Finalmente potei scorgere un cartello con la scritta Zimmer frei attaccato alla porta di una casa a tre piani.
Mi fermai, scesi dalla Seicento, suonai. Una finestra del secondo piano si schiuse: ne sbucò una testa bianca che riserrò subito i vetri senza dire parola. Aspettai un poco con la voglia di cercare più avanti, ma l’anziana venne ad aprire il portone .
“Zimmer frei?” chiesi. Quella disse solo: “Passport ” e tese la mano. Glielo diedi. La donna lo prese e osservò la fotografia confrontandola, sospettosa, con la mia faccia da ragazzo sconciato dall’infelicità.
Poi disse “Einen moment , bitte!”. Quindi si mosse verso una piccola porta situata a metà del corridoio quasi buio che dall’ingresso menava a una scala. Aprì quell’uscio, disse qualcosa a qualcuno e tornò. Camminava piuttosto in fretta per la sua età. Subito dopo, dall’andito scuro arrivò un’altra anziana, somigliante alla prima, meno arcigna nel volto però. Al punto che mi sorrise. Me ne rincuorai. Parlarono un poco tra loro, mentre mi esaminavano guardandomi obliquamente. Infine si resero conto che non avevo intenzioni cattive. “ Forse hanno capito che non sono un epigono di Raskol’nikov”[1], pensai.
In effetti non ho mai premeditato di ammazzare due vecchie. Nemmeno una a onore del vero.
La meno aspra mi diede due chiavi: una della porta di casa che mi fece aprire e chiudere diverse volte per la paura tipica dei vecchi di non avere l’uscio serrato bene, l’altra della mia stanza, che mi indicò con un dito, al piano di sopra.
La più diffidente e dura, non condividendo, forse, l’atto della sorella, ritenuto affrettato, si mise ad agitare entrambe le mani: con la sinistra, più arretrata, accennava a restituirmi il passaporto, ma con la destra, tesa quasi fino al mio volto, manifestava il desiderio di essere pagata in anticipo, e senza indugio, sfregando rapidamente l’indice con il pollice e dicendo: “Schilling, schilling, sofort!”, più volte. Poi scrisse un numero. Un prezzo non esoso invero, e colazione compresa. Pagai, riebbi il passaporto, e salii nella camera. Era spaziosa, poco illuminata e fredda. Mentre sistemavo la roba, pensai cosa potessero significare quelle due donne che mi avevano dato ospitalità nella notte, ma con diffidenza. “Sono simboliche queste due ”, pensai, “forse addirittura fatidiche sorelle, messaggere del fato come the weird sisters del Macbeth [2]”.
Gli auctores, i miei accrescitori mi aiutavano ancora, come sempre: mi fornivano i verba per i pensieri che talora erano immersi così profondamente nel mio cervello da non trovare la chiarezza delle parole mie nell’emergere dal fondo dove erano rimasti fissati a lungo. Talora perfino il Verbum, oltre ai verba, mi suggerivano gli autori pagani e cristiani.
Le anziane di Graz dunque potevano significare la parte meno buona delle mie zie, le sorelle assai più attempate di mia madre, Rina e Giulia nate ai primi del Novecento.
Io dovevo fruire della loro ospitalità a Pesaro d’estate, e a Bologna nella casa che mi avrebbero regalato dopo la laurea, se l’avessi presa a pieni voti, e dovevo ripagarle, ossia ricompensarle facendo un poco di carriera nella scuola: se fossi diventato professore di greco e latino nel miglior liceo di Bologna, loro due, ex maestre elementari, all’estero, tra l’altro a Budapest quando c’era il fascismo, avrebbero avuto sufficiente soddisfazione.
“E’ un lavoro già dignitoso” diceva la zia Rina, la più esigente.
Appena dignitoso, intendeva. Il loro nonno materno, Guglielmo Scattolari, facendo l’avvocato, aveva messo insieme diverse centinaia di ettari di buona terra a Montegridolfo. Dopo di lui ero stato il primo della famiglia a fare egregiamente il liceo classico di Pesaro e a studiare nell’alma mater di Bologna.
Se avessi insegnato all’Università, sarebbero state oltremodo felici le sorelle di mia madre.
Volevo rispettarle, accontentarle, ed essere grato per l’aiuto che già allora ricevevo, però non dovevo permettere alle due zie, più o meno ancora fasciste e clericali per giunta, di interferire nella scelta delle mie donne, del mio destino. Volevano che sposassi “una brava collega”. Ossia auspicavano una ragazza di “buona famiglia” borghese, vergine, che insegnasse, mi preparasse piatti digeribili, e tenesse ordinata la casa. Dotata, stipendiata e pudica sarebbe stata l’ optima uxor per me. Poteva essere vero ma i miei gusti erano diversi. A parte che la volevano carina anche loro, non meno di loro che di fatto non erano brutte nemmeno dopo i sessanta anni.
Rina anzi era stata proprio bella e aveva avuto molti amanti senza sposarsi, per non fare la serva di un uomo, diceva. Lo racconto in suo onore. Giulia invece aveva sposato un moenese suo collega all’estero. Nessuna delle due aveva figli, per mia fortuna e forse anche loro.
Faccio un salto in avanti per chiarire i miei pensieri maritali già abbozzati in quel tempo. Quando cominciai a insegnare tre anni più tardi, alla fine del 1969, rifuggivo dalle giovani collega in cerca di sposo. Avevo già iniziato con le straniere lontane, una gelataia di Lubiana, poi una studentessa Elena di Praga, e tra le italiane mi interessavano le già fidanzate o le mal maritate. Le ragazze madri anche mi erano simpatiche. A venticinque anni avevo già compreso e deciso di essere un antimarito. Quanto alla paternità cominciavo già allora a sentirla nei confronti dei miei allievi.
Non volevo una moglie tratta dalla sesquiplebe[3], una torsola, bensì un’amante bella, intelligente, sensibile, libera, colta, sportiva.
Una che vivesse d’arte e di amore, come Tosca o una zingara dionisiaca come Carmen. Un’artista dotata di vis vitalis, una della mia levatura, quella che avevo perduto e nel ’68 stavo già ritrovando.
Diverse amanti volevo incontrare anziché una sola, e ciascuna più speciale dell’altra. I luoghi comuni, la gente ordinaria, la turba dei chiacchieroni e dei fanfaroni, mi disprezzava contraccambiata. Con quelli che giocano a carte fumando e cianciando tra pettegolezzi, battute da frustrati, ripetitori di luoghi comuni non funzionavo.
Quando avevo cercato di assimilarmi a coloro, mi ero degradato fino a sentire stridere le strigi che schernivano lo strazio della mia identità deturpata. Ridicolo ero stato per gli usuali, gli sfortunati molti, poiché non fumavo, non giocavo a carte, non seguivo le partite di calcio, non andavo a prostitute, non mi drogavo né cercavo la fidanzata vergine da sposare.
Quando cercai di imitare quegli ordinari non sapevo farlo e mi rendevo spregevole anche ai miei occhi.
Se avessi continuato a tentare di adeguarmi a tale genìa dal carattere opposto e ostile al mio, sarei morto disprezzato e deriso anche da quella specie diversa.
La vita del marito di una donna insignificante, la casalinga di Pesaro o di Cesena, l’esistenza del funzionario della scuola e della stirpe non faceva per me. Questo cominciavo a intuirlo già durante il viaggio che sto raccontando.
Le zie d’altra parte mi aiutavano e ancora più mi avrebbero aiutato in seguito. Mia madre le chiamava le “sorelle Materassi”. Invero avrebbero voluto la mia sottomissione.
Capivo che mi avrebbero aiutato ancora di più una volta che mi fossi sottratto al loro controllo. Soccorrevole e meno imperiosa era la madre loro l’amabile nonna Margherita più simile a me: da ragazza diciottenne, nell’anno 1900, ancora minorenne in quel tempo, era scappata dal palazzo di Pesaro che ancora porta il suo cognome per seguire l’amato Carlino a Sansepolcro. Un giovane già ammogliato che studiava canto al conservatorio musicale della cittadina marchigiana. “Ti sorrida l’arte e l’amore” gli scrisse l’audace ragazza. Il nonno la portò via con sé lasciando la moglie che dopo l’annullamento del matrimonio fu sposata da Gherardo Buitoni, quello della pasta. Racconto questo per significare che riceviamo tutto dal ghenos cui apparteniamo: qualcosa da ogni persona cui assomigliamo e ci è piaciuta. Da questi nonni materni dunque ho preso l’irregolarità della mia vita.
Tutte le donne di casa mia dovevano capire che una creatura alata come Pegaso, se viene messo a girare la ruota del mulino, si ammala e muore.
Con il loro aiuto dovevo restaurare
le ali che mi ero lasciato spennare da gente stupida, cattiva, priva di storia e di gevno".
Mi mancava la compagnia di persone del mio stampo che sente, respira, vive le bellezza e l’arte. Dovevo trovarla.
Avvertenza: il blog contiene 3 note.
Bologna 25 giugno 2026 ore 18, 39 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Il protagonista di Delitto e castigo di Dostoevskiy. Ammazza due vecchie appunto.
[2] Shakespeare, Macbeth, I, 3.
[3] Cfr. Vittorio Alfieri, satira IV, La sesquiplebe
D'ogni Città voi la più prava parte,
Rei disertor delle paterne glebe,
Vi appello io dunque in mie veraci carte,
Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe. (vv. 31-34)
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