una rovina onorata. Anche l'azione di Prometeo era "Hybris" e il suo tormento sulla roccia scita noi lo consideriamo il martirio più santo. Ma come siamo invece di fronte all'altra "Hybris", a quella contraria alla ragione, all'"Hybris" della inimicizia contro la schiatta umana?".

 Per Settembrini dunque le u{brei" sono due, come le e[ride" per Esiodo.


 

Nella Parodo della tragedia di Eschilo arriva il coro delle Oceanine a consolare il martire, le figlie" del padre Oceano che si avvolge intorno a tutta la terra con corrente instancabile

(Prometeo incatenato, vv.138-140). Oceano è un Titano fratello di Crono e di Giapeto, padre di Prometeo, quindi le coreute sono cugine del martirizzato.

Anche Oceano avvolgendo tutte le terre nega il principium individuationis.

Infatti Erodoto, scrittore delfico e apollineo, nega che ci sia un Oceano.

Nel secondo libro lo storiografo di Alicarnasso scrive: colui che ha parlato dell'Oceano ("  oJ de; peri; tou'  jWkeavnou levxa"", con riferimento a Ecateo) e ha portato il discorso su cose oscure, non merita nemmeno confutazione; io infatti non so che ci sia un fiume Oceano ("ouj gavr tina oi\da potamo;n  jWkeano;n ejovnta", II, 23), ma credo che Omero  o qualcun altro dei poeti vissuti prima di lui abbia inventato il nome e l'abbia introdotto nella poesia.

 

Le Oceanine, pur piene di paura, manifestano solidarietà al loro congiunto, biasimando la nuova generazione divina, i figli di Crono e Rea ( oltre Zeus, Poseidone, Ades, Era e Demetra) i quali hanno preso il potere che era stato dei Titani:"nuovi timonieri infatti   / governano l'Olimpo: con inaudite/norme ora Zeus comanda illegalmente"(vv.148-150).

Prometeo non si limita al lamento; minaccia anche: "Eppure il presidente dei beati avrà ancora/bisogno di me, sebbene tormentato/nei forti ceppi,/perché gli sveli il nuovo piano per il quale/si cerca di spogliarlo dello scettro e degli onori"(vv. 167-171).

Insomma il Titano conosce un segreto che però non intende rivelare prima di venire liberato dai ceppi (vv. 174-176).

Il coro avverte il ribelle:"il figlio di Crono ha un carattere inaccessibile/e un cuore implacabile"(vv. 184-185); ma Prometeo, invece di lasciarsi spaventare, ribadisce che il tiranno ha bisogno di lui, quindi dovrà scendere a patti. Poi comincia un suo racconto poiché:

 

ajlgeina; mevn moi kai, levgein ejsti;n tavde,-a[lgo" de; siga'n”"doloroso è per me raccontare queste cose,/ma doloroso è anche tacere, e dappertutto sono le sventure"(vv. 197-198).

 

Due versi questi, usati come epigrafe da Giuseppe Berto per il suo Il male oscuro (1964) che racconta la terapia di una nevrosi: “Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”. Il racconto infatti è doloroso e pure terapeutico.

 

Così Enea racconta a Didone la distruzione di Troia: “Infandum, regina, iubes renovare dolorem (…) Sed si tantus amor casus conoscere nostros/et breviter Troiae supremum audire laborem,/quamquam animus meminisse horret luctuque refugit,/incipiam” (Eneide, II, 3, 10-13), regina, mi ordini, di rinnovare un dolore indicibile…ma se tanto grande è il desiderio di conoscere la nostra caduta e di udire in breve l’estrema agonia di Troia, sebbene l’animo rabbrividisca a ricordare e rifugga dal pianto, comincerò.

 

Nella Tebaide di Stazio (45-96 d. C.) Ipsipile inizia la sua storia dolorosa affermando che raccontare le proprie pene è una consolazione per gli infelici:"dulce loqui miseris veteresque reducere questus" (V, 48), è dolce parlare per gli infelici e rievocare le pene antiche.  

 

Dunque Prometeo racconta la teomachia, la lotta tra gli dèi antichi e quelli nuovi.

 All'inizio egli è incerto se schierarsi con Zeus o con i Titani, i figli di Urano dai pensieri violenti.

 La madre:"Qevmi"-kai; Gai'a, pollw'n ojnomavtwn morfh; miva"

( vv. 209-210), Temide e Terra, una sola forma di molti nomi, gli aveva predetto il futuro: il potere sarebbe stato conquistato con l'inganno . Prometeo  è una creatura della Magna mater,  la divinità femminile mediterranea che domina il dio maschio a lei subordinato, il paredro. La dea matriarca prende diversi nomi a seconda delle regioni e delle società matriarcali dove viene venerata: i più noti sono Rea e Cibele, ma anche la Giocasta di Sofocle che nell'Odissea (11, 271) si chiama Epicasta.

 

 M. Bettini ricorda una definizione  della Sfinge che può avvicinare tale " enigma vivente" a questa Magna mater invocata da Prometeo "Dione Crisostomo[8] la definisce[9] ejk pantodapw'n fuvsewn miva  morfhv [10]", una sola forma di molte nature.

 

Sfinge e Magna mater hanno in comune la confusione. Nel caso della mater Giocasta l’incesto: la Sfinge è figlia di Echidna e del figlio di lei Orto. 

Pure in alcune opere di Pirandello la donna compare binominata: nella commedia Ma non è una cosa seria  (del 1918) per esempio la protagonista è una sola donna di due nomi: Gasparina e Gasparotta.

Altrettanto Evelina Morli[11]  che viene chiamata "Eva" dal marito Ferrante Morli, e "Lina" dall'amante Lello Carpani.

  Se questo da una parte può significare la lacerazione della donna e la divisione dei suoi affetti, dall'altra rimanda alla magna mater: pollw'n ojnomavtwvn morfh; miva appunto.

 

Il Titano, consigliato dalla madre, prima aiuta Zeus contro Crono, finito perciò nel Tartaro (219-220), ma poi, quando il nuovo re dell'universo si appresta ad annientare la stirpe umana, diviene suo oppositore.

 

Le Oceanine si impietosiscono per la sorte di Prometeo e lo stesso Titano si sente meritevole di tanta compassione (v.246), eppure è tutt'altro che pentito e prorompe nel grido di ribellione con il quale afferma la dignità del suo delitto:"io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai)/ aiutando i mortali ho trovato io stesso le pene (aujto;~ huJrovmhn povnou~ )"(265-267).

 L' euJrethv"  si scopre inventore di pene.

 

 La rivendicazione di Prometeo fornisce una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia   per distinguere "la concezione ariana" dal " mito semitico":" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita  al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica"[12]. 

In Cassio Dione (II-III secolo)  Cesare rivendica dignità alla scivolata di cattivo augurio avvenuta durante lo sbarco in Africa. Appena toccò terra, inciampò, e i soldati, avendolo visto cadere bocconi, si scoraggiarono e, turbati, rumoreggiarono, ma Cesare non restò imbarazzato, anzi wJ" kai; eJkw;n dh; peswvn, anzi, come se fosse caduto apposta, afferrò la terra, la baciò e gradando  disse: “ e[cw se,  jAfrikhv” , ti tengo, Africa (42, 58, 3). 

 

Vediamo la conclusione del dramma. Il Titano ribadisce che Zeus si prepara a nozze che lo sbalzeranno dal trono (vv. 909-910): allora si compirà la maledizione del padre suo, Crono, che era stato  esautorato dal figlio. Solo Prometeo, figura rivelatrice, può  mostrare chiaramente  (dei'xai safw`~, v. 914)  la deviazione rispetto a tali mali e salvare così il potere di Zeus. Questo è un paradosso siccome il titano è un fiero oppositore del nuovo reggitore, ma si sa che a volte proprio dai contrari deriva l'armonia. Eschilo comunque tende alla conciliazione delle unilateralità che collidono, come si vede nell' Orestea, l'unica trilogia che ci è giunta.

 Intanto il martire sfida il re dell'universo, sebbene la corifea gli ricordi che

"i saggi (sofoiv) si inchinano davanti all'inevitabile"(v. 936).

Ma Prometeo è irremovibile nella sua opposizione ostinata; anzi quando vede sopraggiungere Ermes lo annuncia come  il galoppino di Zeus, il servo del nuovo tiranno (“ajll j eijsorw` ga;r tovnde to;n Dio;~ trovcin,-to;n tou` turavnnou tou` nevou  diavkonon (v. 941- 942) e gli fa notare che il suo discorso superbo è tipico di un servitore degli dèi (qew'n uJphrevtou, v. 954). La signoria di Zeus, avverte è nuova, e non è detto che durerà eterna:"ho già visto cadere due sovrani da questi fastigi" (957). Si tratta di Urano, spodestato dal figlio Crono, e di questo stesso dio detronizzato da Zeus. E’ il tiranno figlio di u{bri~ che cade dall’alto e accentua la sua zoppia (cfr. Edipo re, vv. 873-879).  

 Il Titano giunge a dire: “con parola schietta (lovgw/ aJplw`/) odio tutti gli dèi/quanti, dopo avere ricevuto del bene, mi maltrattano ingiustamente”(vv. 975-976). E confida nel tempo che invecchiando insegna proprio tutto (“ajll j ejkdidavskei pavnq  j oJ ghravskwn crovno" " (v. 981). Questo verso traspone il notissimo pentametro di Solone ("invecchio imparando sempre molte cose”) in termini cosmici.

 

Il beneficio del tempo.

 In queste parole ci sono due segni positivi che depongono a favore di Prometeo. Uno è l’attesa del tempo che, come afferma Creonte nell’ Edipo re, rivela l’uomo giusto (v. 614). Quindi il Coro dei vecchi tebani lo approva:" Ha detto bene per chi si guarda dal cadere signore/: infatti i veloci a capire non sono sicuri" (vv. 616-617). L’attesa del beneficio del tempo è topica.

 

Nel De ira Seneca consiglia di prendere tempo per combattere la tendenza a questa forma di brevis insania :"Dandum semper est tempus: veritatem dies aperit " (II, 22), bisogna sempre concedersi del tempo: i giorni svelano la verità. E ancora: "Maximum remedium irae mora est" (II, 29), massimo rimedio dell'ira è il differire. 

 

 Il tempo come rivelatore viene invocato pure da Cordelia, la figlia buona di Re Lear :" Time shall unfold what plaited[13] cunning hides", il tempo spiegherà ciò che l' attorcigliata astuzia nasconde (I, 1). 

 

Altrettanto in La tragedia spagnola [14]dove Isabella, la moglie di  Hieronimo (quello che "è pazzo di nuovo"[15] ), dice al marito:"l'assassinio non può essere nascosto: il tempo è autore insieme della verità e della giustizia, e il tempo porterà alla luce questo tradimento" (II, 6).

 

Altro segno topicamente positivo è quello della semplicità della parola schietta rivendicata da Prometeo (v. 975)-

 

Bellezza e giustizia della semplicità

Nelle Fenicie di Euripide Polinice afferma che il discorso della verità è semplice:" aJplou'" oJ mu'qo" th'" ajlhqeiva" e[fu" (v. 469) e una causa giusta non ha bisogno di spiegazioni maculate (kouj pokivlwn dei' ta[ndic j eJrmhneumavtwn,  v. 470).

 

"Veritatis simplex oratio est" traduce Seneca (Ep. 49, 12).

 

Chirone, dikaiovtato" Kentauvrwn[16], il più giusto dei Centauri, "nodrì Achille"[17] insegnandogli quella naturalezza e semplicità di costumi che è la quintessenza dell'educazione sana. Il figlio di Peleo nell' Ifigenia in Aulide  di Euripide riconosce tale alta paideia all'uomo piissimo che l'ha allevato:"ejgw; d j, ejn ajndro;" eujsebestavtou trafei;"-Ceivrwno", e[maqon tou;" trovpou" aJplou'" e[cein" (vv. 926-927), ho imparato ad avere semplici i costumi. In tal modo il figlio di Peleo imparò a non apprendere gli usi degli uomini malvagi (v. 709).

 

 

Prometeo ribadisce ancora che non si piegherà. 

 Ermes replica accusandolo di arroganza con debole ragione:"aujqadiva ga;r tw/' fronou'nti mh; kalw'"-aujth; kaq  j aujth;n oujdeno;" mei'on sqevnei" (vv. 1012-1013) l’arroganza infatti per chi non  ragiona bene, di per sé ha meno forza del nulla.

 Questo è un segno negativo. Prometeo è davvero un personaggio composito.

Nelle tragedie di Sofocle il despota riceve l’accusa di arroganza  stupida mentre corre incontro alla propria rovina. 

Nell' Edipo re è Creonte, accusato da Edipo di complotto, ad accusare il tiranno :" Se davvero pensi che sia un bene l’arroganza  (th;n aujqadivan)/ separata dall'intelligenza, non pensi in modo retto" (vv. 549-550).

 Nell' Antigone è Tiresia che, per spingere Creonte alla resipiscenza, gli suggerisce di ascoltarlo evitando di arroccarsi nel proprio potere:"aujqadiva toi skaiovtht j  jofliskavnei", l’arroganza davvero merita accusa di stoltezza (v.1028).

Atteggiamento dispotico dunque è quello di Prometeo arrogante e presuntuoso.

Presto, minaccia Ermes, sarai subissato da una tempesta, poi : “il cane alato di Zeus, l'aquila sanguinaria farà voracemente a brani il grande straccio del tuo corpo (swvmato~ mevga rJavko~) (vv.1021-1022), quindi"divorerà il tuo fegato, nero pasto "(v.1025).

Bologna primo luglio 2026 ore 11, 12 giovanni ghiselli

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[1] Vv. 13-14, 38-42, 52-58 dell'Inno  Prometeo  del 1774 (l'anno del Werther) trad. it. di G. Baioni

[2] P. B. Shelley, Prometeo slegato, Prefazione, p. 5.

[3] A Satana (del 1863) vv. 97-100.

[4] Fu papa dal 1831 al 1846.

[5] B. Croce, Storia d'Europa nel secolo XIX, p. 109.

[6] La nascita della tragedia, capitolo 9.

[7] Del 1924.

[8] Vissuto tra il  I  e il II sec. d. C. (40-112) fu tra gli iniziatori della Seconda Sofistica. Ci sono arrivate circa 80 orazioni.

[9] I 274, 32 Arnim.

[10] M. Bettini, L'arcobaleno, l'incesto e l'enigma a proposito dell'Oedipus di Seneca, "Dioniso", 1983, . p. 152.

[11] La signora Morli, una e due commedia del 1920.

[12] F. Nietzsche. La nascita della tragedia, capitolo 9.

[13] L'astuzia è  , come l'incesto, contorta.

[14] di Thomas Kyd (del 1585)

[15] Hieronymo's mad again ( T. S. Eliot, The waste land, v. 437)

[16]  Odissea XI, 832.

[17] Dante, Inferno, XII, 71.


L’apprendistato XXXV Eva Vuortama, IV e ultima parte. Le due rose che non colsi: una rossa, una bianca.


 

Eva mi civilizzò a partire da piccole cose che trascuravo nella rozzezza mia. Per esempio ringraziava il cameriere che ci aveva servito, poi, uscendo dal locale, salutava con gentilezza e grazia non affettate.

  Nell’ora dell’addio mi diede una rosa rossa, “in segno riconoscenza- disse-perché sei stato  umano con me”.

Cantava e sorrideva come un angelo. Di rado in vita mia ho trovato altrettanta delicatezza. Durante quell’estate cantavamo  in coro canzoni politiche o sentimentali: andavano molto Bella Ciao, Bandiera rossa e  Fabrizio de André, soprattutto Bocca di Rosa che noi Italiani sceneggiammo una sera durante una festa. Ci piacevano i pensieri e i sentimenti buoni, non le urla rabbiose, insensate , non i rumori assordanti delle discoteche.

In Ungheria ancora non c’erano. Era un altro mondo rispetto a Rimini dove si trovava appunto una discoteca famosa con quel nome. Il tempio del beat la chiamavano. Ci andai una volta, per curiosità, ma non resistetti più di dieci minuti  in quel chiasso e in quel buio d’inferno e di notte privata d’ogni bellezza.

 “Perché eri già vecchio allora” penserà qualche giovane che mi legge. Può essere: a ventitré anni avevo già imparato  molto dal dolore e cominciavo a rifletterci sopra, a  capire. Poco ancora, ma procedevo metodicamente su quella strada.

 Del resto allora eravamo in molti a sentire solidarietà per gli oppressi, a manifestare volontà di partecipazione e di impegno politico, cioè nella polis. Anche gli amici di destra.

Misi in atto la mia aspirazioni al politico comunista l’anno seguente cominciando a insegnare nella scuola media. Cercavo di dare una preparazione da liceo classico, ossia da classe dirigente, a tutti i miei allievi.

Questa volontà di emancipare gli allievi   era pure di moda ma io la sentivo come un dovere, la mia missione nella vita e ho continuato a farlo anche quando la moda passò: mi sono sempre adoperato perché i miei discepoli non venissero risucchiati dal gorgo di ignoranza e volgarità che vortica trascinando in fondo chi rimane privo di mezzi per evitarlo.

Quanto all’essere comunista in un primo tempo era stata una posa perché mi sembrava cosa elegante ma poi è diventato un fatto morale e associato al mio carattere e alle mie scelte di vita: non ero diventato incapace di una esistenza privata: agivo in vista del pubblico e in favore del bene comune.

Lo sto facendo anche in questo momento.

 Chi non è comunista saltella, è egoista e non può essere nemmeno cristiano.

In Ifigenia trovai un’alleata per qualche tempo. Poi il gorgo inghiottì anche lei.

Pavese poco prima di ammazzarsi scrisse a una ragazza: “ Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura”1.

Lo erano state per un mese Helena, Kaisa, Päivi, poi Ifigenia per altri nove mesi. Un anno in tutto.

Non è poco nel tempo breve e precipitoso  di una vita umana.

 Nell’agosto del ’79 Ifigenia mi promise una lettera che non mi scrisse. Chi prende un impegno poi se ne scorda, non è della mia stessa levatura per modesta che questa sia.

Dopo ne ho trovate altre, diverse altre grazie a Dio, e differenti tra loro, ma nessuna ha occupato il posto lasciato sì presto dalle finlandesi di cui ho già anticipato le storie che racconterò : “Lector intende, laetaberis”.

 

Le rosa rossa di Eeva del ’68 e quella bianca di Josiane del ’74 2 diventarono prima secche, quindi svanirono in cenere. Non ero stato capace di coglierle ma ho continuato a rimpiangerle e amarle 3

 

Perchè ho nostalgia di donne del mio stampo4

Una talmente del mio stampo da restare con me fino al mio funerale non l’ho mai incontrata. Non era destino. Dovevo studiare, scrivere, andare in bicicletta ma senza togliere troppo tempo al mio capolavoro. Perciò il 7 luglio scorso sono caduto dalla bici e mi sono rotto il femore. Ma da qualche giorno ho ripreso a pedalare bene sulle strade. Anche di notte, non senza lumi.

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

 

 

giovanni ghiselli  

 

Note

 

[1] A una ragazza. Bocca di Magra, agosto 1050

 

2 Cfr. La storia di Päivi nel volume Tre amori a Debrecen che si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna dove da ottobre terrò un altro ciclo di conferenze.

 

3Cfr G. Gozzano, Cocotte: “Il mio sogno è nutrito d’abbandono,/di rimpianto. Non amo che le rose/che non colsi. Non amo che le cose/che potevano essere e non sono/ state (…) Vedo la casa, ecco le rose/ del bel giardino di vent’anni or sono! (vv. 67-72)

 

4 Cfr. E. Pound, For I am homesick after mime own kind

Prigioniero (1917)  v.15

 

 

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L’apprendistato XXXIV Eva Vuortama III parte. L'andirivieni scimunito. Soddisfazioni ciclistiche e letterarie.


Da Eva dunque imparavo molto di quanto volevo e di come ero, però non si faceva l’amore, siccome lei non mi amava e non voleva farlo.

Questa finnica mi aiutò a contrastare la torbidezza spirituale degli anni precedenti ma ebbi bisogno di altro tempo per superarla del tutto.

 Nemmeno con la bella magiara  Katalin, che diceva di essere innamorata di me, facevo l’amore, comunque di giorno la frequentavo cercando di farmi notare in atteggiamenti affettuosi con la speranza vana di ingelosire Eva e indurla a innamorarsi di me. Passeggiavamo sotto il collegio io e l’ungherese venusta, abbracciati, avanti e indietro, in una specie di girotondo scemo e penoso poiché non avevo niente da dirle.

La poverina ogni tanto mi faceva con voce lamentevole : “mondja valamit!” di’ qualche cosa. Sembrava un gattino che miagola, perduta la mamma. Rispondevo : “va bene, va molto bene” e poco altro. Poi magari, purché stesse buona, aggiungevo “szerelem”, amore. E lei “milyen szerelem?”, quale tipo di amore? Chiedeva forse qualche garanzia. La accarezzavo e sorridevo senza rispondere.

Una brutta scena da mascalzone. Inutile per giunta, infatti:“quod honestum non est, id utile ut sit effici non potest, adversante et repugnante natura  "1  ciò che non è onesto, non può essere reso utile, poiché la natura si oppone ed è contraria.

 

Danilo e la sua cara amica Fiorella, una studentessa di Modena bella e intelligente, mi dicevano che se non fossi stato matto da legare avrei potuto trarre piacere e pure soddisfazione mentale dal  corpo di quella splendidida ragazza di Debrecen. Se non altro avrei potuto imparare un po’ meglio la sua lingua nella quale stentavo parecchio. In effetti  cercavo  di migliorare prima di tutto il mio inglese che pur consideravo un idioma  dove bastava farsi capire quando si ragionava  di amore con le straniere. La lingua impeccabile era altra cosa. Cruscante poteva essere solo l’italiano. L’inglese magari lo nobilitavo con qualche battuta tratta da Shakespeare ma non certo parlando con la ragazza magiara incolta

I due amici, per convincermi a non buttare via quell’occasione inseguendo l’inafferrabile come fa un bambino che sgambetta strillando dietro a un uccello che vola 2, mi ricordarono come ero conciato quando mi conobbero due anni prima. Non ero più così brutto, anzi ero migliorato al punto che avevo attirato una bellezza. Cos’altro volevo? Che cosa cercavo?

Rispondevo che cercavo me stesso quale volevo essere, e la finnica mi aiutava più di tutti a trovarmi.

Quando intonava una canzone Eva mi ricordava la mamma che mi incantava cantando quando ero bambino. Canti quasi di culla che mi facevano tornare com’ero.

“Non solo conoscere è ricordare-aggiunsi- anche amare lo è”.

Fiorella da donna colta qual era, notò in queste parole la doppia reminiscenza da Pascoli e da Platone,  quindi disse: “  Gianni, tu troverai l’equilibrio intorno ai cinquanta anni e diventerai uno splendido uomo”.

 Il culmine della mia realizzazione professionale invero l’avrei raggiunto ancora più tardi, a 56 addirittura, quando entrai nella SSIS per insegnare ai neolaureati dell’Alma Mater Studiorum come farsi ascoltare dai liceali insegnando il greco e il latino.

 Ora a  81 anni  suonati sto scalando l’erta via  che mi consentirà molto presto di vedere, entro il compimento di questo anno di vita, i miei post letti da 2 milioni e mezzo di  persone distribuite in tutti i continenti. E’ il correlativo letterario della strada panoramica di Pesaro quando la affrontai la prima volta con una biciclettina intorno ai dieci anni, poi riconosciuto e sviluppato questo talento, a dodici anni sfidavo e battevo pure alcuni ventenni.

Tutto è collegato con tutto, tutto scorre e interferisce insieme. 

Talora arrivo  piuttosto tardi a capire e a realizzare quanto voglio, ma ci arrivo quasi sempre.

Anche in bicicletta mi manca lo scatto che compenso largamente con la tenuta, la resistenza e il recupero. Il mentale e il corporeo infatti sono impastati tra loro.

 

Torno all’auspicio generoso  di Fiorella e le risposi contraccabbiandola con un corteggiamento garbato “Tu sei già una magnifica donna” .

 Eravamo in piscina nel primo pomeriggio assolato. C’era anche Fulvio che disse: “ Sì Gianni ha bisogno di altro tempo ma già in questi due anni la larva del ’66 è diventata  una bella farfalla”.

Danilo vagamente ingelosito, del tutto senza ragione, aggiunse che sarei diventato un uomo vero se nei ventisette anni seguenti avessi bevuto interi bottiglioni di graspa. “Se no, seguiterai a fare il ragazzotto fighetto pesarese e borghese atteggiandoti tuttavia a comunista, tu che  giri con la Mini Minor, non pisci contro i muri, non fumi roba albanese , e non capisci un tubo di donne, tanto meno di politica” Aveva con sé la stessa borsa del ’66 sempre rifornita di palinka alla prugna-da Fulvio detta maliziosamente  brugna-, la pipa e il tabacco, naturalmente albanese.

Pensai che il  ritorno a Debrecen fosse destinato a ripetersi, magari per sempre. Invece degli amici di allora sento ogni tanto solo il caro Danilo.

Claudio tace e tutti gli altri sono già morti e scrivo di loro perché  mi mancano e li rimpiango.

 

Note

1 Cicerone De officiis (III, 78), ciò che non è onesto, non può essere reso utile, poiché la natura si oppone ed è contraria

 

2. Cfr. Eschilo, Agamennone, vv 388-394.

 

 

 

 

 

Bologna primo luglio  2026 ore 9, 42 giovanni ghiselli

 

p. s.

Ieri sera al tramonto ho compiuto un’impresa eroica e mi sono riempito di soddisfazione. Ho scalato in bicicletta una salita due chilometri con una pendenza media superiore al 15%  e con una fatica più che erculea. Sto ricostruendo i muscoli della mia coscia destra stuprata il 10 luglio scorso. Dio mi sta esaudendo con la mia collaborazione. Ho provato questa salita più dura di San Luca sebbene 200 metri meno lunga già due settimane or sono. Mi sono fermato sfiatato e pieno di dolori dappertutto dopo 250 metri. Poi sono tornato quasi ogni giorno allungando ogni volta il percorso di qualche decina di metri. L’altro ieri ero arrivato a 1070. Ieri mi sono detto: “ o l’eremo o morte” e ci sono arrivato. Mi sono seduto su una panchina e mi sono applaudito da solo. Felice per la mia volontà e il recupero. Felice di non essere morto né più invalido.   

 

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Anche i due miliono e 400 mila lettori mi danno grande sossisfazioni.