martedì 11 agosto 2026

Ifigenia LXII Il viaggio verso Moena. Mito e poesia. “Che stellina!”.


 

Andavo verso Ora sull’autostrada del Brennero. Ero solo dentro la nera Volkswagen. Pensavo che due giorni dopo sarebbe ricorso il dì della  Resurrezione di un giovane uomo ucciso in una croce, celebrazione sovrapposta secondo miei studi, a una  festa più antica: quella per Adone, un bellissimo ragazzo  che,  ferito a morte dal dente funesto di un cinghiale, rinasce periodicamente e torna sulla terra, come la nuova vegetazione : “apri dente ferali deleto, quod in adulto flore sectarum est indicium frugum” [1].

Quel viaggio era un ritorno a un luogo dell’ infanzia, ancora oggi ricco di mito e poesia nella mia mente. Mito che non è scaduto a mitologia, e poesia che non è diventata cronaca vuota di bellezza.

 

Durante il tragitto pensavo a Ifigenia, a cosa volevo e potevo farmene. Desideravo continuare ad amoreggiare con lei ma niente, o poco di più. Almanaccavo e arzigogolavo a lungo anche perché lunga era pure la strada e piuttosto noiosa per giunta.

Concludevo: “amante sì, però moglie o fidanzata: no, mio Dio, no, no, no, per carità”. Deve rimanere sempre viva la mia libertà non senza aperture per altri amori.

Del resto nessuna donna volevo quale moglie. Pure Elena, la migliore di tutte, che avrei amato per sempre, mai l’avrei sposata.

 

Al massimo in punto di morte sicura. La mia o quella di lei. Ma Elena è tornata in Finlandia consentendomi di amarla ancora oggi, viva o morta che sia.

 Io amo baciare chi se ne va.

 

Alla stessa automobile che stavo guidando avevo dato il nome della figlia di Zeus. Elena è un nome che tuttora mi predispone bene verso una femmina umana. Quando l’ebbi conosciuta, meravigliosamente, le dissi indicando la nera Volkswagen: “tu sei la mia prima donna da quando ho questa macchina: la chiamerò con il tuo nome, classico e nobile come sei tu”. La bella donna rispose soavemente che avrebbe chiamato Gianni il suo primo figliolo.

 

Intanto pioveva. Verso le cinque di sera giunsi a Predazzo.

Il cielo era sempre oscurato da nuvole gonfie.

“Non smetterà mai, mai!” pensavo, come mi capita spesso quando sono perseguitato dalla pioggia e come ho sentito dire dal lunatico re di Baviera, nel film Ludwig di Luchino Visconti, uno dei miei maestri più amati.

 Predazzo, ultimo paese della valle di Fiemme, mi accolse con il suono lugubre delle campane che annunciavano la morte del dio crocifisso, mentre le Pale di San Martino visibili sulla destra quando si esce dall’abitato, tutte bagnate com’erano, sembravano donne vissute per anni lontane tanto lontane dal sole da doventare tubercolose e pazze per il desiderio del primo fra tutti gli dèi.

Se la pioggia avesse seguitato a tormentarmi, sarei diventato pazzo e tubercoloso anche io.

Poco più avanti la valle di Fiemme si strozza, poi si riapre  in vista di Moena e cambia il nome in valle di Fassa.

Moena quando è illuminata dal sole o dalla luna è un luogo tanto bello da suscitare meraviglia. Tale impressione provai la prima volta che vidi il paese e le rupi sovrastanti: il Catinaccio e i Monti Pallidi. Come  scòrsi quei bastioni di  pietra, era l’estate del 1948,  gridai alle zie : “che macello di rocce!”. Una signora passando vicino a noi commentò: “che stellina questo bambino!” non avevo ancora compiuto quattro anni ma ne trassi coraggio. Le zie mi fecero dei complimenti.

 Mi aveva fatto esclamare quelle parole il mio stupore di bimbo cresciuto sul mare, la mia meraviglia davanti a quelle enormi figure  schierate, pronte a scontrarsi con altri giganti tremendi meravigliosi e mostruosi. Forse i Centauri nubigeni pensai quando fui arrivato al ginnasio.

 

Moena con la valle di Fassa è un’opera d’arte: un dono fatto al genere umano dal creatore il quale Bonus est: fecit itaque quam optimum potuit[2]

Dobbiamo cercare di assimilarci alla sua bontà e generosità. Ecco perché cerco di donare la vita eterna alle mie donne: Elena e le altre fino a Ifigenia. Dopo ho incontrato creature senza aloni misteriosi.

Sono grato a Moena che durante le estati della mia infanzia e adolescenza mi ha ispirato mito, poesia, amore per la natura e per tutta la vita.

Nella valle di Fassa scorre l’Avisio che allora era un vorticoso torrente ricco di trote lucide,  guizzanti, vivaci come le bambine e le ragazze che cominciavano già a piacermi tanto. Rossine, rosine o coralline rosse erano le citte moenesi.

Le pesaresi erano invece piuttosto brune, e le mie prime scolare erano prevalentemente bionde. Anche i loro compagni che mi chiamavano “marochin”.  Si era nel Veneto profondo: sotto il monte Grappa. Siamo dunque un popolo multicolore. Non siamo una stirpe sola. Troppo policromi o variopinti siamo per essere una razza, posto che ve ne siano altrove.

Moena odora di legna e di fieno e  i suoi tetti hanno un colore rosso cupo, come i capelli delle bambine indigene  molto diverse dalle pesaresi anche nella parlata e nella mimica; intorno alle case verdeggiano i prati con  i fiori che fluttuano  al vento in mezzo alle onde  dell’erba, come volti ridenti di fanciulle carine che nuotano o giocano sulla  distesa del mare verdicante in settembre. Sopra i prati si spingono in alto i boschi di larici, e di abeti colorati di un verde più scuro. Su queste lunghe foreste si innalzano le rocce  che osservavo a lungo e interrogavo soprattutto durante i tramonti quando la luce del dio già sparita dal paese indugiava sorridendo sulle cime più alte del Catinaccio il cui estremo baluardo settentrionale era il Sasso Lungo. Mi appariva diviso in due torrioni che sembravano custodire la valle.

Sopra le rupi risplende un cielo bellissimo quando è bello: nelle giornate serene è allietato da una luce vivace che fa brillare il verde smeraldino dei prati estivi e il bianco adamantino della Marmolada, regina delle Dolomiti. Se nel cielo trascorrevano nuvole erranti, in queste ravvisavo grandi figure del mito: Eracle, per esempio, che uscito dal bosco di  Eritia, sottrae al  bovaro tricorpore[3] Gerione tutto l’armento,  senza pagarlo[4]. 

  

Di notte il firmamento non offuscato brilla di stelle  più luminose che altrove  e inducono a pensieri che procedono oltre la finitezza della vita mortale.

Entrai nel paese di quelle mie estati piene di immagini. Da bambino abitavo con la zia Giulia in via Damiano Chiesa 11 non lontano dalla fontana del Turco. Ero solitario già allora e  lì a Moena ancora più che a Pesaro. I miei conforti erano quei monti di forma umana e il volto santo del sole. Quando mi svegliavo, se lo vedevo brillare nel cielo illuminando la cucina esposta a est, dopo la colazione correvo verso l’Avisio per osservare le trote grigie, picchietttate di rosa e di azzurro come i sassi del fiume: quei pesci mi parevano pietre guizzanti, e nei sassi vedevo trote pietrificate da un dio ludico e capriccioso,  un Ermes  bambino  che voleva prenderle senza fatica ma poi si era annoiato della pesca troppo facile e le aveva lasciate lì nel torrente che le accarezzava e lisciava rapidamente con le sue correnti veloci.

Così fantasticavo.  Appoggiato su una ringhiera posta sopra il torrente, guardavo affascinato la trasparenza dell’acqua, i vorticosi gorghi d’argento, le schiume canute delle cascate. Osservavo e ascoltavo i suoni con attenzione fermandomi a lungo perché ero solo e non avevo nessun amico con cui parlare.

Anche il 13 aprile del 1979 a Moena ero solo. Dovevo esserlo per cercare di mettere ordine nei miei sentimenti e pensieri.

 

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro 11 agosto  2026 ore 20, 06   giovanni ghiselli.

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[1] Ammiano Marcellino, XXII, 9, 15. L’uccisione di Adone da parte del cinghiale simboleggia il taglio delle messi mature.

 

[2]  Seneca, Ep. 65, 10.

 

[3]  Cfr. Euripide, Eracle : triswvmaton both'r j  (vv. 423-424)

[4] l'Eracle di Pindaro portò via le vacche di Gerione senza pagarle:"levgei d j o{ti ou[te privameno" ou[te dovnto" tou' Ghruovnou hjlavsato ta;" bou'", wJ" touvtou o[nto" tou' dikaivou fuvsei, kai; bou'" kai; ta\lla kthvmata ei\nai pavnta tou' beltivonov" te kai; kreivttono" ta; tw'n ceirovnwn te kai; hJttovnwn", il poeta dice che senza averli pagati né ricevuti in dono si portò via le vacche di Gerione,  poiché questo è giusto per natura, che cioé i buoi e le altre proprietà del meno valente e più debole siano tutte del migliore e più gagliardo (Platone, Gorgia, 484c).

 


Un’icona realistica e molto brutta.


 

Nel quotidiano  “la Repubblica” di oggi c’è un articolo intitolato

Sui giudici la legge del bastone (pagina 12).

Leggo le prime parole e vedo che tratta del “casi Delmastro”. Non procedo nella lettura siccime non mi interessa.

Seguo da mesi un altro caso fatto di bastonate alla magistratura. Quello di Garlasco. Mi stanno a cuore alcune persone: le vittime di certi prersonaggi e conduttori che parlano solo nel loro interesse indifferenti alla verità e alla giustizia o perfino loro nemiche. Ieri sera uno di questi, fortemente schierato, ha detto che le sentenze precedenti fanno giurisprudenza negativa per gli errori che contengono.

Io non so chi abbia ammazzato Chiara ovviamente né posso dire che sia stato Stasi e non sia stato Sempio. Vedo però che c’è una volontà di crocifissione contro Scempio sulla base di indizi ancora più labili di quelli che hanno portato alla  condanna di Stasi.

 Con l’aggiunta delle offese alla madre del prossimo crocifisso.

Più in generale vedo che sulla ribalta vengono messi quali modelli degli omuncoli e delle donnicciole che dovrebbero uniformare la massa del “popolo bue” alla loro meschinità. Se durante queste trasmissioni interviene qualche persona che cerca di parlare secondo i dati di fatto e secondo ragione, viene subissato da grida contro ragione e contro l’evidenza dei fatti.

L’esempio negativo proviene dalle ciance di molti politici. Perfino esibire l’accento romanesco  è di moda. Dado ghe…Da quando s’è consdadado  ghe… Credono che sia elegante e conforme all’esigenza odierna deturpare la nostra bella lingua in tale maniera.

Continuerò a seguire questo caso perché dà un’immagine dell’Italia odierna. Un’icona realistica e brutta assai.

 

Pesaro 11 agosto 2026 ore 17, 08 giovanni ghiselli 

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Euripide quattordicesima parte. Eracle quarta parte.


 

Primo episodio (vv.140-347

Lico vuole interrogare il padre e la consorte di Eracle, e può farlo a suo piacimento (  iJjstorei'n a} bouvlomai, 142) poiché è il loro padrone (despovth", 141). Lico sentenzia la loro morte: non hanno alcuna speranza, anche se si vantano. Eracle giace nell’Ade. Soffrono ujpe;r th;n ajxivan, 147,  oltre i loro meriti devono morire poiché non meritano di vivere. Anfitrione sparge kovmpou" kenouv" vuote millanterie (148)  che  sia suvggamov" soi Zeuv" (149), tuo compagno di nozze Zeus, e tevknou koinewvn (condivisore del figlio), e pure Megara  che si è fatta chiamare la sposa dell’eroe ottimo (ajrivstou fwto;" ejklhvqh" davmar, 150).

Segue la svalutazione delle imprese di Eracle che ha solo ammazzato  una serpe di palude (u{dran e{leion, 152), o la bestia di Nemea. L’uccisione dell’idra di Lerna e del leone di Nemea sono le prime due imprese di Eracle, compiute in Argolide. Eracle ha preso il leone con dei lacci ejn brovcoi" (153), mentre dice di averlo ucciso strangolandolo con le braccia bracivono"  ajgcovnaisin  (154). 

 

Caccia negativa e positiva nelle Leggi di Platone.

Platone alla fine del VII libro delle Leggi  prende in considerazione la caccia "come una forma legittima di paideia...affermando l'alto valore di questa attività per la formazione del carattere" Il filosofo del resto fa delle distinzioni nell' ampio ambito semantico indicato dalla parola qhvra. E' positiva solo la caccia che rende completamente migliori le anime dei giovani (823d), dunque non quella oziosa con la rete, né la pesca, né la caccia agli uccelli alati. La cattura di un animale deve essere la vittoria di un'anima che ama il faticoso lavoro, altrimenti non è degna di lode (824 a): dunque rimane, migliore e sola, la caccia ai quadrupedi, con i cavalli, con i cani, con le proprie forze fisiche, cose tutte queste su cui dominano i cacciatori che cacciano di propria mano, correndo, colpendo. Positivo e sacro è questo cacciatore-corridore; negativo è il cacciatore notturno che confida nei suoi lacci e nelle sue reti. Si può immaginare come Platone considererebbe il cacciatore armato di fucile! "Nel vietare l'uso di reti e trappole il codice di caccia platonico va anche al di là di quello di Senofonte"[1]. Platone in definitiva considera la caccia un mezzo per temprare il carattere.

 

Eracle non ha mai impugnato una lancia o messo al braccio uno scudo, continua Licio,  ma con l’arco in pugno ajlla;  tox j e[cwn,  l’arma più vile (kavkiston o{plon, 161), era pronto alla fuga (th'/ fugh'/ provceiro" h\n, 161).

Il vero guerriero è l’oplita che mevnwn, a pie’ fermo, saldo nella sua schiera,  osserva e fissa il solco veloce della lancia.

 

Nell’Iliade l’arciere disprezzato è Paride. Colpisce  Diomede al piede destro e ne trae vanto, ma il Tidide lo chiama toxovta parqenopi'pa (vocativo di parqenopivph", XI, 385, arciere che adocchia le ragazze-ojpipeuvw, tengo d’occhio. Mi hai solo graffiato e non me ne curo come se mi avesse colpito una donna o un bambino sciocco. Il dardo di un vigliacco è debole, mentre la mia asta fa subito un morto.

Già Ettore aveva insultato Paride chiamandolo Duvspari, ei\do" a[riste, bellimbusto, gunaimanev", donnaiolo,  hjperopeutav, seduttore, privo di forza e di valore (Iliade III, 39 sgg. E glielo ripete a XIII, 769) 

Paride la seconda volta risponde che non si merita i rimproveri, la prima chiede a Ettore di non rinfacciargli i doni dell’amabile Afrodite, lui, Ettore, ne ha avuti altri e nessuno può sceglierseli.

 

Lico procede dicendo che la sua decisione di uccidere ha della prudenza (eujlavbeian), non sfrontatezza (ajnaivdeian) poiché dopo avere ammazzato Creonte teme che i figli di Megara cresciuti diventino timwrouv" (168) vendicatori. 

 

Anfitrione risponde che Zeus respingerà l’accusa di viltà rivolta a Eracle:  deiliva è  tra le parole infami, indicibili –ejn ajrrhvtoisi, 174) per Eracle, e lo possono testimoniare gli dèi che sono stati aiutati contro i Giganti e l’altopiano del Foloe in Arcadia dove il quadrupede oltraggio- tetraskelev" u{brisma 181- la razza dei Centauri venne  sconfitta dall’eroe. Il monte Dirfi dell’Eubea da dove viene Lico non può dare la stessa testimonianza.

Poi Anfitrione fa la difesa dell’armatura sagittaria to; pavnsofon eu{rhma, l’invenzione più ingegnosa. L’oplita ha solo la lancia, e, spezzata quella, è perduto. Lo è anche se i suoi compagni di schiera sono vili. L’arciere ha molte frecce e può colpire a distanza e respingere i nemici-ejka;" ajfestw;" polemivou" ajmuvnetai (198). La cosa più ingegnosa in battaglia sofo;n mavlista, è salvare la vita sw/vzein to; sw'ma facendo del male ai nemici drw'nta polemivou" kakw'" (202).

 

Gli arcieri ateniesi prevalgono sugli opliti spartani a Sfacteria (425 a. C.)- Il racconto di Tucidide.

 

 Gli Ateniesi avevano occupato Pilo e gli Spartani avevano sbarcato 420 opliti a Sfacteria nell’estate del 425 di fronte alla baia di Navarino. Il più valoroso tra gli Spartani era il trierarco Brasida (Tucidide IV, 11, 4) ma rimase ferito.

Cleone, incalzato da Nicia e dalla folla, promise di partire per Pilo portando con sé peltasti e arcieri. (peltasthv" è il fante armato con uno scudo leggero, pevlth-h"-hJ)

Gli Ateniesi ridevano per queste vanterie (IV, 28)

Cleone scelse come collega Demostene tra gli strateghi di Pilo. Lo cooptò perché aveva saputo che intendeva sbarcare nell’isola (IV, 29, 2). Gli era venuta nuova fiducia da un incendio a Sfacteria. Prima temeva che la boscosità e l’assenza di strade favorisse i pochi Spartani. Gli Ateniesi sbarcarono: erano 800 opliti. Poi si aggiunsero 800 arcieri e peltasti in numero non minore, più i Messeni (32, 2). Occuparono le alture e mostrarono agli spartani questa massa di nemici yiloiv, nudi ossia armati alla leggera.

Questi traevano la loro forza dagli archi toxeuvmasi, dai giavellotti, ajkontivoi", dalle pietre livqoi" e dalle fionde sfendovnai" usati da lontano. Non si potevano nemmeno attaccare: potevano fuggire e attaccare chi si ritirava (32, 4). Gli opliti ateniesi fronteggiavano quelli spartani, mentre oiJ yiloiv stavano di fianco e dietro, e li saettavano.

 Se attaccati scappavano e nella corsa erano avvantaggiati dall’essere leggeri. Gli Spartani si disorientarono (34). Cominciarono a fuggire e i fanti leggeri a inseguirli uccidendoli. Finché gli Spartani si ritirarono nel loro forte.

 Lo stratego dei Messeni chiese una parte degli arcieri e della fanteria leggera per aggirare gli Spartani. Avuti i soldati, li aggirò passando per dirupi. Gli Spartani si trovarono circondati come alle Termopili[2] wj" mikro;n megavlw/ eijkavsai (Tc. IV, 36, 3), si parva licet componere magnis (Virgilio, Georgiche IV, 176) . Sicché cedettero.

 Demostene e Cleone volevano portarli vivi ad Atene. Gli Spartani gettatorono gli scudi e agitarono in alto le mani- parei'san ta;" ajspivda" oiJ plei'stoi kai; ta;" cei'ra" ajnevseisan (aoristi di parivhmi e ajnaseivw IV, 38). Epitada il comandante spartano era morto. Gli era succeduto Stifone. Dei 420 opliti 292 di cui 120 spartiati furono fatti prigionieri. Gli altri erano morti. Erano passati 72 giorni dall’inizio.

Fu un fatto incredibile che gli Spartani si fossero arresi. I Messeni devastarono la laconia. Gli iloti fuggivano e gli Spartani erano in grande difficoltà Tuc. IV, 41)

 

Torniamo all’Eracle di Euripide

Anfitrione continua dicendo a Lico che è sofov" nel temere la vendetta dei figli di Eracle. Comunque dubita che Zeus, il quale permette tale situazione, abbia pensieri giusti -dikaiva" frevna"- nei loro confronti (212). Chiede al tiranno di mandarli in esilio e di non usare la violenza  h} peivsh/ bivan (215) o subirai violenza quando il vento del dio- qeou' pneu'ma- si trovi a essere cambiato per te (216). E’ il contrappasso.

Quindi il vecchio biasima Tebe e la Grecia le quali, aiutate da Eracle, non portano aiuto nel bisogno. Ora i figli di Eracle si aspettano l’aiuto del nonno oujde;n o[nta plh;n glwvssh" yovfon (229) il quale non è altro che suono di lingua. Le membra sono tremanti  tromera; gui'a e la forza è sparita (232) . Se fosse forte, insanguinerebbe i riccioli biondi di Lico che fuggirebbe lontano, oltre i confini di Atlante.

Il coro nota che i buoni –ajgaqoiv, anche se sono lenti nel parlare, hanno risorse per le parole ajforma;" toi'" lovgoisin (236)

Lico replica che risponderà alle parole cattive agendo- ejgw; de; dravsw-239, io invece farò.

Il tiranno ordina di andare sull’Elicona e nelle valli del Parnaso a tagliare tronchi da ardere bwmo;n pevrix (243) tutt’intorno all’altare  perché imparino chi comanda. Poi minaccia il coro di vecchi che devono ricordare dou'loi gegw'te" th'" ejmh'" turannivdo" (251) di essere schiavi del suo potere

Il Coro  ricorda la semina dei denti (compiuta da Ares, in altre versioni è Cadmo, in Stesicoro è Atena, nelle Fenicie Atena aveva consigliato ad Cadmo di farlo, 666)  Dunque Ares seminò i denti dopo avere reso deserta  la  vorace mascella del serpente  lavbron dravkonto" ejxerhmwvsa" gevnun (253).

I vecchi coreuti sono sdegnati perché gli sparti, figli della terra non portano aiuto e accettano la sottomissione a uno straniero (e[phlu", 257), e vigliacco. Poi lo mandano in malora e gli ricordano che Eracle non è nascosto tanto profondamente sotto terra.  La città di Tebe non è saggia (ouj eu\ fronei', 272) anzi è malata per la discordia stavsei nosou'sa (273) e pure per i cattivi consigli kai; kakoi'" bouleuvmasin.

Tebe è l’antipolis spesso malfamata dai tragici.

Interviene Megara consigliando una nobile rassegnazione alla morte. Inoltre suggerisce ai vecchi del coro di non esporsi troppo.

Dice al suocero che ama i propri figli – ejgw; filw` me;n tevkna-che ha generato e per i quali ha tribolato –a{tikton, aJmovcqhsa (281).

 

La sofferenza del parto.

Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli

 in casa, mentre loro combattono con la lancia,

 pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo

 preferirei stare che partorire una volta sola.

 (Euripide, Medea, vv, 248-251). La Medea di Euripide dunque avverte gli uomini che il parto può essere più tremendo della guerra.

 

 

 Medea risponde che preferisce la guerra al parto  inaugurando un tovpo" che arriva alle soldatesse di oggi ed è  passato attraverso Ennio (239-169 a. C.) il quale fa dire alla sua Medea exul :"nam ter sub armis malim vitam cernere/quam semel parĕre, infatti preferirei decidere la vita sotto le armi che partorire una volta sola.

 

 Le sofferenze del parto sono ricordate nell' Elettra di Sofocle da Clitennestra quando tenta di giustificarsi per il tradimento e l'assassinio del marito il quale sacrificò Ifigenia dopo averla seminata senza avere passato il travaglio della madre quando la partorì:"oujk i[son kamw;n[3] ejmoi;-luvph", o{t' e[speir' , w{sper hJ tivktous' ejgwv" (Elettra, vv. 531-532).

 

Nelle Fenicie di Euripide la Corifea commenta la pena di Giocasta per Polinice dicendo:"deino;n gunaixi;n aiJ di' wjdivnwn gonaiv,-kai; filovteknovn pw" pa'n gunaikei'on gevno"" (vv. 355-356), sono terribili per le donne i parti attraverso le doglie, e tutta la razza femminile è amante dei figli.

Giocasta lo è stata anche troppo (di Edipo); Medea evidentemente fa eccezione.

 

Nell' Ifigenia in Aulide di Euripide la corifea comprende la pena di Clitennestra per la figliola  ricordando quale prova terribile sia il parto:"deino;n to; tivktein kai; fevrei fivltron mevga-pa'sivn te koino;n w{sq' uJperkavmnein tevknwn" (vv. 917-918), tremendo è partorire e comporta una grande magia comune a tutte, tanto da soffrire oltremodo per i figli. 

 

Nei Memorabili di Senofonte, Socrate, ricordando al figlio Lamprocle i benefici dei genitori alle proprie creature e il loro dovere di gratitudine, fa presente che il nascimento è rischio di vita della madre:" hJ de; gunh; uJpodexamevnh te fevrei to; fortivon tou'to, barunomevnh te kai; kinduneuvousa peri; tou' bivou" (II, 2, 5), la donna dopo avere concepito porta questo peso, aggravata e con rischio della vita.  

    

In Anna Karenina  di Tolstoj c'è  il parto doloroso della giovane moglie di Levin il quale partecipa, mentalmente, alla sua sofferenza, forse ingrandendola :" La faccia di Kitty non c'era più. Al posto dov'era prima, c'era qualcosa di terribile e per l'aspetto di tensione e per il suono che di là usciva. Egli lasciò cadere la testa sul legno del letto, sentendo che il cuore gli si spezzava. L'orribile urlo non taceva, si era fatto ancora più orribile, e, come se fosse arrivato all'ultimo limite dell'orrore, a un tratto si spense" [4].

 

Rachele, moglie di Giacobbe e madre di Giuseppe, soffrì e morì di parto nel dare alla luce la seconda creatura: “Quando il dolore travalicò ogni limite umano, ella gridò e fu un gridare terribilmente selvaggio, che non si accordava con il suo volto e non si addiceva alla piccola Rachele. In quell’ora, infatti, in cui ancora una volta fu giorno, ella non era più in sé, non era più lei, lo si udiva da quel suo orrendo muggito: non era più lei, la sua era una voce completamente estranea…Erano doglie spasmodiche che non affrettavano l’opera, ma serravano soltanto in una morsa di tormenti infernali quella povera santa, così che la maschera del suo volto contratta nell’urlo era divenuta cianotica e le sue dita artigliavano l’aria…E poi da Rachele si levò un ultimo grido, come l’esplosione estrema di una furia demoniaca, quale non si può lanciare una seconda volta senza morire, quale non si può udire una seconda volta senza perdere la ragione…il figlio di Giacobbe era uscito, il suo undicesimo e il suo primo, venuto fuori dall’oscuro grembo insanguinato della vita, Dumuzi-Absu, il vero figlio dell’abisso”[5].

 

    Megara considera to; katqanei'n deinovn (282), ma chi si oppone alla necessità crede che sia skaio;n brotw'n (283 ottuso tra i mortali, cfr. scaevus, sinistro, incapace). Non dobbiamo morire consumati dal fuoco dando motivo di riso ai nemici (ejcqroi'sin gevlwn-didovnta", 285-286), cosa che per me è più grave della morte (ouJmoi; tou' qanei'n mei'zoin kakovn)

 

L’orrore della derisione da parte dei nemici

 

Alla fine del I episodio Medea dice a se stessa:

“Su via, non risparmiare nulla di quello che sai,

Medea, nel progettare e nell'ordire:

procedi verso l’orrore: adesso è una prova di ardimento.

Vedi quello che subisci?  non devi dare motivo di derisione

 ai discendenti di Sisifo per queste nozze di Giasone,

tu che sei nata da nobile padre e discendi dal Sole.

E poi lo sai: oltretutto noi donne siamo

per natura assolutamente incapaci di nobili imprese,

ma le artefici più sapienti di tutti i mali. (401- 409)

L'orrore di essere derisa è un motivo, che ricorre  ed è tra quelli che scatenano la furia di Medea la quale non sopporta il disonore. Fallire non le dispiacerebbe tanto per il danno costituito dalla propria morte, quanto per la beffa subita dai nemici.

 

 Il riso come il pianto e il sorriso "non vengono appresi nel corso dell'infanzia ma sono innati. Le culture modulano diversamente le loro espressioni, possono indurre alla loro esibizione o alla loro inibizione, ma l'universalità di ciò che manifesta gioia, piacere, felicità, divertimento, tristezza, dolore, testimonia l'unità affettiva del genere umano. I grandi sentimenti sono in effetti universali: amore, tenerezza, affetto, amicizia, odio, rispetto, disprezzo"[6].

In questo caso Medea è mossa dal risentimento per il disprezzo che legge in quel gevlw" .

 

Anche la Medea di Apollonio Rodio, quando teme di essere lasciata da Giasone poco dopo averlo aiutato a conquistare il vello d’oro, lo minaccia dicendo che lui e gli altri Argonauti, se la abbandoneranno violando i patti, non resteranno lungo tempo tranquilli a schernirla (moi ejpillivzonte~, Argonautiche, 4, 389). Giasone allora si prese paura, e i due sciagurati ordirono l’assassinio di Assirto, il fratello di Medea..

 

 

Nell' Aiace di Sofocle il Coro dei Marinai di Salamina dichiara il suo dolore per la degradazione dell'eroe resa evidente e penosa dal fatto che tutti sghignazzano (pavntwn kacazovntwn, v. 198). In questa tragedia il riso dei nemici è un Leitmotiv: poco più avanti (v. 367). lo stesso Telamonio lamenta di avere subito dai nemici l’ u{bri" della derisione-

 

  Nell’ Elettra di Sofocle, Oreste è spinto alla vendetta anche dal desiderio di togliere il riso dalla faccia dei nemici con la sua venuta:"gelw'nta" ejcqrou;" pauvsomen th'/ nu'n oJdw'/ " (v. 1295).

 

Quando Alessandro Magno si apprestava a fondare Alessandria  jescavth, l’ultima, sul fiume Tanai, gli Sciti d’Asia al di là del fiume lanciavano insolenze barbariche “barbarikw`~ ejqrasuvnanto[7] contro il comandante macedone per offenderlo, gridando che non avrebbe osato attaccarli. Quindi  Alessandro ordinò dei sacrifici che però non venivano bene; li fece ripetere e l’indovino Aristandro spiegò che essi indicavano un pericolo per  lui. Il condottiero macedone allora disse che era meglio affrontare l’estremo pericolo[8] (krei'sson e[fh ej" e[scaton kinduvnon ejlqei'n)  piuttosto che, dopo avere sottomesso quasi tutta l’Asia, gevlwta ei\nai Skuvqai~  (4, 4, 3),  essere oggetto di riso per gli Sciti, come era stato una volta Dario, il padre di Serse[9]. Questi re persiani sono due contromodelli.

Successivamente Alessandro attaccò xu;n ojrgh`/ , con ira, una fortezza impervia della Sogdiana provocato dall’altezzosità dei barbari. Questi, a una proposta di resa onorevole, gli avevano risposto ridendo (su;n gevlwti)  di cercarsi soldati con le ali per conquistare quel luogo impervio: “pthnou;~ ejkevleuon zhtei`n stratiwvta~” (4, 18, 6).

 

Nell’Olimpo rimpicciolito delle Argonautiche di Apollonio Rodio Era vuole aiutare Giasone perché prevalga sullo zio usurpatore  “affinché  non rida di me Pelia, sfuggendo alla sorte cattiva” (Argonautiche, 3, 64), dice ad Afrodite, chiedendole di mandare Eros a fare innamorare Medea del figlio di Esone. Del resto Giasone aveva aiutato la dea trasformatasi in una povera vecchia ad attraversare il fiume Anauro prendendola sulle spalle e portandola al di là dell’acqua impetuosa (vv. 72-73).

 

Nella Carmen di Bizet (libretto di Meilhac e Halévy tratto dal racconto di Mérimée) don José prima di uccidere la donna le dice che non sopporta di vederla correre entre ses bras rire de moi (IV, 2), tra le sue braccia a ridere di me. Nell’ultima scena della trasposizione cinematografica di Otto Preminger ( Carmen Jones, 1954) Harry Belafonte dice a Dorothy Dandrige: “ I’ll have no man laugh at me while you’re rolling around in his arms”, non voglio subire alcun uomo che rida di me mentre tu ti rotoli tra le sue braccia.

 

Concludiamo il primo episodio dell’Eracle di Euripide.

 

Noi prosegue Megara parlando con Anfitrione, siamo debitori alla nostra casa di molti atti nobili ojfeivlomen ga;r polla; dwvmasin kalav (297). I nobili (oij eugenei'" 292) soffrono per l’ignominia dei figli e io non devo rinnegare l’esempio del mio uomo. Il quale del resto, nonostante la tua speranza, non può tornare indietro dall’Ade. Lico è un nemico skaiov", ottuso e bisogna evitarlo, non si può trattare con lui, mentre si potrebbe trattare e fare concessioni sofoi'si kai; teqrammevnoi" kalw'" a quelli saggi e bene educati (300).

Implorare l’esilio significa cercare di ottenere una compassionevole indigenza (peniva oijktrav, 304), poi dicono che quelli che ti ricevono hanno il volto degli ospiti ta; xevnwn provswpa, (v. 305) con gli amici in esilio feuvgousin fivloi", per un solo giorno  e}n hmar movnon (v. 306)  

Dunque il consiglio è tovlma meq  j hJmw'n qavnaton, o}" mevnei s j o{mw" (307) , devi osare con noi affrontare la morte che ti attende comunque.

 La proqumiva, il coraggio di chi lotta contro la sorte voluta dagli dei è  insensato, infatti nessuno potrà mai rendere non dovuto quelle che è necessario (311).

Dunque prokaloumeq j eujgevneian, w\  gevron, sevqen (308), faccio appello alla tua nobiltà (che è anche intelligenza).

Il coro ribadisce la propria impossibilità di agire data la vecchiaia e la debolezza: nu'n  d j oujdevn esmen (314).

 Forse Anfitrione può fare qualcosa

Anfitrione chiede a Lico di ucciderlo prima dei bambini per non vedere tale spettacolo empio ajnovsion qevan (323)

Megara invece chiede di poter entrare nel palazzo dal quale sono chiusi fuori per prendere gli ornamenti funebri-kovsmon nekrw'n- 329- dei bambini.

Lico accoglie la richiesta: ouj fqonw' pevplwn (333) non  lesino le vesti. Una volta fatti belli, dice il tiranno, verrò per consegnarli alla terra  infera- h{xw dwvswn nertera/ cqoniv (335). 

 

 

 

Megara rivendica il palazzo paterno: figli, seguite il piede disgraziato della madre al palazzo paterno: ou| th'" oujsiva"-a[lloi kratou'si, to; d  j o[nom j  [sq  j hJmw'n e[ti ( Eracle, 337-338), del quale altri hanno la proprietà, ma il nome è ancora nostro.

Cfr. il palazzo Martelli di Sansepolcro e il palazzo Scattolari di Pesaro.

 

Anfitrione lancia accuse a Zeus: “Zeus, invano ti ebbi come marito collega , w\ zeu', mavthn a[r j oJmovgamovn s j ejkthsavmhn  (339), e invano ti chiamavamo condivisore del figlio. Tu eri meno amico di quanto sembravi. Io che sono un mortale supero in virtù te che sei un dio grande -ajreth'/ se nikw' qeo;n mevgan (342): infatti i figli di Eracle non li ho traditi (pai'da" ga;r ouj prouvdwka tou;"

 j Heraklevou", 343). E’ una delle critiche più forti di Euripide alle divinità tradizionali.

 

Un’altra critica  si trova nell’Andromaca contro la pretaglia delfica e Apollo.

Invano Neottolemo,  "il ragazzo di Achille"(Andromaca, v.1119) domanda:

"per quale ragione mi uccidete mentre percorro il cammino della pietà? per quale causa muoio? Nessuno di quelli, che erano migliaia e stavano vicini, mandò fuori la voce, ma gettavano pietre dalle mani"(vv. 1125-1128). Il clero non è estraneo a questo “crimine sacro”: a un certo punto, dai recessi dl tempio rimbombò una voce terribile e raccapricciante che aizzò quel manipolo e lo spinse a combattere (vv. 1146-1148). Il messo alla fine di questa rJh'si" accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo" kakov" (v.1164), come un uomo malvagio, e domanda:"pw'"  a]n ou\n ei[h sofov";" (v. 1165), come potrebbe essere saggio?

A questo proposito G. De Sanctis scrive:"Ora può darsi che Euripide osasse porre in così cattiva luce Apollo profittando del mal animo degli Ateniesi verso il dio che spartaneggiava in quegli anni come poi filippizzò"[10].

 

Ma torniamo alle accuse di Anfitrione a Zeus: tu sapevi entrare di nascosto (kruvfio") nelle coltri (ej" eujnav"), prendendo i letti degli altri (tajllovtria levktra), sebbene nessuno te li desse, ma non sai salvare i tuoi figli. Sei un dio stupido,  oppure non sei giusto   ajmaqhv" ti" ei\ qeo;" h} divkaio" oujk e[fu" (344-347).

 

Cfr. uno dei Silli di Senofane (VI sec.) dove Omero con Esiodo vengono attaccati poiché hanno attribuito agli dèi motivi di biasimo e vergogna anche per gli uomini: “klevptein, moiceuvein, te kaI ajllhvlou" ajpateuvein”, rubare e ingannarsi a vicenda.

Pesaro 11 agosto 2026 ore 16, 36 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]Jaeger, op. cit., p. 309.

[2] Cfr. Erodoto VII, 210-225

[3] Participio aoristo di kavmnw, "fatico", "soffro".

[4] L. Tolstoj, Anna Karenina (del 1877), p. 720.

[5] T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, Le storie di Giacobbe, pp. 413- 414.

[6] E. Morin, L'identità umana, p. 41.

[7] Arriano,  Anabasi di Alessandro, 4, 4, 2.

[8] Il maestro che spinge alle imprese pericolose è Pindaro la cui casa venne risparmiata da Alessandro Magno quando (335 a. C.) distrusse Tebe che si era ribellata.

Nell’Olimpica VI   si legge :“ ajkivndunoi d  j ajretaiv-ou[te par j ajndravsin ou[t j ejn nausi; koivlai"-tivmiai” ( vv. 9-11), virtù senza pericolo non hanno onore tra gli uomini, né sulle concave navi.

[9] Erodoto nel IV libro racconta che gli Sciti schierati davanti ai Persiani si misero a inseguire una lepre. Allora Dario capì che quegli uomini lo disprezzavano e comprese il significato del dono simbolico che aveva ricevuto : un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Era giusta l’interpretazione di Gobria: se diventati uccelli non volerete in cielo, o topi non andrete sotto terra, o rane non salterete nelle paludi, sarete trafitti da queste frecce(4, 132). Gobria, sentito della lepre, disse che vedeva che quegli uomini si prendevano gioco dei Persiani: “oJrw'n ejmpaivzonta" hJmi'n” (4, 134, 3).

  

[10]Op. cit. , II vol., p. 331.