mercoledì 22 luglio 2026

Viaggio in Grecia 1978 IV. Il tempio di Brauron. La preghiera alla dea vergine, signora delle belve.


Procedevo lungo la costa orientale dell’Attica, diretto al promontorio meridionale. La strada era discosta qualche chilometro  dal mare da dove provenivano i soffi di un vento furioso. Pedalavo chino sul manubrio e abbarbicato alla bicicletta per non essere gettato a terra dove avrei battuto la testa, sarei rimasto privo di sensi e mi avrebbero finito dei cagnacci affamati acceffandomi senza pietà, ne ero sicuro. Ho sempre temuto la morte per cani. La cosa più costantemente temuta accade sempre?  

A un tratto vidi un cartello che indicava la direzione verso il tempio di Brauron. L’avevo sentito menzionare da Euripide ma non ricordavo in quale tragedia. “sono i prodromi dell’Alzaheimer” pensai e ne fui terrorizzato. Quindi sussurrai: “presto sarà tempo di dire: nunc dimittis servum tuum Domine” . Poi aggiunsi: “forse è già tempo”, ricordando le ultime parole del romanzo Il male oscuro di Giuseppe Berto che mi influenzò e aiutò molto nella fase più tragica della mia vita.

Non potevo rassegnarmi a tanta smemoratezza: non avevo nemmeno bevuto l’acqua del Lete. Ho sempre avuto una memoria più che terrena e il laqevsqai mi pareva  il maximum scelus , un segno di morte. Sicché ce la misi tutta per tirare fuori il ricordo dalle pagine di Euripide.

Appena me ne sovvenni, mi sentìi salvo. Si tratta della cara tragedia Ifigenia in Tauride quando Atena ex machina ferma l’inseguimento del barbaro re Toante e salva i fratelli figli di Agamennone e Clitennestra, preannunziandone le sorti. La ragazza dovrà custodire le chiavi del tempio di Brauron dove morirà e avrà sepoltura. In quel  tempio Ifigenia  avrebbe ricevuto l’ornamento  dei pepli e dei tessuti che le donne morte di parto lasciano nelle loro case.  

L’onore della mia memoria, il mio stesso onore e la vita, tutto era salvo, tranne la mia bambina, quella che Päivi aspettava, invano. Forse aveva temuto di morire di parto. Dovevo sostituire quella creatura in qualche maniera. Con rinnovate forze pedalai  su  un sentiero sassoso procedendo a fatica contro gli sbuffi del vento che veniva dal mare e mi gettava aspri granelli di sabbia negli occhi già straziati da trenta ore di lenti a contatto. Ma lì tutto era santo. Infatti ero diretto al santuario dove le spoglie della mia figlia prediletta  sarebbero rimaste per sempre  protette dalla dea cacciatrice. Giunsi sulla riva dove sorgono le colonne del tempio. Il vento orientale, lo stesso che più a nord ostacolava la partenza dal golfo di Aulide, sembrava inteso ad abbattere le sgretolate colonne. Non ci riusciva però. Invece scuoteva le chiome dei pini e i capelli della mia Ifigenia che profumavano mandando al cielo soavi odori di Paradiso, ingentilendo l’aria salmastra e rendendola più delicata. Guardavo mia figlia: bella, bruna, vivace: aveva negli occhi un’espressione ispirata e sulle labbra un sorriso di risoluta fierezza. Aveva deciso di dare la vita per l’Ellade intera guidata da me.  

divdwmi sw`ma toujmo;n  J Ellavdi, offro il mio corpo per l’Ellade, ricordai (Euripide, Ifigenia in Aulide, 1397)

Pregai la dea cacciatrice con gli occhi bagnati di umore congiuntivale e di pianto: “O casta dea che non puoi volere il sangue innocente di questa creatura mia, salvala dal ferro del sacerdote infernale. Ritengo che l’empio Calcante, lo scellerato prete, essendo lui un assassino, attribuisca a te la sua crudeltà. Ifigenia non è renitente al fato: non vuole essere salvata da me e nemmeno da Achille. Salvala tu, potente signora delle belve  [Artemi" povtnia qhrw'n[1], ora che la mia figliola prediletta ha dato il suo assenso al sacrificio di sé per amore della Grecia. Artemide salva la vergine Ifigenia. Lei ti somiglia!”

Il luogo era deserto e potei piangere le lacrime dolci che mi diedero, come sempre, una strana consolazione. Sazio di lacrime, ripresi a pedalare. Ero quasi felice.

 

Bologna 22  luglio 2026  ore 18, 20 giovanni ghiselli

 

p. s

“Strana consolazione” dunque.

 La mia consolazione ora sta nel leggere, nello scrivere e nell’andare in bicicletta sulla Panoramica di Pesaro.

“La parola è la chiave fatata che apre ogni porta” ha scritto don Lorenzo Milani. Lo credo anche io. Con le mie donne migliori ha funzionato. Quelle affascinate dalla venustà del mio dire oltre che dalla lepidezza della mia persona intera, erano non solo le più intelligenti ma pure le più belle. Elena Augusta in primis che dopo avermi ascoltato per un paio di giorni disse: “Sto imparando ad amarti”.  Anche  con voi lettori le mie parole funzionano. Sarò maestro di un popolo intero

Ecco quanti siete fino a questo momento.

 

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[1] Iliade  XXI, 470


Riccardo III. Trentasettesima e ultima parte. Il vincitore ripristina l’età dell’oro. Qui Richmond, in Virgilio e Orazio è Augusto.


 

Atto V, scena 4

Entra Catesby che chiede soccorso a Norfolk dicendo: “The king enacts more wonders than a man  (V, 4, 2) il re esegue prodigi più che umani. Riccardo è sempre stato estraneo al naturalmente umano.

 

Lo accosto a lady Macbeth quando è prossima a morire e il dottore dice: “unnatural deeds do breed unnatural troubles  (Macbeth, V, 3) atti contro natura producono turbamenti innaturali.

 

Il suo cavallo è stato ucciso ed egli si batte a piedi.

Il cavallo ha una funzione importante nella guerra di quel tempo, e più di tutti ha bisogno di servirsene un guerriero lamely claudicante quale si presenta Riccardo nella prima scena di questo dramma (I, 1, 22).

Riccardo è cladicante, come Edipo, e non si avvale di valido piede"  j ouj podi; crhsivmw/-crh'tai "(Sofocle, Edipo re, v.878-879). 

 

Atto V scena 5

Entra in scena Riccardo III e lancia il grido A horse!a horse! My kingdom for a horse! (V, 5, 7). , un cavallo un cavallo! Il mio regno per un cavallo. Il regno che gli è costato tanti delitti vale meno di un cavallo. E’ un’altra smontatura del potere che non solo non è felicità ma nemmeno potenza.

 

Catesby gli consiglia la fuga ma Riccardo assume la veste dell’eroe il cui motto è “non cederò”- ouj lhvxw  detto da Achille in Iliade , XIX, 423.

 

Riccardo dunque dice di avere puntato tutto su una sola giocata e accetterà il rischo del dado. Questo fa venire in mente l' alea jacta esto di Cesare (Svetonio, Vita, 32) e pure quanto dice Macbeth dopo l'uccisione del suo re Duncan. "there is nothing serious in mortality-all is but toys" (II, 3) non c'è niente di serio nella vita mortale, tutto si riduce a giocattoli.

 

Senza contare che i dadi del destino sono sempre truccati

In un frammento  di Sofocle leggiamo: “ajei; ga;r eu\ pivptousin oiJ Dio;~ kuvboi”, i dadi di Zeus cadono sempre bene.

Per quanto riguarda l’alea di Cesare, Lucano scrive: placet alea fati (Pharsalia, VI, 8) gli piace correre rischi, abituato com’era a vincere, ma è di Zeus, o del Fato,  la mano che lancia i dadi degli uomini, e il trucco non favorisce sempre la stessa persona, per quanto avventurata.

 

Del resto: non illuderti che il potere (kravto") sia potenza (duvnami"):“ mh; to; kravto" au[cei duvnamin ajnqrwvpoi" e[cein”, dice Tiresia a Penteo re di Tebe (Euripide, Baccanti, 310). Anche lui come Cesare, Pompeo e Riccardo e pure Richmond, tutti noi isomma combattiamo e ci agitiamo solo per una tomba :

“Et ducibus tantum de funere pugna”(Lucano, Pharsalia, VI, 811) pure i comandanti combattono solo per una tomba. Come noi tutti.

 

Quindi Riccardo ripete il suo verso di morte  A horse!a horse! My kingdom for a horse! (13). Sono le sue ultime parole.

All’ultima scena è premessa la didascalia con la notizia che Riccardo si batte con Richmond e viene ucciso.

Quindi entra in scena il vincitore con Stanley, conte di Derby, che tiene la corona in mano e altri nobili.

Richmond annuncia: “the bloody dog is dead” (V. 5, 2), il cane sanguinario è morto. Probabilmente anche l’uccisore di Riccardo sarà insanguinato.

What bloody man is that?, chi è quell’uomo insanguinato?, sono le prime parole umane, dopo quelle delle tre streghe, nel Macbeth (I, 2, 1). Le pronuncia Duncan, il re vedendo un suo ufficiale reduce dalla battaglia. E’ un segno: più avanti scorrerà il sangue di Duncan ucciso da Macbeth, poi quello dello stesso Macbeth.

 

Stanley porge a Richmond la corona regale che ha strappato dalla testa dell’usurpatore. Quindi gli dà la buona notizia che il proprio figliolo è al sicuro e nomina alcuni nobili caduti da una parte e dall’altra,

Richmond, il buon re, dotato di pietas, che succede al mostro spietato, ordina che tutti i nobili ricevano la sepoltura che spetta alla loro nascita.

Anche  i riti funebri  dunque sono classisti.

Inoltre Richmond ordina che si poclami un indulto a chi si sottometterà.

Cfr. il mh; mnhsikakei`n (Senofonte, Elleniche, II, 4, 43), l’ astenersi dalle rappresaglie,  seguito alla caduta dei Trenta tiranni, o anche a quello di Togliatti, caduto il fascismo. Una volta caduta la testa del capo, i suoi seguaci non sono più pericolosi: lo rinnegano sempre quasi tutti.

Segue il discorso che sancisce e santifica il lieto fine

Richmod manterrà il giuramento fatto di unire le due rose:

Il vincitore auspica una nuova età dell’oro: come aveva solennemente giurato

“We will- latino velle-  unite-latino unire- the white rose- greco rJovdon, latino rosa- and the red- greco eJruqrov", latino ruber, uniremo la rosa bianca (York) e la rossa  (Lancaster). 18-19

Il cielo che per tanto tempo ( trenta anni: 1455-1485) ha guardato accigliato la loro ostilità, ora può sorridere.

Il cielo nelle tragedie è spesso coinvolto nelle vicende umane

Ricordo il già citato  :"Fecimus coelum nocens" ( Seneca, Oedipus, v. 36).

York e Lancaster furono divisi dall’odio e dal clima della totale ostilità : “the brother- greco fravthr- latino frater- blindly shed-orig. to separate- greco scivzw latino  scindo- the brother’s blood;-the father greco pathvr- latino pater- rashly slaughter’d his own son- greco uiJovς-;/the son compelled- latino compello-spingo a forza-  been butcher to the sire-is a variant of Old Frech senre< latino senior [1](24-26) il fratello ha ciecamente versato il sangue del fratello, il padre ha sconsideratamente macellato il proprio figlio, il figlio è stato costretto a farsi macellaio del padre. 

All this divided- latino divĭdo- York and Lancaster/ - in their dire- greco deinovς- latino dirus- division  (28) tutto questo divise York e Lancaster nella loro crudele rivalità.

Durante questa guerra deprecata l’Inghilterra ha infierito contro se stessa e si è giunti a quella completa peccaminosità che caratterizza l’età del ferro. Il fratello ha ucciso il fratello, il padre il figlio, il figlio il padre.

Delitti che si sono in gran parte concentrati in Riccardo.

.

Si ricordi il re buono che rende prospera la terra già nell’Odissea ( XIX, 108-114) e il capo cattivo che la intristisce e la rende desolata nelle Opere e i giorni (240-244) di Esiodo.         

 

Anche Lucrezio identifica l’età peggiore, quella della compiuta peccaminosità, con il tempo delle guerre intestine, della lotta spietata di tutti contro tutti: quando gli uomini, credendo di sfuggire al terrore della morte, gonfiano gli averi col sangue civile, e ammassano avidi le ricchezze, accumulando strage su strage, godono crudeli dei tristi lutti fraterni "et consanguineum mensas odere timentque " (De rerum natura , III, 73) e odiano e temono le mense dei consanguinei.

 

Adesso l’odio è finito: “Richmond and Elisabeth the true- succeeders latino -succēdo- of each- royal- latino regālis- House, autentici successori di ciascuna casa reale, by God’s fair ordinance conjoin- latino coniungo- together, si congiungano per fausto decreto di Dio, and their heirs latino heres-ēdis, God, if Thy will- latino velle- be so- e il loro eredi, Dio, se tale è il tuo volere,  enrich the time to come, with smooth-fac’d peace, arricchiscano l’avvenire con la pace dal volto disteso, with smiling- greco  meidiavw- plenty- latino  plenitas, plenus- greco-pivmmplhmi-plh'qoς- and fair prosperous- latino prosperus- days, con ridente abbondanza e radiosi giorni di prosperità (30- 34)

 

 

Abate the edge- greco ajkivς- latino acies- of traitors graicious  lord, smussa la lama dei traditori, grazioso signore that would- reduce- latino redūco- these bloody days again-and make poor England weep in streams of blood-  che vorrebbero ricondurre quei giorni sanguinosi, e fare piangere torrenti di sangue alla povera Inghilterra (35-37) .

Il pericolo di una regressione c’è sempre nella storia come nella vita individuale.

Now civil- wounds are stopp’d-, peace lives again- that she may

 long live here. God say Amen (V, 5, 40-41) ora le ferite della guerra civile sono chiuse, torna a vivere la pace. Che possa vivere a lungo qui, Dio dica amen. Sono le ultime parole del dramma. Poi la didascalia Exeunt.

 

Fine del Riccardo III

 

 Brevissima appendice

Gli scrittori protetti cenlebrano sempre i vincitori

Richmond dopo la vittoria diviene re Enrico VII, padre di Enrico VIII e nonno della regina Elisabetta I  

Si torna dall’età del ferro a quella dell’oro come nella IV Bucolica  di Virgilio e nel Carmen saeculare di Orazio.

 

Nell'Eneide la decadenza delle età è collegata alla guerra e alla volontà di impossessarsi delle ricchezze:"Aurea quae perhibent illo sub rege  fuere/saecula: sic placida populos in pace regebat,/deterior donec paulatim ac decŏlor[2] aetas/et belli rabies et amor successit habendi " (VIII, 324-327 è Evandro che racconta), i secoli d'oro di cui si narra furono sotto quel re[3]: così reggeva i popoli in placida pace, finché un poco alla volta succedette l'età scolorita e la furia di guerra, e l'amore del possesso.

 

 L'età dell'oro ovviamente, secondo la profezia di Anchise,  ritornerà con Augusto: “ Augustus Caesar,  Divi genus, aurea condet/saecula qui rursus Latio regnata per arva/ Saturno quondam" (Eneide VI, vv. 792-794), Cesare Augusto stirpe divina, che stabilirà di nuovo nel Lazio l'età dell'oro su cui regnò nei campi arati un tempo Saturno.

 

 Già nel primo libro Giove profetizza il rinnovamento dei tempi dovuto all’impero e  senza fine e alla pace stabiliti da Augusto: “imperium sine fine dedi. Quin aspera Iuno (279)…. consilia in melius referet mecumque fovebit/Romanos rerum dominos gentemque togatam (281-282)… “(291)Aspera tum positis mitescent saecula bellis,/cana Fides et Vesta, Remo cum fratre Quirinus[4]/iura dabunt; dirae ferro et compagibus artis/claudentur Belli portae; Furor impius intus/saeva sedens super arma et centum vinctus aënis/post tergum nodis fremet horridus ore cruento” (Eneide, I, 279 sgg.), ho assegnato un impero senza fine. Anzi la dura Giunone volgerà in meglio i propositi e  con me favorirà i Romani signori del mondo e la gente vestita di toga[5]…allora, deposte le guerre, diventeranno miti le età feroci, e la Fede veneranda e Vesta, e, con il fratello Remo, Quirino daranno le leggi; le atroci porte della guerra verranno chiuse con stretti serrami di ferro; l'empio Furore dentro, seduto sopra le armi crudeli, e legato dietro la schiena con cento nodi di bronzo, fremerà orribile nel volto insanguinato.

   

 

Sentiamo l’altro poeta protetto da Augusto

 

 Orazio nel Carmen saeculare[6] celebra il nuovo secolo di prosperità e virtù morali ritrovate:"Iam Fides et Pax et Honor Pudorque/priscus et neglecta redire Virtus/audet, apparetque beata pleno/Copia cornu"[7], già la Fede e la Pace e l'Onore e il Pudore antico e la Virtù messa da parte osa tornare, e appare felice l'Abbondanza con il corno pieno.

 

 

  

Aggiunta semiseria

 La morte si annuncia con il freddo agli arti inferiori. Aristofane, Platone, Shakespeare

  La via più breve per scendere nell’Ade, dice Eracle a Dioniso che vuole andare negli inferi a recuperare Euripide è il suicidio: corda e sgabello per impiccati. Poi c’è to; kwvneion, la cicuta.

Dioniso: ma è gelata e intirizzisce gli stinchi (Rane, 125-126)

 Cfr. il Fedone 118 quello che gli aveva dato il veleno, risalendo con la mano dal piede al ventre, faceva vedere come Socrate si raffreddava e irrigidiva: “ejpedeivknuto o{ti yuvcoitov te kai; phvgnuto”.

 Cfr. Enrico V  (1599) con la morte di Falstaff raccontata dall’ostessa: “So a’bade me lay more clothes on his feet-pouvς-pes: I put my hand-palma into the bed and felt them, and they were as cold-congeal-gelidus- as any stone-stiva-pietruzza; then I felt to his knees-govnu-genu-, and so upward, and upward, and all was as cold as any stone” (II, 3, 20-25)

Pesaro 22 luglio 2022 ore 17, 59 giovanni ghiselli

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[1] Walter Skeat Conciso dizionario etimologico della lingua ìnglese, Oxford 1984 I edizione1882

[2] Nell’Oedipus di Seneca la Tebe ammorbata dagli scelera del re  è colpita dall’aridità, dalla siccità e pure dallo scolorimento che significano sterilità e morte:"Deseruit amnes humor atque herbas color,/aretque Dirces; tenuis Ismenos fluit,/et tingit inǒpi nuda vix undā vada "(Oedipus, vv.41-43), l'acqua ha lasciato i fiumi e il colore le erbe, è disseccata Dirce; l'Ismeno scorre vuoto, e con la povera onda bagna a stento i guadi nudi. La malattia toglie umore e colore alla vita prima di annientarla: "Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia" A. Camus, La peste, p. 87.

[3] Saturno (cfr. redeunt Saturnia regna di Bucolica IV, v. 6) che diede alla terra dove si era rifugiato il nome di Latium , "his quoniam latuisset tutus in oris " (Eneide, 8, v. 323), poiché era rimasto latitante sicuro in queste contrade. 

[4] Il  fratricidio è rimosso. Poco posteriore alla IV ecloga ( scritta nel 40 a. C. anno della pace di Brindisi tra Ottaviano e Antonio e del consolato di Asinio Pollione)  è l'Epodo 16 di Orazio composto probabilmente  "dopo che Sesto  Pompeo nel 38 ha ricominciato la sua guerra sul mare, minacciando di affamare l'Italia"[4]. Roma che i tanti nemici esterni non riuscirono a distruggere, prevede cupamente il poeta, "impia perdemus devoti sanguinis aetas "(v. 9), la distruggeremo noi, generazione empia nata da un sangue maledetto, con riferimento al fratricidio primigenio di Romolo. Anche la funzione della donna è ribaltata rispetto al messianico testo virgiliano dove la madre è rappresentata ridente:  alle donne, con ricordo archilocheo che avrà un seguito in Tacito, si addice il luctus che il vir,  cui si confà la virtus,  deve evitare:"vos quibus est virtus, muliebrem tollite luctum " (v. 39), voi che avete coraggio virile togliete di mezzo il lamento da femmine. Si dovrà volare al di là dei lidi etruschi, verso le isole felici dell'Oceano. In quei luoghi la terra è generosa, gli animali produttivi, il clima mite, le donne pudiche poiché non hanno avuto il cattivo esempio di quella sporcacciona di Medea:"Non huc Argoo contendit remige pinus/neque impudica Colchis intulit pedem " (vv. 59-60), qua non ha diretto la rotta la nave con i rematori di Argo, né la svergognata donna di Colchide vi ha messo piede.

 

[5] La toga è la divisa del romano in pace, è "quell'indumento così fortemente marcato, dal punto di vista dell'identità e dell' "appartenenza" romana, da costituire una vera e propria "uniforme de la citoyennetè" (. F. Dupont, La vie quotidienne du citoyen romain sous la république, Hachette, Paris, 1989, p. 290) .La toga costruisce il corpo del cittadino alla maniera di una veste rituale…". (M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 345).

 

[6] Del 17 a. C.

[7] Vv. 57-60. E' una strofe saffica formata da tre endecasillabi saffici e da un adonio.


Il sindaco di Bologna risponde a tono.


 

Persona umana e persona=maschera. Dove prevale la legge sull’arbitrio dei prepotenti vige la democrazia

 

“A chi lo accusa di avere fomentato le violenze di lunedì sera (…) Lepore risponde che “si sta dimenticando che è morta una persona”. E fa un passo in più: “sono passati tre giorni e  nessuno ha ancora chiesto scusa, si sta continuando a ignorare che per troppi minuti Fakir è rimasto a terra senza che nessuno lo soccorresse e ancora nessuno lo sta soccorrendo visto che nessuno ha il coraggio di assumersi la responsabilità di quello che è successo” (“la Repubblica” di oggi, Cronaca, pagina 2).

 

Un mio breve commento. Quanti approvano la violenza ignorano il significato italiano della parola persona. Se fossero meno ignoranti direi che costoro attribuiscono a persona il significato della parola latina persona: “maschera”. Infatti tali fautori della violenza di chi è più forte contro chi è più debole sono fantocci con la maschera dei figuranti  di un corteo  che approva sempre il potere qualunque e comunque esso sia. Persona in senso umano per questi non esiste poiché non la conoscono in loro stessi.

Di questa mascherata fanno parte anche quanti minacciano i giudici che hanno condannato secondo la legge vigente un gioielliere uccisore di due rapinatori in fuga.

A pagina 2 della parte nazionale del medesimo quotidiano su legge questo titolo:

 Minacciati i magistrati

Ora basta delegittimazioni

E sotto: “Una pericolosa ondata di odio e delegittimazione sta travolgendo la magistratura italiana, alimentata da una gogna mediatica e social, in un clima in cui,  come ha chiarito ieri l’Anm si viene attaccati per avere applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa”.

I magistrati che applicano la legge meritano il rispetto e la stima dei cittadini onesti. Dove prevale la legge sull’arbitrio dei potenti e dei prepotenti, dice il personaggio Teseo nelle Supplici di Euripide, vige la democrazia.

Pesaro 22 luglio 2026 ore 16, 34 giovanni ghiselli

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La Grecia in bicicletta da solo 1978. III. Il ciclista trasognato pedala e ricorda alcune tragedie greche che gli suscitano delle fantasie.


Fantasticavo e vagabondavo non lontano dalla gioia.  Volevo che la luce della gioventù della creatura mia  sgominasse le tenebre della superstizione. Dato il mio ruolo di capo supremo, potei sottrarre Ifigenia all’empio proposito del prete malvagio.

L’avevo rapita all’avida morte: la vedevo danzare, cantare  e sorridere sulla riva ventosa del mare ondeggiante.

Questa gara dovrà sottostare alla mia volontà di vita pensavo e pregavo rivolto al Sole- “tu dammi propizio l’evento”.

I ciottoli sotto l’acqua vicina alla riva scintillavano come cristalli. Api vellutate giravano intorno alle arance. Il sole sfolgorante circonfondeva tutto.

 Ifigenia cercava di propiziarsi gli dèi che, pietosi, ci avevano offerto l’occasione di quella felicità. Dolce aleggiava il canto della ragazza nell’aria luminosa  e i suoi movimenti avevano l’armonia del cosmo creato dalla sapienza dell’artista supremo.

Le parole mi fiorivano dentro e dicevo a mia figlia venuta vicino a me:

  “Inevitabile è il viaggio di ritorno a Micene. Io e tua madre detestiamo la guerra. Vogliono farla per amore di rapina e di stupro. Ma io amo te figlia mia. Non mi importa niente della conquista di Troia, della vittoria sui barbari né del potere sui Greci: solo tu mi stai a cuore principessa: la tua vita che porterà avanti la mia, il tuo volto ridente, la tua gioia, il tuo amore. Torneremo insieme alla nostra inespugnabile rocca dove daremo gioia  anche alle tue sorelle[1], a tuo fratello, a tua madre. Questa è la ritirata dei forti, non è viltà. Torniamo nella patria nostra”.

Ma le mie parole rimasero senza effetto:  Ifigenia aveva mutato disposizione d’animo. Inopinata e improvvisa come la sorte,

rispose: “No, padre. A Micene tu farai convocare l’assemblea dei cittadini, poi annuncerai che la tua primogenita vuole morire per la gloria dell’Ellade intera. Lascia che io aiuti la Grecia. Il popolo vuole tali esempi da noi. Se non trovassimo il coraggio e la forza di darli, come potremmo pretendere di essere considerati i migliori? Io devo morire e lo voglio, non perché non ami la vita e sia stanca di vedere la splendidissima luce del sole, ma perché amo la mia identità di ragazza dall’anima nobile ancora più della vita. Tu stesso, padre, mi hai educata a sentire così altamente”.

Non potei dissuaderla. Dovetti sottoporre il collo al giogo ferreo della Necessità.

Come quando Päivi decise di abortire la nostra bambina. Con la mia complicità siccome non le garantii assistenza quando la pregnante mi telefonò dall’ospedale dicendo che non sapeva come fare. Ma questa è una storia di quasi quattro anni prima in un paese già freddo e mesto in settembre.

Torniamo al mio fantasticare  nella Grecia assolata e sitibonda.

Ottenni soltanto che nell’assemblea convocata dentro la rocca possente della nostra Micene fosse lei stessa ad annunciare il proposito suo e ne avesse intera la gloria.

Sapevo che i poeti l’avrebbero cantata per sempre.

Come ho fatto io dopo avere perduto le tre amanti migliori e l’unica figlia ammessa  dal mio destino di padre per poche settimane. Tornato ai miei compiti mi diedi a raccontare le storie di questi  amori supremi divenendo “l’aedo di Debrecen” come mi disse Fulvio non senza posarmi sul capo  una corona d’alloro durante una bevuta di Tokaj.

 

Recuperata tutta la memoria ricordai alcuni versi di Euripide annidati nell’anima mia.

Sapevo che vivono più a lungo delle pur nobili gesta le parole se sono tirate fuori da un sentimento profondo e hanno il favore delle Muse associate alle Grazie.

 

Quindi ripresi a sognare pedalando e pensando che la madre forse non avrebbe capito il sacrificio volontario della nostra figliola. L’avrebbe considerato un empio delitto voluto dal prete empio e dai duci ambiziosi dei Danai d’accordo con me.

Dovevo impedire che la furia materna arrivasse a sciupare l’eroico gesto voluto dall’anima nobile della nostra ragazza innocente e non renitente al fato.

 

Uscito dall’estasi un’altra volta,  tornai in me  e recitai questi versi di Sofocle dove Clitennestra  ricorda a Elettra l’assassinio di Ifigenia quando dice alla figlia superstite, ostilissima a lei, che è stata Dike ad ammazzare Agamennone.

Io partorii quella ragazza con dolore; lui l’ha solo seminata.

ejpei; path;r ou\to" sov", o{n qrhnei'" ajeiv,

th;n sh;n o{maimon mou'no"   JEllhvnwn e[tlh

qu'sai qeoi'sin, oujk  i[son kamw;n ejmoi;

luvph" o{t j e[speir j , w{sper hJ tivktous  j ejgwv (Elettra, 530-533)

poiché tuo padre che piangi sempre, osò, lui solo tra i Greci,  sacrificare agli dèi una del tuo stesso sangue, senza avere sofferto quando la seminava, la pena del parto  come ho fatto io nel metterla al mondo.

 

Avevo pedalato per parecchi chilometri in preda  ai ricordi di studio e di vita. Non sapevo che in autunno avrei conosciuto meravigliosamente una Ifigenia in carne e ossa; anzi pensavo alla bambina non nata siccome sacrificata alla carriera da Päivi, e in nessun modo difesa da me.

deino;n to; tivktein ejstivn (v.770), tremenda cosa è il partorire! Citai ancora dalla tragedia di Sofocle,  gridando. E perdonai la finnica rossa che mi aveva negato la figlia.

 

Avvertenza: il blog contiene 1 nota e il greco non traslitterato.

 

Pesaro 22 luglio 2026 ore 11, 27  giovanni ghiselli

 

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[1] Nell’Iliade  (IX, v. 145 e v. 287 ripetuto da Odisseo) Agamennone dice di avere lasciato nella sua casa ben costriuita tre figlie: Crisotemi, Laodice, Ifianassa.

La vicenda di questo sacrificio è raccontata da Eschilo, Euripide, Lucrezio,  e io uso sempre diverse fonti, poiché, come scrive Leopardi, è moltiplicando i modelli che si raggiunge l’originalità  (cfr.Zibaldone , 2185-2186.)


Euripide undicesima parte. Due tipi opposti di donna: Elena e Andromaca.


 

L'antitesi di tanta virtù incarnata nella troiana Andromaca è impersonata da  Elena la spartana (hJ Lavkaina, v. 869), cui Ecuba rinfaccia la sensualità e l'avidità per le quali vanamente la donna fatale ha cercato di incolpare una o più dèe:" Mio figlio era di bellezza sovrumana, e l'animo tuo, vedendolo, si fece Cipride: infatti tutte le stoltezze sono Afrodite per gli uomini; e il nome della dea comincia giustamente come quello di follia (ta; mw'ra ga;r pavnt' ejsti;n jAfrodivth brotoi'"-kai; tou[nom' ojrqw'" ajfrosuvnh" a[rcei brotoi'") . E tu, dopo averlo visto fulgente nell'oro delle vesti barbare, divenisti frenetica nell'anima. Infatti ti aggiravi in Argo con poca roba e, abbandonata Sparta, sperasti di affondare nelle spese la città dei Frigi dove l’oro scorreva a fiumi: non ti era sufficiente la casa di Menelao per abbandonarti alle tue dissolutezze" ( Troiane, vv.987-997).

 

Per quanto riguarda il biasimo della “spartana”, Virgilio nel VI dell’Eneide rappresenta Deifobo che racconta la propria morte in maniera da dare risalto alla frode di Elena, la egregia…coniunx (v. 523), l’”egregia” sposa. Ebbene il delitto esiziale della figlia di Zeus, scelus exitiale Lacaenae (v. 511), è un ricordo, non altrimenti carico di disprezzo della Lavkaina euripidea.

 

 

 Elena, insomma,  è la donna che distrugge, il contrario di Andromaca, o di Alcesti e di Ifigenia che si sacrificano.

 Elena come tipo sessuale è quello dell'etera di Weininger che "tenta di impiegare tutta la forza e il tempo dell'uomo per sé…Come la madre è un principio amico della vita, la prostituta è un principio nemico… Ella vuol distruggere e venire distrutta, ella danneggia e annienta"[1].

   .

Nelle Troiane, Andromaca  identifica Elena con l’a[th (v. 103).

 

Fu a causa della figlia di Zeus che il veloce Ares dio dell’Ellade dalle mille navi distrusse Troia (Andromaca , vv. 105- 106).

 

Nell’Agamennone di Eschilo, Elena  è la donna fatale e letale "che porta in dote a Ilio la distruzione"(v.406), un dono latore di morte, come quelli della Pandora di Esiodo[2] regalata agli uomini per indebolirli, dopo che erano stati potenziati dal fuoco di Prometeo.

 

Elena può essere nello stesso tempo, o in tempi diversi, personificazione di Afrodite e di Nemesi, della gioia amorosa e dell’ira divina.

K. Kerényi fa questa distinzione :"O Nemesi o Afrodite: queste sono le due possibilità della bellezza femminile, di cui ci parlano le trasformazioni del mito di Nemesi e di Helena. O rimanere la figlia di Nemesi e, dal fondo del senso della colpevolezza, elevarsi a punizione dell'umanità (ed Omero respinge questa soluzione)-oppure (e la Helena dell'Iliade  è l'eterno simbolo di quest'altra) servire l'esigente ed indifferente Signora e portare lo splendore, immune di colpa, di Afrodite, quale destino proprio e destino tragico per gli uomini mortali"[3].   

 

"In un colloquio con Priamo essa si definisce kuvnwpi", "svergognata"[4]. Eppure! Gli anziani del travagliatissimo popolo dei Troiani stanno immobili, come le cicale, seduti presso le porte della città: essi, i saggi, i bravi oratori, immuni dal fascino femminile. Ma quando essa appare, accompagnata dalle sue due fanciulle-e le lagrime dei suoi occhi non si potevano distinguere, perché essa era involta in un luminoso velo bianco-gli anziani esclamano tra di loro:"Ouj nevmesi"-non è una nemesi, che per una tale donna Troiani e Greci soffrano da tanto tempo e soffrano ancora. Essa è, infatti, come una delle dee immortali"[5].

Parole semplici e naturali, in quella determinata situazione-e tuttavia per mezzo di esse avviene qualche cosa di indicibilmente grande: il riscatto della bellezza dal peccato"[6].

 

Ebbene questo riscatto non è riconosciuto dall'Ecuba delle Troiane  che dice a Menelao:” ti lodo se uccidi la tua sposa, Menelao. Ma evita di vederla che non ti prenda con il desiderio. Ella infatti possiede tanta seduzione che attira gli sguardi degli uomini, distrugge le città, brucia le case ("ejxairei' povlei",-pivmprhsin oi[kou"", vv. 891-892).

 

Euripide qui probabilmente ricorda "  JElevnan ejpei; prepovntw" eJlevna", e{landro", eJlevptoli"", Elena poiché chiaramente distrugge navi, uomini, città  dell'Agamennone  (vv. 689-691) di Eschilo.

 

Nel secondo stasimo dell'Agamennone il coro presenta i diversi aspetti di questa splendidissima donna: " Chi mai diede un nome così del tutto vero… ad Elena le cui nozze furono causa di guerra, donna oggetto di contesa poiché chiaramente distruggitrice di navi (eJlevna" ), di uomini (e[landro"), di città? (eJlevptoli") [7]?  Secondo la credenza antica del nomen-omen Eschilo etimologizza in maniera fantasiosa il nome dell'adultera connettendone la prima parte con il radicale eJl-  (cfr. l'aoristo ei|lon di aiJrevw, "tolgo di mezzo"). Nella seconda parte vengono ravvisate, non senza forzatura, le parole nau'~, ajnhvr e ptovli". Quando giunse a Ilio, la splendidissima era come :"un pensiero di bonaccia senza vento- frovnhma- nhnevmou galavna~-  un tranquillo ornamento di ricchezza, un tenero dardo degli occhi, un fiore d'amore che morde l'animo; ma poi, mutata, compì l'amaro fine del matrimonio, funesta compagna e funesta amante, scagliatasi contro i Priamidi scortata da Zeus protettore degli ospiti, Erinni che reca pianto alle spose- numfovklauto~ jErinuv~-"(Agamennone, vv.739-749).

 

Procedo  sviluppando alcuni spunti  tratti  da  Paideia [8]  di Jaeger . Il grecista tedesco considera Euripide "il poeta dell'illuminismo greco"[9], colui che ha dato voce alla crisi dell'Atene maratonomaca (quella di Eschilo per intenderci) e religiosa (quella di Sofocle). La filosofia sofistica, come "una testa di Giano"[10] avrebbe la faccia che parla dell'ideale umanistico rivolta verso Sofocle, e quella che annuncia la crisi delle tradizioni girata verso Euripide il quale riflette, tra l’altro, il predominio degli affari, del conteggiare, del calcolare, l'anarchia del pensiero e l'individualismo sfrenato.

Tutti i valori tradizionali[11]  erano minati dall'individualismo, mentre rimaneva assai alto il livello di cultura estetica e intellettuale del popolo ateniese. Ce ne dà un esempio l'agone tra Eschilo ed Euripide nelle Rane  di Aristofane: esso presuppone una comprensione, da parte della massa, di problemi ideologici e stilistici che oggi interesserebbero solo gli intellettuali. Tale popolarità della cultura alta è realizzabile solo in uno stato piccolo dov'è possibile lo scambio continuo tra vita pubblica e intelligenza.

 Intanto si accentuava la distinzione tra cultura cittadina e abitudini di vita campagnola, e se Euripide , Aristofane e Senofonte, tratteggiano con rispetto o con ammirazione il contadino[12], Socrate non desidera andare in campagna poiché gli alberi non vogliono insegnargli niente, ed egli, appassionato a imparare (filomaqhv~), apprende solo dagli uomini in città (Fedro, 230d).

Aristotele, due generazioni più tardi, contrapporrà l'uomo dei campi, il rustico (ajgroi'ko~), a quello istruito (pepaideumevno~, Retorica III ,1408a). Un uomo ignorante e un uomo colto non direbbero le stesse cose nello stesso modo.

 Il suo scolaro Teofrasto nel quarto dei  Caratteri , la Rusticità , descriverà il campagnolo come rozzo e ridicolo.

 

Euripide è uno dei rivelatori della mentalità cittadina, quale cultura preborghese, che contrasta con l'antica educazione aristocratica. La cultura borghese potrebbe essere definita in sintesi estrema come quella dominata dall'idea dell'utile, un punto di vista idolatra secondo quello religioso.

Euripide a parer mio denuncia tale predominio dell’utile

 Nella Medea l’autore, mentre svela questa visione pragmatica e utilitaristica, rappresentata da Giasone (o dalla nutrice di Fedra nell’Ippolito) ne denuncia il fallimento. Del resto non mancano gli slanci nobili  di ragazze eroiche come Ifigenia, o di spose ottime, come  Alcesti .

Nell'opera del drammaturgo coesistono gli eroi disinteressati e i trafficoni scaltri, consumate volpi, poiché la sua età vide lo scontro tra le forze della tradizione e l'individualismo sofistico: una collisione che in un primo tempo portò non piccoli successi al conservatorismo culturale, tanto che Anassagora fu processato per empietà ( peri; ajsebeiva"), sebbene la polis democratica su altre questioni fosse tollerante al punto che Platone la definì uno stato di anarchia intellettuale e morale[13].

Il fatto è che i nemici di Pericle volevano colpire in Anassagora lo stesso stratego il quale lo proteggeva e gli era amico. Euripide dunque diede voce a queste culture diverse, senza prendere una posizione assoluta, come fece Sofocle che, oltre creare bellezza beninteso, utilizzò il palcoscenico come una tribuna contro i fautori della sofistica i quali cercavano di occupare ogni campo, compreso quello dell'urbanistica: Ippodamo di Mileto rifece la città del Pireo disegnando le strade che si incrociano ad angolo retto secondo una concezione razionalistica.

Nella storiografia, Tucidide abbandona l'intelaiatura teologica e il mito ancora presenti  in Erodoto, lo storiografo parallelo a Sofocle. L'autore ateniese che narra la storia della guerra del Peloponneso cercandone le cause potrebbe invece essere avvicinato piuttosto a Euripide.

Ma mentre Tucidide elimina to; muqw'de"[14], Euripide  lo conserva pur commisurandolo alla propria realtà, correggendolo, e rendendolo problematico attraverso il conflitto tra l'uomo e la divinità.

Le forze attivate da Euripide per trasformare il mito furono, secondo Jaeger, oltre il realismo borghese, anche la retorica e la filosofia[15].

L'imborghesirsi della vita del resto non esclude la proletarizzazione di cui anzi Euripide si compiace quando presenta eroi cenciosi o principesse in condizione di povertà. Gli aspetti che possono assimilare il dramma alla filosofia, quella sofistica e quella socratica, confuse insieme da molti, sono il mettere in discussione i luoghi comuni, il criticare e  cercare di rompere i ceppi che oramai sembrano artificiali. Euripides was always a rejecter of the Laws of the Herd[16], Euripide è sempre stato uno che rifiuta le leggi del gregge.

 

Euripide, lo vedremo assai da vicino, discute molto sul matrimonio ( Medea, Alcesti ) e più in generale sulla relazione tra i sessi che, come ogni cosa nella natura, è fatto anche di lotta. Nei rapporti umani, non tanto diversamente da Tucidide, vede divulgarsi il diritto del più forte, anche se non gli piace.

La Medea  drammatizza il conflitto tra lo sconfinato egoismo dell'uomo e l' immensa passione della donna.

A volte la tragedia prende aspetti comici o si avvicina alla commedia nel lieto fine, come l'Oreste che termina con un doppio fidanzamento: quello del protagonista con Ermione, e quello di Pilade con Elettra.

Il raffinato gusto letterario di Euripide si diletta di tale mescolanza di opposti . Del resto Socrate alla fine del Simposio platonico (223d) costringe il tragediografo Agatone e il commediografo Aristofane ad ammettere che la stessa persona deve saper comporre tragedie e commedie. La commistione dei generi   è teorizzata come positiva anche negli esseri umani dal sofista-oligarca Crizia:"diceva che è bellissimo nei maschi l'aspetto femminile e nelle femmine il contrario" (in Dio Chrysost. 21, 3)

Pesaro 22 luglio 2026 ore 10, 52 giovanni ghiselli

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[1] O. Weininger, Sesso e carattere , I tipi sessuali, p.238 ss.

[2] Nella Teogonia  Esiodo racconta che Zeus si era sdegnato poiché Prometeo l' aveva ingannato donando agli uomini il fuoco, ed egli, subito, in cambio del fuoco preparò per loro un malanno ( " aujti;ka d j ajnti; puro;" teu'xen kako;n ajnqrwvpoisi " (v. 570). Questo male fu plasmato da Efesto con la terra: era  simile ad una vereconda fanciulla  che Atena adornò con un cinto, una veste, un velo, serti di fiori e una corona d'oro dove lo stesso Ambidestro aveva cesellato figure di fiere terribili, quanti ne nutre la terra ed il mare (v. 582). Una prefigurazione delle leonesse, le tigri e le scille in cui vengono trasfigurate Clitennestre e Medee. Comunque questa creatura divenne uno splendido malanno ("kalo;n kakovn", v. 585) per gli uomini, un inganno scosceso (" dovlon aijpuvn", v. 589) e senza rimedio. Ecco già delineato il "popolo nemico" da cui derivano a quello dei maschi malanno e sciagura ("ph'ma", v.592).

Nelle Opere  Esiodo torna sull'argomento: Zeus diede agli uomini un male, la donna in cambio del fuoco:"Toi'" d' ejgw; ajnti; puro;" dwvsw kakovn" (v. 57). Anche nel  " più recente e paesano dei due poemi d'Esiodo che ci restano"  la donna riceve ornamenti e attributi speciosi: Afrodite le versò sul capo la grazia e la passione struggente  e gli affanni che fiaccano le membra ("cavrin...kai; povqon ajrgalevon kai; guiokovrou" meledwvna" ", vv. 65-66). 6.

[3]K. Kerényi, La nascita di Helena  di Miti e Misteri , pp. 54 e 5

[4]Iliade,  III, 180. Noi l'abbiamo trovato nell'Odissea (IV, 145) e l'abbiamo tradotto "faccia di cagna".

[5]156-158.

[6]K. Kerényi, Miti e misteri , p. 54.

[7] Vv. 681 ss.

[8] Del 1933.

[9] W. Jaeger, Paideia 1, p. 565. A proposito di critica contrastiva,  più avanti vedremo che M. Pholenz confuta questa asserzione. All'interno del percorso  troveremo la confutazione di B. Snell. Intanto riferisco questa affermazione di Nietzsche che riconosce in Euripide interpretazioni nuove del mito derivate da Anassagora : “Nella chiusa comunità dei seguaci ateniesi d’Anassagora la mitologia del volgo era ancora consentita come un linguaggio simbolico; tutti i miti, tutti gli dèi, tutti gli eroi erano quivi considerati unicamente come geroglifici di un’interpretazione della natura, e persino l’epos omerico doveva essere il canto canonico dell’imperio del nus e delle battaglie e leggi della physis. Qualche voce di questa società d’eminenti spiriti liberi penetrò qua e là nel popolo; e particolarmente il grande e sempre ardimentoso Euripide, teso nei suoi pensieri al nuovo, osò far sentire in vari modi la sua parola attraverso la maschera tragica, dicendo cose che come frecce trapassavano i sensi della massa” La filosofia nell’età tragica dei Greci, del 1876, p. 109.  

[10] W. Jaeger, op. e p. citate sopra.

[11] Tucidide nelle sue Storie  (III, 82) ci parla di un capovolgimento di tutti i valori passati, tale che si manifestò persino nella lingua: vocaboli che significavano virtù presero connotazioni negative o di biasimo, e anche viceversa: la temerarietà irriflessiva infatti (tovlma me;n ga;r ajlovgisto") fu considerata coraggio a favore degli amici (ajndreiva filevtairo"),  l'indugio prudente (mevllhsi" de; promhqhv") invece divenne viltà mascherata (deiliva eujprephv"), la moderazione schermo della vigliaccheria (to; de; sw'fron tou' ajnavndrou provschma) e l'assennatezza in tutto divenne inoperosità totale (kai; to; pro;" a[pan xuneto;n ejpi; pa'n ajrgovn (III, 82, 4). Veniva esaltato chi per primo commetteva il male e il legame più stretto era quello della complicità nei delitti. Causa di questa degenerazione dei costumi, la guerra, quella grande del Peloponneso e quella civile (stavsi") che erano fonti e maestre di violenza. Tucidide parla della stavsi~ di Corcira come della più feroce e della prima fra tutte (III, 82, 1). Scoppiò nel 427  tra oligarchi e democratici che prevalsero con l'aiuto ateniese. Seguì il massacro degli oligarchi. Lo storiografo racconta questo episodio "con le espressioni e i toni della patologia"  D. Musti, Storia greca , p. 411.

[12] Che è probo e onesto come Diceopoli, l’uomo giusto degli Acarnesi , e come quelli euripidei  dell'Oreste  e dell'Elettra.

[13] Platone  biasima la mancanza di serietà della democrazia, una politeiva piacevole, anarchica e variopinta (hJdei'a kai; a[narco" kai; poikivlh, Repubblica 558c) che non si dà pensiero delle abitudini morali da cui proviene chi entra alla politica ma lo onora purché dica di essere amico del popolo.

[14] cfr to; mh; muqw'de" in Tucidide I, 22, 4

[15] Cfr. Paideia 1, p. 583.

[16] G. Murray, Euripides and his age, p. 193.