martedì 21 aprile 2026

Ifigenia CXXIV. Judith e Peter: due belle persone. Il gioco delle perle di vetro. La profezia. La danza pirrica dei mongoli. Gudrun.


 

Continuavo a osservare la sala della festa finale, in particolare alcuni pupazzi da farsa fliacica che seguitavano a ingozzarsi, ruttare e gridare con bocca sgangherata. Ero dispiaciuto per loro che significavano la rovina dei tempi più belli, ma ero contento di non essere finito nel naufragio generale dell’Europa quale vedevo rappresentata in quel raduno di giovani   provenienti da quasi tutte le università del nostro continente.

 

Allora non avevo capito che difficilmente ci si salva da soli ed è quasi impossibile cavarsela in due con le difficoltà  raddoppiate.

 Quando nell’aria manca l’amore, questo non c’è per nessuno.

Si bene calculum ponas, naufragium ubique est[1]”, se fai bene i conti, il naufragio è dappertutto.

 

Mi confortai non poco parlando con una ragazza austriaca Jiudith: bruna, forse ebrea, intelligente, carina, educata.

Qualche sera prima era capitata con un ragazzo, Peter, il suo compagno,

nella sala dove studiavo e mi avevano domandato che cosa stessi leggendo.

Il libro e la lettura sono segni di riconoscimento, quasi le uniformi della nostra cittadinanza di studiosi. Noi non siamo borghesi né proletari né ariani, né semiti: siamo appunto studiosi. Magari anche sportivi.

 

“Faccio il gioco delle perle di vetro, Das Glasperlenspiel” dissi.

 

  Invero stavo rivedendo la mia traduzione dell’Antigone di Sofocle che volevo pubblicare presto. Si erano scusati, ma li avevo invitati a restare se volevano sentire qualche parola non detta per gioco sulla ragazza pienamente sororale , quella che poi nell’Edipo a Colono sarebbe diventata filiale con il padre cieco, quanto Cordelia con il lunatico re Lear.  I due giovani mostrarono un forte interesse. Mi piacquero subito. Anche lui era una persona gentile. Gente del mio stampo, pensai. Infatti poi mi avevano parlato di Musil, non genericamente come quelli che conoscono solo i titoli e credono sia sufficiente, anzi già una cosa grande. Grande cultura per loro.

 

Quella sera finale dunque, avendomi visto solo, mi invitarono al loro tavolo. Ho passato lunghi periodi della mia vita senza nessuno al mio fianco: dopo la morte delle zie e della mamma ho vissuto nella solitudine completa tutte le feste più solenni, siccome le mie amanti sposate in quei giorni decretavano l’embargo mio e la propria clausura con il marito guardiano. Quando  mi andava molto  bene, si rifugiavano nel garage per farmi una telefonata, oppure nel cesso. Ubi maior minor cessat appunto.

Sentivo i lunghi gemiti dell’infelicità coniugale poi il silenzio della tomba.

 

Visti tali matrimoni, non mi sono lamentato della solitudine natalizia e degli altri eremitaggi di tali feste tutt’altro che coribantiche, anzi me ne sono compiaciuto.

La visita e l’invito di quei due ragazzi mi fece piacere. La ragazza mi garbava assai.

Disse che in quella festa non sapeva che cosa fare: l’allegria dei più era forzata e il baccano impediva di dialogare. Noi due per farlo, dovevamo alzare la voce. Judith parlava con precisione e ascoltava con attenzione. Dava maggiore importanza a  quanto sentiva dire da me che alle parole sue, come fanno le persone intelligenti, fini, educate.

A un certo punto Peter si alzò per recarsi a salutare i suoi compagni viennesi.

 

La profeziai di Judith. La danza pirrica dei Mongoli.

 

Dopo qualche minuto di conversazione la giovane austriaca mi riempì di felicità e di speranza dicendo che avrei dovuto scrivere dei libri per educare tante più persone di quante potevano ascoltarmi. Aggiunse che stava imparando molte cose mentre parlavo con lei. Fin da quando mi aveva sentito parlare di Antigone con rara chiarezza e competenza qualche giorno prima.

 Quellla sera le avevo raccontato in breve le mie storie d’amore: da Helena a Ifigenia. Disse pure che se ne poteva trarre un film sceneggiato e interpretato da me. Risposi che scrivere mi sarebbe piaciuto, ma quanto a recitare me stesso, lo facevo già abbastanza vivendo.

“Comunque la tua fiducia nelle mie capacità mi rallegra e mi stimola”.

Ne sorrise al lume delle torce brandite da un gruppo di danzatori mongoli apparsi in costume sulla pista da ballo.

Smettemmo di parlare per osservare questa pirrica orientale.

 

Pensavo: “questa bella giovane mette in conto che  io scriva.  A quale destino dà voce  la ragazza? Forse è profetessa di Calliope la massima tra le Muse che ora sorge spingendomi a fare il dovuto? Lo farò, immagine santa,  poiché sono tuo.

La guardavo con simpatia e gratitudine. Sorrise di nuovo.

Intanto i Mongoli continuavano a danzare in modo guerresco. Non erano brutti nemmeno loro. Mi venne in mente Nureev, poi Ifigenia che

Aveva detto: “ il mondo è fatto di belli e di brutti , questa è la reale bipartizione gerarchica dell’umanità”. Non aveva tutti i torti. La assecondai citando Leopardi che si era identificato con Saffo e le faceva dire: “Alle sembianze il Padre, /alle amene sembianze eterno regno/diè nelle genti”. Allora Ifigenia affermò che essere belli è di fatto un vantaggio e noi due lo avevamo su tanti altri mortali.

Ribattei: “tu sì che sei bella, sei una bellezza. Io  non sono bello però mi piacciono molto le donne e ho imparato a comunicare questa mia attitudine. Se no, come facevo a trovarti? Comunque-aggiunsi- nella bellezza entrano e contano molto l’onestà, la cultura, lo stile oltre il viso espressivo e il corpo ben fatto”.

Mentre ricordavo queste parole la pirrica dei Mongoli finì e si spense ogni luce.

Et dilexerunt homines magis tenebras quam lucen; erant enim eorum mala opera”, dissi a Judith che replicò: “Qui autem facit veritatem, venit ad lucem ut manifestentur eius opera quia in deo sunt facta”.

Stavo per dirle “et tu et ego in Deo sumus facti”, e volevo anche  abbozzare una carezza,  ma in quel mentre tornò Peter e la invitò a ballare. Probabilmente ci aveva osservati dal tavolo degli Austriaci

 

Ero rimasto solo come sempre in questa mia vita mortale. Da Judith ero arrivato soltanto l’ultima sera. Tardi, come con tutte le altre, conoscenti,  amanti e no. Nel senso di còlte, raccolte, e pure di cólte, educate.

Perché tardi son giunto. Ho sempre avuto delle sfasature nei tempi dell’amore.

Contai i miei Búcsú est: dieci. Mi sovvenni del tempo in cui sapevo sedurre le donne europèe. A Debrecen si sentiva davvero l’Europa, come notava Fulvio. Le donne delle varie università  portavano là nella puszta le Grazie e le Muse dell’Europa, la bellezza e la poesia, dolcissima coppia. Io volevo essere l’aedo di Debrecen. Fulvio mi aveva indicato questa meta.

Bevvi  un altro bicchiere da “l’Ongarese –Bottiglia[2]” che faceva pullulare i ricordi. Gli amori, gli amici. Se non trovavo più Ifigenia, restavano poche presenze umane.

“L’Europa- pensai- sarà degradata, ma resta pur sempre l’erede della cultura dei Greci mediata all’Europa attraverso i Latini.

 Quando non bastava il mio inglese, con le finniche impiegavo il latino. Nel 1966 riusciì a rimettere in moto l’automobile, che non partiva e tossiva come Violetta traviata e malata. Quella sera lontana chiesi aiuto in latino a un magiaro di un villaggio dell’Ungheria profonda.

E poi: la giustizia di Esiodo, di Solone, di Eschilo, la pietà religiosa e umana di Sofocle, la mente che rende malato l’eroe del “sacrilego” Euripide, l’eroismo guerriero del poeta sovrano, la Paideia etica e politica di Platone, il momento opportuno di Isocrate, il piacere calcolato di Epicuro, la Provvidenza degli Stoici, il Nulla di troppo e il Conosci te stesso di Delfi l’ombelico del mondo. Nei Greci c’era in potenza già tutta l’Europa. Loro mi hanno insegnato ogni cosa: anche a piacere. Ai grandi autori europei  devo in gran parte perfino tutti i miei amori più belli, con le donne migliori”.

 

Cominciarono a cantare i vari gruppi divisi per nazioni. A turno. Ma non politicamente come si faceva noi tra il 68 e il 74. Cantavamo in coro Bella ciao e Bandiera rossa allora. Io credo nella bellezza, nell’arte e nell’amore, ma non senza politica. La presenza della polis è essenziale nella vita di un uomo che non sia un ciclope, un cannibale che mangia gli ospiti a pranzo e a cena.

Venne a parlare con me un’austriaca cui mi aveva segnalato Judith. Le aveva detto che mi piacciono Fassbinder e Wenders. Questa ragazza, Gudrun, una bionda, studiava cinema. Mi chiese se uscivo con lei a fare due passi. Fuori c’era odore di autunno, un’aria quasi fredda e un poco nebbiosa, Gudrun aveva diciannove anni. Pensai alla figlia finlandese perduta e alla possibile adozione di un’altra. L’ aborto perpetrato da entrambi nell’autunno del 1974  mi aveva tolto la voglia di mettere al mondo una figlia. Rendere pregna una donna non è più il destino di chi ha perduto una bambina attesa dalla donna amata. Già facevo un poco da padre a Ifigenia,  sebbene avesse solo nove anni meno di me. Tornato a Bologna, avremmo amoreggiato e saremmo andati al cinema, a teatro, in bicicletta insieme. Avremmo parlato, l’avrei educata e lei avebbe educato me.

 

Parlammo un poco dei film Falso movimento e Le lacrime amare di Petra von Kant, poi  sorrisi alla ragazza bionda e mi scusai del fatto che volevo rientrare: sentivo freddo e rabbrividivo nella mia tunica leggera da sacerdote egizio, magari di Iside che Plutarco etimologizza con oi\da[3].

Un rimedio ai brividi di freddo poteva essere abbracciare quella fanciulla, stringermela al petto, ma non mi era sembrato il caso. Ogni cosa a suo tempo diceva la madre mia. Ifigenia, la mamma, la nonna già morta purtroppo, le zie, le “sorelle Materassi” secondo la madre mia che ne era un poco gelosa. Sarei tornato presto da loro. Le sentivo tutte dentro e sopra di me. Erano presenti, mischiate con l’odore del bosco di Debrecen e con le stelle luccicanti sopra gli alberi immensi che svettavano sulla nebbiolina autunnale.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna  21 aprile 2026 ore 11, 28 giovanni ghiselli

 

p. s.

Vi raccomando questo capitolo. Mi piace molto.

 

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[1] Satyricon, 115.

[2] G. Parini, Il Giorno  (Il Mattino, vv. 81-82)

[3]  Più precisamente: il tempio  jIsei`on con il futuro ei[somai-saprò- poiché vi conosceremo to; o[n, l’essere (De Iside et Osiride 352).

Inoltre  \Isin kalou`si para; to; i{esqai met j ejpisthvmh~ kai; fevresqai, kivnhsin ou\san e[myucon kai; frovnimon

 (375c) la chiamano Iside  per il lanciarsi con sapere e da essere mosso in quanto ella consiste in un movimento animato e sapiente.

Lucio arriva a sognare Iside dopo avere preso su di sé la tragicità dell’esistere e avere raggiunto il culmine della disperazione.

 

 


Ifigenia CXXIII. La festa finale e la mente turbata. L’eterno ritorno dei ricordi. Uno sguardo addolorato sulla decadenza politica e umana.


Salìi sul tram e tornai nel collegio dove indossai il mio decennale vestito di lino bianco. Quindi andai alla festa conclusiva del corso.

Dalla scala che scende nella grande sala, lo spazioso centro dell’Università che per me era stata per anni l’ombelico del mondo, vidi quel mevgaron pieno di gente immersa in un’atmosfera satura di un’allegria nervosa e spiacevolmente chiassosa. Mi diedi a osservare i volti cercando qualche faccia bella come quella di Helena che mi era apparsa nel 1971, otto anni prima: grande mortalis aevi spatium.

   Vedevo, o forse , colto dal sonno, sognavo, visi stravolti di giovani ossessi e vecchi ubriachi. Alcuni ridevano con rabbia o urlavano beceramente, altri piangevano sommessamente, poi si asciugavano occhi, ciglia e guance con i tovaglioli inzuppandoli. Altri ancora divoravano torte dolci e salate con ingordigia smisurata, da cormorani.

Quanto mutati da quelli che cantavano lieti sull’erba ai raggi miti e silenti di Artemide casta! A quel prato rispondeva la finestra dove si affacciava Helena, la diva mia, aspettando il mio arrivo. Ci arrivavo di corsa, felice.

“Felìcita! Oh veramente Felìcita, Felicità” ricordavo[1]

 Da allora era passato già tanto tempo, una grossa porzione  della rapida vita  mortale. Eppue quel paradigma celeste fondato sull’esistente troneggiava ancora sull’anima mia. Ho superato gli ottantuno anni di vita e il numero delle amanti che mi ero prefissato da bambino quando ero curioso di come erano fatte le donne; comunque il momento più bello della mia vita è rimasto quando dopo la corsa nel grande bosco verso le dieci di una notte di luglio arrivai sotto la stanza di Helena e la vidi sulla finestra dove era affacciata mentre mi aspettava. Come mi vide sorrise di gioia.

Anche io la aspettavo. Da anni.

 

Ma torniamo alla festa dell’addio del 1979.

Sarei tornato altre volte poiché là imparavo più che altrove e funzionavo meglio che altrove. Seguitavano ad apparirmi immagini orrende, esagerate tanto che oggi non so se provenivano dalla mente inquieta e turbata o erano percepite dagli occhi aperti.

Notai un giovanotto grasso e pelato: la pancia straripava dalla camicia e dalla cintola in giù. Le fauci erano enormi, dilatate dal vizio bestiale.

Inghiottiva pogácsok e cioccolatini senza pause. Quando non ce la fece più, lambì la bocca con lingua vibrante da serpente strapieno, ruttò e stramazzò sul tavolo con il grugno che eruttava di tutto.

“Ecco il mostruoso costituito da uomini retrocessi a bestie: gli eterni nemici della bellezza e della cultura, latori del caos. Come i Ciclopi, non conoscono leggi, non fanno vita politica, non si curano l’uno dell’altro.

Quando arrivai a Debrecen nel luglio del 1966 stavo per avviarmi su quella strada. Però ne sentivo talmente il dolore da capire che se non ritrovavo la mia via, la methodos del cammino giusto, sarei morto peggio che di fame. Avevo bisogno di una mano per farcela. Me la diedero Fulvio, Danilo, Alfredo, Claudio, Luigino, tutto l’ambiente di allora e l’atmosfera del tempo seguente quando si diffusero la benevolenza, la solidarietà, l’educazione al rispetto. Andò avanti così per cinque o sei anni. Nel ’71 Helena mi disse che amava l’umanità con amore umanistico. Ne fui incoraggiato: sentivo di fare parte dell’umanità e avevo intuito che l’amore umanistico della bella signora finlandese si sarebbe diretto alla mia umanità.

 

 La sera dell’ultima festa del 1968 Claudio ci rivolse una domanda retorica: “è finita Debrecen questa sera?”

 Rispondemmo in coro, con una formula coniata nel 1966: “macché finita : si sta bene a Debrecen, bisogna tornarci!”

“Sicché ci vedremo ancora qui alla festa della conoscenza il prossimo luglio, dopo undici mesi di esilio” fece Bruno.

Allora intervenne Silvano: “non dimentichiamoci di presentare in tempo la domanda per la borsa di studio”

“Sì” precisò Alfredo “ chiederemo lezioni di lingua e letteratura ungherese non senza vittu e aloggio”.

Poi guardava me reputato uno specialista e non solo perché stavo preparando la tesi sulla poesia ungherese del Novecento e avevo dato un esame di filologia ugrofinnica.

Vittu è parola finlandese che significava molto per noi maschi di allora. In latino, lingua nobile e antica è cunnus. In greco, lingua ancora più antica e  nobile è su`kon, come in italiano al postutto.

Nascita copula e morte: le tre grandi tappe.

Ci si riprometteva dunque di tornare per la terza volta, “anzi ogni estate –aggiunsi- prima che la Moira funesta di Morte crudele ci colga”.

Il giorno successivo alla festa del congedo, durante l’ultima colazione nella mensa già semivuota, Claudio diceva alle cameriere, tristi perché eravamo in partenza. “A vìszontlátásra jövore!”, arrivederci all’anno prossimo!

Quelle ragazze anziane ridevano contente e rispondevano: “A vìszontlátásra, szervusztók, csokolom fiúk! , arrivederci, ciao, un bacio ragazzi!

E Claudio, sempre nell’idioma magiaro che conosceva bene, diceva alla caposala, una sessantenne più o meno: “ciao ragazza, bel seno!”.

Lei sorrideva e camminava  più che mai pettoruta, tutta contenta.

Andò così fino al 1972, poi sempre meno cordialmente, simpaticamente, umanamente. Le stragi perpetrate per anni hanno raggiunto lo scopo voluto di renderci diffidenti, paurosi gli uni degli altri, ciascuno chiuso nel suo angusto, meschino e privato egoismo. Io non ne sono stato capace: ho continuato a vivere, studiare e lavorare per gli altri, per i figli degli altri.

Viviamo sempre più isolati, oppure come bestiame d’allevamento, racchiusi in recinti dove conduciamo una vita connotata e decisa da macchine manovrate da mostri. La tecnologia che dovrebbe essere solo un qualche sapere oggi è reputata  più della nostra umanità.

Chiedo aiuto agli autori classici che mi diedero conforto al dolore quando avevo ventanni, e ogni volta che di mattina e di pomeriggio li prendo in mano per studiarli, li prego: venite anche ora[2], aiutatemi ancora!

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Bologna 21 aprile 2026 ore 10, 25 giovanni ghiselli 

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[1] Da Gozzano, L’ipotesi, v. 18.

[2] Nota 1 Cfr. la preghiera ad Afrodite di Saffo “e[lqe moi kai; nu'n( 1D.,  v. 25),

 


lunedì 20 aprile 2026

Ifigenia CXXII - Un altro telegramma. La corsa verso l’ufficio postale.


Nel pomeriggio andai a correre, poi a nuotare, quindi contai quante volte batteva il cuore mio in sessanta secondi: quarantotto. “Segno di buona salute” , pensai, non senza sorridere di contentezza. Il battito lento del cuore  evocava l’eroe della mia infanzia, Fausto Coppi, che aveva una frequenza ancora più bassa della mia.

Se una donna della mia levatura mi avesse motivato e aiutato, se avesse acceso il mio animo,  avrei compiuto cose egregie anche io.

In altro campo ovviamente, poiché come ciclista ero diventato solo un ottimo cicloamatore.

 

Mentre tornavo dalla piscina, verso le sei, ed ero arrivato davanti alla porta del secondo collegio, mi venne incontro un messaggero sconosciuto, un a[gnwsto" a[ggelo"  che mi domandò se fossi gianni ghiselli e mi consegnò un telegramma. Lo presi e pensai: “vediamo se questo messo mi è stato inviato dal buon Dio o da qualche demone equivoco quanto la satanessa che mi sono sobbarcato”.

Era di Ifigenia. Diceva: “sono a Bologna. Telefonami questa sera alle nove. Ti amo tanto. Mi fido. Fidati. Ifigenia”.

 

Non avevo ancora smaltito del tutto l’emozione dubitosa delle due cartoline quando mi fu consegnato questo messaggio più preciso e perentorio. Erano già passate le sei e un quarto: volevo rispondere, obbedire alla richiesta perentoria della bella donna, poi andare alla festa dell’addio per ricordare e abbellire dell’altro le tracce antiche di quei congedi lontani; sicché dovevo salire le scale di corsa, eppure attento a non inciampare, fare una doccia in  gran fretta ma  senza scivolare magari su una saponetta lasciata cadere da qualcuno, poi andare alla posta il più rapidamente possibile, siccome per avere la linea telefonica bisognava attendere molto e alle 10 iniziava la serata solenne all’Università mentre l’ufficio postale chiudeva. Volevo sentire Ifigenia, chiederle per quale arcana ragione non mi avesse mandato mai l’espresso più volte annunciato, e, se avesse risposto in maniera appena plausibile, le avrei detto che l’amavo anche più di prima della nostra separazione penosa.

Mi lanciai dunque a fare la doccia, mi lavai i capelli, poiché volevo essere al meglio, non tanto per la notte dei molti saluti , quanto per parlare con lei, pur solo al telefono, del tutto aniconico allora.

Mi resi dunque il più possibile attraente e seduttivo per Ifigenia senza che lei potesse vedermi.

 

Come feci nel gennaio del 1978 quando volli lavarmi e indossare le lenti a contatto prima di dare il bacio di addio alla carissima nonna Margherita morta il giorno prima. Erano le sette della mattina e la mamma mi aveva svegliato perché andassi a dare l’ultimo bacio alla madre sua. Dovevo fare presto: i becchini impazienti, insolenti, avevano fretta di chiudere la bara con il coperchio di legno e metallo, con i chiodi e le viti e con una fiamma bluastra per giunta. Pregai la mamma di trattenerli: mi lavai i denti, mi ficcai negli occhi le lenti di plastica, quindi scesi le scale di corsa e andai a baciare la nonna Margherita che da viva, quando mi vedeva con il volto sciupato dagli occhiali diceva: “gianni, non presentarti da me in questo stato: così perdi il meglio di te e non assomigli più al tuo nonnaccio che era un gran porcaccione, ci provava con tutte, fino alla serva domestica, ma era comunque un bell’ uomo alla tua età”.

 Li ricordo entrambi con affetto e gratitudine grandi. Ho preso molto di buono da ciascuno di loro. Dalla nonna l’intelligenza genialoide e la fedeltà alla terra, dal nonno gran parte dl’aspetto. Spesso il maschio prende la fisionomia del nonno materno.  

 

Dopo la doccia con shampoo dunque, con la testa ancora bagnata e gocciolante, non come quella della Gorgone Medusa decapitata da Perseo per fortuna, nel senso che non perdevo gocce di sangue o di veleno, uscìi dal collegio di corsa e passai sul ponte di legno che rispose ai miei balzi con lieto rumore. Avevo deciso di attraversare il bosco velocemente per prendere il tram numero uno siccome con l’automobile, ritardata dai sensi vietati, ci sarebbe voluto più tempo. In Ungheria il trasporto pubblico funzionava benissimo ed era quasi gratuito.

Verso le sette il sole, già molto stanco del volo, declinava nel suo rifugio notturno e l’autunno aggrediva l’estate con violenza non dissimulata: le foglie non più illuminate, del tutto sbiadite e appassite, battute da un vento nordorientale già quasi freddo ,  rinforzato per giunta dal risucchio del tram, cadevano al suolo concludendo non senza rimpianto la loro stagione ancora più breve della nostra; le corolle dei fiori scoloriti si piegavano rabbrividendo fino a toccare la terra nera e resa mézza dalla guazza emanata dall’oscurità incombente, come una folla di schiavi si inchina nel fango davanti a un tiranno.

A me invece quella sera di autunno precoce non faceva piegare le ginocchia dell’anima. Presto avrei sentito la voce calda e amabile della mia donna, entro pochi giorni ne avrei rivisto il viso splendidamente abbronzato dal sole d’oro di Siracusa dorica e avrei accarezzato di nuovo la pelle liscia e profumata del suo corpo intero: le guance, le mani, le braccia, il collo, le cosce, il ventre suo benedetto. Avrei tratto nutrimento e salute dal suo seno ricco di vita , dalle labbra di lei saporite e luminose di gioventù, di estate, di sole. Finalmente avremmo fatto l’amore in casa mia, nel letto dei nostri tripudi gioiosi, innumerevoli volte. Chi avrebbe potuto contarle? Li avremmo mescolati e confusi perché nessun invidioso maligno potesse lanciarci il malocchio sapendo quanto eravamo capaci di amare. Più di Catullo e Lesbia.

Avremmo altresì parlato dei lunghi giorni trascorsi durante il mese passato da soli, dei nostri pensieri, delle nostre letture. Questo meditavo, illudendomi, durante il tragitto nel tram che traballava. Invero la giovane donna delle stagioni  passate, non l’avrei trovata mai più.

Entrai nella grande sala della posta centrale e chiesi la comunicazione con Bologna. Mentre aspettavo, osservavo le persone in attesa. Notai un’ospite del collegio universitario: una finlandese senza colore e svuotata di vita, anche lei, come i fiori e le foglie. Per contrasto crebbe il desiderio della donna mia bella, bruna e vivace, mediterranea e abbronzata come la donna resa eterna da Bizet, la giovane amante e collega che nelle membra adunava la luce del sole e con il sorriso la riproponeva irraggiandone chi aveva il privilegio di starle vicino. Quel fortunato, quell’uomo felice, ero io.

Tali pensieri lieti mi aiutavano a passare il tempo mentre aspettavo il contatto vocale che avrebbe consentito una prima verifica.

All’ora della chiusura però la comunicazione non era giunta, sicché dovetti annullare la chiamata. Ne avrei fatta un’altra la mattina seguente. Uscìi dall’ufficio postale che era notte: il volgere delle settimane aveva già sottratto  quaranta minuti di luce alle belle giornate di giugno. Aspettavo il tram numero uno sotto l’insegna luminosa e circolare Hotel Aranybika.

Mi tornò in mente la sera antica quando lessi quelle lettere per la prima volta, nel luglio del 1966. Allora mi sentivo completamente desolato nel mondo. Mi accompagnava soltanto la pena. Due anni prima avevo smarrito la mia identità di studioso e sportivo bravo e non riuscivo a ritrovarla né a trovarne un’altra. Per giunta mi sentivo sperduto in quel paese dall’idioma incomprensibile, in quella landa all’estremo confine del mondo civile quale credevo che fosse.

Eppure speravo che qualche cosa di buono potesse accadermi ancora siccome ero molto infelice e mi sentivo brutto assai, ma avevo coscienza di non essere  cattivo né scemo del tutto.

In qualche maniera pre-sentivo che in quella terra avrei fatto gli incontri della salvezza.  

L’amicizia di Fulvio e la trilogia amorosa con le finlandesi.

Tre storie iniziate con una ricerca, proseguite con un approccio, incoronate dalla felicità che me le fa ricordare come le più belle della mia vita e me le  ha fatte raccontare[1] come opere d’arte vissuta: ciascuna dunque comprensiva di peripezia, riconoscimento, catastrofe  al pari di un dramma dalla trama complessa.

Nel tempo della terza, quello di Päivi, non avevo ancora compiuto i trenta anni e non ero abbastanza maturo per comprendere i movimenti profondi del divenire dell’anima umana.

Nel ’79  cui siamo arrivati avevo capito qualche cosa di più e mi avviavo a smettere di porre gli schemi miei sulle persone, sulla realtà multiforme e cangiante, a segnare la via della vita con lapidi prefissate. L’unica pietra sicura era quella del funus. Indeterminata nel tempo, però inevitabile.  A dire il vero nemmeno quel sasso  che possa distinguere  le mie dalle infinite ossa che la morte semina ovunque  è assicurato per me. Senza figli come sono, le mie ossa possono rimanere confuse con tante altre. Arrivato a 81anni, non me ne importa più nulla.

Lascio le mie parole a quanti mi leggono. Sono il mio bene più prezioso cercato per tutta la vita.

Ero contento di tornare in Italia. Quell’anno non dovevo dire addio  all’amore che saliva su un treno per sparire sine die nel gelo e nel buio dell’inverno iperboreo.

Sparita  ciascuna delle tre madri ogni volta cantavo malinconicamente
Sento già che il treno va,
sento giá che il treno va,
sento già che, insieme a te,
lontano va”. Ma non piangevo: capivo che era bene così.

Nell’agosto del 1979 andava meglio:  stavo per tornare in una città che mi piaceva, dove avevo un ruolo di educatore  che poteva  crescere ancora, dove avrei trovato una donna giovane e bella assai, pronta a fare l’amore con me diverse volte al giorno, e c’era  pure qualche sodale già messo alla prova dal volgersi di tante stagioni, in particolare un amico fraterno temprato e garantito come autentico: Fulvio.

 

 Bologna 20 aprile  2026 ore 19, 27 giovanni ghiselli

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[1] Nel romanzo Tre amori a Debrecen che si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna.


La pietas spietata, falsa e quella autentica.


 Virgilio, Sofocle, Eschilo, Orazio, Tucidide, Ovidio, Euripide, Lucrezio, l’Antico Testamento.

 

 Pius Aeneas è una formula che torna una ventina di volte nell’Eneide.

Personalmente, almeno nel caso del rapporto del Troiano con Didone, assimilo la pietas di Enea all'ipocrisia  del furfante bigotto.

 La assomiglio pure al culto della peiqarciva (disciplina) di Creonte che, per reprimere la disobbedienza della nipote, la manda a morte, mentre la ragazza morendo rivendica la pietà come virtù propria:"O rocca della terra di Tebe e dei miei padri/e dèi progenitori/io vengo portata via e non indugio più./Guardate, maggiorenti di Tebe,/l'unica superstite della stirpe regale,/quali sofferenze inumane da quali uomini subisco/poiché onorai la pietà- th;n eujsebivan sebivsasa- " ( Sofocle, Antigone,  vv.937-943).

  Enea abbandona spietatamente Didone che lo ha salvato umanamente e generosamente. Il Troiano si appella al fato che è parola divina e lo destina altrove.

Apollo attraverso vari oracoli gli ha ordinato di raggiungere l'Italia:"hic amor, haec patria est " (Eneide, IV, v. 347), questo è l'amore, questa è la patria. Inoltre l'eroe riceve rimproveri dall'immagine turbata del padre morto, ovviamente in somnis,  nei sogni, in tutti: quotiens  umentibus umbris-nox operit terras, vv. 351-352, ogni volta che la notte con umide ombre copre le terre; poi anche il figlio lo ammonisce,  e  pure Mercurio mandato da Giove per quel suo iniquo procrastinare il compimento del destino. Sicché l'eroe in fuga conclude chiedendo a Didone di risparmiargli  sensi di colpa e seccature :"Desine meque tuis incendere teque querellis:/ Italiam non sponte sequor " (vv. 360-61), smetti di infiammare me e te stessa con i lamenti: non cerco l'Italia di mia volontà. E’ la giustificazione tipica del delinquente che non è all’altezza nemmeno del proprio delitto.

Ben altra è la dignità di Prometeo chi rivendica la sua trasgressione alla prepotenza di Zeus : “:"io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai)/ aiutando i mortali ho trovato io stesso le pene

(aujto;~ huJrovmhn povnou~ )"(Eschilo, Prometeo incatenato, vv.265-267).

 

  Capisco e trovo naturale, non artefatta, la motivazione data da Omero dell'abbandono di Calipso da parte di Odisseo:" ejpei; oujkevti h{ndanh nuvmfh " (Odissea , V, 153), poiché la ninfa non le piaceva più.

 

La pietas  che Virgilio celebra e lo stesso Enea si attribuisce (Sum pius Aeneas, Eneide, I, 378), presentandosi e qualificandosi  alla madre presunta virgo[1], viene smontata da Orazio quando afferma che essa, nemmeno se attestata dal sacrificio di un toro al giorno, porterà una sosta alle rughe né alla vecchiaia che incalza né alla morte invitta:"nec pietas moram/rugis et instanti senectae/adferet indomitaeque morti " (Odi, II, 14, 2-4).

 Parimenti nel quarto libro delle Odi  il poeta di Venosa avverte il nobile Torquato che né la stirpe né la facondia né la pietas  potranno restituirlo alla vita una volta che sarà morto e Minosse avrà dato sul suo conto giudizi inappellabili:"Cum semel occideris et de te splendida Minos/fecerit arbitria,/Non Torquate, genus, non te facundia, non te/restituet pietas " (vv. 21-24).

 

Altrettanto inefficace si rivela la pietas dei Meli di Tucidide quando rispondono agli Ateniesi che saranno in grado di resistere alla loro superprepotenza :"o{ti o{{sioi pro;" ouj dikaivou" " (V, 104), in quanto siamo pii opposti a persone ingiuste.

 

Canzonatorio e dissacrante a proposito della pietas di Enea è Ovidio che menziona il figlio di Anchise tra gli amanti infedeli: egli causò la morte di Didone e tuttavia  "famam pietatis habet " (Ars  III 39) ha la reputazione di pio. Ovidio opera un rovesciamento nei confronti di Virgilio e dell'etica di cui il poeta augusteo si faceva portatore. La pagherà cara.

 

Nel primo Stasimo delle Baccanti di Euripide il Coro invoca la Pietà perché scenda sulla terra a punire l'empia violenza di Penteo  :"  J Osiva povtna qew'n,- J Osiva d ' a{ kata; ga'n-crusevan ptevruga fevrei",-tavde Penqevw" ajivvvei" ;" (vv. 370-373), Pietà signora tra gli dèi/Pietà che attraverso la terra/porti l'ala d'oro,/odi queste bestemmie di Penteo?

 

Nemmeno Antigone si pente o vergogna di avere disobbedito, anzi qualifica come "santa" ispirata dalla pietà la trasgressione degli ordini del tiranno:"o{sia panourghvsa" ' (Sofocle, Antigone, v. 74), dopo che ho compiuto un'illegalità santa. In questo caso è pia non l'obbedienza ma la disobbedienza.

 

Secondo Lucrezio, pietas non è mostrarsi spesso con il capo velato

 Nec pietas ullast velatum saepe videri né nel rivolgersi a una pietra e visitare tutti i templi vertier ad lapidem  atque omnis accedere ad aras-(De rerum natura, V, 1198-99),    gettarsi prosternati a terra nec procumbere humi prostratum (1200) cospargere le are di molto sangue di animali, nec votis nectere vota (1202)  intrecciare le offerte votive sed mage pacata posse omnia mente tueri (De rerum natura, V, 1203) ma piuttosto poter osservare tutto con mente serena.

Temptat enim dubiam mentem rationis egestas” (1211) travaglia la mente dubbiosa la carenza di ragione

Bastano tuoni e fulmini a spaventare gli sprovveduti. Quelli pieni di sensi di colpa hanno sempre paura.

Perfino il comandante di una flotta induperator classis (1227) se viene colto da una tempesta nel mare si riempie di terrore.

 

Concludo con la pietas spietata ordinata nel libro Giosuè dell’Antico Testamento.

“I sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosué disse al popolo: “Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città. La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati (…) Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asinio” (La Sacra Bibbia della CEI editio princeps 1971, pp. 415-416).

Ho solo questo testo in italiano e la traduzione ovviamente non è mia, quindi non so se sia ineccepibile.

Se lo è, non posso non accostare questo sterminio ai tanti genocidi perpetrati durante i millenni nel mattatoio della storia nel nome di Dio e della razza. Sempre più efferati a mano a mano che vengono prodotti orrendi ordigni sempre più distruttivi.

 

Bene fanno le piazze e le scuole a protestare in maniera efficace cioè civilmente e pacificamente.

 

Bologna 6 dicembre 2025 giovanni ghiselli

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[1] O quam te memorem virgo ?  ( I, 327), o vergine, come debbo chiamarti? 


Ifigenia CXXI Il calcolo positivo del Bene che prevale sul Male. Le due cartoline.



Dieci minuti dopo l’anestesia, il gentile odontoiatra con il trapano vorticoso forò due denti della fanciulla che poi sputò del sangue e, se pure non sentì molto male per via dell’iniezione, fastidiosa comunque, rimase così sbigottita che non poté trattenere qualche lacrima di compassione per sé.

La osservavo pensando: “probabilmente ogni uomo, persino il più avventurato, almeno una volta nel corso pur rapido della sua vita mortale, subisce una lacerazione cruenta nel corpo, destinato per giunta alla putrefazione nonostanti le cure, e sanguina e sente dolore; la vita però ci promette, e spesso mantiene, tanti momenti di gioia: prima di tutto l’amore quando nasce e cresce simultaneamente in due anime affini, una felicità di poco superata da quella divina, poi l’apprendimento, l’educazione ottenuta e donata, lo sport agonistico con la grande salute, la forza e l’aggiunta della cosmesi vera del corpo muscoloso e imbellito dal sole.

Se fai il calcolo del meno e del più ricordando il male e il bene: le botte, le ferite, le umiliazioni, le ingiustizie, le cattiverie, le calunnie subite da una parte; e dall’altra l’amore contraccambiato con reciproca felicità, il bene che fai e ti fanno, la giustizia che rendi e ottieni, il bello che crei, ispiri e ricevi con mutua beatitudine, il vero che cerchi, trovi e riveli: ebbene la somma  è positiva, se la coscienza non si è macchiata di grossi delitti e non hai commesso errori irreversibili e irrimediabili. Insomma vivere vale la pena. Le perdite vengono compensate sempre, abbondantemente, finché duriamo. Dopo, chi lo sa. Né Lucrezio né Dante, né il  vostro modesto redattore di vicende umane lo sa.

 

Se perderò Ifigenia- mi dissi- vorrà dire che non ho altro da darle e che da lei ho già ricevuto quanto la sua bellezza poteva donarmi perché accrescessi la mia potenza e la mia volontà di fare del bene.

Insomma lì dal dentista rinnovellai le speranze.

 

 

Il 14 agosto non arrivò posta per me. Il 15 nemmeno. Il 16 invece, era un giovedì, terminate le ore dell’ultimo giorno della scuola estiva, ancora prima che fossi uscito dall’Università per correre a vedere se c’era l’espresso, appena ebbi messo la testa fuori dall’aula, mi si avvicinò Stefania, la patavina commediante di sempre, e disse: “Gianni Ghiselli, in collegio c’è posta per te”.

 

“L’espresso di Ifigenia  con la sentenza di vita o di morte su questo amore assai malsicuro” pensai.

 

Il cuore mi balzò nel petto, le gambe tremarono, mi rombarono le orecchie e forse anche io, come la poetessa di Lesbo, divenni più verde dell’erba.

Tuttavia, facendomi forza per dissimulare la frenesia, ringraziai seccamente la messaggera quasi sempe maligna e mi avviai verso il collegio, in fretta ma senza correre. Allora quella donna, usa alla farsa, dispiaciutissima poiché non le avevo dato l’occasione di fare una delle sue scene tragicomiche, gridò. “Ehi tu, ghiselli! Guarda che è solo una cartolina!”

“Grazie, anche troppo per  uno come me!”, risposi senza voltarmi, per non farle vedere la mia delusione e non darle la gioia di avermela inflitta come una pugnalata dentro la schiena.

“Maledetta istriona intrigante e ficcanaso!”  mormorai.

Quindi, con pena, pensai. “ magari sarà una cartolina di Fulvio”.

Allora non potevo sapere che di lì a pochi mesi la presenza di Fulvio mi sarebbe diventata più cara e gradita di quella dell’amante nemica e che l’anno seguente a Debrecen dove saremmo andati tutti e tre insieme, avrei preferito frequentare l’amico, e  altre persone da meno di lui, piuttosto che quella druda ostile.

Nella cassetta posta presso la porta d’ingresso  dunque trovai non una ma due cartoline di Ifigenia che ancora una volta risuscitarono e rimisero in piedi la moribonda speranza.

Erano scritte in rosso, senza data. Nel timbro postale però si poteva leggere “Siracusa 7 agosto”.

Una diceva: “sono appena arrivata qui. Un bel posto. Mi manchi moltissimo, più di quanto immaginassi. Mi fido di te e di me. “Zazzì”. Tua Ifi. Quando ci vediamo?

E l’altra: “La Sicilia è magnifica. Il paesaggio stupendo: se tu fossi qui sarebbe meraviglioso. Ti amo tanto, sai? A presto. Ifigenia”.

Zazzì faceva parte del nostro linguaggio cifrato, del resto facilmente decifrabile da parte tua affezionato lettore che mi conosci, mi leggi, mi ascolti quando parlo in pubblico e con la tua attenzione mi spingi a scrivere e a parlare ancora.

Più o meno degnamente .

“E degnamente io scrivo, e  degnamente tu leggi” (cfr. Sofocle, Edipo re, v. 1339).

Pensai che poteva essere andata a Siracusa con un amante che poi l’aveva lasciata lì e per questo era ricorsa a me senza raccontarmi alcun fatto né un gesto, né  altro.

 

Bologna 20  aprile 2026 ore 11, 18  giovanni ghiselli

 

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Il povero, magnifico maestro. Ancora sul liceo Minghetti occupato.


Il liceo classico oggi, come ai tempi miei rappresenta la punta di diamante dell’intelligenza critica tra i giovani, grazie agli autori che vi si leggono.

La Meloni infatti ha detto, con occhio mentale offuscato, che il vero liceo è l’istituto agrario. Una scuola rispettabile per carità, ma dove non si studiano il greco, il latino, la letteratura, la filosofia, la storia, non si impara a pensare, a parlare, a scrivere bene e criticamente.

Machiavelli propone spesso gli esempi antichi e  scrive che si può “satisfare al populo perché quello del populo è più onesto fine che quello de’ grandi , volendo questi opprimere e quello non essere oppresso” (Il principe, IX).

 Ora qui in Italia i grandi sono spesso dei piccoli prepotenti ignoranti montati dalla stampa e dalla televisione padronale, e il popolo dei cittadini non asserviti o complici bensì desiderosi d capaci di pensare, parlare e scrivere criticamente si sta ribellando a questa oppressione di governanti che lo hanno impoverito e gli hanno mentito per anni. La recente “mala elezione”, cattiva  per il governo ha segnato la svolta. Anche gli ultimi due pontefici hanno contribuito a questa rivolta.

Sono nella scuola dal primo ottobre del 1950 e oggi, superati gli ottanta anni, tengo conferenze a Bologna e altrove. La scuola e l’educazione ricevuta e data sono state le principali occupazioni della mia vita e gli scopi più alti.

A Pesaro, a Bologna e in tante altre città italiane. Oggi scrivo in un blog che viene letto in tutto il mondo. Il titolo che mi spetta è il più bello: quello di maestro che svolge un ruolo magnifico di fatto.

Al Minghetti ho insegnato per 5 anni e questa scuola mi sta a cuore. Mi ricorda la mia gioventù trepida e speranzosa.

 

Bologna 19 aprile 2026 ore 9, 52 giovanni ghiselli

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domenica 19 aprile 2026

Ifigenia CXX All’ospedale di Debrecen con Isabella. Il delicato corteggiamento del vecchio dentista.

 

Nei giorni seguenti, prossimi al ferragosto, vissi qualche minuto di buona speranza: una serie di momenti nei quali immaginavo di ritrovare la bella Ifigenia come la sera di novembre quando venne a casa mia innevata e innamorata salendo le scale come una baccante nella ojreibasiva invernale in onore di Dioniso; oppure la vedevo camminare in primavera sui prati odorosi dove il vento le gonfiava la gonna scoprendo le ginocchia rotonde e parte delle cosce tornite, profumate di vita, o la ammiravo di nuovo sull’aia deserta illuminata tutta dal sole ardente di giugno, nuda e incoronata di spighe come l’estate.

Tali ricordi pieni di gioia si alternavano con cupe visioni dove Ifigenia appariva non priva di segni brutti: la vedevo quale immonda strige dalla fauce avida, dal morso irto di denti, dalle fessure degli occhi viperèi che mi fissavano cercando di gettarmi addosso un fascino paralizzante.

Di questi ultimi giorni della Debrecen 1979 ricordo anche una scena simpatica siccome naturale e vivace.

Era lunedì 13 quando accompagnai l’amica Isabella dentro il grande complesso ospedaliero dove nel luglio del ’71 avevo portato Elena che voleva sapere se fosse incinta o malata di cancro.

Sentiva dolori nel ventre, il ventre suo benedetto, ricco di vita.

Volevo aiutarla certo, ma non senza l’intento di rendermela riconoscente e predisposta a contraccambiare il favore che mi aveva chiesto, di accompagnarla  evitandole l’autombulanza, con un altro diverso e più grande piacere del quale avevo bisogno io da lei.

   

Senza essere una ragazza splendidissima, Isabella tuttavia era gradevole in quanto dotata di stile, quindi aveva interessi elevati e a me congeniali come, per esempio, il teatro. La accompagnai dunque nella clinica odontoiatrica senza l’intento palese o recondito di fare l’amore con lei. Tale mancanza di secondi fini mentre aiutavo una ragazza che non mi spiaceva, era segno di un progresso non piccolo rispetto alle svariate volte in cui avevo dato una mano a una donna con lo scopo finale, latente tuttavia non secondario, che era diverso dall’aiutarla gratis.

Elena non ebbe bisogno di venire aiutata da me, sicché fu lei a darni un aiuto gratuito. Quella donna meravigliosa mi ha rieducato.

Quel giorno pensavo a Elena più che a qualsiasi altra persona: passando di fronte all’edificio con il frontone dove si leggeva “clinica delle donne malate e pregnanti” rivolsi un pensiero di riconoscenza alla finlandese bella e fine che con i suoi doni mi aveva infuso la forza per  trionfare sulle frustrazione che alcune persone brutte, disordinate e cattive mi avevano inflitto. Se Ifigenia non riusciva ad abbindolarmi lo dovevo alla donna non meno bella di lei e molto più fine, l’Augusta Elena che mi aveva fatto uscire dalla spelonca degli ottenebrati.

 

Il dentista era un vecchierello canuto, onesto e simpatico. Fu gentile con noi e bravo: lavorò bene, non volle denaro e parlando nella sua lingua con chierezza tranquilla, mi diede la possibilità, assai gradita, di tradurre tutto quanto diceva a Isabella che appariva pallida di amabile terrore.

La ragazza che parlava italiano, con forte inflessione napoletana per giunta, si faceva capire siccome l’anziano odontoiatra conosceva il latino e anche per quella magica capacità che hanno le fanciulle carine di comunicare ai maschi più o meno attempati i loro desideri usando, ancora prima di qualsiasi altro strumento , la meravigliosa vitalità della giovinezza e gli eterni, potenti richiami del sesso.

Il vecchio fece un’iniezione anestetica alla ragazza che, sebbene paziente, quel giorno era più bellina del solito, poi le disse che doveva aspettare almeno dieci minuti.

“Se vuole, rimanga qui signorina, ma, se preferisce, faccia pure due passi con il suo fidanzato”.

Mimò la mossa dell’ambulare muovendo lentamente l’ antico fianco.

Isabella rispose che non ero il suo fidanzato ma un caro amico.

Lo sussurrò con un tono dolce, sebbene un po’ impastato dall’iniezione.

Era spaventata dall’operazione cruenta che la attendeva ma anche un poco allusiva e stuzzicante nei confronti del simpatico anziano che, infatti, le disse: “Va bene kedves kisasszony, signorina cara, resti pure seduta qui, ma badi: siccome il giovanotto è solo un amico, io la corteggio: udvarolok”.

Quel dottore non mirava al fiorino o al dollaro: non aveva altro scopo che curare la giovane senza farle paura; il suo stile era bello, il tono cordiale; Isabella era impaurita e gradevole: non si lamentava né faceva pesare la propria paura, anzi la rendeva attraente con  femminilità squisita; io volevo aiutarla senza aspettarmi alcuna ricompensa: tutta la situazione era limpida e mi faceva obliare la partita truccata che da qualche tempo Ifigenia voleva giocare con me per usarmi il più possibile prima di andarsene via perfida mente. Mancavano ancora quasi due anni però. Vedrò di non annoiarti, lettore, racconterò soltanto gli episodi che mi sembreranno interessanti per tutti.

 

Bologna 19 aprile 2026 ore 18, 59 giovanni ghiselli

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