domenica 2 agosto 2026

Un anniversario di morte.

 

Oggi è l’anniversario del 2 agosto tragico del 1980.

Ifigenia e io seguiti da Fulvio eravamo in viaggio per Debrecen e fummo imformati della tragedia la sera quando arrivammo. Tornammo solo verso la  fine del mese.  Sicché non colsi le prime reazioni mentre ero a Bologna.

E’ bene che ogni anno si ricordi questo orribile evento seguìto ad altri della medesima serie criminale iniziata nel dicembre del 1969 e forse anche molto prima, con la strage di Portella della ginestra del 1947. Lo scopo di tutte è stato quello di reprimere l’avanzata del proletariato lavoratore e di quanti simpatizzavano con esso.

 Io credo che se pure gli esecutori sono stati trovati e più o meno puniti, sui mandanti ci sia ancora molto da rivelare.

E non credo che questa strategia criminale sia fallita, anzi mi pare che abbia avuto successo purtroppo poiché la destra è al potere, la classe operaia è trattata quale casta servile, la scuola è decaduta e degradata, la parresia cioè il nucleo della democrazia è limitata poiché pochi oramai hanno l’ardire di usarla e pochissimi sanno farlo con lucidità.

Pesaro 2 agosto 2026 ore 17,07 giovanni ghiselli

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Ifigenia XXXI L’assemblea studentesca. La pessima svolta. I carri armati a Bologna e la sparatoria omicida del marzo 1977.


 

Non si deve dare troppa importanza al nuovo preside: non è stato il genio creatore del riflusso nel liceo classico più orientato a sinistra tra i due della città, ma soltanto l’uomo messo nel posto giusto  al momento giusto dal punto di vista della reazione alla vivacità culturale e politica degli studenti e di alcuni insegnanti.

Verso la metà degli anni Settanta, dopo un lustro di stragi,  era cominciata la reazione alla “moda” della sinistra che dal   j68 era seguìta da gran parte del mondo delle scuole; nel’ 78  l’assassinio di Aldo Moro e il fallimento del compromesso storico tra i due partiti popolari  aveva affermato sempre più questo declino della solidarietà, della cultura, e su tale strada veniva metodicamente annichilito tutto il meglio dell’umanesimo, ossia dell’amore per l’umanità.

Ricordate la finlandese Helena che nel 1971 mi disse di amare di amore umanistico ogni persona?

Ebbene, alcune sere or sono ho visto un servizio televisivo che documentava ragazze e ragazzi finlandesi armati fino ai denti e addestrati alla guerra anche dentro le scuole.

Nei primi anni Settanta dunque erano di moda l’amore e la solidarietà globale, oggi la guerra e la violenza.

 

Ma veniamo all’assemblea degli studenti del novembre 1978

Molti tra i ragazzi del Minghetti provavano a contrastare la tendenza  intesa a diffondere intanto l’egoismo e il menefreghismo, poi, in prospettiva di tempo, l’imperativo trasmesso ai burocrati locali dal potere centrale: si doveva penalizzare lo spirito critico di docenti e discenti spingendoli s perdere la capacità di contestare chi trasmetteva ordini anche iniqui e deleteri.

Nel 1977 nella zona universitaria di Bologna erano comparsi i carri armati e l’11 marzo uno studente, Francesco Lorusso era stato ucciso dalla polizia.

Andai ai funerali  con molti dei miei studenti. Questo sicuramente non piacque a diversi colleghi ma c’era ancora il preside che mi apprezzava e sosteneva.

Al successo della reazione contribuiva una scuola dove si studiava sempre  meno e meno bene. Gli studenti migliori, a mano a mano che i mesi passavano, perdevano gli strumenti per fermare tale caduta  nella palude dell’ignoranza. Rimaneva loro il vitalismo dell’età che però, non sorretto da un logos disciplinato, educato dallo studio, e da un pathos che ama la vita, non escludeva il caos, il disordine di vizi anche deleteri.

Ifigenia parlò all’assemblea in modo efficace. Riferì alcune idèe che aveva discusso con me e seppe farlo con precisione non priva di grazia. Seppe recitare le nostre idèe con magnifico pathos illuminato dal suo splendido aspetto. Mi sentìi innamorato di lei più che mai. Le attrici belle e brave mi sono sempre piaciute, fin da bambino. Anche la mamma e la zia più importante, la  “badessa” Rina, tendevano a recitare e mi hanno trasmesso tale vocazione del resto necessaria in un insegnante.

 

Ora so che a formare il mio sentimento amoroso e quasi paterno verso Ifigenia contribuirono in parti non minime il narcisismo, la vocazione di educatore e il desiderio di una figlia frustrato dall’abortimento di quella che Päivi aspettava da me dopo un mese di amore nell’estate del 1974.

 

Il narcisismo era stimolato dal fatto che in questa giovane collega vedevo riflessa la mia stessa immagine ringiovanita e imbellita; la vocazione di educatore mi faceva credere che avrei fatto una cosa egregia impiegando buona parte delle mie forze per aiutarla a crescere.

 

Ora so che il destino, disponendo il fallimento di questo amore, dopo quelli con  le tre finlandesi e l’aborto deciso dalla terza, mi spingeva a scrivere quanto state leggendo e quanto leggerete.

 

Intanto era entrato il preside che si stropicciava le mani come un usuraio.

Mi torna in mente questo particolare perché in fondo anche io avevo qualcosa del fenerator:  quanto meno l’utilizzo della ragazza per i miei scopi. Lei d’altra parte aveva i suoi. E non coincidevano.

 

Non che avessi intenzioni cattive, però non ero capace di amare e comprendere quella radiosa creatura quale persona indipendente e distinta da me, e se potevo ammirarne la bellezza e la vitalità, in quanto mi infondevano forza e salute attraverso il piacere, ne temevo le incertezze  da un lato e dall’altro  osservavo con sospetto e timore il suo desiderio  e bisogno di svilupparsi diventando se stessa, chiunque ella fosse: giudiziosa o sventata, santa o demoniaca, docile e mite o piuttosto bipede leonessa, feroce quanto Päivi, sebbene non rossa; ifigenia era una pantera nera piuttoso .

Ora so che avrei dovuto aiutarla a diventare quello che era, come facevo con i miei studenti e con me stesso. Ma ne avevo paura: temevo che fosse lei a strumentalizzarmi. E non mi sbagliavo. La cosa più arcanamente temuta accade sempre.

 

La mattina  buia di giovedì 30 novembre 1978 dunque avevo creduto che il senso della scena e dello spettacolo di cui Ifigenia era dotata e che nell’affollata assemblea poté esplicare, significasse una somiglianza dei nostri scopi che già allora probabilmente non c’era.

In ogni caso il suo recitare con efficacia le mie convinzioni mi affascinò al punto che quando l’adunata si concluse tra gli applausi le andai vicino con riverenza, quasi con timore, come ci si può accostare a una prima donna, una diva, e dissi: “Brava, sei stata magnifica. Io ti amo. Non scappare da casa, non mancare qui a scuola. Non posso sopportare l’idea di passare un giorno senza di te”.

Mi guardò con aria compiaciuta. Io allora, per piacerle ancora di più, aggiunsi: “Questa sera lascerò la buona Pinuccia. Voglio stare solo con te”.

 

Allora Ifigenia fece un sorriso che le impresse due piccole fossette festevoli, sibaritiche,  sulle guance. Come quando, dopo un giorno di pioggia, un raggio di sole imporpora le nuvole disaggregate nel trepido occidente da dove i mortali donne, uomini e uccelli  contenti, traggono  auspici lieti con la promessa di un giorno luminoso dopo quello già tetro che si compie finalmente inviando un sorriso a chi guarda il cielo.

 

 

Lo dissi a Ifigenia che chinò la testa in segno di assenso. Adnuit mihi oranti. Eravamo felici. Al marito scimunito avrebbe raccontato una storia  qualunque . Gliel’avrebbe fatta credere. Il suo volto assunse un’espressione da menade festevole dopo essere stata triste e

 anche tremenda.

Due anni e mezzo più tardi la parte dello scimunito sarebbe toccata a me. Si recita sempre.

 

Pesaro 2 agosto  2026 ore 16, 39 giovanni ghiselli.

 

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Oggi è l’anniversario del 2 agosto tragico del 1980.

Ifigenia e io seguiti da Fulvio eravamo in viaggio per Debrecen e fummo imformati della tragedia la sera quando arrivammo. Tornammo solo verso la  fine del mese.  Sicché non colsi le prime reazioni mentre ero a Bologna.

E’ bene che ogni anno si ricordi questo orribile evento seguìto ad altri della medesima serie criminale iniziata nel dicembre del 1969 e forse anche molto prima, con la strage di Portella della ginestra del 1947. Lo scopo di tutte è stato quello di reprimere l’avanzata del proletariato lavoratore e di quanti simpatizzavano con esso.

 Io credo che se pure gli esecutori sono stati trovati e più o meno puniti, sui mandanti ci sia ancora molto da rivelare.

E non credo che questa strategia criminale sia fallita, anzi mi pare che abbia avuto successo poiché la destra è al potere, la classe operaia è trattata quale casta servile, la scuola è decaduta e degradata, la parresia cioè il nucleo della democrazia è limitata poiché pochi oramai hanno l’ardire di usarla e pochissimi sanno farlo con lucidità.

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Antonio e Cleopatra ottava parte. Antonio e Ottaviano, Cleopatra e Ottavia.


 

Leggiamo di nuovo  Plutarco

Ella risaliva il fiume su un battello dalla poppa d’oro-ejn porqmeivw/ crusopruvmnw/,  con le vele di porpora spiegate,  tw`n me;n ijstivwn aJlourgw`n ejkpepetasmevnwn mentre i rematori remavano con remi d’argento ajrgurai`" kwvpai"- al suono del flauto-pro;" aujlovn- accompagnato da zampogne e cetre. La regina stava sdraiata sotto un padiglione ricamato d’oro, ornata come Afrodite, con ragazzi simili ad amorini che le facevano vento e le ancelle più belle, abbigliate da Nereidi e Grazie, stavano al timone e alle funi. Meravigliosi profumi provenienti da aromi bruciati invadevano le sponde (Plutarco, Vita di Antonio, 26, 1-3).

 

  Sentiamo le parole di Shakespeare che  leggeva Plutarco nella traduzione (del 1579) di Thomas North fatta su quella  francese (del 1559) del vescovo Amyot il quale tradusse pure i Moralia (1572)[1]

 The barge she sat in, like a burnish’ d throne/Burn’d on the water: the poop was beaten gold;/Purple the sails, and so perfumed that/ The winds were love-sick with them; the oars were silver,/Which to the tune of the flutes kept stroke…” (Antonio e Cleopatra, II, 2, 196-200 ),  la barca dove sedeva, come un trono brunito, splendeva sull’acqua: la poppa era di oro battuto; di porpora le vele, e così profumate che i  venti languivano d’amore per esse; i remi erano d’argento, e tenevano il tempo al suono dei flauti.   

 

 

Her gentlewomen, like the Nereides , so, many mermaids, tended her in the eyes (…) at the helm a seeming mermaid steers, le sue gentildonne come Nereidi o tante Sirene, alzavano a lei lo sguardo (…) al timone a manovrare una in forma di sirena (…) a strange invisible perfume hits the sense of the adjacent whars, uno strano invisibile profumo colpiva i sensi dei vicini scali. The city cast her people out upon her, la città lanciò il popolo fuori dalle case verso di lei, and Antony enthroned in the market place did sit alone whistling to the air, e Antonio stava seduto da solo sul trono del mercato fischiettando all’aria, e questa, se il vuoto fosse stato possibile-but for vacancy-  sarebbe andata a fissare Cleopatra and made a gap in nature e avrebbe lasciato una lacuna nella natura (II, 2, 211 ss)

Troppe parole per il mio gusto educato dai Greci.

 

 

 

Ripropongo quelle di Plutarco che è meno ridondante.

Cleopatra risaliva il fiume: “ejn porqmeivw/ crusopruvmnw, tw'n me;n iJstivwn  aJlourgw'n ejjkpepetasmevnwn, th'ς d’ eijresivaς ajrgurai'ς kwvpaiς ajnaferomevnhς   pro;ς aujlo;n a{ma suvrigxi kai; kuqavraiς sunhrmosmevnon, in un battello dalla poppa dorata, con le vele purpuree spiegate, con il remeggio di remi d’argento condotto a suono del flauto insieme con zampogne e cetre Plutarco Vita di Antonio (26, 1)

Cfr. Nietzsche: ““Nessuno ha ancora spiegato perché gli scrittori greci abbiano fatto dei mezzi di espressione, di cui disponevano in quantità e forza sbalorditive, un uso così straordinariamente parco, che al paragone ogni libro posteriore ai Greci appare sgargiante, variopinto e sforzato (…) Lo stile sovraccarico in arte è la conseguenza di un impoverimento della forza di sintesi (…) Così è per Shakespeare, che, paragonato con Sofocle, è come una miniera piena di un'immensità di oro, piombo e ciottoli, mentre quello non è soltanto oro, ma oro lavorato nel modo più nobile, tale da far dimenticare il suo valore come metallo[1].

Sentiamo ora di nuovo Plutarco

Kai; qerapainivde"  aiJ kallisteuvousai Nhrhivdwn e[cousai kai; Carivtwn stolav", aiJ me;n pro;" oi[[axin, aij de; pro;" kavloi" h\san, le più belle  delle sue ancelle con le vesti delle Nereidi e delle Grazie, stavano chi al timone chi alle funi (26, 3)

ojdmai; de; qaumastai; ta;" o[cqa" ajpo; qumiamavtwn pollw`n katei`con, meravigliosi profumi provenienti da molti incensi occupavano le sponde.

tw`n d’ ajnqrwvpwn oiJ me;n eujqu;" ajpo; tou` potamou` parwmavrtoun ejkatevrwqen , oiJ d’ ajpo; th`" povleo"  katevbainon ejpi; th;n qevan, tra la folla alcuni seguivano fin dalla partenza lungo le due rive, altri invece scendevano dalla città per la vista dello spettacolo.

ejjkceomevnou de; tou` kata; th;n ajgora;n o[clou, tevlo" aujtov" oJ

 j Antwvnio"  ejpi; bhvmato" kaqezovmeno" ajpeleivfqh movno" (26, 4) e riversandosi la folla giù dalla piazza, alla fine proprio Antonio fu lasciato solo seduto sulla tribuna

Comunque si diffuse una voce che Afrodite si recasse in processione festosa da Dioniso ejp j ajgaqw`/ th`" j Asiva" (26, 5) per il bene dell’Asia.

 

Antonio mandò a invitarla a pranzo  ejpevmmye me;n  ou\n kalw`n ejpi; to; dei`pnon , hj de; ma`llon ejkei`non hjxivou pro;" ejauth;n h{kein (Plutarco, Vita di Antonio, 26, 6) ma lei preferiva che fosse lui a recarsi da lei.

 

Shakespeare Antonio e Cleopatra:

 Enobarbo, ancora amico di Antonio, racconta questo episodio ad Agrippa e Mecenate partigiani e amici di  Ottaviano

Invited her to supper : she replied

it should be better he became her guest (II, 2, 225-226) Antonio la invitò a pranzo, lei rispose che sarebbe stato meglio che fosse lui ospite di lei.’

Our courteous Antony,

whom ne’er the word of “No” woman heard speak,

 being barber’d ten times o’er, goes to the feast”, il nostro cortese Antonio cui mai nessuna donna aveva sentito dire la parola No, dopo essersi fatto radere la barba dieci volte, va alla festa.

 

Plutarco: “Eujqu;" ou\n tina boulovmeno" eujkolivan ejpideivknusqai kai; filofrosuvnhn, uJphvkouse kai; h\lqen, subito dunque, volendole dimostrare affabilità e cortesia , obbedì e vi andò (Vita di Antonio, 26, 6) .

 

Nel dramma di Shakespeare, Agrippa commenta il racconto di Enobarbo dicendo che la fanciulla regale diversi anni prima aveva già indotto il grande Cesare  a mettere la spada nel letto: allora egli la arò e gli produsse il raccolto Royal wench!

She made great Caesar lay his sword to bed:

 he plough’d her, and she cropped (II, 2, 231-233.)

E’ il topos molto diffuso dell’uomo che ara e semina la donna  che si comporta come il campo arato raccogliendo il seme e producendo il frutto.

 

Con la sua femminilità di razza Cleopatra sapeva rendere affascinante tutto quanto faceva, replica Enobarbo: “una volta la vidi saltare quaranta passi nella pubblica via,

 and having lost her breath, she spoke, and panted,

that she did make defect perfection,

 and, breathless, power breathe forth  (II, 2, 233-237)

e rimasta senza fiato parlava ansimando in modo da trasformare un difetto in cosa perfetta, e senza fiato, esalava potere seduttivo.

 

Mecenate risponde che Antonio, dopo il patto matrimoniale concordato con Ottaviano, dovrà lasciare Cleopatra per sempre

Enobarbo lo esclude: “Never : he will not.

Age cannot wither her, nor custom stale

 her infinite variety: other women cloy

the appetite they feed, but she makes hungry

where most she satisfies: for vilest things

become themselves in her, that the holy priests

bless her when she is riggish (  II, 2, 237-245) ,

non lo farà mai: l'età non può appassirla, nè l'abitudine rendere stantia la sua varietà infinita: le altre donne saziano gli appetiti cui danno alimento, ma ella rende affamati dove più soddisfa, poiché le cose più vili assumono un’identità in lei tanto che i santi sacerdoti la benedicono nella sua lussuria.

Con le ultime tre battute Mecenate Agrippa ed Enobarbo si salutano cordialmente ricordandoci la conciliazione tra i due partiti. Durerà poco del resto poiché la casta Ottavia non potrà prevalere né preponderare su “Cleopatràs lussuriosa”.

 

Quanto all’appassimento causato dall’età  (age cannot  wither her.  questo dipenderà in parte ancora maggiore dagli insuccessi amorosi e militari

Dopo la sconfitta, Antonio che teme un cedimento di Cleopatra a Ottaviano, le dice: “you were half blasted ere I knew you (III, 13, 105), eravate già mezza appassita prima che vi conoscessi-

Poi aggiunge: “ I found you as a morse cold upon /dead Caesar’s trencher”, vi ho trovata come un boccone freddo sul tagliere di Cesare morto, nay, you were a fragment of Cneius Pompey, s, anzi eravate un avanzo di Pompeo (III, 13, 116-118).

Poco prima le aveva detto anche anche Ah, you kite!,  (III, 13, 89) avvoltoio!

 

 

 

L’aspetto con la capacità attrattiva della conversazione di Cleopatra hJ morfh; meta; th`" ejn tw`/ dialevgesqai piqanovthto"  e il suo stile nel trattare con gli altri lasciavano un segno pungolante ajnevferev ti kevntron. Era un piacere ascoltare il suono della sua voce siccome ella volgeva facilmente la lingua come uno strumento musicale a parecchie corde kai; th;n glw`ttan w{sper o[rganovn ti poluvcordon eujpetw`" trevpousa (Plutarco, Vita di Antonio, 27, 327, 4).

Era dunque molto difficile resistere al fascino di Cleopatra.

 

Eppure Mecenate spera che la vitù di Ottavia possa prevalere e preponderare sulla leggerezza della regina d’Egitto: “If beauty, wisdom, modesty, can settle the heart of Antony, Octavia is blessed lottery for him” (Antonio e  Cleopatra, II, 2, 246-247), se bellezza, saggezza e modestia possono stabilizzare il cuore di Antonio, Ottavia è un benedetto terno al lotto per lui.

 

Plutarco scrive che Ottavia era crh`ma qaumasto;n wJ" levgetai gunaikov", una meraviglia di donna, come si dice (Vita di Antonio, 31, 2).

Tutti erano fautori di quelle nozze, sperando che la sorella di Ottaviano la quale aveva oltre tanta la bellezza-ejpi; kavllei tosouvtw/- anche nobiltà di stile e intelligenza- semnovthta kai; nou`n- una volta al fianco di Antonio e da lui amata, come si conveniva a tale donna, sarebbe stata motivo di salvezza per loro  e di equilibrio concorde  in ogni questione (31-4-5).

 

 

Antonio e Ottaviano caratteri-destini diversi.

 

 Antonio e Ottaviano dunque si accordano su questo matrimonio da fare per la pace.

 Antonio avverte Ottavia che il suo alto ufficio lo dividerà spesso dal petto di lei

Ottavia risponde da par sua, dicendo cioè che pregherà sempre gli dei inginocchiandosi davanti a loro perché proteggano suo marito.

 Antonio allora le promette che se in passato non si  è sempre tenuto nei limiti, dal momento della loro unione shall all be done by the rule- latino regula-. tutto sarà fatto secondo le regole (Shakespeare Antonio e Cleopatra, II, 3, 6-7)

Il fatto è che le regole di lui erano differenti da quelle di lei, ed erano molto più simili a quelle di Cleopatra.

Entra un indovino egiziano cui Antonio domanda whose fortune shall rise higher Caesar’s or mine?  (II, 3, 16), quale fortuna si leverà più in alto, quella di Cesare (Ottaviano)  o la mia?

L’indovino risponde Caesar’s

E spiega: “

Therefore, O Antony, stay not by his side:

thy demon, that thy spirit which keeps thee is

noble, courageous, high, unmatchable,

where Caesar’s is not; but near him thy angel

becomes fear, as being o’erpower’d: therefore

make space enough between you (II, 3, 18-23), perciò, Antonio, non rimanete al suo fianco. Il vostro demone che è lo spirito che vi custodisce è nobile, coraggioso  incomparabile, quando non c’è quello di Cesare, ma vicino a lui il vostro angelo diventa pauroso come se fosse soverchiato: perciò

mettete spazio sufficiente tra voi.  

 

Ora sentiamo la fonte greca. Plutarco racconta che i due triumviri dopo il matrimonio di Antonio con Ottavia agivano d’accordo e anche amichevolmente nelle questioni politiche e di massima importanza-ejn toi`" politikoi`" kai; megivstoi" (Vita di Antonio, 33, 1). Le gare fatte per gioco invece iquietavano Antonio che le perdeva sempre. Allora il triumviro interrogò un idovino egiziano che prediceva in base all’oroscopo e parlava con molta libertà ad Antonio ejparrhsiavzeto (33, 2)  sia che volesse far piacere a Cleopatra, sia che fosse sincero. E gli consigliava di stare il più lontano possibile da quel giovane: “oJ ga;r sov"- e[fh-daivmwn to;n touvtou fobei`tai : kai; gau`ro" w]n kai;  u{yhlov" o{tan h\/ kaq  j eJautovn, ujp  j ejkeivnou  givnetai tapeinovtero" eggivsanto" kai; ajgennevstero" (33, 3-4), il tuo demone-diceva- teme quello di lui, e mentre è fiero e altero quando si trova solo, avvicinato da quello diventa più meschino e vile.

Ogni volta che tiravano qualcosa a  sorte per scherzo o giocavano a dadi, Antonio si alontanava perdente (e[latton e[cwn, 33, 4).

 

Spesso organizzavano incontri di galli o quaglie da combattimento, e vincevano quelli di Cesare “ajlektruovna" de; macivmou" o[rtuga", ejnivkwn oi{ Kaivsaro"”.

 

Torniamo all’indovino che parla ad Antonio nel dramma di Shakespeare: “If tou dost play with him at any game,

thou at sure to lose; and, of that natural luck,

he beets thee ‘gainst the odds: thy lustre thickens

when he shines by” (25-28), se giocate con lui in una partita qualunque, voi siete sicuro di perdere; e per questa buona sote naturale, egli vi batte nonostante i vosri vantaggi: il vostro splendore si offusca quando egli vi brilla accanto

L’indovino esce e Antonio riconosce :

 he hath spoken true: the very dice obey him,

and in our sports my better cunning faints

under his chance:  if we draw lots, he speeds,

his cocks do win the battle still of mine

when it is all to nought, and his quails ever

beat mine, inhoop’d at odds. I will to Egypt:

and thought I make this marriage for my peace

I’ the east my pleasure lies – radice latina leg- in lectus (II, 3, 33-40), ha detto il vero: I dadi stessi gli obbediscono, e nei nostri giochi la mia destrezza migliore cede alla sua fortuna:  se tiriamo a sorte, egli vince, i suoi galli vincono la lotta con i miei anche quando non ne hanno la possibilità,  e le sue quaglie battono sempre le mie malgrado lo svantaggio. Andrò in Egitto e sebbene  faccia questo matrimonio per la mia pace, il mio piacere giace in oriente.

 

Plutarco procede scrivendo che Antonio contrariato da questi motivi e incline a dare fede all’Egiziano se ne andò dall’Italia mettendo i suoi affari domestici nelle mani di Cesare, quindi portò Ottavia fino alla Grecia dopo che era nata loro una bambina qugatrivou gegonovto" aujtoi`"  (Vita di Antonio, 5-6). Si tratta di Antonia maior nipote di Augusto e nonna di Nerone.

-Pesaro  2 agosto 2026 ore 16, 21 giovanni ghiselli

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[1] F. Nietzsche, Umano, troppo umano, II,  Opinioni e sentenze diverse, 162 Effetto della quantità.


Sofocle Edipo a Colono seconda parte.


 

Edipo è assistito amorevolmente da Antigone

Leggiamo pochi versi del primo episodio (170-172)

 

Edipo

Figlia, verso quale pensiero si deve andare?

 

Antigone

Padre è necessario praticare usi uguali ai cittadini, 

cedendo quando si deve e dando retta.

 

 

 

Nell’Edipo a Colono dunque è Antigone che suggerisce al padre di attenersi all’uso dei cittadini: “ajstoi`~ i[sa crh; meleta`n” (v. 171), in maniera piuttosto sorprendente rispetto alla protagonista del dramma Antigone.

“Questi versi costituiscono una sorta di “a parte” tra Edipo e Antigone. E’ quasi sorprendente trovarsi in questo caso davanti a un’Antigone conformista, nel suo predicare la necessità di adeguarsi alla morale comune (per una massima di questo genere ved. Euripide, Bacch. 890-3 (…) non bisogna cercare o praticare nulla che vada al di là delle leggi”). Sofocle vuole presentare un’altra sfaccettatura del personaggio (…) Sofocle sceglie quindi di fare di Antigone nell’Edipo a Colono non l’inflessibile portatrice di valori assoluti dell’Antigone, ma la mediatrice, un ruolo che assumerà anche in seguito (vv. 1181-203), quando otterrà con le sue preghiere che Edipo riceva l’aborrito figlio Polinice”[1]..

 

Leggiamo altri versi

 

Coro

Portalo avanti, ragazza, 180

avanti: tu infatti ci vedi

 

Antigone

Seguimi dunque, seguimi così con

con le tue membra cieche, dove ti guido.

 

Edipo

Conducimi dunque tu, figliola,

dove, procedendo sul terreno della pietà-i[n j a]n eujsebiva" ejpibaivnonte"-

qualche parola potremmo dire, qualche altra ascoltare, 190

e non dobbiamo combattere contro la necessità[2].-kai; mh;  creia/ polemw'men

 

Antigone

Padre, questo è compito mio: accorda

il passo con il mio passo calmo.

 

Edipo

Ahimé, ahimé

 

Antigone

Appoggiando il tuo vecchio corpo 200

Alla mia mano amorevole.

 

Coro a Edipo

Tu allora, te lo ripeto, fuori da queste sedi,

 a ritroso, di corsa, balza via dalla mia terra,

che tu non attacchi  ancora

 un debito alla mia città 235

 

Antigone

Ospiti pietosi,

avanti, poiché non avete sopportato

questo vecchio padre mio

udendo il grido del suo operato involontario,

però di me la misera, vi supplichiamo,

ospiti, abbiate compassione, di me che

solo per mio padre vi supplico,

supplico guardando gli occhi vostri

con occhi non ciechi, come una che è venuta alla luce

dal vostro sangue, che il disgraziato

ottenga rispetto: da voi come da un dio

noi dipendiamo infelici: avanti, concedete

la grazia insperata,

ti prego per ciò che a te è caro di tuo,

o un figlio, o la ragione, o dio. 250

Infatti non potresti vedere osservando nessun mortale che

Se il dio lo spinge,

possa sfuggire.

 

Arriva Ismene

Antigone

O Zeus che devo dire? Dove devo andare con il pensiero? 310

 

Edipo

Che c’è Antigone, figlia?

 

Antigone

Vedo una donna

Che si avvicina a noi, arriva su

Una puledra etnea; sul capo a riparo dal sole

Un cappello tessalico le copre il volto 314

Che dire?

E’, non è? Forse la capacità di conoscere erra?

Affermo e nego e non so cosa dire. Disgraziata

Non è un’altra. Proprio luminosa mi saluta festosamente 320

con gli occhi mentre si avvicina, e fa dei segnali;

questo è chiaro è il capo di Ismene e solo di lei.

 

 

Ismene

O duplici parole di padre e sorella

Le più dolci per me, come a fatica 325

Vi ho trovati e come a fatica per il dolore di nuovo vi vedo.

 

Edipo chiama Ismene w\ spevrm j o[maimon (331)  seme del mio sangue

Poi chiede dei fratelli e Ismene dice che tra loro ci sono deinav (336), fatti terribili.

Il cieco dice che quei due seguono gli usi Egiziani: in Egitto i maschi stanno in casa a fare la tela, le femmine escono a lavorare (340- 341) .

 

Le figlie di Edipo seguono il padre.

Antigone in particolare non lo ha mai abbandonato, e si trova spesso a vagare per qualche selva senza  cibo- a[sito"- senza scarpe -nhlivpou"- (349)

Ismene a sua volta gli ha portato fedelmente tutti i responsi degli oracoli.

 

La ragazza racconta che i maschi in un primo tempo hanno lasciato il trono a Creonte, poi tra loro si è scatenata e[ri" kakhv (372 e cfr. Esiodo), una brutta gara per il potere, un dominio tirannico. Il più giovane Eteocle, ha cacciato Polinice che è andato ad Argo dove ha raccolto un esercito

Questo non è un ajriqmo;" lovgwn (382)  un mucchio di chiacchiere, ajll j e[rga deinav (383), fatti terribili

Quindi Ismene riferisce l’ultimo responso dell’oracolo: i Tebani e Polinice  cercheranno Edipo per la loro salvezza che potrà dipenderà da lui.

Gli dèi che prima ti hanno distrutto nu'n qeoiv s j ojrqou'si, ora ti rimettono in piedi (394) dice al padre.

 

Arriva Teseo mosso a pietà s j oijktivsa" (556). Ricorda che anche lui ha sofferto: come Edipo fu allevato in esilio  a Trezene, dal nonno Pitteo, padre di sua madre Etra. Non può non aiutarlo perché ha patito, poi : "e[xoid  j ajnh;r w[n"(v.567), so bene di essere un uomo e che del domani nulla è in potere mio più che tuo.

Una simile dichiarazione di umanesimo, quale interesse per l'uomo e disponibilità ad ascoltarlo, leggiamo nel  più    famoso verso di Terenzio:"  :"Homo sum: humani nil a me alienum puto "[3].

Humanitas  è anche quella "che caratterizza Didone; una humanitas  divenuta carattere e sensibilità oltre che coscienza morale, consistente soprattutto nella capacità, da parte di chi ha molto sofferto, di comprendere i dolori degli altri e nella disposizione a soccorrerli"[4]. Il verso espressivo di questo tw/' pavqei mavqo" virgiliano è:" non ignara mali miseris  succurrere disco ", I, 630, non ignara del male imparo a soccorrere gli sventurati. Tale humanitas , echeggiata  dalle prime parole del Decameron :"Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti"[5], non verrà contraccambiata da Enea.

 

 Secondo Episodio 720- 1044

Passiamo a una scena successiva con  Creonte che vuole Edipo a Tebe e giunge alle minacce per raggiungere questo scopo: ha già catturato una delle figlie (Ismene) e sta per prendere l’altra. Quindi afferra Antigone. Il coro lo minaccia. Creonte rinfaccia a Edipo l’ojrghv (855) che lo ha sempre offuscato.

Edipo lo maledice invocando il Sole oj pavnta leuvsswn   {Hlio" (868) che dia a Creonte e ai suoi discendenti una vita orrenda come la vecchiaia di Edipo.

 

Cfr. Meneceo il figlio di Creonte nelle Fenicie e Megara, la figlia negli Eraclidi di Euripide

 

Il corifeo chiama aiuto e ritorna Teseo. Edipo lo informa che Creonte gli ha portato via le figlie. Teseo ordina di fermare Creonte anche per non diventare oggetto di derisione (gevlw" d  j ejgwv, 902) per la prepotenza subiìa

 

Secondo stasimo 1044-1095

Il coro profetizza uno scontro felice che libererà le fanciulle.

mavnti" ei[m j ejsqlw'n ajgwvnwn (1080). Vorrebbe essere una colomba che vola con i venti per vedere lo scontro dall’alto. Prega Zeus, Apollo, Pallade Atena e Artemide inseguitrice di cervi screziati in corsa 

(Cfr.  Edipo re. Parodo dove sono invocati dal coro questi dei e pure Dioniso)

 

Pesaro 2 agosto 2026 ore 11, 40 giovanni ghiselli

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[1] Avezzù-Guidorizzi, Edipo a Colono, p. 234 e p. 239

[2] Cfr. Edipo re, Alcesti, Prometeo.

 

 

[3]Heautontimorumenos  ,77.

[4]. A. La Penna-C. Grassi (a cura di) Virgilio, Le Opere, Antologia , p. 352

[5] Che nella fattispecie sono in particolare le donne innamorate.


Ifigenia XXX Decadenza della democrazia negli ultimi anni Settanta. La prigionia e l’assassinio di Aldo Moro: un colpo di Stato eseguito da sicari


 

“Che cosa fate voi due, appiccicati qui come piccioni? Non avete sentito la seconda campanella? Che cosa aspettate a entrare ciascuno nella sua classe? Forse la fine dell’ora? Voi mi fate perdere tempo e sottraete dei minuti sia al vostro lavoro sia  agli alunni”.

 

In quel momento aveva ragione poiché facevamo aspettare i nostri allievi per problemi che riguardavano soltanto noi. Avrei potuto scusarmi del ritardo ma non me lo consentì lo stile maleducato e offensivo di quella censura verbale.

Dissi solo: “Ora vado”.

 Appena entrato in classe però mi scusai con i ragazzi.

Lo stile di un adulto non è un fatto esteriore alla persona ma ne rappresenta il pensiero, il carattere, lo stesso destino. Insomma non dobbiamo mai chiederci perché il prossimo si comporti in un certo modo: ciascuno di noi “fa” quello che  “è”.

In greco fare -dra`n- è il verbo che significa l’azione, compreso l’agire del dra`ma; ebbene io penso che ciascuno di noi vivendo reciti la persona che è o crede di essere, perciò la vera maschera-persona appunto in latino- di ognuno è la sua faccia.

La maschera del resto può avere almeno due facce, come la testa di Giano. 

 

Il preside mio se doveva rivolgersi alle persone  presunte deboli in quanto  sottopposte alla sua autorità, usava il tono del duce sicuro di sé, imperioso  e intollerante di qualsiasi obiezione; tuttavia non era efficace, cioè non otteneva il risultato voluto, in quanto appariva presto come di fatto era: un uomo represso che voleva rifarsi,  e per smontarlo bastava non dargli importanza, ossia rispondergli con signorile noncuranza. Allora il rauco suono della sua tomba, teso ad affermare una supremazia sovrana, diventava un singhiozzo strozzato.

Nei momenti migliori quel pover’uomo  poteva manifestare aspetti di carattere non cattivo, perfino di umanità, come quando parlando con me una volta ammise di avermi fatto un grave torto nello spostarmi in una classe inferiore: “abbia pazienza professore- mi disse- summum ius summa iniuria”. Rimaneva comunque un uomo dal potere meschino, privo di ogni potenza: il summum ius , voleva dire,  non era  tanto incarnato  da lui, quanto dalla vicepreside che gli aveva potuto ordinare quello spostamento, e lui, appena arrivato nel liceo,  non aveva osato contraddire  la sua vice, una specie di factotum[1] che  nell’interregno  aveva preso in mano la gestione della scuola e aveva attirato nella sua orbita diversi seguaci tra i colleghi se non altro per i favori che poteva fare a chi le obbediva.

Se poi tale degradazione era ingiuriosa per me e danneggiava gli allievi del triennio, lui non aveva potuto fare altro.

Il suo intervento poco garbato aveva comunque ottenuto l’effetto di riavvicinare a me la collega giovane e bella.

 

Mi ero dunque mosso dal primo piano per scendere a fare la lezione  dovuta agli scolari. Nel separarmi da Ifigenia, la ragazza mi fece un cenno amichevole con volto rasserenato. Simili alla pioggia e al sole nel cielo, sul viso di lei si alternavano, talora perfino si mescolavano, sorrisi e lacrime.

 

Dopo l’intervallo c’era un’assemblea studentesca. Il popolo degli studenti si radunava nella palestra. Mentre accompagnavo i miei, attendevo un altro segno da Ifigenia sperando che sarebbe stato buono. Infatti mi venne vicina con aria amichevole e disse che intendeva parlare in assemblea. Se tornare a casa dal marito o in quella dei genitori l’avrebbe deciso più tardi. Che non avesse menzionato casa mia quale dimora fissa non mi dispiacque. Ero già aduso alla solitudine strutturale necessaria allo studio, allo sport, alla riflessione. Gli incontri in casa mia dovevano essere sporadici e festevoli. La vita privata, nel senso di familiare, non doveva prevalere su quella dedicata a me stesso e alla scuola. 

Alla fine di novembre gli studenti liceali, in particolare quelli educati da me nei due anni precedenti, non avevano fatto il callo al predominio  della nuova cricca al potere : i giovani non erano ancora deculturalizzati e spoliticizzati  del tutto come sarebbero diventati nel giro di pochi anni.

Il verso delle mode stava comunque cambiando già da tempo.

Il non impedito assassinio di Aldo Moro avvenuto in maggio era stato un segnale forte per la stessa classe politica italiana. Aleggiava nell’aria il detto di Caifas: “expedit ut unus moriatur homo”. Il tentativo del presidente della DC di avvicinare il PCI al governo non era piaciuto ai poteri veri. Le giornate tra il 16 marzo e il  9 maggio del 1978 hanno segnato una svolta nella vita politica italiana. Fu un colpo di Stato.

 Più avanti saebbero stati annientati politicamente Craxi e Andreotti per la loro insubordinazione a chi comandava davvero.

Non si erano sottomessi abbastanza al potere reale.

 

Da un paio di mesi il preside appena arrivato e i suoi complici pretendevano che a scuola non si facesse politica né cultura, che non si evidenziassero le immagini belle né le idèe originali, sovversive, secondo loro, pure se lette nell’opera di Seneca per esempio.

Tutto quanto poteva smentire il modo comune di pensare stava diventando tabù. La critica agli stereotipi del potere era già passata di moda.

Erano guardati e trattati male i pochi docenti che impiegavano i testi per aprire le menti dei giovani a quanto di intelligente e di bello c’è nell’umanità e nel mondo, al di là dei luoghi comuni imposti dalla pubblicità e dalla propaganda del potere.

Nel campo del latino e del greco docenti e discenti dovevano fermarsi a declinazioni, coniugazioni, prosodia e metrica, regole ed eccezioni vere o presunte, senza arrivare al messaggio politico, estetico e morale contenuto nei testi.

Come seppe che insegnavo il latino con la grammatica e la sintassi necessarie ma non mi fermavo lì e procedevo analizzando i testi degli autori con i loro messaggi  etici, estetici e politici avversi all’ingiustizia, alla prepotenza e alla volgarità, il preside un giorno entrò in classe senza bussare, del tutto  inopinato e  cercò di sbugiardare me e Seneca morale, del quale leggevo e commentavo la lettera 47. Disse ai ragazzini che quel finto filosofo bastonava gli schiavi. Le parole “Servi sunt, immo homines.  Servi sunt immo contubernales. Servi sunt immo humiles amici. Servi sunt immo conservi si cogitaveris tantundem in utrosque licēre fortunae (47, 1) secondo lui erano ipocrite e ingannevoli.

Gli alunni insomma dovevano pensare di meno e obbedire di più.

Pretendere che lo studio dei classici si fermi prima di dotare  i ragazzi dei mezzi della critica nei confronti delle varie tirannidi che vogliono annientare la libertà di parola, di pensiero e di sentimento, è come imporre che nel letto dove si nasce si dorma ma non si faccia l’amore, o che nel bagno non ci si lavi.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Pesaro 2 agosto  2026 ore 10, 43 giovanni ghiselli

 

p. s.

Ieri sera ho visto in televisione il film My fair lady (1964)  di George Cukor con la storia di Pigmalione che si innamora di una sua creazione. Ho rinunciato a un paio di ore di sonno notturno e di lavoro mattutino per vedere l’intero film terminato dopo le due. Eliza è interpretata da Audrey Hepburn brava, bella e fine. Naturalmente ho pensato a Ifigenia e me stesso nei primi mesi della nostra relazione e mi ha rattristato gli esiti diversi delle due storie. Ma poi mi sono consolato pensando che il risultato finale è questo romanzo grande e meraviglioso ricco di amore, di scuola, di storia, di pensiero, di cultura e di politica

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E letto in tutto il mondo. Arriverà a 3 milioni di lettori entro l’anno, spero.

 

 

 



[1] Cfr. Fortunata del Satyricon  che è la moglie e il factotum di Trimalchione:" in caelum abiit et Trimalchionis topanta est " (37, 4).