lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXVI Preghiera al dio Sole. Saluti alla signora e alla signorinella magiare. Addio a Marisa, fanciulla pesarese.


 

Mi allontanai un poco dalla csárda e pregai l’eroica luce del sole già molto vicino al margine occidentale della grande pianura.

“Aiutami Elio, a scovare dentro questo lungo travaglio l’idea del Bene di cui tu doni agli occhi mortali l’immagine visibile.

Dammi la lucidità necessaria per trovare nel dolore la comprensione del mio viaggio terreno, della serie di cause che mi hanno condotto qui e mi guideranno fino alla morte di questo povero involucro che tuttavia cerco di tenere nella migliore forma possibile con il tuo valido aiuto.

Voglio assecondare il mio fato comunque esso sia. In ogni caso non mi sembra meschino. Ho già educato centinaia di giovani. Vorrei diventare maestro di un popolo intero. Questa sofferenza, se me la sono cercata e la coltivo, vuole dire che è dovuta alla mia crescita, al mio progresso di educatore. Sulla fellona che non risponde, in verità non mi sono mai creato illusioni. Non risponde perché non mi corrisponde: non è del mio stampo. Mi ha potenziato con il piacere che mi ha offerto, ma ora devo cercare di trarre altra forza dalla intelligenza di questo dolore. Dalle sofferenze e dalle ingiustizie subite ho sempre imparato. Aiutami a capire, santa faccia di luce, fiamma che nutre la vita, Mente dell’Universo, primo fra tutti gli dèi. Aiutami a non impazzire per tanta pena, anzi a diventarne più saggio”.

Dalle canne della palude verde saettarono schiere di rondini verso sinistra, simili a frecce alate. Ottimo segno: volatus avium dirigit Sol invictus.

“Con il tempo-pensai- ho imparato che i segni del cielo sono tutti buoni se sappiamo volgerli al bene. Anche le sventure possono essere provvide. Sono funzionali all’insieme della vita: alla mia come a quella dell’Universo.

Scio ad conservationem Universi pertinere ”.

Alle 19, 41 il sole vermiglio spariva nella terra nera. “Dai contrasti bellissima armonia. –pensai ancora-Augurio di più sereno dì al pio educatore. Ma sono pio e sono davvero un educatore? Alcuni lo negano, altri lo giurano: sono segno di contraddizione anche io, come Socrate, come Giovanni Battista, l’onesto Giovanni, come Cristo e altri profeti assassinati come delinquenti”.

Ritenni che non aveva più senso rimanere lì fuori.

Rischiavo di compiacermi della solitudine fino a diventare un anacoreta demente.

Volevo rivedere la bambina con la madre per cogliere dei segni vocali da queste due femmine della mia specie: potevano significarmi molto anche parlando tra loro. Tornai seduto dov’era stato un quarto d’ora prima. La bella signora e la signorinella c’erano ancora.

La bambina mi domandò:

“Dove sei stato Janos?”-

“A pregare, cara Sarolta”

“Chi, Gesù?”

“No; il Sole che è la sua immagine visibile. Pensa che gli antichi chiamavano Natale il giorno della rinascita del Sole”

“Come mai?”

“Perché nelle giornate più corte pensavano che stesse morendo, poi vedevano che la luce tornava a crescere e capivano che era guarito, quindi tornava ad alzarsi”

“Quale grazia gli hai chiesto pregandolo?”

“Di mettere al mondo una figlia simile a te”

“Perché simile a me? Io non sono tanto buona né molto bella”

“Sei una bambina carina e intelligente. Diventerai molto bella e tanto buona, come tua mamma, se studierai e farai sport.

Ero riuscito a dire queste semplici frasi in ungherese.

La signora mi fece un sorriso e mi ringraziò.

Poi mi domandò se fossi italiano

“Sì, risposi dell’Italia centrale. Come ha fatto a capirlo?’”

“Dalla cortesia usata a noi due e dall’aspetto. Ho pensato che lei è tipicamente italiano”.

“Anche voi siete state gentili con me. E siete veramente, deliziosamente magiare. Ora devo tornare a Debrecen: vi auguro il meglio di tutto. Lo meritate”.

“Grazie. Arrivederci”.

Mi alzai e uscìi pensando: “missione compiuta. Ho raccolto i segni vocali di cui avevo bisogno”.

Dopo i complimenti di quelle due femmine umane beneducate potevo essere soddisfatto di me. Mi avevano confermato che meritavo una donna migliore della ragazza fallace e cattiva: una che voleva indebolirmi cercando di farmi soffrire.

Sicché tornai in collegio e andai a dormire senza altro dolore.

p. s.

A proposito di signorinella.

Mi è venuta in mente Marisa, la signorinella tredicenne di cui ero perdita mente innamorato in terza media. Eravamo entrambi nell’ultima classe della scuola Lucio Accio di Pesaro, io nella sezione B dei maschi, Marisa nella A delle femmine. Eravamo i più bravi delle rispettive classi e gareggiavamo per chi fosse il più egregio di tutto l’istituto confrontando i voti. Quando una sua sorella mi diede la notizia della morte di Marisa disse che mi ricordava come rivale bravissimo a scuola. Ho replicato con cavalleria e le ho detto che non ero io il più bravo tra noi due. In effetti c’era una nobile gara benefica per entrambi e rimasta indecisa

Oggi ho ricordata quella fanciulla cantando con qualche variazione una canzoncina la cui melodia sentivo cantare   dalla mamma quando ero bambino:

“Signorinella pallida,

amabile rivale delle medie,

la nostra legna è diventata cenere,

tu sei lontana, io sono diventato un vecchio tanti stanco”.

Però poi ho studiato egregiamente preparando le prossime conferenze  perché il ricordo di Marisa e dei nostri tredici anni mi dà ancora energia e mi infonde volontà di essere il più egregio di tutti

Quindi ho cantato ancora:

“Negli occhi tuoi brillavano

una speranza, un sogno, un avvenire lieto,

senza inviarmi neanche una carezza,

ma non ho mai scordato il tuo sorriso,

contento e luminoso di giovinezza!”

Ho poi ricordato di avere quasi ottandadue anni e che se entrassi in un conclave a gareggiare, i cardinali antagonisti mi direbbero in coro: “Non es papabilis!!”

E io risponderei: “deo gratias!!!!”

Pesaro 31 agosto 2026 ore 20, 45 giovanni ghiselli

p. s.

Ora vado al cine poi la meritatissima cena

Statistiche del blog

All time2969745

Today6956

Yesterday11864

This month306181

Last month265976

 

 

 


Ifigenia CXV . La gita nella puszta. Da solo. La bambina e la mamma. Un capitolo che mi è molto caro.


 

Salito in camera rimuginavo: “Aspetta il mio espresso”, aveva telegrafato l’infame. Poi qualcuno le ha fatto cambiare proposito. Chissà quale rozzo bagnino l’ha stuzzicata , o quale borghesuccio l’ha manipolata dopo essersi spacciato da gran signore”.

“Faccia il tuo megasignore, gran signora pure te”, canticchiavo simulando noncuranza. Invero era il lugubre qrh`no", il canto funebre dell’amore morto male.

Poi tornavo a fare ipotesi più o meno balorde: “Oppure, perversa com’è, magari si è data da fare con il curiale cui  sfacciatamente esibiva le mutande celesti tra le coscione sudate durante la gita sul lago di Garda, a Sirmione. Salve o venusta, le aveva detto il domine non so quanto turbato, ma probabilmente ricordava Catullo, sicché  rivolgeva il saluto alla venusta puella ricordando il poeta.

Tali erano gli arzigogoli del mio cervello arido e inconcludente mentre calzavo le scarpe di gomma, rosse e non poco fetide, le stesse che avrei usato due anni più tardi quando andammo sull’ombelico del mondo a pregare Apollo, il signore di Delfi, perché ci concedesse felices in cetera cursus, percorsi ricchi di successi nelle altre attività che restavano da fare a me e a lei non più ridicolmente e pure dolorosamente legati. Allora i nostri cammini erano già volti in direzioni diverse. Eravamo contenti del discidium avvenuto. Si poteva fare ancora l’amore e non avere più il problema datato e stonato della fedeltà tra noi. Avevo finalmente capito che non potevo imporle niente.

Quel 9 agosto intanto mi allacciavo le scarpe puzzolenti per correre e liberarmi dalle tossine dell’odio. Feci un tempo mediocre: superiore ai venti minuti. La pena mi appesantiva l’anima e il corpo.

 

Più tardi  andai a Hortobágy da solo. Partìi  dopo avere atteso tutti i passaggi del postino. Invano. Come succedeva a Moena, in via Damiano Chiesa 11 dove passavo parte dell’estate negli anni Cinquanta sotto la tutela della zia Giulia, aspettando ogni giorno per diverse  ore almeno una cartolina della mamma anche lei bella e bruna, pure lei sempre silente.

Pensavo che la madre mia cantasse una canzone feroce:

“oggi non ho scritto a Giannetto,

ieri nemmeno gli ho scritto,

neppure domani gli scriverò.

Lui deve attendere ancora:

ieri, oggi  e domani,

deve attendere ognor!”.

 

Cantavo  questo a Moena non senza singhiozzare. A Debrecen 25 anni più tardi sentivo ancora l’eco di quei singhiozzi antichi.

Dai novantenni in avanti  però la mamma ha contraccambiato il mio amore. Abbiamo smesso di combattere il nostro bellum plus quam civile. Ora la madre mia sta nei cieli e ogni tanto mi appare viva nei sogni. Ci abbracciamo quasi sempre nelle immagini oniriche.

 

Quel pomeriggio di fine estate dell’anno 1979 il cielo era tutto sereno: a mano a mano che il sole calava sulla grande pianura un po’ desolata lo supplicavo di farmi avere un segno da Ifigenia. Ma il dio non accennava ad ascoltarmi, a esaudirmi: avrei preso per buono financo un cenno pur quasi impercettibile del suo assenso. L’avrei notato e ne avrei tratto auspici. Ma non ci fu verso.

 

Allora mi venne in mente il pomeriggio radioso del luglio del 1974 quando andai là nella puszta con Päivi che credevo fosse il massimo scopo della mia eterna ricerca. Il punto d’arrivo: la meta dove il mio tanto ricercar fu volto. C’erano Bruno, Silvano e due tedesche amiche loro. Eravamo sei giovani educati, contenti, in due automobili. Uno dei momenti più belli della mia vita mortale fu quando scesi dalla Volkswagen e andai a urinare in direzione del sole. Allora Dio mi ascoltò, Dio mi esaudì. E’ stata l’ultima volta che ho amato una donna senza nessuna riserva. Ero improvvido di un avvenir malfido quale si sarebbe rivelato anche con questa donna. Due mesi più tardi abortì la bambina concepita con me. Sicché decisi: non posso avere un amore a tempo indeterminato, perciò non lo voglio. Arriverò a cinquanta ganze almeno, come ho giurato da fanciullo, poi andrò in pensione.

 Nei cinque anni passati da allora il caro Bruno era già morto e gli altri quattro erano andati comunque lontano da me. Anche la nostra bambina era morta. Più tardi sono  morti quasi tutti  i cari compagni di Debrecen, tranne Danilo salvato da Bacchus Pannonius.

Mi fermai sul luogo dell’atto magico e propiziatorio di cinque anni prima. Ero già innamorato di Päivi appena conosciuta e mi sentivo contraccambiato. Lo ero e lo sarei stato per un mese. Facemmo l’amore quella sera stessa, la sera del dì della festa dedicata alla conoscenza: in tutti i sensi. Meravigliosamente io conobbi quella ragazza rossa nel collegio numero due.

Mentre urinavo, osservavo la luce del sole al tramonto  e ci vedevo l’immagine della ragazza rossa la  donna amata quantum amabitur nulla pensavo. In lei avevo visto la luce di cui avevo bisogno.

 

Ma torniamo alla solitudine del 1979. Rivolsi  la parola all’amico morto ante diem e sempre rimpianto.

“Allora ci bastava poco per essere felici. E’ ve’ Bruno? Ci bastava una ragazza fine e bellina, o almeno passabile, una per uno, se no si litigava. I nostri attriti di certi momenti dipendevano dal fatto che tanto a me quanto a te dava fastidio che l’altro, temuto magari a torto come rivale, piaceva alle donne lui pure, e ognuno di noi temeva di piacere  meno dell’altro. Ma poi nell’età allegra di quegli anni con una ragazza a testa, una bottiglia di Egrikikavér, un bagno in piscina, una partita a tennis e due ghiribizzi eravamo contenti. Si era giovani allora e ci si accontentava. Ragazzi eravamo.  “Scavessacoi” ci chiamava Danilo. Di recente mi ha chiamato “vecchio leone”.  Tu caro amico, sei rimasto giovane e bello fino alla tua dipartita. Quando ti penso, mi tornano in mente le gioie ancora ingenue dei nostri venti anni che si avvicinavano ai trenta però, e incombevano già tempi peggiori per tutti. Il 1974 fu forse il limes, o limen se preferisci, da giurisperito qual sei.

 Tu non l’hai oltrepassato quel confine tra la nostra età dell’oro e le successive sempre più tristi. Non dico meglio per te, non lo dico, per carità,  ma è vero che ti sei risparmiato tanti orrori, tante delusioni, tanti disincanti che rendono vecchi. Se va bene vecchi leoni ma vecchi comunque. Del resto sono  due le Chere che  incombono sui mortali non più giovani: la vecchiaia e la morte che è peggiore della vecchiaia.

Anche se  con il passare degli anni , mentre le forze scemano, crescono le pretese. Adesso, a trentaquattro anni, quasi trentacinque, ci vuole altro che la ragazza bellina e una bottiglia di vino per sentirmi appagato. Io ho bisogno di onestà, pulizia, intelligenza, cultura. Ifigenia la mia donna, non tiene fede alle promesse. Bella è bella ma una voce mi dice: “un altro amante la tiene in pugno e le bacia l’arteria femorale come preludio. Tralascio il seguito con pudica aposiopesi”.  Poco, fa in piscina, ho contato i battiti cardiaci: quarantadue in un minuto. Ancora qualcuno in meno poi ti raggiungo dove sei ora: forse là, nella pianura Elisia ai confini del mondo dove è facilissima per i mortali la vita[1], dove ci ritroveremo e staremo bene come nel collegio di Debrecen quando eravamo nel fiore noi due. Ti ricorderò nel capolavoro che scriverò quando le Muse mi spingeranno a essere l’aedo di Debrecen. Fulvio me l’ha profetizzato e io aspetto l’ispirazione. Se arriverà, anche tu non omnis morieris[2]”.

Allora vorrò contrappore pagine che sappiano di umanità alla brutalità che ha dilagato dal 1969  al 1978 con l’assassinio di Aldo Moro, poi anche oltre.  Hominem pagina nostra sapiet.

 

Mi ero seduto sul paraurti posteriore della bianca Volkswagen. Pensai queste parole e le scrissi, non così bene come oggi a dire il vero. Poi ripartii e arrivai a Hortobágy. Salìi sui gradini-sedili del teatro di legno situato davanti al fiume e al ponte famoso, quello a nove arcate: il kilenclyukú híd.

Luogo di ricordi e pure di attese: l’anno seguente, sul palcoscenico di quel piccolo teatro, Ifigenia in scarpe da ginnastica, calzoncini bianchi attillati e maglia rossa, aderente,  avrebbe alzato le braccia al cielo gridando : “

O! for a Muse of fire, that would ascend

The brightest heaven of invention[3] .

Voleva lasciare la scuola per recitare nei teatri i drammi dei grandi autori e io avrei voluto diventare il più grande di tutti.

Non sapevo che da conferenziere avrei recitato tante parti da attore in efetti.

Intanto Fulvio, l’amico caro e profetico la fotografava. Oggi nemmeno Fulvio c’è più qui sulla terra. E’ un amico celeste anche lui. Il più caro tra gli amici che stanno nel cielo.

 

Nella O di legno[4] del teatro nella puszta  dunque, l’anno seguente a questo che sto raccontando, nell’agosto del 1980 dunque,  la mia giovane amante avrebbe pregato.

Chiedeva al buon Dio di farla diventare un’attrice famosa.

Insegnare proprio non le piaceva. Bella era bella kalh; kalhv[5]. Non è poco ma non basta. Poi, a dirla tutta, non era bella abbastanza per fare l’attrice, non aveva la bellezza profonda manifestata da occhi espressivi.

Alle sue spalle, c’era la scenografia naturale: il paesaggio non dipinto ma vero: le canne, il fiume paludoso, il ponte a nove arcate, il cielo. Davanti, sulla càvea, non c’era altro pubblico che me e Fulvio intento a fotografarla. Bella era bella. Ma debole e vana, mio Dio, nervosa, non abbastanza proba e colta, e nemmeno tanto astuta e dura da evitare di venire strapazzata, stritolata, inghiottita e vomitata dal paese di abitanti peccaminosi dove voleva entrare nuda inopsque.

In quel mondo  spietato, clientelare, mistificatòrio, le relazioni sono rapporti di forza, di potere e di piacere. Scambio di piaceri.

Lei aveva solo la transeunte, effimera venustà della giovinezza. Per giunta il suo sguardo non era abbastanza significativo né in termini di dolcezza né di potenza. Aveva commosso me per il mio narcisismo nel tempo in cui mi imitava. Poi avevo perso interesse in seguito ai  suoi sgarbi, al suo egoismo, figli della sua scarsa immaginazione. Senza questa non si capiscono gli altri e non si può divenire un buon attore.

Avrei voluto comunque aiutarla a divntare forte e bella per sempre, non certo vomitarla dopo averla mangiata[6]. Altri l’avrebbero fatto probabilmente.

 

Ma torniamo all’agosto del 1979 . Mi sento in dovere di segnalare i tempi come si vede nei film che li saltano. Devo chiarire tutto, come fa Omero con la cicatrice di Odisseo per esempio: tutto deve essere in primo piano e in piena luce. Lascio l’oscurità agli scritori dall’anima ottenebrata.

 Osservavo i maiali edaci e obesi come sempre. Pensavo: “I porci si nutrono, poi noi ci nutriamo di loro. Ci gonfiamo di carne non nostra. Negli uomini che non sanno o non vogliono pensare, l’anima forse serve soltanto a preservare il corpo dalla putrefazione, come fa il sale con i prosciutti di questi onnivori. Adesso chi sa pensare ed è capace di parlare con chiarezza, togliendo alle persone e alle cose le maschere imposte dal sistema, rimane isolato. Questo è un grave rischio per me. Voglio vivere una vita politica, al servizio degli altri”.

Dalla csárda veniva il suono dei violini che  intonavano le danze ungheresi di Brahms. Soffio possente di un fatale andare[7] sempre più avanti, quasi sicuramente da solo, come quando arrivai in Ungheria nel luglio del ’66, come quando me ne andrò per sempre via dalla terra con la più eroica delle morti: senza nessuno vicino.

Nella vita che mi resta invece vorrei imparare dell’altro e fare del bene.

Una donna che non risponde alle mie iterate  suppliche di  mandarmi una lettera, certamente non mi aiuterà, anzi mi toglierebbe le grandi forze necessarie alla mia opera se rimanessimo insieme. Voglio procedere metodicamente sulla strada in compagnia di persone che condividano i miei gusti, i miei scopi, il mio bisogno di cultura e di arte”.

 

Intanto sopra il teatro di legno  avanzavano nuvole grosse, acquose: provenivano da ovest muovendosi verso il centro del cielo. Coprirono il sole portando un buio precoce, autunnale oramai. Mi si stringeva il cuore. I maiali invece continuavano a grugnire, a spalancare le fauci e mangiare con appetito implacabile. Mi sovvenne un contadino di Montegridolfo: mi raccontò che un porco del podere aveva mangiato la testa di un bambino infante.

Mancava solo che i porci giocassero a tombola oppure a mercante in fiera come fanno gli umani ottenebrati dopo il cenone.

 Una vita la loro senza logos e con il solo pathos del consumo di cibo e la vaghezza di ciance infinite. Andrebbero recuperati a  quanto non è solo bestiale. Fare capire che l’umano riguarda anche loro.  L’umano è inattuale, tuttavia a me piace, forse proprio per questo. 

Le nubi coprivano grandi tratti  dell’immensa pianura. Le automobili sulla strada di Eger accendevano i fari. Erano solo le sette di sera, ora legale. Da alcuni comignoli si alzavano spirali di fumo. Autunno era. Mi aspettavano mesi molto difficili se quella mi lasciava o mi costringeva a scappare ad maiora mala vitanda. A un tratto le nuvole raggiunsero la parte orientale del cielo, verso l’Unione Sovietica, e così il dio occidente prima di andare a riposarsi si spogliò dalle nere e  piagnucolose gramaglie .

Era più bello che mai: grande, rosso, e specchiandosi nell’acqua sotto le arcate si raddoppiava. Si inclinava verso la madre terra e le due immagini erano molto vicine. Si baciavano quasi. “Buon segno”, pensai. “domani mattina, o forse già questa sera, miracolosamente troverò la posta che restaurerà il mio equilibrio”. C’era un senso di pace nell’aria. Una cicogna  volava ad ali ampiamente spiegate verso il nido per nutrire i pulcini e passarvi la notte. Anche io presto sarei tornato ai miei affetti. Se Ifigenia non aveva scritto, c’erano comunque i libri dei miei autori e la bicicletta, organi sempre vivi, sostegni della mia vita . Poi l’amico carissimo Fulvio e gli studenti amati. E avrei trovato un’altra donna meno disordinata e cattiva. Così tra il rassegnato e il confortato entrai nella csárda.

Andai a sedermi al tavolo dove ero stato  con le  tre  finniche: Helena, Kaisa, Päivi in tre anni diversi. Dall’ultimo erano passati cinque estati, già un grande spazio nella vita di un uomo[8].

Da Elena Augusta, la prima in tutti i sensi, addirittura otto.

 

 

 Ricordare quelle tre muse mi spingeva a scrivere. Erano state quelle  donne  a scoprire il mio valore e a farlo riconoscere a me: ogni cosa ben fatta che ho compiuto la devo alle loro parole buone. Con l’aiuto che mi veniva dalla forza ricevuta da quelle tre fatidiche amanti amate trovavo il proposito fermo di rifiutare chiunque volesse svalutarmi e avvilirmi.

Non smetterò mai di unire le Grazie alle Muse, dolcissima unione.

Scrissi in un quaderno da scolaro: “Dopo non avere degnato di una risposta le mie suppliche e non avere mantenuto una promessa inviata in fretta, a casaccio  con un telegramma bugiardo, inviato tra una baldoria e un’altra, Ifigenia nihil iam putabit esse nefas nei miei confronti: crederà di poter infliggermi qualunque torto, menzogna e umiliazione”.

Cercavo le parole forti e atte a deprecare la sciagurata, quando una bambina bruna bruna di sette-otto anni che si trovava seduta su una panca contigua mi domandò perché non scrivessi in ungherese.

“Perché non lo so fare-risposi-conosco solo poche parole nella tua lingua”

“Per esempio?”

“Queste che sto dicendo a te”

“E poi?”

“Sei carina. Come ti chiami?”

“Sarolta[9]. E tu?”

“gianni, Jáno".”

La mamma seduta di fianco alla figlia intervenne: “Sarolta, ringrazia il signore e lascialo scrivere”

Allora la bambina disse, riempiendomi il cuore di gioia: “sei carino anche tu”.

“Grazie signorina”. Poi aggiunsi: “complimenti signora per questa bella bambina. Non c’è dubbio che sia sua figlia. Talis mater…”. Mi guardò stupita forse non si aspettava di venire corteggiata davanti alla sua bambina .

Ma io davanti a una bella donna non riesco a non farlo. Soprattutto se è una mamma e ancora di più se è la mamma di una bimba. Avevo comunque capito che bastava così. Corteggiare sempre, molestare mai.

Quindi le lasciai in pace. Non senza pensare che se al mio letto di moribondo si avvicinerà un’infermiera carina la corteggerò con l’ultimo fiato, e se questo angelo mi farà un sorriso ne sarò rallegrato in punto di morte [10]. Morirei contento. Le donne ci sono sempre; dalla culla  alla tomba.

Queste sono le pie donne e non mancano neppure le empie.

“Ecco- ripresi a scrivere- la mia compagna ideale dovrebbe essere ingenua e diretta come questa cittina. Le finniche un po’ primitive, pure se colte, si avvicinavano a questo modello. Con loro avevo potuto parlare senza infingimenti. Dopo altri cinque anni di partite a scacchi o di poker, insomma di mezze verità, con le amanti, le colleghe, i colleghi, i presidi e così via, non ne posso più di finzioni.

Perché quella non scrive? Come puoi avere ancora dei dubbi? Perché non ti ama. Allora se non sei un budello, se sei un uomo umano nei tuoi stessi confronti, devi disprezzarla e rigettarla. Già senti la nausea. Mettiti un dito in gola, l’indice, e vomitala tutta”.

Uscìi dalla csárda. Il sole si era avvicinato tanto alla strada di Eger da trasformarla in un tappeto di porpora. Una guida verso l’eternità dell’arte o la via dolorosa verso una morte straziante? Mi sovvenne il sire Agamennone[11]. Il futuro verrà[12], ricordai ancora.

 

Avvertenza: il blog contiene 11 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  31 agosto 2026 ore 17, 28

p.s.

Statistiche del blog

All time2968495

Today5706

Yesterday11864

This month304931

Last month265976

 

 

 



[1] Cfr. Odissea, IV, 563ss.

[2] Cfr. Orazio Odi, III, 30, 6

[3] Shakespeare, Enrico V Prologo vv. 1-2. Oh per una Musa di fuoco che sapesse salire al più luminoso cielo dell’invenzione

[4] Cfr. di nuovo Shakespeare, Enrico V, prologo v. 13 “this wooden O”

[5] Cfr. Callimaco, Antologia Palatina, XII, 43, 5

[6] Cfr. Shalespeare, Otello dove Emilia, la moglie di Iago, dice:

 “ ‘Tis not a year or two shows us a man

They are all but stomachs and we all but food;

They eat us hungerly, and when they are full

They belch us. Look you, Cassio and my husband” (III, 4, 97-101)

Non bastano un anno o due a mostrarci un uomo;

Loro sono soltanto stomaci e noi solo cibo;

Essi ci mangiano avidamente e quando sono pieni

Ci rigettano a rutti. Guardate Cassio e mio marito.  

 

[7] Pascoli, Alexandros , v. 34

[8] Cfr.  Tacito, De vita Agricolae, III, quindecim annos, grande mortalis aevi spatium.

[9] Carlotta

[10] Cfr. Svevo, La coscienza di Zeno: “La mia ultima occhiata dal mio ultimo letto di morte sarà l’espressione del mio desiderio per la mia infermiera, se questa non sarà mia moglie, e se mia moglie avrà permesso che sia bella!” (capitolo 3, il fumo)

[11] Cfr. Eschilo, Agamennone, 910: “porfurovstrwto" povro"”, via coperta di porpora.

[12]To; mevllon h{xei   Eschilo, Agamennone,  1240.


Ifigenia CXIV In piscina con Giulia. Poligamia o monogamia? Un solo adulterio equivale al matrimonio.


 

Il pomeriggio  del 9 agosto incontrai la bella ragazza serba nella piscina. Giulia era formosa e venusta in qualunque modo fosse vestita; in costume da bagno  era una specie di Afrodite slava: alta e snella senza essere secca né mascolina, con una piccola testa folta di capelli biondi che le incorniciavano un viso ovale, minuto e illuminato da due grandi occhi cerulei. Inoltre era giovane molto.

“Eh sì, eh- disse Fulvio una volta-la donna deve essere giovane!”

Stavamo fantasticando al buio nello studio tra le 2 camere della stanza numero 4 del secondo collegio.

Quindi l’amico accese un fiammifero, si illuminò il volto, poi con sguardo ironico e malizioso aggiunse: “l’uomo no!”.

 

Ricordarlo me lo fa sentire ancora vicino. Dentro di me Fulvio è ancora vivo, come le persone più care e preziose per questa mia vita mortale.

Ora devo mettere una citazione antica per non cadere nel soggettivo e per ribadire che i classici parlano di noi, delle nostre esperienze e ce le chiariscono. Al contrario i cattivi scrittori confondono, complicano, imbrogliano. Perché non capiscono e non amano la vita. Proprio come le persone cattive.

 

Ecco dunque la citazione tratta dall’Oreste di Euripide che ho tradotto parola per parola, con rispetto e con amore. Perché anche gli autori sui quali ci siamo impegnati, ci diventano cari quanto gli amici.

Euripide e Fulvio. 

Da vecchio aedo quale sono continuerò a ricordarli, a citarli, nei miei canti.

Oreste dunque dice queste parole riferendosi a Pilade suo cugino e soprattutto amico che gli ha offerto aiuto.

“Questo è quel precetto famoso: procuratevi degli amici, non solo la parentela/,

poiché un uomo che nel carattere si è fuso insieme, anche se è un estraneo,/

è migliore di diecimila consanguinei” (Euripide, Oreste, vv. 804-806).

La fusione delle anime è la quintessenza dell’amicizia e dell’amore.

 

Ebbene la Venere di Novi Sad non aveva ancora compiuto venti anni.

Se ci fosse stato Fulvio mi avrebbe esortato ad acciuffarla come si deve fare con il kairov", il momento opportuno, l’occasione che è calva di dietro. Avrebbe detto: “Perché hai promesso fedeltà a una donna malsicura e ora mantieni la parola a una che non ti scrive? L’amore con diverse adultere è il tuo mestiere! Amoreggiare con una sola adultera equivale al matrimonio che tu detesti! Insulsus est qui nescit matrimonium vocari unum adulterium”.

Bastonato e beffato invero rischiavo di rimanere continuando a soffrire per una lettera che non arrivava, e se fosse arrivata sarebbe stata tramata e lordata dalle menzogne.

Ma Fulvio purtroppo non c’era e io, desolato com’ero e mentalmente  suggestionato, incantato da quella Circe nostrana, pensavo che ci fosse il massimo di  forza e di vita nella sua epidermide bruna, nei capelli violacei, negli occhi neri come prugne, nella bocca rossa, ridente e fresca come i lamponi che coglievo e succhiavo nei boschi di Moena da bambino.

 

Di quella giovane donna allora ricordavo solo i momenti migliori: quando tendeva le braccia verso di me come una rosa in boccio si stende sul proprio stelo ai soffi fecondatori del vento occidentale già tiepido e delizia il nostro olfatto.

 

Nella bionda lì presente non trovavo una fonte di vita altrettanto sapida e deliziosa per il mio gusto che le finlandesi avevano raffinato con i loro sapori forti e delicati.

Poi loro tre sono sparite fisicamente e Ifigenia quando tornai da Debrecen non mi appariva più come un miracolo, anzi non mi piaceva più.

Meglio averle perdute tutte le amanti, anche le migliori. Se una di queste non mi avesse lasciato, forse sarei stato più contento nella mia breve vita mortale quindi in modo finito, ma non avei scritto tanto né avrei educato così tanti lettori trovando un compenso più lungo se non addirittura infinito. Magari incontrerò quella che mi andrà bene del tutto quando non sarò più buono a nulla e dovrò accontentarmi del quasi niente che potrò raccattare.

 

Una relazione a casa l’aveva anche Giulia: lei però non aveva giurato né promesso al suo amante che non avrebbe fatto l’amore con altri.

Infatti diceva:“non si può mai sapere che cosa succederà mentre camminiamo sulla corda del destino, tesa sopra l’abisso della morte che nullifica tutti  gli impegni: quelli presi e pure quelli non presi”.

Il discorso si fece interessante e l’ho riferito poiché riguarda molte persone.

Intanto pensavo che Ifigenia, poiché non scriveva,  probabilmente parlava nella stessa maniera a un corteggiatore sul lido adriatico o altrove, per stuzzicarlo e provocarlo con lo scopo di trarne e dargli piacere, commettendo, allora credevo, un’ingiustizia grave nei miei confronti.

Ora penso che tale diversità di comportamento non era un’ ingiustizia inflitta alla mia persona,  era piuttosto una discrepanza funzionale a farmi capire come fosse inopportuno e deleterio che io sprecassi la mia fedeltà, i miei sentimenti e il tempo buono della vita per una donna con la quale avevo poco in comune. Da allora ho compreso di dover rinunciare al pathos quando non riceve l’assenso del logos e della prassi, cioè dei fatti reali perché davvero ciò che è razionale è reale pur se non tutto il reale è razionale. In ogni caso l’amore di Ifigenia per me non era reale e il mio per lei non era razionale. Doppia discrepanza dunque.

E’ andata bene così, come diceva spesso Fulvio che mi voleva bene, contraccambiato

Anche ora che sono vecchio e ho vissute parecchie altre storie diventando sempre più lucido e disincantato, ora che  ho superato di alcune unità il numero minimo di amanti  che mi ero  proposto giurando con la mano destra posata prima sulla tomba dei miei avi Scattolari di Montegridolfo quando le zie mi portavano alle battiture decenne, poi sull’altare della chiesa dei Servi di Maria a Pesaro quando ero studente liceale, credo tuttavia, come allora, che quanti  si impegnano a mantenere la fedeltà, debbano farlo. Niente infatti ci obbliga ad assumere impegni che non siamo sicuri di onorare.

 

Una breve storia già accennata che ripeto perché mi sta a cuore

Quando tornai da Debrecen, nell’agosto del 1974, arrivato in Italia dissi a una brava ragazza triestina, l’amabile Gianna,  con la quale avevo intrecciato una relazione nel precedente maggio odoroso, che mi ero innamorato di un’altra, cioè di Päivi una finlandese che  era pure rimasta incinta.

La giovane donna italiana mi disse: “tu non sei un uomo, sei una prostituta”, con tutto che non le avevo giurato né promesso la mia fedeltà.

Dopo qualche mese di amicizia, ci perdemmo di vista. Diversi anni più tardi tuttavia la madre mi telefonò dicendo che la  ragazza era morta. Temevo di venire apostrofato con ira. Invece la signora mi chiese di andare a pregare sulla tomba di Gianna siccome le aveva detto che ero stato io l’unico uomo per bene che avesse incontrato in vita sua. Difatti non le avevo mentito. Non lo faccio, siccome non lo ritengo degno di me.

Anche Cornelia la berlinese amata per una sera poi lasciata perché mi ero innamorato di Päivi, come le avevo chiarito, non prese male questo fatto, anzi qualche hanno più tardi mi disse che mi stimava poiché non giocavo con il cuore delle persone.

Il fatto è che mi piaccio abbastanza da non volermi camuffare.

 

Ma torniamo al 9 agosto del 1979. Dissi a Giulia che le emozioni vane vengono cercate per l’orrore del  vuoto di chi non è soddisfatto di sé e del compagno.  La bella ragazza mi rivolse  uno sguardo irritato: credo che le avesse dato fastidio non ricevere una corteggiamento che magari avrebbe respinto, però non poterlo fare dopo avermi dato l’occasione di provarci con lei, aveva disturbato il suo narcisismo.

Tanto che disse: “La tua è una visione meschina e obsoleta dei rapporti amorosi”

“Sì è arretrata-risposi-risale almeno a Platone”

“Risalirà a Platone-replicò con disprezzo appena dissimulato-ma io non la condivido. E’ debole e falsa. Anzi, credo che nemmeno tu  ne sia intimamente convinto e che la usi per puntellare la tua fiacchezza attuale: tu giri intorno all’argomento con tante parole, ma il fatto è che hai il terrore di venire tradito e magari lasciato da una sulla quale hai basato la tua identità. Tu aborrisci il terremoto e la rovina della tua persona costruita su fondamenta malsicure. Sei anche falso:  santo come vuoi apparire, non ti sei mai concesso delle avventure?”

“Sì, certo, anzi parecchie, qui a Debrecen, in Italia e altrove. Ho folleggiato nel piacere anche io. Ma l’ho fatto quando non mi ero vincolato con alcuna promessa. Recentemente invece ho promesso fedeltà siccome ho preferito l’amore con una donna sola a diversi rapporti con varie amanti più o meno gradite.

La monogamia con una di raro valore mi dà più della poligamia che ho praticato anche per fare numero: per vanità”.

 “La poligamia o la poliandria può essere vissuta con molti amanti di raro valore”, rispose spiritosamente e non illogicamente la bella.

 

“La monogamia-replicai- chiede maggiore  attenzione, rispetto, riguardo, e la crescita avviene solo attraverso relazioni impegnative. Con i rapporti superficiali si allarga poco l’ esperienza, “small experience grows”, per dirla con Petruccio di Shakespeare[1].

 La Poligamia è facile, come la poliandria: richiedono entrambe troppo poco per essere accrescitive. La monogamia ti dà più in quanto chiede di più. Come uno studio serio, magari fatto aggiungendo una traduzione precisa e un commento rivelatore, rispetto a una lettura distratta”.

Giulia mostrava di sdegnare tale posizione secondo lei arretrata, e, siccome significava anche “io non voglio avere un’avventura con te”, smentiva la sua certezza di poter incantare qualsiasi uomo, sicché questa ragazza serba mi chiese di riaccompagnarla in collegio usando un tono carico di antipatia.

Giunti nell’altrio, guardammo se c’era posta: ebbene la mia fedeltà, teorizzata e praticata con devozione ieratica, sacerdotale, non ricevette alcuna mercede, mentre il lassismo almeno teorico di quella ragazza fu ricompensato da una lettera. Giulia aveva saputo da Alfredo che io aspettavo da diversi giorni con ansia  un espresso dalla mia compagna lontana, sicché mi salutò sbandierando la propria busta bicolore  e dicendo: “Ciao gianni, buona fortuna! Ti auguro di ricevere posta da domani ogni giorno e di essere felice con la tua amata per tutta  la vita: davvero felice  fino a cento e più anni, se tu ti accontenti!

Dopo sarai infinitamente  beato nel paradiso dove andrai di sicuro, fedele, puro e santo come sei stato qui sulla terra!”

Non le risposi. Ero nauseato. Non di lei ma di Ifigenia e di me stesso che avevo creduto di vivere con questa amante e collega l’amore “che è palpito dell’universo intero”, mentre la prova della lontananza di un mese aveva testificato la falsità di lei e rivelato la mia illusione, rendendo ridicolo il rigore promesso e impiegato nel rispettare gli impegni che mi ero sobbarcato tutti da solo.

“Le mie virtù devo offrirle e consacrarle a Dio, chiunque egli sia”, pensavo.

 

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 16, 44 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2968113

Today5324

Yesterday11864

This month304549

Last month265976

In questo mese di agosto posso arrivare a 300 mila. Nei primi tempi ci volevano tre anni. E’ il successo meritato e ricompensato molto più e meglio che con i miseri quattrini.

Saluti e baci a voi che mi leggete.

giannetto, studente e povero: il poverello di Pesaro

 

 

 



[1] The Taming of the Shrew, I, 2.


Ifigenia CXIII. La giornata variopinta. Isabella la ragazza napoletana educata e carina. Mille torbidi pensieri.


 

Mercoledì 8 agosto fu una giornata variopinta:  ricca di casi diversi tra loro, senza però lettera alcuna da Ifigenia. In compenso conobbi Isabella, la più egregia tra le ragazze napoletane arrivate a Debrecen dopo l’esame di maturità. Aveva lo stile della persona bene educata che parla con rispetto e ascolta con attenzione dando maggiore importanza a quanto sente dire che alle proprie parole, poi rilancia gli argomenti proposti.

Quando, per esempio, mi chiese cosa facessi a Debrecen oltre studiare, e le dissi, tra l’altro, che almeno una volta al giorno correvo i 5000 metri allo stadio, mi domandò se volevo essere cronometrato con precisione da lei.

Non fraintendermi  malizioso lettore: questa ragazzina non aveva alcuna mira erotica nei confronti miei, né io nei suoi: forse cercava semplicemente uno stimolo per fare ginnastica anche lei, grassottella qual era, e voleva piacere di più al suo Diego  che correva lui pure. L’avrei conosciuto l’anno successivo e l’avrei sfidato  in quella stessa pista di Debrecen. Racconterò questo agone che vinsi contro tanti ragazzi italiani e stranieri pur da uomo di già avanzata maturità quale ero diventato, largamente il decano del gruppo  dei contendenti. Ci sarebbe stata anche Ifigenia che durante la gara fece un gran tifo per me aiutandomi a vincere, cioè comportandosi bene in  quel giorno fausto .   

Parlavo volentieri con questa fanciulla partenopea siccome avvertivo in lei qualità di educazione e di spirito che a Ifigenia difettavano spesso. Sicché quella mattina provai meno dolore del solito per l’attesa fallita della posta promessa.

La sofferenza dell’espresso mancato venne in buona parte anestetizzata dalla presenza della nuova giovanissima amica. Non ero ancora sicuro però che il male  mio fosse operabile, cioè che Ifigenia potesse essermi estirpata dall’ anima senza che ne morissi. Stavo assai meglio comunque, grazie alla cara Isabella, e andai nella così detta “terrazza” dell’Aranybika a bere una birra e osservare il passaggio di femmine,  infanti e  viri di tutte le età.

Quella terrasz era di fatto un recinto di legno che circondava sedie con tavolini metallici, bianchi, bucherellati e si trovava sul marciapiede prospiciente l’ingresso del grande hotel della città.

Osservavo con simpatia le persone che passavano. Soprattutto le giovani donne che sorridevano benevolmente alla vita. Alcune anche a me riempiendomi di contentezza. Ora lo fanno più raramente ma capita ancora. Quando e se accade l’evento meraviglioso, e pure  miracoloso oramai,  ringrazio tutti gli dèi.

Quel giorno lontano volevo obliare la satanessa che non mi scriveva, Scilla o Cariddi o Ecate che fosse, o “quella  Erittón cruda/che richiamava l’ombre a’ corpi sui”[1].

Dopo una ventina di minuti andai all’Hungaria, il primo locale dove ero entrato appena giunto a Debrecen, tanti anni prima, nel 1966, sul far della notte, spaurito, sprovveduto e sperduto in un paese straniero di cui nulla sapevo, tranne poche parole di quell’idioma stranissimo: agglutinante lo aveva classificato il professore di filologia ugro-finnica dell’Università di Bologna.

Dentro l’Hungaria la prima volta avevo trovato tanta gente immersa nel fumo e nel chiasso dell’ora di cena.

Nel 1979 ci entrai di nuovo e sedetti. Mi tornò davanti agli occhi il mio aspetto spaventato di allora: la paura di perdermi, di non trovare un ruolo in quel paese tanto remoto e nella mia vita desolata. Uno spavento che esasperavo per poterlo capire a fondo e , quindi, esorcizzarlo. Per lo stesso motivo tredici anni più tardi mi lasciavo tormentare da una donna di bella presenza, una giovane equivoca e dal  valore non comprovato dagli atti suoi che talora anzi addirittura smentivano l’aspetto egregio.

 Volevo capire, arrivare a comprendere quello di cui più avanti sarei stato sicuro: che non ricevere quella lettera e soffrirne era meglio che riceverla ed esserne contento, perché continuare ad amare quella donna senza riserve avrebbe portato pena infinita, probabilmente mortale. Vincere peius erat, citando Lucano[2].

Sarebbe stato il trionfo della disfatta mia, della mia morte. Una dipartita che i miei nemici avrebbero celebrato con un baccanale corrotto. Questo pensavo.

 

Seduto  nella sala  dell’Hungaria osservavo tutto con attenzione perché affiorassero i ricordi. Volevo fare i raffronti tra quella sera del 1979 e l’archetipo dell’approdo a Debrecen nel luglio 1966 . Comparativismo tra gli anni vissuti. Anche questi sono porosi e si possono confrontare, come le opere letterarie, come le amanti. Più numerose sono state, meglio riescono le comparazioni. Purtroppo non sono arrivato a cento, anzi nemmeno a 82 quanti sono oramai gli anni della mia vita. Però ho sciolto il voto fatto da bambono su un altare improvvisato di non restare sotto le cinquanta: per lo meno non sono spergiuro.

 

Svolgevo all’indietro questo filo dal gomitolo della mia vita mortale. C’erano le stesse tende bianche e gialle non molto pulite di allora, le colonne corinzie, i pilastri, gli stucchi e il medesimo aedo invecchiato con il repertorio immutato. Non era cambiato quasi niente. Verso le due entrò un gruppo chiassoso di turisti, slavi, forse cechi. Come tredici anni prima avevo di nuovo paura. Temevo un’altra volta di rimanere escluso dalla bellezza, dalla gioia di vivere.

Cercavo di confortarmi: “ Ifigenia se ne sta andando-pensavo-. Comunque in questi ultimi mesi mi ha fatto crescere. Il potenziamento da lei ricavato mi servirà a trovarne altre migliori. Il destino non mi vedrà prostrato ai piedi di una che non tiene fede alle promesse. Non diverrò mai il suo famulus. Costei non  sarà la domina del miser Ioannes: “desinas ineptire- mi dissi-  già  ora non è  un’amica e presto non sarà neppure un’amante: sta cercando un uomo più famoso e facoltoso di te per contrastare il prossimo  declino della sua venustà con il lusso comprato- mercato cultu- che un professore di ginnasio, trito e parco quanto uno studente povero, non può permetterle”.

 

Dopo un piatto di carne senza patate né pane, mi alzai e mi incamminai verso il collegio. Avevo deciso di percorrere quei quattro chilometri a  piedi: non dovevo prendere nemmeno un grammo poiché la prossima femmina umana meritava ogni mia attenzione e la prima premura doveva essere quella di presentarmi a lei nella forma migliore: vita da torero e polpacci da ciclista.

I 5000 metri quotidiani e il desinare frugale contribuivano a questo. Più i quattro chilometri che dovevo percorrere a piedi in quel pomeriggio da fauno o satiro invecchiato. Frugale comunque. Mi venne in mente che il primo significato del latino frugi è “onesto”.

Fare esercizio, un’ascesi pagana, e mangiare con moderazione limitandosi al necessario è una forma di onestà verso se stesso. E chi non lo è con se stesso, tanto meno lo sarà con gli altri. Mi sovvenne che quando ero arrivato obeso a Debrecen odiavo la mia persona e detestavo ogni forma di vita. Ero carente di identità e vuoto di ogni bene. Per questo mangiavo tanto cibo immeritato eppure trangugiato con ingordigia suina e appetito disonesto. Dunque un bel progresso l’avevo fatto da allora grazie alle amanti che avevano rafforzato la mia volontà, accresciuto l’ amor proprio, potenziato la mia identità e scemato l’ insicurezza. Le due Elene e le altre due Grazie finlandesi soprattutto. Le tenniste ceche che vedo questi giorni in televisione mi sono simpatiche e tifo per loro per via dell’amore di Helena Scheibalova la mia compagna della primavera di Praga.

Anche la forosetta gallica, Josiane di Strasburgo, aveva contribuito tre anni più tardi e un’altra volta dopo altri tre anni, alla mia crescita chiamandomi magister, il titolo più onorifico del mondo. Da giovane puntavo a insegnare all’Università, cosa che ho fatto negli ultimi dieci anni di lavoro scolastici;  oggi, che sono vecchio assai, mi piacerebbe fare il maestro in una scuola elementare e allietarmi educando bambine e bambini.

 Ma torniamo all’estate del 1979.

 “Quando viene a trovarmi in casa-ricordavo-Ifigenia mette disordine. Fa cadere  di tutto: libri, quaderni, cioccolata, caffè, vino, formaggio, prosciutto comprati per lei. Né si china a raccogliere alcuna cosa. Non pulisce quanto ha sporcato, non asciuga quanto ha bagnato. Se riuscisse a trasferirsi da me, mi ridurrebbe a suo servo. Ancora è bella, ma se non pone limiti alla sua avidità, tra pochi anni, già poco dopo i trenta, sarà una lardellona.

Deve essere sottile la Musa, prescrive Callimaco, dunque la mia Calliope non potrà essere lei.

In ogni caso non è una persona generosa: lo sta ribadendo con questa sollecitudine nello scrivere e spedirmi una lettera della quale le ho detto chiaramente di avere bisogno: pensa cosa succederebbe se tu, disgraziato, avessi necessità di un farmaco o di qualunque altra assistenza!”.

La riempivo di vizi e difetti anche inventati o almeno ingranditi per smontarne l’icona e liberarmi dal culto di lei divenuto una superstizione deleteria.

Mi metteva addosso la paura dell’inferno  e io ci cascavo, da stolto.

Hic Acherusia fit stultorum denique vita, ricordai.

 I pensieri dissacranti sul suo conto erano i miei  Remedia amoris.

Quando arrivai in collegio e non trovai posta, pensai: “Che miserabile, che infame! Eppure  se mi scrivesse mi renderebbe felice. Guarda come ti sei ridotto! Sei diventato lo zimbello di quella Circe malvagia. Ma porco non diventerò.”

Quindi salìi in camera per prendere I Guermantes e trarre qualche consolazione dalla sprezzatura che Proust attribuisce ai nobili: la neglegentia, l’ajmevleia già celebrata dai miei classici greci e latini.

Mi dissi: “Devo imparare da loro la noncuranza di chi mi vuole tanto male da cercare di trasformarmi in un maiale: Ifigenia-Circe:  hJ suw`n morfwvtria[3]”.

 

Avvertenza: il blog contiene tre note e il greco non traslitterato

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 16, 20 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2967897

Today5108

Yesterday11864

This month304333

Last month265976

 

 

 

 



[1] Dante, Inferno, IX, 23- 24

[2] Pharsalia, VII, 706

[3] Cfr. Euripide, Troiane, 437.