lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXI La pioggia catartica, i pensieri, i ricordi più o meno belli, la corsa alata. L’eterno non marito.


 

Domenica 5 agosto fu una giornata piena di meditazioni pullulate da stati d’animo  contrastanti tra loro. Alle 11, come al solito, non trovai la posta che aspettavo da Ifigenia. Pensai che non c’era più posto per me nel suo cuore perfido e nel suo corpo dai recessi  infernali, nonostante il telegramma. La promessa dell’espresso non era stata mantenuta. Sicché la maledissi.

“Un’Erinni feroce vaga dentro i buchi neri del corpo e della  mente” pensai.

 Tuttavia vivevo ancora nella determinazione sostanziale del rapporto malato con lei che mi costringeva a pensarla.

Sicché mi aggiravo  nel bosco con l’anima buia e il volto probabilmente deformato dal brutto colore dell’odio, finché, verso le due, anche il cielo si rabbuiò, quindi si mise a piovere forte.

L’acqua cadeva a righe invece che a gocce. Ero tutto bagnato mentre sentivo il dolore della fine di un’epoca di tripudi amorosi. Quella fase era giunta alla fine. Intanto, pensavo: “ quet’amore orribile sta scendendo giù per la china onde nessun risale”.

 Invero avrà momenti di ritorno e di ripresa molto più tardi. Nel tempo dell’amore postumo.

 

Breve salto nel futuro rispetto al giorno che sto raccontando. Le stesse cose ritornano, però un poco cambiate ogni volta.

Ora ricordo un nostro concubitus postumo rispetto alla storia principale. Era il 24 dicembre di un anno del secolo scorso già vicino a finire, intorno al 1998. Da tanto tempo facevamo entrambi altre vite, vite diverse. Io avevo una relazione con una donna sposata, una collega  che per le vacanze di Natale mi aveva ricordato i divieti quasi sempre  imposti all’amante dal marito alla malmaritata.

Dunque ero solo a Bologna come sempre dopo l’exitus finale dei miei cari di Pesaro. Solo come oggi dopo altri decenni. Non mi dispiace più da quando faccio dipendere il mio contento come lo scontento di me stesso, soltanto da me. Non mi scontenta più nemmeno l’inverno: durante l’ultimo leggevo e scrivevo tutto il giorno a parte la camminata tuttora necessaria, in aggiunta alla bicicletta,  perché si riformi il muscolo della coscia destra devastata dall’operazione il 10 luglio scorso.

Quel pomeriggio della fine del secolo scorso dunque sentìi squillare il telefono. Credetti che fosse la sposa infedele  andata nel garage o nel bagno per farmi gli auguri di nascosto, come era successo più volte in altre occasioni. Nemmeno quei rapporti erano equilibrati: le amanti potevano cercarmi, io solo rispondere.

Dissi “ciao tesoro, buon anno” chiamandola per nome, invece era Ifigenia.

Mi scusai. Mi chiese se volevo vederla. “ Come no?”, feci io senza esitare. Ero molto meravigliato dalla inopinata proposta e curioso  di vedere quale fosse diventata dopo tanti anni. Volevo sentire le novità. Andai a prenderla e facemmo un giro sui colli. Ci fermammo sul monte Donato dove salivamo con le biciclette quando si era più giovani.

La scrutavo, le facevo domande, la ascoltavo con attenzione. Era parecchio ingrossata nel corpo e indebolita all’interno: parlava con qualche difficoltà, senza chiarezza. Il viso era alquanto afflosciato: le guance apppesantite  già un poco cadenti, dagli occhi era sparita l’antica luce , la bocca molto dipinta era tutta slentata. Anche io stavo diventando vecchio, forse più di lei, anche peggio. La sua vecchiezza significava la mia decrepitezza.

 Tuttavia poi si andò a casa mia e si fece il massimo consentito a due povere creature senescenti, mortali e destinate alla putrefazione.

Ma quella notte di Natale fu bella oltre che santa. “Tu scendi dalle stelle o re del cielo!”, cantavo rimasto solo e pieno di gratitudine. Il nonno materno mi ha lasciato anche l’amore per il canto: studiava da tenore al conservatorio Rossini di Pesaro ma a 22 anni tornò a Sansepolcro con la nonna Margherita diciottenne innamorata di lui, una ragazza minorènne all’epoca o minorénne come pronunciava lei pur dopo 45 anni passati in Toscana.

 

  Ora però torniamo alla tempesta, emotiva e atmosferica, del 5 agosto del 1979. Sbagliavo ad aspettarmi quanto la povera amante non poteva darmi.

Non avevo compiuto 35 anni ed ero ancora piuttosto trasognato.

Il vento scuoteva i rami dei salici piegati in basso e tuffati nell’acqua fluttuante del lago  agitato dal vento. Si muovevano in modo strano come i remi stregati di un vascello fantasma. L’abito letterario mi fece rammemorare Leopardi: “ dovrei essere pensoso di cessar dentro quell’acque la speme e il dolor mio?”

“Neanche per sogno-mi risposi- e non solo perché quell’acque sono poco profonde e mi farebbero restare asciutto dalla cintola in su. Mi vedrebbero dal ponticello, si metterebbero a ridere, a canzonarmi e diverrei ridicolo perfino ai miei occhi”.

Feci un sorriso e  mi resi conto che la vita, tolto il dolore irragionevole della lettera mai arrivata, era varia, piena e ricca di ogni bellezza. “Ma sì, mi dicevo-se ne ha trovato un altro, uno del suo stampo, tanto meglio per lei e pure per me. Negli ultimi tempi aveva cercato di ingelosirmi, per sottomettermi. Mezzucci  da donnicciole, comari ignoranti, disgraziate e maligne che non ottengono il risultato sperato con un uomo troppo diverso dalla loro natura,  ordinaria e pure meno. Intriganti dalla lingua bugiarda. Io merito un amore senza sospetti, pensieri maliziosi, ignobili partite a scacchi, menzogne triviali. Di pulizia e chiarezza ho bisogno”.

Il vento scuoteva le foglie facendomi cadere le gocce di pioggia  sulla testa che ne veniva ribattezzata. L’aria  era pulita come non la vedevo da tempo. In quell’atmosfera Ifigenia non aveva più posto. I suoi difetti non avevano  neppure l’ambiguità estetica irradiata dal suo splendido corpo. Quella luce del resto era intermittente oramai.

Alcuni ragazzini passavano con le biciclette dentro grandi pozze di acqua sollevando alti spruzzi. A casa avevo la mia Colnago gialla che mi aspettava per altre scalate e per i giri  nella campagna autunnale quando il grano emerge rinascendo e rinnovando la vita.

Allora, come ogni autunno, mi sarei inginocchiato sussurrando con le lacrime agli occhi : “ecco io mi prostro, o benedetto pane quotidiano  rinascente dal suolo quale erba verde e lucente”.

Per ragioni letterarie ma anche economiche adoro il grano: quello prodotto dalle terre di mia nonna contribuiva al mio mantenimento agli studi.

Un amore vecchio, cattivo e malato per una donna che non mantiene le promesse è un cancro: antiquus amor cancer est[1]. Una relazione orrenda: operabile,  da operare. Mi mossi verso lo stadio per correre i 5000 metri dovuti alla mia volontà di  mantenere la  salute fisica e ritrovare quella mentale.

La pista di terra rossa era bagnata e pesante: non pensavo di fare un buon tempo. Invece presi subito un ritmo elevato. Al posto delle gambe snelle sentivo di avere le ali. Schivavo le pozze dove si abbeveravano dei cani  mansueti, saltavo quelle più piccole con vespe e farfalle, sorelle e creature di Dio. I cani sono cugini di secondo grado tutt’al più. E soltanto se non mordono né fanno cagnara come gli uomini stupidi e rabbiosi.

Talora dovevo allungare il percorso scostandomi dalla corsia più interna, prossima al prato e molto bagnata. Correvo bene: procedevo con pathos e con logos, con tutta la potenza che avevo e sapevo di avere, con gioia. Il terriccio che ogni tanto mi schizzava addosso, non mi rallentava. Un quarto di giro oltretutto lo correvo lottando contro il vento, ma ero così forte e fiducioso in me stesso che avrei assorbito un uragano, come gli uomini dell’avvenire immaginati da József Attila: “essi saranno la mitezza e la forza”.[2]

Impiegai 19 minuti e 27 secondi: un tempo discreto. Lo dedicai alle donne del mio avvenire. Saranno donne maritate e non separate per evitare rischi di altre relazioni penose.

Non lo sapevo ma a sessanta anni  avrei  rischiato di sobbarcarmi una vergine per imparare dell’altro, però grazie a Dio  anche questa dopo anni fuggì lontano sistemandosi come sperava. Non ho potuto cambiare il mio destino, né l’ho voluto. Sapevo già da bambino che niente è più forte della Necessità. Diventato vecchio, ho constatato che  le vergini non sono fatte per me.

 Le due donne più importanti della mia vita, Helena e Päivi, erano ragazze madri. Kaisa era una ragazza sposata con un figlio. Altre erano varie ma tutte non adatte a maritarsi con me dato che io non sono predisposto alle nozze: anzi ne sono mentalmente, spiritualmente incapace. Mi fanno ribrezzo.

Comunque tutto mi sarà perdonato da Dio chiunque egli sia, perché ho amato molto. Se mi fossi sposato avrei amato assai meno e sarei stato perdonato molto meno.

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Pesaro 31  agosto 2026 oe 10, 17 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Satyricon, 42.

[2]  Ok lesznek az erő és szelídség . Gli uomini dell’avvenire.


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