Eracle
Ahimé: questo è secondario tra i miei mali 1340;
ma io non credo che gli dèi amino letti che non sono leciti,
né ho mai considerato degno né crederò che attacchino lacci alle braccia
né che uno sia padrone dell’altro.
Infatti il dio se è veramente dio, non ha bisogno
di nulla: queste sono povere favole di aedi. 1346
Contro i miti che attribuiscono vizi agli dèi
Cfr. questo rifiuto dei miti immorali con quello di Pindaro che nega veridicità alla favola tràdita secondo la quale Pelope sarebbe stato mangiato dagli dèi cui il padre Tantalo lo aveva imbandito: “ Poiché tu eri sparito, né alla madre ti/portarono gli uomini sebbene ti cercassero molto,/ subito uno dei vicini invidiosi spargeva di nascosto la diceria/che ti avevano tagliato membro a membro con il coltello/nel culmine bollente dell'acqua sul fuoco,/e al momento dell'ultima portata sulle mense si / spartirono le tue carni e le divorarono./Per me è inconcepibile chiamare/ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;/una perdita tocca spesso ai malèdici. ( Olimpica I, vv. 45-54)
Nell'Olimpica IX Pindaro scrive:"diffamare gli dei è odiosa sapienza (ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), con un ossimoro che denuncia la critica filosofica dei miti, una lapidaria affermazione di ultratradizionalismo che sarà ripresa dall'Euripide postfilosofico o antifilosofico delle Baccanti :"Il sapere non è sapienza"(v.395), canta il coro delle menadi, quindi si augura di "tenere il cuore e la mente lontani dagli uomini straordinari, per accettare quello che il popolo più semplice pensa e crede"(vv. 427-432). Ebbene il tradizionalismo aristocratico di Pindaro è meno lontano dalle credenze popolari che dalla sapienza intellettualistica degli "uomini straordinari". Del resto la spienza non è a portata di tutti ma è "scoscesa"(Olimpica IX, 108).
Dio non ha bisogno di niente
L’ idea della divinità che non ha bisogno di niente si ritrova nel De rerum natura di Lucrezio: “ Omnis enim per se divum natura necessest/immortali aevo summa cum pace fruatur/semota ab nostris rebus seiunctaque longe./nam privata dolore omni, privata periclis,/ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri,/nec bene promeritis capitur nec tangitur ira” (II, 646-651), infatti ogni natura divina per sé deve fruire di un’età immortale con pace suprema, lontana dalle nostre vicende e di gran lunga distinta. Infatti preservata da ogni dolore, preservata dai pericoli, potente da sola delle sue forze, per niente bisognosa di noi, non viene accattivata dai nostri servizi buoni e non è toccata dall’ira.
Antifonte sofista e Socrate nei Memorabili di Senofonte
Un biasimo per la povertà e la trascuratezza fisica veniva rivolto a Socrate da Antifonte sofista il quale accusava Socrate di essere maestro di miseria, ma egli ribatteva che "non avere bisogno di niente è divino, di pochissimo è assai vicino al divino”[1]
Antifonte disse a Socrate che la sua filosofia non portava alla felicità poiché lui faceva una vita che nemmeno uno schiavo potrebbe sopportare:
mangi e bevi la roba più ordinaria, porti un mantello che non solo è ordinario ma è il medesimo per l’estate e per l’inverno, e vivi costantemente senza scarpe e senza tunica. Per giunta non prendi denaro che porta gioia a chi lo acquista.
Dunque considera di essere un maestro di infelicità: nomivze kakodaimoniva" didavskalo" ei\nai (Senofonte, Memorabili, I, 6, 3)
Socrate risponde che non accettando denaro non è costretto a frequentare nessuno.
I miei cibi sono ordinari ma li condisco con l’appetito, stimolato a sua volta con il movimento.
Io che vivo esercitandomi anche fisicamente sono in grado di sopportate il caldo il freddo, la fame meglio di te. Non c’è niente di meglio che evitare la schiavitù del ventre e della lascivia cercando i veri benefici. Io voglio diventare migliore e acquistare amici migliori.
“Tu credi Antifonte che felicità sia lussuria e lusso (trufhv, polutevleia), ejgw; de; nomivzw to; me;n mhdeno;" devesqai qei'on ei\nai; io invece ritengo che non avere bisogno di niente è cosa divina e siccome il divino è il meglio, esserne vicino avendi bisogno di poco significa essere vicino al meglio (I, 6, 10).
Eracle
Ho considerato però, pur essendo nella sventura 1347
che lasciando la luce mi renderei colpevole di viltà:
infatti chi non resiste alle disgrazie
non potrebbe nemmeno sostenere le armi di un nemico. 1350
Affronterò con forza la vita, verrò in città
la tua, e sento gratitudine degli innumerevoli doni.
Del resto ho assaggiato fatiche innumerevoli,
e non ne ho rifiutato nessuna, né dagli occhi
ho versato fonti di lacrime, neppure avrei mai creduto 1355
di giungere a questo, di versare una lacrima dagli occhi.
Ora invece, a quanto pare, bisogna asservirsi al destino th`/ tuvch/ douleutevon-
Su dunque: vecchio, tu vedi l’esilio mio,
e vedi che sono l’uccisore dei figli miei.
Consegnali a una tomba e vesti i cadaveri 1360
onorandoli con le lacrime (a me infatti non lo consente la legge)
appoggiandoli al petto della madre e affidandoli ai suoi abbracci,
comunità disgraziata che io infelice
ho distrutto senza volerlo. E quando tu abbia sepolto i morti nella terra
rimani ad abitare in questa città, con dolore sì, ma comunque 1365
forza l’anima a sopportare i miei mali con me.
O figli, quello che vi ha generato e messo al mondo, vostro padre
vi ha ucciso e non avete tratto vantaggio dalle mie belle imprese
che io preparavo conseguendo con fatica
bella gloria di vita per voi, un bella fruizione del padre. 1370
E te, infelice (Megara) ho ammazzato non in modo uguale
a come tu preservasti il mio letto con sicurezza
sopportando in casa lunghe custodie domestiche.
Ahimé sposa e figli, ahi anche per me,
come sono infelice e devo dividermi 1375
dai figli e dalla moglie. O tristi piaceri
dei baci e tristi compagnie di queste armi.
Sono in dubbio infatti se tenerle o buttarle via.
Esse che battendo sui miei fianchi diranno queste parole:
con noi i figli hai ucciso e la sposa; in noi hai 1380
gli uccisori dei tuoi figli. Poi io le porterò
con le braccia? Dicendo che cosa? Ma spogliato delle armi
con le quali ho compiuto bellissime imprese in Grecia
devo morire vergognosamente soccombendo ai nemici?
Non devo lasciarle bensì conservarle pur con dolore 1385
In una cosa sola Teseo dammi aiuto: vieni ad Argo
e aiutami a effettuare il trasporto del cane feroce,
perché rimasto da solo non subisca qualcosa per il dolore dei figli.
O terra di Cadmo e popolo tutto di Tebe,
rasatevi il capo e partecipate al mio lutto, andate alla tomba 1390
dei figli. Ad una voce piangete tutti
i morti e anche me: tutti siamo morti
miseri colpiti da un solo destino di Era 1393
Teseo
Alzati, sventurato, basta con le lacrime-dakruvwn a{li~
Eracle
Non ce la faccio, ché mi si sono irrigidite le membra.
Teseo
In effetti le sorti abbattono anche i forti- kai; tou;~ sqevnonta~ kaqairu`sin tuvcai.
Eracle
Ahi!
Potessi diventare qui stesso una rupe immemore dei miei mali!
Cfr T. S. Eliot:
“I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floor of silent seas” (The love song of Alfred Prufrock, vv. 73-74 (1917), avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi, con il desiderio di una vita non razionale
Teseo
Smettila, dai invece la mano all’amico che ti assiste.
Eracle
Ma non voglio astergere il sangue con le tue vesti.
Teseo
Pulisciti, senza nessun riguardo, non lo rifiuto 1400.
Eracle
Privato dei figli ho in te come un figlio mio.
Teseo
Metti il braccio intorno al mio collo: ti farò io da guida
Eracle
Una coppia di amici, ma uno è sventurato.
O vecchio, un tale uomo bisogna guadagnarsi come amico.
Anfitrione
La patria che l’ha generato infatti ha nobili figli[2] 1405
Eracle
Teseo, fammi volgere indietro perché veda i miei figli.
Teseo
A che scopo? Con questo incantesimo sarai sollevato?
Eracle
Ne sento il bisogno e voglio appoggiarmi al petto del padre.
Teseo
Eccolo, figlio: tu infatti solleciti i miei desideri.
Teseo
Così non hai più memoria delle tue fatiche? 1410
Eracle
Tutte quei mali che sostenni sono inferiori a questi.
Teseo
Se qualcuno vedrà in te una femmina non ti approverà.
Eracle
Vivo da abietto secondo te? Ma prima, non credo.
Teseo
Anche troppo: nella sofferenza non sei più l’inclito Eracle.
Eracle
Tu come eri negli inferi quando eri in mezzo ai mali? 1415
Teseo
Quanto al coraggio ero l’ultimo degli uomini.
Eracle
Come dunque fai a dire che mi sono degradato nei mali?
Teseo
Incamminati.
Eracle
Addio, vecchio.
Anfitrione
Anche a te figlio mio
ù
Eracle
Seppellisci, come ti dissi, i bambini.
Anfitrione
E me chi, figlio?
Eracle
Io.
Anfitrione
Tornato quando?
Eracle
Quando tu abbia sepolto i figli.
Anfitrione.
Come?
Eracle
Ti farò accompagnare da Tebe ad Atene
Ma porta dentro i figli, angoscia insopportabile;
noi che abbiamo distrutto la famiglia con ignominia
andremo da maledetti dietro a Teseo come scialuppe a rimorchio
Chiunque voglia acquistare ricchezza o forza-plou`ton h] sqeno~- 1425
più che buoni amici, non ha senno.
Coro
Andiamo via desolati e nel pianto
abbiamo perduto quanto ci era più caro 1428
Fine dell’Eracle di Euripide 18 agosto 2026 ore 9, 36 giovanni ghiselli
Avvertenza: il blog contiene 7 note e il greco non traslitterato
p. s.
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