venerdì 31 luglio 2026

Ifigenia XXIII L’amore non è solo “impeto di cupidità”.


 

Nei primi tempi si faceva molto l’amore e ci piaceva assai farlo ogni giorno più volte. Ci sentivamo due atleti o due eroi, perfino due santi del sesso. Tuttavia sentivamo che mancava qualcosa. Allora non sapevo che cosa fosse. Poi ho constatato e ora so che l’emozione fondato sul piacere sessuale, magari associato all’orgoglio e al vanto della forza, della bellezza e della gioventù, pur se dura più a lungo del tempo necessario a sfogare la prima libidine, anche se può prolungarsi per diversi mesi quando la voglia è resa più piccante e tosta dal gusto di trasgredire le regole dei mediocri e di scandalizzare i furfanti bigotti, entro due o tre stagioni esaurisce il suo vigore ascendente se l’ammirazione della bellezza non si associa alla prassi e alla conoscenza del Bene che è il sapere più alto, che è la sapienza vera.

Ora comprendo come comprese Admeto, il marito che dopo avere mandato a morire la propria moglie Al cesti, si rammarica e dice : “a[rti manqavnw” . Ma quell’ora arriva spesso che è già troppo tardi.

L’amore non è solo impeto di cupidità quello  degli amanti  che si appetiscono ma non si amano. Poi, saziato l’appetito più o meno disonesto, i due drudi si nauseano uno dell’altro. Manifestai amore generoso a una donna soltanto una sera dell’agosto del 1971 quando lasciai perdere l’occasione ghiotta di una ragazza francese e chiesi scusa a questa signora,  per avere corteggiato la fanciulla fresca come una prugna umida di rugiada pimaverile e agile e graziosa come una rondine. Allora la donna matura mi disse: “io non sono materia”, e finalmente la stimai e l’ammirai oltre desiderarla. Dovetti farmi perdonare per toccarla di nuovo.

Elena è la donna augusta che ricordo con maggior gratitudine e ammirazione siccome ci siamo scambiati non solo piacere ma anche rispetto . Se avessimo avuto più tempo saremmo arrivati a una trasfusione di anime. O forse ci saremmo venuti a noia. Chi lo sa?

Aggiungo che induce al rispetto la persona che rispetta: quella che recita simulando e dissimulando costringe alla difensiva, quindi si giunge alla guerra, alle offese reciproche.

A un tratto mi alzai, guardai l’orologio e il tempo di fuori. Per Ifigenia era già tardi: mancavano pochi minuti alle sette e la neve che cadeva fittissima da quattro ore aveva formato in terra una difficoltà per il ritorno della sposa infedele in tempo utile e tale da non provocare burrascose scenate da parte del marito cerbero.

Ifigenia mi venne vicino e le feci notare che lo spessore bianco era talmente alto, compatto e scivoloso che dove copriva l’erta rampa di uscita dal mio garage poteva impedire la salita della nera Volkswagen.

Intanto vi scivolavano scendendo rapidamente  dei ragazzini distesi sopra delle slitte. Nessuno di noi due era capace di montare le catene da neve; per giunta non sapevo neanche se le avessi e dove potessi trovarle.

 

L’ultima volta che le avevo usate era il febbraio del 1969 quando, depositata la tesi di laurea nella segreteria dell’Alma Mater ero andato a San Martino di Castrozza per festeggiare. Avevo tradito Moena, meno rinomata e prestigiosa, perché in quel tempo mi atteggiavo a signorotto e pure a comunista aristocratico senza sapere che cosa significasse precisamente. Ora lo so. L’ho imparato da Platone, da Engels, da Brecht, e da Visconti, bravi maestri.

Ora mi piace presentarmi come “il poverello di Pesaro”. Oppure “l’aedo di Debrecen” o anche “il pesarese Omero”. Sempre un po’ garzoncello scherzoso nonostante l’età. Comunista aristocratico mi piace ancora, pure se pare un osimoro e non  è di comprensione immediata. Ma non è uno scherzo.

 

La mancanza di abilità manuale e il disordine nel tenere le cose, con il tempo ci avrebbe dato non pochi fastidi. Sembra un particolare irrilevante rispetto alla grandezza di una passione amorosa, invece deficienze siffatte e pure più piccole possono generare seri imbarazzi e gravi disturbi in un rapporto. Se la sintonia non è totale, la minima difficoltà si associa subito al malumore, al risentimento, e a un meschino spirito competitivo.

Se la fiamma erotica iniziale non viene alimentata dallo spirito della generosità e dell’altruismo reciproco, l’ardore amoroso prima languisce nella ripetitiva, noiosa routine, poi con il tempo diventa un tizzone languente alimentato solo dal rancore reciproco. Andrà a finire così ma questa fine non era vicina. Del resto ogni cosa segretamente temuta accade sempre. Prima o poi. Basta pensare alla morte.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note e il greco non traslitterato.

Pesaro 31 luglio 2026 ore 19, 17  giovanni ghiselli.

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Ifigenia XXII. Ora, da vecchio affamato, comprendo. Il contrappasso.


 

Ifigenia rimase sconcertata da questa mia volontà evasiva rispetto al suo  desiderio di un chiarimento sentimentale. Mi fece un sorriso malinconico che manifestava  delusione. Sicuramente le dispiaceva il mio rifiuto della  sua richiesta lasciata senza risposta dall’amante vile chr vuole deresponsabilizzare sé stesso e ridurre un incontro amoroso a un’abbuffata di sesso. Ora comprendo che le facevo del male e so che questo mi sarebbe tornato addosso per il contrappasso che non consente di colpire senza riceverne il contraccolpo.

Ha scritto bene Erodoto: “c'è in Arcadia una Tegea, in luogo piano,/dove due venti soffiano per possente necessità,/ e colpo e contraccolpo, e male su male si posa" (kai; tuvpo" ajntivtupo", kai; ph'm j ejp j phvmati kei'tai, I, 67, 4).

Questo luogo è dappertutto, non solo in Arcadia.

Ifigenia aveva ragione dicendo che sarebbe stata cosa buona credere nella durata del nostro amore: lo avrebbe reso più forte, persino più gustoso, e la nostra gioia sarebbe stata più grande, più pulita, più bella.

Ora capisco che quella ragazza vivace e venusta, la giovane donna che mi stava davanti, che mi piaceva tanto mentre ne ammiravo il fiorire rigoglioso dei seni, la potenza delle cosce lisce, sode e tornite, il luccicare dagli occhi vivaci, il lampeggiare dei denti voraci di vita, cercava il mio appoggio e io avrei dovuto aiutarla a trovare un equilibrio, uno stile suo, una forza morale da coniugare con l’ordine mentale e sentimentale che dovevo imporre prima a me stesso dopo tante pose e scene erotiche, estetiche e culturali, tutte imparate senza essere state davvero sentite e capite.

Il più immaturo tra i due, il più spaventato dalla vita ero io.

L’aiuto senza riserve sarei forse stato capace di darlo a una figlia mia, a questa però la madre fulva non aveva permesso di venire alla luce quattro anni prima, e la mia complicità nel misfatto mi avrebbe negato ogni forma di paternità carnale nei secoli dei secoli. Sono padre però delle parole che scrivo e seguo con ogni cura nella loro crescita. Correggo ogni pagina come una figlia educanda. E così sia.

 

Pesaro 31 luglio 2026 ore 18, 21 giovanni ghiselli

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Oggi è caldo ma sul mio corpo non sento il riscaldamento globale, e se pure c’è non lo soffro.

Arrivato a 82  estati  lo scopo ultimo è la salute fisica e mentale. Dunque bisogna ridurre le razioni del desinare e ritardarlo, posticiparlo il più possibile per non prendere peso e perdere snellezza con quel briciolo di salute recuperata. Eppure per scrivere, leggere e ricordare è necessaria la lucidità che richiede del cibo, almeno “un cuncén” come si dice a Pesaro. Ma l’affamato, se assaggia una briciola, poi si butta sulla pagnotta intera e la divora avidamente, bestialmente. Basta un’abbuffata a prendere un paio di chili, poi, a questa età, ci vogliono due settimane di sola insalata scondita per perderli.

Ogni età, come vedi lettore, ha i suoi problemi.

Quando vado a fare la spesa alla Conad, se vedo una cassiera carina mi incanto e se appena mi sorride divento un vecchio infatuato, trasecolo tutto, trasogno e dimentico il codice del bancomat. Poi mi riprendo ricordando alcuni versi dell’Edipo re, mi torna la memoria, pago e finisce lì. Deve finire lì: per forza.

Fulvio dopo i nostri Settanta anni diceva: la nostra sfiga, caro gianni, è che ci piacciono le donne giovani. “No-ribattevo- caro amico vecchierello e stanco quanto me: il fatto è che la nostra età più bella è passata quasi del tutto oramai e le ragazze ancora sane e snelle non ci prendono più in considerazione. Questa è la nostra sfiga nel senso, etimologico, della parola. E così sia”.

 

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Tanti lettori però non li ho mai avuti  prima degli Ottanta anni. Sicché vale la fatica di vivere ancora per scrivere dell’altro. Per lo meno. Il resto è tutta grazia di Dio.

Baci gianni

 

 


Ifigenia XXI. Viltà e commedia buffa.


 

Facemmo ancora l’amore raddoppiando la sufficienza.

Fuori nevicava nel buio. Era uno dei giorni più lontani dal cammino del sole.

Eppure noi due dentro il talamo nostro eravamo contenti della fusione dei corpi. La situazione era bella e favorevole alla felicità ma il mio passato di assidui terrori mi spinse di nuovo verso la demolizione della gioia di cui pure avevo fruito e goduto.

“Ifigenia sei un’amante speciale. Peccato che il nostro amore non possa durare a lungo”.

Parole che non avevo mai detto a nessuna delle mie finlandesi pure amatissime, ma con loro non ce n’era bisogno perché sapevo che se ne sarebbero andate per forza di cose e magari mi sentivo viceversa propenso a trattenerle. Ma questa? Che cosa avrei fatto di lei se avesse lasciato il marito? Avrei dovuto occuparmene io? Come avrei potuto?

Non dovevo responsabilizzarmi troppo se non volevo rattristarmi e diventare ansioso. Per una figlia mi sarei potuto prendere delle responsabilità o per la madre mia, per la nonna, perfino per le zie e la sorella, ma con una senza legami di sangue il rischio era enorme: era fuori dalla mia norma, eccedeva le mie capacità.

Ifigenia ribattè con il suo buon senso: “Perché fai così il guastafeste dopo che ce la siamo spassata tanto bene? Non ti sembra inopportuno rovinare questa serata splendida di neve e di gioia con una previsione funesta? Lasciati andare all’ottima sorte che ci ha accarezzato. Per me, ma anche per te è una fortuna! Sono pensieri malati quelli che vogliono mortificare la felicità. I nostri nemici invidiosi dicono che il dislivello di nove anni tra noi è eccessivo, che tu per giunta sei un donnaiolo attempato, un libertino, un corruttore di giovani donne, un guastatore di matrimoni, poi  aggiungono sul mio conto che sono una poco di buono, una che  vuole adescarti e sfruttarti mentre rompe la fede matrimoniale, eppure  noi  due  abbiamo fatto l’amore con un ardore che ha ci ha fusi insieme in un crogiolo meraviglioso. Mai tanto bene mi era toccato e nemmeno a te, credo”.

Aveva ragione ma non volli lasciar passare un’affermazione così compromettente senza ribattere

“Come fai a essere tanto sicura? Che cosa sai di preciso della mia vita amorosa passata?”

“Lo sento-rispose senza esitare un istante.- E lo vedo nel tuo comportamento del tutto contrario alle tue parole da scettico blu.

Da come mi guardi, mi baci, mi tocchi sento il tuo amore. Hai pure lasciato una donna che ti faceva comodo, a quanto dicevi”.

“E l’altra?”

“La lascerai presto per dedicarti soltanto a noi due. Stai diventando ogni giorno migliore: meno egoista, opportunista, meno pretificato e gesuitico, anche se ora fai il cinico perché hai paura dell’amore che senti per me e che io ti contraccambio con la potenza aggiunta del mio entusiasmo e la forza della mia giovinezza. Noi due ci miglioriamo a vicenda. Io ti ho fatto provare che cosa è l’amore privo di calcoli, elucubrazioni e remore, e tu mi fai capire che cosa schifosa è l’ignoranza, perciò da quando ti conosco studio sul serio e cerco una via di progresso, di ascesa con te”

Ifigenia aveva ragione, però io non avevo ancora deciso di lasciare presto l’altra amante bolognese, Pinuccia, la mite che mi faceva comodo assai e non chiedeva niente: non era mai inopportuna e sempre del tutto gratuita. Non lucrava su niente, non mi rubava nemmeno i minuti. Dovevo temporeggiare. Ho sempre fatto tesoro del beneficio del tempo, procrastinando.

Come Quinto Fabio Massimo con Annibale e Kutuzov con Napoleone: dopo tutto anche l’amore è una forma di guerra

Il magister Ovidio ha scritto:"Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans " .

Sicché cambiai atteggiamento e tono: guardai Ifigenia con occhio lascivo, le accarezzai la parte interna delle cosce odorose, le baciai l’arteria femorale e dissi: “carissima, questa sera dobbiamo aggiungere un’altra trilogia erotica e arrivare a comporre un’enneade più bella di quelle plotiniane”.

“Buffone, esibizionista e cialtrone”, penserai tu affezionato lettore.

Il fatto è che ero giovane allora e non abbastanza autocritico, disincantato verso me stesso.

 

Pesaro 31 luglio 2026 ore 17, 57 giovanni ghiselli

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Elettra di Sofocle sesta e ultima .parte. Quarto Stasimo poi l’Esodo 1384-1397.


 

Il coro vede avanzare Ares che spira sangue  di funesta contesa –to; dusevriston ai\ma fusw'n   {Arh" (1385)

  Poi ci sono a[fuktoi kuvne~  (1388) le cagne inevitabili,

persecutrici di orrendi misfatti metavdromoi kakw'n panourghmavtwn (1387). Sono le Erinni ma in questa tragedia se la prenderanno  con  Clitennestra, non con Oreste, l’ ajrwgov~ , il soccorritore e vendicatore che sta entrando doliovpou" con passo furtivo, ei[sw stevga"    avendo nelle mani l’arma da poco affilata per il sangue-neakovnhton ai\ma ceiroi'n e[cwn-  ajkonavw1394. Lo guida, il figlio di Maia Ermes che nasconde l’insidia nell’oscurità- J Ermh'"  sf j a[gei dovlon skovtw kruvya"/- e lo conduce dritto alla meta-pro;" aujto; tevrma, e più non indugia koujkevt j ajmmevnei (1397)

 

Esodo 1398-1510

 

Si sente Clitennestra che grida da dentro: ahi la casa è priva di amici ma piena di assassini- aijai', iw; stevgai-fivlwn e[rhmoi, tw'n d  japolluvntwn plevai (1404-1405)

Elettra sente gridare, il coro dice con angoscia -duvstano" di  avere udito h[kous j  ajnhvkousta voci inaudite che fanno rabbrividire- w{ste fri'xai (1408)

Clitennestra invoca Egisto: “dove sei?”

Elettra sente gridare di nuovo. E’ la madre che chiede pietà al figlio: “w\ tevknon tevknon,-oi[ktire th;n tekou'san (1410-1411), abbi pietà di chi ti ha partorito.

Elettra ribatte che da lei non hanno avuto pietà né il figlio né il padre che li generò-ajll j oujk ejk sevqen-wjktivreq  j ou[to"  oujd  j  oJ gennhvsa" pathvr (1413). Il coro compiange la città e la stirpe sventurata che ora il destino manda in rovina

 Clitennestra grida w[[moi pevplhgmai (v.1415)

 

Cfr. il grido di morte di Agamennone nella tragedia di Eschilo:“w{moi, pevplhgmai kairivan plhgh;n e[sw”(Agamennone, 1343), ahimé sono colpito dentro con un colpo mortale!

Dopo una domanda del corifeo che chiede chi abbia gridato, Agamennone urla ancora nel ricevere il secondo colpo: “w[moi mavl j au\qi" deutevran peplhgmevno" (1345), ahimé, sono colpito di nuovo una seconda volta.

 

Nemesi di questo doppio colpo è il grido di Elettra della tragedia di Sofocle: questa volta è Clitennestra che urla. “w\moi pevplhvgmai (Elettra, 1415) e la figlia grida al fratello in antilabé con la madre:” pai'son, eij sqevnei", diplh'n " (v. 1415), colpisci ancora, se ce la fai. [1]

 

Parole chiave del dramma omesse da quell’imbecille di Lavia nella rappresentazione al teatro greco di Siracusa.

 

Oreste dice alla sorella che va tutto bene nel palazzo tajn dovmoisi me;n kalw'" ,   jApovllwn eij kalw'" ejqevspisen (1425), se Apollo ha vaticinato bene. Non c’è rimorso.

 

Cfr. Fortebraccio che pronuncia le ultime parole dell’Amleto: “take up the bodies. –such a sight as this /becomes the field , but here shows much amiss./Go, bid the soldiers shoot”, portate via questi cadaveri. Una vista del genere si addice al campo di battaglia, ma  qui appare assai fuori luogo. Andate, ordinate ai soldati di sparare.

 

Elettra non dovrà più temere la madre. Quindi arriva Egisto, lo  spensierato, dal sobborgo, tutto contento-ejk proastivou cwrei' geghqwv". 1431 ghqevw latino gaudeo.

Oreste e Pilade si .appostano- Il coro suggerisce a Elettra di sussurrare all’orecchio di Egisto poche parole wJ" hJpivw",  quasi benignamente, perché balzi senza accorgersene verso l’agone della giustizia. Egisto dunque entra in scena e chiede a Elettra notizie sgli stranieri Focesi che hanno fatto sapere della morte di Oreste tra i frantumi del carro. Lo domando a te che finora sei stata spavalda naiv sev thvn ejn tw'/ pavro"-crovnw/ qrasei'an (1445-1446). Immagino del resto che questo soprattutto a te interessi-mavlista soi mevlein- oi|mai (1446-1447)

Elettra risponde e[xoida, certo che so, pw'" ga;r oujciv ( 1448), come potrei rimanere al di fuori della disgrazia dei miei più cari?

A Egisto preme di venire rassicurato sulla morte di Oreste.

Elettra dice che lei ne ha avuto la prova, il cadavere,  e può mostrargliela anche se è una a[zhlo" qeva, una vista poco invidiabile.

Egisto non nasconde che la ragazza lo ha invitato a gioire –caivrein- diversamente dal solito –oujk eijwqovtw" (1456)

Elettra lo dileggia dicendo: “ puoi gioire-caivroi" a[n, se queste notizie ti sono gradite –cartav (1457)”

Egisto esulta e ordina di tacere e spalancare le porte perché i Micenei vedano il cadavere nekrovn e smettano di sperare in un rovesciamento del potere. Elettra finge di sottomettersi: con il tempo ho acquistato senno    (nou'n e[scon w{ste sumfevrein toi'" kreivssosin, 1465)  tanto da convenire ai potenti.  Viene aperta la porta e Egisto vede un favsma , una “apparizione” che è il cadavere di Clitennestra  coperto. Egisto crede che sia Oreste ma forse non ne è del tutto sicuro e per giunta teme una forma di nevmesi" (1467), di vendetta o di ira divina. Allora  chiede : “cala'te pa'n kavlumm j ajp j ojfqalmwn' (1468), toglietegli ogni velo dagli occhi, perché il morto della stirpe  ottenga il compianto da me.

Oreste invita Egisto  a sollevare il velo-auto;" su; bastaz  j  (1470) , è tuo dovere non mio guardare e rivolgere il saluto ai tuoi.

Egisto è d’accordo e chiede di chiamare Clitennestra.

Oreste risponde sarcasticamente au{th pevla" sou, ti è vicina, non cercarla altrove.

Egisto scopre il cadavere e grida: “oi[moi, tiv leuvssw; ohimé che vedo? (1475)

Oreste prosegue nel sarcasmo: “chi temi? Chi non riconosci? (1475)

Egisto capisce di essere caduto in mezzo a reti tese di nemici e si domanda chi siano costoro- Poi: - ejn mevsoi" ajrkustavtoi" pevptwc j (1476), sono  caduto nelle reti tese.

 

 La rete è presente nella trilogia di Eschilo, fin dalla prima tragedia: Cassandra, nell’Agamennone  grida (1114-1117): “Ahi, Ahi, che orrore! Cos’è ciò che appare? È forse una specie di rete di Ades? Ma una rete è la compagna di letto – λλ’ ρκυς ξύνευνος – la complice dell’assassinio”.

 

Egisto capisce di essere perduto o[lwla (1482) ma vuole parlare.

Elettra grida a Oreste di non permettergli di mhkuvnein lovgou~ (1484), allungare il discorso. Devono ammazzarlo subito e abbandonarlo tafeu`sin (1488) ai suoi becchini (cani e uccelli). Sarà il riscatto luthvrion (1490) delle proprie sofferenze.

Oreste dice a Egisto che non c’è un lovgwn ajgwvn (1491) una torneo oratorio, ma si tratta della sua vita. Poi lo spinge dove lui ha ucciso Agamennone. Egisto chiede se sia necessario che la casa dei Pelopidi continui a vedere delitti.

Ma Oreste non sente ragioni e gli fa fretta. Con le ultime parole dice che se la morte venisse inflitta a quanti vogliono trasgredire le leggi la delinquenza non sarebbe molta (to; ga;r panou`rgon oujk a]n h\n poluv (1507)

Il Coro chiude il dramma dicendo che con queste sofferenze, alla stirpe di Atreo si è aperto un varco verso la libertà.

Il problema morale non si pone. Oreste esegue un ordine di Apollo ed è innocente. Ma dell’oracolo Sofocle scrive poche parole. L’uccisione di Clitennestra è ridotta a un brevissimo episodio rispetto alle Coefore.

Per Sofocle gli dèi sono buoni e giusti ma gli uomini non possono penetrare nell’abisso della loro saggezza.

 

Fine Elettra di Sofocle  31luglio 2026 ore 17, 38 giovanni ghiselli

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[1] Cfr. l’Elettra di Hugo Von Hofmannstal la quale grida "come un demone": Colpisci! Un'altra volta!" (Elektra del 1904).


Antonio e Cleopatra quinta parte un solo argomento e breve. Occasioni perdute.


 

Occasioni perdute

 

Il palazzo durante il banchetto di Giulio Cesare e Cleopatra era aperto a tutte le insidie ad cunctas aula patebat-insidias (Lucano, Pharsalia, X, 422-423).

Ma i nemici egiziani non volevano un attacco notturno frettoloso trepidos in nocte tumultus (425) ne caedes confusa mano permissaque fatis –te, te Ptolemaee trahat- perché una strage indistinta e lasciata al caso non trascini anche te, Tolomeo.

Perdono l’occasione: visum famulis reparabile damnum-illam mactandi dimittere Caesaris horam (429-430) sembrò a quei servi una perdita riparabile lasciare passare l’ora opportuna per ammazzare Cesare

 

Cfr. Antonio e Cleopatra di Shakespeare  (II 7, 81-83) dove Menas disprezza  Sesto Pompeo che non vuole sfruttare l’occasione di ammazzare i tre compropietari del mondo  three world-sharers ospiti nella sua nave e dice a se stesso: “I’ll never follow  thy pall’d fortune more-who seeks and will not take, when once ‘tis offer’d-shall never find it more” , non seguirò più la tua svigorita fortuna: chi cerca e non prende una cosa quano gli viene offerta, non la troverà più.

 

La scuola  dovrebbe insegnare pure a cogliere l'occasione, a individuare quello che è significativo in mezzo al turbinio di offerte insignificanti: il ragazzo impari a non fallire le opportunità favorevoli alla sua crescita. I nostri classici insistono su questo concetto.

L’intelligenza dell’occasione serve a capire la misura appropriata: “C’è una misura in tutto: e l’occasione è ottima a farla comprendere” (Pindaro, Olimpica XIII, vv. 47-48).

 

 Isocrate[1] nel manifesto della sua scuola, Contro i sofisti [2] afferma che difficile non è tanto acquisire la conoscenza dei procedimenti retorici, quanto non sbagliarsi sul momento opportuno per usarli: "tw'n kairw'n mh; diamartei'n" (16).

 

Già Oreste nell'Elettra di Sofocle, dove si tratta di vita o di morte, conclude il suo primo discorso affermando che l'occasione è sovrana: "kairo;" gavr, o{sper ajndravsin - mevgisto" e[rgou pantov" ejst j ejpistavth"" (vv. 75-76), l'occasione infatti è appunto per gli uomini la più grande presidente di ogni agire.

 

Cicerone suggerisce di usare il vocabolo occasio per tradurre il greco eujkairiva che designa il tempus…actionis opportunum, il tempo opportuno di un'azione[3].

 

 Infine Nietzsche: “Forse il genio non è affatto così raro: sono rare le cinquecento mani che gli sono necessarie per dominare il kairov~, “il momento opportuno”, l’occasione di afferrare il caso per i capelli!”[5].

Pesaro 31 luglio 2026 ore 17, 10 giovanni ghiselli

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Ifigenia XX. L’amore d’inverno. Un ricordo dell’amore d’estate. Gian bellone e Gian bellino.


 

Mercoledì ventinove novembre, fin dalle prime ore del pomeriggio, su Bologna, dove lunghi sono gli inverni, fioccava la neve, che in poco tempo rese canuta la terra.

Ifigenia fece suonare il campanello verso le cinque, quando era già buio; corsi ad aprire il portone, siccome ero impaziente di fare l’amore; ma, come la vidi, mi fermai stupito, senza toccarla, senza invitarla a entrare, né dire parola: non avevo mai visto una tale unione di inverno, colore e calore di vita: i capelli bruni bruni, bagnati, a tratti innevati, le scorrevano giù per le spalle come un ruscello montano cupo di gelide ombre , e aspro di pietre biancastre, facendola rabbrividire, ma gli occhi splendenti mi versavano addosso una morbida luce che fluiva calda dal cuore. La osservavo in silenzio, mentre i fiocchi larghi continuavano a caderle addosso, evidenziandosi sulle ciocche scure, come sulle chiome perenni degli abeti montani, e trasformando la luminosa ragazza in una creatura dei boschi: una dolce cerbiatta dalla pelle screziata, oppure una bella baccante che dopo la dolce fatica della corsa sui monti si riassetta la nebride multicolore onorando il dio suo, Bacco, signore della gioia di vivere, della festa lieta, delle grazie tutte, del desiderio.

Mentre nella fredda oscurità della notte precoce contemplavo la vivida fiamma della mia giovane amante, mi riempivo e scaldavo di gioia. Dopo qualche momento di stupito silenzio, la ragazza disse: “mi fai entrare? Sento un poco di freddo”.

Mi scostai dall’ingresso: Ifigenia entrò senza indugiare e, poiché l’ascensore non funzionava, cominciò a salire i cinque piani di scale spedita, facendo ondeggiare la testa, e le anche, sulle gambe robuste molleggiate dalle caviglie sottili, mentre i piccoli piedi, nello sforzo di ascendere i molti gradini di corsa, si appoggiavano e sollevavano con leggerenza, potenza e agilità. La seguivo ammirato e felice. Quando fummo davanti alla porta dell’appartamento, la aprìi con la destra un poco tremante, poi con la sinistra feci segno di entrare. Ero pieno di desiderio amoroso. Lo sentiva concordemente anche lei, poiché procedette fino alla sponda del mio grande letto dove si svestì con rapide mosse. Mentre, con le vesti cadeva sul pavimento la neve, la splendidissima amante mi chiese di spogliarmi subito e di abbracciarla senza i preamboli solitamente graditi: il marito, assai sospettoso, non poteva crederla a spasso nel caos bianconero della notte nevosa, né, tanto meno, doveva immaginarsi che passasse il tempo nell’alcova di un uomo: perciò era necessario che rientrasse non oltre mezz’ora dopo la lezione di yoga, che finiva alle sei e distava un chilometro circa da casa sua. Ci eravamo spogliati. L’abbracciai senza dire parola: il seno già intiepidito conservava gli odori della terra fiorita, variopinta, lietificata dal cielo estivo: pensai che non era il tepore domestico a renderla così calda e vivace appena si era sottratta all’iniqua, mortificante stagione, ma il suo giovane sangue fervido sotto la pelle ancora abbronzata e profumata dal sole che durante la nuda estate l’ aveva baciata con lucida forza amorosa, lasciandole addosso indelebili segni di bellezza, di salute e di gioia. La baciai anche io per succhiare una parte di quel calore celeste e pure terreno; quindi la distesi sul letto inclinando il mio corpo avido, scuro e magro su quello armonioso di lei: ne trassi piacere e voglia di vivere, eppure pensai a quando le sue magnifiche membra, coperte dall’ultima veste, la nera terra, l’avrebbero fatta fiorire di sanguigni papaveri, o di rose rosse, odorose della sua carne.

Pesaro  31 luglio 2026 ore 16, 27 giovanni ghiselli

 

p. s.

Questa pagina mi sta a cuore. Racconta e mitizza una delle ore più belle di questa mia vita mortale. La avvicino alla notte dell’agosto del 1971 quando mi giustificai con Helena Augusta che mi perdonò, mi amò, poi, giunta l’alba, andammo a passeggiare nell’orto botanico dell’Università tra i fiori e gli alberi strani dove gli uccelli contenti battevano festosamente le ali plaudendo all’aurora che tingeva di rosa l’oriente. Helena cantava Summer time, when the living is easy e io sentivo la pienezza della felicità nella vita mia e in quella dell’amante amata. Donna augusta.

Ma questo l’ho già raccontato. Potete trovare tutta la storia di Helena nel libro Tre amori a Debrecen. Non compratelo: si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna dove da ottobre terrò un ciclo di conferenze sulla letteratura antica comparata alla moderna. Ogni lectio sarà di tre ore sicché la dividerò tra la biblioteca Ginzburg e la Scandellara. La vita continua come vedete. Le donne ora latitano. Tuttavia mi commuovono ancora.

Ogni sera di luglio al porto della mia Pesaro per vedere il tramonto del sole nel mare. Ci sono delle tavole di legno dove sedersi. In una di queste ieri l’altro c’era una bella ragazza molto giovane. Sedetti vicino a lei sperando che mi guardasse con simpatia. Parlava con un’altra e non mi degnò. Mi ero illuso di essere sexy, in calzoncini con i muscoli in evidenza. Non Gian-bellone  ma Gian-bellino forse sì.

Invece fiasco! Sicchè ripresi la bici a mi avviavo verso casa. Mi sarei consolato con un grappino messo ne frigo. Una strana consolazione.

  A questo punto la graziosa mi guardò e mi sorrise. Certamente contraccambiai. E’ stato un altro dei momenti belli di questa mia vita mortale. Sarò grato a questa graziosa fino alla morte, come lo sono ancora  a una biondina francese che, mentr cantava in coro con altri transalpini chevalier de la table ronde, mi guardò e mi sorrise, benedetta fra le donne. Le altre all’epoca mi schifavano.  

Eravamo nel 1966 uno dei tre anni della mia disperazione prossima a terminare. Quresto l’ho già raccontato. Sono pietre miliari nei saliscendi della vita.

Fino a una certe età le donne non ti considerano,  come succede di nuovo dopo i settanta anni. Ma ci sono delle eccezioni che ci tengono in vita tuttavia.

Questa sera è la penultima del sole che va a dormire nel mare. Poi andrà dietro il monte San Bartolo. Fino al 14 maggio 2027. Speriamo di esserci ancora. Baci gianni.

 

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Antonio e Cleopatra quarta parte. Il fascino di Cleopatra.

Antonio e Cleopatra quarta parte. Il fascino di Cleopatra.

 

Cleopatra nel rimpiangere Antonio ne ricorda la grandezza, la generosità la forza e la gioia di vivere: le sue gambe cavalcavano l’Oceano, il suo braccio alzato era il cimiero del mondo, la sua voce era armoniosa come tutte le intonate sfere, ma se voleva dominare e scuotere il mondo, era simile al tuono che rimbomba. Quanto alla sua generosità non c’era inverno in essa (…) le sue gioie erano come delfini; esse mostravano la schiena al di sopra dell’elemento in cui vivevano, (V, 2, 82-90).

Cleopatra decide di ricongiungersi all’amante morto e chiede a Charmian di adornarla dalla regina che è: “I am again for Cydnus-to meet Mark Antony” (V, 2,  227-228)

 

Allora torniamo al  trionfo dell’amore sul fiume Cidno (nasce dal Tauro, passa per Tarso in Cilicia e sfocia davanti a Cipro).

 

 

:" Per l'uomo moderno, Plutarco significa Shakespeare"[1], e viceversa.

 Allora diciamo subito che alcune tragedie di Shakespeare (il Giulio Cesare, l'Antonio e Cleopatra, il Coriolano ) dipendono da Plutarco che il drammaturgo inglese leggeva nella traduzione (del 1579) di Thomas North fatta su quella  francese (del 1559) del vescovo Amyot che tradusse pure i Moralia (1572)[2].

 

 

 

 

 

Antonio mandò a invitarla a pranzo  ejpevmmye me;n  ou\n kalw`n ejpi; to; dei`pnon , hj de; ma`llon ejkei`non hjxivou pro;" ejauth;n h{kein (Plutarco, Vita di Antonio, 26, 6) ma lei preferiva che fosse lui a recarsi da lei.

 

Shakespeare Antonio e Cleopatra:

 Enobarbo, ancora amico di Antonio, racconta questo episodio ad Agrippa e Mecenate partigiani e amici di  Ottaviano

Invited her to supper : she replied

it should be better he became her guest (II, 2, 225-226) Antonio la invitò a pranzo, lei rispose che sarebbe stato meglio che fosse lui ospite di lei.’

Our courteous Antony,

whom ne’er the word of “No” woman heard speak,

 being barber’d ten times o’er, goes to the feast”, il nostro cortese Antonio cui mai nessuna donna aveva sentito dire la parola No, dopo essersi curato la barba una decina di volte, va alla festa.

 

Plutarco: “Eujqu;" ou\n tina boulovmeno" eujkolivan ejpideivknusqai kai; filofrosuvnhn, uJphvkouse kai; h\lqen, subito dunque, volendole dimostrare affabilità e cortesia , obbedì e vi andò (Vita di Antonio, 26, 6) .

 

Nel dramma di Shakespeare, Agrippa commenta il racconto di Enobarbo dicendo che la fanciulla regale diversi anni prima aveva già indotto il grande Cesare  a mettere la spada nel letto: allora egli la arò e gli produsse il raccolto Royal wench!

She made great Caesar lay his sword to bed:

 he plough’d her, and she cropped (II, 2, 231-233.)

E’ il topos molto diffuso dell’uomo che ara e semina la donna  che si comporta come il campo arato raccogliendo il seme e producendo il frutto.

 

Con la sua femminilità di razza Cleopatra sapeva rendere affascinante tutto quanto faceva replica Enobarbo: “una volta la vidi saltare quaranta passi nella pubblica via,

 and having lost her breath, she spoke, and panted,

that she did make defect perfection,

 and, breathless, power breathe forth

e rimasta senza fiato parlava ansimando in modo da trasformare un difetto in cosa perfetta, e senza fiato, esalava potere.

 

L’aspetto con la capacità attrattiva della sua conversazione hJ morfh; meta; th`" ejn tw`/ dialevgesqai piqanovthto"  e il suo stile nel trattare con gli altri lasciavano un segno pungolando ajnevferev ti kevntron. Era un piacere ascoltare il suono della sua voce siccome ella volgeva facilmente la lingua come uno strumento musicale a parecchie corde kai; th;n glw`ttan w{sper o[rganovn ti poluvcordon eujpetw`" trevpousa (Plutarco, Vita di Antonio, 27, 327, 4).

 

 

Un altro aspetto di Cleopatra in Bernard Shaw

canzonatorio è l’ approccio di Cleopatra a Giulio Cesare nella commedia di Bernard Shaw Cesare e Cleopatra (del 1901) dove la principessa emerge da una Sfinge: “Ehi, vecchio signore (…) vecchio signore! Non scappare!”

Cesare: “Non scappare? Vecchio signore? A Giulio Cesare questo?!”

La giovinetta (insistendo) “vecchio signore!” (…)

Cesare: (stupefatto) “Chi sei tu?”

La giovinetta: “Cleopatra, regina d’Egitto!”

Cesare le risponde a tono

Cesare: “Ma che regina d’Egitto!” (Atto primo. Quadro secondo).

 

 

 

Plutarco nella Vita di Cesare racconta che  Cleopatra per avvicinare Cesare si dispose in un sacco per le coperte-eij" strwmatovdesmon (49, 2) che il siciliota Apollodoro legò con una cinghia e portò a Cesare. Dicono che Cesare fu colpito da questo primo stratagemma della ragazza che gli apparve brillante lampra`" faneivsh" (3) e affascinato dalla sua conversazione e dalla sua grazia la riconciliò con il fratello associandola al regno.

Shakespeare ricorda questo episodio facendo dire a Enobarbo che Apollodoro portò “a certain queen to Caesar in a matress” (Antonio e Cleopatra, II, 6).

Quindi Enobarbo dice a Menalca, amico di Sesto Pompeo: “there is never a fair woman has a true face”, non vi è mai una bella donna che abbia una faccia veritiera.

E Menalca risponde: “no slander: they steal hearts” (II, 6), non è una calunnia, esse rubano i cuori

Enobarbo descrive il carattere assai diverso di Ottavia, la nuova moglie di Antonio sposata per sancire una tregua con Ottaviano, una vedova fredda e riservata che  fa  prevedere il ritorno del marito to his Egyptian dish again (II, 6) al suo piatto egiziano. He married but his occasion here, Egli ha sposato solo il suo tonaconto.

 

La supremazia assoluta di Cleopatra viene riconosciuta da Antonio nella tragedia di Shakespeare.

 

Antonio si accusa da solo di ignavia e di sottomissione a Cleopatra dopo la battaglia di Azio quando dice ai suoi compagni: let that be left which leaves itself, abbandonate quello che abbandona se stesso (Antonio e Cleopatra III, 11), poi parla  a Cleopatra che l’ha abbandonato durante la battaglia di Azio  e si scusa –forgive my fearful sails- dicendo che non pensava che lui l’avrebbe seguita.

 

Antonio dunque replica: “Thy full supremacy thou knew’st”, conoscevate la vostra supremazia e che un vostro cenno mi avrebbe fatto disobbedire al comando degli dèi

 Poco più avanti lo sconfitto aggiunge: “you did know how much you were my conqueror, and that –my sword, made weak by my  affection, would obey it on alla cause (III, 11)

Antonio si duole di avere offeso la sua reputazione con il  modo di sbandare più ignobile: “I have offended reputation, a moste unnoble swerving (III, 2, 48-49). Cfr. la civiltà di vergogna

Comunque Antonio poi accetta le scuse di Cleopatra e le dice Fall not a tear, I say non versate una lacrima, one of them rates –all that is won and lost, una sola di esse vale tutto quanto è stato vinto e perso e per quanto riguarda la fortuna, Fortune knows we scorn her most when most she offers blows, la fortuna sa che noi la disprezziamo tanto più quanto più ci soffia contro (III, 11 73-74)  

 

 

La Cleopatra di Lucano tende piuttosto a blandire Cesare.

Gli dice: “o maxime Caesar- (Pharsalia, X, 85), se vale qualche cosa la nobiltà del mio sangue, io discendo da Lago (il padre di Tolomeo I Sotér)  e sono stata cacciata dal trono, ebbene: “si tua restituit veteri me dextera fato- se  la tua destra mi restituisce al mio destino regale, complector regina pedes” (88-89) io pur da regina abbraccio i tuoi piedi.

Tu sei aequum sidus una stella favorevole gentibus nostris (90)

Nullo discrimine sexus (91) qui non c’è distinzione di sesso e una donna può stare al vertice del potere: reginam scit ferre Pharos (92), Faro sa portare avanti una regina.

Mio padre ha lasciato eredi del regno e del talamo me e mio fratello. Ma Tolomeo “habet sub iure Pothini-affectus enseseque suos” (95-96). Chiede quindi a Cesare di eliminare Potino. Per sé non vuole nulla: regem iube regnare (99) comanda al re di regnare.

Lo schiavo (famulus) Potino si è montata la testa. 

Ha fatto decapitare Magno e ora minaccia te-sed procul hoc avertant fata (101)

Ma serve pensando al regno

Le parole non sarebbero bastate. “vultus adest precibus faciesque incesta perorat” 105 il volto è associato alle preghiere e tutto l’aspetto impuro tiene la perorazione.

 

A proposito di incesta

Nell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare, Mecenate definisce Cleopatra a trull, una bagascia cui l’adultero Antonio, marito della casta Ottavia, ha ceduto, nelle sue colossali abominazioni, la propria potente autorità (III, 7).

 

Quindi exigit infandam noctem corrupto iudice- (Pharsalia, X, 106) -dopo avere corrotto il giudice trascorre con lui la notte nefanda.

 

Insomma Cleopatra è una femmina incantatrice, voluttuosa, ed è pure una donna imperiosa: a Enobarbo che vuole tenerla lontana dalla guerra dice: “as president of my kingddom will appear there for a men” (III, 7), quale regina del mio regno vi apparirò come uomo

 

 

 

   

Inoltre, racconta acora Plutarco, Cleopatra conosceva le lingue e con pochissimi barbari si serviva di un interprete dij eJrmhnevw" , ma alla maggior parte rispondeva personalmente da sé-toi`" de; pleivstoi" aujth;

di j aujth`"  ajpedivdou ta;" ajpokrivsei"  come per esempio agli Etiopi, ai Trogloditi, agli Ebrei, agli Arabi, ai Siri, ai Medi, ai Parti. Conosceva infatti molti idiomi mentre i Tolomei suoi predecessori non avevano imparato nemmeno l’egiziano e avevano dimenticato perfino la lingua macedone

Questo lo rinfaccio a quanti dicono quattro frasi incrociate di due lingue franche spacciate una per italiano, l’altra come inglese.

Concludo la seconda scena del secondo atto dell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare.

Mecenate dice che Antonio, sposando Ottavia, dovrà abbandonare Cleopatra per sempre.

Enobarbo lo esclude: “Never : he will not.

Age cannot wither her, nor custom stale

 her infinite variety: other women cloy

the appetite they feed, but she makes hungry

where most she satisfies: for vilest things

become themselves in her, that the holy priests

bless her when she is riggish (  II, 2, 237-245) ,

non lo farà mai: l'età non può appassirla, nè l'abitudine rendere stantia la sua varietà infinita: le altre donne saziano gli appetiti cui danno alimento, ma ella rende affamati dove più soddisfa, poiché le cose più vili assumono un’identità in lei tanto che i santi sacerdoti la benedicono nella sua lussuria.

 

Con le ultime tre battute Mecenate Agrippa ed Enobarbo si salutano cordialmente ricordandoci la conciliazione tra i due partiti. Durerà poco del resto poiché la casta Ottavia non potrà prevalere né preponderare su “Cleopatràs lussuriosa”.

 

 

 

 

Age cannot  wither her, l’età non può appassirla.

 

Ma dopo la sconfitta Antonio che teme un cedimento di Cleopatra a Ottaviano, le dice: “you were half blasted ere I knew you (III, 13), eravate già mezza appassita prima che vi conoscessi dopo averle detto anche Ah, you kite!, avvoltoio

Poi aggiunge: “ I found you as a morse cold upon /dead Caesar’s trencher” , vi ho trovata come un boccone freddo sul tagliere di Cesare morto, nay, you were a fragment of Cneius Pompey,  anzi eravate un avanzo di Pompeo

 

Pesaro 31 luglio 2026 ore 9, 52 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]Mazzarino, op. cit., p. 138. L'autore continua così:"significa Robespierre e Verginaud e Danton; solo uno storico di razza (sia pure uno storico moralista, storico dell' ethos  di grandi individui) poteva trasmetterci l'eredità classica, in quanto eredità di tradizione storica, in maniera così rilevante e decisiva.

[2]Traduzioni approvate, da Montaigne che, qualche anno più tardi, scrive nei Saggi  :" Io do giustamente, mi sembra, la palma a Jacques Amyot su tutti i nostri scrittori francesi, non solo per la semplicità e la purezza del linguaggio, nella quale supera tutti gli altri, né per la costanza di un così lungo lavoro, né per la profondità del suo sapere, poiché ha potuto volgarizzare così felicemente un autore tanto spinoso...ma soprattutto gli sono grato di aver saputo discernere e scegliere un libro tanto degno e tanto appropriato per farne dono al suo paese. Noialtri ignoranti saremmo stati perduti se questo libro non ci avesse sollevato dal pantano; grazie a lui, osiamo ora e parlare e scrivere; le signore ne dànno lezione ai maestri di scuola; è il nostro breviario"(II, 4, pp. 467-468).