Sommario generale
Ulisse in alcuni autori classici (Pindaro, Sofocle, Euripide, Virgilio, Stazio, Cicerone, Apuleio, Seneca) e in altri moderni: Tennyson, Boitani, Cesare Pavese, Costantinos Kavafis, Guido Gozzano, Dante, Pascoli, T. Mann, Bertold Brecht, Kafka e il silenzio delle Sirene, Italo Calvino, l’Ulisse di James Joyce.
Ulisse di Dante, Ulixes dei latini e Ὀδύσσευς.
Omero, Dante, Sofocle, Platone, Virgilio, Ovidio, Seneca, Stazio, Apuleio. Agostino.
Ancora Dante e l’apostolo Paolo.
Prima parte: Pindaro, Sofocle, Euripide, Joyce.
Pindaro nell’ Istmica IV denuncia l’oscurità del destino (v. 31), che fece cadere Aiace, puvrgo~[1] la torre, con gli artifici di chi valeva meno di lui (Odisseo) ma Omero gli ha reso onore tra gli uomini (all j { Omhrov~ toi tetivmaken di j ajnqrwvpwn (v. 37).
Nella Nemea VIII il poeta tebano ricorda il torto subito da Aiace a[glwsso~ (v. 24), privo di eloquenza: sicché l’invidia poté mordere il suo valore e prevalse l’odioso discorso ingannevole di Odisseo.
Tuttavia alla fine Aiace ebbe giustizia: “a’ generosi/giusta di glorie dispensiera è morte;/né senno astuto, né favor di regi/all’Itaco le spoglie ardue serbava,/ché alla poppa raminga le ritolse/l’onda incitata dagl’inferni Dei”[2]
Nel Filottete di Sofocle, Neottolemo lamenta di essere stato espropriato dei suoi beni, ossia delle armi del padre suo, Achille, dal peggiore di tutti, nato da malvagi[3], Odisseo .
Nella parodo dell’Ecuba di Euripide il coro delle prigioniere troiane presenta Odisseo come «lo scaltro (oJ poikilovfrwn, 131) farabutto dal dolce eloquio, adulatore del popolo» (kovpi~ hJdulovgo~ dhmocaristhv~, 132) che convince l'esercito a mettere a morte Polissena.
In questa tragedia il figlio di Laerte è un freddo politico per cui vale solo la ragion di Stato che calpesta tante vite innocenti.
Nel primo episodio la vecchia regina esautorata, la madre dolente, scaglia un’invettiva contro la genìa dannata dei demagoghi:
«Razza di ingrati è la vostra, di quanti cercate il favore popolare: non voglio che vi facciate conoscere da me: non vi curate di danneggiare gli amici, pur di dire qualche cosa per piacere alla folla. Ma quale trovata pensano di avere fatto con il votare la morte di questa ragazza? Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?» (Ecuba, vv. 254-261).
Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane di Euripide, Ecuba si lamenta tra l’altro di essere stata assegnata come schiava a Odisseo, poiché le è toccato in sorte di servire l’Itacese, un uomo abominevole, fraudolento nemico di giustizia: μυσαρῷ δολίῳ λέλογχα φωτὶ δουλεύειν, / πολεμίῳ δίκας (vv. 283-284), una bestia feroce contraria alla legge (παρανόμῳ δάκει).
Più avanti Cassandra pre-vede le peripezie di Odisseo: Cariddi, il Ciclope wjmobrwv~ t j ojreibavth~ (Troiane, 436) che mangia la carne cruda e vaga per le montagne. Sono abitudini che Euripide attribuirà anche alle baccanti nella sua ultima tragedia.
Quindi la principessa troiana menziona Circe, hJ suw`n morfwvtria ( che dà la forma-morfovw- do forma morfhv-di porci v. 437), i naufràgi, gli amori del loto, la droga che fa perdere l’identità, le vacche sacre del sole dalla carne parlante, amara voce per Odisseo pikra;n gh`run 440-441 .
Infine l’evocazione dei morti e la lotta finale con i proci.
Sono i polla; a[lgea annunciati nel primo canto dell’Odissea (v. 4).
Nell’Ulisse di Joyce si trovano episodi dai titoli ricavati da questi episodi che Euripide ha tratto a sua volta dell’Odissea: “Scilla e Cariddi. La biblioteca (nono); Il ciclope. La taverna (dodicesimo); Circe. Il bordello (quindicesimo); Ade. Il funerale (sesto).
Ma torniamo alla cara tragedia di Euripide.
Quando rientra Taltibio, porta oujc eJkwvn (Troiane, 710), non volentieri, una notizia orrenda. E’ prevalso il parere di Odisseo di ammazzare Astianatte. L’araldo consiglia la madre di non ribellarsi se vuole che il bambino venga almeno seppellito.
Andromaca nota che il mondo va a rovescio: è proprio la nobiltà del padre che lo ucciderà : hJ tou` patro;~ dev s j eujgevnei j (a) ajpoktenei` (v. 742), quella nobiltà che per altri è stata la salvezza.
E’ l’acta retro cuncta dell’Oedipus (367) di Seneca.
Ecuba accusa anche Elena qeostughv~ (1213), odiosa agli dèi.
Lo scudo di Ettore, dice poi la vecchia regina di Troia, dovrebbe essere onorato più delle armi di Odisseo sofou` kakou` (astuto malvagio, smontatura del sofov~ Troiane, 1224-1225).
In questa tragedia Euripide denuncia l’imperialismo e la barbarie degli Ateniesi che poco tempo prima della rappresentazione del dramma (primavera del 415) avevano perpetrato il vergognoso genocidio dell’isola di Melo.
Cruciali sono i versi con i quali Andromaca, la madre dolorosa, accusa i Greci di essere loro i veri barbari: “w\ bavrbar j ejxeurovnte~ [Ellhne~ kakav-tiv tonde pai`da kteivnet j oujde;n ai[tion; (Troiane, vv.764-765), o Greci inventori della barbarie, perché uccidete questo bambino che non è colpevole di niente? Ammazzare i bambini è la viltà e la barbarie più grande che ci sia. Non dobbiamo dimenticarlo mai.
Bologna 29 aprile 2023
giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Cfr. Odissea, XI, 556.
[2] Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 221-225.
[3] pro;~ tou' kakivstou kajk kakw'n jOdusseuv~” (384)
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