sabato 15 agosto 2026

Euripide ventunesima parte. Eracle undicesima parte. Quinto episodio.


 

 

Quinto episodio  909-1015.

Entra il messo ad annunciare teqna'si pai'de" (912) i figli sono morti,  poi stenavzeq  Jw" stenaktav, piangete poiché è il caso. Spietato crimine, deleterie mani di genitori-davioi de; tokevwn cevre"- (915).

Il Coro chiede in quale modo e[suto qeovqen ejpi; mevlaqra kaka; tavde è balzata da un dio sulla casa questa rovina (920 aor II medio di seuvw, lancio)

 

Segue la rJh'si" del Messo (922-1015)

Si stava preparando un rito per purificare la casa, presenziava coro;" kallivmorfo" tevknwn (925) il gruppo leggiadro dei fanciulli, il padre e Megara. A un certo punto il figlio di Alcmena e[sth siwph'/, si arrestò in silenzio (930).  Poi cominciò a roteare gli occhi dall’aspetto sanguigno e faceva colare bava sul mento dalla bella barba (934).

 Poi con un riso forsennato (a[ma gevlwti parapeplhgmevnw/, 935, paraplhvssw, colpisco, diatesi media: “sono colpito nella mente” ) Eracle disse che prima di compiere il rito, per non ripeterlo, deve uccidere Euristeo. Dunque deve partire per Micene dove scalzerà dalle fondamenta le mura ciclopiche. Poi fa il gesto di salire su un carro che non c’era e mostra di guidarlo. I servi ridevano e avevano anche paura e uno domandò: paivzei pro;" hjma'" despovth" h] maivnetai; (952) ci canzona il padrone o è pazzo? 

Quindi l’eroe demente mima il viaggio e dice di essere arrivato nella città di Niso (a Megara dunque), poi  si stende al suolo (955) e si apparecchia il pranzo. Poi dice di dirigersi verso le piane selvose dell’istmo (958). Lì si denudava, gareggiava contro nessuno (pro;" oujdevn j hJmilla'to, 960) e, dopo avere sollecitato l’attenzione, si proclamava vincitore (viene in mente Nerone in Grecia). Quindi pensava di essere arrivato a Micene e minacciava Euristeo. Allora il padre gli chiedeva il perché di quella alienazione (tiv" oJ trovpo" xenwvsew" th`sd  j; , 965)

 

Nella Medea di Euripide il coro nel V stasimo ricorda che Ino, una delle figlie di Cadmo,  venne rese pazza dagli dèi e la moglie di Zeus la mandò fuori dalla casa per vagabondaggio (a[lh/, 1284) come turbamento mentale.

 

 Forse lo aveva indotto al delirio il sangue versato.

Allora Eracle prepara la faretra e l’arco per ammazzare i suoi figli credendoli figli di Euristeo. I tre bambini sono terrorizzati. Uno si aggrappa alle vesti della madre, un altro si nasconde uJpo; kivono" skiavn (973) all’ombra di una colonna, un altro o[rni" w[" si rannicchiò sotto l’altare (974).

 

Il paragone tra il bambino destinato a essere ucciso e l’uccellino si trova anche nelle Troiane

O figlio, tu piangi: ti accorgi dei tuoi mali?

Perché mi hai afferrata con le mani e ti tieni stretto alle vesti, 750

Come un uccellino rifugiandoti nelle mie ali?

Domanda Andromaca

Astianatte piange e cerca rifugio neosso;~ wJseiv (751), come un uccellino sotto le ali della madre. Tutte le fatiche per partorirlo e allevarlo sono state spese a vuoto (dia; kenh`~, 758) e invano (mavthn, 760).

Andromaca chiede al bambino di abbracciare th;n tekou`san (v. 761) colei che lo ha partorito.

 

Torniamo all’Eracle

Megara, il nonno dei bambini e anche i servi gridano, ma Eracle rincorrendo il fanciullo intorno alla colonna, bavllei pro;" h|par, lo colpisce al fegato (979). Il sangue arrossa la pietra. Eracle allora gridò l’alalà della vittoria hjlavlaxe (981).

 

Cfr. Antigone  Parodo  dove

Zeus che detesta le millanterie/di grossa lingua, e avendoli visti/venire avanti con grande flusso/nella tracotanza armata dello strepito dell'oro/con il fuoco scagliato, ributta/chi sulle cime degli spalti/già si lanciava a gridare l'alalà della vittoria” (oJrmw'nt j(a)  ajlalavxai), vv. 127- 133

 

Eia Eia alalà! è un grido di esultanza e di battaglia ideato da Gabriele D'Annunzio nell'agosto del 1917 per sostituire il forestiero "hip, hip, hurrah!". Divenne famoso tra gli aviatori della prima guerra mondiale, fu usato durante l'impresa di Fiume e fu poi adottato dal fascismo.

 

 

Eracle poi si vanta di avere ucciso un neossov" un pulcino di Euristeo. Il piccolo ha pagato l’odio di Eracle per Euristeo che aveva avuto da Era la facoltà di ordinare le imprese a Eracle. Poi il pazzo tende l’arco contro il figlio rannicchiato vicino all’altare. Questo bambino si comporta da supplice cadendo in ginocchio e gettando la mano al mento e al collo del padre. Gli chiede la grazia rivendicando la propria identità di figlio . Ma il padre ruotando un feroce occhio di Gorgone (oJ d j ajgriwpo;n o[mma Gorgovno" strevfwn, 990) al modo del fabbro che batte il ferro rovente 992, abbattè la clava sul capo biondo del figlio e ne frantumò le ossa –e[rrhxe d j ojsta' (994).

 

Viene in mente il fabbro di Tegea

Nei capitoli 67-68 del primo libro delle Storie , Erodoto racconta che gli Spartani al tempo di Creso erano riusciti a sconfiggere i Tegeati solo dopo essere ricorsi alla Pizia di Delfi, la quale, interrogata, aveva risposto che dovevano riportare in patria le ossa di Oreste.

E siccome i Lacedemoni non le trovavano, erano tornati a chiederle aiuto.

Ella allora aveva cantato, in esametri: "c'è in Arcadia una Tegea, in luogo piano,/dove due venti soffiano per possente necessità,/ e colpo e contraccolpo, e male su male si posa" (kai; tuvpo" ajntivtupo", kai; ph'm  j ejp  j phvmati kei'tai,  I, 67, 4). Lì era sepolto Oreste[1] e di lì bisognava portarlo via  per vincere i Tegeati. Fu Lica , uno dei benemeriti ( tw'n ajgaqoergw'n I, 67, 5), specie di ambasciatori, a trovarlo , avvalendosi del caso e della sua sapienza[2] (kai; suntucivh/ crhsavmeno" kai; sofivh/, I, 68, 1). Quest'uomo dunque, andato a Tegea, in una fucina osservava la lavorazione del ferro e aveva un'aria di meraviglia mentre guardava (ejn qwvmati h\n oJrevwn I, 68, 1). Il fabbro allora gli disse che se avesse visto ciò che aveva trovato lui stesso, avrebbe avuto ragioni più forti per meravigliarsi: infatti, scavando nel suo cortile per fare un pozzo, aveva trovato un'urna con un cadavere di sette cubiti, ossia lungo più di tre metri. Quindi lo aveva riseppellito. Allora Lica congetturava che quelli erano i resti di Oreste. Infatti osservando i due mantici trovava che erano i venti (ajnevmou" eu{riske ejovnta", I, 68, 4), l'incudine e il martello erano il colpo e il contraccolpo (tovn te tuvpon kai; to;n ajntivtupon), e, il ferro lavorato, il male posato su male (to; ph'ma ejpi; phvmati keivmenon) desumendolo più o meno dal fatto che il ferro è stato inventato per il male dell'uomo :" ejpi; kakw'/ ajnqrwvpou sivdhro" ajneuvrhtai".

 

Poi Eracle si scaglia contro la terza vittima per sgozzarla sulle altre due. La madre però lo precede e porta il bambino dentro il palazzo. Allora Eracle, come se fosse davanti alle mura ciclopiche, scalza la porta, solleva i battenti, demolisce gli stipiti e con una sola freccia ammazza la moglie e il figlio. Quindi si lancia al galoppo per uccidere il vecchio- kajnqevnde pro;" gevronto" ijppeuvei fovnon (1001).

 

La pazzia è regressione verso la bestialità, l’ibrido della Gorgone e il primitivo.

 

A questo punto giunge Pallade che getta un masso sul petto di Eracle.

 Il colpo della dea pone fine alla strage furente e getta il pazzo nel sonno.

E’ giunta la dea intelligente per concludere l’imbestiamento di Eracle.

Allora i servi lo legano a una colonna. Il messo finisce il racconto dicendo “non so se ci sia uno più sventurato tra i mortali (ajqliwvtero", 1015).”

a[qlio" è chi fa le gare e magari vince il premio (a\qlon) ma è anche lo sventurato costretto continuamente all’a\qlo", alla gara, alla prova.

 

Cfr. Odissea: Ulisse poté tornare a Itaca ma neppure là era sfuggito alle prove, -“eij"  jIqavkhn, oujd j e[nqa pefugmevno" h\en ajevqlwn  I, 18

 

Pesaro 15 agosto 2026 ore 10, 33.

p. s.

Diversi decenni or sono una canzonaccia faceva: “ferragosto, moglie mia non ti conosco!” Oggi la moglie per molti maschi è il cellulare e non lo disconoscono mai nemmeno quando pedalano la bicicletta. Se non stai attento e non balzi altrove ti investono perfino nel marciapiede.

Sono studente, povero e indifeso. Il balzo felino di lato non mi è facile: un anno fa mi hanno ricostruito il femore. Per fortuna in certi casi l’assistenza medica sussiste in Italia, altrimenti perdevo la gamba destra perché, come sapete, sono studente e povero. Caduto dalla bicicletta e senza cellulare che non vorrei nemmeno  se avessi il denaro per comprarlo, ho chiesto aiuto a un buon Samaritano di passaggio che ha chiamato socorso. Ho subito gridato ai soccorritori: “non ho una lira!”.  Due giovani bravi mi hanno rassicurato: “qui non si paga!”. Non ho pagato nemmeno l’operazione, dieci giorni in  ospedale né i successivi 45 giorni di ricovero nell’istituto della fisioterapia. Riconosco che l’assistenza medica è stata ottima in questo caso. Ora vado da un fisioterapista privato che è bravo e buono: gli ho detto quanto povero sono e mi fa pagare poco. Ce la faccio risparmiando comunque sul cibo, cosa salutare del resto.

 

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