sabato 22 agosto 2026

La decadenza della parola e della cultura.


Il termine woke è una menzogna, un raggiro. La propaganda del sistema, la pubblicità onnipresente, la televisione e gran parte del cinema e temo, pure la scuola che non frequento da qualche tempo, fanno di tutto per addormentare lo spirito critico per calpestare la cultura e il pensiero. L’imperativo categorico degli oligarchi a capo di questo sistema è “si faccia in modo che il popolo bue non capisca niente”.

Non dico del greco, del latino e della buona letteratura moderna, discipline cui ho dedicato la parte più grande del mio tempo, ma nemmeno le parole comuni devono essere comprese dal popolo. I presentatori e gli ospiti televisivi, gli attori cinematografici e i loro doppiatori devono parlare in fretta, senza idea della dizione corretta, affastellando le parole o mangiandosele. Quelli che leggono non capiscono e non fanno capire le parole lette pronunciandole male senza alcuna espressività. E’ stata ordinata la maledizione della parola: tanto dei verba quanto del Verbum.

La mia speranza è di fare in tempo a vedere il Rinascimento della Parola e delle parole al cui studio amoroso ho dedicato la vita religiosamente oso dire.

Continuerò a celebrare il culto della parola finché avrò giorni da vivere e mente capace di farlo. Dal 3 luglio sono a Pesaro e vi rimarrò fino ai primi di ottobre.

Qui rispetto a Bologna c’è un aggravante rispetto alla volontà di ostacolare il pensiero: il traffico delle motociclette incontrollate nella velocità e nel rumore. Basterebbe fare qualche multa.

Quale laudator temporis acti me puero ricordo che negli anni Cinquanta, facevo ancora la scuola media Lucio Accio, una sera un vigile urbano mi fermò in via Rossini e mi sgridò perché ero su una bicicletta senza luce quando calava la notte. Mi lasciò tornare a casa quando promisi che il giorno dopo avrei fatto mettere due lumi: uno davanti uno dietro. “Allora vai, ma che succeda più che ti trovi vagare nell’oscurità rischiando di farti del male”. Rimpiango tali galantuomini che facevano con serietà il loro lavoro. Oggi si affidano compiti anche difficili a persone occasionali e impreparate. Il volontariato tanto elogiato è una fregatura per i giovani poveri bisognosi di lavorare. Lavora gratis e spesso male chi non ha bisogno di guadagnare. Oppure lavorano sottopagati persone non preparate che ci lasciano la vita. Quando non funziona la scuola non funziona più niente. Questo è un vecchio che scrive dopo aver visto passare ere diverse con mutazioni di mode.    

 

Pesaro 22 agosto 2026 ore 16, 58

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Ifigenia LXXXIV. Il ritorno Bologna, poi al mare. M’ama o non m’ama? Nel dubbio la risposta è NO.


 

Il giorno seguente girammo per Roma da soli. Ifigenia non piangeva né rideva né parlava. A un tratto accusò una stanchezza pesante e ci sedemmo a un tavolino senza dire nulla di significativo. Era una situazione penosa.

Due persone che hanno in comune soltanto l’interesse sessuale, sia pure reciproco, dovrebbero frequentarsi solo per il tempo del coito, magari ripetuto varie volte, ma poi ognuno farebbe bene a tornare nel proprio ambiente, tra persone con le quali abbia diversi interessi comuni e   argomenti di cui parlare.

L’uomo, se non è animale linguistico e animale politico, è animale senz’altro.

La sera fummo invitati dalla cugina paterna Cristina che prima di cena, mentre dalla terrazza di casa sua  si osservava il sole che calava tra i rami dei pini, mi domandò: “E’ questa la donna giusta per te? L’hai trovata finalmente?”

In fondo, dopo tanti anni passati a cercare la felicità amorosa con una compagna che mi piacesse, potevo avere colto questo bersaglio. L’aspetto di Ifigenia lo faceva pensare. Anche l’amica Antonia, dopo avere visto  l’amante dal bell’aspetto, disse: “Vedrà ghiselli che questa la sposa”.

Non risposi in presenza  della ragazza che del resto non credo volesse diventare mia moglie. Non ero ricco ed ero mezzo famoso e per giunta mezzo famigerato solo al liceo Minghetti. Ifigenia puntava a un uomo dalla fama nazionale.

A Cristina, mentre Ifigenia era nel bagno, risposi: “Non credo. La vita ha già frantumanto tante donne dentro il mio cuore, e questa non sarà l’ultima, credo”.

Come dio volle, la vacanza romana finì. Arrivammo a Bologna di notte. Ifigenia lamentava malesseri vari. Neanche io mi sentivo bene: difatti stavamo prendendo coscienza del nostro fallimento come coppia. Per concludere la giornata in consonanza con tutte le noie del viaggio, Ifigenia volle cercare una farmacia aperta per comprare dei sedativi. Si sentiva male con me, almeno quanto io con lei. La riportai a casa. Il giorno dopo  sarebbe tornata a Misano, io a Pesaro. Poi sarei partito per Debrecen.

 

La mattina del 21 luglio preparai le valigie impiegandovi un paio di ore poiché dovevo rimanere lontano da casa per un mese abbondante e al ritorno dall’Ungheria  il tempo sarebbe già stato prossimo alle prime brume. Rabbrividivo già nel prevederle.

Questo lungo periodo di separazione doveva essere un esame con due possibili esiti: ci avrebbe  separati per sempre o ci avrebbe rinnovati e riconciliati. Invece saremmo rimasto insieme per altri due anni passati prevalentente tra noia e dolore.

Ancora non sapevo che  la risposta al dilemma amoroso è sempre negativa. L’amore che funziona non suscita dubbi e non richiede esami.

 

Aggiungo che  conteggiare sull’amore è ybris: in una delle ultime pagine di Resurrezione la meravigliosa ragazza sedotta, quindi prostituta e infine santa redentrice di sé stessa e del suo seduttore gli dice: “A che pro fare i conti? Li farà Dio i nostri conti” e le lacrime le brillarono negli occhi neri”.[1] Bellina!!! Questa Katiuša Màslova è una delle figure di donna più intelligenti, nobili e belle della letteratura europea.  Beatrice di Dante, Laura di Petrarca e Lucia di Manzoni in confronto sono spettri oppure

ajgavlmat j ajgora`~ statue di piazza come Oreste chiama i politici vuoti di intelligenza (Euripide, Elettra, v. 388).  Ho voluto farvi dono di questa bella citazione, cari lettori, prima del giro in bicicletta che devo a me stesso.

 

 

Un po’ dopo il tocco, troncati i saluti delle donne di casa, parecchio turbate e già molte volte tornate a salutarmi, raccomandandomi prudenza, attenzione, cautela, partìi con la nera Volkswagen verso Misano dove ci sarebbero stati altri saluti, non senza altri concubiti e gli ultimi tentativi di chiarire le intenzioni riguardo a quel mese di separazione e pure ai progetti circa il successivo anno scolastico che è il calendario fondamentale degli insegnanti, soprattutto se sono non soltanto colleghi ma costituiscono una coppia, irregolare per giunta e  dalla felicità ormai volta a un triste tramonto.

 

Pesaro 22 agosto  2026 giovanni ghiselli ore 11, 51 giovanni ghiselli

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[1] L. Tostoj, Resurrezione, parte terza, capitolo 25


LXXXII Ifigenia. Il bambineggiare oppressivo. La ritualizzazione. L’abito letterario: “chi è quell’uomo insanguinato?”


 

Il 14 luglio andammo a Roma dove restammo qualche giorno. Giorni pesanti. La parte organizzativa era tutta sulle mie spalle. Ifigenia mi ostacolava con lamentele e con pianti. Se voleva bere, diceva: “ gianni, ho sete” magari mentre ero in fila per comprare i necessari biglietti. Parassitaria era colei, non collaborativa.

Cosa potevo rispondere, infilato com’ero nella coda davanti al bigliettaio?

“ Dunque vai a bere”. Quella allora si immusoniva. Poi ribatteva rincarando la dose: “Ma io ho tanta sete!”. Bambineggiava questa volta più che mai.

Voleva mettere alla prova il proprio potere sulla mia persona vissuto come padre in certi momenti.

 “Vai subito a bere”, replicavo.

In treno avevamo i posti prenotati ma Ifigenia voleva stare seduta sulle mie ginocchia e mettermi le mani sugli occhi  per impedirmi di leggere, osservare altre persone, pensare. Se la scostavo, prendeva l’atteggiamento della piccina offesa e indifesa. Qualunque cosa cercassi di fare, se lei non ci entrava, si inseriva, mi interrompeva senza del resto avere nulla di interessante da dire. Sapeva solo rovesciarmi addosso una serie di moine trite oramai e stucchevoli. In generale provavo noia e stanchezza ma in certi momenti con abile mossa furtiva, segreta, la giovane donna riusciva a riattizzare il fuoco erotico ancora non spento del tutto sotto la cenere.

 Passammo un bel quarto d’ora dopo la stazione di Arezzo in un minuscolo bagno dove ci chiudemmo e amoreggiammo appoggiati a una parete che traballando assecondava i nostri tripudi.

L’avevamo già fatto altre volte. Il fatto è che tendevamo entrambi a ripetere molti dei nostri gesti: credevamo che la ciclicità  sacralizzasse le nostre imprese ritualizzandole e riattualizzandole via via. Ecco perché sono andato tante volte a Debrecen in una fase della mia vita e altrettante in Grecia nella successiva. La ripetizione fa parte della mia liturgia di diacono della vita.

 

 Tornammo nello scopartimento, e poco dopo, giunti all’altezza di Borgo Sansepolcro andai nel corridoio,  mi genuflessi devotamente e indirizzai un bacio verso il cimitero dove riposavano già i carissimi  nonni materni Margherita marchigiana e Carlo toscano.

Siamo un misto di Italia centrale. La nonna era pesarese con mamma di Recanati. Sua zia aveva sposato Rodolfo Antici, nipote di Adelaide la mamma di Giacomo.

Quando lo dissi a Claudio l’amico mi toccò la schiena e domandò: sì, ma dove hai messo la gobba?”.

Risposi che non eravamo consanguinei:  c’era solo una parentela acquisita.

Tuttavia l’ho presa fin da bambino come un segno del cielo rendendola fratellanza spirituale.

 

Giunti a Roma, Stefano, il simpatico cugino paterno,  ci prestò il suo appartamento. La sera non  tardi ci sistemammo nell’alloggio generosamente offerto. Posati i bagagli,   Ifigenia si allungò nel letto matrimoniale senza vestiti né mutande. Io entrai nel bagno e ne uscìi poco dopo con il quotidiano che avevo appena sfogliato e volevo leggere . Lo faccio ogni giorno: c’è qualcosa di male? Nella casa di Pesaro i giornali non entravano: “roba da comunisti”, dicevano.

 Dovevo primeggiare nel liceo classico utilizzando soltanto i manuali.

Non era facile: il mio compagno di banco amico e rivale, alto sopra il metro e novanta oltretutto, aveva la casa piena di libri e li leggeva. Ma in greco scritto non mi superava nessuno.

 Ho voluto rifarmi di tale emeroclastia e carenza di opere d’autore comprando tanti libri e almeno un quotidiano al giorno.

Ma torniamo alla notte di Roma.

 Avevo indosso delle mutande bianche, leggere. Ifigenia mi aspettava seduta nuda nel letto e, come mi vide, si mise a piangere quasi fossi tornato tutto coperto di sangue. L’abito letterario mi fece venire in mente: “What bloody man is that? [1]”. Abbassai lo sguardo sulle mutande: erano ancora bianche. E mi rassicurai: “ quell’uomo non sono io”.

Quindi le domandai: “Stai poco bene?”. Rispose che quella casa la sconfortava.

Un altro vizio suo era quello di lamentarsi della sistemazione che trovavo quando si viaggiava insieme. Non c’era verso che gliene andasse bene una.

Alla pulizia io tengo, ma sono un imitatore degli eroi votati alla povertà, e non devo né voglio permettermi il grandhotel pentastellato. Oltretutto non mi piace.

Più tardi mi confessò che aveva pianto vedendomi entrare nella stanza da letto con le mutande indossate, e  il giornale in mano invece che nudo, bramoso e proteso verso la sua bellezza priva di ogni barriera. Era una fortuna per me la sua disponibilità ma io non ero in grado di capirlo.

Le ero sembrato il tipico marito scimunito, e pure invertito magari.

“Ho temuto di essermi messa con un omosessuale” disse anche. Allora questi non erano in auge come oggi.

Più di una volta ho visto una bella donna stimolante diventare un fardello pesante, oppressivo. Oppure andarsene via dopo un mese o anche meno.

Per questo a 81 anni suonati non so nemmeno chi mi seppellirà.

Meglio da una parte: così ora, passato il ferragosto, non so nulla di grigliate che affumicano anche le stelle e  di altri pessimi impieghi del poco tempo che ancora mi resta. Voglio impiegarlo bene.

Del resto fin da bambino ho sempre avuto fermo “il disiro” a quell’onesto Giovanni “che volle viver solo”. Il precursore di Cristo. Francesco ne è stato solo l’imitatore senza peraltro affrontare il martirio. Mi piacciono i santi  assassinati dal potere criminale che li considerava delinquenti politici. Giovanni Battista è il mio modello. Anche Cristo figlio di una ragazza madre, anzi un’ adolescente madre bellina a vederla nell’Annunciazione di Recanati, mi piace molto.   

 

Pesaro 22 agosto  2026 ore 11, 17 giovanni ghiselli

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Mancano meno di 120 mila lettori all’alba dei tre milioni. Se la media giornaliera non si abbassa sotto i 4000 al giorno, basterà un mese. Se tiene quella attuale sarà sufficiente mezzo mese. Baci gianni. Anche questo scrivere ogni giorno, due volte al giorno è atto d’amore. Per me stesso, certo, ma anche per hi mi legge.

 

 

 

 

 



[1] Dal Macbeth di Shakespeare (I, 2), chi è quell’uomo insanguinato?


Euripide Ione ottava parte versi 923-947- Creusa racconta lo stupro subito dal dio farabutto. La gratitudine mia.


Il Coro annuncia che si sta aprendo un mevga~ qhsauro;~ kakw`n (923-924) un grande cofano di mali. C’è un ossimoro che allude al tw`/ pavqei mavqo~ eschileo che ho ricordato più volte: i mali possono essere convertiti in beni con una intelligenza più grande dei mali. Per ora la corifea menziona le lacrime-davkru- ma queste devono diventare sorrisi.

 

Interviene il vecchio educatore paterno che si rivolge a Creusa chiamandola quvgater (figlia, cfr. l’inglese daughter e il tedesco Tochter) quindi impiega una metafora marina: un’onda di sciagure- kakw`n ku`m j (927) è stata svuotata dal cuore ma ora un’altra mi sorprende da poppa prumnhvqen (927)  ascoltando le tue parole.

 Dopo avere parlato dei mali presenti ora hai imboccato le male vie di altre sciagure- meth`lqe~ a[llwn phmavtwn kaka;~ ojdouv~ (930). Le vie della vita sono lastricate di mali e non è possibile non attraversarle per superarle trovando magari dei beni al di là. Bisogna parlarne e capire. Il vecchio aio infatti chiede alla giovane donna afflitta di raccontargli tutto.

 Parlarne anche ripetendosi per capire meglio- a[nelqev moi pavlin-

Parlare superando la vergogna. Creusa infatti dice aijscuvnomai mevn s j,  gevrwn- levxw d  j  o{mw~ (954), me ne vergogno, vecchio, ma parlerò.

Il vecchio incoraggia questa “figlia” dicendole che sa sostenere nobilmente le persone cui vuole bene.

Creusa inizia indicando il luogo dello stupro subito: in una caverna- a[ntron- 937 situata dentro le pendici dell’acropoli di Atene dove c’è il sacrario di Pan e altri altari.

Una specie di assassinio nella cattedrale dunque.

Creusa definisce la violenza cui cercò invano di opporsi come una battaglia  atroce combattuta da lei pur disarmata. – ejnqau`q j ajgw`na deino;n hjgwnismeqa- (939)

Il vecchio domanda ancora. Fare domande agli infelici e ascoltarli è il primo passo per aiutarlo.

Creusa dice che dovette subire a[kousa (941) nolente duvsthnon gavmon nozze sciagurate  eufemismo e pudica aposiopesi. Quindi aggiunge: “ho partorito (e[tekon, 947), fatti coraggio e stammi a sentire, vecchio.

Ascoltare l’infelice dopo avergli fatto domande è il secondo pilastro della pietas verso i disgraziati. Sono ancora grato a chi mi ha aiutato in questo modo quando ne ho avuto bisogno. Sembra cosa da niente eppure non lo faceva quasi nessuno, anzi i più, i conformisti cercavano di calpestarmi. Ho imparato tanto da questa lotta atroce combattuta a  ventanni e ne sono uscito ravveduto sul male, sul bene, su tutto, e rafforzato. Allora mi aiutò molto anche lo studio di 7 tragedie di Euripide che dovevo tradurre ad apertura di libro nel secondo esame di greco. Sono grato anche a questo maestro e amico. Gli chiedo sempre: aiutami ancora ed egli lo fa sempre.

Anche lo studio della tragedia greca che ho cntinuato per tutta la vita è un atto di gratitudine.

 

Pesaro 22 agosto 2022 ore 10, 39 giovanni ghiselli.

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Sono grato anche a voi tanti, happy many, che mi leggete e mi motivate a scrivere e pure a quanti, non così tanti, vengono alle mie conferenze.

Saluti gianni

 

 

 

 


venerdì 21 agosto 2026

Ifigenia LXXXI Un concubitus orrendo.


Venerdì 13 luglio ci recammo di notte sulla spiaggia che sembrava deserta. Ifigenia disse che avremmo forse potuto fare l’amore senza essere visti.

Da via Nazario Sauro e dal viale Trieste di Pesaro, ancora animati, giungevano voci intermittenti di uomini, donne e bambini, luci sventagliate da fari di automobili, rumori catarrosi di motociclette, e dal moletto i suoni invadenti di un’orchestra aritmica e chiassosa.

 La luna non si vedeva punto, il mare era tutto buio.

Non ero certo però che nessuno venisse a darci fastidio o che ne provasse di noi per l’inverecondia progettata: dopo tutto la riva del mare è un luogo pubblico anche di notte.  

Inoltre temevo la sabbia negli occhi, non metaforicamente ma proprio fisicamente: avevo le lenti a contatto e con queste basta un granello di polvere a produrre uno sfregamento seguito da lacrime copiose e da un dolore intenso, nervoso. Ma Ifigenia insisteva con ostinazione per fare l’amore subito e lì, sulla sabbia. Non mi sembrava che fosse il luogo né il momento opportuno, però non volevo litigare, sicché la seguivo verso la riva dove mi trascinava  inesorabile.

Camminammo in mezzo ai resti della giornata balneare inciampando ogni tanto: a un tratto battei violentemente un ginocchio contro un ostacolo duro e mi lasciai cadere dolente e resurpino sull’umida rena.

Senza perdere tempo colei montò a cavalcioni sul mio ventre e cominciò ad agitarsi con nervosismo rabbioso, quasi volesse punirmi siccome avevo osato esitare: non era più la giovane, generosa collega che mi aveva offerto il suo amore in autunno e mi aveva deliziato parecchie volte: era un’erinni  furente. Doveva credere che lì sulla sabbia, dove entrambi ci sentivamo a disagio, si decidesse una gara per il potere tra noi, un agone tutt’altro che olimpico, una gara squallida tra due disgraziati.

La stavamo perdendo entrambi come succede in ogni conflitto violento.

La giovane megera si muoveva dunque con furia sopra di me addolorato e sbigottito quando il suo volto frenetico venne illuminato da un faro. Allora tutta la testa prese un aspetto sinistro: gli occhi arrossati, le narici dilatate, le labbra avidamente arcuate, i capelli confusi e agitati come un nido di serpi nere, mi diedero l’impressione di essere sottoposto a un mostro della mitologia inferiore, una satanessa emersa dal pantano del caos primordiale.

Ne ebbi terrore. Dopo qualche minuto di quell’esercizio anti erotico, si sentirono parlare delle persone nei pressi. Volevo che la mia prevaricatrice si fermasse ma quella furia mi sovrastava, mi pesava sul ventre infelice, e non voleva smettere per nessuna ragione; anzi, a un tratto per farmi tacere mi diede uno schiaffo con una mano insabbiata e con l’altra mi compresse la bocca.

Qundi si mise a gridare: “perché indugi? Avanti, fa’ presto: tu mi fai perdere tempo!”

In tale frangente non potevo avere l’orgasmo, anzi dovevo pensare a situazioni diverse, soprattutto a un’amante qualunque che non fosse lei,  per non  cadere nella disperazione.

Una donna disse: “ i cani sono meno spudorati di quei due: canaglia è un complimento per certa feccia sfacciata!”.

Aveva ragione: noi due stavamo infliggendo impudica violenza  a quanti  nella notte d’estate passeggiavano sulla riva del mare per respirare l’aria salmastra e magari osservare le stelle, forse anche pregare, non per vedere lo spettacolo osceno dato da un uomo e una donna in disaccordo sessuale e totale. Intanto la pessima orchestra del moletto diffondeva rumori che mi sembravano tristo annunci di prossimi danni.

Il gruppo dei passeggiatori passò oltre, la musicaccia cessò e la spiaggia divenne silenziosa, deserta come d’inverno. Ifigenia era muta però si agitava svolazzando come un gabbiano controvento e sollevando la rena che mi ricadeva addosso.

Per porre termine a quella tortura e arrivare al coito preteso con prepotenza, cercai di anestetizzarmi da tutto il dolore che mi cadeva addosso, volsi la testa in modo da non vedere più quel rostro furioso che incalzava il mio viso e, guardando molto più in alto,  riuscii a osservare per qualche secondo le stelle. Così finalmente giunsi al compimento di quel concubitus orrendo.

L’amore stava finendo e queste convulsioni erano  tentativi di rettifica tanto malfatti che affrettavano l’exitus guastando anche la memoria di quanto c’era stato di buono e di bello tra noi.

 

Pesaro 21 agosto 2026 ore 18, 40 giovanni ghiselli

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Ifigenia LXXX. Contatto di epidermidi senza trasfusione delle anime. Allegoria e simboli: Elena nell’estate del 1971, ancora una volta.


 

 

Il 10 luglio amoreggiammo a qualche chilometro dalla spiaggia di Pesaro.

Eravamo stesi su un moscone sopra il mare che scintillava. La grande luce del cielo sfavillante sopra di noi veniva  moltiplicata dai sorrisi innumerevoli  dell’acqua marina , mentre i raggi santi del primo tra tutti gli dèi  accarezzavano e perfezionavano l’incarnato dei nostri corpi più sani e snelli che mai, e due farfalle bianche ci svolazzavano intorno festose.

Ifigenia aveva un aspetto così bello che le mie parole scritte sarebbero meschine in confronto alle sue forme.  

Ma l’amore era prossimo a terminare. Era quasi trascorso il tempo concesso dal fato. Dopo nove mesi non stava nascendo un’ intesa profonda, e la stessa passione epidermica dava segni di decadenza.

Nessuno dei due aveva mai preso in considerazione l’altro quale persona intera.

Eravamo rimasti associati soltanto nel letto. Un Eros per giunta non privo di Eris.

La ragazza insicura del proprio ruolo vedeva in me l’uomo che poteva aiutarla finché ce ne sarebbe stato bisogno; io ero interessato soltanto alla bellezza delle sue membra e al piacere che potevo trarne. Del resto non ammiravo il suo stile, piuttosto lo biasimavo spesso, e nemmeno il suo sguardo mi piaceva del tutto. “Si nescis, oculi sunt in amore duces " [1]

 

Insomma non c’è mai stata tra noi la reciproca trasfusione delle anime che eleva il contatto carnale alla felicità dell’amore.

 

Oggi mi chiedo per quale ragione un mese di Elena, la ragazza madre finlandese, mi ha dato più gioia che gli anni passati con decine di altre sommando tutti i giorni vissuti con ciascuna di loro non senza tante ore di tristezza e di noia. La storia di Elena avvenuta quando le mie amanti  arrivavano  appena a dieci, è stata la più bella  di sempre in tutti i sensi. Ora so perché.

Una persona e, anche una cosa o un paesaggio,  si riempie di significati fino a diventare opera d’arte quando la sua storia diventa allegorica: a[llo ajgoreuvei, rivela altro al di là di sé stessa. Tutto l’effimero, il terrestre, è solo un simbolo.

 

  Elena non solo era bella ma incarnava l’umanesimo ancora vigente nel 1971. Quando la conobbi, le domandai che cosa significasse l’amore per lei, una domanda subdola da parte mia: volevo indagare la sua disponibilità a fare l’amore con me.

Ebbene  la bella donna rispose che il suo amore era umanistico e umano: amava tutta l’umanità e amava la vita.

Allora dentro di me ghignai di soddisfazione pensando che, se riuscivo a sembrarle umano, quella femmina della mia specie poteva allungare la lista delle mie amanti e con il volgersi delle stagioni avrei potuto almeno quintuplicare quella decina come avevo giurato quando ero un ragazzo ventenne  che scendeva sempre più in basso nella china della disgrazia e le donne poteva soltanto sognarle piangendo e singhiozzando sul cuscino del letto conscio della mia sciagura..

  Quaranta anni dopo Elena, nel 2011,  tornai a Debrecen in bicicletta da Bologna e, recatomi di notte sotto la finestra del collegio dove l’amabile donna  mi aspettava una sera di  quell’estate remota, compresi tutto il valore di quella persona che divenne un simbolo, suvmbolon cui potevo associare-sumbavllein- tutti i significati belli che nel frattempo avevo  molto cercato e poco trovato in altre conoscenze: bellezza, finezza d’animo, intelligenza, sincerità, schiettezza, generosità e tutto quanto mi era piaciuto in sessantasette anni di vita.

Oggi ne ho ottantuno, 9 mesi e una settimana giorni, tutti vissuti e non sono pentito di niente.

 

Pesaro 21 agosto  2026 - ore 17, 48 giovanni ghiselli

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[1] Properzio, II, 15, 12.


Ifigenia LXXXIX. Pensieri successivi. Non buoni.


 

Finita la storia con Ifigenia, sono tornato a osservare il fatiscente edificio, collegio forse  di una razza estinta di mostri , per poterlo descrivere con precisione; tuttavia non ho trovato il coraggio di oltrepassare l’ultimo dei tre gradini sbrecciati. Mi sono affacciato all’interno, ho rievocato e ruminato i ricordi rimanendo sulla soglia, poi sono tornato a Pesaro sabbiosa come Pilo, oppure a Bologna nella casa riempita dai libri.

Oggi penso che in quella occasione noi due dovevamo sentire un ineluttabile impulso erotico per avere il coraggio e lo stomaco di entrare tra quelle macerie, per stenderci nudi e inermi esponendoci a diversi rischi: dal soffitto malsicuro in bilico sulle nostre teste, al malvivente che poteva colpirci in tante parti del corpo sprotetto, alla perfida serpe sempre pronta a guizzare fuori dall’agguato per infilare  i propri denti letali nelle nostre carni esposte a diversi tipi di  morte .

Allora in certi momenti sentivo per la giovane donna che mi si era affidata un’attrazione che mi dilatava l’anima verso la sua persona, e se non leggevo ma stavo con lei, se non pensavo ma facevo l’amore con lei, se non interrogavo il mare o gli alberi o il cielo ma guardavo vivere Ifigenia, non mi sembrava di perdere tempo: il desiderio che sentivo escludeva noia, rimpianti, rimorsi. Un desiderio contraccambiato e soddisfatto in quel tempo : ora guardo una fotografia di quei giorni e vedo la ragazza con le labbra tese dalla volontà di piacermi e dirmi parole invitanti, con gli occhi aperti che lanciavano bagliori di intesa, con le belle membra pronte a scattare verso la gioia che ci chiamava a celebrare i nostri tripudi festosi. Erano gli ultimi giorni di una felicità già vicina all’abisso.

La sera del 24 agosto, quando tornai dal mese di Debecen e la incontrai alla stazione di Padova, la sua bocca era sfatta quale un fico troppo maturo, gli occhi erano opachi e inespressivi,  le sue spalle cadenti si appoggiavano sulle mie come se un malvivente cui si era affidata le avesse spezzato il vincolo dell’armonia che tiene insieme le membra.

La ragazza che l’autunno precedente mi era apparsa talmente formosa da dare una forma bella anche a me, quella sera mi parve deforme.

Da allora lo stare con lei in qualsiasi modo non giustificò più il mio trascurare lo studio, siccome studiare era diventata un’ attività più emozionante e significativa che frequentare quella povera creatura avvizzita, noiosa, fuorviata  da se stessa, corrotta e incattivita da gente malvagia.

 

Pesaro  21 agosto 2026  giovanni ghiselli ore 17, 35

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Ifigenia LXXXVIII Il concubito pericoloso. Lepidi moretti.


 

Ci incamminammo lungo la via che costeggia la spiaggia. A un tratto vedemmo un edificio enorme, tetro, cadente, situato tra la strada asfaltata e la riva renosa. Era circondato da una rete metallica tanto fitta di squarci che poteva essere attraversata anche da persone assai meno snelle di noi. Eravamo in costume da bagno. Avevo preso  un lenzuolo per la schiena di Ifigenia o per quella mia se avessi fatto l’amore “beato e resupino” come era solito Totò Merumeni con la cuoca diciottenne.

Tra la rete e il cupo edificio c’era un prato che sembrava quello della sciagura di Empedocle: pieno di morbi e putredine.

Vi si vedevano carte, lattine, bottiglie, siringhe, stracci sporchi, resti di fuochi e di sciagurati bivacchi. Doveva esserci stato un qualche sabba di streghe presiedute da Ecate o da altri mostri della mitologia inferiore. Magari si erano viste tre lune ed erano apparsi  spettri di morti evocati da quelle incantatrici.

La brama amorosa doveva essere immensa per superare lo schifo sparso dovunque e l’orrore immaginato da entrambi. Attraversammo quella landa maledetta attenti a non rimanerne insudiciati o feriti, e giungemmo a tre gradini grandi e sbrecciati che menavano a un corridoio. Li superammo con cautela e apprensione. Sull’andito macerie e sporcizia erano un po’ dappertutto.  Si vedevano ovunque segni di caos: pezzi di soffitto caduto, di piancito crollato, di scale precipitate. Doveva esserci stato  uno sfacelo non tanto remoto, una catastrofe scatenata dall’ira divina contro i malvagi fruitori di quel luogo ove ogni sorta di nefandezza era stata perpetrata per anni.

A un certo punto però  quei discepoli di Satana non avevano trovato scampo.

Da uno di quegli orribili mucchi sbucò una piccola serpe nera che saettò per alcuni metri fino a infilarsi in un altro  cumulo immondo.

Due amanti meno infuocati sarebbero fuggiti via da quel posto infernale. Invece noi provammo a salire due lunghe rampe di scale senza ringhiera.

Omnia vincit amor.

Il piano di sopra presentava un pavimento altrettanto sdrucito e  più pericoloso rispetto a quello inferiore dato il dislivello, però era meno ingombro di schifezze. Lassù sentivamo con paura maggiore il problema della stabilità ma con minore ripugnanza lo schifo del luridume e il terrore di imbatterci in persone pazze e criminali.

La spinta erotica reciproca era ineluttabile, sicché ci mettemmo a cercare un luogo  appena plausibile finché trovammo uno stanzone dove si trovavano accumulate vasche gigantesche, forate in varie zone ma pur sempre gravose sul pavimento che perciò doveva essere duro. Pensammo che l’esiguo peso dei nostri corpi, non più di centodieci chili in due, non avrebbe aggravato granché quello delle vasche costruite per ghiottoni mai sazi, defunti oramai con il maiale mai digerito nello stomaco sempre ingombro.

Quindi stesi il lenzuolo da bagno sopra i mattoni  e lo pregai di svolgere la funzione di vello matrimoniale. Per lusingarlo anzi lo chiamai vello d’oro e lo accarezzai.

In tale talamo facemmo l’amore diverse volte nonostante sentissimo rumoreggiare qualcuno o qualcosa e potessimo essere colti durante il concubito periglioso da qualche drogato o alcolizzato o delinquente pazzo pronto a spezzarci la schiena, il ventre, le gambe, insomma la vita.

 

Pesaro  21 agosto 2026 ore 10, 33 giovanni ghiselli

 

p. s. Lepidi moretti

Ho visto di nuovo il film Gandhi con Ben Kinglsey. Mi commosse quando lo vidi nel 1983. Oggi mi commuove il ricordo che allora Ifigenia,  oramai trentenne, volle fare l’amore con me due anni dopo il discidium. Disse che le ricordavo quell’attore, un altro lepido moretto all’epoca.

Magari con una parrucca nella prima parte della storia.

Anche il nuovo Papa alcuni decenni fa era un lepido moretto. Senza parrucca. Noto che continua a tenersi in forma fisica e fa bene. Troppa pompa però  rispetto al Papa omonimo e imitatore del Santo poverello a sua volta Imitator Christi.   

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Euripide Ione settima parte versi 857-922. La storia dello stupro di Creusa subito da Apollo. La racconta la stessa donna violentata.


Una tirata di Creusa contro lo stupratore spudorato e crudele. Una delle tante di Euripide contro Apollo che spartanizzava dal santuario delfico.

Il coro delle ancelle di Creusa manifesta solidarietà alla Signora.

Sicché la figlia di Eretteo prende coraggio e rivela tutta la storia dello stupro subìto.

La povera donna dunque è stata violentata dal dio delfico e tradita dallo sposo Xuto- ouj povsi~ hJmw`n prodiovth~ gevgonen;” (864), non mi ha forse tradita il mio sposo?

Non  ho avuto buon esito sigw`sa gavmou~ -sigw`sa tovkou~ poluklauvtou~ (869- 870) tacendo le nozze, di fatto uno stupro, tacendo il parto straziato. Creusa dunque giura per il cielo dimora di Zeus e per Atena signora di Atene che non nasconderà più il letto – oujkevti kruvyw levco~ 874. Nozze e letto naturalmente sono eufemisni usati per “dissimulare il male” della violenza subita.

 

Leopardi nello Zibaldone (44) scrive:"Del resto è cosa pur troppo evidente che l'uomo inclina a dissimularsi il male, e a nasconderlo a sé stesso come può meglio, onde è nota l'eujfhmiva degli antichi greci che nominavano le cose dispiacevoli ta; deinav con nomi atti a nascondere o dissimulare questo dispiacevole".

 

Creusa spera che il suo male si alleggerisca parlandone tuttavia le sue pupille stillano lacrime stavzousi kovrai dakruvoisin ejmaiv (876) e l’anima soffre-yuchv d j ajlgei` (877). Intende denunciare gli ingrati traditori dei letti- ajpodeivxw lektrwn prodovta~ ajcarivstou~- (879-880)

Il primo accusato è il dio Apollo che intona il canto sulla lira dalle sette corde costruita con le corna di animali morti, tuttavia in grado di echeggiare le melodie delle Muse. Il figlio di Latona dunque si accostò a Creusa con i capelli sfavillanti d’oro- h\lqe~ moi  crusw`/ caivtanmarmaivrwn  (887-888) mentre raccoglievo nella veste petali color zafferano- krovkea pevtala- 889.

Cfr. L’ Inno a Demetra quando Kore viene rapita da Ade mentre raccoglieva fiori

 

Quindi Creusa ricorda al dio stupratore la violenza che le ha inflitto: attaccato ai polsi candidi delle mani mentre gridavo “Oh madre”, tu dio che volevi comunanza di letto mi spingevi sul fondo di una caverna facendo un  favore a Cipride con spudoratezza- ajnaideiva/- Kuvpridi cavrin pravsswn (895- 896)

 

Nella Annunciazione di Recanati, opera di Lorenzo Lotto (1534) si vede un vecchio Dio  pronto a tuffarsi da una nuvola dentro Maria, quasi una  bambina che prega inginocchiata con la paura negli occhi mentre un angelo dalle gambe sode sulla destra sembra spingere la ragazzina spaventata esortandola con la mano destra rivolta in alto a tirarsi su.

Sul pavimento c’è un gatto allarmato che cerca di schizzare via.

Chiedo perdono per questa intrusione nella storia dell’arte dove non ho competenza ma voglio dire che la sottomissione delle donne fin da bambine è stato un tentativo di alcune superstizioni antiche e recenti.

Oggi è in corso una rivolta delle giovani con grande spavento dei maschi che reagiscono con la violenza o si ghettizzano oppure si isolano con il cellulare. Ma si dovrebbe sempre risalire alle cuse

 

Torniamo al racconto di  Creusa che denuncia Apollo.

Tivktw d  jaJ duvstano~ soi- kou`ron- 897- 898 poi ti partorisco un figlio, disgraziata, e per paura della madre lo butto nel tuo letto dove avevi aggiogato me infelice, nel letto infelice. Ahimé, sì  proprio me.

E ora il figlio mio e tuo va in malora rapito dagli uccelli per un  banchetto.

Sciagurato, tu suoni la cetra, cantando peani.

Oh parlo a te, figlio di Latona,

che assegni oracoli sui troni d’oro al centro della terra.

Te lo ripeterò gridandotelo nell’orecchio

Iò iò, infame maschio da letto che hai dato a mio marito cui non dovevi niente un figlio per  il palazzo da abitare, e intanto mio figlio e il tuo non sa niente: è andato in malora predato dagli uccelli, strappato dalle fasce della madre. Ti odia Delo e o germogli di alloro vicino alla palma dalla fronda delicata dove Latona ti partorì con un parto santo (922)

Pesaro 21 agosto 2026 ore 10, 05 giovanni ghiselli

p. s.

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giovedì 20 agosto 2026

Ifigenia LXXXVII . Tempus breviatum est.


 

Venerdì sei luglio andai a Misano, desideroso di lei.

Come fui giunto sulla spiaggia la vidi adagiata sopra un lettino con la schiena sollevata sui gomiti e la faccia rivolta al tremolar della marina. La riconobbi  tra tante dai capelli nerissimi che le cadevano sulle spalle rotonde , lisce abbronzate, e dalle gambe splendidamente tornite, slanciate eppure polpose. Fisicamente la Kore era dotata assai.

 

Mi venne in mente la mamma quando negli ultimi anni Quaranta, ancora bella, formosa, bruna bruna di capelli e di pelle sempre abbronzata, mi faceva la grazia di portarmi al mare con sé e mi sembrava una divinità che si degnava di accompagnare un mortale, un bambino  privo di qualsiasi fascino, dato che a scuola non andavo ancora e non avevo incontrato i maestri che mi avrebbero elogiato per la mia intelligenza e sensibilità non ordinarie. Non era iniziato il mio riscatto attraverso la scuola. Né  quello con la bicicletta sulle salite. L’unica cosa bella di me  era la madre mia che miravo e ammiravo senza esserne contraccambiato.

 

Nell’estate del 1979 mi ero rifatto del mancato amore materno con una trentina abbondante di donne, alcune anche belle e fini. Le tre finniche di cui ho già raccontato.

 Bella era bella Ifigenia, ma andava  dirozzata ancora un po’ per  poterle attribuire della finezza. Del resto all’epoca ero  meno giovane e bello di lei e, per giunta, nemmeno granché raffinato. Dovevamo lavorarci insieme per mesi, per anni, ma non avevamo tanto tempo davanti: il nostro avvenire era oramai limitato. Non era più quello che avevo avuto in mente quando la conobbi. La decadenza già avvenuta aveva abbreviato il nostro tempo. Mi erano venute  in mente più di una volta le parole paoline Tempus breviatum  est [1].

Quella mattina era proprio così: solo poche ore buone avevamo ancora davanti.

 Vero è che Helena in un mese mi aveva reso migliore  ben più di altre compagne  durate pur troppo a lungo: pesi gravosi e inutili sulle mie spalle.

 

In quel mese eravamo stati capaci per qualche ora di comprensione reciproca, un’attitudine ottima e necessaria all’amore.

Con Ifigenia c’è stata più a lungo un’ esaltazione  recitata piuttosto che davvero vissuta.

 Oggi so che la financo la madre mia non mi ha amato fino a quando non sono divenuto abbastanza intelligente e buono da comprendere e accettare la sua stranezza, di compatire il suo dolore, di consolarla dei suoi insuccessi.

Mi amò quando finalmente le dissi che non era fallita siccome aveva generato  me e mia sorella che eravamo contenti di vivere e  le eravamo grati di averci messo in questo mondo pieno di bellezza e di gioia.

“Tu non sei soltanto una mamma, sei la mammissima nostra” le dissi. E aggiunsi: “ Non sarai  emerita però prima dei miei 70 anni e dei tuoi 101. Solo allora potrai andare in pensione”.

Non è  giunta a quel traguardo, bensì  soltanto a quello dei 98, ma abbastanza a lungo per arrivare a capirmi e farmi capire.

 

Ora torniamo sul mare di Misano. Dopo le accoglienze più o meno liete  non avevamo molto da dirci ma non sentivamo la noia poiché l’emozione reciproca era tenuta viva da una tensione erotica, un assillo ancora tanto acuto e pungente da stimolare il desiderio di fare l’amore appena possibile e spingerci a trovare un talamo adatto senza andare nella casetta che condivideva con un paio di conoscenti.

 La nuda estate ci avrebbe offerto un asilo, ma dovevamo trovarlo. Altro non ci interessava in quel momento. Ricordo questo stato d’animo e lo rivedo in una foto scattata quel giorno lontano: le labbra della ragazza sono tese, gli occhi vivaci e aperti nonostante il sole abbagliante, i muscoli delle braccia, dello stomaco, delle gambe pronti a scattare come quelli di una puledra o di una baccante che muove rapido il piede impaziente verso il pascolo, a balzi. Tempus breviatum erat, anche per lei.

Oramai questa sentenza riguarda l’intera mia vita purtroppo, non solo uno dei tanti amori perduti. Sono un vecchio studente a vita, pensionato e povero ma farò in tempo raccogliere tre milioni di lettori con questi miei scritti. Magari anche molti di più. Perché no?

 

Pesaro 20 agosto 2026  ore 17 e 27  giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Paolo,  Prima Lettera ai Corinzi  (7, 29).