Primo episodio (vv.140-347
Lico vuole interrogare il
padre e la consorte di Eracle, e può farlo a suo piacimento (
iJjstorei'n a} bouvlomai, 142)
poiché è il loro padrone (despovth", 141). Lico
sentenzia la loro morte: non hanno alcuna speranza, anche se si vantano. Eracle
giace nell’Ade. Soffrono ujpe;r
th;n ajxivan, 147, oltre i loro meriti devono morire poiché non
meritano di vivere. Anfitrione sparge kovmpou" kenouv" vuote millanterie (148)
che sia suvggamov" soi Zeuv" (149), tuo compagno di nozze Zeus, e tevknou koinewvn (condivisore del figlio), e pure Megara che si è fatta chiamare la sposa dell’eroe ottimo
(ajrivstou
fwto;" ejklhvqh" davmar, 150).
Segue la svalutazione delle
imprese di Eracle che ha solo ammazzato
una serpe di palude (u{dran e{leion, 152), o la
bestia di Nemea. L’uccisione dell’idra di Lerna e del leone di Nemea sono le
prime due imprese di Eracle, compiute in Argolide. Eracle ha preso il leone con
dei lacci ejn
brovcoi" (153), mentre dice di
averlo ucciso strangolandolo con le braccia bracivono"
ajgcovnaisin (154).
Caccia negativa e positiva
nelle Leggi di Platone.
Platone alla
fine del VII libro delle Leggi prende in considerazione la caccia "come
una forma legittima di paideia...affermando l'alto valore di questa attività
per la formazione del carattere"Il filosofo del resto fa delle
distinzioni nell' ampio ambito semantico indicato dalla parola qhvra. E' positiva solo la caccia che rende completamente
migliori le anime dei giovani (823d), dunque non quella oziosa con la rete, né
la pesca, né la caccia agli uccelli alati. La cattura di un animale deve essere
la vittoria di un'anima che ama il faticoso lavoro, altrimenti non è degna di
lode (824 a):
dunque rimane, migliore e sola, la
caccia ai quadrupedi, con i cavalli, con i cani, con le proprie forze fisiche,
cose tutte queste su cui dominano i cacciatori che cacciano di propria mano,
correndo, colpendo. Positivo e sacro è questo cacciatore-corridore; negativo è il cacciatore notturno che
confida nei suoi lacci e nelle sue reti. Si può immaginare come Platone
considererebbe il cacciatore armato di fucile! "Nel vietare l'uso di reti
e trappole il codice di caccia platonico va anche al di là di quello di
Senofonte". Platone in definitiva considera la
caccia un mezzo per temprare il carattere.
Eracle non ha mai impugnato
una lancia o messo al braccio uno scudo, continua Licio, ma con l’arco in pugno ajlla; tox j e[cwn, l’arma più
vile (kavkiston
o{plon, 161), era pronto alla fuga (th'/ fugh'/ provceiro" h\n,
161).
Il vero guerriero è l’oplita
che mevnwn, a pie’ fermo, saldo nella sua schiera, osserva e fissa il solco veloce della lancia.
Nell’Iliade
l’arciere disprezzato è Paride.
Colpisce Diomede al piede destro e ne
trae vanto, ma il Tidide lo chiama toxovta parqenopi'pa (vocativo di parqenopivph", XI, 385,
arciere che adocchia le ragazze-ojpipeuvw, tengo
d’occhio. Mi hai solo graffiato e non me ne curo come se mi avesse colpito una
donna o un bambino sciocco. Il dardo di un vigliacco è debole, mentre la mia
asta fa subito un morto.
Già Ettore aveva insultato
Paride chiamandolo
Duvspari, ei\do" a[riste, bellimbusto, gunaimanev", donnaiolo, hjperopeutav, seduttore, privo di forza e di valore (Iliade III, 39 sgg. E glielo ripete a
XIII, 769)
Paride la seconda volta
risponde che non si merita i rimproveri, la prima chiede a Ettore di non
rinfacciargli i doni dell’amabile Afrodite, lui, Ettore, ne ha avuti altri e
nessuno può sceglierseli.
Lico procede
dicendo che la sua decisione di uccidere ha della prudenza (eujlavbeian), non sfrontatezza (ajnaivdeian)
poiché dopo avere ammazzato Creonte teme che i figli di Megara cresciuti
diventino timwrouv" (168) vendicatori.
Anfitrione risponde che Zeus respingerà l’accusa di viltà rivolta a Eracle: deiliva è tra le parole infami, indicibili –ejn ajrrhvtoisi, 174) per Eracle, e lo possono testimoniare gli dèi
che sono stati aiutati contro i Giganti e l’altopiano del Foloe in Arcadia dove
il quadrupede oltraggio- tetraskelev"
u{brisma 181- la razza dei Centauri
venne sconfitta dall’eroe. Il monte
Dirfi dell’Eubea da dove viene Lico non può dare la stessa testimonianza.
Poi Anfitrione fa la difesa
dell’armatura sagittaria to;
pavnsofon eu{rhma, l’invenzione più
ingegnosa. L’oplita ha solo la lancia, e, spezzata quella, è perduto. Lo è
anche se i suoi compagni di schiera sono vili. L’arciere ha molte frecce e può
colpire a distanza e respingere i nemici-ejka;" ajfestw;" polemivou"
ajmuvnetai (198). La cosa più ingegnosa
in battaglia sofo;n mavlista, è salvare la vita sw/vzein to; sw'ma facendo del male ai nemici drw'nta polemivou"
kakw'" (202).
Gli arcieri ateniesi
prevalgono sugli opliti spartani a Sfacteria (425 a. C.)- Il racconto di
Tucidide.
Gli Ateniesi avevano occupato Pilo e gli Spartani
avevano sbarcato 420 opliti a Sfacteria nell’estate del 425 di fronte alla baia
di Navarino. Il più valoroso tra gli Spartani era il trierarco Brasida (Tucidide IV, 11, 4) ma rimase ferito.
Cleone, incalzato da Nicia e
dalla folla, promise di partire per Pilo portando con sé peltasti e arcieri. (peltasthv" è il fante armato con uno scudo leggero, pevlth-h"-hJ)
Gli Ateniesi ridevano per
queste vanterie (IV, 28)
Cleone scelse come collega
Demostene tra gli strateghi di Pilo. Lo cooptò perché aveva saputo che
intendeva sbarcare nell’isola (IV, 29, 2). Gli era venuta nuova fiducia da un
incendio a Sfacteria. Prima temeva che la boscosità e l’assenza di strade
favorisse i pochi Spartani. Gli Ateniesi sbarcarono: erano 800 opliti. Poi si
aggiunsero 800 arcieri e peltasti in numero non minore, più i Messeni (32, 2).
Occuparono le alture e mostrarono agli spartani questa massa di nemici yiloiv, nudi ossia armati alla leggera.
Questi traevano la loro forza
dagli archi toxeuvmasi, dai giavellotti, ajkontivoi",
dalle pietre livqoi" e dalle fionde sfendovnai"
usati da lontano. Non si potevano nemmeno attaccare: potevano fuggire e
attaccare chi si ritirava (32, 4). Gli opliti ateniesi fronteggiavano quelli
spartani, mentre oiJ
yiloiv stavano di fianco e dietro, e li
saettavano.
Se attaccati scappavano e nella corsa erano
avvantaggiati dall’essere leggeri. Gli Spartani si disorientarono (34).
Cominciarono a fuggire e i fanti leggeri a inseguirli uccidendoli. Finché gli
Spartani si ritirarono nel loro forte.
Lo stratego dei Messeni chiese una parte degli
arcieri e della fanteria leggera per aggirare gli Spartani. Avuti i soldati, li
aggirò passando per dirupi. Gli Spartani si trovarono circondati come alle
Termopili wj" mikro;n megavlw/ eijkavsai (Tc. IV, 36, 3), si
parva licet componere magnis (Virgilio, Georgiche
IV, 176) . Sicché cedettero.
Demostene e Cleone volevano portarli vivi ad
Atene. Gli Spartani gettatorono gli scudi e agitarono in alto le mani- parei'san ta;"
ajspivda" oiJ plei'stoi kai; ta;" cei'ra" ajnevseisan (aoristi di parivhmi e ajnaseivw IV, 38). Epitada il comandante spartano era morto.
Gli era succeduto Stifone. Dei 420 opliti 292 di cui 120 spartiati furono fatti
prigionieri. Gli altri erano morti. Erano passati 72 giorni dall’inizio.
Fu un fatto incredibile che
gli Spartani si fossero arresi. I Messeni devastarono la laconia. Gli iloti
fuggivano e gli Spartani erano in grande difficoltà Tuc. IV, 41)
Torniamo all’Eracle di Euripide
Anfitrione continua dicendo a
Lico che è sofov" nel temere la vendetta dei figli di Eracle. Comunque
dubita che Zeus, il quale permette tale situazione, abbia pensieri giusti -dikaiva" frevna"- nei loro confronti (212). Chiede al tiranno di
mandarli in esilio e di non usare la violenza h} peivsh/
bivan (215) o subirai violenza quando il
vento del dio- qeou'
pneu'ma- si trovi a essere cambiato per
te (216). E’ il contrappasso.
Quindi il vecchio biasima
Tebe e la Grecia
le quali, aiutate da Eracle, non portano aiuto nel bisogno. Ora i figli di
Eracle si aspettano l’aiuto del nonno oujde;n o[nta plh;n glwvssh" yovfon (229) il quale non è altro che suono di lingua. Le
membra sono tremanti tromera; gui'a e la forza è sparita (232) . Se fosse forte,
insanguinerebbe i riccioli biondi di Lico che fuggirebbe lontano, oltre i
confini di Atlante.
Il coro nota che i buoni –ajgaqoiv, anche se sono lenti nel parlare, hanno risorse per
le parole ajforma;"
toi'" lovgoisin (236)
Lico replica che risponderà
alle parole cattive agendo- ejgw; de; dravsw-239, io
invece farò.
Il tiranno ordina di andare
sull’Elicona e nelle valli del Parnaso a tagliare tronchi da ardere bwmo;n pevrix (243) tutt’intorno all’altare perché imparino chi comanda. Poi minaccia il
coro di vecchi che devono ricordare dou'loi gegw'te" th'" ejmh'"
turannivdo" (251) di essere schiavi
del suo potere
Il Coro ricorda
la semina dei denti (compiuta da
Ares, in altre versioni è Cadmo, in
Stesicoro è Atena, nelle Fenicie
Atena aveva consigliato ad Cadmo di farlo, 666) Dunque Ares seminò i denti dopo avere reso deserta la vorace
mascella del serpente lavbron dravkonto" ejxerhmwvsa" gevnun (253).
I vecchi coreuti sono
sdegnati perché gli sparti, figli della terra non portano aiuto e accettano la
sottomissione a uno straniero (e[phlu", 257), e
vigliacco. Poi lo mandano in malora e gli ricordano che Eracle non è nascosto
tanto profondamente sotto terra. La
città di Tebe non è saggia (ouj eu\ fronei', 272) anzi è
malata per la discordia stavsei
nosou'sa (273) e pure per i cattivi
consigli kai;
kakoi'" bouleuvmasin.
Tebe è l’antipolis spesso malfamata
dai tragici.
Interviene Megara
consigliando una nobile rassegnazione alla morte. Inoltre suggerisce ai vecchi
del coro di non esporsi troppo.
Dice al suocero che ama i
propri figli – ejgw;
filw` me;n tevkna-che ha generato e per i
quali ha tribolato –a{tikton,
aJmovcqhsa (281).
La sofferenza del parto.
Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli
in casa, mentre loro combattono
con la lancia,
pensando male: poiché io tre
volte accanto a uno scudo
preferirei
stare che partorire una volta sola.
(Euripide, Medea, vv, 248-251). La Medea di Euripide dunque avverte gli uomini che
il parto può essere più tremendo della guerra.
Medea risponde
che preferisce la guerra al parto
inaugurando un tovpo" che arriva alle soldatesse di oggi ed è passato attraverso Ennio (239-169 a.
C.) il quale fa dire alla sua Medea exul
:"nam ter sub armis malim vitam
cernere/quam semel parĕre,
infatti preferirei decidere la vita sotto le armi che partorire una volta sola.
Le sofferenze del parto sono ricordate nell' Elettra
di Sofocle da Clitennestra quando tenta di giustificarsi per il tradimento
e l'assassinio del marito il quale sacrificò Ifigenia dopo averla seminata
senza avere passato il travaglio della madre quando la partorì:"oujk
i[son kamw;n
ejmoi;-luvph", o{t' e[speir' ,
w{sper hJ tivktous' ejgwv"
(Elettra, vv. 531-532).
Nelle Fenicie di Euripide la Corifea commenta la pena
di Giocasta per Polinice dicendo:"deino;n gunaixi;n aiJ di'
wjdivnwn gonaiv,-kai; filovteknovn pw" pa'n gunaikei'on gevno"" (vv. 355-356), sono
terribili per le donne i parti attraverso le doglie, e tutta la razza femminile
è amante dei figli.
Giocasta lo è stata anche
troppo (di Edipo); Medea evidentemente fa eccezione.
Nell' Ifigenia in
Aulide di Euripide la corifea comprende la pena di Clitennestra per la
figliola ricordando quale prova
terribile sia il parto:"deino;n to; tivktein kai; fevrei fivltron
mevga-pa'sivn te koino;n w{sq' uJperkavmnein tevknwn" (vv. 917-918), tremendo è partorire e comporta una grande magia
comune a tutte, tanto da soffrire oltremodo per i figli.
Nei Memorabili di Senofonte, Socrate, ricordando al
figlio Lamprocle i benefici dei genitori alle proprie creature e il loro dovere
di gratitudine, fa presente che il nascimento è rischio di vita della
madre:" hJ de; gunh; uJpodexamevnh te fevrei to; fortivon
tou'to, barunomevnh te kai; kinduneuvousa peri; tou' bivou" (II, 2, 5), la donna
dopo avere concepito porta questo peso, aggravata e con rischio della vita.
In Anna
Karenina di Tolstoj c'è il parto
doloroso della giovane moglie di Levin il quale partecipa, mentalmente, alla
sua sofferenza, forse ingrandendola :" La faccia di Kitty non c'era più.
Al posto dov'era prima, c'era qualcosa di terribile e per l'aspetto di tensione
e per il suono che di là usciva. Egli lasciò cadere la testa sul legno del
letto, sentendo che il cuore gli si spezzava. L'orribile urlo non taceva, si
era fatto ancora più orribile, e, come se fosse arrivato all'ultimo limite
dell'orrore, a un tratto si spense" .
Rachele,
moglie di Giacobbe e madre di Giuseppe,
soffrì e morì di parto nel dare alla luce la seconda creatura: “Quando il
dolore travalicò ogni limite umano, ella gridò e fu un gridare terribilmente
selvaggio, che non si accordava con il suo volto e non si addiceva alla piccola
Rachele. In quell’ora, infatti, in cui ancora una volta fu giorno, ella non era
più in sé, non era più lei, lo si udiva da quel suo orrendo muggito: non era
più lei, la sua era una voce completamente estranea…Erano doglie spasmodiche
che non affrettavano l’opera, ma serravano soltanto in una morsa di tormenti
infernali quella povera santa, così che la maschera del suo volto contratta
nell’urlo era divenuta cianotica e le sue dita artigliavano l’aria…E poi da
Rachele si levò un ultimo grido, come l’esplosione estrema di una furia
demoniaca, quale non si può lanciare una seconda volta senza morire, quale non
si può udire una seconda volta senza perdere la ragione…il figlio di Giacobbe
era uscito, il suo undicesimo e il suo primo, venuto fuori dall’oscuro grembo
insanguinato della vita, Dumuzi-Absu, il vero figlio dell’abisso”.
Megara considera to; katqanei'n deinovn (282), ma chi si oppone alla necessità crede che sia skaio;n brotw'n (283 ottuso tra i mortali, cfr. scaevus, sinistro, incapace). Non dobbiamo morire consumati dal
fuoco dando motivo di riso ai nemici (ejcqroi'sin gevlwn-didovnta", 285-286), cosa che per me è più grave della morte (ouJmoi; tou' qanei'n mei'zoin kakovn)
L’orrore della derisione da parte dei nemici
Alla fine del I episodio Medea dice a se stessa:
“Su via, non risparmiare nulla di quello che sai,
Medea, nel progettare e nell'ordire:
procedi verso l’orrore: adesso è una prova di
ardimento.
Vedi quello che subisci? non
devi dare motivo di derisione
ai discendenti di Sisifo per queste nozze di
Giasone,
tu che sei nata da nobile padre e discendi dal Sole.
E poi lo sai: oltretutto noi donne siamo
per natura assolutamente incapaci di nobili imprese,
ma le artefici più sapienti di tutti i mali. (401-
409)
L'orrore di essere derisa è un motivo,
che ricorre ed è tra quelli che
scatenano la furia di Medea la quale non sopporta il disonore. Fallire non le
dispiacerebbe tanto per il danno costituito dalla propria morte, quanto per la
beffa subita dai nemici.
Il riso come il pianto e il sorriso "non
vengono appresi nel corso dell'infanzia ma sono innati. Le culture modulano
diversamente le loro espressioni, possono indurre alla loro esibizione o alla
loro inibizione, ma l'universalità di ciò che manifesta gioia, piacere,
felicità, divertimento, tristezza, dolore, testimonia l'unità affettiva del
genere umano. I grandi sentimenti sono in effetti universali: amore, tenerezza,
affetto, amicizia, odio, rispetto, disprezzo".
In questo caso Medea è mossa dal
risentimento per il disprezzo che legge in quel gevlw"
.
Anche la Medea di Apollonio Rodio, quando teme di
essere lasciata da Giasone poco dopo averlo aiutato a conquistare il vello
d’oro, lo minaccia dicendo che lui e gli altri Argonauti, se la abbandoneranno
violando i patti, non resteranno lungo tempo tranquilli a schernirla (moi ejpillivzonte~, Argonautiche, 4, 389). Giasone allora si prese paura, e i due
sciagurati ordirono l’assassinio di Assirto, il fratello di Medea..
Nell'
Aiace di Sofocle il Coro dei Marinai di Salamina dichiara il suo dolore
per la degradazione dell'eroe resa evidente e penosa dal fatto che tutti
sghignazzano (pavntwn
kacazovntwn, v. 198). In questa tragedia
il riso dei nemici è un Leitmotiv: poco più avanti (v. 367). lo stesso
Telamonio lamenta di avere subito dai nemici l’ u{bri" della
derisione-
Nell’ Elettra
di Sofocle, Oreste è spinto alla vendetta anche dal desiderio di togliere
il riso dalla faccia dei nemici con la sua venuta:"gelw'nta" ejcqrou;" pauvsomen th'/ nu'n oJdw'/ " (v. 1295).
Quando Alessandro Magno si apprestava a fondare Alessandria jescavth,
l’ultima, sul fiume Tanai, gli Sciti d’Asia al di là del fiume lanciavano
insolenze barbariche “barbarikw`~
ejqrasuvnanto” contro il comandante macedone per offenderlo, gridando
che non avrebbe osato attaccarli. Quindi
Alessandro ordinò dei sacrifici che però non venivano bene; li fece
ripetere e l’indovino Aristandro spiegò che essi indicavano un pericolo
per lui. Il condottiero macedone allora
disse che era meglio affrontare l’estremo pericolo (krei'sson e[fh ej" e[scaton
kinduvnon ejlqei'n) piuttosto che, dopo avere sottomesso quasi
tutta l’Asia, gevlwta
ei\nai Skuvqai~ (4, 4, 3),
essere oggetto di riso per gli Sciti, come era stato una volta Dario, il
padre di Serse. Questi re persiani sono due contromodelli.
Successivamente Alessandro attaccò xu;n ojrgh`/ , con ira, una fortezza impervia della Sogdiana
provocato dall’altezzosità dei barbari. Questi, a una proposta di resa
onorevole, gli avevano risposto ridendo (su;n gevlwti) di cercarsi
soldati con le ali per conquistare quel luogo impervio: “pthnou;~ ejkevleuon zhtei`n
stratiwvta~” (4, 18, 6).
Nell’Olimpo rimpicciolito delle Argonautiche di Apollonio Rodio Era vuole aiutare
Giasone perché prevalga sullo zio usurpatore
“affinché non rida di me Pelia,
sfuggendo alla sorte cattiva” (Argonautiche,
3, 64), dice ad Afrodite, chiedendole di mandare Eros a fare innamorare Medea
del figlio di Esone. Del resto Giasone aveva aiutato la dea trasformatasi in
una povera vecchia ad attraversare il fiume Anauro prendendola sulle spalle e
portandola al di là dell’acqua impetuosa (vv. 72-73).
Nella Carmen di Bizet (libretto di Meilhac e Halévy tratto dal racconto di
Mérimée) don José prima di uccidere la donna le dice che non sopporta di
vederla correre entre ses bras rire de
moi (IV, 2), tra le sue braccia a ridere di me. Nell’ultima scena della trasposizione
cinematografica di Otto Preminger ( Carmen
Jones, 1954) Harry Belafonte dice a Dorothy Dandrige: “ I’ll have no man laugh at me while you’re
rolling around in his arms”, non voglio subire alcun uomo che rida di me
mentre tu ti rotoli tra le sue braccia.
Concludiamo il primo episodio dell’Eracle di Euripide.
Noi
prosegue Megara parlando con Anfitrione, siamo debitori alla nostra casa di
molti atti nobili ojfeivlomen
ga;r polla; dwvmasin kalav (297). I nobili (oij eugenei'" 292) soffrono per l’ignominia dei figli e io non devo rinnegare
l’esempio del mio uomo. Il quale del resto, nonostante la tua speranza, non può
tornare indietro dall’Ade. Lico è un nemico skaiov", ottuso e bisogna evitarlo, non si può trattare con lui,
mentre si potrebbe trattare e fare concessioni sofoi'si kai; teqrammevnoi" kalw'" a quelli saggi e bene educati
(300).
Implorare
l’esilio significa cercare di ottenere una compassionevole indigenza (peniva oijktrav, 304), poi dicono che quelli che
ti ricevono hanno il volto degli ospiti ta; xevnwn provswpa, (v. 305) con gli amici in esilio feuvgousin fivloi", per un solo giorno e}n hmar movnon (v. 306)
Dunque il
consiglio è tovlma
meq j hJmw'n qavnaton, o}" mevnei s
j o{mw" (307) , devi osare con noi affrontare la morte che ti attende
comunque.
La proqumiva, il
coraggio di chi lotta contro la sorte voluta dagli dei è insensato, infatti nessuno potrà mai rendere
non dovuto quelle che è necessario (311).
Dunque prokaloumeq j eujgevneian,
w\ gevron, sevqen (308), faccio appello alla tua
nobiltà (che è anche intelligenza).
Il coro
ribadisce la propria impossibilità di agire data la vecchiaia e la debolezza: nu'n d j oujdevn esmen (314).
Forse Anfitrione può fare qualcosa
Anfitrione
chiede a Lico di ucciderlo prima dei bambini per non vedere tale spettacolo
empio ajnovsion
qevan (323)
Megara
invece chiede di poter entrare nel palazzo dal quale sono chiusi fuori per
prendere gli ornamenti funebri-kovsmon nekrw'n- 329- dei bambini.
Lico
accoglie la richiesta: ouj
fqonw' pevplwn (333)
non lesino le vesti. Una volta fatti
belli, dice il tiranno, verrò per consegnarli alla terra infera- h{xw dwvswn nertera/ cqoniv (335).
Megara
rivendica il palazzo paterno: figli, seguite il piede disgraziato della madre
al palazzo paterno:
ou| th'" oujsiva"-a[lloi kratou'si, to; d j o[nom j
[sq j hJmw'n e[ti ( Eracle, 337-338), del quale altri hanno la proprietà, ma il nome è
ancora nostro.
Cfr. il
palazzo Martelli di Sansepolcro e il palazzo Scattolari di Pesaro.
Anfitrione
lancia accuse a Zeus: “Zeus, invano ti ebbi come marito collega , w\ zeu', mavthn a[r j
oJmovgamovn s j ejkthsavmhn (339), e invano ti chiamavamo
condivisore del figlio. Tu eri meno amico di quanto sembravi. Io che sono un
mortale supero in virtù te che sei un dio grande -ajreth'/ se nikw' qeo;n mevgan (342): infatti i figli di Eracle
non li ho traditi (pai'da"
ga;r ouj prouvdwka tou;"
j Heraklevou", 343). E’ una delle critiche più
forti di Euripide alle divinità tradizionali.
Un’altra critica si trova nell’Andromaca contro la pretaglia delfica e Apollo.
Invano Neottolemo, "il ragazzo di Achille"(Andromaca, v.1119) domanda:
"per
quale ragione mi uccidete mentre percorro il cammino della pietà? per quale
causa muoio? Nessuno di quelli, che erano migliaia e stavano vicini, mandò
fuori la voce, ma gettavano pietre dalle mani"(vv. 1125-1128). Il clero
non è estraneo a questo “crimine sacro”: a un certo punto, dai recessi dl
tempio rimbombò una voce terribile e raccapricciante che aizzò quel manipolo e
lo spinse a combattere (vv. 1146-1148). Il messo alla fine di questa rJh'si" accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo"
kakov" (v.1164), come un uomo
malvagio, e domanda:"pw'" a]n ou\n ei[h
sofov";" (v. 1165), come
potrebbe essere saggio?
A
questo proposito G. De Sanctis scrive:"Ora può darsi che Euripide osasse
porre in così cattiva luce Apollo profittando del mal animo degli Ateniesi
verso il dio che spartaneggiava in quegli anni come poi filippizzò".
Ma
torniamo alle accuse di Anfitrione a Zeus: tu sapevi entrare di nascosto (kruvfio") nelle coltri (ej" eujnav"), prendendo i letti degli altri (tajllovtria levktra), sebbene nessuno te li desse, ma non sai salvare i
tuoi figli. Sei un dio stupido, oppure
non sei giusto ajmaqhv" ti" ei\
qeo;" h} divkaio" oujk e[fu"
(344-347).
Cfr.
uno dei Silli di Senofane (VI sec.) dove Omero con Esiodo vengono attaccati
poiché hanno attribuito agli dèi motivi di biasimo e vergogna anche per gli
uomini: “klevptein, moiceuvein, te kaI ajllhvlou" ajpateuvein”, rubare e ingannarsi a vicenda.
Pesaro
11 agosto 2026 ore 16, 36 giovanni ghiselli
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Il maestro che spinge alle imprese pericolose è
Pindaro la cui casa venne risparmiata da Alessandro Magno quando (335 a. C.) distrusse Tebe che
si era ribellata.
Nell’Olimpica VI si legge :“ ajkivndunoi d j ajretaiv-ou[te par j ajndravsin ou[t j ejn
nausi; koivlai"-tivmiai” ( vv.
9-11), virtù senza pericolo non hanno onore tra gli uomini, né sulle concave
navi.
Erodoto nel IV libro racconta che gli Sciti schierati
davanti ai Persiani si misero a inseguire una lepre. Allora Dario capì che
quegli uomini lo disprezzavano e comprese il significato del dono simbolico che
aveva ricevuto : un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Era giusta
l’interpretazione di Gobria: se diventati uccelli non volerete in cielo, o topi
non andrete sotto terra, o rane non salterete nelle paludi, sarete trafitti da
queste frecce(4, 132). Gobria,
sentito della lepre, disse che vedeva che quegli uomini si prendevano gioco dei
Persiani: “oJrw'n
ejmpaivzonta" hJmi'n”
(4, 134, 3).