martedì 28 aprile 2026

Lo Ione di Euripide. Seconda parte. Paternità, maternità e parresìa.


Altre parole di Ione: Se gli dèi violentano le donne e noi uomini li imitiamo, non è giusto considerare malvagi gli dèi che ci hanno ammaestrati allo stupro? Dal momento che sei potente devi seguire il modello delle virtù “ejpei; kratei`~ -ajreta;~ divwke (439-440)

 

Sarebbe blasfemia attribuire questo ammaestramento anche allo Spirito Santo?  La mamma di Cristo come Creusa, quella di Ione, è stata  una ragazza madre, cosa che le fa onore qualunque cosa ne abbia scritto Celso.

 

La partenogenesi e le dee vergini: Atena e Artemide.

 

Il Coro  canta invocando Atena nata senza che Ilizia venisse invocata nei dolori del parto: la fece nascere Prometeo dalla testa di Zeus.

L’apollineo  focolare posto al centro della terra-ga'"-mesovmfalo" eJstiva-461-462 compie oracoli presso il tripode intorno al quale si danza. Viene invocata anche l’altra dea vergine: Artemide.

Le donne del coro chiedono figli per la stirpe di Eretteo. I figli sono la salvezza della stirpe e della patria: “to;n a[paida d j ajpostugw' bion”- detesto una vita senza figli . Vorrei avere una vita con possessi modesti ma ricca di figli, cantano le ancelle di Creusa (488-491).

I  figli miei sono le parole che scrivo ogni giorno e quanti mi leggono e mi ascoltano.

Espressioni contro il desiderio di mettere al mondo dei figli.

 

Cfr. Medea di Euripide

E affermo che tra i mortali quelli che sono 1090

 del tutto inesperti di figli

e non ne hanno generati, superano nella fortuna

coloro che li generarono. 

Quelli  che sono senza prole- oiJ a[teknoi-, poiché non sanno

se i figli  risultino un piacere o una pena

per i mortali dal momento che non ne  hanno avuti,

si tengono lontani da molte sofferenze-pollw'n movcqwn ajpecontai-

Coloro invece che hanno in casa

il dolce germoglio, li vedo tutto il tempo

tormentati dalla preoccupazione 1100,

innanzitutto come allevarli bene

e da dove lasciare il sostentamento ai figli;

e inoltre, dopo tutto, non è chiaro se si affatichino

per dei figli privi di valore

o se per dei figli bravi (1005). Questo è il Coro di donne Corinzie.

 

Per quanto riguarda il suggerimento di non mettere al mondo dei figli, nell’Alcesti di Euripide Admeto sofferente per la perdita della sposa dice: “zhlw' d j ajgavmou" ajtevknou" te brotw'n” (v. 882) invidio tra i mortali chi è rimasto senza nozze né figli

 

Le donne del coro delle Supplici di Euripide, le madri dei Sette giovani caduti a Tebe,  rimpiangono la condizione di essere senza nozze e senza figli: “tiv gavr m j e[dei paivdwn; 789, che bisogno avevo di figli?

 Mi sbagliavo pensando che sarebbe stato pavqo" perissovn eij gavmwn ajpezuvghn (Supplici, 791) una sofferenza eccessiva se fossi rimasta priva del vincolo matrimomiale, ma ora che ho perso i figli carissimi tevknwn filtavtwn sterei'sa (792), vedo chiaramente dove è il male

 

 

Ottaviano Augusto quando sentiva menzionare il nipote Agrippa e le due Giulie, figlia e nipote, adattava alla sua situazione il verso dell’Iliade con il quale Ettore assale il fratello che si è comportato vilmente fuggendo alla vista di Menelao.

L’eroe troiano dunque chiama Duvspari il fratello minore, gli dà del donnaiolo e aggiunge ai[q j o[fele" a[gonov" t j e[menai a[gamov" tj ajpolevsqai (III, 40), magari tu non fossi nato e morto senza nozze!

E Augusto: “ai[q j o[felon a[gamov"  t j e[mmenai a[gonov"   tj ajpolevsqai, magari fossi rimasto senza nozze e morto senza figli! (Svetonio, Augusti Vita, 65).

 

Fu davanti alla grotta di Pan, ricorda il Coro delle ancelle , che Creusa subì la violenza di amare nozze-pikrw'n gavmwn u{brin (Ione, 506) ed espose il neonato banchetto per le belve, cibo sanguinoso- qoivnan qhrsiv te foinivan-dai'ta (505-506)

 

Entra in scena Xuto che saluta Ione con w\ tevknon , cai'r j (517). Ha avuto il responso sperato e aggiunge-hJ ga;r ajrch; tou' lovgou prevpousa moi, il principio della risposta si adatta a me.

L’oracolo gli aveva detto e fatto credere che Ione è suo figlio.

Il ragazzo gli fa notare che delira. Xuto cerca di abbracciarlo ma Ione ne allontana le mani che potrebbero strappargli le bende sacerdotali.

Il giovane  minaccia Xuto: si allontani prima di ricevere frecce dentro i polmoni pri;n ei[sw tovxa pleumovnwn labei'n (524)

Xuto insiste ma Ione ribadisce che non è sua abitudine fare rinsavire pellegrini rozzi e impazziti- ouj filw' frenou'n ajmouvsou" kai; memhnovta" xevnou"- (526)

Ma Xuto insiste nell’affermare di essere  padre del custode del tempio. Glielo ha fatto sapere il Lossia. Ione risponde : hai udito un enigma e sei stato tratto in inganno-ejsfavlh" ai[nigm j ajkouvsa" (533)

Apollo gli ha detto che il primo incontrato uscendo dal tempio sarebbe stato suo figlio. I due sono pieni di meraviglia.

Ione chiede all’ aspirante  padre suo se abbia avuto relazioni clandestine- Xuto risponde mwriva ge tou' nevou- 545, follia di gioventù.

Ma non dopo avere sposato Creusa, la la figlia del re Eretteo.

Xuto racconta che, una volta, posseduto dai piaceri bacchici seminò una baccante dopo essere stato introdotto nel tiaso. Fu il destino a trovare la strada

  oJ povtmo~ ejxhu`ren 554. Fata viam inveniet nel latino di Virgilio.

Ione si convince e chiama Xuto “padre”, rendendolo felice. Il ragazzo però vorrebbe trovare e conoscere anche la madre. Xuto vuole condurlo ad Atene. Ma Ione ha dei dubbi: ad Atene dove i cittadini sono autoctoni lui verrà considerato figlio bastardo-noqagenhv" 592 in quanto figlio padre straniero. Xuto non era autoctono ateniese ma veniva dalla Tessaglia. Aiutò Eretteo e ne sposò la figlia la principessa Creusa, quindi ebbe la successione e divenne re di Atene.

 

Con un padre non ateniese, sarò debole ajsqenhv" e non conterò niente, continua Ione.

 

Nel 451-450 venne promulgata una legge per la quale “non doveva avere parte della città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini” Ma questa legge venne disattesa in favore di Pericle il giovane, figlio di Pericle e di Aspasia. Questo figlio di Pericle venne condannato a morte nell’autunno del 406 con gli altri strateghi delle Arginuse

 

 

“Se cercherò di primeggiare sarò odiato da chi non ha potere: le nature più forti sono moleste”. lupra; ga;r ta; kreivssona (597), continua Ione. Passerei per matto e farei ridere se non me ne stessi tranquilllo in una città incline al biasimo di cui è piena-ejn povlei yovgou pleva (601).

Città pettegola dunque. Come Pesaro e Bologna, annoto.

Ione teme ostilità in politica e anche in casa da Creusa,  presunta matrigna priva di figli, quindi Xuto dovrebbe fare una scelta tra la moglie e il figlio. Le donne hanno trovato il modo di ammazzare gli uomini con veleno e sgozzamenti 

Mi fa pena  la tua sposa che invecchia senza figli-th;n sh;n a[locon oijktivrw a[paida ghravskousan- (618-619) Non è giusto che sia malata di sterilità-ouj ga;r ajxiva ajpaidiva/ nosei'n una donna che discende da padri nobili (618-620)

Poi la tirata contro il potere.

 

Ione  sostiene la superiorità della vita ritirata su quella impegnata o tesa al potere che viene smontato del tutto :"del potere lodato a torto/l'aspetto è dolce to; me;n provswpon hJduv-, ma dentro il palazzo/c'è il dolore  (tajn dovmoisi de;- luphrav): chi infatti è beato-tiv" ga;r makavrio"-, chi fortunato tiv" eujtuchv"--/se, temendo e guardando di traverso (dedoikw;" kai; parablevpwn), trascina/il corso della vita? Preferirei vivere/da popolano felice piuttosto che essendo tiranno ("dhmovth" a]n eujtuch;"-zh'n a]n qevloimi ma'llon h] tuvranno" w[n"),/il quale si compiace di avere amici malvagi,/mentre odia i generosi per paura di attentati- ejsqlou;" de; misei' katqanei'n fobouvmeno" " (Ione, vv. 621-628).

 

Il regnum  secondo Seneca è un fallax bonum del quale non c'è da gioire: copre grande quantità di mali sotto un aspetto seducente:" Quisquamne regno gaudet? O fallax bonum/quantum malorum fronte quam blanda tegis"(Oedipus,vv.7-8), qualcuno gode del regno? O bene ingannevole, quanti mali copri sotto una facciata così lusinghiera!. Sono parole di Edipo che dà inizio al dramma descrivendo l'infuriare della pestilenza.

 

Potresti dire, prosegue Ione, che l’oro supera queste difficoltà e che è piacevole essere ricchi-ploutei`n te terpnovn-ma io non amo avere ricchezza sentendo dire parole rumorose né avere pene: ci sia per me una giusta misura che non mi dia tormento-ei[ g j ejmoi; me;n mevtria mh; lupoumevnw/ (632).

 

I vantaggi dello stare a Delfi non sono pochi: “th;n filtavthn me;n prw'ton ajnqrwvpw/ scolhvn” (634) il tempo libero, poi o[clon te mevtrion-turba misurata e nessun farabutto- ponhro;" oujdeiv" (636) che volesse scacciarmi dalla mia strada, poiché non è sopportabile cedere la via ai malvagi. Si pregano gli dèi, si parla con la gente, al servizio di persone contente, non di piagnoni. C’è un continuo ricambio di pellegrini, sicché tra i nuovi c’è sempre qualcuno gradevole.

La legge e la natura mi hanno reso giusto nei confronti del dio.

Dunque lasciami vivere qui: infatti uguale è la gioia di gioire per cose grandi e avere piacevolmente le piccole (646-647).

 

Il coro approva.

 

Ma Xuto insiste: pau'sai lovgwn tw'nd j , eujtucei'n d j ejpivstaso (650), smetti con questi discorsi e impara ad avere successo

Dice che lo porterà ad Atene, prima come ospite per non affliggere la moglie infeconda, poi la convincerà a considerarlo principe ereditario. Ti chiamo Ione  [ Iwna d’ ojnomavzw , un nome  che si addice alla sorte- ijwvn - poiché mentre uscivo dal sacrario del dio per primo mi sei venuto incontro, hai congiunto l’orma 662.

 

 Xuto dunque intende portare Ione ad Atene.

 

 

Il bene irrinunciabile della Parresìa.

Ione ribatte: vengo, però mi manca una cosa del mio destino-e}n de; th'" tuvch" a[pesti moi 668, se non troverò quella che mi ha partorito-h{ti" m’j e[teken 669-

 Il ragazzo aggiunge che una vita senza madre è invivibile. Spera inoltre che sua madre sia stata una ateniese perché a lui spetti la parrhsiva (672) , siccome lo straniero che piomba in quella città pura- kaqara;n ej" povlin- quanto al gevno" (673) , anche se a parole diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai[1] koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675).

 

 

 

Nell’Ippolito di Euripide  (428) Fedra parlando con la Nutrice dice che non vuole disonorare il marito e i figli cui augura di vivere ejleuvqeroi-parrhsiva/ qavllonte"  (421-422) liberi in libertà di parola fiorenti nell’inclita Atene e ben reputati grazie alla loro madre.

 

Analogo concetto si trova nelle Fenicie[2] quando  Polinice risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto, che non ha libertà di parola.

Infatti, conferma Giocasta, è cosa da schiavo non dire quello che si pensa.

 

"La parresìa è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. L'esule soffre della perdita della parresìa come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresìa svolgerà un ruolo decisivo nell'Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento"[3].

 

Su questa parola chiave gioca Victor Hugo quando riporta queste parole “ingenuamente sublimi” scritte da padre Du Breul nel sedicesimo secolo: “Sono parigino di nascita e parrisiano di lingua, giacché parrhysia in greco significa libertà di parola della quale feci uso anche verso i monsignori cardinali”[4].

 

Bologna 28 aprile 2026 ore 11, 54 giovani ghiselli

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[1] Forma poetica equivalente a kevkthtai.

[2]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.

[3] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 21 n. 2.

[4] Notre-Dame de Paris, p. 38.


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