mercoledì 15 aprile 2026

Pirandello Il fu Mattia Pascal. Seconda parte


 

VII capitolo cambio treno (p.87).

Pensa di tornare a casa per riscattare la Stia e fare il mugnaio in campagna. Si sta meglio vicino alla terra e sotto- forse, anche meglio.

Ironia quasi sempre e su tutto, anche sulla morte.-eijrwneiva, ei[rwn dissimulatore.

Mentre torna a casa pensa con orrore alla suocera e pure alla moglie: “forse a qualche albero cadranno le foglie, vedendola; gli uccelletti ammutoliranno; speriamo che non secchi la sorgiva.” Ci sarà di nuovo qualcuno che ruberà e io rimarrò bibliotecario. Pensa ai suoi debiti. Arrivato in Italia legge un giornale e trova la notizia della sua morte.

 

Suicidio (92)

“Ieri, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora d’un mulino un cadavere in stato di avanzata putrefazione. Il molino è sito in un podere detto della Stia, a circa due chilometri dalla nostra città. Il cadavere è stato riconosciuto per quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal scomparso da parecchi giorni. Causa del suicidio dissesti finanziari”.

Ebbe una reazione di rivolta. Gli sembrò una sopraffazione schiacciante. Lo disturbava il treno con quel suo andare monotono, da automa duro, sordo e grave (93). Pensava che l’avrà pescato e riconosciuto subito la vedova Pescatore. Si sarà messa a piangere e sarà caduta in ginocchio davanti a quel morto che non ha potuto tirarle un calcio e dirle: “ma levati di qua, non ti conosco!”

Era dato morto e si sentiva libero da debiti, moglie e suocera.

Si sentiva del resto sperduto, superstite di se stesso, in attesa di vivere oltre la morte. Doveva intanto darsi un nome. Compra Il Foglietto di Miragno e trova la cronaca con l’elogio funebre: la sua natural modestia, e il compatimento per la sua decadenza. L’autore era il direttore del giornaluccio: Lodoletta.

 

VIII Adriano Meis p. 103

Si sentiva libero dal fardello del suo passato

Gli sembra che gli siano spuntate le ali. Sentiva di essere leggero e voleva acquistare un nuovo sentimento della vita: poteva essere l’artefice del suo nuovo destino. Aveva un occhio in estasi da un lato.

Ascolta due giovani che parlano in treno.

Uno diceva che Cirillo d’Alessandria era giunto ad affermare che Cristo era il più brutto degli uomini (106). E’ il vescovo e dottore della Chiesa che viene collegato all’uccisione di Ipazia, V secolo.

 Mattia sente prima il nome Adriano poi De Meis e decide di chiamarsi Adriano Meis

Va in un cesso di stazione a intombare l’anellino di fede. Era un uomo  inventato. Viaggia sentendosi felice. Era solo e non doveva rendere conto a nessuno.

Svevo, nel racconto Corto viaggio sentimentale , rappresenta un uomo anziano, il signor Aghios, che pensa alla libertà negata dal matrimonio:"Venticinque anni prima il signor Aghios s'era scelta la consorte. Quale gioia quando, vincendo ogni difficoltà, egli era arrivato a dirla sua, trovando naturale che, in compenso, egli appartenesse a lei. Egli era stato felicissimo. Oh! tanto! Nella grande libertà del viaggio egli tuttavia pensò che se venticinque anni prima, invece che sentire il bisogno di sposarsi, egli avesse sentito l'istinto del malfattore e l'avesse soddisfatto con un omicidio, certo a quest'ora, a forza di amnistie, egli sarebbe stato del tutto libero, magari di viaggiare"[1]. 

 Ricordo pure C. Pavese il quale nega ogni possibilità di benessere nello stare con la donna:"E' carino e consolante il pensiero che neanche l'ammogliato ha risolto la sua vita sessuale. Lui credeva di godersela ormai virtuoso e in pace, e succede che dopo un po' viene il disgusto della donna, viene un sòffoco come di prostituzione soltanto a vederla. Ci si accorge allora che con la donna si sta male in ogni modo"[2]. E ancora:"Ogni sera, finito l'ufficio, finita l'osteria, andate le compagnie-torna la feroce gioia, il refrigerio di esser solo. E' l'unico vero bene quotidiano"[3].

 

 Dopo un vario viaggiare in Germania comincia a sentire il bisogno di un po’ di compagnia. Si ferma per un po’ a Milano

 

 L’inverno a Milano gli ispirava riflessioni malinconiche. Si sente forestiere della vita. In trattoria conosce il cavaliere Tito Lenzi che aveva le gambe molto corte e camminava con passettini da pernice. Parlando menzionava malevolmente Cicerone:"io odio la retorica, vecchia bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali…Cicerone però, diciamo la verità, eloquenza, eloquenza, ma…Dio ne scampi e liberi, caro signore! Nojoso più d'un principiante di violino!" (p. 125)

La libertà sconfinata poi gli viene a noia: la vita considerata da spettatore estraneo gli pareva senza costrutto.

Si domandava perché gli uomini rendono così complicato il congegno delle loro vite. E che farà l’uomo quando le macchine faranno tutto? La scienza impoverisce l’umanità (131).

 

Quando non la distrugge addirittura con le bombe, aggiungo.

Cfr. il Prometeo incatenato di Eschilo, Leopardi[4]  e Frankestein di Mary Shelley

Una conseguenza catastrofica delle tevcnai nate dalla scoperta del fuoco viene prevista nell'ultima pagina del maggior romanzo di Svevo:"Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni torneremo in salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un pò più ammalato[5], ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie"[6].

 

 

 

Quindi Mattia va a Roma per prendervi dimora. Gli piaceva  e gli sembrava adatta a ospitare un forestiero come lui tra tanti forestieri. Trova casa in via Ripetta, in vista del fiume. Suona e lo accoglie la figlia di Paleari, Adriana una signorinetta piccola piccola, bionda, pallida, dagli occhi ceruli, dolci e mesti, come tutto il volto. La camera ammobiliata era bella: aperto l’uscio mi sentii allargare il petto, all’aria, alla luce che entravano per due ampie finestre prospicienti il fiume. Si vedeva Monte Mario, ponte Margherita, il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant’Angelo e  fino al Gianicolo.

Grazie a questa spaziosa veduta presi in affitto la camera addobbata peraltro con graziosa semplicità  p. 135

Il vecchio Paleari aveva il cervello di spuma. Era iscritto alla scuola teosofica. Era sprofondato nelle sue nuvolose meditazioni da quando lo avevano messo in pensione. Un’altra inquilina era la signorina Silvia Caporale con una faccia volgarmente brutta, da maschera carnevalesca. Gli occhi sembravano avere dietro dei contrappesi di piombo, come quelli delle bambole automatiche. 40 anni, un bel paio di baffi sotto il naso a pallottola sempre acceso. Era arrabbiata d’amore. Si sapeva brutta, ormai vecchia e, per disperazione beveva. La sera versava il vino dagli occhi in tante lacrime ma la mattina seguente compariva tutta infronzolata e con certe mossette da scimmia 138-139.

Le poche lire che guadagnava facendo la maestra di pianoforte le spendeva per bere o per infronzolarsi. Paleari leggeva libri con una filosofia così sentimentalmente macabra che pareva il sogno di un becchino morfinomane

Diceva: “il male della scienza, guardi, signor Meis, è tutto qui: che vuole occuparsi della vita soltanto” 146.

 

Si tratta più di tecnica (tevcnh) che di scienza (ejpisthvmh), di sofovn più che di sofiva. Cfr. Euripide, Baccanti: to; sofo;n d  jjj ouj sofiva"   il sapere non è sapienza  (v. 395)

 

“La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. E siccome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l’età pre-tecnologica, e che ora, nell’età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi, o rifondati dalle radici”[7].

  

 

Cfr. Prometeo

Prometeo sopporta di sapere il suo destino senza venirne schiacciato, ma sa che gli uomini non sarebbero capaci di reggere una simile tensione (v. 514): “ tevcnh d  j ajnavgkh" ajsqenestevra makrw'/ ”, la conoscenza pratica è molto più debole della necessità.

 

Cfr. a questo proposito Curzio Rufo: “Ceterum, efficacior omni arte, necessitas non usitata modo praesidia, sed quaedam etiam nova adnovit”( Historiae Alexandri Magni, IV, 3, 24), del resto la necessità più potente di ogni tecnica, suggerì loro non solo i soliti mezzi di difesa ma anche dei nuovi. Sono i Tirii che si difendono dall’assedio di Alessandro Magno nel 332 a. C. 

Avanzando nella Sogdiana Al. si trovò in difficoltà per il freddo e incendiò un bosco: “efficacior in adversis necessitas quam ratio, frigoris remedium invenit” (8, 4, 11). Ancora la necessità che prevale sulla ratio (cfr. 7, 7, 10: necessitas ante rationem est).

 

Paleari sosteneva che  Roma  è una città triste, nessuna impresa vi riesce, nessuna idea viva vi attecchisce. Chi se ne meraviglia non vuole riconoscere che Roma è morta. I papi ne avevano fatto- a modo loro-un’acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto un portacenere. D’ogni paese siamo venuti a scuotervi la cenere del nostro sigaro (p. 148).

Una sera Adriano incontra un ubriaco che gli grida: “allegro!”

Adriano esplode in una folle risata poi dice o pensa che la causa della sua tristezza è la democrazia, cioè il governo della maggioranza: “quando i molti governano pensano solo a contentare se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e odiosa, la tirannia  mascherata da libertà (p. 152).

 

Cfr. I cavalieri di Aristofane e  Tucidide

I Cavalieri del coro fanno notare a Demo che lui, Popolo ha un grande potere gli uomini lo temono al pari di un tiranno “pante" a[nqrwpoi dedivasiv s j w{sper a[ndra tuvrannon” ( Cavalieri, 1113-1115).

 

Cfr. Tucidide III, 37, 2.

Cleone dice: “voi non considerate che avete un potere che è una tirannide esercitata su sudditi ostili che subiscono di malavoglia il nostro potere.

Nell’ultimo discorso di Pericle lo stratego dice agli Ateniesi che non possono più tirarsi indietro dal comando: wJ" turannivda ga;r h[dh e[cete aujth;n  (ajrchv supra)  h}n labei'n me;n a[dikon dokei' ei\nai, afei'nai de; ejpikivndunon (Tucidide, II, 63, 2), poiché avete già un impero che è tirannide che avere preso può sembrare ingiusto, ma abbandonarlo pericoloso

I nemici Corinzi nell’assemblea peloponnesiaca del 432 avevano detto che era vergognoso per il Peloponneso lasciare che una città divenisse tiranna della Grecia (Tuc I, 122, 3) Poco più avanti (Tuc I, 124, 3) i Corinzi concludono il loro discorso  sostenendo che gli alleati peloponnesiaci devono domare la povlin tuvrannon  che è una minaccia per tutti in quanto alcuni Greci li ha già sottomessi e con molti altri vuole farlo.

 

Un nemico del popolo di Ibsen (1882).

il protagonista del dramma il dottor Stockmann, dice:"La maggioranza non ha mai ragione. Mai, ho detto. Da chi è costituita la maggioranza degli abitanti di un paese? Dalle persone intelligenti, o dagli imbecilli? Saremo tutti d'accordo, credo, nell'affermare che sulla faccia della terra gli imbecilli costituiscono l'enorme maggioranza. Ma non per questo è giusto che gli imbecilli debbano comandare sugli intelligenti!...La maggioranza ha il potere, purtroppo, ma non ha ragione. Io, e pochi altri, abbiamo ragione. Le minoranze hanno ragione...Tutte le verità maggioritarie possono venir paragonate alle conserve dell'anno scorso, a dei prosciutti rancidi[8]".

"Un partito, qualsiasi partito è come una di quelle macchine che tengono i macellai per macinare la carne: schiaccia e trita e fa polpette di tutte le teste, le pesta e le sminuzza in un'unica pappa, e trasforma tutti in pecoroni e zucche vuote…i programmi dei partiti, di tutti i partiti, soffocano ogni verità, le verità pulsanti di vita e di giovinezza"[9].

 

 

 

 

La signorina Caporale intanto si innamora di Adriano.

A lui però piace Adriana e pensa che la biondina potrebbe amarlo. Mattia Pascal era finito lì, nel molino della Stia e Adriano era rinnovato: il mio spirito ridiventò ilare, come nella prima giovinezza; perdette il veleno dell’esperienza (162)

Cerca di essere umano con la signorina Caporale. Ma “la mia affabilità fu nuova esca al suo facile fuoco. E intanto avveniva questo: che alle mie parole, la povera donna impallidiva, mentre Adriana arrossiva” (163).

 

Cfr. novmo" nell’ Antigone e i tanti sensi di una sola parola.

 

Le nostre anime si intendono, mentre le nostre persone sono impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Adriano e Adriana frequentandosi sentivano un raggio di tepore come una finestra che si apriva su una nuova vita. Decise di farsi operare l’occhio strabico per togliersi lo sconcio connotato così particolare di Mattia Pascal (165)

Voleva accordare l’aspetto alle mutate condizioni di spirito.

Entra in ballo il cognato di Adriana, Terenzio Papiano. Era stato il marito di Rita, la defunta sorella di Adriana.

Papiano dava alla voce inflessioni da provetto filodrammatico e in conclusione di discorso baritoneggiava.

 

Il passaggio da Oreste ad Amleto è la conseguenza di uno strappo nel cielo di carta del teatrino di marionette.

Sentiamo Anselmo Paleari che parla dell’Elettra di Sofocle.

Infatti questa teoria non potrebbe applicarsi al matricida  dell’Oreste di Euripide che è già non dissimile da Amleto, in quanto tormentato dalla propria intelligenza: a Menelao che gli domanda:"tiv" se ajpovllusin noso"; quale malattia ti distrugge?, il nipote risponde:"hJ suvnesi", o{ti suvnoida deivn j eijrgasmevno", l'intelligenza, poiché sono consapevole di avere compiuto azioni terribili(vv.395-396).

"Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei”

-Non saprei, -risposi, stringendomi le spalle.

-Ma è facilissimo, sigor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

-E perché?

-Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe calare le braccia. Oreste insomma diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna, consiste in ciò, creda pure, in un buco nel cielo di carta-E se ne andò ciabattando (pp. 172-173).

 

L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: “Beate  le marionette- sospirai- su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener sé stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato”.

 Il genero di Paleari, Papiano era il prototipo delle marionette. Era pago del cielo di cartapesta, basso basso. La vita per lui è quasi un gioco di abilità. Gode di cacciarsi in ogni intrigo.

Le sue cerimonie erano tutte uncini per tirare Adriano a parlare. Ogni domanda nascondeva un’insidia. Aveva un tratto da vessatore servizievole 175. era un arcifanfano (176) . Maltrattava e derideva la Caporale, la disgraziata che non meritava molto rispetto per il disordine della sua vita ma nemmeno di essere schernita: la chiamava “Rea Silvia”.

La Caporale piangeva: “donna, brutta e vecchia-esclamò-  tre disgrazie, a cui non c’è rimedio! Perché vivo io?”

Raccontava che Papiano vorrebbe sposare Adriana per la dote. La mite era quasi schiava dell’odiosa tirannia di quel cagliostro.

Papiano teneva in casa Paleari anche un fratello balordo, epilettico, Scipione. Papiano fa indagini per smascherare Mattia Pascal. Porta in casa un ubriaco che dice di chiamarsi Meis e di essere cugino di Adriano, poi vi reca un giocatore di professione, uno spagnolo, che Mattia aveva incontrato a Montecarlo. Adriano lo riconobbe dalla voce: “ lo avevo veduto nella sua voce”.

 

Cfr. Edipo a Colono : “ fwnh'/ ga;r ojrw', v 139, alla voce infatti vedo.

 

Anche per non  farsi riconoscere, Adriano si fa operare l’occhio strabico Quaranta giorni al buio189. L’occhio rimase un pochino più grosso dell’altro.

 

Paleari gli spiega la lanterninosofia.  Noi a differenza degli alberi sentiamo vivere. Il sentimento della vita è un lanternino acceso dentro di noi. Il lanternino dà una piccola luce oltre la quale c’è il buio. Siamo lucciole sperdute nel buio della sorte umana. Vediamo altre lucciole. L’illusione, grande mercantessa di vetri colorati, ci fa vedere cose e idee colorate. Anche le idee sono lucciole, lucciole più grandi, lanternoni.

 Il lanternone della virtù pagana era rosso, quello della virtù cristiana di color violetto, colore deprimente.

Talora i lanternoni si spengono e succede uno scompiglio delle lanternine: gran buio e gran confusione. Rimangono le lanternine che i grandi morti hanno lasciato sulle loro tombe. La morte che ci fa tanta paura è forse solo il soffio che spegne in noi questo lanternino. Noi povere lucciole sperdute abbiamo un sentimento sciagurato della morte con orrore del buio.

 Invero noi abbiamo sempre vissuto e sempre vivremo con l’Universo ma non lo sappiamo siccome quel maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco cui esso arriva e ce lo colora a modo suo (195).

In un’altra forma di esistenza faremmo matte risate delle nostre angosce.

La così detta luce ci fa vedere ingannevolmente qua nella così detta vita e ci impedisce di farci vedere oltre.

Paleari faceva sedute spiritiche per contattare esseri superiori del piano mentale

All’Adriana, Adriano diceva: sto benone, signorina! Non vedo niente!

 

Cfr. la novella di Pirandello Va bene! , e anche Edipo e Tiresia.

 

Papiano lo seccava con lunghe visite in camera, gli magnificava la nipote del suo datore di lavoro, il marchese Giglio d’Auletta, bruna, esile e formosa a un tempo, tutta fuoco, con un paio d’occhi fulminanti e una bocca che strappava baci. Si chiama Pepita e viene invitata a una seduta spiritica in casa Paleari dove porta la cagnetta Minerva e il pittore Bernaldez

Paleari dice che davanti alle sedute spiritiche “la religione drizza l’orecchie d’asino e si adombra, come la scienza”.

Adriana aveva paura di quegli esperimenti, ma poi promise: “per domani sera soltanto”.

Papiano prepara la stanza con un lenzuolo che serve da accumulatore della forza misteriosa. Si agiterà e gonfierà come una vela. Si vedranno anche delle luci. La Caporale era entrata in contatto con lo spirito di Max Oliz e improvvisava al pianoforte. Due colpi sì, tre colpi no, quattro buio, sei luce spiega Anselmo Paleari. A Meis pareva di assistere a una commedia mal rappresentata da comici inesperti. Era una farsa insulsa, indegna e sacrilega. Adriano stringeva forte la mano di Adriana. 4 colpi. Buio! Adriano non li aveva sentiti. La Caporale strillò: aveva ricevuto un pugno.

Meis pensa che fosse stato Papiano. Poi altri segni, più leggeri tocchi per il no e il sì. Adriano stringeva la mano di Adriana. Poi la cagnetta Minerva di Pepita  che si strofina sulla sedia di Adriano. Insomma una buffonata  214 . l’epilettico Scipione Papiano entrava nel buio, non visto e metteva in atto le frodi congegnate con il fratello e con la Caporale.

Nel buio Adriano bacia Adriana. A un certo punto si sente battere un pugno e il tavolo si alza. Adriano pensò che fosse il suicida sepolto nel cimitero di Miragno in una tomba con il nome Mattia Pascal.

Bologna 15 aprile 2025 ore 17, 03 giovanni ghiselli

p. s

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[1]In Italo Svevo, I Racconti, Rizzoli, Milano, 1988, p.438.

[2] C. Pavese, Il mestiere di vivere, 8 agosto 1944.

[3]C. Pavese, Il mestiere di vivere, 25 aprile, 1946.

[4] Leopardi nello Zibaldone  è molto critico verso la scoperta del fuoco:"Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come l'elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso dalla vista e da' sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo.."(p. 3645). 

Il fuoco non è un bene, o, per lo meno, non è stato impiegato bene : nell’Operetta morale La scommessa di Prometeo gli uomini usano il fuoco per uccidersi e uccidere, e Momo, il vincitore della scommessa, domanda al Titano: “Avresti tu pensato, quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi spontaneamente?”. 

Leopardi, con il fuoco, critica anche la navigazione avvalendosi di Orazio:"Orazio (I, Od . 3) considera l'invenzione e l'uso del fuoco come cosa tanto ardita, e come un ardire tanto contro natura, quanto lo è la navigazione, e l'invenzion d'essa; e come origine, principio e cagione di altrettanti mali e morbi ec., di quanto la navigazione; e come altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e indebolimento ec. della specie umana.(Zibaldone , p. 3646).

 

[5] Cfr. nosw`n (Aiace, 635).

[6] La coscienza di Zeno.

[7] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, p. 21. Si veda a questo proposito U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1999.

[8]H. Ibsen, Un nemico del popolo , atto IV. E' un dramma del 1881.

[9] H. Ibsen, Un nemico del popolo, atto V.


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