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La mattina del 15 marzo 1981, appena sveglio, cominciai a meditare. Era domenica: ne avevo tutto il tempo, anche troppo. Dopo due anni, quattro mesi e mezzo, quello era il primo giorno non lavorativo che avrei passato a Bologna senza vedere né sentire Ifigenia, con ogni probabilità. Mi ero talmente abituato a vivere con lei e per lei, a ricevere le sue visite, le telefonate, le richieste, che se davvero non l'avessi più vista, ascoltata, potuta aiutare, avrei sofferto il vuoto finché non mi fossi assuefatto al nuovo stato di monaco. La mia decantata vitalità, che l'amica Antonia aveva definito "faustiana", invero era dipesa quasi tutta da quella ragazza dal primo novembre del 1978. Eppure, sparita lei fisicamente, avrei potuto leggere più di prima, correre gli stadi più di prima, magari in tempi migliori; avrei avuto modo di pedalare non solo su per la Croara, il Monte delle formiche, il Grappa e il Pordoi, ma pure il Gavia e lo Stelvio. “Stelvio e Gavia per me pari son” gridai ricordando che l’aveva detto Anquetil. Tifavo per lui dopo Coppi poiché ero bravo a cronometro oltre che in salita. Mi dissi che dovevo scalare anche il Parnaso, l’Olimpo e il Taigeto a cronometro. Avrei preso i tempi impiegati. E scrivere un capolavoro dovevo. Un epos grandioso, un romanzo con la visione realistica, politica, storica e pure mistica di un'epoca intera. Non avrei sprecato con il vizio e nell'ozio il talento che la bella donna aveva riconosciuto in me; non avrei sciupato nell'inerzia, stando seduto a mangiare o steso a boccheggiare, il fisico che a lei una volta piaceva, e forse le sarebbe piaciuto di nuovo se non l'avessi lasciato andare in malora. Non avrei mai abiurato il culto della santa bellezza rivelata e consacrata dall'amore di quella ragazza bella e da altre prima di lei, non meno belle di lei. Non mi sarei abbassato a tresche con femmine deformi o cretine. L'amore di Ifigenia era diventato un altro culmine della mia vita dopo quello di Elena Augusta : di lassù potevo osservarla intera, comprenderla con una visione d’insieme, e raccontarne le quintessenze che riguardano tutti. Avrei scritto una grande storia d'amore partendo dalle emozioni di bambino per le bambine coetanee, poi, di femmina umana in femmina umana, sarei arrivato al 14 marzo del 1981.
Il ricordo dell’emozione più antica risaliva all'estate del '55: avevo 11 anni non ancora compiuti, mi trovavo a Moena. Mi impressionò fortemente una citta mia coetanea una bruna bruna, snella, vispa, carina, vestita di bianco. La vedevo affacciata a una finestra: abitava al piano sottostante il mio nell’edificio a tre piani di via Nazario Sauro. Non conoscevo il suo nome. La sentivo cantare un motivo con parole su una paloma bianca come la neve, come la neve. La pensavo quale creatura variopinta, policroma: candida, come la paloma e il suo vestito, nera come i suoi capelli lunghi e lisci, azzurra come gli occhi che purtroppo non mi guardavano punto. Fu il primo anno che a Moena non passai le mattine aspettando, invano, la posta della mamma mia spensierata, spiritosa e leggera, oppure cupa, irata e furente. Impiegavo il tempo cercando un'occasione per conoscere quella bambina preziosa e farmi guardare e parlarle. Un giorno avvicinai suo fratello, un bimbo di sei o sette anni. Lo invitai a giocare, e quando la madre, una donna di occhi e di capelli nerissimi 13 lo chiamò in casa, gli chiesi se potessi salire anche io. Disse di sì; anzi ne fu proprio contento poiché uno “più grande” lo degnava della sua compagnia. Con questo stratagemma odissiaco entrai nel loro appartamento. La sorella però purtroppo non c'era, e, quando giunse, non mi rivolse lo sguardo. Ci rimasi male assai, ma non desistetti. Ce la mettevo tutta già allora per piacere alle femmine umane. Mi ero allenato in casa per evitare sgridate e maltrattamenti. Qualche giorno dopo, verso la fine di agosto, mi accorsi con strazio che in quell'amore non contraccambiato avevo pure un rivale meno negletto di me: un ragazzotto di 13-14 anni che abitava al primo piano della nostra casa di via Damiamo Chiesa. Paloma dimorava al secondo, io con la zia Giulia al terzo. Li osservavo dalla finestra: parlavano volentieri quei due, senza nascondere qualche complicità. Con mio strazio. Dovevo superare lui agli occhi di lei, ma ero piccolo io, minuto e malvestito. Quello era grande, massiccio, anche un po' prepotente: prendeva spesso a calci i bidoni della spazzatura e gridava. Mi pareva un adulto rozzo, quasi bestiale. Cosa potevo fare contro tale ciclope? Un pomeriggio, mentre uscivo, li vidi sorridersi davanti al portone. Allora mi venne in mente un'astuzia da condannato a morte14: mi avvicinai, chiesi se sapevano l'ora, feci una o due osservazioni insignificanti, quindi sfidai quel Carnera a una gara di corsa in un circuito che andava da via Damiano Chiesa fino alla fontana del Turco, poi dopo una svolta a sinistra entrava in mezzo a un campo di cavoli e di patate in fiore sorvolati da tante farfalle bianche. Poi si tornava sulla strada. Il giro si chiudeva davanti a casa nostra dopo altre due svolte a sinistra Volevo mettere in lizza la mia agilità alata contro la brutalità greve, semibestiale dell’aborrito ragazzo di Bolzano. Quel bruto non poté rifiutare. Mentre si parlava dei termini della sfida, feci in modo che si avvicinassero e volessero partecipare anche altri bambini del rione, villeggianti e moenesi. Più numerosi fossero stati gli agonisti, più bello, famoso e fatato il mio trofeo. Ne vennero una decina, tutti maschi. Flavio, detto “lo strullo” dalle mie zie, fu proclamato giudice e ne fu contento. Bisognava correre per un chilometro e mezzo circa. Paloma osservava gli agonisti stabilire, concordare le regole e spiegarle al nostro arbitro che sorrideva a tutti e augurava la vittoria a ciascuno di noi. La guardavo di sfuggita: mi sembrò pallida e più bruna, più bella che mai. Speravo che fosse in apprensione, se non per me, almeno per il risultato. I capelli li aveva nerissimi, come la madre sua e la mia, gli occhi azzurri anche questi come la mia mamma; i bambini del resto non danno agli occhi l'importanza dovuta: trovano maggiore significazione nel naso, nelle guance, nelle labbra, e, appunto nelle chiome; forse perché sono parti più concrete, afferrabili, accarezzabili. Da me per altro soltanto nei pensieri e nei sogni, ché la mamma mia non si lasciava accarezzare. Trovavo quella bambina così attraente che ne tremavo, sia vedendola brillare nel sole, sia ricordandola affacciata sul balconcino illuminata dalla luna. Cantava spesso la melodia che ho ancora nel cuore. Speravo di rendermi degno di tanto splendore vincendo la competizione che avevo voluto. Pensavo che se mi avesse approvato, avrei potuto gettarmi dentro i crepacci della Marmolada senza morire né farmi male. Le ali, mi sarebbero spuntate. Né le vipere che mi terrorizzavano avrebbero potuto nuocermi, né i lupi, né gli orsi dei boschi, né i preti maliziosi. Perfino le zie sempre pronte a sgridarmi avrebbero capito che valevo qualcosa. E della posta che non arrivava, non mi importava più un fico. Finalmente avevo trovato una ragione per non soffrire dell'amore non contraccambiato dalla mamma. L'interessamento di Paloma dovevo meritarlo. Sapevo che nessuno ammira nessuno per niente, e sapevo pure di valere qualche cosa correndo. In fondo da allora non molto è cambiato, sebbene siano passati decenni. Il tempo infatti non è una cosa visibile, e la civetta dell'arte deve capire e prevedere il significato dei suoi movimenti occulti, sotterranei, da talpa. Il tempo porta a ciascuno la formazione della sua identità che si viene scoprendo negli anni. Finché l'uomo muore e poi, forse, come affermano molti saggi, ricomincia, o continua a vivere in un'altra figura di forma diversa: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" 15 tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando .
Flavio dunque diede il via e la gara iniziò. Il mio rivale in amore correva davanti a tutti: si era piazzato in prima posizione, sgomitando e utilizzando la mole per ostacolare il sorpasso. Aggirata la fontana con la testa del Turco, infilammo lo stretto sentiero che attraversava l'orto con i cavoli e le patate, in fila indiana: io seguivo il grosso rivale come un ombra, ché l'avversario da battere era lui. Gli altri infatti rimasero presto staccati. Non si impegnavano come noi due che avevamo in mente una dama da omaggiare. Quel grossolano del resto non era portato alla corsa: quando sbucammo in via Damiano Chiesa sul rettilineo d’arrivo sentii che ansimava molto più in fretta di me, e lo superai senza difficoltà. Anzi, allungai pure un poco il percorso, per stare alla larga dalle sue mani invadenti che infatti allungò come tentacoli per ghermirmi, farmi cadere e grattare il ventre sul duro pavimento. Ma non riuscì ad acchiapparmi. Lo avevo superato rimanendo alla larga dalle sue braccia da orango di pelo chiaro. Sicché tagliai il traguardo per primo. Flavio esultava, Paloma per niente. Se fosse stata meno stupida e vana, quella brunetta avrebbe compreso chi era tra noi due il più capace, poiché avevo voluto e vinto la gara; chi il più onesto, siccome non avevo imbrogliato; chi nella vita avrebbe combinato qualche cosa di egregio se ero stato io, piccolo, minuto, e malvestito, anche debole andavano dicendo le zie a chi le ascoltava, a prevalere su un ercole meglio tenuto e pasciuto di me. Non osai avvicinarmi a lei: speravo che venisse a dirmi qualche cosa; almeno:"bravo! Come ti chiami? Di dove sei?" Le avrei risposto:"Mi chiamo Giannetto, sono di Pesaro, l'ho fatto per te. Chiedimi cose più difficili, molto più difficili: per te tirerò giù le stelle dal cielo". Credo che se mi avesse rivolto un sorriso, quel giorno mi avrebbe commosso più che se oggi mi sorridesse l'intero universo, o Dio stesso. Invece andò dallo sconfitto, e con un'espressione fine, che contrastava con il ceffo sudato di quel gaglioffo dal ciuffo biondo, disse senza ironia:"Bravo, siamo arrivati secondi". Quella vittoria dunque non mi elargì il premio agognato e sperato però mi diede piena coscienza del mio talento di corridore. Nel 1980 a Debrecen avrei vinto una gara podistica di millecinquecento metri nello stadio dell’Università di Debrecen suscitando applausi ed elogi da parte di tanti studenti europei. Quindi Ifigenia avrebbe intonato l’epinicio. Smisi di adorare Paloma, però mi accade ancora di ricordare il volto bianco incorniciato dai capelli neri di lei, quando osservo la luna alzarsi dagli alberi scuri di una tacita selva. E la sento cantare ancora. Partendo da quell'immagine bruna dunque sarei arrivato all'icona di Ifigenia che mi aveva lasciato la sera prima. Ho continuato a sentirmi attirato dalle ragazze brune a innamorarmi di loro. Fino a Päivi che era rossa ma Elena, l’Augusta ottima e massima tra tutte, era bruna, bella e fine. Tornato a Pesaro e alla scuola media Lucio Accio poche settimane più tardi mi innamorai di Marisa che oltre essere bruna e carina era la più brava della sezione femminile. Studiavo anche per prendere voti non meno alti dei suoi. Li confrontavamo. Non ho mai potuto accarezzare nemmeno lei, ma con Marisa almeno potevo parlare. Un passo alla volta nell’apprendistato amoroso. Tuttavia non bisogna procedere troppo adagio: cade velocemente e precipita presto il destino di noi mortali. Troppo breve è la vita umana pure se centenaria. Siamo creature effimere, della durata di un giorno: “sogno di ombra è l’uomo” scrive Pindaro nel quinto epodo della Pitica VIII. La penultima estate al mare la sorella di Marisa mi ha addolorato dandomi la notizia della sua morte recente. Le aveva detto di me che ero molto bravo a scuola. “Non più di Marisa. Mi dispiace molto. Sono sempre stato un fervido ammiratore di tua sorella” ho risposto. Se lo avessi saputo in tempo sarei andato al funerale e avrei accarezzato la bara. Dedico questo capitolo all’antica compagna nelle scuole Lucio Accio e Terenzio Mamiani di Pesaro. Marisa è stata una delle persone più importanti della mia vita. Quando passo sotto casa sua distante un centinaio di metri dalla mia, lancio dei baci con un gesto della mano. Alcuni maschi molto razionali mi dicono che sono ipersensibile. “Fattene una ragione- rispondo- io mi piaccio così come sono e funziono bene così” Avvertenza: il blog contiene 3 note.
Note 13 Cfr. Leopardi, Operette morali, Dialogo della Natura e di un islandese. 14 Cfr. M. Proust, Dalla parte di Swann, trad. it. Einaudi, Torino, 1978, p.32.
15 Ovidio, Metamorfosi XV, v. 178.
Pesaro primo ottobre 2026 ore 10, 18 giovanni ghiselli Decenni or sono la scuola elementare e media inferiore e superiore iniziava il primo ottobre. Il mio esordio da scolaro cadde il primo ottobre del 1950; un mese e mezzo prima che compissi sei anni. Quest’anno ne compirò 82. Eppure continuo a fare scuola. Entro il 5 ottobre, al più tardi, dovrò essere a Bologna poiché il 6 inizia una serie di 5 conferenze: 4 nella bibliotecaScandellara e una nella Ginzburg: epica, tragedia, lirica, storiografia greca con cenni alle latine successive e comparazioni con le moderne dove l’epica è il romanzo, la tragedia prima di tutti Shakespeare, la lirica Leopardi, la storiografia diversamente da quella greca non è obiettiva e non è curata nella forma.
Saluti gianni.
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Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
giovedì 1 ottobre 2026
Ifigenia CL. I primi amori. Due bambine brune degli anni Cinquanta. La gara di corsa a Moena. La scuola a Pesaro dal primo ottobre 1950. Le conferenze di questo mese di ottobre a Bologna.
Ifigenia CXLIX Il divorzio con il decalogo di Ifigenia
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Il 13 marzo corsi i 5000 metri in 21,52. Non è un bel tempo, ma era il primo della stagione che, anzi, avevo anticipato di un mese. Lo stimolo era sempre Ifigenia che, pur non amandomi più, né volendomi bene, mi spingeva ad agire e a patire per il mio bene. La sera le feci una densa lezione: doveva prepararsi su un atto di Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw. Le serviva per l’esame di recitazione e ne fu contenta: aveva il volto ridente, gli occhi socchiusi e la semichiostra superiore dei denti un poco sporgente dal labbro abbronzato e appena rialzato9 : riconoscevo l'aria infantile, ingenua, quasi da scoiattola boschiva dei primi giorni felici; sembrava perfino che mi amasse di nuovo, o per lo meno che fosse affascinata un'altra volta da me; invece, tutt'al più mi era grata, siccome, nonostante il suo disamore, io continuavo a sgobbare per lei.
Il 14 marzo andai a prenderla sottocasa per invitarla sull'Appennino a godere del sole che ci avrebbe reso più belli. Era sabato, il mio giorno libero. Mi vide arrivare dentro la Volkswagen cui avevo attaccato gli sci. Mi venne incontro. La invitai a salire se voleva venire con me fino al Corno alle scale per ripassare l'abbronzatura. Un luogo triste invero almeno per chi ha avuto la valle di Fassa tra i cieli della sua infanzia. Comunque Ifigenia fece due salti di gioia, come ai tempi belli. Percorremmo il tragitto parlando di scuola e di esami; non eravamo scontenti. Ma quando fummo arrivati su quella montagna meschina, senza significato, senza sole, già priva di neve, non trovammo niente di buono, né di nuovo da dirci. Si parlava ancora una volta delle nostre emozioni vane e cattive. Ci fermammo un'ora soltanto. Come fummo a Bologna, verso le sei, l'accompagnai a casa sua, poi tornai nella mia. Eravamo d'accordo che ci saremmo sentiti alle dieci
per decidere che cosa fare. Entrai nello studio illuminato: il sole era finalmente sbucato dalle invide nuvole sbaragliate dalla sua forza. Stava per tramontare non lontano oramai dalla grande pianura del nord: gradevole segno di primavera. Eppure sentivo di essere completamente solo su questa terra, di non provare interesse per alcuna persona vivente tranne la giovane donna che non ne provava per me. Perfino lo studio, gli alunni, la scuola, in quel tempo mi lasciavano solo uno scarso interesse. Probabilmente Ifigenia non poteva amarmi proprio perché mi vedeva privo di una vita mia indipendente dalla sua: di fatto ero meno vivo che morto. Andai in camera a buttarmi sul letto: mi sentivo incapace di fare qualsiasi cosa. Ripensai con struggimento ai vari periodi della nostra storia, tutti meno infelici di tali giorni orrendi, e in età nemmeno più tanto verde 10. Era stato meno brutto, sebbene parecchio angoscioso, anche il periodo in cui non la amavo più, e nemmeno lei amava me, però non voleva che la lasciassi. Allora, distesa su quel letto con gli occhi socchiusi e il breve labbro appena rialzato sui denti, le braccia aperte, le belle gambe divaricate, impaurita come un gattino nero che miagola per il terrore di essere abbandonato, "non ti deluderò-diceva-dammi solo dell'altro tempo". "Certo, tesoro-la confortavo-io starò con te finché tu avrai bisogno di me, e in ogni caso non voglio farti del male". Questo era vero, ma era pure vero che ero attirato da un'altra. La situazione allora era penosa, tuttavia la disfatta non era ancora totale. Quella sera fatale invece intervenne un accidente imprevisto, anche se non imprevedibile, tale comunque che diede un'altra svolta e altri sobbalzi alla nostra vicenda già declinante per una strada piena di triboli, irta di sassi acuti, forata da buche o ritardata da alta rena. Alle dieci le telefonai, poi andai a prenderla. Avevamo preso l'accordo di stare un paio di ore nel letto: il tempo di fare comodamente l'amore. Lo facemmo un numero sufficiente di volte e con discreta soddisfazione, mia se non altro. La terza però ci eravamo stancati: a me era sembrato di pedalare in salita con un rapporto troppo lungo; tutto lo Stelvio da Prato al passo, una ventina di chilometri, con il 21 per chi sa di ciclismo. Il tipo di sforzo che danneggia il cuore, dicono.
Stavamo facevando una pausa dunque e si riprendeva fiato, con gli occhi rivolti al soffitto, quand'ecco che all'improvviso Ifigenia disse:"Ti devo parlare". Rabbrividii, poi la guardai. "Di’ pure". "Gianni, io non avevo molta voglia di vederti e di stare con te questa sera; anzi è da qualche tempo che non mi sento più spinta verso di te; certo non come una volta". Fece una pausa, ma non intervenni."Tu non ne hai colpa-riprese-: oggi sei stato particolarmente carino quando sei venuto a prendermi . Ma dopo, hai visto? Non c'era niente di buono da dirci. Abbiamo parlato soltanto delle nostre emozioni malsane, e non ancora smaltite evidentemente. Forse quanto sto dicendo non è giusto né logico, ma adesso sento così. Perciò non dobbiamo frequentarci, almeno per un certo periodo. Poi si vedrà". "Ho capito", risposi con tono calmo e condiscendente. "Se tu senti così, non pórti questioni di logica né di giustizia, né, tanto meno, di convenienza. Fai bene a lasciarmi. In effetti c'è molta stanchezza tra noi: la provo anche io". Le accarezzai una guancia, feci un sorriso mesto e domandai:"Toglimi una curiosità, anzi un dubbio tesoro: hai ancora, o di nuovo in testa il maestro di danza?" "No", rispose in modo secco e sbrigativo. In ogni caso mi consolò un poco. Non soffrivo come la notte del 19 novembre: oramai la decadenza estrema del rapporto mi aveva esaurito e sentivo anche io che ci voleva un rivolgimento, qualunque esso fosse. Peggio di così non poteva andare. Non ho mai capito le coppie di sciagurati che restano insieme nella disistima, nei maltrattamenti, nell’odio reciproco. Ne ho viste tante dappertutto. La guardavo con attenzione finché era nuda: poteva essere l'ultima volta della mia vita. Glielo dissi. "Non si sa- rispose-, non parliamo di questo. Lasciamo fare al destino". Le chiesi i consigli finali, il suo testamento spirituale per me. Mi ha lasciato un decalogo o codice cui ogni giorno da quella sera lontana ho obbedito. "Conserva – disse - tutto il bene che hai ricevuto da me. Dimentica il male. Non ingrassare, non bere alcolici, non imbruttire. Non smettere di insegnare meravigliosamente come sai fare. Rifuggi i vizi e le debolezze della gente ordinaria. Ma soprattutto riprendi a scrivere presto; questa volta però devi creare qualche cosa di grande: racconta tutta la nostra storia, procurati e regalami la gloria eterna. Mettici dentro le nostre giornate, le scene, i viaggi che già in sé non sono banali; devi trovare lo stile dell'epico, dell'universale. Usa la forza che hai dentro: tendila come un arco per colpire la sfera emotiva dei lettori. Devi adoperare la penna come un martello implacabile che stritoli i luoghi comuni: ricorda l' "atrox stilus "11 di Petronio . Devi farlo per me e per te stesso. Il talento ce l'hai. Prometti?" "Sì, farò tutto questo angelo mio, mia Musa, te lo prometto".
"E io – domandò – che cosa devo fare per non perdere la tua stima?" "Tu sei bella e intelligente, creatura. Non degradarti, non lasciarti corrompere dai mascalzoni o dagli imbecilli. Non buttarti via. Continua a studiare, a leggere, a pensare con la tua testa, a non accettare i compromessi, a fuggire lontano dalla volgarità. Coltiva lo spirito. Conserva l'aspetto splendidissimo di cui ti hanno dotata benigni gli dei: sii sempre la bellezza che vedo adesso, che vidi la prima volta due anni e mezzo fa, in questo letto dove ho vissuto le mie gioie più grandi. Bei tempi per tutti e due, credo. Mangia con moderazione, non bere alcolici, non fumare, fai molta ginnastica che è la cosmesi migliore 12. In maniera correlativa al mio scrivere, tu devi recitare, poiché il destino desiderato da te è fare l'attrice". Ifigenia sorrise e disse:"Farò tutto questo. Tu sei tanto caro gianni". Poi mi accarezzò e cominciò a rivestirsi. Sarebbe finita bene la nostra storia se fosse terminata così. Le guardavo il seno, le natiche, la vita, le cosce perfette, le braccia, insomma tutto il corpo che di copriva come si annuvola il sole, e mi chiedevo se avrei potuto contemplarla di nuovo in camera mia, nuda o svestita a festa. "Vedremo", pensai, come mi aveva suggerito lei stessa."Lasciamo fare al destino". Quindi l'accompagnai a casa senza antipatia. Ci salutammo con un bacio augurandoci buona fortuna. Come avremmo fatto il 15 giugno seguente. Sembrava un addio. Tornai subito a casa. Non ero troppo infelice. Nel mio studio dilagava la luce di una luna completa. Ero stanco e assonnato, ma il momento era solenne e mi sentii in dovere di scrivere qualche parola. Ifigenia aveva rivelato un'anima nobile, lasciandomi quando aveva ancora bisogno di me. Il suo esame non era lontano: avrebbe potuto resistere, per convenienza, altri due o tre mesi; invece se n'era andata poiché non sentiva più di amarmi e non stava volentieri con me. Questo significa che non mentiva quando diceva di amarmi; certamente era stata più schietta di me; io di mia iniziativa non l'avrei lasciata mai, per tante ragioni, ma soprattutto per l'utile mio o quello che consideravo tale . Prima di stendermi nel grande letto dove forse non l'avrei vista altre volte, scrissi che la nostra vicenda si era conclusa con stima e gratitudine eterna per quella creatura mia che mi aveva insegnato a essere meno insicuro, cretino e cattivo. Avvertenza: il blog contiene 4 note
Not 9 Cfr. L. Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. Mondadori, Milano, 1979, p.12.
10 Cfr. Leopardi, La sera del dì di festa, vv.23-24.
11 Cfr. Satyricon, 4:"ut verba atroci stilo effoderent ", in modo che correggessero le parole con penna implacabile.
12 Cfr. Platone, Gorgia, 465b.
Pesaro primo ottobre 2026 ore 9, 44 giovanni ghiselli
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