martedì 28 aprile 2026

Ifigenia 148 e 149. Il rischio è bello. Imprese ciclistiche.


Ifigenia CXLVIII Il rischio è bello.

 

In settembre il nostro rapporto riacquistò qualche scintilla. Ifigenia si lasciò istruire sulla tecnica pedalatoria e comprese i benefici grandi conseguenti all’impegno ciclistico. Procedemmo gradualmente. I primi giretti dovevano essere più divertenti che faticosi per non creare sazietà nauseante e repulsione nella giovane donna.

 Un pomeriggio uscimmo da porta San Donato e ci recammo a Mezzolara, una frazione di Budrio, a 24 chilometri da Bologna.

Un percorso non brevissimo per una principiante del ciclo. Ifigenia era stanca e ci sedemmo a un tavolino davanti a un bar. Sulla campagna arata calava veloce la sera coprendo con un lenzuolo di bruma la terra esaurita dai tanti parti.

Ifigenia invece, sebbene affaticata, era luminosa: l’impegno messo nel pedalare l’aveva depurata dai miasmi velenosi.

Non parlammo subito, poiché non era il momento: eravamo contenti mentre ognuno pensava a quanto gli stava nel cuore.

Le campane di una chiesa vicina suonarono a morto.

I rintocchi lenti e gravi mi fecero tornare in mente un giorno lontano a Moena quando intorno ai dieci anni ero tenuto a bada dalle zie.

Le due sorelle della madre mia che non dava notizie, al suono funereo colsero l’occasione per mettermi in guardia.

Una disse. “ecco, è morto un bischero che avrà commesso qualche imprudenza”

La guardai con aria interrogativa.

“Si sarà ammalato di “core” correndo come un matto, sarà stato morso da una vipera mentre gironzolava nell’erba, sarà caduto nell’Avisio mentre cercava di afferrare una trota. Anche tu giannetto non sei mai stato prudente. Dunque stai molto attento. Hai capito bambino?”.

 Avevo sentito, ma già allora intuivo che non ero come loro, che Cloto stava filando  per me  una vita diversa da quella che volevano impormi. Invece di avere paura dei rischi, ne ero attirato.

Già per mio conto pensavo: “Il rischio è bello”.

Molti anni più tardi ne avrei trovata conferma in Pindaro e in Platone[1].

 

  Dovevo dimostrare a me stesso che non ero debole come volevano farmi credere. Ma non replicai. Ero deciso però a non lasciarmi inculcare la paura di vivere.

 

 

 

 Ifigenia CXLIX. L’impresa ciclistica compiuta e quella progettata.

 

Davanti alle nostre gambe nude che principiavano a rabbrividire sostava un cane bavoso, pieno di zecche. Un poco più in là due galline sonnolente ripetevano il loro verso  monotono e ottuso. La ragazza cominciava a perdere il beneficio umorale tratto dalla buona pedalata e dava i primi segni tipici della sua inquietudine: sollevava e subito dopo abbassava il tallone muovendo la punta del piede convulso.

Ero preoccupato e cercai di calmarla: le raccontai una favola esopica pulita, quasi da oratorio, contaminata con la fabula milesia più licenziosa che conoscevo. Se avessi potuto leggere e imparare il libro infame di Elefantide avrei utilizzato anche quello. Così tornarono il suo e il mio buonumore.

Durante quel mese la educai a imprese pedalatorie sempre più egregie: dopo diversi allenamenti, un giorno di sole languido ma non malsicuro, la indussi a seguirmi per la via che il console Emilio fece costruire fino Piacenza ut Flaminiae  committeret, per unirla alla Flaminia, come scrive “Livio che non erra”.

 Il latino che le citavo doveva accrescere nobiltà alla pedalata  che durò dall’alba al tramonto quando arrivammo a Pesaro. Come giungemmo a vedere il mare gridai Qalavtta! Una ovvietà da ginnasiale siccome volevo esibire il mio residuo di fanciullaggine a Ifigenia. Giungemmo a casa poco primo che ci avvolgesse il  sudario dell’estate, il buio che l’umido e invido equinozio fa calare prima delle otto, ora legale.

La ragazza era sfinita eppure contenta e radiosa. Disse:  “ce l’ho messa tutta Gianni, per essere degna di te”.

Le risposi che l’amavo, e, se avesse scalato con me la durissima salita del Monte delle formiche, là ci saremmo dati la mano per sempre.

“Lassù c’è un santuario con l’immagine di Maria la mamma di Gesù- spiegai.

-Sotto l’icona si legge questo distico

Certatim volitant formicae ad virginis aram

at simulac volitant victima quaeque cadit.

Le vittime che sacrificheremo noi saranno l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza”.

Ifigenia disse: “Tu sei un genio e io ti amerò per sempre”.

Quel giorno fu brava senza intermissione. A Savignano sul Rubicone qui finis est Galliae1  avevamo fatto una sosta durante la quale Ifigenia giurò che durante l’estate non aveva mai fornicato con chicchessia. Non mi convinse, tuttavia quel giorno fu talmente brava che volli mostrarmi persuaso della sua vacanza rimasta immacolata pur nell’ infernale  bufera lussuriosa del lido romagnolo.  

 

Nota

 

1 Che la Gallia finisca a Savignano come afferma Cicerone (Filippica VI, 3, 5) non è lontano dal vero: si dice che noi di Pesaro parliamo romagnolo; io invece sostengo che da Cattolica fino a Rimini  sono loro mezzi marchigiani siccome allungano le vocali come facciamo noi pesaresi

 

 

 

Bologna 28 aprile   2026 ore 19, 12 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Non posso esimermi dal ricordare quanto afferma del rischio il personaggio Socrate del dialogo Fedone di Platone: “il rischio difatti è bello “ kalo;ς ga;r oJ kivndunoς” ( 114d).

 


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