La mattina mi alzai e uscii dall’albergo per tempo. C’era il sole e il corso brulicava di gente.
Con l’automobile mi avviai nella direzione indicata seguendo i binari del tram numero uno, l’unico invero dell’unica linea tranviaria, che, girando ellitticamente, collega la stazione all’università e viceversa: Egyetem-Pályaudvar-Egyetem: i due fuochi dell’ellisse di ferro.
La luce mi confortò. “ jAnovrqwson seautovn”sussurrai, “raddrizza te stesso: ‘adesso mi chiama il destino’, direbbe un personaggio della tue tragedie”.
Drammatizzarmi mitizzandomi è sempre stata una mia tendenza, ereditata o presa per mimesi da mamma, nonna e zie. Le seduttrici mentali.
Anche da Eschilo, Sofocle, Euripide e Shakespeare a dire il vero.
Per giunta Leopardi e tanti altri. Parenti spirituali questi. La nonna Margherita Scattolari del resto aveva una zia sposata con Rodolfo Antici, nipote di Adelaide.
Al di là del tempio cristiano la strada entra nell’ombra di grandi alberi che via via si infittiscono fino a formare la foresta nel cui centro c’è il collegio dove avrei passato il mese seguente cercando di restaurare la mia vita in rovina. Sarei andato spesso a camminare nel bosco fitto- frequens lucus- di alberi antichi che circonda il complesso universitario.
Il secretum loci, la solitudine del luogo arcano, mi avrebbe aiutato a riflettere sugli errori fatti dopo il liceo, a correggerli, a risollevarmi.
Il genius loci mi avrebbe aiutato. Una femmina umana e semidivina speravo. Sarebbe stata Helena 5 anni più tardi. Prima un lungo tirocinio con sette maestre propedeutiche.
Dopo circa tre chilometri, la mia scassata Seicento sbucò in una radura assolata dove vidi un grande edificio di stle neoclassico con la scritta sesquipedale e incomprensibile Orvostudomáyegyetem.
Sorgeva in una piazza vasta dove il tram numero 1 era in sosta, non sapevo se voluta, o dovuta a una qualche paralisi.
Pensai di essere arrivato all’Università estiva della mia borsa di studio. Parcheggiai l’automobile, attraversai un portone monumentale, entrai nell’atrio e proseguìi verso il giardino dove si affacciavano porte e finestre. Cercavo una plausibile segreteria per presentarmi e ricevere l’alloggio che mi spettava. Ma tra i fiori e le erbe camminavano a stento, o sedevano sulle panchine, diverse persone per lo più anziane e malandate. In pigiama per giunta. Altri, meno vecchi e malconci, giravano affaccendati, vestiti con camici bianchi. Capìi che ero finito nell’ospedale di Debrecen, forse il nosocomio di tutta la puszta .
Mi posi delle domande: “Buon segno o presagio sinistramente ominoso, preludio allo sfacelo definitivo, magari al mio ricovero in un manicomio? Debrecen, dove senza volere mi sono ospedalizzato, sarà il luogo della mia guarigione, o la mia decadenza è irredimibile, la caduta precipitosa, a testa in giù, è irreversibile, e la puszta sarà la meta dell’ultimo viaggio? Ho percorso 1200 chilometri così laboriosi per arrivare a una tomba sperduta?
Et mihi tantum de funere iter?[1] . Chiuso in una nicchia anonima del colombario più tetro e periferico d’Europa, chi mi dirà”Vale, passando, e ti sia lieve il suol?”
Aggiunsi altri quesiti del genere non senza un pizzico di ironia per non scivolare nell’eccesso plebeo della posa tragica che rischia di assumere maschere così deformate e grottesche da apparire ridicola.
Ricordando tali questioni, ora sorrido di quella infelicità attenuata da un barlume di intelligenza intermittente e dalla volontà di capire. Con il tempo e la visione d’insieme, con il panorama vasto e vario presentato dagli anni vissuti intensamente, leggendo e riflettendo, ho capito che i presagi sono sempre buoni per le persone buone e intelligenti, basta capirne il significato e cogliere i nessi. Nulla avviene per caso. I fatti interferiscono insieme. C’è una series causarum, una concatenazione di cause, eiJrmo;" aijtiw'n. Tutto è causato e accade necessariamente, nulla è casuale. Quello che appare eventum , elemento accidentale, è di fatto coniunctum, è una conseguenza necessaria anche se lì per lì sfugge alla comprensione ed è una nuova causa di un’altra conseguenza. Lo capisce la suvnesi" , l’intelligenza appunto, che è capacità di mettere insieme fatti anche lontani. Tutta la natura è congeniale a se stessa, come mi ha suggerito Platone[2] e ho verificato con una lunga esperienza delle cose moderne.
Ricordai la preghiera di Ecuba nelle Troiane di Euripide portate all’esame di maturità tre anni prima e la contaminai con un’espressione dell’Agamennone di Eschilo.
Alzai gli occhi al cielo e mormorai:” Dio , chiunque tu sia[3], difficile da conoscere, sia necessità di natura, sia intelligenza dei mortali [4], aiutami”.
Un uccello dalle ampie ali attirò la mia vista: pensai che fosse una risposta, un o{rni" profetico, e chissà, forse pure ai[sio"[5].
Volatus avium dirigit deus[6] ricordai.
I libri mi hanno aiutato. Anche con le donne, fin da bambino: in casa le zie, la mamma la nonna disprezzavano e maltrattavano i maschi adulti, ma tenevano in pregio me perché ero bravo a scuola.
Poi altre donne via via: grazie ai libri letti sapevo parlare, ascoltare, comprendere molte cose.
Cinque anni più tardi, nel 1971, in quell’ospedale avrei accompagnato Helena che aveva bisogno del mio aiuto e me ne fu molto grata contraccambiandomi e favorendo il mio definitivo riscatto dall’infelicità. Ora comprendo che essere entrato nel nosocomio per sbaglio non fu un fatto casuale ma un presagio di felicità.
Ma torniamo al 1966. A uno dei biancovestiti domandai dell’Università, in inglese. L’ospedaliero con il dosso della mano destra mi fece segno di uscire e di girare a destra.
“Segno purgatoriale” [7] pensai.
Ero sulla strada buona: quella di intendere i segni e di collegarli tra loro.
Avvertenza: il blog contiene sette note e il greco non traslitterato.
Bologna 27 giugno 2026 ore 17
p. s
Questo è un capitolo bello che l’editore non ha stampato. Troppo difficile per lui. Non abbiamo funzionato bene insieme. In questi frangenti ottima cosa da fare è cambiare aria. Il mio lavoro è limato ad unguem con acribia amorosa e non deve subire mutilazioni o degradazioni da chi non se ne intende: “procul este profani!”
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[1] Cfr. Lucano, Pharsalia V, 811
[2] Th'" fuvsew" aJpavsh" suggenou'" ou[sh", Menone, 81d.
[3] Cfr. Eschilo, Agamennone 160. E’ il canto del pavqei mavqo~ (v. 177)
[4] Cfr. Euripide, Troiane, 886-887
[5] Favorevole . cfr. Sofocle, Edipo re, v. 52
[6] Ammiano Marcellino, XXI, 1, 9.
[7] Cfr. Dante, Purgatorio, III, 100- 102: “Così il maestro; e quella gente degna/ ‘Tornate’ disse; ‘intrate innanzi dunque”/coi dossi delle man faccendo insegna”
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