La corriera per Atene. Il mio risentimento per il pedalare mancato e il sole non debitamente venerato.
Lasciammo le biciclette nell’agenzia dove avevamo comprato i biglietti per il traghetto, poi andammo alla stazione delle corriere. Verso le quattro partimmo. Chiuso nell’autobus maleodorante mi spiaceva assai perdere le ultime ore del sole che declinava rapidamente nel pomeriggio di quella giornata dell’estate anche questa al tramonto.
Ma il declino più doloroso era quello del nostro rapporto sconciato dall’ opportunismo, l’ egoismo, e la stupidità di entrambi.
La rinuncia forzata a pedalare nel sole prossimo a sparire dentro le brume che, già quasi autunnali, si sarebbero addensate in un novembre lugubre, certamente non illuminato dalla baccante innevata come quello fantastico del ’78, ebbene la perdita degli ultimi raggi solari mi pesava assai più del secondo zaino messo sul collo durante la pedalata in salita verso l’ombelico del mondo, poi nel lungomare ventoso, con una fatica la quale del resto aveva potuto anche irrobustirmi la lena.
Provavo del risentimento per la ragazza che mi faceva perdere le luci estreme dell’estate morente, poi durante la triste stagione alle porte mi avrebbe lasciato solo e desolato in una Bologna fredda e buia.
Tra me e Ifigenia non c’era più niente di buono tranne i ricordi dei quali volevo diventare l’aedo coniugando le Grazie con le Muse splendida unione, e mantenere viva, nel ricordo, quella bellissima donna con me. Ma nel presente di fatto eravamo degenerati in una coppia scellerata: ciascuno di noi, quando faceva un sacrificio per l’altro senza ricavarne un utile per sé, provava un sentimento di spreco e un cupo risentimento verso l’amante oramai disamato, a tratti anzi addirittura odiato e spregiato. Un amante in pensione, nemmeno emerito. In tale contesto il piacere che ancora ci scambiavamo ogni tanto nel letto era un’offesa all’amore.
Appena arrivati ad Atene, il fato ci impose una parte in una commedia orribile, quasi finita in tragedia, poi, poco più tardi, un’altra la recitammo noi , istintivamente, io soprattutto che continuavo a rimpiangere la bicicletta e sentivo un rancore implacato per quella giovane donna che mi aveva fatta depositare l’amato veicolo in un luogo forse nemmeno del tutto sicuro.
Quella sera toccammo il fondo dell’abiezione nell’Ellade santa.
Bologna 7 giugno 2026 ore 9, 08 giovanni ghiselli
p. s
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Nelle mie preghiere pensate nell’ospedale San Salvatore di Pesaro dove sono stato praticamente immobilizzato per una decina di giorni poi in quelle levate al cielo dall’istituto di fisioterapia Santo Stefano Villa Fastiggi dove ho ripreso a muovermi un poco alla volta per altri 45 giorni, chiedevo a Dio, chiunque Egli sia, la grazia di raggiungere i 2 milioni di lettori entro l’anno 2026. Ci sono arrivato con una decina di mesi di anticipo. Non solo: ieri sera al tramonto ho scalato la dura salita del Monte Calvo in bicicletta. Queste sono le mie ultime borse di studio con il premio Nobel che mi si addice.
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