Sommario generale
Vita e opere. Le Supplici
e la guerra tra i sessi. Il Titano protagonista del Prometeo
incatenato ha presofferto tutto. Pelasgo è il monarca democratico. Serse,
il grande re dei Persiani è un
despota. Il codice tripartito delle Supplici
e delle Eumenidi. Eschilo tende al
compromesso e alla conciliazione. Il compromesso delle Eumenidi è in realtà una vittoria del patriarcato e del
maschilismo. Eschilo personaggio delle Rane
di Aristofane.
Nacque nel demo attico di Eleusi
intorno al 525, da nobile famiglia. Oltre a scrivere una novantina di opere
teatrali, fra tragedie e drammi satireschi, e a recitare, combatté a Maratona, dove, inseguendo i Persiani in
fuga navi, morì suo fratello Cinegiro il quale si era afferrato agli aplustri e
cadde th;n
cei'ra ajpokopei;~ pelevkei>, con la mano mozzata da un colpo di scure.
Dieci anni più tardi, Eschilo partecipò alla battaglia di Salamina,
quando Euripide nasceva, e Sofocle diciassettenne si preparava a guidare il
coro che doveva cantare il peana per la vittoria sui barbari. Fu dunque uno di
quei "vecchi maratonomachi, duri, robusti, crudi, solidi come aceri",
bonariamente canzonati da Aristofane negli Acarnesi (vv.180-181).
A questa sua parte nella vita non diede minore importanza che a quella
di poeta e di attore, se è vero che per la propria tomba scrisse: "questo
sepolcro racchiude Eschilo, figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela ricca
di messi. Il suo valore glorioso possono raccontarlo, il bosco di Maratona e il
Medo dalle lunghe chiome, poiché l'ha conosciuto ".
Di qui si vede quanto il poeta fosse lontano
dall'intellettuale da tavolino. Eschilo aveva partecipato ai concorsi tragici,
e vinto, già prima di Maratona. Nel 472 ottenne di nuovo il premio con i Persiani ,
drammatizzazione della seconda guerra tra Greci e Barbari. Tra il 472
e il 468 soggiornò in Sicilia dove fu
invitato da Ierone di Siracusa.
Qui Eschilo compose le Etnee
per celebrare la fondazione di Etna da parte del suo potente ospite.
Questa tragedia non ci è arrivata. Nel 467 vinse di nuovo con la tetralogia
tebana di cui ci sono giunti i Sette a Tebe.
Un problema grande nell’uomo greco è quello della ereditarietà delle colpe dei padri. Sentiamone
alcune espressioni: Eteocle nei Sette a Tebe non è personalmente colpevole ma deve pagare
per :"la trasgressione antica/dalla rapida pena/che rimane fino alla terza
generazione:/quando Laio faceva violenza/ad Apollo che diceva tre
volte,/negli oracoli Pitici dell'ombelico/del mondo, di salvare la
città/morendo senza prole;/ma quello vinto dalla sua dissennatezza/generò il
destino per sé,/Edipo parricida,/quello che osò seminare/il sacro solco della
madre, dal quale nacque/radice insanguinata,/e fu la pazzia a unire/gli sposi
dementi"(vv.742-757).
Il Coro
dell ’Antigone di Sofocle deplora
la catastrofe della ragazza figlia di Edipo con queste parole: "Avanzando verso l'estremità dell'a udacia,/hai
urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia,/creatura, con grave caduta,/ del
resto sconti una colpa del padre" (vv. 853-856).
Ora leggiamone
un’interpretazione, a sua volta parecchio problematica, di Pasolini:“Uno
dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli
a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii:
se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. E’ il coro-un coro
democratico- che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza
introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale”.
Pasolini
trova una ragione nella legge della
tragica predestinazione a ereditare le colpe: i giovani del 1975 sono figli
di padri colpevoli, padri “che si son resi responsabili, prima, del fascismo,
poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno
accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle
rovine, rovina delle rovine”. I figli dunque sono puniti. “Ma sono figli
“puniti” per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. E’ giusto? Era
questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda senza risposta, del
motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha
vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente,
comprensibile l’affermazione-che pareva così ciecamente irrazionale e
crudele-del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare
le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri
sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che
l’infelicità”.
E le colpe
dei padri? Esse sono la complicità col vecchio fascismo e l’accettazione del
nuovo fascismo. Perché tali colpe?
“Perché
c’è-ed eccoci al punto-un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune
a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che
quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura
della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe
in questo: credere che la storia non sia
e non possa essere che la storia borghese”.
Ma
torniamo a Eschilo, il decano dei tre grandi della tragedia greca.
Nei Sette
a Tebe il coro è
formato da ragazze tebane che nella Parodo lanciano grida di spavento, non prive del resto di immagini poetiche:
"attraverso le mascelle equine/le briglie arpeggiano strage"(vv.122-123).
Sono invocati gli dèi
olimpii:
"ascoltate, ascoltate come è giusto/le preghiere dalle mani tese delle
ragazze" (171-172).
Le suppliche del coro
femminile però non incontrano l'approvazione di Eteocle che anzi prorompe in
una delle più aspre tirate antifemministe della letteratura greca:
"domando a voi, branco insopportabile,/sono forse questi gli
incoraggiamenti migliori/ per questo popolo assediato ed è la salvezza della
città/il vostro urlare e gridare, cadute davanti alle statue/degli dèi
protettori, odio dei saggi che siete?/Che io non conviva, né in brutte
situazioni/e nemmeno nel caro benessere con la razza delle donne./Infatti
quando prende il sopravvento è di un'audacia intrattabile,/quando ha paura è un
male ancora più grande nella casa e nella città".(vv.181-189). Le
ragazze terrorizzate diffondono viltà tra i difensori: dunque si chiudano nelle
case:"infatti stanno a cuore agli
uomini le faccende di fuori,/non le decida la donna: e tu, rimanendo dentro,
non fare danno"(vv. 200-201).
Eteocle esige di essere
obbedito subito, senza repliche:"la
disciplina infatti è madre del successo /che salva, o donna; il discorso sta in
questi termini"(vv. 224-225).."il tuo compito è tacere e rimanere dentro casa"(232).
Questa ingiunzione ritorna
nella secca risposta dell'Aiace
di Sofocle all'amante Tecmessa che cerca di distoglierlo dalla
pazzia:
"donna, alle donne porta ordine e bellezza il silenzio"(v.293).
Aiace del resto è uno dei non pochi antifemministi suicidi: infatti non giunge
all'accordo con la vita chi non lo trova con la donna.
L’idea che la donna debba
tacere viene espressa oltretutto con
parole simili, anche negli Eraclidi
di Euripide dove Macaria dice a Demofonte
" per la donna infatti il silenzio e la
temperanza è
la cosa più
bella, e rimanere tranquillamente dentro casa"(476-477).
Nelle Troiane di Euripide
invece, le donne contrappongono la loro visione della guerra a quella degli
uomini. Ed è una visione più chiara, più umana.
Che Euripide sia un nemico
delle donne è una calunnia riscontrabile nelle Tesmoforiazuse di Aristofane dove le Ateniesi in festa vogliono
uccidere Euripide perché dice male di loro.
Euripide ha ricevuto da Aristofane anche la
reputazione di misogino: nelle Tesmoforiazuse (del 411) che
rappresenta le donne alla festa di Demetra, una battuta attribuita al
personaggio del tragediografo manifesta il suo timore delle femmine umane decise a vendicarsi per
tutte le maldicenze, più o meno giustamente, subite : “mevllousi m j aiJ gunai'ke~
ajpolei'n thvmeron-toi'~ Qesmoforivoi~, o[ti kakw'~ aujta;~ levgw "(vv. 181-182), oggi
alle Tesmoforie le donne vogliono uccidermi poiché dico male di loro.
Torniamo a Eschilo
Difficile è la datazione delle Supplici che attualizza il mito delle Danaidi
adattandolo alla democrazia ateniese.
Incerta, oltre la cronologia, è l'attribuzione
del Prometeo incatenato.
Nel 458 il poeta ottenne
l'ultima vittoria con la tetralogia costituita dalle tre tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi e dal dramma satiresco, perduto, Proteo. Oltre i sette drammi nominati sopra, ci sono arrivati
centinaia di frammenti, alcuni anche abbastanza estesi. Dopo la
rappresentazione dell'Orestea Eschilo tornò in Sicilia, dove morì e fu sepolto, a
Gela come si è detto, nel 456.
Che cosa significa la poesia
di Eschilo?
Abbiamo visto che egli volle
considerarsi innanzitutto il soldato di Maratona, uno dei tanti che
combatterono, e contribuirono alla costituzione del nuovo stato attico
riformato nel verso democratico dall'Alcmeonide Clistene (arconte nel 508-507)
e animato dalla volontà del popolo.
Per dare un'idea della poesia di
Eschilo in questa introduzione riferisco alcuni versi delle Supplici che sviluppano
il tema della guerra tra i sessi e manifestano l'adesione di Eschilo alla
democrazia. Quindi commenteremo le Eumenidi.
Le Supplici costituiva il primo dramma di una tetralogia che
comprendeva gli Egizi, le Danaidi e il dramma satiresco Amimòne.
Il Manifesto del Partito Comunista (1848) di Marx-Engels inizia
con l’affermazione che “La storia di ogni società esistita fino questo momento, è storia di lotte di classi”.
Ebbene, in Eschilo la
storia è piuttosto lotta di sessi, di religioni, di culture, di regimi.
Le J Iketivde~, eponime e protagoniste del dramma, formano il
Coro secondo il modulo arcaico. Questa è
l’unica tragedia con un protagonista collettivo.
Esse
sono le cinquanta figlie di Danao le quali, aujtogenei'
fuxanoriva/ (v.8), per
connaturata avversione all'uomo, fuggono accompagnate
dal padre, volendo evitare le aborrite
nozze con i
cinquanta cugini figli di Egitto i quali
le inseguono. Le fanciulle, giunte ad Argo, invocano la protezione del re del luogo Pelasgo, siccome sono di origine argiva: discendono infatti da
quella Io, figlia del re di Argo Inaco, che era stata resa pazza e trasfigurata
in una mucca
assillata da un tafano in conseguenza dell'amore di Zeus e della gelosia
di Era. Una storia raccontata nel Prometeo
incatenato. Tali fanciulle hanno nel sangue la mostruosità caratteristica
dei primordi. "Nella mitologia greca la figura ibrida è, in
generale, un contrassegno di appartenenza a un mondo primitivo".
Queste odiatrici delle nozze vedono
nei cugini pretendenti uno sciame violento, denso di maschi ( ajrsenoplhqh' d j-eJsmo;n
uJbristhvn, vv. 30-31)
lanciato al loro inseguimento.
Le cinquanta femmine costituiscono una folla
impaurita, giunta ad Argo con rami avvolti in bende di lana (ejriostevptoisi klavdoisin, v. 23).
Esse chiedono
l'aiuto dell’ antenato, Epafo, il divino torello oltremarino (Supplici, vv.43-44) nato in Egitto dal
tocco di Zeus
alla giovenca. Un semidio teriomorfo,
identificabile, forse, con il dio-toro egiziano Api.
Il matrimonio per le Danaidi è sinonimo di
orrori : le fanciulle in preda al terrore
assimilano la loro voce a quella di Procne, la sposa di Tereo (v. 61) trasformata in usignolo dopo che ebbe ucciso
il figlio Iti per punire il marito il quale le aveva violentato la sorella
Filomela. Tereo fu a sua volta mutato in upupa, e la cognata, così barbaramente
stuprata, in rondine. Questo mito raccapricciante, raccontato o richiamato da
diversi autori in varie altre versioni
è emblematico per significare l'orrore di un matrimonio andato a male.
Sono ricorrenti i paragoni con gli
uccelli: nel primo episodio Danao assimila i maschi inseguitori a falchi,
"stirpi di nemici consanguinei e
profanatori"
(vv. 225), mentre le ragazze fuggiasche sembrano
colombe atterrite. Viene ripetuto il motivo
dell'inimicizia mortale tra gli uomini e le donne che pure appartengono alla
stessa specie.
Un odio empio, nota subito
Eschilo:"come può restare puro
l'uccello che divora l'uccello?" (v. 226).
In un’altra tragedia (probabilmente) di Eschilo
l'aborrimento delle Danaidi per gli sposi è profetizzato da Prometeo incatenato che prevede
alla loro antenata, la ragazza-giovenca demente, l'assassinio di quarantanove
dei mariti da parte di quarantanove sorelle e la lodevole eccezione di
Ipermestra la quale risparmierà Linceo:"una delle fanciulle il desiderio
sedurrà a non ammazzare lo sposo, e le
si smusserà il proposito, tra i due mali preferirà avere fama di debole che
di assassina"( Prometeo Incatenato
vv. 865-868).
Le Supplici
di Eschilo hanno pure una parte politica che attualizza il mito facendovi entrare la democrazia
Nel primo episodio entra in scena
Pelasgo che si presenta come "capo di quella terra" (v. 251) e
avverte che la città non ama i discorsi
lunghi ( makravn ge
me;n dh; rh'sin ouj stevrgei povli",
v. 273). E' l'affermazione della giusta misura che non può essere
ipertrofica. Le Danaidi quindi
raccontano in breve la loro storia e chiedono al sovrano protezione dai
tracotanti cugini che vorrebbero ghermirle . A questo punto Eschilo adatta il
mito alla Costituzione ateniese, pur se il dramma è ambientato ad Argo, e Pelasgo, sebbene re, rende omaggio alla
democrazia affermando solennemente:"io non posso fare promesse prima-
di avere reso questo problema comune a tutti i cittadini"(vv.
368-369).
E quando le barbare Danaidi ribattono:"tu
sei la città, tu incarni il potere del popolo,- signore che non subisce
giudizi"(vv. 370-371), il monarca ribadisce:"te l'ho detto anche
prima: senza il popolo non posso agire neppure con il potere che ho"(vv.
398-399).
I mito dunque viene
attualizzato, come, vedremo, anche nelle Eumenidi.
Poi Pelasgo aggiunge che occorre di sicuro un pensiero profondo, in
grado di dare salvezza (dei'
toi baqeiva" frontivdo" swthrivou), e capace di
scendere nell'abisso, simile a un palombaro, con occhio vigile e non ebbro (vv. 407-409). E’ la prima volta
che la mente viene paragonata a un abisso. L'ebbrezza peggiore, da sempre, è
quella dei luoghi comuni che offuscano e restringono la visione mentale. Le metafore, di cui Eschilo fa ampio uso,
allargano la mente incitata a cogliere somiglianze e relazioni tra cose
lontane.
Carattere
distintivo del potere tirannico è, viceversa, il fatto di tagliare le teste o
per lo meno di chiudere la mente dei sudditi non tollerando alcuna critica
e non accettando di subire controlli da
nessuno. Anticipiamone qualche aspetto. Nei
Persiani di Eschilo la regina madre Atossa racconta una sua visione
notturna: le appariva in sogno il figlio Serse, il grande re, che, ponendo
le cinghie sotto il collo a due donne (vv. 190-191), le aggiogava al carro: di
queste una era vestita con pepli dorici, l'altra abbigliata alla persiana.
Simboleggiano e impersonano dunque la
Grecia e la
Persia. La seconda si sottomette, mentre la prima recalcitra,
spezza il giogo e travolge il carro. Serse, anche se sconfitto, comunque non
è "uJpeuvquno"
povlei" (Persiani, v. 213), tenuto a rendere conto alla città, come uno stratego eletto dal popolo. Eschilo contrappone al potere assoluto, cui sottostanno
i Persiani, il sistema democratico di Atene,
quando la regina Atossa, dopo avere raccontato il sogno, domanda ai
vecchi dignitari chi sia il pastore e il padrone dell'armata di Salamina. Allora
il corifeo risponde:"ou[tino" dou'loi kevklhntai fwto;" oujd j uJphvkooi" (Persiani, v. 242), di nessun uomo sono
chiamati servi né sudditi.
“L’opposizione tra Europa e Asia è rappresentata da
Eschilo nei Persiani (472a. C.) con
l’immagine delle due sorelle nemiche, la Dorica e la Persiana. Questa
visione sarà proiettata sulla guerra di Troia, facendo apparire
retrospettivamente i Troiani come “Barbari”. Per molto tempo la nozione di Europa concise con l’autodefinizione che i Greci davano di se
stessi. Nella Grecia delle città una equivalenza è profondamente radicata:
Grecia=Europa=libertà/democrazia; Persia=Asia=schiavitù. Ma i Greci erano
veramente d’accordo su questo punto? In un passo delle sue Storie, Erodoto
sostiene molto chiaramente che prima di Clistene la democrazia politica era
stata “inventata” in Persia da uno dei dignitari persiani implicati nella
congiura che aveva abbattuto l’usurpatore, il falso Smerdis. Erodoto si
lamenta del fatto che i Greci, durante le sue letture pubbliche, non avevano
accettato questa affermazione molto netta e dettagliata (III, 80)”.
Il dignitario persiano in questione è Otane,
l’inventore, o per lo meno l’elogiatore dell’isonomia.
Ma torniamo alle Supplici
di Eschilo.
Ad Argo, e in Grecia spiega
quindi il re democratico Pelasgo : “la gente tende ad accusare (filaivtio~ lewv~) il potere" ( Supplici,
v.485), e la moltitudine probabilmente commisererà le Danaidi supplici:"e
infatti qualcuno vedendo questi rami, e provando compassione, potrebbe sentire
avversione per la prepotenza del maschio stuolo, e il popolo sarebbe più
benevolo verso di voi: infatti ciascuno ha simpatia per i più deboli"(vv.
486-489).
Questa di proteggere i
supplici è una virtù che gli Ateniesi
attribuivano a se stessi, ed Eschilo la
riconosce pure agli Argivi dei quali in quegli anni il governo di Atene cercava
l'alleanza in prospettiva antispartana.
Per quanto riguarda la difesa
dei più deboli all’interno della povli~, il Pericle di Tucidide menziona le leggi che ad Atene, la scuola
dell’Ellade,
non vengono mai trasgredite : "o{soi te ejp j wjfeliva tw'n
ajdikoumevnwn kei'ntai kai; o{soi
a[grafoi
o[nte" aijscuvnhn oJmologoumevnhn fevrousin" (Storie,
II, 37, 3) quante sono poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e quante,
sebbene non scritte, sanciscono un disonore riconosciuto da tutti.
In effetti, al momento
della votazione, "tutto il popolo votò alzando la mano favorevole"(Eschilo, Supplici,
v. 607) alla proposta presentata dallo stesso re Pelasgo di aiutare le ragazze vessate, non solo per pietà verso di
loro, ma anche per schivare l'ira di "Zeus che protegge i supplici"(v.
616) ed evitare "la doppia contaminazione" ( diplou'n
mivasma, v.619) che sarebbe derivata dal
respingere giovani donne bisognose di
protezione , straniere, quindi ospiti, e, al tempo stesso, concittadine
per la loro origine.
L'aiuto alle fanciulle raccomandato da Pelasgo
con un breve discorso, venne dunque
approvato dal popolo cersivn (v. 621), con
alzata di mani, senza bisogno
dell’araldo (a[neu
klhth'ro~, v. 622) che chiamasse per
nome.
“Nelle Supplici di Eschilo (463-461?)…è rappresentata un’assemblea dei
cittadini di Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide all’unanimità, e con
alzata di mano (della “dominante mano del popolo”, la démou kratoûsa cheίr), di concedere asilo
alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine
formale di democratίa per epoca
mitica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del
volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una
procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza
anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente in Argo (forma
democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)”.
Del resto fu Zeus stesso a portare a termine
l’operazione (v.624).
Qui vediamo la fede nella
democrazia, in Zeus, e la volontà di osservare le regole
avite che prescrivevano di onorare e riverire
i numi, i genitori, e gli stranieri non ostili.
Tale codice tripartito viene
ricordato dal coro delle Danaidi:
gli ospiti, gli dèi, il padre e la madre devono essere venerati o almeno
rispettati:"infatti il rispetto dei
genitori (tokevwn sevba~) è la terza tra le leggi scritte
della Giustizia venerandissima"(vv. 707-709).
Nelle
Eumenidi, le Erinni che incalzano il
matricida, lo minacciano di trascinarlo tra i grandi peccatori: quanti si
sono resi colpevoli verso un dio, o un
ospite o hanno mancato di rispetto ai genitori (vv. 269-271).
“Nell’ordine dei valori
morali proposti dalla società greca arcaica e classica l’onore reso ai genitori
viene subito dopo quello prestato agli dèi: ved. p. es. Pindaro, Pyth. 6-26-7 (e scolio ad. loc.); Euripide, Tr. GF V, fr. 853 Kannicht; Senofonte, Mem. IV 4, 19. Le colpe contro i
genitori nella mentalità religiosa del tempo erano considerate inespiabili
anche dopo la morte: Eschilo, Eum.
721; Platone, Phd. 114 a, Resp. 615 c (….) Invece,
nel comico “mondo alla rovescia” degli uccelli, battere il padre è considerato
un atto onorevole (p. es. Aristofane, Au.
755-9)”.
to;n patevra
tuvptein (…) kalo;n parj hJmi`n ejstin (Uccelli, 757-758)
dice il corifeo nella parabasi.
Torniamo alle Supplici di Eschilo
Il coro
delle Danaidi minaccia il suicidio per
impiccagione prima che un uomo esecrato si avvicini a questo mio corpo (vv.
788-790).
" Pelasgo
è mosso anzitutto dal timore religioso di Zeus che protegge le Supplici".
Infatti il re di Argo avverte l'araldo degli Egizi
che potrà portare via le donne solo se un discorso pio riuscirà a persuaderle (ei[per eujsebh;" pivqoi
lovgo" , v. 941).
L'intelligenza e la moralità devono succedere alla violenza nel rapporto tra i
sessi.
Nelle Supplici
si tratta di evitare una sorta di endogamia, uno dei tabù della razza umana, ma
la lotta tra maschi e femmine è un tema caro ad Eschilo: lo svilupperà
compiutamente nell'Orestea dove
vi prenderanno parte anche gli dèi facendo trionfare il patriarcato.
Bruno Snell
sostiene che nella tragedia di Eschilo “l’uomo riconosce per la prima volta se
stesso come autore delle sue decisioni”. Infatti mentre “gli uomini omerici agiscono senza
titubanza, con sicurezza, poiché nessuno scrupolo, nessun dubbio li tormenta,
nessuna responsabilità di fronte alla giustizia e all’ingiustizia”, nelle
tragedie di Eschilo invece “l’uomo, mentre acquista coscienza della propria
libertà, assume il peso della responsabilità personale di fronte all’azione.
Meglio di tutte lo dimostra l’ultima trilogia di Eschilo, l’Orestiade… Oreste ha il dovere di
vendicare il padre, ma per vendicarlo dovrà uccidere la madre. Egli compirà
quest’azione, ma soltanto dopo aver sentito tutta la gravità della sua
decisione. Il contrasto fra libertà individuale e destino, fra colpa e fatto,
si presenta così per la prima volta nel mondo, ed è questo contrasto che divide
il mondo degli dèi da quello degli uomini. Oreste si trova preso tra i voleri
contrastanti degli dèi, anzi l’ultima parte della trilogia finisce con la lotta
fra le potenze nemiche, fra le Eumenidi cioè che vogliono vendicare il
matricidio di Oreste, e Apollo che alla fine lo assolve”.
Si tratta di una lotta tra
matriarcato e patriarcato che prevale minimizzando il ruolo delle madri nella
società e perfino nella generazione dei figli. Ma questo aspetto lo vedremo
meglio più avanti.
Procediamo con il libro di Snell: “ Queste due divinità (Erinni e Apollo) pongono all’uomo diverse
esigenze, questi si trova, in un certo senso, abbandonato a se stesso. I valori
univoci vengono messi in forse, l’uomo si arresta nello svolgimento naturale
della sua azione e deve decidere da sé che cosa sia giustizia e che cosa
ingiustizia. Un’umanità nuova e una nuova naturalezza si rivelano in lui: la
consapevolezza della libertà e dell’azione autonoma. Così egli si scioglie
necessariamente dai suoi antichi legami religiosi e sociali, e si giunge a
quello stato di cose, per cui Aristofane rimprovera così aspramente Euripide”.
Stato di cose e rimproveri
che vedremo studiando Euripide.
Il conflitto tra le divinità
si trova anche nel tragediografo più giovane: “L’Ippolito di Euripide ha in comune con l’Orestiade di Eschilo il fatto che il conflitto del dramma trova
riscontro nel conflitto fra due divinità. Una differenza essenziale è data
però dal fatto che il conflitto fra gli dèi non sorge in Euripide per un
determinato caso, ma è piuttosto una lotta di principî; e non si tratta qui
di un’azione giudicata in modo diverso da due diverse divinità, che vengono a
conflitto. Ancora: nella tragedia di Eschilo Apollo trionfa sulle Erinni, e
una religione più serena prevale sulle antiche forme tenebrose del culto;
la conclusione della tenebrosa vicenda acquista così un profondo significato.
In Euripide invece tutti e due i
protagonisti vengono annientati e il conflitto delle due divinità rimane
inconciliabile”.
Alla fine delle Supplici, le
Danaidi pregano la casta Artemide di guardarle con compassione salvandole dalle
nozze, ma le loro ancelle affermano e consigliano di non trascurare Cipride.
Anche Afrodite è una dea venerata per le sue opere. Del suo corteggio fanno
parte Desiderio povqo~, Persuasione seducente Peiqwv qevlktwr , e Armonia (1040-1043) . Il pensiero di
Zeus è imperscrutabile e il matrimonio potrebbe essere la realizzazione delle
figlie di Danao come di molte donne prima di loro (vv. 1049-1052).
La tragedia si conclude
con le minacce dell'arrogante araldo egiziano contro gli Argivi difensori delle Danaidi le quali oppongono resistenza a ogni
tentativo di moderarle. Esse pregano Zeus
"di liberarle da nozze rovinose con sposi malvagi"(v. 1064) e che
"conceda la vittoria alle donne"( kai; kravto" nevmoi gunaixivn, v. 1069).
Eschilo tende ai
compromessi e nelle sue tragedie non c'è mai un vincitore assoluto. Alla
fine della trilogia, Afrodite stessa compariva sulla scena celebrando la
necessità cosmica di Eros. Non
possiedo queste parole, tramandate dalla tradizione indiretta, e mi affido al
già citato testo di Pohlenz:" Mia opera è quando il cielo e la terra
si congiungono in un ardente amplesso, quando l'umore del cielo feconda la
terra, sì ch'essa in pascoli, in campi, in selve, genera ciò di cui l'uomo
abbisogna per vivere". L'eros ,
il desiderio d'amore non è solo un istinto individuale dell'uomo; è una potenza
cosmica primigenia che suscita ogni vita. Questo pensiero, che Platone
svilupperà nel Convito , vien qui già
intuitivamente adombrato. Risparmiando il marito, anche Ipermestra ha reso
omaggio alla dea dell'amore".
Bologna 21 giugno 2026 ore 18, 29 giovanni ghiselli
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Celebrato da Pindaro nell’ Olimpica I per la vittoria
del cavallo Ferenìco nell’Olimpiade del 476 a. C. Ne riporto alcuni versi: “e non cantiamo un agone più prestante di
Olimpia:/da dove l'inno pieno di gloria si lancia intorno/alle menti dei poeti,
così che celebrano/il figlio di Crono, giunti al ricco/ e felice focolare di
Ierone,/che possiede il giusto scettro nella Sicilia/ferace di frutti mietendo
le cime da tutte le virtù,/e si adorna anche/nel fiore dei canti /quali sono i
carmi che componiamo per diletto, noi uomini/spesso intorno alla mensa
ospitale. Avanti, stacca/dal piolo la dorica cetra, /se in qualche modo anche a
te la gloria di Pisa e di Ferenico/ha posto la mente sotto pensieri
dolcissimi,/quando lungo l'Alfeo si lanciò con/ il corpo senza sproni nella
corsa,/e unì il suo padrone alla vittoria,/il re siracusano/che si allieta dei
cavalli; e brilla la sua gloria/nella colonia ricca di prodi del lidio Pelope”
(vv. 7-25).
Il parente che si reca alla festa travestito da
donna per difendere Euripide, risponde all’accusatrice la quale lo rimprovera
poiché fa il paladino di un
tragediografo che non ha rappresentato mai una
Penelope, gunh;
swvfrwn (Tesmoforiazuse,
v. 548), una signora per bene :"io infatti conosco la causa: ché, tra le
donne di ora, non potresti menzionarmi una sola Penelope, sono tutte Fedre,
dalla prima all'ultima"( vv. 549-550). Con questo nome si intende la
moglie infedele, anzi sgualdrina come viene chiamata Fedra in compagnia di
Stenebea nelle Rane (v. 1043). Ma la creatura di Euripide è un'altra
cosa. Casomai donna favorevole ai facili costumi nell’Ippolito è la
nutrice di Fedra che cerca di favorire il soddisfacimento della libidine
della sua signora in varie maniere: prima spingendola a non curarsi
dell'integrità morale: "chi è nato per morire non deve passare la vita
affaticandosi troppo" (Ippolito, v. 467); quindi tentando di
chiarirle di quale cosa veramente necessiti:"tu non hai bisogno di parole
piene di decoro, ma di quell'uomo"(490-491); e infine
rivelando quell'amore a Ippolito il quale, dedito principalmente a
intrecciare ghirlande con fiori colti da prati immacolati (vv.73-74) per
donarle ad Artemide, una dea vergine, dà in escandescenze, e si scaglia
contro le femmine umane tutte, biasimate
in ogni possibile versione, tanto che per ciascuna viene auspicata come
naturale la convivenza con le bestie mute (v.646).
Leggiamo l’intera invettiva:
“:
"O Zeus perché ponesti nella luce del sole le donne,
un male ingannatore per gli uomini?
Se infatti volevi seminare la
stirpe mortale,
non era necessario ottenere
questo dalle donne , ma bastava che i mortali mettendo in cambio nei tuoi
templi oro e ferro o un peso di bronzo, comprassero il seme dei figli, ciascuno
del valore del dono offerto, e vivessero in case libere, senza le femmine. Ora
invece quando dapprima stiamo per portare in casa quel malanno, sperperiamo la
prosperità della casa. Con questo è chiaro che la donna è un gran malanno:
infatti il padre che l'ha generata e allevata, dopo avere aggiunto la dote la
colloca altrove, per liberarsi da un male. Quello che ha preso in casa la
pianta perniciosa invece, gode nel caricare di ornamenti belli l'idolo pessimo
e si affatica per i pepli, infelice, distruggendo la ricchezza della casa. Ma è
costretto al punto che, se si è imparentato bene, si tiene lieto un letto
amaro, mentre, se ha preso buoni letti ma parenti inutili stringe con il bene
una sciagura. E' più facile per quello con il quale si è messa in casa una
nullità, che del resto è una donna inutile per la stoltezza. La saccente poi la
detesto; che non stia in casa con me una donna la quale pensi più di quanto a
una donna convenga. Infatti l'operare malvagio Cipride lo fa nascere più nelle
saccenti; mentre una donna sprovveduta è sottratta alla pazzia dalla sua mente
corta. Bisognerebbe poi che dalla donna non andasse una serva ma che con loro
vivessero le mute bestie feroci tra i bruti, affinché non potessero parlare ad
alcuno né ricevessero a loro volta voce da quelle. Ma ora le scellerate che
sono in casa filano tele scellerate e le serve le portano fuori. Come anche tu,
certo, scellerata testa, sei venuta da me per trafficare il letto inviolabile
del padre, infamie che io ripulirò con acque correnti, versandole nelle
orecchie. Come dunque potrei essere cattivo io che avendo udito tali infamie
ritengo di essere impuro? Sappi bene o donna che ti salva la mia religiosità:
se infatti non fossi stato preso alla sprovvista da giuramenti sugli dèi, non
mi sarei mai trattenuto dal rilevare questo al padre. Ma ora me ne vado al
palazzo finché Teseo è lontano dalla regione, e terrò la bocca in silenzio.
Poi, tornato con il piede del padre, osserverò come lo guarderai tu e la tua
padrona; e mi renderò conto, avendola assaggiata, della tua sfrontatezza.
Possiate morire! Non mi sazierò mai di odiare le donne, neppure se uno dice che
io lo ripeto sempre; infatti quelle appunto sono sempre malvagie in una maniera
o nell'altra. Dunque o qualuno insegna loro a essere sagge, oppure lasci che io
le calpesti sempre (Ippolito vv. 616-668).
Questo è il segno dei supplici anche nell’incipit
dell’Edipo re che comincia con queste
parole del figlio di Laio: “ O figli, nuova stirpe dell'antico Cadmo/quali
seggi mai sono questi dove state seduti/con i supplici rami incoronati?"
(vv. 1-3).
Ne fa un lungo racconto in esametri Ovidio nelle Metamorfosi (VI,
426-674) cui allude Eliot per significare la decadenza del mito nella ricezione
degli uomini moderni:"The change of
Philomel, by the barbarous king/So rudely forced; yet there the
nightingale/Filled all the desert with inviolable voice/And still she cried,
and still the world pursues,/'Jug Jug' to dirty ears " (The Waste Land , vv. 99-103), la
metamorfosi di Filomela, dal barbaro re così brutalmente forzata; eppure là
l'usignolo riempiva tutto il deserto con voce inviolabile, e ancora ella
piangeva e ancora il mondo continua 'Giag Giag' a orecchie sporche. Il canto
della voce inviolabile di Filomela è degradato e dissacrato, poiché suona
oramai solo naturalisticamente come un "giag giag" per le orecchie
inquinate del mondo contemporaneo.
Corrispondono agli "a[grapta kajsfalh' qew'n-novmima", i diritti non scritti e non
cancellabili degli dèi anteposti da Antigone agli editti di Creonte (Antigone, vv. 454-455).
Un’anticipazione di questo codice si trova in Esiodo.
La prima fase dell’età del ferro è quella in cui visse l’autore il quale
depreca il tempo della propria nascita. Il gevno~ sidhvreon
(Opere e giorni, v. 176) è
contrassegnato da fatica e miseria e duri affanni. Eppure tra i mali si
troveranno misti dei beni. Più avanti però Zeus distruggerà anche questa razza
e, nella bassa età del ferro, i beni spariranno del tutto. Allora gli uomini nasceranno con le tempie
bianche (poliokrovtafoi, v. 181), i figli non saranno simili al padre, né il
padre ai figli, i quali oltraggeranno i genitori che invecchiano, l’ospite non
sarà caro all’ospite, né il compagno al compagno, nemmeno il fratello, come
prima.