giovedì 1 ottobre 2026

Ifigenia CL. I primi amori. Due bambine brune degli anni Cinquanta. La gara di corsa a Moena. La scuola a Pesaro dal primo ottobre 1950. Le conferenze di questo mese di ottobre a Bologna.



 

La mattina del 15 marzo 1981, appena sveglio, cominciai a meditare.

Era domenica: ne avevo tutto il tempo, anche troppo. Dopo due

anni, quattro mesi e mezzo, quello era il primo giorno non

lavorativo che avrei passato a Bologna senza vedere né sentire

Ifigenia, con ogni probabilità. Mi ero talmente abituato a

vivere con lei e per lei, a ricevere le sue visite, le telefonate, le

richieste, che se davvero non l'avessi più vista, ascoltata, potuta

aiutare, avrei sofferto il vuoto finché non mi fossi assuefatto al nuovo stato di monaco. La mia decantata vitalità, che l'amica Antonia aveva definito "faustiana", invero era dipesa quasi tutta da quella ragazza dal primo novembre del 1978.

Eppure, sparita lei fisicamente, avrei potuto leggere più di prima, correre gli stadi più di prima,  magari in tempi migliori; avrei avuto modo di pedalare non solo su per la Croara, il Monte delle formiche, il Grappa e il Pordoi, ma pure il Gavia e lo Stelvio.

“Stelvio e Gavia per me pari son” gridai ricordando che l’aveva detto Anquetil. Tifavo per lui dopo Coppi poiché ero bravo a cronometro oltre che in salita. Mi dissi che dovevo scalare anche il Parnaso, l’Olimpo e il Taigeto a cronometro. Avrei preso i tempi impiegati.

 E scrivere un capolavoro dovevo. Un epos grandioso, un romanzo

con la visione realistica, politica, storica e pure mistica di un'epoca

intera. Non avrei sprecato con il vizio e nell'ozio il talento che la

bella donna aveva riconosciuto in me; non avrei sciupato

nell'inerzia, stando seduto a mangiare o steso a boccheggiare, il

fisico che a lei una volta piaceva, e forse le sarebbe piaciuto di

nuovo se non l'avessi lasciato andare in malora. Non avrei mai

abiurato il culto della santa bellezza rivelata e consacrata

dall'amore di quella ragazza bella e da altre prima di lei, non meno belle di lei. Non mi sarei abbassato a tresche con femmine deformi o cretine.

L'amore di Ifigenia era diventato un altro culmine della mia vita dopo quello di Elena Augusta : di lassù potevo osservarla intera, comprenderla con una visione d’insieme, e raccontarne le quintessenze che riguardano tutti. Avrei scritto una grande storia d'amore partendo dalle emozioni di bambino per le bambine coetanee, poi, di femmina umana in femmina umana, sarei arrivato al 14 marzo del 1981.

 

Il ricordo dell’emozione più antica risaliva all'estate del '55: avevo 11  anni

non ancora compiuti,  mi trovavo a Moena. Mi impressionò

fortemente una citta mia coetanea una bruna bruna, snella, vispa, carina, vestita  di bianco. La vedevo affacciata a una finestra: abitava al piano sottostante il mio nell’edificio a tre piani di via Nazario Sauro.

Non conoscevo il suo nome. La sentivo cantare un motivo con parole su

una paloma bianca come la neve, come la neve. La pensavo quale creatura  variopinta, policroma: candida, come la paloma  e  il suo vestito, nera come i suoi capelli lunghi e lisci, azzurra come gli occhi che purtroppo non mi guardavano punto. Fu il primo anno che a Moena non passai le

mattine aspettando, invano, la posta della mamma mia spensierata, spiritosa e leggera, oppure cupa,  irata e furente.  Impiegavo il tempo cercando un'occasione per conoscere quella bambina preziosa e farmi guardare e parlarle. Un giorno avvicinai suo fratello, un  bimbo di sei o sette anni.

 Lo invitai a giocare, e quando la madre, una donna di occhi e di capelli nerissimi 13 lo chiamò in casa, gli chiesi se potessi salire anche io. Disse di sì; anzi ne fu proprio contento poiché uno “più grande” lo degnava della sua

compagnia.

Con questo stratagemma odissiaco entrai nel loro

appartamento. La sorella però purtroppo non c'era, e, quando

giunse, non mi rivolse lo sguardo. Ci rimasi male assai, ma non

desistetti. Ce la mettevo tutta già allora per piacere alle femmine umane.

Mi ero allenato in casa per evitare sgridate e maltrattamenti.

Qualche giorno dopo, verso la fine di agosto, mi accorsi con

strazio che in quell'amore non contraccambiato avevo pure un

rivale meno negletto di me: un ragazzotto di 13-14 anni che abitava al primo piano della nostra casa di via Damiamo Chiesa.  Paloma dimorava al secondo, io con la zia Giulia al terzo.

 Li osservavo dalla finestra: parlavano volentieri quei due,

senza nascondere qualche complicità. Con mio strazio. Dovevo superare lui agli occhi di lei, ma ero piccolo io, minuto e malvestito. Quello era

grande, massiccio, anche un po' prepotente: prendeva  spesso a calci i bidoni della spazzatura  e gridava. Mi pareva un adulto rozzo, quasi bestiale. Cosa potevo fare contro tale ciclope?

Un pomeriggio, mentre uscivo, li vidi sorridersi davanti al portone.

Allora mi venne in mente un'astuzia da condannato a morte14: mi avvicinai, chiesi se sapevano l'ora, feci una o due osservazioni

insignificanti, quindi sfidai quel Carnera a una gara di corsa in un circuito che andava da via Damiano Chiesa fino alla fontana del Turco, poi dopo una svolta a sinistra  entrava in mezzo a un campo di cavoli e di patate in fiore sorvolati da tante farfalle bianche. Poi si tornava sulla strada.

 Il giro  si chiudeva davanti a casa nostra dopo altre due svolte a sinistra

Volevo mettere in lizza la mia agilità alata contro la brutalità greve, semibestiale  dell’aborrito ragazzo di Bolzano. Quel bruto  non poté rifiutare.

Mentre si parlava dei termini della sfida, feci in modo che si

avvicinassero e volessero partecipare anche altri bambini del rione,

villeggianti e moenesi. Più numerosi fossero stati gli agonisti, più bello, famoso  e fatato il mio  trofeo. Ne vennero una decina, tutti maschi.

 Flavio,  detto “lo strullo” dalle mie zie, fu proclamato giudice e ne fu contento.

Bisognava correre per un chilometro e mezzo circa. Paloma osservava  gli  agonisti stabilire, concordare le regole e spiegarle al  nostro arbitro che

sorrideva a tutti e augurava la vittoria a ciascuno di noi. La guardavo di

sfuggita: mi sembrò pallida e più bruna, più bella che mai.

Speravo che fosse in apprensione, se non per me, almeno per il

risultato. I capelli li aveva nerissimi, come la madre sua e la mia, gli occhi

azzurri anche questi come la mia mamma; i bambini del resto non danno agli occhi l'importanza dovuta: trovano maggiore significazione nel naso,

nelle guance, nelle labbra, e, appunto nelle chiome; forse perché

sono parti più concrete, afferrabili, accarezzabili. Da me per altro

soltanto nei pensieri e nei sogni, ché la mamma mia non si

lasciava accarezzare.  

Trovavo quella bambina così attraente che ne tremavo, sia

vedendola  brillare nel sole, sia ricordandola affacciata sul balconcino illuminata dalla luna. Cantava spesso la melodia che ho ancora nel cuore.

 Speravo di rendermi degno di tanto splendore vincendo la competizione che avevo voluto. Pensavo che se mi avesse

approvato, avrei potuto gettarmi dentro i crepacci della

Marmolada senza morire né farmi male. Le ali, mi sarebbero spuntate. Né le

vipere che mi terrorizzavano avrebbero potuto nuocermi, né i lupi, né gli orsi

dei boschi, né i preti maliziosi. Perfino le zie sempre pronte a

sgridarmi avrebbero capito che valevo qualcosa. E della posta che non arrivava, non mi importava più un fico. Finalmente avevo trovato una ragione per non

soffrire dell'amore non contraccambiato dalla mamma.

 L'interessamento di Paloma dovevo meritarlo. Sapevo

che nessuno ammira nessuno per niente, e sapevo pure di valere

qualche cosa correndo. In fondo da allora non molto è cambiato, sebbene siano  passati decenni.

Il tempo infatti non è una cosa visibile, e la civetta dell'arte deve capire e prevedere il significato dei suoi movimenti occulti, sotterranei, da talpa.

Il tempo porta a ciascuno la formazione della  sua identità che si viene scoprendo negli anni. Finché l'uomo muore e poi, forse, come

affermano molti saggi, ricomincia, o continua a vivere  in

un'altra figura di forma diversa: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago"  15  tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando  .


 

 

Flavio dunque diede il via e la gara iniziò. Il mio rivale

in amore correva davanti a tutti: si era piazzato in prima

posizione, sgomitando e utilizzando la mole per ostacolare il sorpasso. Aggirata la fontana con la testa del Turco, infilammo lo stretto sentiero che attraversava l'orto con i cavoli e le patate, in fila indiana: io seguivo il  grosso rivale come un ombra, ché  l'avversario da battere era lui. Gli altri infatti rimasero presto staccati.

Non si impegnavano come noi due che avevamo in mente una dama da omaggiare.

 Quel grossolano del resto non era portato alla corsa: quando sbucammo in via Damiano Chiesa sul rettilineo d’arrivo sentii che ansimava molto più in fretta di me, e lo superai senza difficoltà. Anzi, allungai pure un poco il percorso, per stare alla larga dalle sue mani invadenti che infatti allungò come tentacoli per ghermirmi, farmi cadere e  grattare il ventre sul duro pavimento.

 Ma non riuscì ad acchiapparmi. Lo avevo superato rimanendo alla larga dalle sue braccia  da orango di pelo chiaro.

 Sicché tagliai il traguardo per primo. Flavio esultava, Paloma per niente. Se fosse stata meno stupida e vana, quella brunetta avrebbe compreso chi era tra noi due il più capace, poiché avevo voluto e vinto la gara; chi il più

onesto, siccome non avevo imbrogliato; chi nella vita avrebbe

combinato qualche cosa di egregio se ero stato io, piccolo, minuto,

 e malvestito, anche debole andavano dicendo le zie a chi

le ascoltava, a prevalere su un ercole  meglio tenuto e

pasciuto di me. Non osai avvicinarmi a lei: speravo che venisse  a

dirmi qualche cosa; almeno:"bravo! Come ti chiami? Di dove

sei?"

Le avrei risposto:"Mi chiamo Giannetto, sono di Pesaro, l'ho fatto

per te. Chiedimi cose più difficili, molto più difficili: per te tirerò

giù le stelle dal cielo". Credo che se mi avesse rivolto un sorriso,

quel giorno mi avrebbe commosso più che se oggi mi sorridesse

l'intero universo, o Dio stesso. Invece andò dallo sconfitto, e con

un'espressione fine, che contrastava con il ceffo sudato di

quel gaglioffo dal ciuffo biondo, disse senza ironia:"Bravo, siamo arrivati secondi".

Quella vittoria dunque non mi elargì il premio agognato e sperato però mi diede piena coscienza del mio talento di corridore. Nel 1980 a Debrecen avrei vinto una gara  podistica di millecinquecento metri nello stadio dell’Università di Debrecen suscitando applausi ed elogi da parte di tanti studenti europei. Quindi Ifigenia avrebbe intonato l’epinicio.

Smisi  di adorare Paloma, però mi accade ancora di ricordare il

volto bianco incorniciato dai capelli neri di lei, quando osservo la

luna alzarsi dagli alberi scuri di una tacita selva. E la sento cantare ancora.

Partendo da quell'immagine bruna dunque sarei arrivato all'icona

di Ifigenia che mi aveva lasciato la sera prima.

Ho continuato a sentirmi attirato dalle ragazze brune a innamorarmi di loro.

 Fino a Päivi che era rossa ma Elena, l’Augusta ottima e massima tra tutte, era bruna, bella e fine.

Tornato a Pesaro e alla scuola media Lucio Accio poche settimane più tardi mi innamorai di Marisa che oltre essere bruna e carina era la più brava della sezione femminile. Studiavo anche per prendere voti non meno alti dei suoi.

Li confrontavamo.  Non ho mai potuto accarezzare nemmeno lei, ma con Marisa almeno potevo parlare. Un passo alla volta nell’apprendistato amoroso. Tuttavia non bisogna procedere troppo adagio:  cade velocemente e precipita presto il destino di noi mortali. Troppo breve è la vita umana pure se centenaria. Siamo creature effimere, della durata di un giorno: “sogno di ombra è l’uomo” scrive Pindaro nel quinto epodo della Pitica VIII.

La penultima estate al mare la sorella di Marisa mi ha addolorato dandomi la notizia della sua morte recente. Le aveva detto di  me che ero molto bravo a scuola.

“Non più di Marisa. Mi dispiace molto. Sono sempre stato un fervido ammiratore di tua sorella”  ho risposto.

Se  lo avessi saputo in tempo sarei andato al funerale e avrei accarezzato la bara. Dedico questo capitolo all’antica compagna nelle scuole Lucio Accio e Terenzio Mamiani di Pesaro. Marisa è stata una delle persone più importanti della mia vita. Quando passo sotto casa sua distante un centinaio di metri dalla mia, lancio dei baci con un gesto della mano. Alcuni maschi molto razionali mi dicono che sono ipersensibile. “Fattene una ragione- rispondo- io mi piaccio così come sono e funziono bene così”

Avvertenza: il blog contiene 3 note.

 

Note

13

Cfr. Leopardi, Operette morali, Dialogo della Natura e di un islandese.

14

Cfr. M. Proust, Dalla parte di Swann, trad. it. Einaudi, Torino, 1978, p.32.


 

15 Ovidio, Metamorfosi XV, v. 178.

 

 

Pesaro  primo ottobre  2026 ore 10, 18 giovanni ghiselli

Decenni or sono la scuola elementare e media inferiore e superiore iniziava il primo ottobre. Il mio esordio da scolaro cadde il primo ottobre del 1950; un mese e mezzo prima che compissi sei anni. Quest’anno ne compirò 82. Eppure continuo a fare scuola.

 Entro il 5 ottobre, al più tardi, dovrò essere a Bologna poiché il 6 inizia una serie di 5 conferenze: 4 nella bibliotecaScandellara e una nella Ginzburg: epica, tragedia, lirica, storiografia greca con cenni alle latine successive e comparazioni con le moderne dove l’epica è il romanzo, la tragedia prima di tutti Shakespeare, la lirica Leopardi, la storiografia diversamente da quella greca non è obiettiva e non è curata nella forma.

 

 Saluti gianni.

 

p. s.

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Ifigenia CXLIX Il divorzio con il decalogo di Ifigenia


 

 

Il 13 marzo corsi i 5000 metri in 21,52. Non è un bel tempo, ma

era il primo della stagione che, anzi, avevo anticipato di un mese.

Lo  stimolo era sempre Ifigenia che, pur non amandomi più,

né volendomi bene, mi spingeva ad agire e a patire per il mio

bene. La sera le feci una densa lezione: doveva prepararsi su un atto di Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw. Le serviva per l’esame di recitazione e ne fu contenta: aveva il volto ridente, gli occhi socchiusi e la

semichiostra superiore dei denti un poco sporgente dal labbro abbronzato e

 appena rialzato9 : riconoscevo l'aria infantile, ingenua, quasi da scoiattola boschiva dei primi giorni felici; sembrava

perfino che mi amasse di nuovo, o per lo meno che fosse

affascinata un'altra volta da me; invece, tutt'al più mi era grata,

siccome, nonostante il suo disamore, io continuavo a sgobbare per

lei.

 

Il  14 marzo andai a prenderla sottocasa  per invitarla sull'Appennino a godere del sole che ci avrebbe reso più belli.

Era sabato, il mio giorno libero. Mi vide arrivare dentro la Volkswagen cui

avevo attaccato gli sci. Mi venne incontro.

La invitai a salire se voleva venire con me fino  al Corno alle scale per ripassare l'abbronzatura.  Un luogo triste invero almeno per chi ha avuto la valle di Fassa tra i cieli della sua infanzia.

Comunque Ifigenia fece due salti di gioia, come ai tempi belli.

Percorremmo il tragitto parlando di scuola e di esami; non

eravamo scontenti. Ma quando fummo arrivati su quella montagna

meschina, senza significato, senza sole, già priva di neve, non trovammo niente di buono, né di nuovo da dirci. Si parlava ancora una volta delle

nostre emozioni vane e cattive. Ci fermammo un'ora soltanto.

Come fummo a Bologna, verso le sei, l'accompagnai a casa sua,

poi tornai nella mia. Eravamo d'accordo che ci saremmo sentiti

alle dieci per decidere che cosa fare.

Entrai nello studio illuminato: il sole era finalmente sbucato dalle

invide nuvole sbaragliate dalla sua forza. Stava per tramontare non lontano oramai dalla grande pianura del nord: gradevole segno di primavera.

Eppure sentivo di essere completamente solo su questa terra, di

non provare interesse per alcuna persona vivente tranne la giovane

donna che non ne provava per me. Perfino lo studio, gli alunni, la

scuola, in quel tempo mi lasciavano solo uno scarso interesse. Probabilmente Ifigenia non poteva amarmi proprio perché mi vedeva privo di una  vita mia

indipendente dalla sua: di fatto ero meno vivo che morto. Andai in

camera a buttarmi sul letto: mi sentivo incapace di fare

qualsiasi cosa. Ripensai con struggimento ai vari periodi della

nostra storia, tutti meno infelici di tali giorni orrendi, e in età

nemmeno più tanto verde 10.

Era stato meno brutto, sebbene parecchio angoscioso, anche il periodo in cui non la amavo più, e nemmeno lei amava me, però non voleva che la lasciassi.

Allora, distesa su quel letto con gli occhi socchiusi e il breve

labbro appena rialzato sui denti, le braccia aperte, le belle gambe

divaricate, impaurita come un gattino nero che miagola per il

terrore di essere abbandonato, "non ti deluderò-diceva-dammi solo

dell'altro tempo".

"Certo, tesoro-la confortavo-io starò con te  finché tu avrai bisogno di me, e in ogni caso non voglio farti del male". Questo era vero, ma era pure vero che  ero attirato da un'altra. La situazione allora era penosa, tuttavia la  disfatta non era ancora totale.

Quella sera fatale invece intervenne un accidente imprevisto, anche se non imprevedibile, tale comunque che diede un'altra svolta e altri sobbalzi alla nostra vicenda già declinante per una strada piena di triboli,  irta di sassi acuti, forata da buche o  ritardata da alta rena.

Alle dieci le telefonai, poi andai a prenderla.  Avevamo preso

l'accordo di stare un paio di ore nel letto: il tempo di fare

comodamente l'amore. Lo facemmo un numero sufficiente di volte

e con discreta soddisfazione, mia se non altro. La terza però ci

eravamo stancati: a me era sembrato di pedalare in salita con un

rapporto troppo lungo; tutto lo Stelvio da Prato al passo, una ventina di chilometri, con il 21 per chi sa di ciclismo. Il

tipo di sforzo che danneggia il cuore, dicono.

Stavamo facevando una pausa dunque e si riprendeva fiato, con gli occhi

rivolti al soffitto, quand'ecco che all'improvviso Ifigenia

disse:"Ti devo parlare". Rabbrividii, poi la guardai. "Di’ pure".

"Gianni, io non avevo molta voglia di vederti e di stare con te

questa sera; anzi è da qualche tempo che non mi sento più spinta

verso di te; certo non come una volta".

Fece una pausa, ma  non intervenni."Tu non ne hai colpa-riprese-:

oggi sei stato particolarmente carino quando sei venuto a prendermi . Ma

dopo, hai visto? Non c'era niente di buono da dirci. Abbiamo

parlato soltanto delle nostre emozioni malsane, e non ancora

smaltite evidentemente. Forse quanto sto dicendo non è giusto né

logico, ma adesso sento così. Perciò non dobbiamo

frequentarci, almeno per un certo periodo. Poi si vedrà".

"Ho capito", risposi con tono calmo e condiscendente. "Se tu senti

così, non pórti questioni di logica né di giustizia, né, tanto meno,

di convenienza. Fai bene a lasciarmi. In effetti c'è molta

stanchezza tra noi: la provo anche io". Le accarezzai una guancia,

 feci un sorriso mesto e  domandai:"Toglimi una curiosità, anzi

un dubbio tesoro: hai ancora, o di nuovo in testa il maestro di

danza?"

"No", rispose in modo secco e sbrigativo. In ogni caso mi

consolò un poco. Non soffrivo come la notte del 19 novembre:

oramai la decadenza estrema del rapporto mi aveva esaurito e

sentivo anche io che ci voleva un rivolgimento, qualunque esso

fosse. Peggio di così non poteva andare. Non ho mai capito le coppie di sciagurati  che restano insieme nella disistima, nei maltrattamenti, nell’odio reciproco. Ne ho viste tante dappertutto.

La guardavo con attenzione finché era nuda: poteva essere l'ultima

volta della mia vita. Glielo dissi.

"Non si sa- rispose-, non parliamo di questo. Lasciamo fare al

destino".

Le chiesi i consigli finali, il suo testamento spirituale per me. Mi

ha lasciato un decalogo o codice cui ogni giorno da quella sera

lontana ho obbedito.

"Conserva – disse - tutto il bene che hai ricevuto da me. Dimentica

il male. Non ingrassare, non bere alcolici, non imbruttire. Non

smettere di insegnare meravigliosamente come sai fare. Rifuggi i vizi e le

debolezze della gente ordinaria. Ma soprattutto riprendi a scrivere

presto; questa volta però devi creare qualche cosa di grande:

racconta tutta la nostra storia, procurati e regalami la gloria eterna.

Mettici dentro le nostre giornate, le scene, i viaggi che già in sé non

sono banali; devi trovare lo stile dell'epico, dell'universale. Usa

la forza che hai dentro: tendila come un arco per colpire la sfera

emotiva dei lettori. Devi adoperare la penna come un martello

implacabile che stritoli i luoghi comuni: ricorda l' "atrox stilus "11 di

Petronio . Devi farlo per me e per te stesso. Il talento ce l'hai. Prometti?"

"Sì, farò tutto questo angelo mio, mia Musa, te lo prometto".

 

"E io – domandò – che cosa devo fare per non perdere la tua

stima?"

"Tu sei bella e intelligente, creatura. Non degradarti, non lasciarti

corrompere dai mascalzoni o dagli imbecilli.  Non buttarti via.

Continua a studiare, a leggere, a pensare con la tua testa, a non accettare i

compromessi, a fuggire lontano dalla volgarità. Coltiva lo spirito.

Conserva l'aspetto splendidissimo di cui ti hanno dotata benigni

gli dei: sii sempre la bellezza che vedo adesso, che vidi la prima

volta due anni e mezzo fa, in questo letto dove ho vissuto le mie gioie più grandi. Bei tempi per tutti e due, credo. Mangia con moderazione, non bere alcolici, non fumare, fai molta ginnastica che è la cosmesi migliore 12.

In maniera correlativa al mio scrivere, tu devi recitare, poiché il  destino  desiderato da te è fare l'attrice".

Ifigenia sorrise e  disse:"Farò tutto questo. Tu sei tanto caro

gianni". Poi mi accarezzò e cominciò a rivestirsi. Sarebbe finita

bene la nostra storia se fosse terminata così. Le guardavo il seno, le natiche, la vita, le cosce perfette, le braccia, insomma tutto il corpo che di copriva come si annuvola il sole,

e mi chiedevo se avrei potuto contemplarla di nuovo in camera mia,

nuda o svestita a festa.

"Vedremo", pensai, come mi aveva suggerito lei stessa."Lasciamo fare al destino".

Quindi l'accompagnai a casa senza antipatia. Ci salutammo con un

bacio augurandoci buona fortuna. Come avremmo fatto il 15

giugno seguente. Sembrava un addio. Tornai subito a casa. Non

ero troppo infelice. Nel mio studio dilagava la luce di una luna

completa. Ero stanco e assonnato, ma il momento era solenne e

mi sentii in dovere di scrivere qualche parola.

Ifigenia aveva rivelato un'anima nobile, lasciandomi quando

aveva ancora bisogno di me. Il suo esame  non era lontano:

avrebbe potuto resistere, per convenienza, altri due o tre mesi;

invece se n'era andata poiché non sentiva più di amarmi e non

stava volentieri con me. Questo significa che non mentiva

quando diceva di amarmi; certamente era stata più schietta di me;

io di mia iniziativa non l'avrei lasciata mai, per tante ragioni, ma

soprattutto per l'utile mio o quello che consideravo tale . Prima di stendermi nel grande letto dove

forse non l'avrei vista altre volte, scrissi che la nostra vicenda si era

conclusa con  stima e gratitudine eterna per quella creatura mia

che mi aveva insegnato a essere meno insicuro, cretino e cattivo.

Avvertenza: il blog contiene 4 note

 

 

Note

9

Cfr. L. Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. Mondadori, Milano, 1979, p.12.


 

10

Cfr. Leopardi, La sera del dì di festa, vv.23-24.

11

Cfr. Satyricon, 4:"ut verba atroci stilo effoderent ", in modo che correggessero

le parole con penna implacabile.

 

12

Cfr. Platone, Gorgia, 465b.

 

 

Pesaro primo  ottobre  2026 ore 9, 44  giovanni ghiselli

 

p. s

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