Sommario generale
Vita e opere. Le Supplici e la guerra tra i sessi. Il Titano protagonista del Prometeo incatenato ha presofferto tutto. Pelasgo è il monarca democratico. Serse, il grande re dei Persiani è un despota. Il codice tripartito delle Supplici e delle Eumenidi. Eschilo tende al compromesso e alla conciliazione. Il compromesso delle Eumenidi è in realtà una vittoria del patriarcato e del maschilismo. Eschilo personaggio delle Rane di Aristofane.
Nacque nel demo attico di Eleusi intorno al 525, da nobile famiglia. Oltre a scrivere una novantina di opere teatrali, fra tragedie e drammi satireschi, e a recitare, combatté a Maratona[1], dove, inseguendo i Persiani in fuga navi, morì suo fratello Cinegiro il quale si era afferrato agli aplustri e cadde th;n cei'ra ajpokopei;~ pelevkei>, con la mano mozzata da un colpo di scure[2].
Dieci anni più tardi, Eschilo partecipò alla battaglia di Salamina, quando Euripide nasceva, e Sofocle diciassettenne si preparava a guidare il coro che doveva cantare il peana per la vittoria sui barbari. Fu dunque uno di quei "vecchi maratonomachi, duri, robusti, crudi, solidi come aceri", bonariamente canzonati da Aristofane negli Acarnesi (vv.180-181).
A questa sua parte nella vita non diede minore importanza che a quella di poeta e di attore, se è vero che per la propria tomba scrisse: "questo sepolcro racchiude Eschilo, figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela ricca di messi. Il suo valore glorioso possono raccontarlo, il bosco di Maratona e il Medo dalle lunghe chiome, poiché l'ha conosciuto "[3].
Di qui si vede quanto il poeta fosse lontano dall'intellettuale da tavolino. Eschilo aveva partecipato ai concorsi tragici, e vinto, già prima di Maratona. Nel 472 ottenne di nuovo il premio[4] con i Persiani , drammatizzazione della seconda guerra tra Greci e Barbari. Tra il 472 e il 468 soggiornò in Sicilia dove fu invitato da Ierone di Siracusa[5].
Qui Eschilo compose le Etnee per celebrare la fondazione di Etna da parte del suo potente ospite. Questa tragedia non ci è arrivata. Nel 467 vinse di nuovo con la tetralogia tebana di cui ci sono giunti i Sette a Tebe.
Un problema grande nell’uomo greco è quello della ereditarietà delle colpe dei padri. Sentiamone alcune espressioni: Eteocle nei Sette a Tebe non è personalmente colpevole ma deve pagare per :"la trasgressione antica/dalla rapida pena/che rimane fino alla terza generazione:/quando Laio faceva violenza/ad Apollo che diceva tre volte,/negli oracoli Pitici dell'ombelico/del mondo, di salvare la città/morendo senza prole;/ma quello vinto dalla sua dissennatezza/generò il destino per sé,/Edipo parricida,/quello che osò seminare/il sacro solco della madre, dal quale nacque/radice insanguinata,/e fu la pazzia a unire/gli sposi dementi"(vv.742-757).
Il Coro dell ’Antigone di Sofocle deplora la catastrofe della ragazza figlia di Edipo con queste parole: "Avanzando verso l'estremità dell'a udacia,/hai urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia,/creatura, con grave caduta,/ del resto sconti una colpa del padre" (vv. 853-856).
Ora leggiamone un’interpretazione, a sua volta parecchio problematica, di Pasolini:“Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. E’ il coro-un coro democratico- che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale”.
Pasolini trova una ragione nella legge della tragica predestinazione a ereditare le colpe: i giovani del 1975 sono figli di padri colpevoli, padri “che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine”. I figli dunque sono puniti. “Ma sono figli “puniti” per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. E’ giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione-che pareva così ciecamente irrazionale e crudele-del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità”.
E le colpe dei padri? Esse sono la complicità col vecchio fascismo e l’accettazione del nuovo fascismo. Perché tali colpe?
“Perché c’è-ed eccoci al punto-un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese” .[6]
Ma torniamo a Eschilo, il decano dei tre grandi della tragedia greca.
Nei Sette a Tebe il coro è formato da ragazze tebane che nella Parodo lanciano grida di spavento, non prive del resto di immagini poetiche:
"attraverso le mascelle equine/le briglie arpeggiano strage"(vv.122-123).
Sono invocati gli dèi olimpii:
"ascoltate, ascoltate come è giusto/le preghiere dalle mani tese delle ragazze" (171-172).
Le suppliche del coro femminile però non incontrano l'approvazione di Eteocle che anzi prorompe in una delle più aspre tirate antifemministe della letteratura greca:
"domando a voi, branco insopportabile,/sono forse questi gli incoraggiamenti migliori/ per questo popolo assediato ed è la salvezza della città/il vostro urlare e gridare, cadute davanti alle statue/degli dèi protettori, odio dei saggi che siete?/Che io non conviva, né in brutte situazioni/e nemmeno nel caro benessere con la razza delle donne./Infatti quando prende il sopravvento è di un'audacia intrattabile,/quando ha paura è un male ancora più grande nella casa e nella città".(vv.181-189). Le ragazze terrorizzate diffondono viltà tra i difensori: dunque si chiudano nelle case:"infatti stanno a cuore agli uomini le faccende di fuori,/non le decida la donna: e tu, rimanendo dentro, non fare danno"(vv. 200-201).
Eteocle esige di essere obbedito subito, senza repliche:"la disciplina infatti è madre del successo /che salva, o donna; il discorso sta in questi termini"(vv. 224-225).."il tuo compito è tacere e rimanere dentro casa"(232).
Questa ingiunzione ritorna nella secca risposta dell'Aiace di Sofocle all'amante Tecmessa che cerca di distoglierlo dalla pazzia:
"donna, alle donne porta ordine e bellezza il silenzio"(v.293). Aiace del resto è uno dei non pochi antifemministi suicidi: infatti non giunge all'accordo con la vita chi non lo trova con la donna.
L’idea che la donna debba tacere viene espressa oltretutto con parole simili, anche negli Eraclidi di Euripide dove Macaria dice a Demofonte
" per la donna infatti il silenzio e la temperanza è
la cosa più bella, e rimanere tranquillamente dentro casa"(476-477).
Nelle Troiane di Euripide invece, le donne contrappongono la loro visione della guerra a quella degli uomini. Ed è una visione più chiara, più umana.
Che Euripide sia un nemico delle donne è una calunnia riscontrabile nelle Tesmoforiazuse di Aristofane dove le Ateniesi in festa vogliono uccidere Euripide perché dice male di loro.
Euripide ha ricevuto da Aristofane anche la reputazione di misogino: nelle Tesmoforiazuse (del 411) che rappresenta le donne alla festa di Demetra, una battuta attribuita al personaggio del tragediografo manifesta il suo timore delle femmine umane decise a vendicarsi per tutte le maldicenze, più o meno giustamente, subite : “mevllousi m j aiJ gunai'ke~ ajpolei'n thvmeron-toi'~ Qesmoforivoi~, o[ti kakw'~ aujta;~ levgw "(vv. 181-182), oggi alle Tesmoforie le donne vogliono uccidermi poiché dico male di loro[7].
Torniamo a Eschilo
Difficile è la datazione[8] delle Supplici che attualizza il mito delle Danaidi adattandolo alla democrazia ateniese.
Incerta, oltre la cronologia, è l'attribuzione del Prometeo incatenato.
Nel 458 il poeta ottenne l'ultima vittoria con la tetralogia costituita dalle tre tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi [9] e dal dramma satiresco, perduto, Proteo. Oltre i sette drammi nominati sopra, ci sono arrivati centinaia di frammenti, alcuni anche abbastanza estesi. Dopo la rappresentazione dell'Orestea [10] Eschilo tornò in Sicilia, dove morì e fu sepolto, a Gela come si è detto, nel 456.
Che cosa significa la poesia di Eschilo?
Abbiamo visto che egli volle considerarsi innanzitutto il soldato di Maratona, uno dei tanti che combatterono, e contribuirono alla costituzione del nuovo stato attico riformato nel verso democratico dall'Alcmeonide Clistene (arconte nel 508-507) e animato dalla volontà del popolo.
Per dare un'idea della poesia di Eschilo in questa introduzione riferisco alcuni versi delle Supplici che sviluppano il tema della guerra tra i sessi e manifestano l'adesione di Eschilo alla democrazia. Quindi commenteremo le Eumenidi.
Le Supplici costituiva il primo dramma di una tetralogia che comprendeva gli Egizi, le Danaidi e il dramma satiresco Amimòne.
Il Manifesto del Partito Comunista (1848) di Marx-Engels inizia con l’affermazione che “La storia di ogni società esistita fino questo momento, è storia di lotte di classi”.
Ebbene, in Eschilo la storia è piuttosto lotta di sessi, di religioni, di culture, di regimi.
Le J Iketivde~, eponime e protagoniste del dramma, formano il Coro secondo il modulo arcaico. Questa è l’unica tragedia con un protagonista collettivo.
Esse sono le cinquanta figlie di Danao le quali, aujtogenei' fuxanoriva/ (v.8), per connaturata avversione all'uomo, fuggono accompagnate dal padre, volendo evitare le aborrite nozze con i cinquanta cugini figli di Egitto i quali le inseguono. Le fanciulle, giunte ad Argo, invocano la protezione del re del luogo Pelasgo, siccome sono di origine argiva: discendono infatti da quella Io, figlia del re di Argo Inaco, che era stata resa pazza e trasfigurata in una mucca[11] assillata da un tafano in conseguenza dell'amore di Zeus e della gelosia di Era. Una storia raccontata nel Prometeo incatenato. Tali fanciulle hanno nel sangue la mostruosità caratteristica dei primordi. "Nella mitologia greca la figura ibrida è, in generale, un contrassegno di appartenenza a un mondo primitivo"[12].
Queste odiatrici delle nozze vedono nei cugini pretendenti uno sciame violento, denso di maschi ( ajrsenoplhqh' d j-eJsmo;n uJbristhvn, vv. 30-31) lanciato al loro inseguimento.
Le cinquanta femmine costituiscono una folla impaurita, giunta ad Argo con rami avvolti in bende di lana[13] (ejriostevptoisi klavdoisin, v. 23).
Esse chiedono l'aiuto dell’ antenato, Epafo, il divino torello oltremarino (Supplici, vv.43-44) nato in Egitto dal tocco[14] di Zeus alla giovenca. Un semidio teriomorfo, identificabile, forse, con il dio-toro egiziano Api.
Il matrimonio per le Danaidi è sinonimo di orrori [15]: le fanciulle in preda al terrore assimilano la loro voce a quella di Procne, la sposa di Tereo (v. 61) trasformata in usignolo dopo che ebbe ucciso il figlio Iti per punire il marito il quale le aveva violentato la sorella Filomela. Tereo fu a sua volta mutato in upupa, e la cognata, così barbaramente stuprata, in rondine. Questo mito raccapricciante, raccontato o richiamato da diversi autori in varie altre versioni[16] è emblematico per significare l'orrore di un matrimonio andato a male.
Sono ricorrenti i paragoni con gli uccelli: nel primo episodio Danao assimila i maschi inseguitori a falchi, "stirpi di nemici consanguinei e profanatori" (vv. 225), mentre le ragazze fuggiasche sembrano colombe atterrite. Viene ripetuto il motivo dell'inimicizia mortale tra gli uomini e le donne che pure appartengono alla stessa specie.
Un odio empio, nota subito Eschilo:"come può restare puro l'uccello che divora l'uccello?" (v. 226).
In un’altra tragedia (probabilmente) di Eschilo l'aborrimento delle Danaidi per gli sposi è profetizzato da Prometeo incatenato che prevede alla loro antenata, la ragazza-giovenca demente, l'assassinio di quarantanove dei mariti da parte di quarantanove sorelle e la lodevole eccezione di Ipermestra la quale risparmierà Linceo:"una delle fanciulle il desiderio sedurrà a non ammazzare lo sposo, e le si smusserà il proposito, tra i due mali preferirà avere fama di debole che di assassina"( Prometeo Incatenato [17] vv. 865-868).
Le Supplici di Eschilo[18] hanno pure una parte politica che attualizza il mito facendovi entrare la democrazia
Nel primo episodio entra in scena Pelasgo che si presenta come "capo di quella terra" (v. 251) e avverte che la città non ama i discorsi lunghi ( makravn ge me;n dh; rh'sin ouj stevrgei povli", v. 273). E' l'affermazione della giusta misura che non può essere ipertrofica. Le Danaidi quindi raccontano in breve la loro storia e chiedono al sovrano protezione dai tracotanti cugini che vorrebbero ghermirle . A questo punto Eschilo adatta il mito alla Costituzione ateniese, pur se il dramma è ambientato ad Argo, e Pelasgo, sebbene re, rende omaggio alla democrazia affermando solennemente:"io non posso fare promesse prima- di avere reso questo problema comune a tutti i cittadini"(vv. 368-369).
E quando le barbare Danaidi ribattono:"tu sei la città, tu incarni il potere del popolo,- signore che non subisce giudizi"(vv. 370-371), il monarca ribadisce:"te l'ho detto anche prima: senza il popolo non posso agire neppure con il potere che ho"(vv. 398-399).
I mito dunque viene attualizzato, come, vedremo, anche nelle Eumenidi.
Poi Pelasgo aggiunge che occorre di sicuro un pensiero profondo, in grado di dare salvezza (dei' toi baqeiva" frontivdo" swthrivou), e capace di scendere nell'abisso, simile a un palombaro, con occhio vigile e non ebbro (vv. 407-409). E’ la prima volta che la mente viene paragonata a un abisso. L'ebbrezza peggiore, da sempre, è quella dei luoghi comuni che offuscano e restringono la visione mentale. Le metafore, di cui Eschilo fa ampio uso, allargano la mente incitata a cogliere somiglianze e relazioni tra cose lontane.
Carattere distintivo del potere tirannico è, viceversa, il fatto di tagliare le teste o per lo meno di chiudere la mente dei sudditi non tollerando alcuna critica e non accettando di subire controlli da nessuno. Anticipiamone qualche aspetto. Nei Persiani di Eschilo la regina madre Atossa racconta una sua visione notturna: le appariva in sogno il figlio Serse, il grande re, che, ponendo le cinghie sotto il collo a due donne (vv. 190-191), le aggiogava al carro: di queste una era vestita con pepli dorici, l'altra abbigliata alla persiana. Simboleggiano e impersonano dunque la Grecia e la Persia. La seconda si sottomette, mentre la prima recalcitra, spezza il giogo e travolge il carro. Serse, anche se sconfitto, comunque non è "uJpeuvquno" povlei" (Persiani, v. 213), tenuto a rendere conto alla città, come uno stratego eletto dal popolo. Eschilo contrappone al potere assoluto, cui sottostanno i Persiani, il sistema democratico di Atene, quando la regina Atossa, dopo avere raccontato il sogno, domanda ai vecchi dignitari chi sia il pastore e il padrone dell'armata di Salamina. Allora il corifeo risponde:"ou[tino" dou'loi kevklhntai fwto;" oujd j uJphvkooi" (Persiani, v. 242), di nessun uomo sono chiamati servi né sudditi.
“L’opposizione tra Europa e Asia è rappresentata da Eschilo nei Persiani (472a. C.) con l’immagine delle due sorelle nemiche, la Dorica e la Persiana. Questa visione sarà proiettata sulla guerra di Troia, facendo apparire retrospettivamente i Troiani come “Barbari”[19]. Per molto tempo la nozione di Europa concise con l’autodefinizione che i Greci davano di se stessi. Nella Grecia delle città una equivalenza è profondamente radicata: Grecia=Europa=libertà/democrazia; Persia=Asia=schiavitù. Ma i Greci erano veramente d’accordo su questo punto? In un passo delle sue Storie, Erodoto sostiene molto chiaramente che prima di Clistene la democrazia politica era stata “inventata” in Persia da uno dei dignitari persiani implicati nella congiura che aveva abbattuto l’usurpatore, il falso Smerdis. Erodoto si lamenta del fatto che i Greci, durante le sue letture pubbliche, non avevano accettato questa affermazione molto netta e dettagliata (III, 80)”[20].
Il dignitario persiano in questione è Otane, l’inventore, o per lo meno l’elogiatore dell’isonomia.
Ma torniamo alle Supplici di Eschilo.
Ad Argo, e in Grecia spiega quindi il re democratico Pelasgo : “la gente tende ad accusare (filaivtio~ lewv~) il potere[21]" ( Supplici, v.485), e la moltitudine probabilmente commisererà le Danaidi supplici:"e infatti qualcuno vedendo questi rami, e provando compassione, potrebbe sentire avversione per la prepotenza del maschio stuolo, e il popolo sarebbe più benevolo verso di voi: infatti ciascuno ha simpatia per i più deboli"(vv. 486-489).
Questa di proteggere i supplici è una virtù che gli Ateniesi attribuivano a se stessi, ed Eschilo la riconosce pure agli Argivi dei quali in quegli anni il governo di Atene cercava l'alleanza in prospettiva antispartana.
Per quanto riguarda la difesa dei più deboli all’interno della povli~, il Pericle di Tucidide menziona le leggi che ad Atene, la scuola dell’Ellade[22], non vengono mai trasgredite : "o{soi te ejp j wjfeliva tw'n ajdikoumevnwn kei'ntai kai; o{soi a[grafoi[23] o[nte" aijscuvnhn oJmologoumevnhn fevrousin" (Storie, II, 37, 3) quante sono poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e quante, sebbene non scritte, sanciscono un disonore riconosciuto da tutti.
In effetti, al momento della votazione, "tutto il popolo votò alzando la mano favorevole"(Eschilo, Supplici, v. 607) alla proposta presentata dallo stesso re Pelasgo di aiutare le ragazze vessate, non solo per pietà verso di loro, ma anche per schivare l'ira di "Zeus che protegge i supplici"(v. 616) ed evitare "la doppia contaminazione" ( diplou'n mivasma, v.619) che sarebbe derivata dal respingere giovani donne bisognose di protezione , straniere, quindi ospiti, e, al tempo stesso, concittadine per la loro origine.
L'aiuto alle fanciulle raccomandato da Pelasgo con un breve discorso, venne dunque approvato dal popolo cersivn (v. 621), con alzata di mani, senza bisogno dell’araldo (a[neu klhth'ro~, v. 622) che chiamasse per nome.
“Nelle Supplici di Eschilo (463-461?)…è rappresentata un’assemblea dei cittadini di Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide all’unanimità, e con alzata di mano (della “dominante mano del popolo”, la démou kratoûsa cheίr), di concedere asilo alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine formale di democratίa per epoca mitica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente in Argo (forma democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)”[24].
Del resto fu Zeus stesso a portare a termine l’operazione (v.624).
Qui vediamo la fede nella democrazia, in Zeus, e la volontà di osservare le regole avite che prescrivevano di onorare e riverire i numi, i genitori, e gli stranieri non ostili.
Tale codice tripartito viene ricordato dal coro delle Danaidi: gli ospiti, gli dèi, il padre e la madre devono essere venerati o almeno rispettati:"infatti il rispetto dei genitori (tokevwn sevba~) è la terza tra le leggi scritte della Giustizia venerandissima"(vv. 707-709).
Nelle Eumenidi, le Erinni che incalzano il matricida, lo minacciano di trascinarlo tra i grandi peccatori: quanti si sono resi colpevoli verso un dio, o un ospite o hanno mancato di rispetto ai genitori [25] (vv. 269-271).
“Nell’ordine dei valori morali proposti dalla società greca arcaica e classica l’onore reso ai genitori viene subito dopo quello prestato agli dèi: ved. p. es. Pindaro, Pyth. 6-26-7 (e scolio ad. loc.); Euripide, Tr. GF V, fr. 853 Kannicht; Senofonte, Mem. IV 4, 19. Le colpe contro i genitori nella mentalità religiosa del tempo erano considerate inespiabili anche dopo la morte: Eschilo, Eum. 721; Platone, Phd. 114 a, Resp. 615 c (….) Invece, nel comico “mondo alla rovescia” degli uccelli, battere il padre è considerato un atto onorevole (p. es. Aristofane, Au. 755-9)”[26].
to;n patevra tuvptein (…) kalo;n parj hJmi`n ejstin (Uccelli, 757-758) dice il corifeo nella parabasi.
Torniamo alle Supplici di Eschilo
Il coro delle Danaidi minaccia il suicidio per impiccagione prima che un uomo esecrato si avvicini a questo mio corpo (vv. 788-790).
" Pelasgo è mosso anzitutto dal timore religioso di Zeus che protegge le Supplici"[27].
Infatti il re di Argo avverte l'araldo degli Egizi che potrà portare via le donne solo se un discorso pio riuscirà a persuaderle (ei[per eujsebh;" pivqoi lovgo" , v. 941). L'intelligenza e la moralità devono succedere alla violenza nel rapporto tra i sessi.
Nelle Supplici si tratta di evitare una sorta di endogamia, uno dei tabù della razza umana, ma la lotta tra maschi e femmine è un tema caro ad Eschilo: lo svilupperà compiutamente nell'Orestea dove vi prenderanno parte anche gli dèi facendo trionfare il patriarcato.
Bruno Snell sostiene che nella tragedia di Eschilo “l’uomo riconosce per la prima volta se stesso come autore delle sue decisioni”[28]. Infatti mentre “gli uomini omerici agiscono senza titubanza, con sicurezza, poiché nessuno scrupolo, nessun dubbio li tormenta, nessuna responsabilità di fronte alla giustizia e all’ingiustizia”, nelle tragedie di Eschilo invece “l’uomo, mentre acquista coscienza della propria libertà, assume il peso della responsabilità personale di fronte all’azione. Meglio di tutte lo dimostra l’ultima trilogia di Eschilo, l’Orestiade… Oreste ha il dovere di vendicare il padre, ma per vendicarlo dovrà uccidere la madre. Egli compirà quest’azione, ma soltanto dopo aver sentito tutta la gravità della sua decisione. Il contrasto fra libertà individuale e destino, fra colpa e fatto, si presenta così per la prima volta nel mondo, ed è questo contrasto che divide il mondo degli dèi da quello degli uomini. Oreste si trova preso tra i voleri contrastanti degli dèi, anzi l’ultima parte della trilogia finisce con la lotta fra le potenze nemiche, fra le Eumenidi cioè che vogliono vendicare il matricidio di Oreste, e Apollo che alla fine lo assolve”.
Si tratta di una lotta tra matriarcato e patriarcato che prevale minimizzando il ruolo delle madri nella società e perfino nella generazione dei figli. Ma questo aspetto lo vedremo meglio più avanti.
Procediamo con il libro di Snell: “ Queste due divinità (Erinni e Apollo) pongono all’uomo diverse esigenze, questi si trova, in un certo senso, abbandonato a se stesso. I valori univoci vengono messi in forse, l’uomo si arresta nello svolgimento naturale della sua azione e deve decidere da sé che cosa sia giustizia e che cosa ingiustizia. Un’umanità nuova e una nuova naturalezza si rivelano in lui: la consapevolezza della libertà e dell’azione autonoma. Così egli si scioglie necessariamente dai suoi antichi legami religiosi e sociali, e si giunge a quello stato di cose, per cui Aristofane rimprovera così aspramente Euripide”[29].
Stato di cose e rimproveri che vedremo studiando Euripide.
Il conflitto tra le divinità si trova anche nel tragediografo più giovane: “L’Ippolito di Euripide ha in comune con l’Orestiade di Eschilo il fatto che il conflitto del dramma trova riscontro nel conflitto fra due divinità. Una differenza essenziale è data però dal fatto che il conflitto fra gli dèi non sorge in Euripide per un determinato caso, ma è piuttosto una lotta di principî; e non si tratta qui di un’azione giudicata in modo diverso da due diverse divinità, che vengono a conflitto. Ancora: nella tragedia di Eschilo Apollo trionfa sulle Erinni, e una religione più serena prevale sulle antiche forme tenebrose del culto; la conclusione della tenebrosa vicenda acquista così un profondo significato.
In Euripide invece tutti e due i protagonisti vengono annientati e il conflitto delle due divinità rimane inconciliabile”[30].
Alla fine delle Supplici, le Danaidi pregano la casta Artemide di guardarle con compassione salvandole dalle nozze, ma le loro ancelle affermano e consigliano di non trascurare Cipride. Anche Afrodite è una dea venerata per le sue opere. Del suo corteggio fanno parte Desiderio povqo~, Persuasione seducente Peiqwv qevlktwr , e Armonia (1040-1043) . Il pensiero di Zeus è imperscrutabile e il matrimonio potrebbe essere la realizzazione delle figlie di Danao come di molte donne prima di loro (vv. 1049-1052).
La tragedia si conclude con le minacce dell'arrogante araldo egiziano contro gli Argivi difensori delle Danaidi le quali oppongono resistenza a ogni tentativo di moderarle. Esse pregano Zeus "di liberarle da nozze rovinose con sposi malvagi"(v. 1064) e che "conceda la vittoria alle donne"( kai; kravto" nevmoi gunaixivn, v. 1069).
Eschilo tende ai compromessi e nelle sue tragedie non c'è mai un vincitore assoluto. Alla fine della trilogia, Afrodite stessa compariva sulla scena celebrando la necessità cosmica di Eros. Non possiedo queste parole, tramandate dalla tradizione indiretta, e mi affido al già citato testo di Pohlenz:" Mia opera è quando il cielo e la terra si congiungono in un ardente amplesso, quando l'umore del cielo feconda la terra, sì ch'essa in pascoli, in campi, in selve, genera ciò di cui l'uomo abbisogna per vivere". L'eros , il desiderio d'amore non è solo un istinto individuale dell'uomo; è una potenza cosmica primigenia che suscita ogni vita. Questo pensiero, che Platone svilupperà nel Convito , vien qui già intuitivamente adombrato. Risparmiando il marito, anche Ipermestra ha reso omaggio alla dea dell'amore"[31].
Bologna 21 giugno 2026 ore 18, 29 giovanni ghiselli
p. s.
statistiche del blog
All time2334333
Today2902
Yesterday4038
This month129903
Last month75482
[1] 490 a. C.
[2] Erodoto, Storie, VI, 114
[3] Questo epitafio è tramandato nella biografia anonima del codice Mediceo 32. 9.
[4] Pericle era il corego, Eschilo ebbe la vittoria” (S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I, p. 89.
[5] Celebrato da Pindaro nell’ Olimpica I per la vittoria del cavallo Ferenìco nell’Olimpiade del 476 a. C. Ne riporto alcuni versi: “e non cantiamo un agone più prestante di Olimpia:/da dove l'inno pieno di gloria si lancia intorno/alle menti dei poeti, così che celebrano/il figlio di Crono, giunti al ricco/ e felice focolare di Ierone,/che possiede il giusto scettro nella Sicilia/ferace di frutti mietendo le cime da tutte le virtù,/e si adorna anche/nel fiore dei canti /quali sono i carmi che componiamo per diletto, noi uomini/spesso intorno alla mensa ospitale. Avanti, stacca/dal piolo la dorica cetra, /se in qualche modo anche a te la gloria di Pisa e di Ferenico/ha posto la mente sotto pensieri dolcissimi,/quando lungo l'Alfeo si lanciò con/ il corpo senza sproni nella corsa,/e unì il suo padrone alla vittoria,/il re siracusano/che si allieta dei cavalli; e brilla la sua gloria/nella colonia ricca di prodi del lidio Pelope” (vv. 7-25).
[6] P. P. Pasolini, Lettere luterane, I giovani infelici, pp. 5-12.
[7] Il parente che si reca alla festa travestito da donna per difendere Euripide, risponde all’accusatrice la quale lo rimprovera poiché fa il paladino di un tragediografo che non ha rappresentato mai una Penelope, gunh; swvfrwn (Tesmoforiazuse, v. 548), una signora per bene :"io infatti conosco la causa: ché, tra le donne di ora, non potresti menzionarmi una sola Penelope, sono tutte Fedre, dalla prima all'ultima"( vv. 549-550). Con questo nome si intende la moglie infedele, anzi sgualdrina come viene chiamata Fedra in compagnia di Stenebea nelle Rane (v. 1043). Ma la creatura di Euripide è un'altra cosa. Casomai donna favorevole ai facili costumi nell’Ippolito è la nutrice di Fedra che cerca di favorire il soddisfacimento della libidine della sua signora in varie maniere: prima spingendola a non curarsi dell'integrità morale: "chi è nato per morire non deve passare la vita affaticandosi troppo" (Ippolito, v. 467); quindi tentando di chiarirle di quale cosa veramente necessiti:"tu non hai bisogno di parole piene di decoro, ma di quell'uomo"(490-491); e infine
rivelando quell'amore a Ippolito il quale, dedito principalmente a intrecciare ghirlande con fiori colti da prati immacolati (vv.73-74) per donarle ad Artemide, una dea vergine, dà in escandescenze, e si scaglia contro le femmine umane tutte, biasimate in ogni possibile versione, tanto che per ciascuna viene auspicata come naturale la convivenza con le bestie mute (v.646).
Leggiamo l’intera invettiva: “:
"O Zeus perché ponesti nella luce del sole le donne,
un male ingannatore per gli uomini?
Se infatti volevi seminare la stirpe mortale,
non era necessario ottenere questo dalle donne , ma bastava che i mortali mettendo in cambio nei tuoi templi oro e ferro o un peso di bronzo, comprassero il seme dei figli, ciascuno del valore del dono offerto, e vivessero in case libere, senza le femmine. Ora invece quando dapprima stiamo per portare in casa quel malanno, sperperiamo la prosperità della casa. Con questo è chiaro che la donna è un gran malanno: infatti il padre che l'ha generata e allevata, dopo avere aggiunto la dote la colloca altrove, per liberarsi da un male. Quello che ha preso in casa la pianta perniciosa invece, gode nel caricare di ornamenti belli l'idolo pessimo e si affatica per i pepli, infelice, distruggendo la ricchezza della casa. Ma è costretto al punto che, se si è imparentato bene, si tiene lieto un letto amaro, mentre, se ha preso buoni letti ma parenti inutili stringe con il bene una sciagura. E' più facile per quello con il quale si è messa in casa una nullità, che del resto è una donna inutile per la stoltezza. La saccente poi la detesto; che non stia in casa con me una donna la quale pensi più di quanto a una donna convenga. Infatti l'operare malvagio Cipride lo fa nascere più nelle saccenti; mentre una donna sprovveduta è sottratta alla pazzia dalla sua mente corta. Bisognerebbe poi che dalla donna non andasse una serva ma che con loro vivessero le mute bestie feroci tra i bruti, affinché non potessero parlare ad alcuno né ricevessero a loro volta voce da quelle. Ma ora le scellerate che sono in casa filano tele scellerate e le serve le portano fuori. Come anche tu, certo, scellerata testa, sei venuta da me per trafficare il letto inviolabile del padre, infamie che io ripulirò con acque correnti, versandole nelle orecchie. Come dunque potrei essere cattivo io che avendo udito tali infamie ritengo di essere impuro? Sappi bene o donna che ti salva la mia religiosità: se infatti non fossi stato preso alla sprovvista da giuramenti sugli dèi, non mi sarei mai trattenuto dal rilevare questo al padre. Ma ora me ne vado al palazzo finché Teseo è lontano dalla regione, e terrò la bocca in silenzio. Poi, tornato con il piede del padre, osserverò come lo guarderai tu e la tua padrona; e mi renderò conto, avendola assaggiata, della tua sfrontatezza. Possiate morire! Non mi sazierò mai di odiare le donne, neppure se uno dice che io lo ripeto sempre; infatti quelle appunto sono sempre malvagie in una maniera o nell'altra. Dunque o qualuno insegna loro a essere sagge, oppure lasci che io le calpesti sempre (Ippolito vv. 616-668).
[8] Si può pensare a una collocazione tra il 463 e il 461.
[9] L'unica trilogia del teatro greco giunta fino a noi.
[10] Così viene chiamata per convenzione la trilogia a noi pervenuta.
[11] Cfr. Io…iam satis obsita, iam bos (Eneide, VII; 789-790), Io già coperta di peli, già vacca.
[12]K. Kerényi, Miti e misteri , p. 45.
[13] Questo è il segno dei supplici anche nell’incipit dell’Edipo re che comincia con queste parole del figlio di Laio: “ O figli, nuova stirpe dell'antico Cadmo/quali seggi mai sono questi dove state seduti/con i supplici rami incoronati?" (vv. 1-3).
[14] Cfr. ejfavptw, "metto la mano sopra".
[15] Cfr. la scheda Espressioni contrarie alle nozze successiva al v. 554 della Medea.
[16] Ne fa un lungo racconto in esametri Ovidio nelle Metamorfosi (VI, 426-674) cui allude Eliot per significare la decadenza del mito nella ricezione degli uomini moderni:"The change of Philomel, by the barbarous king/So rudely forced; yet there the nightingale/Filled all the desert with inviolable voice/And still she cried, and still the world pursues,/'Jug Jug' to dirty ears " (The Waste Land , vv. 99-103), la metamorfosi di Filomela, dal barbaro re così brutalmente forzata; eppure là l'usignolo riempiva tutto il deserto con voce inviolabile, e ancora ella piangeva e ancora il mondo continua 'Giag Giag' a orecchie sporche. Il canto della voce inviolabile di Filomela è degradato e dissacrato, poiché suona oramai solo naturalisticamente come un "giag giag" per le orecchie inquinate del mondo contemporaneo.
[17] Di data incerta. Non è sicura nemmeno la paternità eschilea, per la quale comunque io propendo.
[18] Le Supplici di Euripide contengono una parte politica più ampia, come vederemo nella scheda sul tiranno successiva al v. 120 della Medea.
[19] In particolare nell’ Ifigenia in Aulide di Euripide (n.d. r).
[20] L. Canfora. La democrazia. Storia di un’ideologia, p. 17.
[21] Grazie alla parrhsiva.
[22] Cfr. Tucidide, Storie, II, 41.
[23] Corrispondono agli "a[grapta kajsfalh' qew'n-novmima", i diritti non scritti e non cancellabili degli dèi anteposti da Antigone agli editti di Creonte (Antigone, vv. 454-455).
[24] D. Musti, Storia greca, p. 333.
[25] Un’anticipazione di questo codice si trova in Esiodo. La prima fase dell’età del ferro è quella in cui visse l’autore il quale depreca il tempo della propria nascita. Il gevno~ sidhvreon (Opere e giorni, v. 176) è contrassegnato da fatica e miseria e duri affanni. Eppure tra i mali si troveranno misti dei beni. Più avanti però Zeus distruggerà anche questa razza e, nella bassa età del ferro, i beni spariranno del tutto. Allora gli uomini nasceranno con le tempie bianche (poliokrovtafoi, v. 181), i figli non saranno simili al padre, né il padre ai figli, i quali oltraggeranno i genitori che invecchiano, l’ospite non sarà caro all’ospite, né il compagno al compagno, nemmeno il fratello, come prima.
[26] Avezzù-Guidorizzi, Edipo a Colono, p. 356 e p. 357.
[27]M. Pohlenz, La tragedia greca , p. 21.
[28] B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, p. 176.
[29] B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, p. 177.
[30] B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, p. 181
[31]M. Pohlenz, La tragedia greca , p. 61.
Nessun commento:
Posta un commento