giovedì 11 giugno 2026

Terza parte riveduta della presentazione di Tre amori a Debrecen che esporrò il 16 giugno nella biblioteca Ginzburg di Bologna-


 

 Dicevo la salute. Questa va mantenuta il più possibile,  più a lungo che si può. Quella somatica e quella mentale. Invecchiare imparando sempre molte cose, come  Solone, e praticando l’esercizio fisico.

 Del resto senza lesinarsi il tempo libero la scolhv, l’otium cum dignitate per dedicarsi alla riflessione di quanto si è fatto e si è imparato.

 

La razionalità è anche imitazione della natura: Cicerone:"quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus " (De Officiis , I, 1OO).

Seneca scrive a Lucilio "cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse et noctem" (Ep. 3, 6), prendi decisioni osservando la natura: quella ti dirà che ha fatto il giorno e la notte.

Infatti:"Sequitur ratio naturam. Quid est ergo ratio? Naturae imitatio. Quod est summum hominis bonum? Ex naturae voluntate se gerere " .( Epistole a Lucilio , 66), la ragione allora segue la natura. Che cosa è la ragione? Imitazione della natura. Qual è il sommo bene dell'uomo? Comportarsi secondo la volontà della natura.

 

Socrate nel Timeo di Platone suggerisce di osservare il cielo per adeguare i movimenti spesso fuorviati del nostro cervello a quelli regolari degli astri, a partire dal sole che è nel visibile quello che è Dio nell’intellegibile.

Leggiamone alcune parole precise: dobbiamo correggere i cicli  guasti della nostra testa- dei`  ejn th`/ kefalh`/ diefqarmevna~  hjmw`n periovdou~ ejxorqou`nta- attraverso l’apprendimento dell’armonia dell’universo e delle sue circolazioni  (Timeo, 90 D).

Corrisponde al suggerimento dell’assimilazione al divino che si legge nel Teeteto, 176B (ojmoivwsi~ qew`/)

nella Repubblica, X  613B, e nelle Leggi, IV 716 C.

Alla fine delle Baccanti di Euripide, Agave che in preda al furore bacchico aveva ucciso il proprio figliolo Penteo ritorna in sé guardando il cielo, come le ha suggerito suo padre Cadmo (vv. 1264 ss.)

 

Oggi invece i più osservano il cellulare dalla mattina alla notte. 

 

E’ necessario anche il tempo del riposo, degli intervalli dai negotia  che occupano gran parte della nostre vita lavorativa.

 

Dobbiamo impegnarci molto in quello che facciamo, ma questo impegno  ha bisogno di intervalli : “Danda est tamen omnibus aliqua remissio"[1].

La ratio non deve mai essere  spietata: non può annullare il sentimento che è comunque un elemento della nostra natura umana e un aspetto della stessa ragione.

Ogni forma di u{bri~, di  prepotenza, di sconsiderata o demenziale dismisura, porta alla zoppia della nostra umanità.

La prepotenza fa crescere il tiranno- (u{bri~ futeuvei tuvrannon), -canta nel secondo stasimo il Coro)-  la prepotenza/se è riempita invano di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede (Sofocle, Edipo re, vv.  873-878). La prepotenza oggi è molto diffusa, è di moda e il mio romanzo denuncia tale caduta dell’umanesimo.

Il tiranno che si azzoppa menzionato sopra ci fa  venire in mente che il potere-kravto~- non è potenza- duvnami~ (Euripide, Baccanti, 310)

 

Il mio romanzo critica il potere basato sulle chiacchiere, le menzogne e i crimini come è quello raccontato da Orwell in 1984. Qui il potere significa capacità di infliggere dolore. Ma la vita lo sconfiggerà.

I presidi

Il giovane tirocinante protagonista della storia, entrato nella scuola prima dei 25 anni e rimastovi fino alla vecchiaia, ha incontrato alcuni dirigenti ottimi che l’hanno aiutato a crescere e altri pessimi che hanno cercato di reprimere e soffocare il sui spirito critico.  Perciò non si può parlare delle persone senza il criterio della discrezione –discernere-. Non si deve parlare per regola (cfr. Guicciardini)

 

Nelle Baccanti di Euripide, Tiresia profetizza a Penteo, re di Tebe, il fatto che Dioniso verrà cooptato e accolto nell’ombelico del mondo, l’oracolo delfico, apollineo, su cui svettano le due cime del Parnaso

“Un giorno lo vedrai anche sulle rupi Delfiche                                               

saltare con le fiaccole sull’altopiano a due cime

agitando e scagliando il bacchico ramo,

grande per l’Ellade. Via Penteo, da’ retta a me:

non presumere che il potere abbia potenza sugli uomini”. (vv. 306-  310).

Il giovane non deve credere che il potere sia potenza dunque -mh; to; kravto" au[cei duvnamin ajnqrwvpoi" e[cein- come il sapere non è sapienza - to; sofo;n d j ouj sofiva (Baccanti, 395).

 Parte non piccola  del mio romanzo è ambientata nella scuola, quindi non mancano suggerimenti relativi alla didattica.

 

Umanesimo è passare dal sapere, la congerie di date, dati e nomi, alla sapienza che potenzia la nostra natura umana e serve alla vita.

La potenza e la sapienza accrescono e rendono più viva la vita, mentre il potere del tiranno e il sapere dell’erudito, dell’umbraticus doctor, possono mortificarla.

Le tirannidi subite in famiglia, in parrocchia e a scuola vengono evidenziate e criticate dal protagonista.

Le storie d’amore di questo libro insegnano l’amore per le donne che ci mettono al mondo. L’amore per le donne  dunque è umanesimo, è amore per la vita. Non è lascivia.

Umanesimo è amore dell’umanità.

Umanesimo è sapere di essere umano, è amore per l’umanità che significa vivere creando sinergia con altri umani e aiutare chi ha bisogno di aiuto. Umanesimo è diventare davvero ciò che siamo, cioè uomini umani.

 

L’ espressione di umanesimo più efficace e sintetica è quella che il vecchio Sofocle attribuisce a Teseo che  nell'Edipo a Colono dice al vecchio vagabondo cieco, incestuoso e parricida "e[xoid j ajnh;r w[n"(v.567), so di essere un uomo, per questo sono umano con te. La coscienza della propria umanità spinge il re di Atene ad aiutare l’uomo decaduto a mendicante bisognoso di tutto.

 Lo stesso Edipo prima della caduta, e ancora in auge, aveva detto che lui stesso, re di Tebe, sarebbe spietato e disumano se non provasse compassione per i propri concittadini afflitti dal morbo (Sofocle, Edipo re, 12. -13). 

 

La principessa dei Feaci, la fanciulla Nausicaa, nel VI canto dell’Odissea (207-208) vuole  aiutare Odisseo giunto naufrago nell’isola di Scheria e  dice queste parole alle sue ancelle in fuga spaventate dall’aspetto dell’uomo sconciato dalla tempesta: “  to;n nu`n crh; komevein: pro;~ ga;r Dio;~ eijsin a[pante~-xei`noiv te ptwcoiv te, dovsi~ d j ojlivgh te fivlh te”, dobbiamo prenderci cura di questo: da Zeus infatti vengono tutti gli stranieri e i poveri, e un dono pur piccolo è caro.

Le stesse parole dice Eumeo, il guardiano dei porci di Itaca, quando Odisseo gli si presenta travestito da mendico irriconoscibile e il porcaio lo accoglie ospitalmente spiegandogli che non è suo costume maltrattare lo straniero (xei`non ajtimh`sai), nemmeno quando ne arriva uno kakivwn più malconcio di lui (Odissea, XIV, 57-59)  .

Nell’Antigone di Sofocle la pietosa sorella dice a Creonte che ha proibito la sepoltura di Polinice " ou[toi sunevcqein ajlla; sumfilei'n e[fun", (v. 523), certamente non sono nata per condividere l'odio, ma l'amore.

 

Che cosa c’entra tutto questo con il  mio romanzo?

 

Ne cito alcune pagine (130-134)

 

Elena Si alzò dal letto e si diresse verso la porta. Allora capii. Capii di essere stato stupido, volgare e crudele; capii che quella creatura in attesa di un’altra creatura, non doveva subire ingiustizia, umiliazioni e dolori. Non da me. Avevo capito e sentivo che non vi è felicità grande senza morale profonda[2].

L’azione cattiva è pessima per chi l’ ha progettata e la compie[3].

Chi prepara il male a un altro, lo apparecchia a se stesso[4].

Ne avrei avuto rimorso per tutta la vita, forse anche oltre. E non solo per questo: io l’amavo, lei mi aveva reso migliore, e siccome in sua presenza mi vergognavo di essere ingiusto, mi avrebbe reso ancora migliore. La terra è in mezzo alle stelle consce del nostro destino, e sulla terra ci sei tu amore mio. Mi alzai, le afferrai la mano sinistra e dissi: “Scusa, Elena, aspetta.  Ora devo parlare io a te. Ne ho bisogno. Ti prego”. Si fermò, mi guardò, poi sedette di nuovo. Questa volta sul mio, sul nostro letto, sul talamo sacro dove Eros ci aveva uniti in tanti, mai troppi tripudi gioiosi. Sospirai profondamente, le accarezzai i capelli neri, folti, lucenti. Mettevano in risalto il bianco vivo della pelle eburnea.

 La guardai con simpatia autentica. Elena era come me quando venivo vessato dai prepotenti: chiedeva giustizia a uno che aveva provato l’iniquo impulso del tradimento e dell’oppressione.

“Scusami, amore, hai ragione - dissi -. “Prima stupidamente ho bevuto un paio di palinke e ho perso la lucidità mentale. Poi ho ballato e ho sorriso sfacciatamente con quella ragazza francese. E’ vero, le ho fatto la corte, ma niente di più. Ho detto poche parole insignificanti”.

Poi continuai: “L’ho abbracciata, come si fa quando si balla, le ho fatto qualche complimento, ma non l’ho baciata. Comunque mi dispiace, ora me ne vergogno. Io voglio te, ne sono sicuro, voglio stare con te, soltanto con te, finché tu mi vorrai. Voglio rispettarti come rispetto me stesso, perché tu sei la mia compagna e ancora di più perché ti amo. Tu devi essere sempre felice, almeno per quanto dipende da me. Ne sento la responsabilità”.

Mi osservava, prima con sguardo dubbioso, poi capì e sentì che parlavo sul serio, con la testa e con il cuore, con tutto me stesso insomma. Infine mi sorrise convinta e mi accarezzò. Allora io, spingendole in basso le spalle, la stesi sul letto, quindi cominciai ad accarezzarle una coscia, sotto la gonna, con l’intento evidente di fare l’amore subito. Ma lei scostò la mano intempestiva e tutta la mia persona importuna, tornò a stare seduta come su un trono, e disse perentoria: “Aspetta”.

“Perché aspetta? ” le domandai, fingendo di non capire o senza capire davvero. Non ricordo.

“Perché voglio parlare ancora. Io non sono…” Disse  una parola inglese che non compresi. Le chiesi di ripeterla. “In latin is “materia” spiegò. Io non sono materia. 

Magnifica questa sua umanità” pensai. La stimai e l’amai ancora di più per questa bella affermazione della sua dignità di donna e di persona; quindi vidi con chiarezza maggiore quanto fossi stato volgare, crudele e immorale civettando con la ragazza francese.

“Non tutte le femmine dunque”, pensai, “sono creature contraffatte, sagaci segugi a caccia di matrimonio o di qualsiasi utile, maschere prive di interiorità: leziose e smancerose, o ipocritamente riottose,  o tetre e arrabbiate, parassitarie o prepotenti, istrioni tragiche o guitte comiche, volgari mime arcisfrontate o atteggiate a perbeniste pudibonde, quali le considerano, e spesso le condizionano a essere, i maschi frustrati nell’amore e nel lavoro. Se ci sono nemiche, siamo noi uomini che spesso le rendiamo tali 1

Guarda questa finlandese: una donna autentica, una creatura spirituale che ti mette addosso la vergogna di essere rozzo e sozzo, egoista immaturo, e ti fa crescere con l’esempio di un comportamento, di uno stile elevato”.

Quindi le dissi: “Elena, oltre all’amore e al rispetto, io per te provo ammirazione poiché tu sei capace di aprirmi ogni giorno nuovi spiragli sull’anima mia. Davvero tu non sei soltanto né soprattutto materia, anche se   bella. Prima di tutto sei spirito: mente, cuore e stile. Tu sei tutto questo.

La tua parte materiale è spiritualizzata, sicché lo spirito traspare nelle tue forme, tesoro.

 Ti prego, non andare via, non lasciarmi troppo per tempo, ante diem, amore mio! Da te ho imparato più che dai libri. Quello che tu mi hai insegnato, lo insegnerò. Quod a te didici, docebo”.

 Così, con l’amore, le contraccambiai pure il latino. .

Rispose con un sorriso di gratitudine e gioia. Qualche giorno più tardi mi rese felice dicendo che mi amava anche perché, quando ne avevo avuto l’occasione e la possibilità, non le avevo fatto del male. Come fa la canaglia di tutte le classi sociali, le caste, le religioni, i partiti.

Così, la sera del 4 di agosto del 1971, le chiesi perdono e facemmo la pace, poi parlammo a lungo e facemmo l’amore; quindi tornammo a ballare sulla terrazza, a festa quasi finita. Eravamo felici. Prima di andare a dormire, ciascuno nel suo edificio del grande collegio immerso nella grande foresta di Debrecen, passeggiammo in mezzo alle piante strane dell’orto botanico. Volevamo stare insieme ancora, sebbene oramai l’alba cedesse all’aurora.

Elena cantava: “Summertime and the living is easy, fishes are jumping and the cotton is high”, con voce calma e calda; e bruna com’era, vestita della tunica bianca, calzata di sandali neri con fibbia, sembrava un’antica poetessa greca che recita una sua lirica in lode della bella stagione, dell’amore e della vita.

“La terra è in mezzo alle stelle che ora si spengono nel bianco rosa del cielo, mentre il tuo volto si illumina”, pensai.

“Il ricordo di te durerà per sempre in me, e il nostro amore sarà l’eredità delle nostre vite. Lasceremo questo nostro tesoro all’umanità”, le dissi.


Quel momento, verso le tre del mattino, è stato uno dei più chiari e luminosi della mia vita mortale.

Mentre la donna, rischiarandosi alle rosee carezze di quell’aurora lontana, celebrava l’estate e la nostra felicità con limpido canto, la luce crescendo e propagandosi ovunque, mostrava la bellezza ordinata della vita terrena e io me la sentivo fluire dentro, nei polmoni e nel sangue pulsato dal cuore pieno di gioia. Avvertivo il richiamo dell’arte che è fusione di bellezza, bontà e verità.

Tutte le piante, i fiori e le erbe dell’orto botanico si vivacizzavano: i campanellini dell’Heuchera sanguinea trillavano di felicità, la Campanula carpatica brillava di luce azzurra, e la Tunica saxifraga dal carneo colore danzava nella brezza mattutina al canto della donna amabile e amata.

Sentivo l’ordine del cosmo e sapevo che il nostro amore ne faceva parte, contribuiva a formarlo. Respiravo con il mondo: ero entrato in quella unità, che è secondo natura, della mia persona con l’universo. Credo che sia questa la quintessenza della felicità.

“L’amore è la vita, l’amore è Dio”, pensai. “Un dio tanto umano da rendere divine le sue creature più buone e più belle, più simili a lui.”

Ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, se per caso sento una voce femminile cantare quell’aria di Gershwin, rivedo l’estate di Debrecen con la grande foresta di alberi sacri, le querce dodonee che accarezzano le stelle del cielo, rivedo i salici che, piegati sul lago, vellicano le schiene purpuree dei pesci, rivedo le farfalle variopinte che danzano sopra la vegetazione strana dell’orto botanico, rivedo le membra di un bianco luminoso, i neri capelli, il volto dolce e intelligente, lo sguardo bello e buono di Helena iperborea che quell’estate remota, con parole piene di significato, con lo sguardo espressivo e penetrante, con la figura ben modellata da quel sommo artista che è Dio, mi mostrò l’idea eterna della bellezza corporea armonizzata con la nobiltà dello spirito.

 

Domenica 22 agosto 1971, quando partì dalla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest, lasciandomi l’immortale memoria di sé, prima di salire sul treno celeste chiaro, come i laghi e il cielo  della sua terra, Elena mi ringraziò di non essere stato cattivo, né volgare, né stupido con lei. Le promisi che non lo sarei stato mai più con nessuno, perché con lei mi ero sentito bene, ero stato, finalmente, me stesso. Le ripetei le parole dette da Odisseo a Nausicaa al momento del congedo: tu di fatto mi hai salvato la vita, ragazza 2.

Non ho sofferto per la sua sparizione, forse perché il desiderio ardente di quella donna, oltre che brama carnale del suo corpo era un bisogno struggente di identità da definire e completare grazie a lei.

Quel 22 agosto Elena aveva già compiuto la sua funzione “storica”.

 Dopo la partenza del treno non l’ho più vista, eppure l’ho sempre pensata come la creatura preziosa che, contraccambiando il mio amore, per prima mi ha insegnato ad amare la vita, a credere nel Bello e nel Bene, ad avere fiducia in me stesso, a diventare quello che sono, qualunque piccola, poca e povera cosa io sia.

Comunque corrispondente alle mie aspirazioni commisurate alle mie qualità.

Nei momenti più tristi e desolati di questa mia vita terrena, quando altre persone mi hanno deluso o tradito, sempre mi sono rifugiato nel ricordo della notte felice in cui Helena mi insegnò ad aborrire e rifuggire dall’ingiustizia; poi, mentre il sole spuntava sul giardino di quel paradiso e versava le prime luci della sua bellezza inesausta, lei con angelica voce cantava che la vita è bella, serena, meritevole di riconoscenza al Creatore, degna di essere vissuta in pieno, con gioia3.

Se 4 dopo questa mirabile vita terrena, potremo viverne un’altra in mezzo alle stelle del cielo, o se avremo una seconda possibilità qui, su questa meravigliosa  terra illuminata dal sole, io spero di incontrarti ancora, Elena, amore mio, e di amarti di nuovo.

 

Note nel romanzo.

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1. Cfr. Seneca, non habemus illos hostes sed facimus (Lettere a Lucilio, 47, 5), non abbiamo quelli (gli schiavi) quali nemici, ma li rendiamo tali.

 

2. Odissea, VIII, 468 Suv ga;r  m j ejbiwvsao, kouvrh, tu infatti mi hai salvato la vita, ragazza.

 

3. Come ha raccomandato di recente papa Francesco: "non abbiate paura della gioia!". Parole sante.

 Le aveva già scritte Strabone il quale nella sua Geografia- redatta nei primi anni del regno redatta nei primi anni del regno di Tiberio- afferma che gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene ma, si potrebbe dire anche meglio, quando sono felici, (" a[meinon d& a[n levgoi ti", oJvtan eujdaimonw'si", X, 3, 9) .

 

4. Non sono d’accordo con gli estremisti del laicismo i quali che escludono questo “se” cruciale. La penso come il buffone di corte Touchstone, “Pietra di paragone”, che nella commedia pastorale As you like it di Shakespeare sentenzia: " 'If' is the only peace-maker: much virtue in 'If' " (V, 4) , "Se" è l'unico paciere: c'è molta virtù nel "Se".

 

 

Ero andato vicino a infliggere ingiustizia a una donna che amavo e mi contraccambiava. Mi fermai in tempo e le chiesi perdono.

Avvertenza: il blog contiene 4 note.

 

Bologna 11 giugno 2026 ore 11, 17 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Quintiliano, Inst., I, 3, 8.

[2] Cfr. R. Musil, L’uomo senza qualità. Verso il regno millenario.  “E sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda”.

[3] Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v.266.

[4] Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 265.  Seneca ribadisce questa legge nell’ Hercules furens:" quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus repetit " (vv. 735-736), ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore.


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