Erodoto nei capitoli 67-68 del primo libro delle Storie racconta che gli Spartani al tempo di Creso erano riusciti a sconfiggere i Tegeati solo dopo essere ricorsi alla Pizia di Delfi la quale, interrogata, aveva risposto che dovevano riportare in patria le ossa di Oreste. E siccome i Lacedemoni non le trovavano, erano tornati a chiederle aiuto. Ella allora aveva cantato, in esametri: "c'è in Arcadia una Tegea, in luogo piano,/dove due venti soffiano per possente necessità,/ e colpo e contraccolpo, e male su male si posa" (kai; tuvpo" ajntivtupo", kai; ph'm j ejp jphvmati kei'tai, I, 67, 4).
Lì era sepolto Oreste e di lì bisognava portarlo via per vincere i Tegeati. Fu Lica , uno dei benemeriti ( tw'n ajgaqoergw'n I, 67, 5), specie di ambasciatori, a trovarlo , avvalendosi del caso e della sua sapienza[1] (kai; suntucivh/ crhsavmeno" kai; sofivh/, I, 68, 1). Quest'uomo dunque, andato a Tegea, in una fucina osservava la lavorazione del ferro e aveva un'aria di meraviglia mentre guardava (ejn qwvmati h\n oJrevwn I, 68, 1). Il fabbro allora gli disse che lui aveva ragioni più forti per meravigliarsi: infatti, scavando nel suo cortile per fare un pozzo, aveva trovato un'urna con un cadavere di sette cubiti, ossia lungo più di tre metri. Quindi lo aveva riseppellito. Allora Lica congetturava che quelli erano i resti di Oreste. Infatti osservando i due mantici trovava che erano i venti (ajnevmou" eu{riske ejovnta", I, 68, 4), l'incudine e il martello erano il colpo e il contraccolpo (tovn te tuvpon kai; to;n ajntivtupon), e, il ferro lavorato, il male posato su male (to; ph'ma ejpi; phvmati keivmenon) desumendolo più o meno dal fatto che il ferro è stato inventato per il male dell'uomo :" ejpi; kakw'/ ajnqrwvpou sivdhro" ajneuvrhtai".
In Catullo c’è una maledizione dei Calibi, una popolazione della costa del Mar Nero della quale si diceva che avesse scoperto la lavorazione del ferro che ha tagliato la chioma di Berenice. I crines stessi lanciano l’imprecazione: “ Quid facient crines, cum ferro talia cedant? /Iupiter, ut Chalibon omne genus pereat/et qui principio sub terra quaerere venas/institit ac ferri fingere duritiem” (66, 47-50), cosa faranno i capelli, se tali colossi[2] cedono al ferro? Giove, che tutta la razza dei Calibi vada in malora, e chiunque per primo si mise a esplorare le vene sotto la terra e a foggiare la durezza del ferro!
Ancora più nocivo del ferro, e decisivo per la decadenza dell'umanità, è stato l'oro secondo Ovidio : “ effondiuntur opes, inritamenta malorum; / iamque nocens ferrum ferroque nocentius aurum/ prodierat: prodit bellum, quod pugnat utroque,/sanguineaque manu crepitantia concutit arma” (Metamorfosi, I, 140-143), si estraggono dalla terra le ricchezze, stimolo dei mali; e già il ferro funesto[3] e, più funesto del ferro, l'oro era venuto alla luce : venne alla luce la guerra, che combatte con l'uno e con l'altro, e con mano sanguinaria scuote ordigni che scoppiano.
E' l' età[4] non più redimibile, quella del male integrale, quando omne nefas , ogni empietà, irrompe nel genere umano.
Ho tradotto prefigurando le armi da fuoco che Don Chisciotte non mancherà di esecrare come falso progresso: “Felici e benedetti i secoli che non conobbero la furia di questi indemoniati strumenti dell’artiglieria, il cui inventore dev’essere senza dubbio nell’inferno, a goder il premio della sua diabolica invenzione, mercé la quale il braccio d’un infame codardo può cagionar morte d’un valoroso cavaliere, che una palla fuorviata, arrivatagli, non si sa come né di dove, colpisce in pieno ardore del coraggio onde sono accesi e animati i petti eroici, mentre forse colui che l’ha sparata fugge sgomentato dal lampo di fuoco prodotto, nello sparo, da quella maledetta macchina”[5]. Pensate ai droni odierni e a chi lo invia a compiere dtragi.
Si può pensare al film di Ermanno Olmi Il mestiere delle armi.
Si può citare di nuovo Leopardi: “L’invenzione e l’uso delle armi da fuoco, ha combinato perfettamente colla tendenza presa dal mondo in ordine a qualunque cosa, e derivata naturalmente dalla preponderanza della ragione e dell’arte, colla tendenza, dico, di uguagliare tutto. Così le armi da fuoco, hanno uguagliato il forte al debole, il grande al piccolo, il valoroso al vile, l’esercitato all’inesperto, i modi di combattere delle varie nazioni: e la guerra ancor essa ha preso un equilibrio, un’uguaglianza che sembrava contraria direttamente alla sua natura. E l’artifizio, sottraendo alla virtù e agguagliandola, e anche superandola e rendendola inutile, ha pareggiato gli individui, tolta la varietà…infine ha contribuito sommamente anche per questa parte a mortificare il mondo e la vita” (Zibaldone, 659 e 660).
“Per l’invenzione della polvere l’energia che prima avevano gli uomini si trasportò alle macchine, e si trasformarono in macchine gli uomini, cosicché ella ha cangiato, essenzialmente il modo di guerreggiare” (978).
Le automobili, poi, queste macchine per paralitici, fanno la guerra agli uomini e li trasformano addirittura in belve sanguinarie che uccidono altri uomini “ for their sport “ [6].
Tibullo [7] attribuisce la colpa della guerra al vizio dell'oro:" Quis fuit horrendos primus qui protulit enses?/ Quam ferus et vere ferreus ille fuit!// Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,/tum brevior dirae mortis aperta via est.// An nihil ille miser meruit; nos ad mala nostra/vertimus, in saevas quod dedit ille feras?//Divitis hoc vitium est auri, nec bella fuerunt,/faginus adstabat cum scyphus ante dapes " (I, 10, 1-8), Chi per primo ha tirato fuori le orrende spade? Oh quanto feroce e davvero ferreo[8] fu quello! Allora la strage nacque per il genere umano, allora la guerra, allora più breve si è aperta la via della morte tremenda. Oppure quel disgraziato non ebbe colpa; ma noi volgemmo a nostro danno quello che egli ci diede contro le belve feroci? Questa è colpa del ricco oro, e non c'erano guerre quando una coppa di faggio stava davanti alle vivande.
Era già l'età del business .
Platone considera l’oro e l’argentp promotori di mali.
Vediamo cosa dice l'Ateniese nelle Leggi:"Poveri per questo motivo non erano, né, costretti dalla povertà, divenivano discordi tra loro; e nemmeno ricchi divennero mai, in quanto privi di oro e di argento acrusoiv te kai; ajnavrguroi o[nte~- -…nella società in cui non sia presente né ricchezza né povertà, direi che i costumi potrebbero essere nobilissimi: infatti violenza, né ingiustizia, né gelosie né invidie possono nascervi. Erano buoni in grazia di questa vita e di quella che si dice semplicità” (679b-c).
Bologna 27 giugno 2027 ore 11, 43 giovanni ghiselli
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[1] Una sapienza autentica questa, la sofiva che interpreta gli oracoli correttamente e obbedisce agli dèi secondo Erodoto e Sofocle.
[2] Poco prima Catullo ha ricordato la storia di Serse che nel 483 scavò un canale per evitare la circumnavigazione del monte Atos, situato in fondo alla più orientale delle tre penisole della Calcidica.
[3] Euripide nelle Fenicie attribuisce alla strage un cuore di ferro:"sidarovfrwn…fovno" " (vv. 672-673).
[4] “L’età ferrea non siamo noi, data che questa umanità sarà poi cancellata dal diluvio (cfr. v. 188: diversamente Esiodo, Op. 175). L’effetto di romanizzazione è accompagnato dall’eco di un passo del carme 64 di Catullo (397 sgg.) sulla decadenza che segue all’età eroica e da echi più generici della tematica delle guerre civili e delle proscrizioni a Roma. I tempi narrativi accompagnano questa illusione di “presentizzazione” del mito, dato che a partire dal v. 140 una sequenza di perfetti e piuccheperfetti cede il passo a un blocco di verbi al presente; cfr. Landolfi 1996, pp. 84 e 88 sg. Nonostante tutti questi indizi concomitanti, il poeta non dice, come Esiodo, di vivere nell’età ferrea, mentre più tardi ammetterà di essere parte della razza “pietrosa”, iniziata dopo il diluvio (cfr. v. 414 sg.)”, Alessandro Barchiesi (a cura di) Ovidio Metamorfosi, volume I, p. 172.
[5] M. Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, p. 468 vol. I.
[6] Cfr. Shakespeare, King Lear, IV, 1.
[7] Nato a Gabii o a Pedum , nel Lazio rurale fra il 55 e il 50 a. C., morto tra il 19 e il 18 a. C. Sotto il suo nome ci è giunto il Corpus tibullianum , tre libri di elegie. Sono sicuramente e autenticamente tibulliani i primi due che cantano l'amore per due donne, Delia e Nemesi. Il terzo libro che gli umanisti divisero in due parti è un' antologia di vari autori, compreso Tibullo. Quintiliano lo definisce tersus atque elegans maxime…auctor (Institutio oratoria , X, 93), l'autore più elegante e raffinato, nel campo dell'elegia dove i latini possono sfidare i Greci.
[8] Cfr. Erodoto:" ejpi; kakw'/ ajnqrwvpou sivdhro" ajneuvrhtai" (I, 68, 4), il ferro è stato inventato per la rovina dell'uomo
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