Eracle è l'eroe della razza dorica, colui che debella i mostri e porta la civiltà.
Nell’Alcesti Eracle, pur rimanendo una figura benefica, assume aspetti comici e grotteschi che forse nelle intenzioni del "maligno" Euripide, alludono alla rozzezza dei Peloponnesiaci, nemici no, poiché nell'anno della rappresentazione di questa tragedia più antica (438) era ancora in vigore la pace del 446, ma incolti, maleducati sì e parecchio.
Nell’Eracle si tratta piuttosto di mettere in cattiva luce Tebe e forse Euripide sperava che la tregua malsicura tra Sparta e Atene, la pace di Nicia del 421, non si rompesse del tutto nonostante le provocazioni di Alcibiade. Comunque nel 418 c’era stata un’alleanza difensiva di Atene con Mantinea e Argo che infatti viene indicata come patria di Eracle il quale del resto troverà una seconda patria ad Atene.
Del resto Eracle è un personaggio del mito che assume aspetti diversi: dal ragazzo giudizioso (Eracle al bivio attribuito a Prodico di Ceo nei Memorabili di Senofonte), al marito assenteista e donnaiolo (le Trachinie di Sofocle) , all’amico fedele di Teseo nell’Eracle probabilmente del 416.
Torno su alcuni aspetti dell’eroe dorico con delle aggiunte funzionali al chiarimento.
Le fatiche di Eracle-
Nel primo stasimo dell’Eracle di Euripide cìè l’uccisione di Cicno sulla costa della Tessaglia dominata dal Pelio, presso le acque dell’Anauro. Questo assassino uccideva gli stranieri.
Poi con i loro teschi edificava un tempio ad Ares, suo padre.
Ma questo Euripide non lo racconta: lo ricaviamo da altri testi
Cicno era figlio di Ares che lo aiutava, tuttavia Eracle lo uccise.
In Stesicoro c’è la variante che Eracle in una prima fase fuggì, mentre in Esiodo Eracle con Iolao sconfigge Ares, e uccide subito Cicno.
La ritirata di Eracle in Stesicoro vuole accrescere la tensione della narrazione.
La variante della ritirata temporanea di Eracle è ricordata da Pindaro nell’Olimpica X: la lotta di Cicno anche il fortissimo Eracle volse alla fuga ( travpe de; Kuvkneia -mavca kai; uJpevrbion JHrakleva, 15-17).
In Esiodo Cicno uccide i pellegrini che vanno a Delfi e Apollo spinge Eracle a combatterlo. Stesicoro aggiunge il tempio fatto di teschi. Cicno è uno di quei mostruosi predoni come Procuste che avevano modi bizzarri di uccidere gli stranieri.
Quindi Euripide ricorda l’uccisione del drago dal dorso fulvo che avvolto nelle sue spire custodiva il frutto d’oro inaccessibile delle vergini Esperidi e la raccolta dei pomi aurei.
Quindi scese negli abissi e impose la bonaccia in favore dei remi mortali.
Poi andò nella casa di Atlante e con forza eroica (eujanoriva/) sorresse le dimore stellate degli dèi (ajstrwpouv" oi[kou" qew'n, 406-407).
Secondo il racconto dello pseudoApollodoro, fu Atlante a cogliere le mele d’oro mentre Eracle lo sostituiva nel reggere la volta celeste (Biblioteca II, 113-121).
Euripide separa le due fatiche, invece in una metopa del tempio di Zeus a Olimpia Eracle è raffigurato mentre sostiene la volta del cielo con l’aiuto di Atena e riceve da Atlante i pomi d’oro.
Quindi è la volta delle Amazoni le cui schiere equestri stavano attorno alla palude Meotide dai molti fiumi Maiw'tin ajmfi; polupovtamon (409) (il mar d’Azov). Per compiere questa fatica radunò un esercito panellenico (negli Eraclidi si legge che tra gli altri c’era Teseo, 215-217). Eracle doveva portare a Micene il manto intessuto d’oro della vergine figlia di Ares, e la preda fatale del cinto (zwsth'ro" 415).
La Grecia prese le spoglie gloriose (ta; kleina; lavfura) della vergine barbara (Ippolita) e le custodisce a Micene.
In altre versioni Ippolita venne sposata da Teseo e gli diede il figlio Ippolito.
Poi Eracle distrusse con il fuoco la cagna dalle mille teste, dalle molte stragi, l’idra di Lerna tavn te muriovkranon- poluvfonon kuvna Levrna" – u{dran ejxepuvrwsen (419-421) e ne mise il veleno nei dardi. E’ un enorme serpente acquatico. Cagna denota istintualità sfrenata.
Cagna cantatrice (hJ rJayw/do;" kuvwn,v.391) nell’Edipo re è la Sfinge dal canto variopinto (hJ poikilw/do" Sfivgx, v.130), rappresenta il disordine primordiale, secondo Pasolini il crogiolo ribollente dell'inconscio. Esiodo e anche Euripide nello Ione (190-200) raccontano che Eracle per compiere questa impresa si fece aiutare da Iolao che cauterizzava le ferite dalle quali le teste mozzate cercavano di ricrescere.
Con il veleno dell’idra Eracle uccise il triswvmaton both'r j (424) il bovaro dai tre corpi di Eritìa, Gerione.
Virgilio pone Gerione e l’idra di Lerna tra i monstra all’ingresso dell’Averno.
Inoltre molti prodigi di fiere diverse (variarum monstra ferarum)
Sulla porta hanno la stalla i Centauri e le Scille bimembri
e Briareo con cento braccia e la belva di Lerna
che sibila orrendamente e armata di fiamme la Chimera,
e le Gorgoni e le Arpie e la forma di un'ombra dai tre corpi, et forma tricorporis umbrae (Eneide, VI, 285-289).
Nella Divina Commedia Gerione è una sozza imagine di froda (Inferno XVII, 7; VIII cerchio i fraudolenti). Questo Gerione ha faccia d’uom giusto, serpente nel corpo che termina in una coda biforcuta e leone nelle zampe. Cfr. l’ibrido che rimanda spesso al primitivo a una fase precivile superata.
Ecateo cerca di razionalizzare questo mito sostenendo che il figlio di Alcmena non fu mandato ejpi; nh'son tina JEruvqeian e[xw th'~ megavlh~ qalavssh~, in un’isola Eritia oltre il grande mare, cioè l’Oceano, ma che Gerione fu un re della terraferma nella regione dell’Ambracia e che di là l’eroe dorico condusse via i buoi, compiendo comunque un’impresa non ordinaria (oujde; tou'to fau'lon, FgrHist 1 F 26).
Può essere interessante confrontare questa interpretazione riduttiva della fatica di Eracle con quella di Callicle personaggio del Gorgia platonico. Il sofista afferma il diritto del più forte di prevalere sul meno forte citando dei versi di Pindaro[1] e commentandoli: “ Mi sembra che anche Pindaro esprima proprio il concetto che dico io nel canto in cui dice:
la legge è la regina di tutti
dei mortali e degli immortali:
e questa del resto aggiunge Pindaro
muove, giustificandola, somma violenza
con mano potentissima: lo dimostro
con le imprese di Eracle, poiché -senza pagarle-
dice più o meno così- infatti non conosco a memoria l'ode- dice insomma che senza averle pagate e senza che Gerione glieli avesse date in dono gli portò via le vacche, poiché questa è secondo lui la giustizia secondo natura, e i buoi e gli altri possessi dei peggiori e dei più deboli sono del migliore e del più forte” (levgei d j o{ti ou[te privameno" ou[te dovnto" tou' Ghruovnou hjlavsato ta;" bou'", wJ" touvtou o[nto" tou' dikaivou fuvsei, kai; bou'" kai; ta\lla kthvmata ei\nai pavnta tou' beltivonov" te kai; kreivttono" ta; tw'n ceirovnwn te kai; hJttovnwn" (Gorgia 484bc.).
L’ultima delle fatiche è stata la navigazione verso l’Ade dalle molte lacrime (poludavkruon, 426) da dove non è tornato
Un frammento nel quale Anacreonte sorride, sia pure tra le lacrime, della propria decadenza fisica, consapevole che essa è umana, è il 44 D.:"Son canute già le nostre
tempie e il capo è bianco,
la giovinezza piena di grazia carivessa d j oujkevt j h{bh
pavra
non c'è più , e vecchi sono i denti,
né rimane più molto
tempo della vita dolce; (glukerou' d j oujkevti pollo;~-biovtou crovno~ levleiptai)
per questo singhiozzo ajnastaluvzw
spesso qamav temendo il Tartaro;
infatti è terribile il fondo
dell'Ade, e dolorosa è la discesa
in quel buco: poiché è stabilito
per chi è sceso che non risalga più".
Anacreonte è il primo a sorridere della propria decadenza fisica: “lungo tempo non mi resta/della dolce vita più/e perciò spesso singhiozzo/per l’orrore di laggiù” (trad. Ettore Bignone).
Molti sono gli echi di questo pianto per l'irrevocabile passo cui saremo costretti tutti.
Cfr. Catullo (qui [2] nunc it per iter tenebricosum/ illuc unde negant redire quemquam , da dove dicono che nessuno ritorni, 3, 11- 12) e Virgilio (facilis descensus Averno...sed revocare gradum superasque evadere ad auras,/..hoc opus, hic labor est , facile è la discesa all'inferno..ma risalire la china e rïuscire all'aria celeste questa è l'impresa, questa è la fatica, Eneide , VI, 126, 127-128).
Poi Parini che traduce Catullo:"E già per me si piega /sul remo il nocchier brun/colà donde si nega/che ci ritorni alcun"(Ode Sulla libertà campestre, 5-8-1758), e Foscolo:"e la danzante/discende un clivo onde nessun risale"(Le Grazie, Inno terzo, vv. 148-149).
E’ la danza macabra di H. Hesse.
Eracle dunque non è tornato ed ora la sua casa è deserta di amici e il remo di Caronte attende il cammino della via senza ritorno ta;n ajnovstimon kevleuqon dei figli, un viaggio empio e ingiusto. La casa guarda al braccio di Eracle che non c’è (Eracle, v. 435). Il coro rimpiange sqevno" h{bwn il vigore della giovinezza che gli avrebbe permesso di difendere i figli di Eracle; nu'n de; ajpoleivpomai-ta'" eujdaivmono" h{ba" (441-2).
La giovinezza corrisponde all’unica felicità possibile nella vita in molte occorrenze nella letteratura
Sentiamo Mimnermo
"Quale vita (bivo~), quale piacere (terpnovn), senza l'aurea Afrodite?
Vorrei essere morto, una volta che non mi importi più di questi beni,
l'amore furtivo e i dolci doni e il letto (eujnhv[3]):
che sono i soli fiori fugaci di giovinezza
per gli uomini e per le donne; poi quando sia giunta penosa
la vecchiaia che rende l'uomo turpe (aijscrovn) e insieme cattivo (kakovn),
sempre cattivi affanni lo consumano nell'animo,
e non prova piacere neppure alla vista dei raggi del sole,
ma è odioso (ejcqrov~) ai ragazzi, spregevole (ajtivmasto~) per le donne;
così tremenda rese la vecchiaia un dio". (distici elegiaci)
Più avanti, nel secondo stasimo, c’è un biasimo vecchiaia che grava sul capo dei vecchi compagni d'armi di Anfitrione come un carico più pesante delle rupi dell'Etna ("to; de; gh'ra" a[cqo"-baruvteron Ai[tna" skopevlwn-ejpi; krati; kei'tai" (Eracle, vv. 638-640).
La giovinezza invece è bellissima pure nella povertà (v. 648).
Se gli dèi avessero intelligenza e sapienza riguardo agli uomini donerebbero una doppia giovinezza come segno evidente di virtù a quanti la posseggono, e una volta morti, di nuovo nella luce del sole, percorrerebbero una seconda corsa, mentre la gente ignobile avrebbe una sola possibilità di vita (Eracle, 661-669).
Nel Miles gloriosus di Plauto si trova un locus similis : "itidem divos dispertisse vitam humanam aequom fuit: qui lepide ingeniatus esset, vitam ei longiquam darent, qui inprobi essent et scelesti, is adimerent animam cito" (vv. 730-732), parimenti sarebbe stato giusto che gli dèi distribuissero la vita umana: a colui che avesse un carattere amabile, dovrebbero dare una vita lunga, a quelli che fossero cattivi e scellerati, portargliela via presto.
Il terzo stasimo dell’ Edipo a Colono di Sofocle annuncia la sapienza silenica e maledice la vecchiaia:"Non essere nati (mh; fu'nai) supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/ donde si venne,/ è certo il secondo bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere (kouvfa" ajfrosuvna" fevron), /quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia, discordie, contesa battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata vecchiaia impotente (ajkrate;") ,/ asociale (ajprosovmilon), priva di amici (a[filon) /dove convivono tutti i mali dei mali"(vv.1224-1238).
Di questa maledizione della vecchiaia, possiamo trovare echi nella letteratura classica: un frammento[4] di Menandro dice:" o{n oiJ qeoi; filou'sin ajpoqnhvskei nevo"”, colui che gli dei amano, muore giovane".
Virgilio la chiama "tristisque senectus "(Eneide , VI, 275) mettendola in faucibus Orci (v.273), sulla bocca dell'Orco in compagnia di pianti, rimorsi vendicatori, pallidi morbi, e diverse altre presenze inamene.
Leopardi è un dichiarato nemico della vecchiaia: in Le Ricordanze del 1829 scrive:"E qual mortale ignaro/di sventura esser può, se a lui già scorsa/quella vaga stagion, se il suo buon tempo,/se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?"(vv.132-135).
Quindi premette il verso di Menandro, come epigrafe, ad Amore e morte del 1832.
In Il tramonto della luna , del 1836, il poeta di Recanati poco prima di morire compone l'anatema definitivo dell'"età provetta": "estremo/di tutti i mali, ritrovàr gli eterni/la vecchiezza, ove fosse/incolume il desio, la speme estinta,/secche le fonti del piacer[5], le pene/maggiori sempre, e non più dato il bene"(vv.45-50).
Ebbene, a così forti biasimi vogliamo contrapporre qualche elogio della senilità cui tutti siamo avviati e alla quale arriveremo se non moriremo prima, forse schivando qualche incomodo, ma certamente perdendo parecchie occasioni, se non altre di "imparare molte cose", come ci ha insegnato Solone: “ghravskw d jaijei; polla; didaskovmeno"” (fr. 28 Gentili-Prato). E quindi consiglia a Mimnermo di cambiare quel verso dei sessant’anni e di cantare così: “ojgdwkontaevth moi'ra kivcoi qanavtou” (fr. 26 Gentili-Prato), il destino di morte mi colga ottantenne. Io andrei più in là. Mi piace ancora informare educando
Cicerone nel De senectute (del 44 a. C.) compone l'elogio più articolato della vecchiaia, facendo dire a Catone ottantatreenne:"in moribus est culpa, non in aetate "(3), il difetto sta nei costumi, non nell'età; e la pena deriva dai sensi di colpa dovuti a una vita mal vissuta:"quia coscientia bene actae vitae multorumque benefactorum recordatio iucundissima est "(3), poiché la coscienza di una vita impiegata bene e il ricordo di molte buone azioni fatte sono fonti di dolcissima gioia.
Vengono portati esempi di vecchiaie vigorose e produttive: Platone che morì a ottant'anni "scribens ", scrivendo ancora, Isocrate che a novantatré anni compose il Panatenaico, poi visse altri cinque anni, e il suo maestro Gorgia che compì centosette anni, studiando e lavorando, tanto che disse:"Nihil habeo quod accusem senectutem "(5) non ho niente da rimproverare alla vecchiaia. Insomma, secondo Cicerone, c'è una montatura negativa nei confronti dell'età avanzata. Gli indebolimenti, almeno quelli mentali, sono dovuti alla mancanza di esercizio."At memoria minuitur ", ma la memoria diminuisce; ebbene a questa obiezione-luogo comune degli imbecilli, l'autore risponde:"credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior ", lo credo, se non la si esercita, o anche se sei piuttosto stupido di natura.
Poi fa l'esempio di Sofocle che"ad summam senectutem tragoedias fecit ", compose tragedie fino alla vecchiaia estrema, e anzi si difese dall'accusa di demenza senile contestatagli da un figlio che voleva venisse interdetto, leggendo l'Edipo a Colono scritta da poco, ai giudici che naturalmente lo assolsero a pieni voti (7).
Poco più avanti (8) il De senectute ricorda anche Solone "qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri ", che dice di diventare vecchio imparando ogni giorno qualche cosa; non solo, ma a Pisistrato che gli domandò in che cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia, il vecchio legislatore rispose "senectute ", nella vecchiaia (20).
I piaceri che scemano poi sono quelli volgari del corpo: “epularum aut ludorum aut scortorum voluptates” , dei banchetti o dei giochi o delle prostitute (14) certo non paragonabili a quelli dello spirito che invece crescono. Quanto alle solite accuse di essere bisbetici (morosi ), ansiosi (anxii), iracundi , difficiles, avari, questi sono difetti dei caratteri, non della vecchiaia:"sed haec morum vitia sunt, non senectutis "(18).
Nel campo della commedia, continua Cicerone, basta guardare i due fratelli degli Adelphoe di Terenzio:"quanta in altero diritas, in altero comitas! ", quanta durezza nell'uno (Demea), dolcezza nell'altro (Micione)! Anche la vicinanza della morte non è terrificante, infatti"omnia quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis", tutto quello che avviene secondo natura deve essere considerato tra i beni (19).
E noi uomini:"in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus ", in questo siamo saggi che seguiamo la natura ottima guida come un dio, e le obbediamo, aveva già detto Catone nel prologo del De senectute (2).
J. Hilman è d’accordo con Cicerone: “I fatti dimostrano che, invecchiando, io rivelo più carattere, non più morte”[6].
Purtroppo non possiamo soffermarci oltre sull'argomento, che mi sta a cuore, anche per ragioni anagrafiche, però voglio menzionare un moderno: Italo Svevo nella cui opera, il protagonista di Senilità , Emilio Brentani, è un trentacinquenne dall'anima stanca, mentre la vecchiaia anagrafica di altri personaggi è, come nota Magris ne L'anello di Clarisse (p.198):" libertà dall'obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore, la propria capacità e vitalità".
Il coro poi annuncia l’ingresso in scena dei figli di Eracle condotti da Megara che li trascina stretti ai suoi piedi.
Pesaro 13 agosto 2026 ore 11, 11 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Fr. 152 Bowra di un’ode perduta.
[2] E’ il passer meae puellae
[3] Cfr. Medea e Alcesti dove è il mobile più importante della casa.
[4] Fr. 111 Koerte. Dalla commedia Di;" ejxapatw'n di Menandro modello delle Bacchides di Plauto.
[5] Gli avevano ridotto la prostata?
[6] La forza del carattere, p. 27.
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