Leggo su l’ultimo venerdì di “la Repubblica”, uscito ieri, che la potentissima agenzia Uta ha scaricato Susan Sarandon per le sue posizioni su Gaza. Copio alcune parole dell’intervista all’ottima l’attrice ottantenne perché la stessa repressione ho subito da parte di alcune organizzazioni cui non sono piaciuto per le mie critiche politiche e perfino letterarie.
Leggiamo dunque una domanda alla Sarandon e la sua risposta:
“La brusca rottura con l’Uta dopo tanti anni di collaborazione ha avuto conseguenze nella sua carriera?”
“Gravi conseguenze: continuo a essere esclusa da molti progetti, ma sono grata a loro per avermi dato l’opportunità di mettere alla prova le mie convinzioni morali. Non potevo rimanere in silenzio durante un genocidio, durante l’uccisione di bambini. Io, come madre, come essere umano, non ci ho pensato due volte. E’ stato uno shock, perché lavoravo con i miei agenti da una decina d’anni”.
Io non sono padre né nonno eppure non ci ho ugualmente pensato due volte e non ho esitato a denunciare il genocidio perpetrato a Gaza anche se tenevo una conferenza su Virgilio o su Eschilo. In alcuni casi è scattata la repressione con l’esclusione. Meglio così. Certe associazioni hanno mostrato il loro vero volto e io mi sento sempre più libero di scrivere e dire quanto ritengo sia giusto e pure mio dovere morale. Scrivo e parlo per togliere la maschera di ipocrisia e falsità a tanta propaganda che cerca di inebetire la popolazione. I lettori prossimi ai tre milioni, uno dei quali negli Stati Uniti, mi motivano a scrivere quello che voglio e alcune biblioteche mi lasciano parlare liberamente senza limitare la parresìa che è il fondamento della democrazia.
Il bene irrinunciabile della Parresìa.
Ione protagonista eponimo di una tragedia di Euripide, invitato ad Atene risponde : “vengo, però mi manca una cosa del mio destino-e}n de; th'" tuvch" a[pesti moi 668, se non troverò quella che mi ha partorito-h{ti"
m je[teken 669- l ragazzo aggiunge che una vita senza madre è invivibile. Spera inoltre che sua madre sia stata una ateniese perché a lui spetti la parrhsiva (Ione, v. 672) , siccome lo straniero che piomba in quella città pura- kaqara;n ej" povlin- quanto al gevno" (673) , anche se a parole diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai[1] koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675).
Nell’Ippolito di Euripide (428) Fedra parlando con la Nutrice dice che non vuole disonorare il marito e i figli cui augura di vivere ejleuvqeroi-parrhsiva/ qavllonte" (421-422) liberi in libertà di parola fiorenti nell’inclita Atene e ben reputati grazie alla loro madre.
Analogo concetto si trova nelle Fenicie[2] quando Polinice risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto, che non ha libertà di parola.
Infatti, conferma Giocasta, è cosa da schiavo non dire quello che si pensa.
"La parresìa è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. L'esule soffre della perdita della parresìa come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresìa svolgerà un ruolo decisivo nell'Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento"[3].
Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato
Pesaro 29 agosto 2026 ore 11, 38 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Forma poetica equivalente a kevkthtai.
[2]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.
[3] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 21 n. 2.
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