martedì 30 giugno 2026

L’apprendistato XXXIII. Debrecen 1968. Eva Vuortama seconda parte. Il comunista con pretese di eleganza e scarsa coscienza.


 

Nell’estate del 1968 dunque non avevo alcuna possibilità di fare il massimo con Eeva che gradiva la mia compagnia sì, ma non oltre la cena e la chiacchierata finale, priva di corteggiamento geniale necessario per piacere a una donna del genere tanto da  fare l’amore con lei.

 Avevo invece davanti agli occhi la prospettiva di farlo con una ragazza di Debrecen, bella assai e molto bendisposta nei miei confronti.

Non la contraccambiai perché quella venusta ventenne parlava solo ungherese e il nostro dialogo era assai limitato, quindi capivo che non era attirata dalla mia persona bensì dalla parte che recitavo e  cominciavo già a non sentire come mia, quindi a interpretarla male: quella del fighetto italiano con Mini Minor, scarpe, camicie, maglie, giacche di marca buona, cioè piuttosto costosa per uno studente. La correggevo professandomi comunista perché mi sembrava elegante essere di sinistra. Avevo votato per la prima volta in maggio: democrazia proletaria, l’estrema sinistra parlamentare.

Fulvio che allora si dichiarava fascista mi faceva notare che tra noi due il più vicino al popolo era lui: mi  ricordò il caso di Philby  e di altri   giovani facoltosi  britannici di famiglia  borghese che fin dagli anni degli studi avevano abbracciato la causa del comunismo e che,  posizionati nell'intelligence, erano di fatto agenti al servizio dell'URSS.

Quando intorno a metà agosto sentimmo e vedemmo passare nel cielo degli aerei diretti a nord-ovest, l’amico disse: “eh sì eh gianni, questi sono i sovietici che vanno a occupare Praga. Io reagìi gridando: “stai zitto Fulvio, fascista, sei il primo della lista!”. Quindi un altro degli slogan di allora: “fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”.

Il tono era scherzoso poiché pensavo che pure Fulvio scherzasse. Invece diceva sul serio e i fatti gli diedero ragione.

Ognuno è rimasto della propria idea, eppure ci siamo sempre voluti bene.

Ora, pagato il debito al “politico” che non deve mai mancare, torno al privato.

 

La Magiara era bella ma poco espressiva e fine. Preferivo uscire con Eva siccome mi insegnava di più sebbene il suo corpo non fosse irreprensibile: mi motivava a comportarmi con intelligenza e buon gusto per essere accettato da lei anche solo quale commensale e compagno di cori cantati o danzati. Volevo frequentarla come maestra di stile. Era dotata di anima.

Ricordo una sera in cui andammo a ballare al Művesz una cantina dal nome che significa “Artista”. Fuori pioveva. Quella fu un’estate di piogge: un’estate non estate a Pesaro, a Debrecen, sullo Starnbergersee[1]. Questo è il lago dove affogò Ludwig II di Baviera, il lunatico  sovrano del film di Visconti che mi sarebbe piaciuto quant’altri mai. Sarei andato a vederne i castelli teatrali con Ifigenia nel 1981 verso la fine della nostra storia.

 Morte e resurezione del re pescatore.

Docce continue di gocce fredde cadenti da un cielo privo di luci, quasi sempre coperte da nuvole acquose.

Pioveva spesso dunque nell’agosto del 1968 e la donna che bramavo non contraccambiava la brama mia. Però il dispiacere non mi fece impazzire né mi depresse: avevo infatti la sorte come maestra: “tuvchn ga;r ei[con didaskalon[2]. Mi aveva insegnato che quella donna mi avrebbe aperto altre vie con il suo esempio.

Alcune donne sono degne di studio, altre sono loro le borse di studio.

Quella sera Eva disse che aspirava all’arte poiché soltanto il contatto con la bellezza la faceva sentire viva.

“Già-rilanciai, adulandola-

E in te beltà rivive

L’aurea beltade ond’ebbero

Ristoro unico a’ mali

Le nate a vaneggiar menti mortali”[3].

Poi aumentai la dose: “Beauty is truth, truth beauty”, that is all-
Ye  know on earth, and all ye need to know
[4]”.

Troppo in una volta: da  arricchito intellettuale.

Più avanti avrei messo dell’ironia nelle citazioni.

Nel gennaio del ’65 avevo dato un esame complementare di letteratura inglese con un professore, l’ottimo Carlo Izzo, che non si fermava ai tecnicismi come quasi tutti gli altri e ne ero rimasto affascinato. Avevo studiato testi greci e latini senza una guida valida ma pensavo già la letteratura in modo comparativo. Non ancora con chiara coscienza però, né con l’intelligenza d come lo studio potenziasse la vita.

Citavo versi di poesia, Eva la poesia la viveva. E mi educava. Ogni sera pendevo dalle sue labbra dandole in cambio poco più che la mia ammirata attenzione. Evidentemente non le bastava per contraccambiare il mio amore. Mi dispiaceva parecchio.

Cercavo di attirarla con uno abbigliamento non ordinario per studenti borsisti quali eravamo tutti in quel luogo, e con una cura della persona quasi maniacale anche per reazione all’incuria ferina dei tre anni successivi al liceo. Ma la cosmesi vera che è la ginnastica[5] non era ancora entrata con tutta la  forza necessaria nel mio modus vivendi. Eva aveva capito che la bellezza da me sfoggiata era in gran parte esteriore, comprata, esibita. Insomma fasulla.

 Mi rivedo nelle foto di allora: sono ancora piuttosto tondo: non più come un mangiatore compulsivo e obeso quale ero stato, tuttavia non ancora impeccabilmente snello con vita da torero. Pure l’aspetto doveva migliorare. Molti altri passi su per salite erte e arte c’erano ancora da fare. Il mio modo di vivere e di studiare non era adeguato alle mie aspirazioni. Avevo tradotto  opere di Omero, dei tragici greci e di Virgilio senza averne capito i significati profondi, sebbene avessi riempito decine di quaderni di versioni letterali e paradigmi verbali. Non era stato un lavoro inutile: me ne sarei servito ancora quando avrei iniziato a insegnare nel liceo classico, nel 1975.

Nell’estate del ’68 non sapevo associare lo studio alla vita, non ero capace di trovare il momento opportuno per collegare quei versi sublimi alle mie azioni e aspirazioni. Avrei imparato a farlo nei tre anni successi.  Le borse di studio sarebbero state nei quattro anni seguenti  le tre finlandesi della trilogia che probabilmente già conosci, lettore. Helena, Kaisa e Päivi tre donne mirabili.

Rivedrò le loro storie e le renderò ancora più belle. Il numeri dei miei lettori potrà crescere ancora e pure la loro coscienza insieme con la mia

 

 

 

 

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[1] Cfr. T. S. Eliot, La terra desolata, 8.

 

[2] Cfr. Medea v. 1203

[3] Foscolo:  Ode all’amica risanata del 1803 (vv. 10-12)  (1803)

 

[4] Sono gli ultimi versi dell’ Ode on a Grecian Urn ( del 1819) di John Keats. “Bellezza è verità e verità bellezza”, questo è tutto/ quanto voi sapete sulla terra, e tutto quanto avete bisogno di sapere.

 

 

[5] Cfr. Platone, Gorgia, 465b-


L’apprendistato XXXII. Debrecen 1968. Eeva Vuortama, elegantiae arbitra. Prima parte. L’amore mancato.


 

Nel luglio del ’68  tornai a Debrecen con la borsa di studio ripristinata. Vi ritrovai  gli amici del 66, con gioia, una gioia che era ed è comunque una cosa seria, siccome nata dall’avere capito le cause di una crisi dolorosissima, quasi mortale, e di averla superata :"ta; dev moi paqhvmata ejovnta ajcavrita maqhvmata gevgone"[1].

 

C’erano, ancora due dei tre contubernali del ’66: Fulvio che cantava bene mettendo in lingua umana il verso delle pernici, e Danilo il bevitore e pure studioso che avrebbe fatto una carriera più brillante di tutti noi nella scuola,  poi si era aggiunto un nuovo studente di Parma, Claudio.  Anche questo non era insignificante. Ve lo farò conoscere.  E’ ancora vivo, come Danilo. Restiamo noi tre. 

 Una settimana dopo essere arrivato con una Mini Minor verde, in compagnia di Fulvio raccolto alla stazione di Ravenna, mi innamorai di una ragazza di Helsinki, la prima del ciclo finnico, non la prima delle amanti finlandesi però. Non posso scrivere, purtroppo, che con questa si fece il massimo- ejprvacqh ta; mevgista-[2] .

Non me lo concesse. Con pianto e rimpianto. Mio di sicuro.

Questa ragazza, Eeva Vuortama, aveva ventun anni , era bionda come è il grano poco prima di venire falciato nei giorni più belli dell’anno quando il sole ci dona benigno la sua luce già prossima al culmine e cominciamo a presoffrirne il declino.

 Eva aveva gli occhi celesti,  un viso bello assai, intelligente espressivo, mentre di corpo non era del tutto irreprensibile. Non contraccambiava il mio amore, non veniva a letto con me nella solita camera numero 4 del secondo collegio dove dormivo con Fulvio, Danilo e Claudio, il contubernale nuovo, un ragazzo di valore anche lui.

 Questa finnica dunque non mi amava, tuttavia  usciva  con me quasi ogni sera. Diceva che mi trovava simpatico, gentile, gradevole.

Sono apprezzamenti non sufficienti per fare l’amore e non soddisfacenti, per chi è innamorato e vorrebbe farlo. Mi dispiaceva assai quel suo sostanziale diniego della mia persona intera, ciò nondimeno la frequentavo assiduamente siccome sentivo di non perdere tempo in quanto da lei imparavo, come Odisseo dalle Sirene, pur costretto anche  lui  a non chinarsi su quelle bocche dalle voci soavi, su quelle lingue fatate. Mentre la osservavo e ascoltavo, pur inceppato dall’impossibilità di fare quanto avrei voluto, vedevo immagini necessarie alla mia crescita. Mi sentivo sollevato sulla pianura della Verità quando potevo starle vicino. Le idèe che questa ragazza ventunenne impersonava e interpretava erano quelle del buon gusto e dell’arte. Mi educava con l’eleganza del suo stile.

Migliorai in tutto durante quel mese grazie a lei. Feci progressi perfino nel mio inglese studiato a scuola solo fino alla quinta ginnasio, come usava in quel tempo. Noi Italiani eravamo, con i Francesi, i meno capaci di parlare altra lingua che quella materna nell’università ungherese frequentata da studenti di quasi tutto il continente eurasiatico. Da Eva imparai a capire e a parlare la lingua di Shakespeare, che al ginnasio sapevo solo tradurre.

Apprendevo  perché  ascoltavo tale maestra con enorme attenzione in quanto consideravo evangelica ogni parola sua e, se me ne sfuggiva anche una sola, me la facevo ripetere tutte le volte necessarie.

Noi umani siamo inclini ad amare chi ci rende migliori. Eva mi insegnò a correggere tanti difetti della mia educazione e del carattere: quell’estate avevo conquistato da poco un aspetto piacevole, da lepido moretto sia pure ancora non abbastanza snello e tanto asciutto da essere scambiato per un torero di successo, comunque  andavo fiero  dei progressi del corpo dando troppa importanza all’aspetto, come un pezzente arricchito sopravvaluta il denaro.

Mi sentivo attraente: già quasi bello,  benvestito non senza tocchi di sprezzatura, fornito dell’ automobile allora di moda e credevo, sbagliando, che questo bastasse ad affascinare e conquistare una donna non ordinaria. In quel mese compresi che quanto avevo raggiunto con grande fatica non era tuttavia sufficiente con una della levatura di Eva. Capivo che mi mancavano competenze speciali, capacità egregie, uno stile non ordinario. Quella ragazza manifestava il suo stile da artista quando cantava o danzava meravigliosamente, e rivelava la sua intelligenza educata quando parlava facendomi vedere le idèe del bello con semplicità e del bene senza mollezza.

 Le sue parole e i suoi movimenti erano di luminosa chiarezza: sicuri, espressivi, pieni di significato. Volevo diventare come lei e la presi quale maestra di stile, elegantiae arbitra.

Come avevo fatto con le miei consaguinèe per gli aspetti che mi piacevano in ciascuna di loro e mi si addicevano, come farò con le tre finniche egregie e generose  degli anni seguenti, quando avevo imparato come si deve parlare e agire con le donne di valore, e ve lo insegnerò, se continuerete a leggermi.

 

Quando ballava sulla terrazza e mi sorrideva, Eva, bionda di chioma, luminosa di occhi e bianca di pelle com’era, mi faceva pensare al sole quando appare  scoperto dai soffi del vento che sposta i rami frondosi della grande foresta e allontana le invide nuvole acquose. Osservavo con un incanto non privo di pena i disegni danzati da Eva vestita di nero e adorna di lunghi capelli che facevano salti  sintonizzati con i suoi passi.

 Da questo periodo piuttosto faticoso e artificioso si vede, caro lettore, che non ho fatto l’amore con Eva e che questo rimpianto mi  offusca ancora il cervello. Vedrai viceversa con quanta evidenza e bella semplicità racconterò gli amori con le tre Grazie

 

Quando il denso fogliame scuro o le nuvole inquiete nascondevano il cielo, allora, se la finlandese aurichiomata si allontanava dalla terrazza, tornava il buio nel mondo e si spengeva ogni barlume per me.

Mentre la osservavo, per la prima volta  capìi che a questa mia vita mortale potevano dare motivi di gioia non il denaro, la carriera, il successo caro al volgo, ma l’amore e l’arte. Sentivo di essere potenzialmente della razza di Eva: quella dei vivi davvero: la stirpe degli artisti fiammeggianti di un fuoco che traspare dalle espressioni del volto e del corpo: il gevno" degli eterni ricercatori della bellezza. Di questa famiglia eletta faceva parte quella giovanissima donna: in lei anche il movimento di un dito era un’espressione non ordinaria. Avevo bisogno di tempo, di studio, forse di altro dolore che avrei attraversato senza sciuparmi, necessitavo di gioia, di amore, poi sarei diventato un artista anche io. Lo volevo con tutte le forze per essere degno di Eva o almeno di una donna altrettanto dotata di quello stile che a me ancora mancava.

Una per cui non sarebbe stata nemesi[3] patire a lungo il dolore di una successiva, nascita nuova. Questa mi sarebbe costata due anni di studio con sacrificio totale di quasi tutti gli altri interessi.  Qualche anno più tardi però. Prima c’erano le tre finlandesi amabili, amanti e amate.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato

 

 

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Più di seimila lettori al giorno questo mese.

Ora comprendo che la rottura del femore  era nei disegni della Provvidenza, una “provvida sventura” per dirla con il Manzoni dell’Adelchi.

 L’ incidente del luglio scorso ha donato tempo al mio studio, ha raffinato la mia sensibilità, ha migliorato il mio stile, ha moltiplicato i miei lettori giornalieri, fatto che è un grande stimolo per me.

 

 

 

 

 



[1] Le mie sofferenze che sono state spiacevoli, sono diventate apprendimenti (Erodoto, I,207). Parole di Creso.

[2] Teocrito, Farmakeuvtriai, le Incantatrici, II idillio, v 143

[3] Cfr. Omero Iliade, III, 156

L’apprendistato XXXI. Il 1968. Bologna e Praga. I collegi. La vita amorosa, politica e scolastica.


 

Molto  importante per la mia generazione fu  la rivoluzione spirituale del 1968. Un evento mondiale che mi aiutò a riconoscere e approvare del tutto  gli aspetti migliori del mio carattere e a prevedere i tratti decisivi del mio stile di insegnante: non demagogicamente permissivo come furono molti durante l’auge del movimento studentesco, né, tanto meno, dispotico come altri, o magari gli stessi sono diventati nella fase della restaurazione regressiva iniziata alla fine del ’69 in concomitanza con la prima delle stragi di Stato.

 Quando iniziavo a insegnare e volevo diventare un educatore interessato alla crescita umana e culturale degli studenti. Sarebbe stata parallela alla mia.

“L’umanità visse allora-scrive Benedetto Croce- uno di quei rari momenti nei quali la lieta fiducia di sé stessa e del suo avvenire tutta la riempie, e ampliandosi nella purezza di questa gioia, essa si fa buona e generosa, e vede attorno a sé fratelli e ama”[1]

Cito queste parole relative ai moti del 1848 e le  riferisco anche al momento di lieta fiducia della mia generazione.

Da questo movimento studentesco dunque,  e pure da Helena di Praga, presi la fiducia di poter ridurre lo squilibrio che ancora sentivo tra la mia vita e i miei sogni, tra le mie capacità e i miei atti.

 

Nell’aprile del ’68  andai a Praga attraverso uno scambio di posti  con gli studenti cecoslovacchi che venivano ospitati nel collegio Irnerio di Bologna mentre noi “irneriani” eravamo in uno  studentato della città magica.

Passai le notti  comprese tra il 10 e il 20 aprile,  in una stanza del collegio praghese facendo l’amore con Helena, la fanciulla onesta che mi donò tutta sé stessa senza chiedere nulla in cambio: non dico soldi o regali, ma nemmeno alcun impegno o rinuncia. Pur troppo poco mi chiese quella ragazza che mi piacque assai e le volli anche un poco di bene, ma interessato com’ero alla rivoluzione del nostro mondo e della mia persona, alla ragazza diciottenne in quel tempo non diedi tutta l’importanza che aveva e avrebbe avuto più tardi,  beninteso per me. La ripensai e l’ho riconosciuta soltanto alcuni anni dopo, riconsiderandola e rimpiangendola, invano, quando tornai a Praga, per cercarla, nella primavera piovosa del ’72.

 Nel frattempo in Italia erano seguitate le stragi

Quando le telefonai, Helena, rimasta onesta, mi tenne lontano poiché nel frattempo aveva stretto un legame con un collega. Era una donna oramai.

E il tempo del nostro amore era passato.

La indico quale modello a quante fanno mercato della loro gioventù, oppure, dopo avere preso un impegno con un uomo, appena questo si volta, si intrigano con altri che sanno lusingarle suscitando nelle labili menti vani sogni, folli speranze, morbosi ricordi. Oppure una libidine pazza. Meno riprovevoli queste. Agiscono male,  sed non propter nummos , ma non per i miseri quattrini né per il  potere fallace.

 

Helena Schejbalova mi ha aiutato a uscire del tutto dall’abisso di vuoto identitario in cui ero caduto dopo il liceo.

 

In quella primavera fatata tutti noi giovani universitari  si pensava e parlava politicamente. Il 1968 fu uno degli anni in cui la gioventù credette nel progresso della libertà e della giustizia.

Ogni discorso era politico: ossia relativo alla polis, alla comunità. Si viveva da comunisti, nel senso più vero cioè etimologico, non da egoisti. Aiutarsi a vicenda era perfino una moda per molti. Quasi tutti poi sono tornati egoisti appena la moda è passata

 Io no in quanto avevo capito che vita politica, impiegata per il bene comune, significa anche vita umana e felice. Nelle assemblèe del movimento studentesco cui partecipai a Bologna, a Roma, a Milano, non avevo i mezzi culturali per parlare politicamente né retoricamente, siccome mi mancava la preparazione necessaria. La mia era limitata alle lingue antiche studiate per gli esami  e alle date della storia greca e romana , insomma a quanto avevo imparato per il voto. Altro non mi avevano insegnato né mi avevano invogliato a cercare per mio conto.

Nelle assemblèe  non prendevo la parola che non possedevo: sapevo solo  ripetere alcuni slogan,  però ascoltavo i compagni già preparati a parlare politicamente appunto. Mi sensibilizzai alla filosofia e alla storia moderna, quindi cominciai a studiarle. Avevo finito gli esami, e l’Università di Bologna, dato l’ultimo esame in maggio, non l’avrei più frequentata: dovevo preparare la tesi-sulla poesia ungherese del Novecento.  Mi laureai nel marzo successivo; in aprile   feci delle supplenze a Pesaro, e  dopo l’estate ebbi l’incarico a tempo indeterminato nel Veneto profondo, a Carmignano di Brenta, situata provincia di Padova e prossima a Cittadella, Bassano e Vicenza.

Il cuore dunque del Veneto bianco.

Durante le assemblèe studentesche dei primi mesi del ’68  mi sensibilizzai anche al problema del prossimo insegnamento , il metodo la via (odós) da seguire per educare alla letteratura e alla vita, una strada sulla quale avrei proceduto fino alle  lezioni universitarie tenute, a contratto, nel primo decennio del millennio seguente.  

Già in quella primavera fatale mi resi conto che il metodo non doveva essere coercitivo, dogmatico, autoritario, ma educativo e accrescitivo, basato sul rispetto della persona che non andava trattata male presupponendone la disonestà come avevano fatto con me alcuni insegnanti di scarso valore  proiettandomi addosso le loro insufficienze. Dal movimento del ’68 dunque presi a riconoscere e valorizzare la parte bella e buona della mia persona come, tanto per fare un esempio  relativo soltanto  al corpo, con la bicicletta ho valorizzato le gambe ereditate da mia madre e da mio nonno materno che vinceva le gare ciclistiche, e ho tenuto da conto i capelli che non erano diventati bianchi nemmeno a 70 anni , grazie all’eredità pare di origine etrusca, presi dalla zia materna Giulia di Sansepolcro. Gioielli preziosi  più dei diamanti.

Fin da bambino ho sempre detestato i controlli sadici, l’autorità irrazionale e inautorevole dei luoghi comuni seguiti dal gregge dei conformisti  incapaci di pensare con la propria testa o renitenti  a rivelare il proprio

pensiero nascosto dietro la maschera dei pregiudizi e delle superstizioni che le mode sfacciate, la pubblicità ingannevole e ogni autorità antiumana vogliono imporre a tutti e a ciascuno. In una certa fase della vita è necessaria una rivolta anche contro le imposizioni ricevuta in famiglia fin dall’infanzia. Poi, trovata  l’identità propria e possedutala con sicurezza, si possono e devono recuperare gli affetti per chi ci ha messo al mondo e comunque allevato. Infine quando siamo ormai vecchi e i nostri cari sono morti, possiamo valorizzare tutto il bene e il bello che ci hanno lasciato e pensare che le loro ossa si son fatte  coralli1 bis

 

Nelle assemblèe studentesche  dunque compresi che mi mancava del tutto una  cultura politica e critica indispensabile alla vita che volevo fare. Ancora non conoscevo Tucidide, ma più avanti,  insegnando greco nei licei dal 1975, avrei avuto  conferma della mia convinzione che non prendere parte alla vita politica va considerata attitudine non pacifica bensì inutile (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on) 2   e anche viziosa.

Eppure quando iniziai nel Veneto, il preside retrivo e refrattario più di un prete vandeano, mi disse: “ricordi professore che a scuola non si deve fare politica”. Io non gli diedi retta e lui non mi diede “ottimo”, ma solo “valente” un giudizio politico negativo che mi penalizzava nel punteggio, sebbene fossi stato l’unico tra gli insegnanti della sua scuola a superare lo scritto del concorso per passare alle superiori. Allora compresi  che il merito contava meno del servizio al potere, della raccomandazione, dell’intrallazzo. Per carità, raccomandazioni ne ho avute anche io ma sono derivate tutte da quanto ho prodotto scrivendo. Ora del resto mi leggono in tanti in ogni parte del mondo senza che abbia mai avuto nessuna pubblicità dalla televisione o dai giornali.

Nel ’68 dunque ancora non conoscevo il logos epitafios attribuito da Tucidide a Pericle, ma in quei giorni lessi la meravigliosa Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di quel prete e uomo sublime che fu Don Lorenzo Milani, il ricco andato in paradiso passando per la cruna di un ago. Come, mutatis mutandis, i comunisti Engels e Luchino Visconti e pure Brecht.

Il priore di Barbiana  mi aiutò a comprendere che educazione è vicendevole promozione umana e culturale tra docente e discente3, è reperimento e impiego dello spirito critico nei confronti di ogni moda, luogo comune, dogma contrario alla vita, è apprendimento innanzitutto della lingua 4 che va conosciuta tanto da parlare e scrivere in modo chiaro  e  profondo. Nel ’68 avevo capito che dovevo procurarmi questi mezzi di educazione e di crescita

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

 

 

 

 

Note

[1]Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, capitolo sesto 

1bis Cfr. Shakespeare La tempesta, I, 2.

2 Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 40, 2 

3 Mutuo ista fiunt, et hominess dum docent, discunt (Seneca Ep.,  7, 8). Questo l’ho imparato insegnando

4 Don Milani insegnava tra l’altro che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"Lettera a una professoressa (p. 95)     

 

 

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[1] Bnedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, capitolo sesto.


L’apprendistato XXX . L’estate del 1967 sul Ponto Eusino. Helena di Praga.


 

Nel 1967 la borsa di studio dell’Università di Debrecen fu tolta all’Italia per un incidente diplomatico tra i due paesi.

Tornai a Debecen nel luglio del ’68, l’anno della svolta dei costumi.

 Nel frattempo avevo dato tutti gli esami e mi ero liberato da diversi contagi contratti prima: non disprezzavo più me stesso e non temevo le donne dopo che alcune ragazze erano state carine con me. Stavo via via ritrovando le mete cui indirizzare le forze mentali e corporee liberate dalla corda attorcigliata attorno all’anima mia e tanto stretta che l’aveva quasi soffocata. Il nodo era quello dei pregiudizi, delle superstizioni, dei luoghi comuni ripetuti come dogmi da ogni ignorante.

Scioglierlo non era possibile: dall’Alessandro Magno di Curzio Rufo, Plutarco e Arriano avevo imparato che dovevo tagliarlo. “Nihil interest quomodo solvatur” mi dissi 1, e mi diedi a reciderlo.

Dopo l’estate benefica del 1966 mi ero rimesso a studiare con interesse personale, non solo a memoria dico, e non tanto per gli esami, quanto per la mia liberazione dai ceppi dei pregiudizi subìti in famiglia e in altri ambienti frequentati per sbaglio. Avevo ripreso sul serio anche gli altri due pilastri della mia identità: la bicicletta e la corsa, riducendo l’adipe e annullando i doloretti cardiaci sentiti quando ero sprofondato nell’angoscia più cupa. Li avevo creduti preannunzi di morte precoce, mentre erano sintomi di malessere mentale profondo.

A mano a mano che gli inceppamenti  si allentavano,  ritrovavo le forze della mia vera natura.

 Prima di tutte quella di evitare quanti non mi rispettavano compiutamente: avevo capito che se qualcuno cercava di infliggermi ingiustizia o anche soltanto scortesia, non io ero in difetto, ma quel tale individuo debole di mente e privo di cuore.

Un poco alla volta rivalutavo le mancanze di cui mi avevano incolpato dandomi del deficiente. Mi convincevo che non fumare, per esempio, favoriva la vita: quindi non era un difetto.

 Dovevo evitare i malevoli. Tagliare ogni ramo secco. Quindi non mi assoggettavo più ai giudizi sprezzanti, come negli anni della putredine e del disperato disgusto di tutto, compreso me stesso. Avevo cessato di considerare prossimo mio chi provava a offendermi: era feccia da lasciare nei fondi bassi e melmosi dove si trovava .

Durante l’estate del ’67 amoreggiai con diverse ragazze nel corso di una vacanza sull’Adriatico, in Jugoslavia, poi sul mar Nero. Facevo il viaggio con due studenti di ingegneria miei compagni nel collegio Irnerio di Bologna dove eravamo ospitati. Due ragazzi marchigiani, Mario Brodolini di Recanati e Andrea Gentili di Tolentino. Spero che siano vivi e stiano bene. Mi piacerebbe ritrovarli. Mario era nipote del ministro Giacomo Brodolini, un galantuomo che aveva varato un egregio statuto dei lavoratori.

Ricordo le loro persone e i loro nomi con affetto perché erano probi, onesti e autentici. 

Una autenticità che spesso anche nei meno artefatti di noi letterati viene incrostata, se non addirittura contraffatta, da un qualche sapere che spesso non diventa sapienza, non arriva a essere cultura umana, ad associarsi alla vita, a potenziarla, e non aiuta a vivere umanamente, ma si ferma allo stipendio da impiegato, o arriva solo all’esibizione, alla scena artificiosa, oppure perviene malignamente all’ironia denigratrice del prossimo, dei sentimenti veri, della infelicità umana. L’ironia non risolve difficoltà e angosce: tuttalpiù le nasconde. Il principe santamente e genialmente idiota di Dostoevskij non ne era capace.

Del viaggio di quell’estate remota voglio ricordare un episodio che mi rese felice aprendomi altre porte sulla vita.

Una mattina di sole mi svegliai nella spiaggia di Varna dove eravamo attendati. Non era presto e gli amici contubernali erano già usciti dalla tenda - dormitorio. Sicché andai da solo in un bar per bere il primo caffè.

Non lontano da me era seduta una ragazza bionda, giovane molto, dagli occhi azzurri, bellina. Con bellina non intendo appena un po’ bella, bensì bella e fine, come usava nella parlata aretina di casa mia.

La guardai direttamente e le rivolsi un sorriso che mi contraccambiò, apertamente.

“Il mare ospitale - pensai - non è un eufemismo 2. Ecco l’eterno richiamo dei sessi”. Stavo imparando a darlo e a riceverlo. Quella fanciulla non solo contribuì alla mia emancipazione dal male infondendomi ulteriore ottimismo nel bar sul Ponto Eusino dove ero stato, temevo, abbandonato dai due amici con i quali avevo questionato la sera prima,  ma seppe anche darmi un esempio di comportamento chiaro e onesto: lì sul mar Nero, dopo un paio di baci, disse apertamente che se desideravo una donna, dovevo cercarmi un’adulta, siccome lei non si sentiva iam matura viro 3, disse proprio così. "Ho ancora 17 anni", aggiunse. Bellina, figliola, monella!

Per giunta era già sulla via del ritorno a Praga dove aveva da poco finito  il liceo  nel quale aveva studiato pure il latino.

Un fatto che accrebbe il mio interesse per lei.

Del resto anche noi tre stavamo per tornare in Italia, nelle nostre amate Marche, poi a Bologna nel collegio Irnerio di piazza Puntoni. Eravamo giovani studenti come lei dopo tutto: avrei compiuto ventitré anni in novembre.

 L'estate era quasi finita. La pulzella boema dunque mi congedò senza umiliarmi né umiliare se stessa: mi diede una carezza dicendo che comunque le ero piaciuto e mi aveva stimato per la mia sensibilità delicata, disse.

“Anche io ho amato la tua gentilezza generosa, signorina - risposi - e spero di rivederti più avanti da qualche parte. I hope to see you later, somewhere”.

 Parole che si dicono quasi sempre dopo un approccio gradevole e possono sembrare formulari, oppure l’espressione di un desiderio irrealizzabile; invece in dicembre mi scrisse pauca sed bona dicta 4: stava preparando un esame e si sentiva maturare in tanti sensi. Mi invitò a Praga: aveva tante cose belle da raccontarmi e voleva sentire le mie. Bellina, davvero bellina!

Ci andai in aprile, per le vacanze di Pasqua. Era la Primavera di Praga oltre che la mia, anzi la nostra generazione fortunata e felice.

 

 Note

1 Cfr. Curzio Rufo Historia Alexandri Magni, III, 1, 18.

2 Il Mar Nero veniva chiamato il Mare Ospitale (per esempio da Erodoto in I, 6:" ej" to;n Eu[xeinon kaleovmenon povnton"), con un eufemismo antifrastico, come ne fu constatata l'inospitalità a causa delle tribù selvagge della costa. Seneca nella Fedra (vv. 715 - 716) menziona la palude Meotide (ora si chiama Mar d'Azov) che incombe con onde barbare sul Mar Nero (barbaris...undis Pontico incumbens mari

3 Virgilio Eneide, VII, 53.

 4 Cfr. Catullo 11, 15 e 16

Bologna 30 giugno 2026 ore 16, 38 giovanni ghiselli

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L’apprendistato XXIX parte. La lezione di Fulvio. Il ritorno in Italia.


 

 Fulvio mi fu di aiuto non piccolo: mi incoraggiò a pensare con la testa mia, ad abbattere le lunghe muraglie  dei luoghi comuni, l’erta e scivolosa barriera formata dai pregiudizi diffusi nell’ambiente chiuso di mia provenienza.

 L’amico parlava esprimendo idee, non preconcetti.

Allora erano tutte nuove scoperte per me.

Una volta disse, ricordo, che la bellezza fisica è un valore reale, una forza potente poco riconosciuta, a parole, dai più, perché solo pochi possono attribuirsela plausibilmente, mentre i valori dell’intelligenza della cultura, dell’onestà, che molti ardiscono ascriversi arbitrariamente, vengono celebrati quasi da tutti, perfetti imbecilli, ignoranti e farabutti compresi.

 

Sicché decisi di migliorare il mio aspetto e iniziai presto a farlo.

 

Volevo immergermi nei fiumi della vita, smettere di limitarmi a correre sui greti dove sassi aguzzi mi ferivano le piante dei piedi.

Volevo guizzare sano come un pesce e ribattezzarmi nel luccicante chiarore del tremolare  dell’acqua illuminata dal sole. 

Fulvio mi induceva a riflettere e mi insegnò a influenzare le donne belle e fini. Infatti la rara capacità del pensiero autonomo, una volta coltivata con esperienze vissute e  tante letture, mi fu indispensabile per interessare e commuovere le femmine umane migliori, le belle e fini cui già in quel tempo aspiravo, sebbene sprovvisto ancora di mezzi adeguati.

Quelle che agognavo con tutte le brame infatti non si sarebbero accontentate di filastrocche costituite da stupidi e nauseanti ritornelli già sentiti più volte, né di sciocchezze infantilmente insensate, in quanto esigevano a buon diritto un uomo dotato della capacità di pensare, parlare, comportarsi con autonomia, intelligenza, sicurezza. Oltre che di un aspetto attraente, beninteso. Tale tipo di donna in grado di individuare e scegliere il meglio sarebbe  stata due anni più tardi  Helena di Praga, poi dopo altri tre anni l’Helena finlandese e l’anno seguente Kaisa e altri due anni dopo Päivi delle quali racconterò le storie grandi e meravigliose anche se forse oramai quelle donne saranno mummificate o ridotte all’ombr di come erano allora. Con la più recente fui felice la sera di agosto nella quale Nixon diede le dimissioni: cinquantuno anni e dieci mesi or sono. Eppure sono state le più significative della mia vita. Dopo di loro Ifigenia.

 

 

Il ritorno in Italia

 

Il beneficio più grande di questa prima esperienza nell’università estiva di Debrecen fu che, tornato a Pesaro poi a Bologna, mi sentìi meno insicuro e infelice di quando ero partito in cerca di liberazione. Il viaggio di ritorno lo feci con Fulvio nella Seicento; veramente questa arrivò soltanto a Lova di Campagna Luppia, e di lì dovemmo proseguire in corriera fino alla stazione di Bologna, quindi prendemmo strade diverse per tornare alle case materne, ciascuno alla sua.

L’automobile  decrepita, dopo averci preannunciato la propria morte ansimando sfinita sulle rampe del Tarvisio, aveva fatto altri duecento chilometri aiutata dalla strada in discesa, poi verso sera era spirata, lì, al confine tra  la grande pianura padana e la laguna veneta, dove vedemmo tramontare un sole esausto, offuscato dai moscerini e dalle brume dell’estate morente anche lei.

Mi venne in mente, e ricordo anche oggi,  quanto mi cantava la mamma alla fine degli anni Quaranta: “triste tempo, l’alberello senza foglie resterà, ed il pover giannettello solo solo che farà?”

Invece alla fine dell’estate del 1966 non ero più solo e desolato come in luglio quanto partii da Pesaro: avevo conosciuto ragazze e ragazzi, anche persone buone, e avevo trovato degli amici, Fulvio sopra tutti.

Rimasti appiedati a qualche centinaio di chilometri da casa, non potevamo chiedere aiuto perché il “maledetto e abominoso ordigno” che detesto, ossia il cellulare, ancora non esisteva, sicchè passammo la sera in una locanda campagnola scambiandoci impressioni e riflessioni sul mese vissuto insieme e sulle persone conosciute. Se ci fosse stato il telefonino e posto che uno di noi due, letterati ipotecnologici, lo avesse avuto e lo avessimo consultato, avremmo perduto un simposio e uno scambio proficuo di pensieri non volgari né banali, anzi ricchi di pathos e di logos.

Contento di ciò, mangiai appena un boccone.

Fu l’antiabbuffata rispetto a quella orribile dell’arrivo all Hungaria di Debrecen.

Mi ero già avviato sulla strada della resurrezione.  

La fine della vecchia automobile ebbe una conseguenza positiva siccome il male viene per giovare quando il destino prende il verso giusto, quello che favorisce la vita.

Poco tempo dopo infatti la zia Rina mi regalò la Mini Minor da cui trassi altra libertà e ulteriore coraggio.

Salutato l’amico che non avrei più perduto, nemmeno dopo la sua morte terrena avvenuta diversi decenni più tardi, e, terminato il viaggio sapendo più cose di me stesso e del prossimo, mi ritrovai a Pesaro già piuttosto cambiato, e non in peggio: avevo smesso di pensare che la mia vita sarebbe trascorsa tutta tra sconfitte, umiliazioni, dolore e odio come era caduta di degradazione in degradazione da quando avevo finito il liceo: fino a quella bassa età  del ferro nella quale aveva trionfato la brutalità calpestandomi il cuore e il cervello,  l’anima intera rinnegata da me stesso.

A Debrecen avevo incontrato ragazzi buoni che mi chiamavano per nome, non con epiteti carichi di ludibrio, mi parlavano senza insultarmi e mi ascoltavano con attenzione; poi avevo trovato giovani donne che mi avevano sorriso e si erano lasciate avvicinare in vari modi; avevo conosciuto persone che avevano riso e scherzato con me, non di me, e mi ero convinto che quel rispetto era giusto siccome io non ero stupido ignorante e cattivo: lo erano piuttosto  quanti mi avevano maltrattato dopo il liceo per il risentimento causato del mio essere stato egregio nelle scuole pesaresi  e per  la soddisfazione di vedermi smarrito, disorientato, abbattuto, dopo avere perduto il ruolo di primo delle classi che non c’erano più.

Avevo del resto capito che quel rancore era stato scatenato non solo dal mio essere bravo ma anche dal narcisismo egoista con cui mi presentavo. Dovevo dunque tornare a primeggiare, non per vantarmene bensì per fare del bene: il mio e quello degli altri. Insomma volevo diventare contento di me e benefico, soccorrevole, ricevendo a mia volta l’aiuto degli amici e ancor più di una donna del mio stampo, della mia levatura, della mia razza spirituale. Ma questa dovevo incontrarla. Un grande aiuto mi verrà dal movimento studentesco degli anni  seguenti. Sarannno gli argomenti dei prossimi capitoli.

Fine dell’estate 1966

Bologna  30  giugno 2026- ore 16, 15

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Debrecen estate 1966 XXVIII parte. La secessione dalla compagnia. L’infelicità sessuale dei ventenni della mia generazione. La liberazione del 1968.


 

 

Sorseggiata la palinka, conclusi la mia lezione di pedagogia erotica dicendo con aria professorale: “ le ragazze non amano il chiasso e le scene infantili; apprezzano le parole precise, corrispondenti a fatti concreti. Cercano  sicurezza non priva di tenerezza e ciascuna vuole sentirsi prescelta, anche se di fatto sono loro a scegliere quando hanno più di un corteggiatore che le invogli”.

 

Non avevo ancora quasi nessuna esperienza di femmine umane amanti, ma le donne ero già predisposto a capirle: mi avevano fatto scuola quelle di casa: matriarche esigenti, dure, di quelle che non perdonano l’insuccesso del maschio.

La più attempata Rina, matriarca senza figli che impersonava la madre più esigente e severa con me, e recitava pure la parte del padre, quando tornavo da scuola mi chiedeva sempre quale voto avessi preso in una prova. Se per caso il mio scritto non era stato il più egregio di tutta la classe, mi biasimava aspramente. Nei compiti di greco e latino invero questo non accadeva mai. 

Era comunque difficile che non primeggiassi, ma se capitava mi sentivo in dovere di stravincere la volta successiva, se non volevo perdere la stima della madre badessa poi delle altre consaguinèe, muse e vestali dei miei successi.

A Bologna invece per tre anni mi ero trovato senza stimoli né pungoli. Del resto lo scritto di greco non c’era e primeggiare non era difficile perché bastava studiare molto, magari anche capendo poco o quasi niente, per prendere trenta. Scolasticamente ero diventato uno dei tanti con grande avvilimento. Politicamente e socialmente non ero nemmeno questo.

Davanti alle donne di casa dunque ero stato uno scolaro che deve  difendere un’ identità  di più bravo della scuola con una  lotta continua e strenua. Tale palestra era un luogo non soltanto di fatica ma anche di addestramento e ammaestramento.

Nel 1966 avevo smarrito da tre anni la volontà di  capire e diventare quello che davvero sono  e volevo  ritrovarla nel nuovo ambiente dove ero appena arrivato  ma già mi stimolava. Avevo compreso che lì potevo funzionare meglio che altrove.

Ecco perché avevo detto parole non prive di senso riguardo ai gusti delle femmine umane.

 

Danilo però se ne risentì, e, perduta la pacatezza acquisita durante il breve simposio, gridò: “Tu sei proprio malato mio caro, caro da Dio. Hai studiato troppo. Oppure non hai bevuto abbastanza. Non vedi che bea che xe?”

Le sue parole mi parvero ebbre e non seppi cosa rispondergli.

Fulvio, che aveva ascoltato con attenzione quanto avevo detto, mi diede ragione e disse: “ Non hai torto, Gianni. Anzi, facciamo una cosa: andiamo a cercarne due da un’altra parte. La piscina è grande e pullula di ragazze. Noi qui perdiamo tempo “curando”1 in quattro una che nemmeno ci degna”.

“E’ ovvio-replicai- sempre più incoraggiato- non può rispondere a tutti. Vieni Fulvio: andiamo in giro a “puntare” come si deve, da ragazzi studenti quali siamo, non canidi affamati”.

Veramente non sapevo come si fa, ma oramai avevo preso la posa del logico, dell’intenditore, e dovevo sostenere la parte. Intanto improvvisavo bluffando, poi l’avrei imparata sul campo.

Così Fulvio e io  cominciammo a muoverci, mentre Danilo, rivolto a Ulderico gridava: “Cosa hanno quei due da bravare? Dimmi tu se con una toseta tanto bea, e una bocia di graspa a disposission, si deve criticare facendo i fighetti saccenti! Borghesi emiliani, uno anzi è addirittura di Pesaro. Non sanno cosa significhi vivere un’esistenza marxista leninista! Io bevo palinka magiara, vodka russa, tutt’al più polacca, e fumo solo roba albanese!”.

Poi si placò un’altra volta e con labbia rabbonita di nuovo, ripresa in mano la bottiglia diletta, concluse: “Be’, d’altra parte facciano come gli pare, cari da Dio, benedeti putei. Adesso qui c’è più spassio e meno concorrensa”. Non so se si riferisse alla fresca ragazza o alla palinka all’albicocca. “Beviamoci sopra”. Quindi s’attaccò alla bottiglia e  tacque.

 

Mentre ci allontanavamo da lì, Fulvio mi domandò se avessi già avuto esperienze di sesso. Non l’avevo, a parte la gelataia di Lubiana soltanto toccata in rapida fuga, e con lui non volevo simulare né dissimulare, anzi non detrassi nulla dal peso che mi opprimeva, sicché gli risposi: “No, mi fanno troppa paura”. Poi, con aria desolata, gli chiesi: è grave?”.

 Fulvio, per sua umanità, mi rispose senza irrisione né biasimo: “No, non avrai ancora incontrato una che ti sia congeniale. Ma qui ti rifarai. Guarda che mare di passera c’è in questa piscina”. Quindi mi indicò una callipigia belloccia dicendo: “misura quella: sembra la Magna Mater”.

Così cominciammo a scrutarle, ad avvicinarle, ad abbordarle, per invitarle a uscire con noi, magari a cena, di sera.

Eravamo imbarazzati  però e, per avere successo, contavamo, assai tristemente, sul fascino dello straniero  occidentale dotato di un’automobile: la scassata Seicento che nell’Ungheria di quegli anni era comunque cosa rara. Del resto tra noi e le ragazze magiare della piscina Debrecen, non c’era dialogo alcuno per la diversità degli idiomi.

Compresi subito che per il “puntaggio” era terreno più adatto quello delle studentesse, le compagne di scuola dell’università estiva. L’educazione accademica,  letteraria per giunta, favoriva le intese. Allora gli studenti universitari d’Europa conoscevano quasi tutti il latino. Inoltre la lingua più diffusa, la nostra koinh; dialekto~ era l’inglese che,  grazie a Guglielmo il Conquistatore, pur essendo una lingua germanica è piena di sinonimi neolatini. Quando il docente di ungherese in inglese mi disse: continue you,  compresi  che se inglesizzavo una parola italiana potevo venire capito quasi sempre.

In quel mese lontano conobbi  molte cose sulle donne e pure sugli uomini. Volevo imparare a qualsiasi costo: anche pagando con grandi dolori, se necessario, pure esponendomi al ridicolo suscitato dall’ostensione dei miei grossi difetti che non potevo nascondere se volevo emendarli per avere la possibilità di giungere molto vicino del tutto intimo alle  creature senza le quali sentivo di non poter vivere felicemente qui sulla terra. Fulvio mi fece capire subito che non avevo bisogno di bluffare e  del resto comprendevo da me che simulare comunque non paga e non ne sono capace.

Nella mia casa di Pesaro quando un maschio , marito, cognato o fratello che fosse, provava a darsi qualche importanza, le donne lo mettevano a tacere sbeffeggiandolo. La Rina dava il via dicendo: “il perfetto imbecille!”. Allora, già alle elementari, capivo che dovevo sottrarmi a tale giudizio portando a casa i voti più alti. La zia Rina apprezzava fino a un certo punto. Una volta mi disse: a scuola sei bravo, capisci e impari subito, ma nella vita pratica sei mezzo deficiente!”

Tale atmosfera mi aveva messo in guardia e spinto da una parte a primeggiare per essere approvato dalle donne, dall’altra a temerle come se avessero avuto una natura più crudele di Scilla, la satanessa primordiale con 12 piedi, tutti pronti sferrare dei calci, 6 colli lunghi e invasivi, 6 teste spaventose, con capelli viperei, 6 bocche ciascuna con tre file di denti fitti e numerosi pronti a infliggere morsi mortali. Avevo letto questa descrizione nel XII canto dell’Odissea e l’avevo fatta mia.

Tutte le estati, quando nella casa di Pesaro arrivava la quarta zia e una loro cognata, le matriarche diventavano sei. A tutte ora conservo affetto e gratitudine perché a lungo andare mi hanno fortificato.

I maschi dopo averli visti maltrattati e incapaci di reagire mi sono apparsi deboli, da non imitare, anzi  da prendere quali contromodelli.

Si salvavano  gli zii acquisiti di Potenza Picena dove andavo” in luglio e quello di Moena che frequentavo  in agosto quando la zia Giulia mi portava lassù. Questi si facevano rispettare delle mie consanguinee sprezzanti con gli altri e io imparavo da loro. Quello di Potenza Picena, Antonio, quando ero ancora alle medie inferiori un giorno mi disse: “Umano sei non giusto”, per sentire come avrei risposto.

“E’ La caduta di Parini”, risposi. Allora lui disse a mia zia Giorgia, sua moglie: “questo bambino parla come un adulto”. Era un  uomo di condizione sociale e tenore di vita superiore al nostro e si dava importanza nel paese dove viveva, sicché quel giorno compresi quanto la letteratura oltre piacermi poteva essermi utile.

Quando poi con il volgere delle stagioni,  ho visto tanti uomini adulti passare il tempo libero giocando a carte o a biliardo, ho pensato che il genere maschile fosse quello  più fiacco e più vile,  sicché ho cercato le donne con tutte  le forze che avevo,  mi sono identificato con loro, senza fatica perché erano state i miei modelli da quando ero  infante già attento a tutto. Acquisita altra  forza con il tempo, mi sono potuto permettere di assumere anche la mitezza del nonno materno Carlo che era decaduto da giovin signore di Sansepolcro a povero, e per questo veniva maltrattato, però mi ha lasciato l’eredità più bella: il talento ciclistico, l’amore per la vita e una signorile bontà d’animo. Il palazzo Martelli invece lo vendette a Buitoni prima di emigrare a Pesaro intorno al 1942. Poi non investì quel denaro e quando morì nel 1969 quei soldi servirono per il funerale che lo riportò a Sansepolcro per l’eterno riposo nella tomba di famiglia dove probabilmente porteranno anche me.     

 Tra i ventenni della mia generazione sessualmente infelice, molti non avevano avuto esperienze erotiche; i maschi però vantavano gran copia di amori e di femmine.  Si gloriavano delle prostitute prezzolate e della fidanzata vergine che non si lasciava toccare nemmeno l’ombelico, perciò da sposare.

Capivo che la miseria e l’infelicità sessuale ci riguardava tutti più o meno, maschi e femmine, e mentre mi esponevo al ludibrio degli altri pitocchi del sesso con l’epifania apocalittica  della mia infelicità estrema, li compativo siccome avevo capito che loro, negando le debolezze e le angosce comuni, dovevano averle ancora più grosse delle mie: immense dovevano essere, ossia non più operabili né attraversabili per giungere a spiagge e porti di salvezza. Io invece volevo varcare quell’oceano di tempestoso dolore, anche se avevo a disposizione soltanto un canotto bucato, o una zattera dal legno infradiciato e rischiavo non uno ma cento, mille, diecimila naufragi.

Per l’esame di “greco uno” avevo dovuto studiare tutta l’Odissea e avevo imparato dal “poeta sovrano che sovra li altri com’aquila vola” non solo i tecnicismi linguistici richiesti dai professori dell’epoca.  Mi interessava molto Ulisse che senza essere bellissimo piaceva assai alle femmine umane e perfino a quelle divine. “Non formosus erat sed erat facundus Ulixes” e pure fece torcere d’amore le dèe dell’acqua.

 Insomma volevo percorrere, a qualsiasi costo, qualunque tragitto mi avrebbe portato prima dentro il corpo, poi nella mente e nel cuore delle ragazze belle e fini.

 La mia Itaca era un’isola con tante donne amorevoli nei miei confronti.

Come la mamma, la nonna e le zie dopotutto. E con un uomo buono come mio nonno Carlo Martelli. Non troppo tardi li raggiungerò tutti nella tomba di Sansepolcro se mia sorella mi ci porterà quando sarò completamente trasognato oramai.

 

Nota alla parola “curando” che ho  attribuito a Fulvio.

 

1 Un vocabolo rivelatore della parmensitas mai dissimulata dall’amico, anzi rivendicata.

In questo contesto significa “corteggiare” che però è meno espressivo.

Fa parte del carattere sano la fedeltà alla propria appartenenza linguistica. Vivo a Bologna da più di  60 anni ma conservo la mia pisaurensitas nel parlare. La riconoscono dal fatto che allunghiamo le vocali, tipo : “cosa diiici, cosa faai,  come staai?”.

Sono i plebei mentali quelli che dopo un paio di mesi di trasferimento in età adulta scimmiottano penosamente e ridicolmente la pronuncia della nuova città per sentirsi integrati e “arrivati”. E’ un segno di miseria. Un’affettazione evidente e spregevole. Ho attribuito anche a Danilo un forte accento veneto per simpatia verso l’amico nato e cresciuto sotto il monte Grappa. Chiedo agli amici veneti che mi leggono di correggermi se ho fatto degli errori di grafia scimmiottando la loro lingua.

Saluti e baci a tutti.

 

Bologna 14 febbraio 2026  ore 9, 30  giovanni ghiselli

p. s.

Dedico questa confessione che ritrae l’infelicità sessuale della mia generazione a tutte le donne che mi leggono. Aggiungo che il movimento giovanile del 1968 aiutò molto non pochi di noi e che la liberazione delle ragazze parte da quella primavera lontana.

 

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