lunedì 1 giugno 2026

Grecia 1981 Capitolo IV. Disegni di volti. Il rifiuto del dialogo. Le stesse frasi ritornano: “Tutto può essere”.


 

Mi domandavo perché il viaggio la cui proposta era stata  accolta assai volentieri fosse cominciato male. Forse poco prima della partenza Ifigenia aveva subito uno smacco durante i suoi traffici. Oppure la stanchezza della pedalata di 65 chilometri le aveva turbato la debole ragione. Non mi guardava in faccia da ore. Forse ci vedeva un ceffo anche lei, come la forsennata di Pesaro.

Quando mi amava Ifigenia fissava a lungo il mio volto, poi diceva che era espressivo e bello: stilizzato come quello di un ottimo attore teatrale o di un ritratto eseguito da mano di artista.

Quindi mi scrutava i capelli e diceva, assai contenta, che di tanti nemmeno uno era bianco.

Nel tempo incantato dell’amore l’uno vedeva nell’altro una divinità: lei era Afrodite per me e io non certo Caronte né  Plutone bensì Febo solare oppure Dioniso che guida le danze notturne degli astri infuocati 1.

La nave che si allontanava dalla costa marchigiana mi fece pensare al distacco di ognuna delle mie donne da me. Eppure erano giunte con l’intera persona protesa in atto oblativo. Soprattutto questa presente.

Pensavo: “Tu sei gravida di rancore perché due anni fa, dopo la delusione subìta e il disincanto seguìto al dolore  della tua promessa mancata, ho perso interesse per te dopo nove mesi durante i quali facevamo l’amore anche dentro i cespugli, stretti come gli uccelli.

Finito questo periodo magico, sei tornata alle tue fissazioni antiche, alle pulsioni infantili, e ora ti pasci di emozioni contraddittorie ma prevalentemente cattive, suscitate da uomini famosi che ti usano come uno strumento mentre tu cerchi a tua volta di strumentalizzarli. Se di tutto questo fossi contenta, non avrei motivo di biasimarti, ma ora vivi con un’angoscia gravosa che fai pesare anche sopra di me.

Sei diventata aggressiva, superstiziosa perché temi il destino. Ma questo non ti perseguita, né io ti opprimo: sei tu che frapponi ostacoli alla tua crescita. Hai l’intelligenza intuitiva e non ti mancherebbe la forza per progredire, però la parte oscura della tua persona ti annebbia la mente e ti debilita mentre ti spinge ad assecondare gente usa a fare il male più che il bene. Mi sarebbe piaciuto che tu rimanessi nella scuola: avremmo avuto molto in comune.

Tuttavia non ho mai cercato di incepparti il cammino su questa nuova strada impervia e tortuosa che hai preso, senza un metodo chiaro per giunta”.

Questo pensavo mentre la nave solcava il mare diretta a sud est. Ogni tanto le lanciavo un’occhiata. Leggeva Hesse, Narciso e Boccadoro, una storia dove si potevano trovare analogie con la nostra. Scorreva le pagine in fretta e furia. Glielo avevo suggerito come un libro buono ma sembrava non le piacesse.

Infatti presto smise di leggere e iniziò a muovere la punta della matita su un foglio. Una volta disegnava il mio volto e le mie membra che portava sempre dentro di sé, come una madre. Il silenzio durato già troppo a lungo mi opprimeva. Osservavo chi viaggiava da solo, pensando: “te beato! Non sai quale da quale penosa soma sei esente! ”

Quando ebbe alzato la testa dal foglio le domandai: “Ifigenia, vuoi che parliamo un poco?”.

Fece un cenno affermativo abbassando il capo, senza guardarmi.

“Che cosa stai disegnando?”

Mi allungò il foglio: c’erano tanti volti di maschi e di femmine.

Aspettò che l’avessi guardato quindi mi chiese: “Cosa ci trovi?”

“Che non disegni più me”, risposi per riferile la mia impressione immediata.

La prese per una critica malevola e volle contraccambiarla dicendo: “Ecco il narciso di sempre”.

Intendeva malato cronico di narcisismo come mi aveva detto una volta.

A questo replicai dicendo “ sì, può essere, tutto può essere”.

 

Un salto in avanti nel tempo. Le stesse frasi ritornano nella mia vita e in quanto scrivo. Anche Omero del resto usa delle formule che ripete più volte.

 Ricordai dunque  Päivi la fulva leonessa iperborea che diceva spesso may be e mi venne in mente la menade pesarese che sarebbe venuta in Grecia con me, Alessandro e Maddalena un paio di volte verso la metà degli degli anni Novanta. La prima volta, arrivati a Olimpia, appoggiammo le biciclette a un muro. Io lo toccai per essere certo che non stavo sognando. Avevo gareggiato furiosamente con Alessandro. L’amico, stremato lui pure, chiese alla frenetica compagna di viaggio il favore di reggergli lo zaino per un momento.

La baccante dal Taigeto lo prese con una mano il leggero contenitore di magliette e mutande, poi lo appoggiò su uno scolo di fogna.

Alessandro le domandò sdegnato: “Non vedi che si sta sporcando tutto?”

La commediante assunse un atteggiamento trasognato, quindi rispose con un sorriso beffardo: “Sì, può éssere, tutto può éssere” pronunciato alla pesarese.

Quindi concluse: “ringrazia che non ci ho anche urinato sopra. Volevo farlo per punirti di essere stato allievo di questo demone maligno del quale ora sei complice” e mi indicò con dito diritto. Durante il viaggio di ritorno costei fece firmare al mio amico il fondo di un foglio piegato in due nella cui parte celata aveva scritto: “il demone ha colpito ancora, più volte, con un pugnale”. Appena tornata a Pesaro portò in pretura tale “prova” della mia brutalità. Ma segni di coltellate non le aveva da nessuna parte, sicché la mandarono via. Invero non l’avevo mai toccata nemmeno per accarezzarla. L’avevamo accolta siccome per altri versi cioè per intervalla insaniae era divertente.

 

Ma torniamo a Ifigenia nel 1981. Le domandai: “Se io sono Narciso, tu sei Boccadoro?”

“Sì, anche io come quel giovane devo staccarmi dal primo maestro e fare altre esperienze. Non voglio sentirmi rinchiusa nel convento o nel carcere cieco dove vivi tu”.

Tacque un momento, poi finalmente mi guardò. Quindi mi domandò: “che cosa ne dici?”

“Sono d’accordo con te che tu debba rendere fruttuosi i talenti di cui gli dèi ti hanno dotata benignamente, ma se vuoi raggiungere questo scopo dovresti superare gli ostacoli frapposti al raggiungimento delle tue mete. Devi trovare il metodo, cioè la strada adatta alle tue forze se vuoi conseguire i risultati che agogni. Non lasciarti condizionare e indebolire da quelli che vogliono usarti e che intendi strumentalizzare a tua volta: i rapporti tra gli usurai non costruiscono il bene, né la bellezza e non danno gioia.”

Le stavo dicendo con tutta franchezza quello che pensavo della sua situazione, ma Ifigenia non volle ascoltare una parola di più: si alzò di scatto e gridò: “sono stanca dei tuoi psicologismi bolsi e moralistici. Andranno bene per te. Io non voglio più sentirne parlare!”

Quindi sedette di nuovo e riprese a disegnare. “Bellina però”-pensai- poteva andarmi molto peggio. Essere gettato giù a fluttuare in mezzo alle onde, fino allo sfinimento, poi inabissarmi”.

Pensavo pure che la violenza si associava spesso alla truffa nei costumi diffusi del nostro paese già guasto. Mi domanderai lettore perché mi attirano i pazzi. Ti rispondo che li trovo più interessanti dei conformisti infarciti di luoghi comuni. Costoro mi annoiano. Non mi insegnano niente.

Dai pazzi imparo a liberarmi dalle manìe pericolose. Me ne vaccino.

Avvertenza: il blog contiene una nota

 

Nota 1

Cfr. Sofocle, Antigone 1146 e sgg.

 

Bologna primo giugno  2026 ore 17, 33 giovanni ghiselli

p. s

Statistiche del blog

All time2206236

Today1806

Yesterday2461

This month1806

Last month75482

 

 

 

 

 


Grecia 1981 Capitolo III. Ancona. Il traghetto. Il monte Conero. Il cazzotto nell’occhio per fortuna schivato.


 

La osservavo pensando accorate parole:

“Bella sei bella, sei l’idea stessa della bellezza venuta qui sulla terra a dare spettacolo. Di questa tua luminosa venustà corporea vorrei salvare almeno una scintilla dalla rovinosa caduta nell’abisso buio posto al termine della processione macabra che ogni giorno avvicina noi mortali  condannati a morte all’esecuzione della sentenza inappellabile, assegnata secondo l’ordine del tempo.

Sei bella, ma non sei più l’ Ifigenia che conobbi meravigliosamente quasi tre anni or sono. Piuttosto ti sei rivelata una creatura con la bellezza contaminata da un egoismo incapace di frenare brame brutte e deleterie soprattutto per te stessa..

In un primo tempo con i piaceri del corpo e dello spirito mi hai elevato l’anima fino alla pianura  della Verità dove splende la luce del Bene, ma dopo qualche mese, mi hai trascinato in burroni scoscesi. Oramai abbiamo poco da dirci: io voglio imparare dell’altro, tu vuoi drammatizzarti da sola. Faresti bene a indagare te stessa prima di  recitare. Dovresti cercare di salvarti dai buchi neri del tuo carattere che tendono a risucchiare la parte migliore di te lasciando vedere soltanto il peggio dell’anima tua. Io voglio scrivere, ma prima dovrò studiare, osservare imparare, capire.”

 

Intanto eravamo giunti al porto di Ancona. Mangiammo un frutto dell’autunno incipiente e, sempre senza parlare, entrammo nel traghetto greco.

Ifigenia si calò quattro anni quando le fu chiesta l’età dal  marittimo che controllava i biglietti per assegnarci la cabina. Non l’aveva fatto apposta, credo, ma con un lapsus comunque non casuale. Era fuorisciuto  il suo desiderio latente di cancellare un tempo vissuto in grande parte non bene. E si era evidenziata la sua paura di un avanzare negli anni che ci divorano facendo arretrare lo splendore corporeo, il più delle volte senza  la compensazione  alcuna.  Mi sentivo in colpa pensando che non avevo fatto abbastanza per aiutare la sua crescita umana quando  nei primi otto mesi traevo vantaggi non piccoli dalla fresca vitalità di quel giovane corpo di cui mi beavo succhiandone gli umori più saporiti.

Ero stato un avido buco nero anche io con lei.

Subito dopo l’imbarco andammo nella cabina, a dormire ognuno nella sua cuccia. Un paio di ore più tardi, ci alzammo e salimmo sul ponte. La nave costeggiava le pendici del monte Conero che mi sembrava una balena spiaggiata, morente o già morta.

Ci eravamo seduti a poppa per prendere il sole.

Osservavo la scia bianca della nave sul mare. Mi vennero in mente le “umide vie” e “il mare canuto” di Omero che aveva descritto con parole precise quanto vedevo. Da studente rimasi  sensibilizzato all’umano e alla natura dall’Odissea la cui lettura intera preparata parola per parola era stata l’impresa richiesta dal primo esame di greco.

“Ecco un’umida via canuta” pensavo, ma non potevo dirlo a lei per non farla infuriare come era accaduto pochi giorni prima a Pesaro con una tale che se la prese con me credendo che nel dire quelle parole riferite al mare un poco mosso io alludessi copertamente al suo corpo sudato e ai primi capelli già bianchi della sua testa balzana.

“Darò  un pugno nel grugno da porco, nel ceffo da osceno sciacallo  a ghiselli, predatore malvagio di femmine giovani” gridò quella megera e sferrò un colpo. Per fortuna riuscìi a schivare il cazzotto che in verità mirava a un occhio come quello di  Ipponatte a Bupalo.

 

 Dopo la meravigliosa parentesi dei primi anni Settanta, quelli delle tre finlandesi intelligenti, colte, belle e fini, e dei cari  amici incontrati a Debrecen, era tornato il costume dell’antipatia tra gli umani, soprattutto tra quelli di sesso diverso. Si preparava il trionfo dei due massimi “diritti civili”: aborto generalizzato  e omosessualità  esibita quali segni di libertà e supremazia. L’eterosessualità invece si caricava di altre colpe dopo quelle attribuite per secoli a donne e uomini amanti da scellerati presti sedicenti cristiani.

Ripetei solo tra me la metafora omerica pensando che l’artista legge il libro dell’Universo e sa riconoscere la parentela dell’intera natura con se stessa, l’affinità di tutte le cose tra loro.

Nemmeno questo potevo dire all’ Erinni che mi tiravo dietro e con la sua furia mi faceva scontare tutti i  peccati che già allora non erano pochi.

“Giovanni peccator sono stato nel talamo” mi dissi.

Mi era venuto in mente che non feci nulla per incoraggiare, Päivi a mettere al mondo la nostra bambina con l’aiuto del padre che temevo di non saper fare. Oggi però quando vedo un babbo con una bambina carina e affettuosa piango di nostalgia per l’occasione perduta di non morire del tutto solo e senza eredi.

Evidentemente Era destino che educassi i figli di altri come si vede in un paio di film di Clint Eastwood, un vecchio regista assai bravo.

Quando nomino il mio santo protettore, il battezzatore e precursore di Gesù il Cristo e magnifico figlio di una ragazza che, pur senza la presenza di un padre, non abortì, distinguo il provdromo~  da me stesso chiamandolo sempre “l’onesto Giovanni”.

 

Bologna primo giugno   2026 ore 16, 30 giovanni ghiselli

p. s

Amen dico vobis: Non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista(N. T. Matteo, 11, 11)

 

Statistiche del blog

All time2206185

Today1755

Yesterday2461

This month1755

Last month75482

 

 

 


Massimo Cacciari Kaos il mito del globo 4


 

Lo Stato dunque si muove per trasformarsi in Contrada. “La relazione tra luoghi risulta perciò intrinsecamente polemos. Non avviene necessariamente per altre civiltà. L’Impero cinese ruota intorno all’Asse che non vacilla (…) Asse che passa al centro del Palazzo di Pechino. E’ questo un luogo auto-sufficiente, centrato in sé stesso, che non abbisogna affatto di confrontarsi con altri, di essere curiosus. Analogamente le Piramidi egizie sono simbolo della perfetta autonomia del potere che le ha innalzate” (20).

 In effetti i Greci ricordano di avere imparato dagli Egiziani come da loro antenati, mentre non so niente dell’apprendimento trasmesso agli Egiziani dai Greci maestri invece dei Latini.

Un sacerdote egizio, parlando con Solone, gli disse: “Un Greco vecchio non esiste, voi Greci siete sempre fanciulli”. Lo racconta Platone nel Timeo[1]”.

 

Torniamo a Cacciari

“Il luogo dove “sta” il moderno Stato occidentale è territorio che tende alla Contrada. Questa, tuttavia, a sua volta, non vive che esistendo- verso lo Spazio.  E’ la natura dello Stato a essere ek-statica! Ovvero, la potenza statuale è fisiologicamente imperiale (…) e la sua dynamis ha in tanto effettivo potere in quanto sa porsi in atto conquistando una dimensione propriamente spaziale”.

 

Ecco un altro possibile commento al verso 310 delle Baccanti di Euripide  citato sopra.

 

“Lo Stato non può cessare di valere come territorio determinato (…) e tuttavia dal proprio confine la sua potenza deve sempre cercare di eccedere, pena l’indebolirsi della sua stessa sovranità all’interno” (p. 21)

 

La condanna più celebre dell’imperialismo romano  mai sazio di eccedereè il discorso di Calgaco, il capo dei Caledoni ribelli, ricostruito nell'Agricola[2] di Tacito:" Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt.  Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant "  (30), ladroni del mondo, dopo che alle loro devastazioni totali vennero meno le terre, frugano il mare: se il nemico è ricco, avidi, se povero, tracotanti, essi che né l'Oriente né l'Occidente potrebbe saziare: soli tra tutti bramano i mezzi e la loro mancanza con pari passione.  Rubare, massacrare, rapire con nome falso chiamano impero e dove fanno il deserto lo chiamano pace. Dell’ultima frase nella primavera del ’68 si era fatto uno slogan durante i cortei.

 

Non dice meno sull’avidità dei colonizzatori romani il Mitridate di Sallustio che nelle Historiae[3], scrive al re dei Parti Arsace una lettera[4] contro l’avidità insaziabile dell’imperialismo romano  :"Namque Romanis cum nationibus populis regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum "( Epistula Mithridatis, 2), infatti i Romani hanno un solo e oramai vecchio e famoso motivo di fare guerra a nazioni, popoli, re tutti: una brama senza fondo di dominio e di ricchezze. Quindi aggiunge:" an ignoras Romanos, postquam ad Occidentem pergentibus, finem Oceanus fecit, arma huc convortisse?  neque quicquam a principio nisi raptum habere, domum coniuges, agros imperium?" ( 4), come, non sai che i Romani dopo che l'Oceano ha posto termine alla loro marcia verso Occidente, hanno rivolto le armi da questa parte? E che fin dal principio non hanno nulla, patria, mogli, terra, potenza, se non frutto di rapina?

Venendo al Novecento. Nel romanzo di Musil il perdonaggio Diotima “improvvisamente sparò l’asserzione che la vera Austria era tutto il mondo” (L’uomo senza qualità, II, 73). La bella donna madrina dell’Azione Parallela intende “che lo spirito come tale ha nell’Austria una patria” ma sappiamo che anche le patrie  dello spirito tendono a estendere il loro territorio.

Bologna primo giugno 2026 ore 11, 47 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog.

 

All time2205708

Today1278

Yesterday2461

This month1278

Last month75482

 

 

 



[1]’W SÒlwn, SÒlwn, “Ellhnej ¢eˆ pa‹dšj ™ste, gšrwn d “Ellhn oÙk œstin, Timeo 22b4.

[2] Del 98 d. C.

[3] Le quali prendevano in esame il periodo 78-67 a. C. Furono composte fra il 40 e il 35. Ci sono giunti solo dei frammenti.

[4] Dovrebbe risalire al 68 a. C.


Grecia 1981 Capitolo II. La pedalata dal Metauro all’Esino. Le soste rituali nel bar di Senigallia e nella bettola ungherese tanti anni prima.


 

Volevo imparare dell’altro dalla bellezza e dal dolore. Sapevo che non avrei sofferto più di quanto era necessario al mio scopo di apprendere.

Prima del dolore però veniva la bellezza, quella corporea della compagna di viaggio che ai miei occhi preponderava su tutto il resto.

Arrivati a Senigallia, facemmo una breve sosta in un bar dove negli anni futuri mi sarei fermato decine di volte andando poi tornando dall’Ellade con gli amici o da solo. Alcuni luoghi, certi fatti la prima volta insignifìcanti, se ripetuti con il volgere delle stagioni, diventano ricchi di molte annunciazioni poi verificate o vanificate  e assumono un’importanza storica pur nella nostra vita mortale. Diventano riti religiosi.

 

Breve Excursus La bettola di Abony

Ricordo, caro lettore, l’osteria di Abony a metà strada tra Budapest e Debrecen, e la prima vota che ci entrai, desolato  come un mendicante,  nel luglio del 1966. Ero un ventunenne invecchiato anzi tempo e,  uscito dalla mia scassata Seicento Fiat, barcollavo, quasi brancolavo come un mendicante cieco, tanto che un ubriaco, forse un tedesco, uscendo da quella taverna si avvicinò e mi domandò: “bist du Homerus?”.

Per vincere almeno il sonno, entrai nella bettola. Volevo  bere un caffè e domandare se procedevo sulla via giusta.   Non ne ero sicuro. Tanto meno prevedevo che in quel locale avrei fatto una fermata trionfale, più volte tornando dall’Università estiva di Debrecen, ogni volta con una donna diversa, ma sempre bella, fine e innamorata di me.

 Quelle soste sarebbe diventate riti celebrativi di altrettanti trionfi dell’amore

Sperarlo quella prima volta sarebbe stata follia.

Questo è il mio  mito di Abony.

Il passato gioioso ma anche quello doloroso va conservato come forza vivente che si è trasformata nell’avvenire e seguita a crescere sempre[1].

Fine dell’ excursus ungherese

 

La  colazione a Senigallia in tanti degli anni seguenti, adesso  significa non tanto  l’amore di Ifigenia ma la breve sosta rituale con i tre migliori amici della mia vita: Fulvio oggi amico celeste, Maddalena e Alessandro presente, vivo, e benefico, durante la pedalata ciclistica dell’estate  2024 che racconterò dopo questa. Spero che non sia stata l’ultima. Per il luglio 2025 avevamo già in programma, anche con Maddalena, la pedalata fino a Delfi, il Parnaso, Tebe con il Citerone,  Atene e Patrasso dove avremmo ripreso il traghetto.  Avremmo fatto di sicuro un’altra sosta a Senigallia. Ma il fato, la parola di Dio non ha voluto e  questi due amici carissimi sono venuti a trovarmi nel sanatorio delle ossa rotte a Villa Fastiggi di Pesaro. Del resto ora  pensiamo già al viaggio ciclistico dell’anno prossimo, se Dio vorrà. Mi sto allenando sui colli di Bologna.

Ma torniamo all’agosto del 1981.

 Dopo il caffè riprendemmo le biciclette. Pregai Ifigenia di starmi davanti. Non volevo tanto risparmiare energie sfruttando la sua scia quanto esaminare una per una le sue belle membra in movimento, per coglierne l’esemplarità, per sottrarle alla rovina del tempo irremeabile, alle offese crudeli degli uomini, delle malattie, dei fallimenti, e, dopo tutto questo, all’annientamento corporeo della morte, l’unico evento del tutto sicuro e inesorabile della nostra vita scoscesa.

Esorabile però e procurabile è il prolungamento del ricordo di noi dopo la nostra morte.

Osservavo i movimenti del corpo di Ifigenia che pedalava. Quindi consideravo una per una le membra dove nei primi mesi del nostro amore avevo visto l’idea del bello e quella del bene incarnate: un somatizzarsi della luce del Sole che è nel visibile quello che è Dio nell’ intellegibile.

Ifigenia  mi aveva dato una spinta sovrumana verso l’amore e l’arte. Poi quello splendore si era offuscato e l’immagine sua di forza e dignità fidiaca era diventata meno fiorente di grazia prassitelica, anche se materialmente era rimasta  quasi perfetta.

La piccola testa, incorniciata dai capelli ondulati, sorretta dal collo lungo e sottile, oscillava sulle spalle forti e rotonde; gli occhi scuri e grandi, incastonati tra gli zigomi in rilievo, ogni tanto si volgevano indietro per vedere se tenevo il ritmo delle giovani gambe che spingevano i pedali. Quegli occhi interrogativi, circondati dai folti capelli nerissimi, sembravano laghi montani circondati da una cupa foresta,  densi di inquietanti misteri. I seni cospicui fendevano l’aria come prue fornite di aplustri e si accordavano con i movimenti di tutto il busto agile senza perdere la loro rilevata  compattezza .

Avrei voluto succhiarli per trarne la forza di parlare alla magnifica donna con il suo stesso linguaggio che non capivo più da quando nuovi incontri, dai quali non aveva ottenuto  quanto sperava, le avevano torto la mente con la favella.

Tuttavia continuavo ad ammirarla.

La vita sottile connettendo con la sua snellezza le superbe sporgenze superiori e inferiori, le metteva in risalto; le natiche tornite e sode poggiate sullo stretto sellino di cuoio, non si schiacciavano né deformavano; quando ifigenia si rizzava sopra i pedali per superare le brevi salite dei ponti, la carne dei glutei, parzialmente visibili sotto i calzoncini succinti, non faceva una piega. Come tornava a pedalare seduta, usava soprattutto la forza delle cosce per imprimere un’energica spinta al veicolo: allora la carne fiorita e lievitata copiosamente sopra le ossa sottili, si tendeva con  vigore abbronzandosi al sole già alto nel cielo; il piccolo disco delle ginocchia connetteva  e armonizzava la tensione della coscia robusta con il turgore del forte polpaccio in deciso rilievo sopra la caviglia snella. Questa trasmetteva la spinta di tutta la muscolatura complessa ai piccoli piedi calzati di scarpette rosse.

Avvertenza: il blog contiene una nota

 

Bologna primo giugno  2026  ore  10, 45 giovanni ghiselli

p. s

Statistiche del blog

All time2205616

Today1186

Yesterday2461

This month1186

Last month75482

 

 

 



1 1Racconto questo viaggio nel mio romanzo Tre amori a Debrecen. non compratelo: si può chiedere in prestito alla biblioteca Ginzburg di Bologna.