martedì 30 giugno 2026

L’apprendistato XXXI. Il 1968. Bologna e Praga. I collegi. La vita amorosa, politica e scolastica.


 

Molto  importante per la mia generazione fu  la rivoluzione spirituale del 1968. Un evento mondiale che mi aiutò a riconoscere e approvare del tutto  gli aspetti migliori del mio carattere e a prevedere i tratti decisivi del mio stile di insegnante: non demagogicamente permissivo come furono molti durante l’auge del movimento studentesco, né, tanto meno, dispotico come altri, o magari gli stessi sono diventati nella fase della restaurazione regressiva iniziata alla fine del ’69 in concomitanza con la prima delle stragi di Stato.

 Quando iniziavo a insegnare e volevo diventare un educatore interessato alla crescita umana e culturale degli studenti. Sarebbe stata parallela alla mia.

“L’umanità visse allora-scrive Benedetto Croce- uno di quei rari momenti nei quali la lieta fiducia di sé stessa e del suo avvenire tutta la riempie, e ampliandosi nella purezza di questa gioia, essa si fa buona e generosa, e vede attorno a sé fratelli e ama”[1]

Cito queste parole relative ai moti del 1848 e le  riferisco anche al momento di lieta fiducia della mia generazione.

Da questo movimento studentesco dunque,  e pure da Helena di Praga, presi la fiducia di poter ridurre lo squilibrio che ancora sentivo tra la mia vita e i miei sogni, tra le mie capacità e i miei atti.

 

Nell’aprile del ’68  andai a Praga attraverso uno scambio di posti  con gli studenti cecoslovacchi che venivano ospitati nel collegio Irnerio di Bologna mentre noi “irneriani” eravamo in uno  studentato della città magica.

Passai le notti  comprese tra il 10 e il 20 aprile,  in una stanza del collegio praghese facendo l’amore con Helena, la fanciulla onesta che mi donò tutta sé stessa senza chiedere nulla in cambio: non dico soldi o regali, ma nemmeno alcun impegno o rinuncia. Pur troppo poco mi chiese quella ragazza che mi piacque assai e le volli anche un poco di bene, ma interessato com’ero alla rivoluzione del nostro mondo e della mia persona, alla ragazza diciottenne in quel tempo non diedi tutta l’importanza che aveva e avrebbe avuto più tardi,  beninteso per me. La ripensai e l’ho riconosciuta soltanto alcuni anni dopo, riconsiderandola e rimpiangendola, invano, quando tornai a Praga, per cercarla, nella primavera piovosa del ’72.

 Nel frattempo in Italia erano seguitate le stragi

Quando le telefonai, Helena, rimasta onesta, mi tenne lontano poiché nel frattempo aveva stretto un legame con un collega. Era una donna oramai.

E il tempo del nostro amore era passato.

La indico quale modello a quante fanno mercato della loro gioventù, oppure, dopo avere preso un impegno con un uomo, appena questo si volta, si intrigano con altri che sanno lusingarle suscitando nelle labili menti vani sogni, folli speranze, morbosi ricordi. Oppure una libidine pazza. Meno riprovevoli queste. Agiscono male,  sed non propter nummos , ma non per i miseri quattrini né per il  potere fallace.

 

Helena Schejbalova mi ha aiutato a uscire del tutto dall’abisso di vuoto identitario in cui ero caduto dopo il liceo.

 

In quella primavera fatata tutti noi giovani universitari  si pensava e parlava politicamente. Il 1968 fu uno degli anni in cui la gioventù credette nel progresso della libertà e della giustizia.

Ogni discorso era politico: ossia relativo alla polis, alla comunità. Si viveva da comunisti, nel senso più vero cioè etimologico, non da egoisti. Aiutarsi a vicenda era perfino una moda per molti. Quasi tutti poi sono tornati egoisti appena la moda è passata

 Io no in quanto avevo capito che vita politica, impiegata per il bene comune, significa anche vita umana e felice. Nelle assemblèe del movimento studentesco cui partecipai a Bologna, a Roma, a Milano, non avevo i mezzi culturali per parlare politicamente né retoricamente, siccome mi mancava la preparazione necessaria. La mia era limitata alle lingue antiche studiate per gli esami  e alle date della storia greca e romana , insomma a quanto avevo imparato per il voto. Altro non mi avevano insegnato né mi avevano invogliato a cercare per mio conto.

Nelle assemblèe  non prendevo la parola che non possedevo: sapevo solo  ripetere alcuni slogan,  però ascoltavo i compagni già preparati a parlare politicamente appunto. Mi sensibilizzai alla filosofia e alla storia moderna, quindi cominciai a studiarle. Avevo finito gli esami, e l’Università di Bologna, dato l’ultimo esame in maggio, non l’avrei più frequentata: dovevo preparare la tesi-sulla poesia ungherese del Novecento.  Mi laureai nel marzo successivo; in aprile   feci delle supplenze a Pesaro, e  dopo l’estate ebbi l’incarico a tempo indeterminato nel Veneto profondo, a Carmignano di Brenta, situata provincia di Padova e prossima a Cittadella, Bassano e Vicenza.

Il cuore dunque del Veneto bianco.

Durante le assemblèe studentesche dei primi mesi del ’68  mi sensibilizzai anche al problema del prossimo insegnamento , il metodo la via (odós) da seguire per educare alla letteratura e alla vita, una strada sulla quale avrei proceduto fino alle  lezioni universitarie tenute, a contratto, nel primo decennio del millennio seguente.  

Già in quella primavera fatale mi resi conto che il metodo non doveva essere coercitivo, dogmatico, autoritario, ma educativo e accrescitivo, basato sul rispetto della persona che non andava trattata male presupponendone la disonestà come avevano fatto con me alcuni insegnanti di scarso valore  proiettandomi addosso le loro insufficienze. Dal movimento del ’68 dunque presi a riconoscere e valorizzare la parte bella e buona della mia persona come, tanto per fare un esempio  relativo soltanto  al corpo, con la bicicletta ho valorizzato le gambe ereditate da mia madre e da mio nonno materno che vinceva le gare ciclistiche, e ho tenuto da conto i capelli che non erano diventati bianchi nemmeno a 70 anni , grazie all’eredità pare di origine etrusca, presi dalla zia materna Giulia di Sansepolcro. Gioielli preziosi  più dei diamanti.

Fin da bambino ho sempre detestato i controlli sadici, l’autorità irrazionale e inautorevole dei luoghi comuni seguiti dal gregge dei conformisti  incapaci di pensare con la propria testa o renitenti  a rivelare il proprio

pensiero nascosto dietro la maschera dei pregiudizi e delle superstizioni che le mode sfacciate, la pubblicità ingannevole e ogni autorità antiumana vogliono imporre a tutti e a ciascuno. In una certa fase della vita è necessaria una rivolta anche contro le imposizioni ricevuta in famiglia fin dall’infanzia. Poi, trovata  l’identità propria e possedutala con sicurezza, si possono e devono recuperare gli affetti per chi ci ha messo al mondo e comunque allevato. Infine quando siamo ormai vecchi e i nostri cari sono morti, possiamo valorizzare tutto il bene e il bello che ci hanno lasciato e pensare che le loro ossa si son fatte  coralli1 bis

 

Nelle assemblèe studentesche  dunque compresi che mi mancava del tutto una  cultura politica e critica indispensabile alla vita che volevo fare. Ancora non conoscevo Tucidide, ma più avanti,  insegnando greco nei licei dal 1975, avrei avuto  conferma della mia convinzione che non prendere parte alla vita politica va considerata attitudine non pacifica bensì inutile (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on) 2   e anche viziosa.

Eppure quando iniziai nel Veneto, il preside retrivo e refrattario più di un prete vandeano, mi disse: “ricordi professore che a scuola non si deve fare politica”. Io non gli diedi retta e lui non mi diede “ottimo”, ma solo “valente” un giudizio politico negativo che mi penalizzava nel punteggio, sebbene fossi stato l’unico tra gli insegnanti della sua scuola a superare lo scritto del concorso per passare alle superiori. Allora compresi  che il merito contava meno del servizio al potere, della raccomandazione, dell’intrallazzo. Per carità, raccomandazioni ne ho avute anche io ma sono derivate tutte da quanto ho prodotto scrivendo. Ora del resto mi leggono in tanti in ogni parte del mondo senza che abbia mai avuto nessuna pubblicità dalla televisione o dai giornali.

Nel ’68 dunque ancora non conoscevo il logos epitafios attribuito da Tucidide a Pericle, ma in quei giorni lessi la meravigliosa Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di quel prete e uomo sublime che fu Don Lorenzo Milani, il ricco andato in paradiso passando per la cruna di un ago. Come, mutatis mutandis, i comunisti Engels e Luchino Visconti e pure Brecht.

Il priore di Barbiana  mi aiutò a comprendere che educazione è vicendevole promozione umana e culturale tra docente e discente3, è reperimento e impiego dello spirito critico nei confronti di ogni moda, luogo comune, dogma contrario alla vita, è apprendimento innanzitutto della lingua 4 che va conosciuta tanto da parlare e scrivere in modo chiaro  e  profondo. Nel ’68 avevo capito che dovevo procurarmi questi mezzi di educazione e di crescita

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

 

 

 

 

Note

[1]Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, capitolo sesto 

1bis Cfr. Shakespeare La tempesta, I, 2.

2 Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 40, 2 

3 Mutuo ista fiunt, et hominess dum docent, discunt (Seneca Ep.,  7, 8). Questo l’ho imparato insegnando

4 Don Milani insegnava tra l’altro che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"Lettera a una professoressa (p. 95)     

 

 

  Bologna 30 giugno 2026 ore 17, 16 giovanni ghiselli

 

p. s.

Statistiche del blog

All time2394851

Today4534

Yesterday7295

This month190421

Last month75482

 

 



[1] Bnedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, capitolo sesto.


Nessun commento:

Posta un commento