Altro elemento nuovo introdotto da Euripide nella tragedia è la retorica: i suoi personaggi ingaggiano vere battaglie di parole secondo le regole della sofistica e del linguaggio processuale. I contendenti cercano di prevalere, di "rendere più forte il discorso più debole", come prometteva l'annuncio programmatico (ejpavggelma) delle Antilogie del sofista Protagora che colpito, pure lui, da un’accusa di empietà intorno al 420 a.C.,fuggì da Atene[1].
“To;n h{ttw lovgon kreivttw poiei'n” [2], rendere più forte il discorso più debole, significa che l'imputato usa ogni mezzo di persuasione per sostenere la propria tesi.
Così fa Elena nelle Troiane quando parla a Menelao per giustificare il proprio adulterio e controbattere tutte le possibili accuse, ritorcendole contro chi vuole addebitarle delle colpe, contro Ecuba in particolare, ma senza risparmiare nessuno tra vivi e morti, uomini e dèi:"probabilmente, che io sembri parlare a ragione o a torto, tu (a Menelao) non vorrai rispondermi, in quanto mi consideri una nemica. Io tuttavia replicherò alle tue parole contrapponendo le mie accuse a quelle che credo formuleresti tu contro di me se ti mettessi a parlare. Innanzitutto dunque il principio della sciagura lo generò costei (indica Ecuba) partorendo Paride; in secondo luogo mandò in rovina Troia, e anche me, poi il vecchio (Priamo) non ammazzando il neonato, che aveva l'aspetto funesto di una fiaccola[3], e un giorno doveva chiamarsi Alessandro. Ascolta dunque come va il resto a partire di qui. Questo giudicò il gruppo delle tre dèe: e il dono di Pallade ad Alessandro era che egli come condottiero dei Frigi avrebbe devastato l'Ellade,
Era invece gli promise che avrebbe avuto in signoria l'Asia e le terre dell'Europa, se Paride l'avesse prescelta;
Cipride infine, ammirando il mio aspetto, gli promise di darmi a lui, se avesse superato le dèe nella bellezza.
Considera come va il seguito di tali premesse. Cipride vince le dèe, e le mie nozze giovarono all'Ellade così: voi non siete dominati dai barbari, né costretti alle armi, e non subite tirannide. Ma mentre la Grecia, in questo, ebbe fortuna, io, venduta per la bellezza, trovai la rovina e sono vituperata per quei fatti per cui dovrei ricevere una corona sul capo. Tu dirai che io non parlo ancora proprio delle questioni scottanti: come partii da casa tua di nascosto. Venne il demone nato da costei avendo con sé una dea non di poco conto (oujci; mikra;n qeo;n e[cwn), sia che tu voglia chiamarlo con il nome di Alessandro, sia con quello di Paride. Che tu, o pessimo, lasciasti nelle tue case e partisti da Sparta con una nave per la terra di Creta. E sia! Non a te, bensì a me stessa a tale proposito voglio domandare: a che cosa pensando ho seguito lo straniero dalle mie case tradendo la patria e la famiglia mia? Punisci la dea e fatti più forte di Zeus il quale ha la signoria sugli altri dèi, ma è schiavo di quella: a me sia concesso il perdono (vv. 914-950).
Afrodite è la divinità del pantheon greco più diffusa. “La sua universalità in Grecia è adeguatamente descritta da lei stessa nei versi iniziali del prologo dell’Ippolito di Euripide (vv. 1-8). Zeus può avere santuari più pretenziosi-vengono in mente Olimpia o Dodona, al pari dei templi e dei santuari di Apollo-ma per la totale partecipazione popolare, attraverso rappresentazioni scultoree e pittoriche in templi che offrivano la performance rituale dell’atto sessuale…nessuna divinità era sua pari in Ellade. Come ogni altra divinità, simbolizzava il laicismo dello stile di vita greco-terreno e sensuale se giudicati con i criteri del credo e della dottrina giudaico-cristiana. L’Ellade non solo ammetteva il sesso e l’atto sessuale, ma si può dire (con termini nostri) che li facesse oggetto di culto…Era precisamente questa accettazione della realtà fisica che la cultura giudaico-cristiana rifiutava di riconoscere come dotata di valore religioso”[4].
Ecco come si presenta Cipride entrando in scena all’inizio dell’Ippolito: “ Pollh; me;n ejn brotoi'" koujk ajnwvnumo"-qea; kevklhmai Kuvpri~, oujranou' t j e[sw ( vv. 1-2), grande e non oscura dea, sono chiamata Cipride, tra i mortali e nel cielo.
Nel primo episodio la nutrice di Fedra le attribuisce una forza d'urto ineluttabile:" Kuvpri" ga;r ouj forhto;n h]n pollh; rJuh'/" (v. 443), Cipride infatti non è sostenibile quando si avventa con tutta la forza.
Nell’Ippolito di Euripide, Afrodite è la divinità più forte: “Zeus, non meno di Artemide, non ha voce in capitolo riguardo a ciò che Afrodite può fare, ed ha fatto. Il comitato o corporazione di divinità ha potere di vita e di morte su di “noi”, i mortali, ma tra loro questi poteri sono in competizione: essi operano in un “libero mercato”.[5]”
La potenza di Cipride viene celebrata anche all'inizio della Parodo delle Trachinie di Sofocle:"mevga ti sqevno" aJ Kuvpri" ejkfevretai-nivka" ajeiv" (vv. 497-498), Cipride porta con sé una grande potenza, sempre vittorie.
E' la tota ruens Venus dell'Ode I 19 per Glicera di Orazio.
Seguirà Properzio:"Illa potest magnas heroum infringere vires,/illa etiam duris mentibus esse dolor " (I, 14, 17-18), quella dea può spezzare grandi forze di eroi, ella può costituire un dolore anche per i cuori duri.
Elena utilizza il paradigma mitico per avallare la propria tesi, come fa il Discorso Ingiusto nelle Nuvole di Aristofane (vv. 904-905). L’ [Adiko~ lovgo~ sostiene che la giustizia non esiste nemmeno presso gli dèi, altrimenti Zeus che ha messo in catene suo padre sarebbe morto.
Perfino Ovidio nelle Metamorfosi, la principale fonte dell’immaginario erotico della Roma colta, accenna una critica alla dissolutezza di Zeus, il primo dongiovanni della civiltà occidentale. “non bene conveniunt nec in una sede morantur/maiestas et amor” (Metamorfosi, II, 846-847), non si accordano bene e non dimorano insieme la maestà e l’amore.
Elena viene difesa ed elogiata dal sofista Gorgiacon queste e con altre argomentazioni: la bella donna non deve essere considerata colpevole :" ella in ogni caso sfugge all'accusa poiché fu presa da amore, fu persuasa dalla parola, fu rapita con la violenza, e fu costretta da necessità divina"( Encomio di Elena, 20).
Altra difesa della maliarda figlia di Zeus farà l'allievo di Gorgia, Isocrate[6] che celebra la sua bellezza considerandola, tra l'altro, la causa della prima alleanza panellenica contro i barbari (Encomio di Elena, 67).
Saffo la approva senza raccattare scuse e senza negare l’adulterio, come faranno Stesicoro nella Palinodia , Euripide nell’Elena e senza minimizzarlo come Isocrate nell’Elena.
La poetessa di Lesbo non ha bisogno, di sostenere che la bella donna in realtà rimase fedele a Menelao, siccome a Troia andò solo un fantasma, né adduce il motivo patriottico, come farà Isocrate.
Vediamo la traduzione dell’Ode in strofe saffiche solitamente chiamata “La cosa più bella” (fr. 27 D.)
"alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla terra nera
sia la cosa più bella, io quello
che uno ama.
Ed è facile assai rendere questo
comprensibile a ognuno: infatti quella che di gran lunga superava/
nella bellezza gli esseri umani, Elena, dopo avere lasciato
il marito che pure era il più valoroso di tutti
andò a Troia navigando
e non si ricordò per niente della figlia
né dei suoi genitori, ma Cipride la
trascinò, in preda all'amore.
Anche a me ora ha fatto ricordare
di Anattoria assente.
Di lei ora vorrei vedere l'amabile
passo e il fulgido scintillio del volto
piuttosto che i carri dei Lidi e i fanti
che combattono nell'armatura".
Ma torniamo alle Troiane di Euripide. Ecuba controbatte Elena con abilità non minore: Euripide usa il metodo dei Dissòi lògoi [7] impiegato pure nelle Antilogie perdute di Protagora[8] il quale "fu il primo a sostenere che intorno ad ogni argomento ci sono due asserzioni contrapposte tra loro" come ricorda Diogene Laerzio (9, 51).
L'episodio delle Troiane è “una specie di scena giudiziaria in cui entrambe le parti fanno uso di tutti i mezzi avvocateschi”[9].
Infatti Quintiliano sostiene che Euripide rispetto a Sofocle è di gran lunga più utile a coloro che si preparano a trattare cause: “iis qui se ad agendum comparant utiliorem longe fore Euripiden”. Quindi spiega perché: “Namque is et sermone (quod ipsum reprehendunt, quibus gravitas et cothurnus et sonus Sophocli videtur esse sublimior) magis accedit oratorio generi et sententiis densus et in iis quae a sapientibus tradita sunt paene ipsis par, et dicendo ac respondendo cuilibet eorum qui fuerunt in foro diserti comparandus », infatti egli nel linguaggio (fatto stesso che rimproverano quelli cui sembra più elevato il coturno e il tono di Sofocle) si avvicina di più al genere oratorio ed è pieno di sentenze e in quelle che sono state tramandate dai filosofi quasi pari a loro stessi, e nel parlare e nel rispondere si deve paragonare a ciascuno di quelli che furono facondi nel foro.
Tutto questo però non esclude il pathos: “in adfectibus vero cum omnibus mirus tum in iis qui miseratione constant facile praecipuus” [10], nei sentimenti del resto è straordinario sia in generale sia particolarmente in quelli che sono fatti di compassione.
“Come creatore di un nuovo modo di descrivere il pathos, Euripide si dimostra una volta di più precursore dell’ellenismo: quando lo scritto Sul sublime lo riconosce maestro nella rappresentazione del pathos della follia e dell’amore (15, 3),
definisce in tal modo due settori dominanti della poesia ellenistica, e a questo contesto appartiene anche la nuova importanza che assumono i ruoli assegnati ai bambini”[11].
Sentiamo ora l’inizio dell'accusa di Ecuba:"Prima di tutto mi farò alleata delle tre dèe e dimostrerò che costei non dice il giusto. Io infatti credo che Era e la vergine Pallade non siano giunte a tanta stoltezza, per la quale una voleva vendere Argo ai barbari, e Pallade che Atene un giorno fosse serva dei Frigi, se davvero convennero sull'Ida ad una gara di bellezza per scherzo o civetteria. Infatti per quale motivo una dèa, Era, avrebbe dovuto avere tanto desiderio di bellezza? Forse per prendere uno sposo migliore i Zeus?
O sarebbe andata a caccia delle nozze di qualcuno degli dèi Atena che chiese al padre di conservare la verginità volendo schivare il letto nuziale?
Non rendere sceme le dèe per imbellire la tua colpa: tu non convinci gli intelligenti. Hai detto che Cipride-e questo è davvero molto ridicolo- è venuta al palazzo di Menelao con mio figlio. Non avrebbe potuto portarti via a Ilio con la stessa Amicle [12] rimanendo tranquilla nel cielo?" (vv.969-986).
Il fatto è che Paride era bello
La bellezza di Paride non è congiunta al valore guerriero nell’accusa di Ettore.
Il terzo canto dell'Iliade propone il contrasto tra apparenza e sostanza.
In testa all'esercito troiano si fa vedere Paride con l'aspetto di un dio (qeoeidhv" , v. 16), con pelle di pantera sopra le spalle, arco ricurvo e spada, e, per giunta, squassando due lance a punta di bronzo il bellimbusto sfidava tutti i campioni degli Achei. Ma quando Menelao, contento della preda, saltò a terra dal carro per affrontarlo, il bellone sbigottì in cuore e si ritirò presso i compagni. Allora Ettore lo assalì con parole infamanti: gli diede del donnaiolo (gunaimanev") e seduttore (hjperopeutav v. 39), lo accusò di smentire l' aspetto splendido (ei'jdo" a[riste) con un cuore senza forza né valore (45), in quanto era uomo capace di portare via le donne agli uomini bellicosi ma non di affrontarli.
Allora Paride gli risponde di non biasimarlo e non rinfacciargli i doni amabili dell'aurea Afrodite (mhv moi dw'r& ejrata; provfere crusevh" jAfrodivth"", 64): nemmeno per te sono spregevoli i magnifici doni degli dèi (qew'n ejrikudeva dw'ra, v. 65) che del resto nessuno può scegliersi.
Quindi si presta ad affrontare in duello il rivale Menelao.
Seguono le accuse di Ecuba riguardo alle menzogne di Elena: "affermi che mio figlio ti portò via con la forza: chi degli Spartani se ne accorse? o quale grido levasti, mentre il giovane Castore e il gemello erano vivi, non ancora tra gli astri? (vv. 998-1001)
La vecchia regina per giunta accusa Elena di opportunismo, di stare sempre dalla parte del vincitore:"Quando poi giungesti a Troia e gli Argivi sulla tua orma, e c'era la lotta di lance mortifere , se ti veniva annunciato che vittoriose erano le gesta di Menelao
lo esaltavi, perché mio figlio si affliggesse di avere un grande rivale nell'amore. Se invece avevano successo i Troiani, costui non era più nulla (oujde;n h\n o{de).
Tu guardavi al successo[13] e stavi attenta a seguirlo, mentre non ti curavi di andare con la virtù” (vv.1002-1009). Poi vengono altre imputazioni meno interessanti. Infine c'è la richiesta della condanna: "Menelao, perché tu sappia dove porterò il mio discorso, onora la Grecia uccidendo costei in modo degno di te, e per le altre donne fissa questa legge: che debba morire chiunque tradisca lo sposo"(vv. 1029-1032).
Una richiesta che sembra venire accolta da Menelao: “sarà come tu vuoi: infatti non si imbarcherà sulla nave dove salirò io; e non dici male; giunta ad Argo la malvagia morrà malvagiamente come si merita, e insegnerà a tutte le donne la temperanza (swfronei'n): questo invero non è facile; comunque la morte di costei getterà nel timore la loro follia, pure se fossero ancora peggiori"(vv. 1053-1059). Ma sappiamo tutti che Elena se la caverà, mentre gli innocenti, quali Polissena o Astianatte, vengono uccisi dai vincitori.
Pesaro 23 luglio 2026 ore 10, 30 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Gli Ateniesi bruciarono i suoi libri nell’agorà ( Diogene Laerzio, 9, 8, 52). Del suo scritto Peri; qew'n tenne letture in casa di Euripide o di Megaclide o nel Liceo (Diogene Laerzio, 9, 8, 54). Sugli dei scrisse che non poteva sapere né se ci fossero, né se non ci fossero. Dell’uomo disse che è misura di tutte le cose. Di questa idea attribuita a Protagora da varie fonti, do la formulazione del Cratilo (385e) di Platone:" w{sper Prwtagovra" e[legen, levgwn “pavntwn crhmavtwn mevtron” ei\nai a[nqrwpon", come diceva Protagora che l'uomo è misura di tutte le cose.
Per Sofocle invece, misura di tutte le cose è Dio.
Tolstoj ribadisce tale fede insita in ogni religione nel suo romanzo più noto:"Per noi, con la misura del bene e del male dataci da Cristo, non esiste nulla di incommensurabile, e non c'è grandezza là dove non c'è semplicità, bene, verità", Guerra e pace , pag.1607.
Seneca invece trova la misura di Dio troppo grande per la maggior parte delle cose terrene:"sciam omnia angusta esse mensus deum " (Naturales quaestiones , I, 17), saprò che tutto è meschino dopo aver misurato dio
[2] Protagora, fr. 6b D. K. Cfr. Platone, Apologia di Socrate, 19b. Fa parte dell’atto di accusa contro Socrate.
[3] Ecuba, incinta di Paride, aveva sognato di partorire una fiaccola accesa: “ dalou' pikro;n mivmhma” (Troiane, v. 922), amara immagine di una torcia consumata. Cfr. l’Alexander di Ennio, --traduzione dell’Alessandro di Euripide- fr. 19 Traglia: “Mater gravida parere se ardentem facem-visa est in somnis Hecuba” (vv. 1-2), la madre gravida Ecuba nel sogno si vide partorire una fiaccola ardente.
La fiaccola è latrice di significato simbolico ambivalente: evoca le nozze ma anche i funerali, come risulta da questo verso di Properzio dove Cornelia dice :"viximus insignes inter utramque facem" (IV, 11, 46), sono vissuta nella luce tra l'una e l'altra fiaccola (quella delle nozze e quella del rogo funebre). Il nesso tra il sorgere di una nuova vita e il fulmine invece preconizza la nascita di un individuo eccezionale. Olimpiade poco prima di concepire Alessandro sognò che scoppiasse un tuono e che un fulmine la colpisse nel ventre (e[doxe bronth'~ genomevnh~ ejmpesei'n aujth'" th'/ gastri; keraunovn, Plutarco, Vita, 2, 3) e che dalla ferita si levasse un gran fuoco che si divise in fiamme poi si spense. Si può pensare anche alla nascita di Dioniso: Semele è la madre fulminata (Euripide, Baccanti, v. 6) fatta partorire dal fuoco folgorante (Baccanti, v. 3).
[5] Havelock, Op. cit., p. 146.
[7] " Un testo che può definirsi la formulazione "relativistica" del pensiero dei sofisti…Gli "agoni di discorsi" tucididei echeggiano questa problematica, pur a mezzo secolo di distanza dai Dissoì lògoi… uno scritto sofistico redatto verso il 450 o al più tardi 440" (S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 1 pp. 258 ss.
[13] "Le donne non perdonano l'insuccesso", dice bene Kostantin, il ragazzo suicida di Il gabbiano di Cechov (Atto secondo. Cechov è vissuto tra il 1860 e il 1904. Il gabbiano è del 1895.). Poi: "Se una donna non tradisce, è perché non le conviene" sostiene Pavese (Il mestiere di vivere , 31 ottobre 1938.) Infine:"Le puttane battono a soldi. Ma quale donna si dà altro che a ragion veduta?" Il mestiere di vivere , 17 gennaio 1938.)
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