martedì 18 agosto 2026

Euripide ventisettesima parte. Eracle XVII e ultima parte (versi 1340- 1428)


Eracle

Ahimé: questo è secondario tra i miei mali 1340;

ma io non credo che gli dèi amino letti che non sono leciti,

 né ho mai considerato degno né crederò che attacchino lacci alle braccia

né che uno sia padrone dell’altro.

Infatti il dio se è veramente dio, non ha bisogno

di nulla: queste sono povere favole di aedi. 1346

 

Contro i miti che attribuiscono vizi agli dèi

Cfr. questo rifiuto dei miti immorali con quello di Pindaro che nega veridicità alla favola tràdita secondo la quale Pelope sarebbe stato mangiato dagli dèi cui il padre Tantalo lo aveva imbandito: “  Poiché tu eri sparito, né alla madre ti/portarono gli uomini sebbene ti cercassero molto,/ subito uno dei vicini invidiosi spargeva di nascosto la diceria/che ti avevano tagliato membro a membro con il coltello/nel culmine bollente dell'acqua sul fuoco,/e al momento dell'ultima portata sulle mense si / spartirono le tue carni e le divorarono./Per me è inconcepibile chiamare/ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;/una perdita tocca spesso ai malèdici. ( Olimpica I, vv. 45-54)

 

Nell'Olimpica IX  Pindaro scrive:"diffamare gli dei è odiosa sapienza (ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), con un ossimoro che denuncia la critica filosofica dei miti, una lapidaria affermazione  di ultratradizionalismo che sarà ripresa dall'Euripide postfilosofico o antifilosofico delle Baccanti :"Il sapere non è sapienza"(v.395), canta il coro delle menadi, quindi si augura di "tenere il cuore e la mente lontani dagli uomini straordinari, per accettare quello che il popolo più semplice pensa e crede"(vv. 427-432). Ebbene il tradizionalismo aristocratico di Pindaro è meno lontano dalle credenze popolari che dalla sapienza intellettualistica degli "uomini straordinari". Del resto la spienza non è a portata di tutti ma è "scoscesa"(Olimpica IX, 108).

 

 

Dio non ha bisogno di niente

L’ idea della divinità  che non ha bisogno di niente si ritrova nel De rerum natura di Lucrezio: “ Omnis enim per se divum natura necessest/immortali aevo summa cum pace fruatur/semota ab nostris rebus seiunctaque longe./nam privata dolore omni, privata periclis,/ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri,/nec bene promeritis capitur nec tangitur ira” (II, 646-651), infatti ogni natura divina per sé deve fruire di un’età immortale con pace suprema, lontana dalle nostre vicende e di gran lunga distinta.  Infatti preservata da ogni dolore, preservata dai pericoli, potente da sola delle sue forze, per niente bisognosa di noi, non viene accattivata dai nostri servizi buoni e non è toccata dall’ira.

 

 

Antifonte sofista e Socrate nei Memorabili di Senofonte

Un  biasimo per la povertà e la trascuratezza fisica  veniva rivolto a Socrate  da  Antifonte sofista il quale accusava Socrate di essere maestro di miseria, ma egli ribatteva che "non avere bisogno di niente è divino, di pochissimo è assai vicino al divino”[1]

Antifonte disse a Socrate che la sua filosofia non portava alla felicità poiché lui faceva una vita che nemmeno uno schiavo potrebbe sopportare:

mangi e bevi la roba più ordinaria, porti un mantello che non solo è ordinario ma è il medesimo per l’estate e per l’inverno, e vivi costantemente senza scarpe e senza tunica. Per giunta non prendi denaro che porta gioia a chi lo acquista.

Dunque considera di essere un maestro di infelicità: nomivze kakodaimoniva" didavskalo" ei\nai (Senofonte, Memorabili, I, 6, 3)

Socrate risponde che non accettando denaro non è costretto a frequentare nessuno.

I miei cibi sono ordinari ma li condisco con l’appetito, stimolato a sua volta con il movimento.

Io che vivo esercitandomi anche fisicamente sono in grado di sopportate il caldo il freddo, la fame meglio di te. Non c’è niente di meglio che evitare la schiavitù del ventre e della lascivia cercando i veri benefici. Io voglio diventare migliore e acquistare amici migliori.

“Tu credi Antifonte che felicità sia lussuria e lusso (trufhv, polutevleia), ejgw; de; nomivzw to;  me;n mhdeno;" devesqai qei'on ei\nai; io invece ritengo che non avere bisogno di niente è cosa divina e siccome il divino è il meglio, esserne vicino avendi bisogno di poco significa essere vicino al meglio (I, 6, 10).

 

 

Eracle

Ho considerato però, pur essendo nella sventura 1347

che lasciando la luce mi renderei colpevole di viltà:

infatti chi non resiste alle disgrazie

non potrebbe nemmeno sostenere le armi di un nemico. 1350

Affronterò con forza la vita, verrò in città

la tua, e sento gratitudine degli innumerevoli doni.

Del resto ho assaggiato fatiche innumerevoli,

e non ne ho rifiutato nessuna, né dagli occhi

ho versato fonti di lacrime, neppure avrei mai creduto 1355

di giungere a questo, di versare una lacrima dagli occhi.

Ora invece, a quanto pare, bisogna asservirsi al destino th`/ tuvch/ douleutevon-

Su dunque: vecchio, tu vedi l’esilio mio,

e vedi che sono l’uccisore dei figli miei.

Consegnali a una tomba e vesti i cadaveri 1360

onorandoli con le lacrime (a me infatti non lo consente la legge)

appoggiandoli al petto della madre e affidandoli ai suoi abbracci,

comunità disgraziata che io infelice

ho distrutto senza volerlo. E quando tu abbia sepolto i morti nella terra

rimani ad abitare in questa città, con dolore sì, ma comunque 1365

forza l’anima a sopportare i miei mali con me.

O figli, quello che vi ha generato e messo al mondo, vostro padre

vi ha ucciso e non avete tratto vantaggio dalle mie belle imprese

che io preparavo conseguendo con fatica

bella gloria di vita per voi, un bella fruizione del padre. 1370

E te, infelice (Megara)  ho ammazzato non in modo uguale

a come tu preservasti il mio letto con sicurezza

sopportando in casa lunghe custodie domestiche.

Ahimé sposa e figli, ahi anche per me,

come sono infelice e devo dividermi 1375

dai figli e dalla moglie. O tristi piaceri

dei baci e tristi compagnie di queste armi.

Sono in dubbio  infatti se tenerle o buttarle via.

Esse che battendo sui miei fianchi diranno queste parole:

con noi i figli hai ucciso e la sposa; in noi hai 1380

gli uccisori dei tuoi figli. Poi io le porterò

con le braccia? Dicendo che cosa? Ma spogliato delle armi

con le quali ho compiuto bellissime imprese in Grecia

devo morire vergognosamente soccombendo ai nemici?

Non devo lasciarle bensì conservarle pur con dolore 1385

In una cosa sola Teseo dammi aiuto: vieni ad Argo

e aiutami a effettuare il trasporto del cane feroce,

perché rimasto da solo non subisca qualcosa per il dolore dei figli.

O terra di Cadmo e popolo tutto di Tebe,

rasatevi il capo e partecipate al mio lutto, andate alla tomba 1390

dei figli. Ad una voce piangete tutti

i morti e anche me: tutti siamo morti 

miseri colpiti da un solo destino di Era 1393

 

Teseo

Alzati, sventurato, basta con le lacrime-dakruvwn a{li~

 

Eracle

Non ce la faccio, ché mi si sono irrigidite le membra.

 

Teseo

In effetti le sorti abbattono anche i forti- kai; tou;~ sqevnonta~  kaqairu`sin tuvcai.

 

Eracle

Ahi!

Potessi diventare qui stesso una rupe immemore dei miei mali!

 

Cfr T. S. Eliot:

I should have been a pair of ragged claws

Scuttling across the floor of silent seas” (The love song of Alfred Prufrock, vv. 73-74 (1917), avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi, con il desiderio di una vita non razionale

 

Teseo

Smettila, dai invece la mano all’amico che ti assiste.

 

Eracle

Ma non voglio astergere il sangue con le  tue vesti.

 

Teseo

Pulisciti, senza nessun riguardo, non lo rifiuto 1400.

 

Eracle

Privato dei figli ho in te come un figlio mio.

 

Teseo

Metti il braccio intorno al mio collo: ti farò io da guida

 

Eracle

Una coppia di amici, ma uno è sventurato.

O vecchio, un tale uomo bisogna guadagnarsi come amico.

 

Anfitrione

La patria che l’ha generato infatti ha nobili figli[2] 1405

 

Eracle

Teseo, fammi volgere indietro perché veda i miei figli.

 

Teseo

A che scopo? Con questo incantesimo sarai sollevato?

 

Eracle

Ne sento il bisogno e voglio appoggiarmi al petto del padre.

 

Teseo

Eccolo, figlio: tu infatti solleciti i miei desideri.

 

Teseo

Così non hai più memoria delle tue fatiche? 1410

 

Eracle

Tutte quei mali che sostenni sono inferiori a questi.

 

Teseo

Se qualcuno  vedrà in te una femmina non ti approverà.

 

Eracle

Vivo da abietto secondo te? Ma prima, non credo.

 

Teseo

Anche troppo: nella sofferenza non sei più l’inclito Eracle.

 

Eracle

Tu come eri negli inferi quando eri in mezzo ai mali? 1415

 

Teseo

Quanto al coraggio ero l’ultimo degli uomini.

 

Eracle

Come dunque fai a dire che mi sono degradato nei mali?

 

Teseo

Incamminati.

 

Eracle

Addio, vecchio.

 

Anfitrione

Anche a te figlio mio

ù

Eracle

Seppellisci, come ti dissi, i bambini.

 

Anfitrione

E me chi, figlio?

 

Eracle

Io.

 

Anfitrione

Tornato quando?

 

Eracle

Quando tu abbia sepolto i figli.

 

Anfitrione.

Come?

 

Eracle

Ti farò accompagnare da Tebe ad Atene

Ma porta dentro i figli, angoscia insopportabile;

noi che abbiamo distrutto la famiglia con ignominia

andremo da maledetti dietro a Teseo come scialuppe a rimorchio

Chiunque voglia acquistare ricchezza o forza-plou`ton h] sqeno~-  1425

più che buoni amici, non ha senno.

 

Coro

Andiamo via desolati e nel pianto

abbiamo perduto quanto ci era più caro 1428

 

Fine dell’Eracle di Euripide 18 agosto 2026 ore 9, 36 giovanni ghiselli

 

Avvertenza: il blog contiene 7 note e il greco non traslitterato

p. s.

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[1] Senofonte, Memorabili  , I, 6, 10.

 

[2] Cfr. Il mito di Stato.


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