mercoledì 19 agosto 2026

Euripide Ione terza parte . Ione parla contro il potere- La parresia quale bene irrinunciabile.


 

Ione  sostiene la superiorità della vita ritirata su quella impegnata o tesa al potere che viene smontato del tutto :"del potere lodato a torto/l'aspetto è dolce to; me;n provswpon hJduv-, ma dentro il palazzo/c'è il dolore  (tajn dovmoisi de;- luphrav): chi infatti è beato-tiv" ga;r makavrio"-, chi fortunato tiv" eujtuchv"--/se, temendo e guardando di traverso (dedoikw;" kai; parablevpwn), trascina/il corso della vita? Preferirei vivere/da popolano felice piuttosto che essendo tiranno ("dhmovth" a]n eujtuch;"-zh'n a]n qevloimi ma'llon h] tuvranno" w[n"),/il quale si compiace di avere amici malvagi,/mentre odia i generosi per paura di attentati- ejsqlou;" de; misei' katqanei'n fobouvmeno" " (Ione, vv. 621-628).

 

Il regnum  secondo Seneca è un fallax bonum del quale non c'è da gioire: copre grande quantità di mali sotto un aspetto seducente:" Quisquamne regno gaudet? O fallax bonum/quantum malorum fronte quam blanda tegis"(Oedipus,vv.7-8), qualcuno gode del regno? O bene ingannevole, quanti mali copri sotto una facciata così lusinghiera!. Sono parole di Edipo che dà inizio al dramma descrivendo l'infuriare della pestilenza.

 

Potresti dire, prosegue Ione, che l’oro supera queste difficoltà e che è piacevole essere ricchi-ploutei`n te terpnovn-ma io non amo avere ricchezza sentendo dire parole rumorose né avere pene: ci sia per me una giusta misura che non mi dia tormento-ei[ g j ejmoi; me;n mevtria mh; lupoumevnw/ (632).

 

I vantaggi dello stare a Delfi non sono pochi: “th;n filtavthn me;n prw'ton ajnqrwvpw/ scolhvn” (634) il tempo libero la cosa più cara all’uomo, poi o[clon te mevtrion-turba misurata e nessun farabutto- ponhro;" oujdeiv" (636) che volesse scacciarmi dalla mia strada, poiché non è sopportabile cedere la via ai malvagi.

 Si pregano gli dèi, si parla con la gente, al servizio di persone contente, non di piagnoni. C’è un continuo ricambio di pellegrini, sicché tra i nuovi c’è sempre qualcuno gradevole.

La legge e la natura mi hanno reso giusto nei confronti del dio.

Dunque lasciami vivere qui dice  a Xuto: infatti uguale è la gioia di gioire per cose grandi e avere piacevolmente le piccole (646-647).

 

Il coro approva.

 

Ma Xuto insiste: pau'sai lovgwn tw'nd j , eujtucei'n d j ejpivstaso (650), smetti con questi discorsi e impara ad avere successo

Dice che lo porterà ad Atene, prima come ospite per non affliggere la moglie infeconda, poi la convincerà a considerarlo principe ereditario. Ti chiamo Ione  [ Iwna d’ ojnomavzw , un nome  che si addice alla sorte- ijwvn - poiché mentre uscivo dal sacrario del dio per primo mi sei venuto incontro, hai congiunto l’orma 662.

 

 Xuto dunque intende portare Ione ad Atene.

 

 

Il bene irrinunciabile della Parresìa.

Ione ribatte: vengo, però mi manca una cosa del mio destino-e}n de; th'" tuvch" a[pesti moi 668, se non troverò quella che mi ha partorito-h{ti"

m je[teken 669-

 Il ragazzo aggiunge che una vita senza madre è invivibile. Spera inoltre che sua madre sia stata una ateniese perché a lui spetti la parrhsiva (672) , siccome lo straniero che piomba in quella città pura- kaqara;n ej" povlin- quanto al gevno" (673) , anche se a parole diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai[1] koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675).

 

 

 

Nell’Ippolito di Euripide  (428) Fedra parlando con la Nutrice dice che non vuole disonorare il marito e i figli cui augura di vivere ejleuvqeroi-parrhsiva/ qavllonte"  (421-422) liberi in libertà di parola fiorenti nell’inclita Atene e ben reputati grazie alla loro madre.

 

Analogo concetto si trova nelle Fenicie[2] quando  Polinice risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto, che non ha libertà di parola.

Infatti, conferma Giocasta, è cosa da schiavo non dire quello che si pensa.

 

"La parresìa è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. L'esule soffre della perdita della parresìa come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresìa svolgerà un ruolo decisivo nell'Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento"[3].

 

Su questa parola chiave gioca Victor Hugo quando riporta queste parole “ingenuamente sublimi” scritte da padre Du Breul nel sedicesimo secolo: “Sono parigino di nascita e parrisiano di lingua, giacché parrhysia in greco significa libertà di parola della quale feci uso anche verso i monsignori cardinali”[4].

 

Pesaro 19  agosto 2026 ore 17, 16 giovani ghiselli

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[1] Forma poetica equivalente a kevkthtai.

[2]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.

[3] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 21 n. 2.

[4] Notre-Dame de Paris, p. 38.


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