martedì 23 giugno 2026

Eschilo, Eumenidi, secondo stasimo


 

Segue il Secondo Stasimo  (vv. 490-565) con fosche previsioni delle Erinni le quali sostengono che il terrore delle pene, umane e divine, talora è salutare:"a volte il terrore (to; deinovn) è un buon ispettore anche delle anime-eu\ -kai; frenw`n ejpivskopon-  e deve restarci a fare la guardia: giova giungere alla saggezza sotto l’angoscia "(vv. 517-519).

 

 E’ il tw'/ pavqei mavqo~ dell’Agamennone (v. 177) che ritorna in forma variata.

“La forma drammatica classica si regge su un principio: che la sofferenza inevitabilmente connessa all’esistere (anzi: al voler essere la via destinataci) conduca finalmente al mathos, a un ‘chiaro’ sapere”[1].

 

“Se, nonostante tutto, volessimo ricercare un messaggio che i poeti tragici ci possano avere trasmesso, questo messaggio si potrebbe enunciare nelle parole: “soffrire e conoscere”, oppure, con una formulazione che -forse indebitamente- lascia intravedere una possibilità di riscatto, un non appagante riscatto: soffrire e però essere consapevoli della propria sofferenza.

Ma occorre essere attenti a cogliere la specificità di questo conoscere del personaggio tragico. La qualità di questo conoscere tragico ha connotazioni proprie e specifiche. E’ un conoscere turbato in quanto si rapporta di regola a situazioni di sofferenza, o anche di contrasto; e inoltre può presupporre profondità sinistre e recondite, in riferimento al mondo arcaico-primitivo evocato attraverso il mito. La verità della tragedia greca non è la verità della scienza (scienza della natura, scienza medica, registrazione e valutazione di informazioni geografiche o storiche) e non trova in sé motivo di compiacimento per avere acquisito nuova conoscenza.  La verità che consegue Edipo nell’Edipo re o Agaue nelle Baccanti è una verità che dà sofferenza, è una “infelice verità” la cui presenza si rivela molesta, come dice Cadmo parlando appunto con Agaue (Eur. Bacch. 1287, con una accorata allocuzione alla verità stessa)”[2]. w\ duvsthn jajlhvqeij

 

Poco dopo le Erinni aggiungono:" mht j a[narkton bivon-mhvte despotouvmenon-aijnevsh/" : panti; mesw/ to; kravto" qeo;"-w[pasen "(Eumenidi, 526-530), non lodare una vita di anarchia né una soggetta al dispotismo: in ogni caso il dio dà potenza al giusto mezzo.

It looks to me as if the famous saying about the superiority of to; mevson-which Aeschylus put so oddly into the mouth of the Erinyes (530)-might in fact be taken…as an honest and corrept description of the author’s own position[3], mi sembra che il famoso detto sulla superiorità del “mezzo” che Eschilo mette così stranamente in bocca alle Erinni, potrebbe essere di fatto venire preso …come una onesta e corretta descrizione della posizione personale dell’autore.  

 Più avanti la stessa Atena consiglia ai cittadini, che hanno cura della città, di rispettare uno stato senza anarchia né dispotismo ("to; mhvt j a[narcon mhvte despotouvmenon", v. 696) e di non scacciare del tutto la paura dalla città: infatti quale mortale è giusto se non ha nessuna paura? ("kai; mh; to; deino;n pa'n povlew" balei'n-tiv" ga;r dedoikw;" mhde;n e[ndiko" brotw'n; " vv. 698-699).

Però c’è paura e paura

Nelle Troiane, Ecuba non approva la paura se uno teme senza essere passato attraverso la ragione: “oujk aijnw` fovbon, o{sti~ fobei`tai mh; diexelqw;n lovgw/ (vv. 1165-1166). Nella fattispecie, la paura irragionevole è quella che i Greci hanno avuto del piccolo Astianatte, al punto di mandarlo a morte.

Allora, la paura che spinge a uccidere un bambino è vergognosa: sarà disonorevole per la Grecia l’iscrizione sulla tomba di Astianatte: “to;n pai`da tovnd j e[kteinan j Argei`oiv povte-deivsante~ aijscro;n toujpivgramma g j JEllavdi” (v. 1191-1192), questo bambino uccisero un giorno gli Argivi per paura, un epigramma che infama la Grecia.

Nell’ammazzare un bambino i Greci, li accusa Andromaca, si rivelano quali i veri barbari.

: “w\ barbar j ejxeurovnte~  [Ellhne~ kakav,-tiv tovnde pai`da kteivnet j oujde;n ai[tion;” (vv. 764-765).

Hanno voluto colpire l’uomo dove è più debole, dove è più uomo[4]. 

 “La giustizia ora per Eschilo si trova a metà tra libertà e costrizione…Eschilo conosce l’orgoglio dello spirito, che ardisce spingersi fino all’estremo. Il suo Prometeo aveva offeso questa aijdw'~. Dalla lotta e dalla problematica dell’essere nasce l’insegnamento del mevson, la concezione classica dell’aureo mezzo[5]  (Eum., 525ss.)…Il compito dell’uomo è trovare il giusto mezzo tra indipendenza e dipendenza”[6].  

Il concetto della paura funzionale all'ordine torna nel Bellum Iugurthinum [7] di Sallustio:" Nam ante Carthaginem deletam...metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido mentibus decessit, scilicet ea quae res secundae amant, lascivia atque superbia, incessere" (41), infatti prima della distruzione di Cartagine…il timore dei nemici conservava la cittadinanza nel buon governo. Ma quando quella paura tramontò dagli animi, naturalmente quei vizi che la prosperità ama, la dissolutezza e la superbia, si fecero avanti.

 

La paura è il presupposto di un ordinato vivere civile. Questa norma si trova anche nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio  dove Machiavelli scrive:"Perché dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini o che sia sostenuto dal timore d'uno principe che sopperisca a' defetti della religione" (I, 11).

 

Le Erinni dunque si avvicinano alla soluzione del conflitto con Atena e Apollo,  prescrivendo regole accettabili da qualsiasi religione rispettosa della vita: “La dismisura (u{bri~)[8] è figlia di empietà secondo il vero dussebeiva~ tevko~ wJ~ eJtuvmw~” (Eumenidi, v. 534).

Quindi, proseguono le Erinni, sulla via di diventare Eumenidi: "Rispetta l'altare di Giustizia- bwmo;n ai[desai Divka~ e non disprezzarlo calciandolo con piede ateo in vista del guadagno- kevrdo~ ijdwvn- : infatti poi segue il castigo"(vv.539-541).

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Gli stessi  accenti posati sulla forza vincente e ineludibile della Giustizia si trovano nel primo stasimo dell’Agamennone. Eschilo è in effetti uno dei profeti della Giustizia.

"infatti non c'è difesa per l'uomo che volto a sazietà di ricchezza ha preso a calci il grande altare di Giustizia, con il proposito di annientarla" (Agamennone, primo stasimo 381-384).

 

E, poco più avanti:

"Ogni rimedio è vano. Il danno non rimane nascosto,

ma risalta, quale luce di sinistro bagliore; e, come bronzo cattivo, per sfregamento e colpi, diventa nero il colpevole sottoposto a giustizia, poiché insegue, come un fanciullo, un uccello che vola- ejpei;- diwvkei pai`~ potano;n o[rnin- " ( Agamennone, 387-394).

 

 

 

Torniamo alle Erinni che stanno civilizzandosi  e ripetono i precetti che facevano già parte dell'educazione morale e pure formale dell'uomo omerico: ciascuno deve provare"venerazione per i genitori"( Eumenidi, v. 545) e rispetto per gli ospiti.

La religione delle Erinni  si assimila sempre più a quella degli dèi olimpici. Ancora: La Giustizia salva dall'infelicità colui che la segue eJkwvn d  j ajnavgka~ a[ter (v. 550), di sua volontà, non costretto, mentre "ride il demone sull'uomo violento, vedendo in sventure irrimediabili colui che non se le sarebbe mai aspettate, e non ce la fa nella sua debolezza a superare la vetta, quello che avendo scagliato il benessere di un tempo contro lo scoglio della Giustizia[9] va in malora per sempre, illacrimato, annientato"(vv. 560-565). Sono le ultime parole del secondo stasimo.

 

Bologna 23 giugno 2026 ore 17, 39 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] M. Cacciari, Hamletica, p. 100

[2] V. Di Benedetto (introduzione di) Eschilo, Orestea, p. 10.

[3] Dodds, The ancient concept of progress, p. 50.

[4] Cfr. Vittorini, Uomini e no.

[5] La formulazione più nota del giusto mezzo, ma solo una delle tante, è quella di Orazio:" Est modus in rebus; sunt certi denique fines,/quos ultra citraque nequit consistere rectum " (Satira I, 1, vv.106-107), c'è una misura nelle cose; ci sono insomma limiti definiti al di qua e al di là dei quali non può stare il giusto (ndr)..

[6] B. Snell, Eschilo e l’azione drammatica, p. 174.

[7] Del 40 ca. a. C.

[8] Sofocle, delfico ortodosso, scriverà che l’u{bri~ è madre e nutrice del tiranno: "u{bri" futeuvei tuvrannon, (Edipo re , v. 873),  la prepotenza fa crescere il tiranno.

[9] L'immagine della collisione con Diche  è ricorrente nella tragedia: Sofocle nell'Antigone  fa dire al Coro queste parole:"Avanzando verso l'estremità dell'audacia, hai urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia, creatura, con grave caduta."(vv.853-855).

 


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