Eracle è segno di contraddizione, come Cristo, come Socrate. La facies più nota, il cotè prevalente è quello dell’eroe civilizzatore e alla fine di questa sua carriera diviene h[rw" qeov", un poco come il parricida e incestuoso Edipo.
Infatti non mancano l’incesto né l’uccisione dei consaguinei al mito di Eracle.
In questa tragedia Eracle viene fatto impazzire da Era.
Prologo (1-106)
Nel prologo Anfitrione si presenta come figlio di Alceo, nipote di Perseo e padre di Eracle. Il vecchio che è Argivo, si trova a Tebe , la città degli Sparti dove regnava Creonte figlio di Meneceo e padre di Megara che Eracle sposò.
Poi però Eracle si è recato ad Argo da dove Anfitrione è dovuto andare in esilio per avere ucciso il suocero Elettrione, padre di Alcmena. Eracle per potere rimanere in Argo e portarci i suoi, ha offerto a Euristeo misqo;n mevgan (19), un alto prezzo del ritorno (kaqovdou): ejxhmerw'sai gai'an (20), bonificare la terra, liberarla dai mostri (h{mero", domestico, mite, mansueto). L’eroe è domato dagli sproni di Era, oppure agisce secondo la necessità (tou' crew;n mevta).
La forza suprema della Necessità
La necessità è la potenza superiore a tutte già nell’Alcesti del 438 e ancor prima nel Prometeo incatenato di Eschilo.
Prometeo sopporta di sapere il suo destino senza venirne schiacciato, ma sa che gli uomini non sarebbero capaci di reggere una simile tensione (v. 514): “ tevcnh d j ajnavgkh" ajsqenestevra makrw'/ ”, la conoscenza pratica è molto più debole della necessità.
Cfr. a questo proposito Curzio Rufo: “Ceterum, efficacior omni arte, necessitas non usitata modo praesidia, sed quaedam etiam nova adnovit”( Historiae Alexandri Magni, IV, 3, 24), del resto la necessità più potente di ogni tecnica, suggerì loro non solo i soliti mezzi di difesa ma anche dei nuovi. Sono i Tirii che si difendono dall’assedio di Alessandro Magno nel 332 a. C.
Avanzando nella Sogdiana Al. si trovò in difficoltà per il freddo e incendiò un bosco: “efficacior in adversis necessitas quam ratio, frigoris remedium invenit” (8, 4, 11). Ancora la necessità che prevale sulla ratio (cfr. 7, 7, 10: necessitas ante rationem est).
Il potere assoluto dell' jjjjAnavgkh verrà apertamente affermato da Euripide nell'Alcesti. Nel terzo Stasimo della tragedia più antica ( è del 438) tra le diciassette a noi pervenute, il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:
"Io attraverso le muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno" lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei'sson oujde;n jAnavgka"-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti rimedi/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie"(vv. 962-972). Da questi versi si vede che la Necessità è più forte del lovgo" , della poesia, dell'arte medica.
Alcuni versi prima, nel terzo episodio, il personaggio Eracle presente anche in questa tragedia aveva affermato l’impotenza della tevcnh nei confronti della tuvch: “non è chiaro dove procederà il passo della sorte (to; th'" tuvch"), e non è insegnabile (ouj didaktovn) e non si lascia prendere dalla tecnica (oujd j aJlivsketai tevcnh/ )” (vv. 785-786)
La fatica in corso nella tragedia Eracle è quella relativa a Cerbero: Eracle è andato nell’Ade Tainavrou dia; stoma, attraverso la bocca del Tenaro e di là non è tornato.
Nelle Rane di Aristofane (405) Dioniso chiede a Eracle di insegnargli la strada che fece quando andò a prendere Cerbero. Dove sono i porti (livmenaς) le panetterie (ajrtopwvlia) i bordelli pornei'a, le fermate, i crocicchi, le fontane (krhvnaς), strade, città. Alloggi dove ci sono meno cimici. C’è specularità tra il mondo terreno e quello infero.
La via più breve, dice Eracle è il suicidio: corda e sgabello per impiccati. Poi c’è to; kwvneion, la cicuta
Quindi Eracle racconta il suo viaggio. Si arriva a un grande lago, poi si sale su una barchetta dove un gevrwn nauvthς, un vecchio barcaiolo, ti traghetterà per due oboli (cfr. la Morte a Venezia e il VI canto dell’ Eneide). Due oboli era il compenso medio degli Ateniesi, quindi Eracle dice che laggiù li portò Teseo.
Poi si passa tra i dannati: bovrboron, fango, to; skw'r -skatovς merda, scatologia, parlare di escrementi.
Dentro ci sta chi offese l’ospite xevnon hjdivkhse, o chi ha fottuto un ragazzo senza pagarlo- h} pai'da kinw'n tajrguvrion uJfeivleto, chi ha picchiato la madre o il padre, chi ha giurato falso ejpivorkon o{rkon w[mosen (150) e il drammaturgo che commette plagio da Morsimo, scadente poeta tragico.
Più avanti si trovano gli iniziati (oiJ memuhmevnoi da muevw, inizio ai misteri) tra uno spirar di flauti aujlw'n pnohv (154) e una luce bellissima fw'ς kavlliston , come qui w[sper ejnqavde.
Là vedrai tiasi beati di uomini e donne e un gran battere di mani krovton ceirw'n poluvn (155).
Ma torniamo alla tragedia di Euripide.
Una volta su Tebe-continua Anfitrione-regnavano Lico e Dirce, poi Anfione e Zeto, figli di Zeus e Antiope.
Questi costruirono le mura di Tebe (cfr. Odissea, XI, 260-265)
I due fratelli, i dioscuri tebani, uccisero Lico e Dirce che aveva maltrattato la madre Antiope. Lico era fratello di Nitteo, il padre di Antiope e secondo alcune versioni del mito l’aveva sposata prima di Dirce. Anfione sposò Niobe.
Un figlio di Lico, di nome Lico pure lui, ha ucciso Creonte e regna su Tebe dopo essere piombato sopra la città malata per la guerra civile-stavsei nosou'san thvnd j ejpespesw;n povlin (34).
La parentela (kh'do") con Creonte, padre di Megara è per gli Eraclidi e la stessa Megara kako;n mevgiston (36).
Ora Lico, dopo avere ammazzato il padre e i fratelli di Megara, vuole uccidere anche Megara e i suoi figli poiché teme la vendetta. I perseguitati siedono sull’altare di Zeus eretto da Eracle dopo la vittoria sui Minii.
Ercole in Ovidio
Nel I libro dei Fasti[1] di Ovidio Eracle costruisce e dedica a se stesso l’ara Maxima
Qui Caco è Aventinae timor atque infamia silvae (I, 551) un mostro kakov" contrapposto a Evandro, l’uomo buono. Dall’ingresso della caverna pendono teschi e braccia inchiodate ora super postes affixaque brachia pendent (I, 557) e il suolo squallido biancheggia di ossa umane,
Squalidaque humanis ossibus albet humus (558).
I buoi rubati muggirono rauco sono (560). Ercole disse accipio revocāmen (561) accolgo il richiamo.
Il racconto è velocizzato e semplificato, il pathos è attenuato rispetto a quello di Virgilio (Eneide, VIII).
La vicenda si conclude con l’ ai[tion dell’ara Massima: il vincitore immola a Giove uno dei tori rubati e costruisce a se stesso un’ara detta
Constituitque sibi quae Maxima dicitur aram
Hic ubi pars Urbis de bove nomen habet (581-582).
E’ il Forum Boarium dove si trovava la statua bronzea di un bue.
I supplici sono bisognosi di tutto: pavntwn crei'oi, sivtwn, potw'n ejsqh'to" di cibo, bevande e vesti (Euripide, Eracle, 51-52) e mantegono la posizione nel tempio con le costole stese ajstrwvtw/ pevdw/ (52) sul pavimento nudo, senza coperte. Vengono in mente i migranti.
Degli amici, alcuni Anfitrione li vede ouj safei'", non chiari, altri ajduvnatoi proswfelei'n (56), impossibilitati a portare aiuti. Tale è la duspraxiva, la sventura per gli uomini. Non auguro a nessuno di dover provare questa prova degli amici dove non si può barare-fivlwn e[legcon ajyeudevstaton (59).
Il tema dell’amicizia e della gratitudine è presente in diverse tragedia di Euripide.
Euripide mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia in questa tragedia dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico Eracle che lo ha riportato alla luce dal regno dei morti (v. 1222).
Il re di Atene, disponendosi ad aiutare l’amico desolato dopo avere ucciso i figli e la moglie, gli dice:" cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.
Pure Sofocle attribuisce grande valore alla gratitudine considerandola una virtù senza la quale non può darsi animo nobile: Tecmessa per indurre Aiace a non suicidarsi ripete la parola chiave cavri" in poliptoto :"cavri" cavrin gavr ejstin hJ tivktous j ajeiv:-o{tou d j ajporrei' mnh'sti" eu\ peponqovto",-oujk a]n gevnoit j ou|to" eujgenh;" ajnhvr" ( Aiace, vv. 522-524), la riconoscenza infatti genera sempre riconoscenza; quello dal quale cade il ricordo del bene ricevuto, ebbene costui non può essere un uomo nobile.
Nel Filottete Neottolemo afferma che l'amicizia di un uomo capace di gratitudine vale più di qualsiasi tesoro:"o{sti" ga;r eu\ dra'n eu\ paqw;n ejpivstatai-panto;" gevnoit j a]n kthvmato" kreivsswn fivlo" " (vv. 672-673), infatti chi sa fare il bene dopo averlo ricevuto, dovrebbe essere un amico più prezioso di ogni ricchezza.
Euripide i nell'Oreste [2] fa dire al protagonista, in lode dell'amicizia di Pilade:"acquistate amici, non solo parenti:/poiché chiunque collimi nel carattere, pur essendo un estraneo,/è un amico più caro ad aversi di mille consanguinei (murivwn kreivsswn oJmaivmwn ajndri; kekth`sqai fivlo~)"(vv. 804-806).
Si può pensare del resto che già nell'Alcesti [3] il drammaturgo rappresenta una sposa la quale sacrifica per il marito la propria vita dopo che il padre e la madre di lui si erano rifiutati di donargli la loro.
Plutarco nella Vita di Solone racconta che il legislatore ateniese permise a chi non aveva figli di lasciare in eredità i propri beni anche fuori dalla famiglia in quanto “filivan te suggeneiva~ ejtivmhse ma`llon kai; cavrin ajnavgkh~” (21, 3), valutò l’amicizia più della parentela e l’affetto più dei vincoli di sangue.
Ma torniamo all’Eracle di Euripide
Entra Megara che lamenta la volubilità della sorte: da figlia di Creonte celebrato per la sua prosperità, a sposa di Eracle, ma ora tutti quei beni sono volati via ajnevptato (aor III m di ajnapevtomai) scomparsi qanovnt j (69) e noi mevllomen qnh/skein (70) stiamo per morire mentre cerco di salvare i figli come un uccello che mette sotto l’ala i pulcini (swv/zw neossou;" o[rni" w}" uJfeimevnh 72- uJfivhmi, perf m uJfei'mai).
I bambini chiedono del padre: che fa? Quando sarà qui? Illusi dall’età (tw'/ nevw/ ejsfalmevnoi, 75) cercano chi li ha generati. E io, la mamma, li porto in giro con le parole, raccontando storie (ejgw; de; diafevrw-lovgoisi, muqeuvousa, 76-77)
Ma quando le porte cigolano (puvlai yofw'si, 78) ciascuno pensando a un fatto meraviglioso balza in piedi per gettarsi alle ginocchia del padre.
Megara chiede al suocero cosa possono fare : ci sono guardiani ben più forti di noi alle uscite (fulakai; ga;r hjmw'n kreivssone" kat j ejxovdou", 83) e non c’è speranza di salvezza negli amici (83-84).
Lo stesso senso di prigionia nell’Oreste non vedi? siamo circondati da tutte le parti da guardie armate" ( oujc oJra'/"; fulassovmesqa frourivoisi pantach'/, Oreste, v. 760) replica Oreste a Pilade che lo esorta a fuggire [4].
Anfitrione sconsiglia la fretta che non conviene quando si è deboli: crovnon de; mhkuvnwmen o[nte" ajsqenei'" (87) allunghiamo il tempo dal momento che siamo deboli. Vuole temporeggiare dunque.
Megara non ha la pazienza del suocero e gli fa: hai bisogno di un altro po’ di dolore o ami tanto la luce? (luvph" ti prosdei'" h} filei'" ou{tw favo" ; 90)
Anfitrione: “sì, godo della luce e amo le speranze” (91).
Megara replica kajgwv, anche io ma non si deve credere l’incredibile, vecchio dokei'n de; tajdovkht j ouj crhv, gevrwn (92)
Il vecchio è spesso attaccato alla vita più del giovane. Anfitrione dice che nel differire ejn tai'" ajnabolai'" spesso ci sono a[kh tw'n kakw'n, rimedi dei mali (93). Se il differimento non è panacea, è policea dunque.
Ma la giovane donna non sa aspettare: il tempo nel mezzo è un dolore che mi morde (94)
Invece –fa Anfitrione-potrebbe crearsi un corso con il vento favorevole (gevnoito ou[rio" drovmo" (95) una via d’uscita da questi mali; potrebbe arrivare Eracle: il figlio mio e il compagno di letto tuo-eujnhvtwr de; sov" (97). Il letto (eujnhv) è pur sempre il mobile più importante della casa, soprattutto per la donna.
Calmati dunque e continua a illudere i bambini con delle favole (100).
Infatti anche le disgrazie dei mortali si stancano (kavmnousi kai; brotw'n aiJ sumforaiv,101) e gli eujtucou'nte" non lo sono dia; tevlou", fino alla fine. L’uomo di valore è quello che confida sempre nelle speranze (o{sti" ejlpivsin-pevpoiqen aijeiv), mentre esserne privo è da vile -ajporei'n ajndro;" kakou' (106).
Pesaro 10 agosto 2026 ore 11, 08
p. s.
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[1] Un calendario in distici composto fra il tre e l'otto d. C. quando fu interrotto, dall'esilio, al sesto libro di dodici che dovevano essere. Dovevano illustrare gli antichi miti e costumi latini.
[2] Del 408 a. C.
[3] Del 438 a. C.
[4] Un verso che ci consente di trovare una corrispondenza in "La Danimarca è una prigione" dell'Amleto (II, 2).
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