martedì 1 settembre 2026

Ifigenia CXVIII All’ospedale di Debrecen con Isabella. Il delicato corteggiamento del vecchio dentista.


 

Nei giorni seguenti, prossimi al ferragosto, vissi qualche minuto di buona speranza: una serie di momenti nei quali immaginavo di ritrovare la bella Ifigenia come la sera di novembre quando venne a casa mia innevata e innamorata salendo le scale come una baccante nella ojreibasiva invernale in onore di Dioniso; oppure la vedevo camminare in primavera sui prati odorosi dove il vento le gonfiava la gonna scoprendo le ginocchia rotonde e parte delle cosce tornite, profumate di vita, o la ammiravo di nuovo sull’aia deserta illuminata tutta dal sole ardente di giugno, nuda e incoronata di spighe come l’estate.

Tali ricordi pieni di gioia si alternavano con cupe visioni dove Ifigenia appariva non priva di segni brutti: la vedevo quale immonda strige dalla fauce avida, dal morso irto di denti, dalle fessure degli occhi viperèi che mi fissavano cercando di gettarmi addosso un fascino paralizzante.

Di questi ultimi giorni della Debrecen 1979 ricordo anche una scena simpatica siccome naturale e vivace.

Era lunedì 13 quando accompagnai l’amica Isabella dentro il grande complesso ospedaliero dove nel luglio del ’71 avevo portato Elena che voleva sapere se fosse incinta o malata di cancro.

Sentiva dolori nel ventre, il ventre suo benedetto, ricco di vita.

Volevo aiutarla certo, ma non senza l’intento di renderla riconoscente e predisposta a contraccambiare il favore che mi aveva chiesto, di accompagnarla  evitandole l’autombulanza, con un altro diverso e più grande piacere del quale avevo bisogno io da lei.

   

Senza essere una ragazza splendidissima, Isabella tuttavia era gradevole in quanto dotata di stile, quindi aveva interessi elevati e a me congeniali come, per esempio, il teatro. La accompagnai dunque nella clinica odontoiatrica senza l’intento palese o recondito di fare l’amore con lei. Tale mancanza di secondi fini mentre aiutavo una ragazza che non mi spiaceva, era segno di un progresso non piccolo rispetto alle svariate volte in cui avevo dato una mano a una donna con lo scopo finale, latente tuttavia non secondario, che era diverso dall’aiutarla gratis.

Elena non ebbe bisogno di venire aiutata da me per evitare l’autoambulanza, sicché fu lei a darni un aiuto gratuito. Quella donna meravigliosa mi ha rieducato.

Quel giorno pensavo a Elena più che a qualsiasi altra persona: passando di fronte all’edificio con il frontone dove si leggeva “clinica delle donne malate e pregnanti” rivolsi un pensiero di riconoscenza alla finlandese bella e fine che con i suoi doni mi aveva infuso la forza per  trionfare sulle frustrazione che alcune persone brutte, disordinate e cattive mi avevano inflitto. Se Ifigenia non riusciva ad abbindolarmi lo dovevo alla donna non meno bella di lei e molto più fine, l’Augusta Elena che mi aveva fatto uscire dalla spelonca degli ottenebrati.

 

Il dentista era un vecchierello canuto, onesto e simpatico. Fu gentile con noi e bravo: lavorò bene, non volle denaro e parlando nella sua lingua con chierezza tranquilla, mi diede la possibilità, assai gradita, di tradurre tutto quanto diceva a Isabella che appariva pallida di amabile terrore.

La ragazza che parlava italiano, con forte inflessione napoletana per giunta, del resto si faceva capire siccome l’anziano odontoiatra conosceva il latino e anche per quella magica capacità che hanno le fanciulle carine di comunicare ai maschi più o meno attempati i loro desideri usando, ancora prima di qualsiasi altro strumento , la meravigliosa vitalità della giovinezza e gli eterni, potenti richiami del sesso.

Il vecchio fece un’iniezione anestetica alla ragazza che, sebbene paziente, quel giorno era più bellina del solito, poi le disse che doveva aspettare almeno dieci minuti.

“Se vuole, rimanga qui signorina, ma, se preferisce, faccia pure due passi con il suo fidanzato”.

Mimò la mossa dell’ambulare muovendo lentamente l’ antico fianco.

Isabella rispose che non ero il suo fidanzato ma un caro amico.

Lo sussurrò con un tono dolce, sebbene un po’ impastato dall’iniezione.

Era spaventata dall’operazione cruenta che la attendeva ma anche un poco allusiva e stuzzicante nei confronti del simpatico anziano che, infatti, le disse: “Va bene kedves kisasszony, signorina cara, resti pure seduta qui, ma badi: siccome il giovanotto è solo un amico, io la corteggio: udvarolok”.

Quel dottore non mirava al fiorino o al dollaro: non aveva altro scopo che curare la giovane senza farle paura; il suo stile era bello, il tono cordiale; Isabella era impaurita e gradevole: non si lamentava né faceva pesare la propria paura, anzi la rendeva attraente con  femminilità squisita; io volevo aiutarla senza aspettarmi alcuna ricompensa: tutta la situazione era limpida e mi faceva obliare la partita truccata che da qualche tempo Ifigenia voleva giocare con me per usarmi il più possibile prima di andarsene via perfida mente. Mancavano ancora quasi due anni però. Vedrò di non annoiarti, lettore, racconterò soltanto gli episodi che mi sembreranno interessanti per tutti.

 

Pesaro primo settembre 2026 ore 10, 19 giovanni ghiselli

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Ifigenia CXVII Il sogno “che del futuro mi squarciò ’l velame”. L’acume di Isabella profetessa lucida. Ciclisti vittime e carnefici di tanti poveri vecchi.


 

La notte tra l’11 e il 12 agosto feci un sogno angoscioso.

Mi vedevo a Pesaro nella casa delle zie, mentre studiavo e aspettavo un segno da Ifigenia o da qualche uccello fatidico: una rondine che annuncia la primavera oppure lo stupro della sorella da parte del barbaro re  con il conseguente assassinio del figlio seguito da un pianto di morte.

 Ero in camera mia, quando udìi un tinnulo squillo. Veniva dal piano di sotto, forse dall’andito dove si trovava il telefono. Era davvero flebile  e  mi entrava nel cuore mettendolo in agitazione. Pensai, dormendo e sognando, che quel suono  potesse essere la richiesta di aiuto di una bambina che non voleva essere abortita . Allora mi vidi uscire dalla stanza e correre giù per le scale. Queste però si muovevano verso l’alto come i gradini di ferro che avevo visto salire e scendere tra i piani della Rinascente di Milano nei primi anni Cinquanta, non senza stupore.

Scendevo di corsa ma guadagnavo poco terreno a costo di una grande fatica   poiché i gradini dentati di quella scala ferrigna mi riportavano in su con una velocità quasi pari alla mia .

Oltretutto davanti all’ultimo tratto del ferreo tappeto che risaliva ruotando e cigolando c’era un ostacolo: un inginocchiatoio con sopra la foto di un bambino nel giorno assai triste della prima comunione. Aveva l’aria di un orfano denutrito, infreddolito, reso trepido e pallido dai patimenti. Chi era? Ero io? Era nessuno? Erano tutti i bambini maltrattati e infelici? Con uno sforzo supremo riuscivo a raggiungere il penultimo gradino, a saltare l’ostacolo e  afferrare il telefono.

“Pronto dissi con l’ultimo fiato. Sono gianni, pronto”.

“Pronto” rispose una voce tanto lontana e fioca che sembrava provenire dal paese nebbioso dei morti dove non brilla mai il sole né quando sale nel cielo né quando torna a tuffarsi nel mare.

“Io sono Claudia, la sua allieva, si ricorda di me?

“Oh, sì, certo, ricordo, ricordo benissimo te, il Minghetti i suoi lunghi corridoi scuri nelle mattine invernali, i sorrisi viceversa luminosi di voi ragazzi e la giovane collega venuta dal cielo a rallegrarmi nella stagione dello scontento”.

Seguì un poco di silenzio, quindi Claudia mi domandò:

“Ha saputo cosa è successo?”

“No, che cosa?”

“Una cosa terribile prof ”,  disse l’alunna

“terribile come? terribile a chi?”

“Una cosa terribile, terribile”, ripetè, poi tacque

Allora gridai: “A chi, a chi, alla vita della mia vita?”

“Morta, Sì, morta”.

Quindi iniziai a singhiozzare convulsamente e continuai, fino a quando il vecchio boemo che dormiva con me, mi diede una strattone e mi svegliò.

Questo fu il sogno “che del futuro mi squarciò  il velame”.

Avevo bisogno di affondare lo sguardo nelle situazioni tragiche che vivevo se volevo raccontarle in maniera da renderle universali. Nella mia pena  se ne adunavano tante altre poiché il dolore è eterno e riguarda tutti noi destinati alla morte.

 

Il mattino seguente durante la colazione non parlai con nessuno né mi guardai intorno.

 Cercavo di interpretare le immagini oniriche  avvalendomi della lettura dei libri di Freud che allora compulsavo. Sapevo che la censura onirica maschera il significato vero: questo cerca di rimanere latente. Volevo svelare  la verità che in greco si dice ajlhvqeia, ossia “non latenza”, disvelamento appunto.

Probabilmente la terribile notizia paventata al punto da farmi singhiozzare,  sotto sotto me l’aspettavo e addirittura la desideravo: Ifigenia me ne aveva fatte troppe perché volessi ancora dividere la vita con lei. Non funzionavamo insieme: dovevo cercarmene un’altra. Oramai la lunga, vana e penosa attesa dell’epistola promessa  aveva causato in me un disgusto profondo per la giovane collega e amante, per quel mio pedagogico aborto, quel fallimento educativo nonostante tutte le fatiche umanamente spese con la speranza di rendere anche buona quella donna bella che oramai mi appariva quale un diavolo incarnato.

 Prospero e Calibano novelli eravamo noi due.

In lei vedevo disordine mentale, ingratitudine, mancanza di quella finezza d’animo di cui ho sempre sentito il bisogno nel prossimo mio.

Gratitudine  genera sempre gratitudine –cavri~ cavrin ga;r ejstin hJ tivktous  j ajeiv- dice Temessa ad Aiace nella tragedia di Sofocle (Aiace, 520) mentre l’ingratitudine genera odio e disprezzo aggiungo.

 Mi sovvenni di quando l’aspettavo trepido sulla spiaggia di Pesaro, e lei, appena arrivata, disse con un sorriso sfacciato che in treno aveva vissuto “una bella avventura”, con un ferroviere fantastico.

“Di certo un cuccettista scaltro e abile nell’approfittare di ogni impudica disponibile”, avevo pensato.

Mi ricordai pure della sera quando, arrivato a Pesaro intorno alle 22 dopo un viaggio lungo e noioso sull’autostrada, ricevetti una telefonata da Ifigenia che mi chiedeva con insistenza di tornare indietro fino a Misano.

Ero reduce dallo scrutinio dell’esame di maturità al liceo Beccaria di Milano ed ero  assai affaticato, eppure ne fui contento. Ma  quando l’ebbi raggiunta, mi raccontò che nel pomeriggio era stata sul moscone con un uomo interessante , un tale più o meno della mia età, molto esperto di donne che le aveva proposto, solo ioci causa certo, di entrare nel suo harem. Aggiunse che nel serraglio non sarebbe entrata, ma se io non ero troppo geloso sarebbe uscita con lui qualche volta la sera mentre ero a Debrecen. Risposi che doveva deciderlo lei.

Da siffatto comportamento ho imparato a non essere geloso: dopo Ifigenia quando una donna si è messa a cercare di ingelosirmi per scherzo o sul serio, ho subito disdetto la relazione dicendo che era stata solo un’avventura già troppo lunga. Dal dolore si impara se non si è troppo stupidi.

 Ho cacciato dal mio cervello il mostro dagli occhi verdi che ha annientato Otello rendendolo pazzo e assassino di Desdemona, la disgraziata.

Poi l’ultima iniezione di veleno nel mio sangue già intossicato da lei: la promessa non mantenuta dell’espresso postale.

Conclusi che il sogno mi aveva indicato la via della ritirata da quella donna. Non mi aveva ancora lasciato ma io vivevo già senza di lei.

Sul mezzogiorno andai a correre i 5000 metri: 20 minuti e 15 secondi. Un poco meglio dell’ultima volta. Dopo la prova, Isabella che era venuta a cronometrarmi, disse: “se la tua compagna non ti scrive perché amoreggia con un altro ma vuole restare ancora del tempo con te finché le conviene, stai certo che non ti farà sapere niente della sua estate.  Il suo tempus tacendi sarebbe già scaduto se tu le stessi a cuore. Credo che aspetti di vedere come andrà a finire con il ganzo attualmente in carica. Se non potrà o non vorrà restare con quello e avrà ancora bisogno dell’aiuto tuo, dirà che ti ha sempre amato e non ti ha scritto perché paventava la tua critica al suo stile che le pareva non abbastanza ornato per uno come te”.

Isabella era lucida oltre essere buona.

 

Pesaro primo  settembre 2026 ore 9, 48 giovanni ghiselli

p. s.

Settembre andiamo, è tempo di tornare a Bologna? Non ancora. I miei lavori sono ancora qui e pure il caldo per fortuna. Posso restare ancora tutto questo mese. Ieri pomeriggio tra le 18, 30 e le 19 ho perfino nuotato mentre il sole già tramontava.

Poi però tornando a casa in bicicletta un ragazzino giuntomi addosso inopinato e non visto mi ha gettato a terra. Ho battuto la gamba rotta un anno fa. Stavo per andare al pronto soccorso per un controllo radiografico ma c’era un bel film e, cinefilo come sono, ho scelto il cine all’aperto. Tra poco andrò dal fisioterapista e sentirò lui. Volete sapere come mi sento? Non tanto male da chiamare l’autoambulanza e farmi portare nell’ospedale San Salvatore dove mi operarono il 10 luglio del 2025 .

 Mi inquieta la violenza diffusa. I ciclisti sono non solo vittime ma oramai anche carnefici ultimamente ancora più sbadati e pericolosi degli automobilisti. E’ di moda pedalare dappertutto con il telefonino, arnese stramaledetto, davanti agli occhi. Dovrebbe venire punito. E’ imitatio diaboli

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Meno di 30 mila all’alba.

 


lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXVI Preghiera al dio Sole. Saluti alla signora e alla signorinella magiare. Addio a Marisa, fanciulla pesarese.


 

Mi allontanai un poco dalla csárda e pregai l’eroica luce del sole già molto vicino al margine occidentale della grande pianura.

“Aiutami Elio, a scovare dentro questo lungo travaglio l’idea del Bene di cui tu doni agli occhi mortali l’immagine visibile.

Dammi la lucidità necessaria per trovare nel dolore la comprensione del mio viaggio terreno, della serie di cause che mi hanno condotto qui e mi guideranno fino alla morte di questo povero involucro che tuttavia cerco di tenere nella migliore forma possibile con il tuo valido aiuto.

Voglio assecondare il mio fato comunque esso sia. In ogni caso non mi sembra meschino. Ho già educato centinaia di giovani. Vorrei diventare maestro di un popolo intero. Questa sofferenza, se me la sono cercata e la coltivo, vuole dire che è dovuta alla mia crescita, al mio progresso di educatore. Sulla fellona che non risponde, in verità non mi sono mai creato illusioni. Non risponde perché non mi corrisponde: non è del mio stampo. Mi ha potenziato con il piacere che mi ha offerto, ma ora devo cercare di trarre altra forza dalla intelligenza di questo dolore. Dalle sofferenze e dalle ingiustizie subite ho sempre imparato. Aiutami a capire, santa faccia di luce, fiamma che nutre la vita, Mente dell’Universo, primo fra tutti gli dèi. Aiutami a non impazzire per tanta pena, anzi a diventarne più saggio”.

Dalle canne della palude verde saettarono schiere di rondini verso sinistra, simili a frecce alate. Ottimo segno: volatus avium dirigit Sol invictus.

“Con il tempo-pensai- ho imparato che i segni del cielo sono tutti buoni se sappiamo volgerli al bene. Anche le sventure possono essere provvide. Sono funzionali all’insieme della vita: alla mia come a quella dell’Universo.

Scio ad conservationem Universi pertinere ”.

Alle 19, 41 il sole vermiglio spariva nella terra nera. “Dai contrasti bellissima armonia. –pensai ancora-Augurio di più sereno dì al pio educatore. Ma sono pio e sono davvero un educatore? Alcuni lo negano, altri lo giurano: sono segno di contraddizione anche io, come Socrate, come Giovanni Battista, l’onesto Giovanni, come Cristo e altri profeti assassinati come delinquenti”.

Ritenni che non aveva più senso rimanere lì fuori.

Rischiavo di compiacermi della solitudine fino a diventare un anacoreta demente.

Volevo rivedere la bambina con la madre per cogliere dei segni vocali da queste due femmine della mia specie: potevano significarmi molto anche parlando tra loro. Tornai seduto dov’era stato un quarto d’ora prima. La bella signora e la signorinella c’erano ancora.

La bambina mi domandò:

“Dove sei stato Janos?”-

“A pregare, cara Sarolta”

“Chi, Gesù?”

“No; il Sole che è la sua immagine visibile. Pensa che gli antichi chiamavano Natale il giorno della rinascita del Sole”

“Come mai?”

“Perché nelle giornate più corte pensavano che stesse morendo, poi vedevano che la luce tornava a crescere e capivano che era guarito, quindi tornava ad alzarsi”

“Quale grazia gli hai chiesto pregandolo?”

“Di mettere al mondo una figlia simile a te”

“Perché simile a me? Io non sono tanto buona né molto bella”

“Sei una bambina carina e intelligente. Diventerai molto bella e tanto buona, come tua mamma, se studierai e farai sport.

Ero riuscito a dire queste semplici frasi in ungherese.

La signora mi fece un sorriso e mi ringraziò.

Poi mi domandò se fossi italiano

“Sì, risposi dell’Italia centrale. Come ha fatto a capirlo?’”

“Dalla cortesia usata a noi due e dall’aspetto. Ho pensato che lei è tipicamente italiano”.

“Anche voi siete state gentili con me. E siete veramente, deliziosamente magiare. Ora devo tornare a Debrecen: vi auguro il meglio di tutto. Lo meritate”.

“Grazie. Arrivederci”.

Mi alzai e uscìi pensando: “missione compiuta. Ho raccolto i segni vocali di cui avevo bisogno”.

Dopo i complimenti di quelle due femmine umane beneducate potevo essere soddisfatto di me. Mi avevano confermato che meritavo una donna migliore della ragazza fallace e cattiva: una che voleva indebolirmi cercando di farmi soffrire.

Sicché tornai in collegio e andai a dormire senza altro dolore.

p. s.

A proposito di signorinella.

Mi è venuta in mente Marisa, la signorinella tredicenne di cui ero perdita mente innamorato in terza media. Eravamo entrambi nell’ultima classe della scuola Lucio Accio di Pesaro, io nella sezione B dei maschi, Marisa nella A delle femmine. Eravamo i più bravi delle rispettive classi e gareggiavamo per chi fosse il più egregio di tutto l’istituto confrontando i voti. Quando una sua sorella mi diede la notizia della morte di Marisa disse che mi ricordava come rivale bravissimo a scuola. Ho replicato con cavalleria e le ho detto che non ero io il più bravo tra noi due. In effetti c’era una nobile gara benefica per entrambi e rimasta indecisa

Oggi ho ricordata quella fanciulla cantando con qualche variazione una canzoncina la cui melodia sentivo cantare   dalla mamma quando ero bambino:

“Signorinella pallida,

amabile rivale delle medie,

la nostra legna è diventata cenere,

tu sei lontana, io sono diventato un vecchio tanti stanco”.

Però poi ho studiato egregiamente preparando le prossime conferenze  perché il ricordo di Marisa e dei nostri tredici anni mi dà ancora energia e mi infonde volontà di essere il più egregio di tutti

Quindi ho cantato ancora:

“Negli occhi tuoi brillavano

una speranza, un sogno, un avvenire lieto,

senza inviarmi neanche una carezza,

ma non ho mai scordato il tuo sorriso,

contento e luminoso di giovinezza!”

Ho poi ricordato di avere quasi ottandadue anni e che se entrassi in un conclave a gareggiare, i cardinali antagonisti mi direbbero in coro: “Non es papabilis!!”

E io risponderei: “deo gratias!!!!”

Pesaro 31 agosto 2026 ore 20, 45 giovanni ghiselli

p. s.

Ora vado al cine poi la meritatissima cena

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Ifigenia CXV . La gita nella puszta. Da solo. La bambina e la mamma. Un capitolo che mi è molto caro.


 

Salito in camera rimuginavo: “Aspetta il mio espresso”, aveva telegrafato l’infame. Poi qualcuno le ha fatto cambiare proposito. Chissà quale rozzo bagnino l’ha stuzzicata , o quale borghesuccio l’ha manipolata dopo essersi spacciato da gran signore”.

“Faccia il tuo megasignore, gran signora pure te”, canticchiavo simulando noncuranza. Invero era il lugubre qrh`no", il canto funebre dell’amore morto male.

Poi tornavo a fare ipotesi più o meno balorde: “Oppure, perversa com’è, magari si è data da fare con il curiale cui  sfacciatamente esibiva le mutande celesti tra le coscione sudate durante la gita sul lago di Garda, a Sirmione. Salve o venusta, le aveva detto il domine non so quanto turbato, ma probabilmente ricordava Catullo, sicché  rivolgeva il saluto alla venusta puella ricordando il poeta.

Tali erano gli arzigogoli del mio cervello arido e inconcludente mentre calzavo le scarpe di gomma, rosse e non poco fetide, le stesse che avrei usato due anni più tardi quando andammo sull’ombelico del mondo a pregare Apollo, il signore di Delfi, perché ci concedesse felices in cetera cursus, percorsi ricchi di successi nelle altre attività che restavano da fare a me e a lei non più ridicolmente e pure dolorosamente legati. Allora i nostri cammini erano già volti in direzioni diverse. Eravamo contenti del discidium avvenuto. Si poteva fare ancora l’amore e non avere più il problema datato e stonato della fedeltà tra noi. Avevo finalmente capito che non potevo imporle niente.

Quel 9 agosto intanto mi allacciavo le scarpe puzzolenti per correre e liberarmi dalle tossine dell’odio. Feci un tempo mediocre: superiore ai venti minuti. La pena mi appesantiva l’anima e il corpo.

 

Più tardi  andai a Hortobágy da solo. Partìi  dopo avere atteso tutti i passaggi del postino. Invano. Come succedeva a Moena, in via Damiano Chiesa 11 dove passavo parte dell’estate negli anni Cinquanta sotto la tutela della zia Giulia, aspettando ogni giorno per diverse  ore almeno una cartolina della mamma anche lei bella e bruna, pure lei sempre silente.

Pensavo che la madre mia cantasse una canzone feroce:

“oggi non ho scritto a Giannetto,

ieri nemmeno gli ho scritto,

neppure domani gli scriverò.

Lui deve attendere ancora:

ieri, oggi  e domani,

deve attendere ognor!”.

 

Cantavo  questo a Moena non senza singhiozzare. A Debrecen 25 anni più tardi sentivo ancora l’eco di quei singhiozzi antichi.

Dai novantenni in avanti  però la mamma ha contraccambiato il mio amore. Abbiamo smesso di combattere il nostro bellum plus quam civile. Ora la madre mia sta nei cieli e ogni tanto mi appare viva nei sogni. Ci abbracciamo quasi sempre nelle immagini oniriche.

 

Quel pomeriggio di fine estate dell’anno 1979 il cielo era tutto sereno: a mano a mano che il sole calava sulla grande pianura un po’ desolata lo supplicavo di farmi avere un segno da Ifigenia. Ma il dio non accennava ad ascoltarmi, a esaudirmi: avrei preso per buono financo un cenno pur quasi impercettibile del suo assenso. L’avrei notato e ne avrei tratto auspici. Ma non ci fu verso.

 

Allora mi venne in mente il pomeriggio radioso del luglio del 1974 quando andai là nella puszta con Päivi che credevo fosse il massimo scopo della mia eterna ricerca. Il punto d’arrivo: la meta dove il mio tanto ricercar fu volto. C’erano Bruno, Silvano e due tedesche amiche loro. Eravamo sei giovani educati, contenti, in due automobili. Uno dei momenti più belli della mia vita mortale fu quando scesi dalla Volkswagen e andai a urinare in direzione del sole. Allora Dio mi ascoltò, Dio mi esaudì. E’ stata l’ultima volta che ho amato una donna senza nessuna riserva. Ero improvvido di un avvenir malfido quale si sarebbe rivelato anche con questa donna. Due mesi più tardi abortì la bambina concepita con me. Sicché decisi: non posso avere un amore a tempo indeterminato, perciò non lo voglio. Arriverò a cinquanta ganze almeno, come ho giurato da fanciullo, poi andrò in pensione.

 Nei cinque anni passati da allora il caro Bruno era già morto e gli altri quattro erano andati comunque lontano da me. Anche la nostra bambina era morta. Più tardi sono  morti quasi tutti  i cari compagni di Debrecen, tranne Danilo salvato da Bacchus Pannonius.

Mi fermai sul luogo dell’atto magico e propiziatorio di cinque anni prima. Ero già innamorato di Päivi appena conosciuta e mi sentivo contraccambiato. Lo ero e lo sarei stato per un mese. Facemmo l’amore quella sera stessa, la sera del dì della festa dedicata alla conoscenza: in tutti i sensi. Meravigliosamente io conobbi quella ragazza rossa nel collegio numero due.

Mentre urinavo, osservavo la luce del sole al tramonto  e ci vedevo l’immagine della ragazza rossa la  donna amata quantum amabitur nulla pensavo. In lei avevo visto la luce di cui avevo bisogno.

 

Ma torniamo alla solitudine del 1979. Rivolsi  la parola all’amico morto ante diem e sempre rimpianto.

“Allora ci bastava poco per essere felici. E’ ve’ Bruno? Ci bastava una ragazza fine e bellina, o almeno passabile, una per uno, se no si litigava. I nostri attriti di certi momenti dipendevano dal fatto che tanto a me quanto a te dava fastidio che l’altro, temuto magari a torto come rivale, piaceva alle donne lui pure, e ognuno di noi temeva di piacere  meno dell’altro. Ma poi nell’età allegra di quegli anni con una ragazza a testa, una bottiglia di Egrikikavér, un bagno in piscina, una partita a tennis e due ghiribizzi eravamo contenti. Si era giovani allora e ci si accontentava. Ragazzi eravamo.  “Scavessacoi” ci chiamava Danilo. Di recente mi ha chiamato “vecchio leone”.  Tu caro amico, sei rimasto giovane e bello fino alla tua dipartita. Quando ti penso, mi tornano in mente le gioie ancora ingenue dei nostri venti anni che si avvicinavano ai trenta però, e incombevano già tempi peggiori per tutti. Il 1974 fu forse il limes, o limen se preferisci, da giurisperito qual sei.

 Tu non l’hai oltrepassato quel confine tra la nostra età dell’oro e le successive sempre più tristi. Non dico meglio per te, non lo dico, per carità,  ma è vero che ti sei risparmiato tanti orrori, tante delusioni, tanti disincanti che rendono vecchi. Se va bene vecchi leoni ma vecchi comunque. Del resto sono  due le Chere che  incombono sui mortali non più giovani: la vecchiaia e la morte che è peggiore della vecchiaia.

Anche se  con il passare degli anni , mentre le forze scemano, crescono le pretese. Adesso, a trentaquattro anni, quasi trentacinque, ci vuole altro che la ragazza bellina e una bottiglia di vino per sentirmi appagato. Io ho bisogno di onestà, pulizia, intelligenza, cultura. Ifigenia la mia donna, non tiene fede alle promesse. Bella è bella ma una voce mi dice: “un altro amante la tiene in pugno e le bacia l’arteria femorale come preludio. Tralascio il seguito con pudica aposiopesi”.  Poco, fa in piscina, ho contato i battiti cardiaci: quarantadue in un minuto. Ancora qualcuno in meno poi ti raggiungo dove sei ora: forse là, nella pianura Elisia ai confini del mondo dove è facilissima per i mortali la vita[1], dove ci ritroveremo e staremo bene come nel collegio di Debrecen quando eravamo nel fiore noi due. Ti ricorderò nel capolavoro che scriverò quando le Muse mi spingeranno a essere l’aedo di Debrecen. Fulvio me l’ha profetizzato e io aspetto l’ispirazione. Se arriverà, anche tu non omnis morieris[2]”.

Allora vorrò contrappore pagine che sappiano di umanità alla brutalità che ha dilagato dal 1969  al 1978 con l’assassinio di Aldo Moro, poi anche oltre.  Hominem pagina nostra sapiet.

 

Mi ero seduto sul paraurti posteriore della bianca Volkswagen. Pensai queste parole e le scrissi, non così bene come oggi a dire il vero. Poi ripartii e arrivai a Hortobágy. Salìi sui gradini-sedili del teatro di legno situato davanti al fiume e al ponte famoso, quello a nove arcate: il kilenclyukú híd.

Luogo di ricordi e pure di attese: l’anno seguente, sul palcoscenico di quel piccolo teatro, Ifigenia in scarpe da ginnastica, calzoncini bianchi attillati e maglia rossa, aderente,  avrebbe alzato le braccia al cielo gridando : “

O! for a Muse of fire, that would ascend

The brightest heaven of invention[3] .

Voleva lasciare la scuola per recitare nei teatri i drammi dei grandi autori e io avrei voluto diventare il più grande di tutti.

Non sapevo che da conferenziere avrei recitato tante parti da attore in efetti.

Intanto Fulvio, l’amico caro e profetico la fotografava. Oggi nemmeno Fulvio c’è più qui sulla terra. E’ un amico celeste anche lui. Il più caro tra gli amici che stanno nel cielo.

 

Nella O di legno[4] del teatro nella puszta  dunque, l’anno seguente a questo che sto raccontando, nell’agosto del 1980 dunque,  la mia giovane amante avrebbe pregato.

Chiedeva al buon Dio di farla diventare un’attrice famosa.

Insegnare proprio non le piaceva. Bella era bella kalh; kalhv[5]. Non è poco ma non basta. Poi, a dirla tutta, non era bella abbastanza per fare l’attrice, non aveva la bellezza profonda manifestata da occhi espressivi.

Alle sue spalle, c’era la scenografia naturale: il paesaggio non dipinto ma vero: le canne, il fiume paludoso, il ponte a nove arcate, il cielo. Davanti, sulla càvea, non c’era altro pubblico che me e Fulvio intento a fotografarla. Bella era bella. Ma debole e vana, mio Dio, nervosa, non abbastanza proba e colta, e nemmeno tanto astuta e dura da evitare di venire strapazzata, stritolata, inghiottita e vomitata dal paese di abitanti peccaminosi dove voleva entrare nuda inopsque.

In quel mondo  spietato, clientelare, mistificatòrio, le relazioni sono rapporti di forza, di potere e di piacere. Scambio di piaceri.

Lei aveva solo la transeunte, effimera venustà della giovinezza. Per giunta il suo sguardo non era abbastanza significativo né in termini di dolcezza né di potenza. Aveva commosso me per il mio narcisismo nel tempo in cui mi imitava. Poi avevo perso interesse in seguito ai  suoi sgarbi, al suo egoismo, figli della sua scarsa immaginazione. Senza questa non si capiscono gli altri e non si può divenire un buon attore.

Avrei voluto comunque aiutarla a divntare forte e bella per sempre, non certo vomitarla dopo averla mangiata[6]. Altri l’avrebbero fatto probabilmente.

 

Ma torniamo all’agosto del 1979 . Mi sento in dovere di segnalare i tempi come si vede nei film che li saltano. Devo chiarire tutto, come fa Omero con la cicatrice di Odisseo per esempio: tutto deve essere in primo piano e in piena luce. Lascio l’oscurità agli scritori dall’anima ottenebrata.

 Osservavo i maiali edaci e obesi come sempre. Pensavo: “I porci si nutrono, poi noi ci nutriamo di loro. Ci gonfiamo di carne non nostra. Negli uomini che non sanno o non vogliono pensare, l’anima forse serve soltanto a preservare il corpo dalla putrefazione, come fa il sale con i prosciutti di questi onnivori. Adesso chi sa pensare ed è capace di parlare con chiarezza, togliendo alle persone e alle cose le maschere imposte dal sistema, rimane isolato. Questo è un grave rischio per me. Voglio vivere una vita politica, al servizio degli altri”.

Dalla csárda veniva il suono dei violini che  intonavano le danze ungheresi di Brahms. Soffio possente di un fatale andare[7] sempre più avanti, quasi sicuramente da solo, come quando arrivai in Ungheria nel luglio del ’66, come quando me ne andrò per sempre via dalla terra con la più eroica delle morti: senza nessuno vicino.

Nella vita che mi resta invece vorrei imparare dell’altro e fare del bene.

Una donna che non risponde alle mie iterate  suppliche di  mandarmi una lettera, certamente non mi aiuterà, anzi mi toglierebbe le grandi forze necessarie alla mia opera se rimanessimo insieme. Voglio procedere metodicamente sulla strada in compagnia di persone che condividano i miei gusti, i miei scopi, il mio bisogno di cultura e di arte”.

 

Intanto sopra il teatro di legno  avanzavano nuvole grosse, acquose: provenivano da ovest muovendosi verso il centro del cielo. Coprirono il sole portando un buio precoce, autunnale oramai. Mi si stringeva il cuore. I maiali invece continuavano a grugnire, a spalancare le fauci e mangiare con appetito implacabile. Mi sovvenne un contadino di Montegridolfo: mi raccontò che un porco del podere aveva mangiato la testa di un bambino infante.

Mancava solo che i porci giocassero a tombola oppure a mercante in fiera come fanno gli umani ottenebrati dopo il cenone.

 Una vita la loro senza logos e con il solo pathos del consumo di cibo e la vaghezza di ciance infinite. Andrebbero recuperati a  quanto non è solo bestiale. Fare capire che l’umano riguarda anche loro.  L’umano è inattuale, tuttavia a me piace, forse proprio per questo. 

Le nubi coprivano grandi tratti  dell’immensa pianura. Le automobili sulla strada di Eger accendevano i fari. Erano solo le sette di sera, ora legale. Da alcuni comignoli si alzavano spirali di fumo. Autunno era. Mi aspettavano mesi molto difficili se quella mi lasciava o mi costringeva a scappare ad maiora mala vitanda. A un tratto le nuvole raggiunsero la parte orientale del cielo, verso l’Unione Sovietica, e così il dio occidente prima di andare a riposarsi si spogliò dalle nere e  piagnucolose gramaglie .

Era più bello che mai: grande, rosso, e specchiandosi nell’acqua sotto le arcate si raddoppiava. Si inclinava verso la madre terra e le due immagini erano molto vicine. Si baciavano quasi. “Buon segno”, pensai. “domani mattina, o forse già questa sera, miracolosamente troverò la posta che restaurerà il mio equilibrio”. C’era un senso di pace nell’aria. Una cicogna  volava ad ali ampiamente spiegate verso il nido per nutrire i pulcini e passarvi la notte. Anche io presto sarei tornato ai miei affetti. Se Ifigenia non aveva scritto, c’erano comunque i libri dei miei autori e la bicicletta, organi sempre vivi, sostegni della mia vita . Poi l’amico carissimo Fulvio e gli studenti amati. E avrei trovato un’altra donna meno disordinata e cattiva. Così tra il rassegnato e il confortato entrai nella csárda.

Andai a sedermi al tavolo dove ero stato  con le  tre  finniche: Helena, Kaisa, Päivi in tre anni diversi. Dall’ultimo erano passati cinque estati, già un grande spazio nella vita di un uomo[8].

Da Elena Augusta, la prima in tutti i sensi, addirittura otto.

 

 

 Ricordare quelle tre muse mi spingeva a scrivere. Erano state quelle  donne  a scoprire il mio valore e a farlo riconoscere a me: ogni cosa ben fatta che ho compiuto la devo alle loro parole buone. Con l’aiuto che mi veniva dalla forza ricevuta da quelle tre fatidiche amanti amate trovavo il proposito fermo di rifiutare chiunque volesse svalutarmi e avvilirmi.

Non smetterò mai di unire le Grazie alle Muse, dolcissima unione.

Scrissi in un quaderno da scolaro: “Dopo non avere degnato di una risposta le mie suppliche e non avere mantenuto una promessa inviata in fretta, a casaccio  con un telegramma bugiardo, inviato tra una baldoria e un’altra, Ifigenia nihil iam putabit esse nefas nei miei confronti: crederà di poter infliggermi qualunque torto, menzogna e umiliazione”.

Cercavo le parole forti e atte a deprecare la sciagurata, quando una bambina bruna bruna di sette-otto anni che si trovava seduta su una panca contigua mi domandò perché non scrivessi in ungherese.

“Perché non lo so fare-risposi-conosco solo poche parole nella tua lingua”

“Per esempio?”

“Queste che sto dicendo a te”

“E poi?”

“Sei carina. Come ti chiami?”

“Sarolta[9]. E tu?”

“gianni, Jáno".”

La mamma seduta di fianco alla figlia intervenne: “Sarolta, ringrazia il signore e lascialo scrivere”

Allora la bambina disse, riempiendomi il cuore di gioia: “sei carino anche tu”.

“Grazie signorina”. Poi aggiunsi: “complimenti signora per questa bella bambina. Non c’è dubbio che sia sua figlia. Talis mater…”. Mi guardò stupita forse non si aspettava di venire corteggiata davanti alla sua bambina .

Ma io davanti a una bella donna non riesco a non farlo. Soprattutto se è una mamma e ancora di più se è la mamma di una bimba. Avevo comunque capito che bastava così. Corteggiare sempre, molestare mai.

Quindi le lasciai in pace. Non senza pensare che se al mio letto di moribondo si avvicinerà un’infermiera carina la corteggerò con l’ultimo fiato, e se questo angelo mi farà un sorriso ne sarò rallegrato in punto di morte [10]. Morirei contento. Le donne ci sono sempre; dalla culla  alla tomba.

Queste sono le pie donne e non mancano neppure le empie.

“Ecco- ripresi a scrivere- la mia compagna ideale dovrebbe essere ingenua e diretta come questa cittina. Le finniche un po’ primitive, pure se colte, si avvicinavano a questo modello. Con loro avevo potuto parlare senza infingimenti. Dopo altri cinque anni di partite a scacchi o di poker, insomma di mezze verità, con le amanti, le colleghe, i colleghi, i presidi e così via, non ne posso più di finzioni.

Perché quella non scrive? Come puoi avere ancora dei dubbi? Perché non ti ama. Allora se non sei un budello, se sei un uomo umano nei tuoi stessi confronti, devi disprezzarla e rigettarla. Già senti la nausea. Mettiti un dito in gola, l’indice, e vomitala tutta”.

Uscìi dalla csárda. Il sole si era avvicinato tanto alla strada di Eger da trasformarla in un tappeto di porpora. Una guida verso l’eternità dell’arte o la via dolorosa verso una morte straziante? Mi sovvenne il sire Agamennone[11]. Il futuro verrà[12], ricordai ancora.

 

Avvertenza: il blog contiene 11 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  31 agosto 2026 ore 17, 28

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[1] Cfr. Odissea, IV, 563ss.

[2] Cfr. Orazio Odi, III, 30, 6

[3] Shakespeare, Enrico V Prologo vv. 1-2. Oh per una Musa di fuoco che sapesse salire al più luminoso cielo dell’invenzione

[4] Cfr. di nuovo Shakespeare, Enrico V, prologo v. 13 “this wooden O”

[5] Cfr. Callimaco, Antologia Palatina, XII, 43, 5

[6] Cfr. Shalespeare, Otello dove Emilia, la moglie di Iago, dice:

 “ ‘Tis not a year or two shows us a man

They are all but stomachs and we all but food;

They eat us hungerly, and when they are full

They belch us. Look you, Cassio and my husband” (III, 4, 97-101)

Non bastano un anno o due a mostrarci un uomo;

Loro sono soltanto stomaci e noi solo cibo;

Essi ci mangiano avidamente e quando sono pieni

Ci rigettano a rutti. Guardate Cassio e mio marito.  

 

[7] Pascoli, Alexandros , v. 34

[8] Cfr.  Tacito, De vita Agricolae, III, quindecim annos, grande mortalis aevi spatium.

[9] Carlotta

[10] Cfr. Svevo, La coscienza di Zeno: “La mia ultima occhiata dal mio ultimo letto di morte sarà l’espressione del mio desiderio per la mia infermiera, se questa non sarà mia moglie, e se mia moglie avrà permesso che sia bella!” (capitolo 3, il fumo)

[11] Cfr. Eschilo, Agamennone, 910: “porfurovstrwto" povro"”, via coperta di porpora.

[12]To; mevllon h{xei   Eschilo, Agamennone,  1240.


Ifigenia CXIV In piscina con Giulia. Poligamia o monogamia? Un solo adulterio equivale al matrimonio.


 

Il pomeriggio  del 9 agosto incontrai la bella ragazza serba nella piscina. Giulia era formosa e venusta in qualunque modo fosse vestita; in costume da bagno  era una specie di Afrodite slava: alta e snella senza essere secca né mascolina, con una piccola testa folta di capelli biondi che le incorniciavano un viso ovale, minuto e illuminato da due grandi occhi cerulei. Inoltre era giovane molto.

“Eh sì, eh- disse Fulvio una volta-la donna deve essere giovane!”

Stavamo fantasticando al buio nello studio tra le 2 camere della stanza numero 4 del secondo collegio.

Quindi l’amico accese un fiammifero, si illuminò il volto, poi con sguardo ironico e malizioso aggiunse: “l’uomo no!”.

 

Ricordarlo me lo fa sentire ancora vicino. Dentro di me Fulvio è ancora vivo, come le persone più care e preziose per questa mia vita mortale.

Ora devo mettere una citazione antica per non cadere nel soggettivo e per ribadire che i classici parlano di noi, delle nostre esperienze e ce le chiariscono. Al contrario i cattivi scrittori confondono, complicano, imbrogliano. Perché non capiscono e non amano la vita. Proprio come le persone cattive.

 

Ecco dunque la citazione tratta dall’Oreste di Euripide che ho tradotto parola per parola, con rispetto e con amore. Perché anche gli autori sui quali ci siamo impegnati, ci diventano cari quanto gli amici.

Euripide e Fulvio. 

Da vecchio aedo quale sono continuerò a ricordarli, a citarli, nei miei canti.

Oreste dunque dice queste parole riferendosi a Pilade suo cugino e soprattutto amico che gli ha offerto aiuto.

“Questo è quel precetto famoso: procuratevi degli amici, non solo la parentela/,

poiché un uomo che nel carattere si è fuso insieme, anche se è un estraneo,/

è migliore di diecimila consanguinei” (Euripide, Oreste, vv. 804-806).

La fusione delle anime è la quintessenza dell’amicizia e dell’amore.

 

Ebbene la Venere di Novi Sad non aveva ancora compiuto venti anni.

Se ci fosse stato Fulvio mi avrebbe esortato ad acciuffarla come si deve fare con il kairov", il momento opportuno, l’occasione che è calva di dietro. Avrebbe detto: “Perché hai promesso fedeltà a una donna malsicura e ora mantieni la parola a una che non ti scrive? L’amore con diverse adultere è il tuo mestiere! Amoreggiare con una sola adultera equivale al matrimonio che tu detesti! Insulsus est qui nescit matrimonium vocari unum adulterium”.

Bastonato e beffato invero rischiavo di rimanere continuando a soffrire per una lettera che non arrivava, e se fosse arrivata sarebbe stata tramata e lordata dalle menzogne.

Ma Fulvio purtroppo non c’era e io, desolato com’ero e mentalmente  suggestionato, incantato da quella Circe nostrana, pensavo che ci fosse il massimo di  forza e di vita nella sua epidermide bruna, nei capelli violacei, negli occhi neri come prugne, nella bocca rossa, ridente e fresca come i lamponi che coglievo e succhiavo nei boschi di Moena da bambino.

 

Di quella giovane donna allora ricordavo solo i momenti migliori: quando tendeva le braccia verso di me come una rosa in boccio si stende sul proprio stelo ai soffi fecondatori del vento occidentale già tiepido e delizia il nostro olfatto.

 

Nella bionda lì presente non trovavo una fonte di vita altrettanto sapida e deliziosa per il mio gusto che le finlandesi avevano raffinato con i loro sapori forti e delicati.

Poi loro tre sono sparite fisicamente e Ifigenia quando tornai da Debrecen non mi appariva più come un miracolo, anzi non mi piaceva più.

Meglio averle perdute tutte le amanti, anche le migliori. Se una di queste non mi avesse lasciato, forse sarei stato più contento nella mia breve vita mortale quindi in modo finito, ma non avei scritto tanto né avrei educato così tanti lettori trovando un compenso più lungo se non addirittura infinito. Magari incontrerò quella che mi andrà bene del tutto quando non sarò più buono a nulla e dovrò accontentarmi del quasi niente che potrò raccattare.

 

Una relazione a casa l’aveva anche Giulia: lei però non aveva giurato né promesso al suo amante che non avrebbe fatto l’amore con altri.

Infatti diceva:“non si può mai sapere che cosa succederà mentre camminiamo sulla corda del destino, tesa sopra l’abisso della morte che nullifica tutti  gli impegni: quelli presi e pure quelli non presi”.

Il discorso si fece interessante e l’ho riferito poiché riguarda molte persone.

Intanto pensavo che Ifigenia, poiché non scriveva,  probabilmente parlava nella stessa maniera a un corteggiatore sul lido adriatico o altrove, per stuzzicarlo e provocarlo con lo scopo di trarne e dargli piacere, commettendo, allora credevo, un’ingiustizia grave nei miei confronti.

Ora penso che tale diversità di comportamento non era un’ ingiustizia inflitta alla mia persona,  era piuttosto una discrepanza funzionale a farmi capire come fosse inopportuno e deleterio che io sprecassi la mia fedeltà, i miei sentimenti e il tempo buono della vita per una donna con la quale avevo poco in comune. Da allora ho compreso di dover rinunciare al pathos quando non riceve l’assenso del logos e della prassi, cioè dei fatti reali perché davvero ciò che è razionale è reale pur se non tutto il reale è razionale. In ogni caso l’amore di Ifigenia per me non era reale e il mio per lei non era razionale. Doppia discrepanza dunque.

E’ andata bene così, come diceva spesso Fulvio che mi voleva bene, contraccambiato

Anche ora che sono vecchio e ho vissute parecchie altre storie diventando sempre più lucido e disincantato, ora che  ho superato di alcune unità il numero minimo di amanti  che mi ero  proposto giurando con la mano destra posata prima sulla tomba dei miei avi Scattolari di Montegridolfo quando le zie mi portavano alle battiture decenne, poi sull’altare della chiesa dei Servi di Maria a Pesaro quando ero studente liceale, credo tuttavia, come allora, che quanti  si impegnano a mantenere la fedeltà, debbano farlo. Niente infatti ci obbliga ad assumere impegni che non siamo sicuri di onorare.

 

Una breve storia già accennata che ripeto perché mi sta a cuore

Quando tornai da Debrecen, nell’agosto del 1974, arrivato in Italia dissi a una brava ragazza triestina, l’amabile Gianna,  con la quale avevo intrecciato una relazione nel precedente maggio odoroso, che mi ero innamorato di un’altra, cioè di Päivi una finlandese che  era pure rimasta incinta.

La giovane donna italiana mi disse: “tu non sei un uomo, sei una prostituta”, con tutto che non le avevo giurato né promesso la mia fedeltà.

Dopo qualche mese di amicizia, ci perdemmo di vista. Diversi anni più tardi tuttavia la madre mi telefonò dicendo che la  ragazza era morta. Temevo di venire apostrofato con ira. Invece la signora mi chiese di andare a pregare sulla tomba di Gianna siccome le aveva detto che ero stato io l’unico uomo per bene che avesse incontrato in vita sua. Difatti non le avevo mentito. Non lo faccio, siccome non lo ritengo degno di me.

Anche Cornelia la berlinese amata per una sera poi lasciata perché mi ero innamorato di Päivi, come le avevo chiarito, non prese male questo fatto, anzi qualche hanno più tardi mi disse che mi stimava poiché non giocavo con il cuore delle persone.

Il fatto è che mi piaccio abbastanza da non volermi camuffare.

 

Ma torniamo al 9 agosto del 1979. Dissi a Giulia che le emozioni vane vengono cercate per l’orrore del  vuoto di chi non è soddisfatto di sé e del compagno.  La bella ragazza mi rivolse  uno sguardo irritato: credo che le avesse dato fastidio non ricevere una corteggiamento che magari avrebbe respinto, però non poterlo fare dopo avermi dato l’occasione di provarci con lei, aveva disturbato il suo narcisismo.

Tanto che disse: “La tua è una visione meschina e obsoleta dei rapporti amorosi”

“Sì è arretrata-risposi-risale almeno a Platone”

“Risalirà a Platone-replicò con disprezzo appena dissimulato-ma io non la condivido. E’ debole e falsa. Anzi, credo che nemmeno tu  ne sia intimamente convinto e che la usi per puntellare la tua fiacchezza attuale: tu giri intorno all’argomento con tante parole, ma il fatto è che hai il terrore di venire tradito e magari lasciato da una sulla quale hai basato la tua identità. Tu aborrisci il terremoto e la rovina della tua persona costruita su fondamenta malsicure. Sei anche falso:  santo come vuoi apparire, non ti sei mai concesso delle avventure?”

“Sì, certo, anzi parecchie, qui a Debrecen, in Italia e altrove. Ho folleggiato nel piacere anche io. Ma l’ho fatto quando non mi ero vincolato con alcuna promessa. Recentemente invece ho promesso fedeltà siccome ho preferito l’amore con una donna sola a diversi rapporti con varie amanti più o meno gradite.

La monogamia con una di raro valore mi dà più della poligamia che ho praticato anche per fare numero: per vanità”.

 “La poligamia o la poliandria può essere vissuta con molti amanti di raro valore”, rispose spiritosamente e non illogicamente la bella.

 

“La monogamia-replicai- chiede maggiore  attenzione, rispetto, riguardo, e la crescita avviene solo attraverso relazioni impegnative. Con i rapporti superficiali si allarga poco l’ esperienza, “small experience grows”, per dirla con Petruccio di Shakespeare[1].

 La Poligamia è facile, come la poliandria: richiedono entrambe troppo poco per essere accrescitive. La monogamia ti dà più in quanto chiede di più. Come uno studio serio, magari fatto aggiungendo una traduzione precisa e un commento rivelatore, rispetto a una lettura distratta”.

Giulia mostrava di sdegnare tale posizione secondo lei arretrata, e, siccome significava anche “io non voglio avere un’avventura con te”, smentiva la sua certezza di poter incantare qualsiasi uomo, sicché questa ragazza serba mi chiese di riaccompagnarla in collegio usando un tono carico di antipatia.

Giunti nell’altrio, guardammo se c’era posta: ebbene la mia fedeltà, teorizzata e praticata con devozione ieratica, sacerdotale, non ricevette alcuna mercede, mentre il lassismo almeno teorico di quella ragazza fu ricompensato da una lettera. Giulia aveva saputo da Alfredo che io aspettavo da diversi giorni con ansia  un espresso dalla mia compagna lontana, sicché mi salutò sbandierando la propria busta bicolore  e dicendo: “Ciao gianni, buona fortuna! Ti auguro di ricevere posta da domani ogni giorno e di essere felice con la tua amata per tutta  la vita: davvero felice  fino a cento e più anni, se tu ti accontenti!

Dopo sarai infinitamente  beato nel paradiso dove andrai di sicuro, fedele, puro e santo come sei stato qui sulla terra!”

Non le risposi. Ero nauseato. Non di lei ma di Ifigenia e di me stesso che avevo creduto di vivere con questa amante e collega l’amore “che è palpito dell’universo intero”, mentre la prova della lontananza di un mese aveva testificato la falsità di lei e rivelato la mia illusione, rendendo ridicolo il rigore promesso e impiegato nel rispettare gli impegni che mi ero sobbarcato tutti da solo.

“Le mie virtù devo offrirle e consacrarle a Dio, chiunque egli sia”, pensavo.

 

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 16, 44 giovanni ghiselli

p. s.

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In questo mese di agosto posso arrivare a 300 mila. Nei primi tempi ci volevano tre anni. E’ il successo meritato e ricompensato molto più e meglio che con i miseri quattrini.

Saluti e baci a voi che mi leggete.

giannetto, studente e povero: il poverello di Pesaro

 

 

 



[1] The Taming of the Shrew, I, 2.