martedì 23 giugno 2026

Eschilo Eumenidi- Secondo episodio.


 

All’inizio del secondo episodio delle Eumenidi (vv. 397-488) Atena  affronta le Erinni quali orrende figure emerse da un'antichità remota:

"non siete simili a nessuna stirpe dei seminati, né siete mai state viste tra le dèe dagli dèi "(410-411). Tali creature dunque fanno paura, non solo perché crudeli, ma anche come entità diverse, tanto dagli uomini quanto dai numi.

 La corifèa risponde rivendicando tale diversità:

"noi siamo le figlie della notte eterna e Maledizioni siamo chiamate-jArai; keklhvmeqa-  nelle dimore della terra"(vv.416-417).

Davanti a una dèa che riconosce valore soltanto al mondo della luce e della coscienza chiara, le Erinni affermano il proprio diritto a sopravvivere; un poco come faranno il Romanticismo con l'Illuminismo, e il Decadentismo con il Positivismo.

Queste donne furenti prefigurano non solo Medea,  ma anche i personaggi estremi dei romanzi di Dostoevskij come Raskolnikov di Delitto e castigo che uccide due vecchie, o Stavrogin dei Demoni che seduce una bambina la quale poi si impicca: essi obbediscono a oscuri impulsi che la ragione e la morale non possono giustificare. Eschilo arriverà ad ammansire le Erinni; " per Dostoevskij soltanto la prospettiva di Sonia, della carità, può risolvere il dilemma di Raskol'nikov"[1].

 

 Oreste prova a difendersi da questi mostri prodotti dal sonno della ragione con i calcoli del raziocinio :"io ho ammazzato quella che mi ha partorito- e[kteina th;n tekou`san-, non lo negherò (oujk ajrnhvsomai [2]) con un omicidio di contraccambio per il carissimo padre"(Eumenidi, vv. 463-464).

 

Il matricida ricorda pure la complicità di Apollo che lo aveva aizzato, ma il ragionamento e la giustificazione non possono annullare l'istinto filiale e il rimorso nei confronti della madre uccisa. Nessuna filosofia sofistica o illuministica, nessuna religione, per apollinea o solare che sia, potrà stenebrare la parte più profonda e oscura della nostra personalità. L’assassinio della propria madre non può che rendere malata la mente come dice l’Oreste di Euripide. A Menelao che gli domanda:"tiv" se ajpovllusin noso"; quale malattia ti distrugge?, il nipote risponde:"hJ suvnesi", o{ti suvnoida deivn j eijrgasmevno", l'intelligenza, poiché sono consapevole di avere compiuto azioni terribili (Oreste, vv.395-396).

 

La contesa sembra irrisolvibile; allora Atena decide di fondare un tribunale, quell'Areopago che fino a  pochi anni prima della rappresentazione di questa tragedia, esercitava il controllo sulle leggi, sulle istituzioni e sui costumi, dando un indirizzo oligarchico alla vita della polis, ossia conservando il predominio degli abbienti.

Poi, “liquidato Cimone, dovette essere ormai facile condurre in porto le riforme costituzionali di Efialte[3] e di Pericle: abolizione dei poteri politici dell’Areopago (la nomofulakiva, cioè la sorveglianza sulla costituzione e forse anche la custodia dei testi delle leggi) e riduzione dei poteri di quel consiglio alla sfera giurisdizionale dei delitti di sangue (omicidi volontari). E’ questo anche il clima in cui, probabilmente, maturano i progetti di creazione di una sorta di stato assistenziale, che si doveva realizzare attraverso la remunerazione dei magistrati, dei buleuti e soprattutto degli eliasti, cioè dei giudici delle giurie popolari”[4].

“La retribuzione delle cariche pubbliche non è attestata in nessun’altra città greca”[5].

 

 

Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi ricorda che Solone incaricò l’Areopago che era già ejpivskopo~ th`~ politeiva~ , guardiano della costituzione, e regolava gli affari pubblici e puniva i trasgressori, di sorvegliare il rispetto delle leggi (nomofulakei`n, VIII, 4 ).

Plutarco nella Vita di Solone scrive che il legislatore ateniese insediò l’Areopago come sovrintendente di ogni atto e custode delle leggi (ejpivskopon pavntwn kai; fuvlaka tw`n novmwn, 19, 2). Il consiglio era formato da ex arconti e venne aggiunto alla boulhv dei 400, pensando che ormeggiata a due consigli come a due ancore, la città sarebbe stata meno ondeggiante (oijovmeno~ ejpi; dusiv boulai`~ oJrmou`san h|tton ejn savlw/ th;n povlin e[sesqai).

Nel prologo dell’Edipo re, il sacerdote che informa Edipo sulla situazione di Tebe, dice :"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già fluttua (saleuvei)   e di sollevare il capo /dai gorghi del vortice insanguinato non è più capace" (vv.22-24).

 Un conservatore come Isocrate, oltre un secolo più tardi (357 a. C.) rimpiangerà i “bei tempi” dell'Areopago, quando i cittadini " consideravano la cura degli affari dello Stato (th;n tw'n koinw'n ejpimevleian) non un traffico lucroso (ouj ga;r ejmporivan), ma un servizio pubblico a spese del cittadino ( ajlla; leitourgivan)”[6].

Comunque Atena nell'atto di fondazione del tribunale afferma solennemente la sua intenzione di scegliere nella sua città giudici giurati per i delitti di sangue e di farne un istituto che rimarrà nel tempo"(vv.482-484). In queste parole di Atena-Eschilo si sente il timore che la parziale esautorazione dell' Areopago porti a uno svuotamento di ogni suo potere e significato .

Musti rileva che è “Filoargivo  anche il finale della trilogia Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi) rappresentata nel 458”; quindi aggiunge: “ il problema storico-politico principale è comunque in essa quello del ruolo dell’Areopago, dopo la riforma di Efialte (461) .

Eschilo sembra aver voluto dare alla limitazione dei suoi poteri la legittimazione di una poesia di così vasta risonanza pubblica, esaltando la tremenda dignità del residuo ruolo, di tribunale giudicante i casi di omicidio volontario[7].

 

La vendetta privata è superata dall’istituzione. Sentiamo cosa ne scrive Thomas Mann: “la vendetta si riproduce come vegetazione di palude e non vi è regola. Perciò quando Caino ebbe ucciso Abele, Dio gli pose un suo segno perché tutti vedessero che apparteneva a lui e disse: “ Chiunque uccide Caino subirà la vendetta sette volte”[8].

Ma Babele istituì un tribunale affinché l’uomo nei delitti di sangue si pieghi al giudizio della legge e la vendetta non prolifichi”[9].

 

Bologna 23 giugno 2026 ore 10, 18 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] C. Magris, L'anello di Clarisse , p. 27.

[2] Cfr. Prometeo il quale, tutt'altro che pentito, prorompe nel grido di ribellione con il quale afferma la dignità del suo delitto:"io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai, Prometeo incatenato, vv. 265-266).

 Questa  rivendicazione di Prometeo fornisce una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia   per distinguere "la concezione ariana" dal " mito semitico":" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita  al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica" (F. Nietzsche. La nascita della tragedia, p. 69.)

[3] o}ς katevluse to; kravtoς th̃ς ejx jAreivou pavgou boulhς (Pltarco, Vita di Pericle, 7, 8), che abbatté il potere dell’Areopago.

[4] D. Musti, Storia greca, p. 338.

[5] M. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, p. 51.

[6] Areopagitico, 25.

[7] D. Musti, Storia greca, p. 373

[8] Genesi, 4, 15.

[9] T. Mann, Il giovane Giuseppe, p. 197.


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