|
Quella sera, solo davanti al televisore nella cucina sconvolta, vidi la Loren giovane e mi sembrò simile a Ifigenia. Per tutto il tempo del film sentii la dolorosa mancanza della compagna precaria;
quando fu finito, pregavo che mi telefonasse, come faceva solitamente dopo uno spettacolo visto da entrambi in luoghi diversi; infatti non mancò di chiamarmi, e mi rese felice. Le dissi che se mi avesse dato una mano sarei divenuto il più grande scrittore, non di tutti i tempi, poiché superare Omero, i tragici greci, Lucano, Petronio, Apuleio, Dante, Machiavelli, Foscolo, Leopardi, probabilmente non era alla portata mia, e forse nemmeno i massimi autori del Novecento avrei potuto battere nella nobile gara della bellezza, siccome anche Joyce, Proust, Kafka, Thomas Mann, Musil e Pirandello sono dei giganti; ma il migliore vivente sì perbacco, mi era possibile diventarlo, non era fuori dalla mia portata superare tali nani e lei di conseguenza poteva assurgere al podio delle prime attrici del mondo. Ci ridemmo sopra, poi ci salutammo. Credevo davvero a quanto le avevo detto sia pure con tono scherzoso, poiché fa parte della mia autoeducazione prefissarmi mete alte, difficili, quasi inarrivabili, e cercare di raggiungerle mettendoci tutte le forze e moltiplicandole durante tutto il tempo necessario all’impresa. Vedete quanti anni sono passati da quel giorno. Ho superato i tre milioni di lettori in tutto il mondo. Andai a letto con le lacrime agli occhi pensando che la ninfa mi piaceva ancora e aveva le qualità essenziali per farmi da Musa, Calliope o Melpomene 4 ispiratrice di un capolavoro che avrebbe fatto epoca e rieducato il meglio dell'umanità. Non sapevo che il 15 di quello stesso mese di marzo mi avrebbe lasciato una prima volta, e il 13 giugno una seconda, in modo irreparabile, tanto da indurmi a considerarla perduta piuttosto che solo smarrita come due mesi prima, a chiudermi in casa e a sposare me stesso per dare alla luce questo romanzo nella solitudine immensa e spaventosa di un anno pur confortato dalle rare, preziosissime visite sue, e negli anni successivi di altre giovani donne grazie al cielo benigno che mi voleva presente, vivo, e tenuto in forze dalla coscienza di mettere al mondo qualche cosa di bello, di proficuo per quanti mi avrebbero letto in futuro in tutti i continenti. Allora non potevo sapere quanto tempo sarebbe stato necessario per scriverlo tutto intero, poi correggerlo, limarlo ad unguem , dargli la mano estrema. In ogni caso contavo di non scoraggiarmi e di non morire nel darlo alla luce, quando forse avrei avuto quaranta anni o sessanta partoriente annoso. Da allora ho pubblicato diversi libri e centinaia di articoli. Oggi la falange costituita dai dolori e dalle gioie della mia vita marcia in ranghi compatti verso l’ottantaduesimo compleanno e ancora non ho terminato il mio compito con questo mio opus maximum che non è ancora perfetto. Ma poco ci manca.
Nota 4 La prima è la Musa della poesia epica, quindi anche del romanzo che Hegel nell'Estetica definisce "la moderna epopea borghese"(trad. it. Feltrinelli, Milano, 1978, p.1447); la seconda è l'ispiratrice dei tragediografi.
Pesaro primo ottobre 2026 ore 0, 35 giovanni ghiselli
p. s. Statistiche del blog All time3233411 Today4525 Yesterday3906 This month262043 Last month307804
|
Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
mercoledì 30 settembre 2026
Ifigenia CXLVII Il progetto del mio opus maxinum. Il Vangelo e Testamento che state leggendo.
Ifigenia CXLVI. Il proposito di dare ordine al caos.
|
Il giorno seguente, martedì dieci marzo, di mattina feci lezione senza potere impiegare, qualunque esse fossero in quel tempo, tutte intere le capacità della mia mente. Il pomeriggio, in casa da solo, avevo bisogno di riflettere. Indagare sul significato del rapporto con la bella ragazza che mi stava sfuggendo era la mia attività mentale più viva. Sapevo che per raccontare la nostra storia in maniera che fosse interessante per tutti, dovevo allenarmi a coglierne giorno per giorno gli aspetti essenziali e universali. Mettermi nei panni di un lettore sensibile, intelligente e non ignorante. Se invece lo scopo era riconquistare l'amore della giovane donna, bisognava che comprendessi perché l'avevo perduta, e il mezzo migliore per arrivare all'intelligenza di tanti fatti contraddittori e confusi, era dare ordine al caos, trarre luce dal fumo-1. Del resto capire perché con Ifigenia avessi fallito, sarebbe stata una necessità anche nel caso che avessi voluto cambiare compagna; e in ogni modo la comprensione degli errori fatti nell'opera educativa di questa amante, un’attività dove avevo impiegato tempo, energie, sentimenti, era indispensabile per la mia parte pubblica, cioè politica. Non mi bastava imparare nozioni: volevo suscitare energie morali e sensibilità estetica nei miei discepoli. Per ottenere tale risultato dovevo risultare credibile, utile e pure piacevole. Perciò, sia per arrivare al capolavoro auspicato, sia per ricominciare degnamente con Ifigenia, o, per iniziare ancora più degnamente con una migliore di lei, sia per educare i miei uditori e lettori di buona natura, dovevo trovare la causa più vera della nostra degradazione amorosa e umana.
Ifigenia talora aveva incoraggiato il mio proposito artistico: una sera di febbraio, dopo avere letto gli appunti che avevo preso nei giorni di solitudine, parole rievocative di eventi tristi e lieti, disse che dovevo cominciare a comporre la grande opera letteraria, poiché il talento lo avevo, e il mancato successo del dramma non significava che alle mie parole mancasse una forza ricca e straordinaria-2. Una potenza che avrei dovuto disciplinare però, e incanalare in uno stile epico fluente come l'acqua di un fiume ampio e maestoso. Ricordando questi suggerimenti, pensavo di avere ancora bisogno della sua presenza. Temevo che se mi avesse lasciato troppo per tempo, sarei diventato una schifezza di uomo: ingrassato, perduti o imbiancati i capelli, caduti o cariati i denti, sbiadita l’espressione del viso non più significativo; avrei smesso di leggere, mi sarei ubriacato, e una volta completamente brillo, sarei andato a ingiuriare-3 le cattive signorine 3bis sul lungomare di Misano bestemmiando Dio e tutti i santi a partire dall’onesto Giovanni e rinnegando in tal modo il mio stesso nome siccome divenutone indegno ; insomma avrei ucciso le mie potenziali capacità di fare le cose egregie delle quali però mi sarebbe rimasto il desiderio frustrato tragicamente: allora i rimpianti e i rimorsi mi avrebbe spinto ad ammazzarmi lanciando bestemmie da fare inorridire le stelle. Era stata Ifigenia a evocare la parte migliore di me, e lei soltanto poteva portarmi al compimento di un'opera grande e meravigliosa. Certo, le mancavano la finezza, l'autenticità e la forza mentale che avrei voluto nella mia compagna di vita, però aveva determinazione per gli scopi che le stavano a cuore davvero, e la mia realizzazione artistica poteva importarle , se non altro perché, di riflesso, avrebbe procurato fama e successo pure a lei. Ma soprattutto Ifigenia aveva ancora l’aureola della bellezza, consolatrice di tutti gli affanni. Avvertenza: il blog contiene tre note e mezzo con il greco non traslitterato
Not
1Cfr. Orazio, Ars poetica, v.143: "non fumum ex fulgore, sed ex fumo dare lucem/cogitat..", non pensa di trarre fumo dallo splendore, ma luce dal fumo. Il soggetto è Omero.
2Cfr. Shakespeare, The tempest:"But doth suffer a sea-change/into something rich and strange
3Cfr. Aristofane, Cavalieri: “mequvwn te tai'" povrnaisi loidorhvsetai" (v. 1400), e ubriaco oltraggerà le puttane.
3 bis Per le “cattive signorine” cfr. invece Cocotte di Gozzano. Come vedete è tutto testimoniato dalla tradizione letteraria europea nobile e antica.
Pesaro 30 settembre 2026 ore 21. giovanni ghiselli p. s. Statistiche del blog All time3232758 Today3872 Yesterday3906 This month261390 Last month307804
|
Ifigenia CXLV Il viaggio del ritorno a Bologna. Gli eventi confatali. Il destino stratega.
|
Dopo cena partimmo diretti a Bologna. Durante il viaggio l'accordo tra i demoni nostri si ruppe, senza una causa precisa; forse perché uno dei due non è buono, oppure perché sono cattivi entrambi, e in maniera diversa; fatto sta che litigammo di nuovo, e i benefici di quel pomeriggio fatato andarono in fumo. Mentre guidavo pensavo alle prossime lezioni nella quarta ginnasio, non troppo stimolato invero; quindi, per necessaria compensazione, meditavo sull'opera letteraria che avrei iniziato presto: un dramma, o un romanzo con due amanti tragicamente travagliati e ostacolati da iniquità sociali, nevrosi personali e contrasti reciproci, ma alla fine trionfanti nel cielo dell'Amore e dell’ Arte. Mi compiacevo di tale disegno e di tanto ottimismo. Bisognava però trovare le forme e antivedere l'esito della nostra esperienza: in quale modo avremmo dovuto stimolarci noi due per arrivare allo scopo grandioso di spingere un popolo intero al bello morale? La compagna di viaggio sonnecchiava sebbene non fosse tragicamente tardi. Di sua iniziativa non diceva parola, e, quando le domandavo qualcosa, rispondeva, or sì or no, a monosillabi. Alla lunga mi diede fastidio, e un poco alla volta i sentimenti amorosi si dileguarono lasciando posto al risentimento. Mi venne in mente un altro viaggio, fatto in tempi meno malsani: allora la ragazza mi aveva raccontato che sua sorella, durante le ore di guida del fidanzato sui lunghi percorsi autostradali, invece di aiutarlo a vincere il sonno nemico parlando con lui, dormiva, o fingeva di farlo, poiché non aveva niente da dirgli. La stessa scappatoia prendeva la madre mia quando mio padre, cui piaceva parlare, dava segno di dare la stura alle sue tante parole protendendo un braccio con fare elocutorio. Al pensiero che i dissapori parentali si ripetessero tra noi, mi venne l'angoscia. Volli provare se tale pena fosse scaturita solo dagli antichi dolori miei, o se avesse una causa nella realtà che stavamo vivendo. Domandai a bassa voce:"Dormi tesoro?" "No-rispose con aria stanchissima e pigra-, ma ho tanto sonno". "Ho sonno anche io-ribattei, quasi polemicamente-, ci facciamo compagnia per un poco?". "No: ho troppo sonno. Ti prego, lasciami dormire". Non le chiesi altro; avevo già provato a me stesso che la mia angoscia era stata causata dal solito suo cronico atteggiamento da parassita egoista: se eravamo entrambi assonnati, non capivo perché io dovessi vegliare per riportarci a casa e lei potesse dormire, o fingere di dormire. La bella ragazza, la necessaria Musa, davanti a me si toglieva ancora le mutande odorose, grazie a Dio, però con me non voleva parlare più, poiché non era punto disposta a collaborare. Questo pensiero, dopo le radiose speranze del pomeriggio, mi rodeva di nuovo. "E' il suo egoismo colossale, schifoso, a guastarmi l'umore, a darmi l'angoscia, a corrompere ogni gioia mia che non condivide, come non vuole collaborare a niente di serio e impegnativo". Ero pieno di risentimento. Alla stazione Affi, lago di Garda sud , mi fermai e scesi per un caffé, senza invitarla. Quando fui tornato ed ebbi ripreso a guidare, quella doveva avere capito qualche cosa del mio stato d'animo, preoccupandosene, per sé naturalmente; fatto sta che alzò la testa e mi chiese:"Allora di cosa vuoi che parliamo?" "Del mio capolavoro", dissi con tono secco e astioso. Poi tacqui. Ma dopo qualche secondo, siccome la Musa nemica non sembrava intenzionata a fare altre domande, aggiunsi una provocazione che era anche una mezza dichiarazione di guerra. "Voglio scrivere un'opera d'arte sulla nostra storia; perché ne resti il ricordo una volta che sarà finita del tutto ". A questo punto la ragazza si svegliò completamente e domandò irritata:" Ebbene? Che cosa dovrei fare io?". Allora, per bilanciare i toni della conversazione che speravo continuasse almeno fino a Mantova est, con voce addolcita risposi:"tu potresti leggere gli appunti di questi ultimi due anni, non sono molti, e sottolinearne, magari commentarne le parti degne di entrare, rielaborate, nel capolavoro tuo e mio". Speravo in una risposta conciliante, invece avevo scatenato il risentimento suo, e il demone funesto della nostra competizione cattiva- e[ri~ kakhv-[1]. Infatti rispose:"Se avrò tempo, li leggerò dopo il mio esame. Fino a tutto giugno non posso: devo pensare ai compiti verso me stessa, prima di assecondare la tua volontà di successo". "Senti come ha imparato la parte della Nora di Ibsen 32", pensai. "Ho capito", risposi, e non le rivolsi più la parola. Mi ripugnava il suo parassitismo metodico nei miei confronti , il recitare evidente e continuo, la volontà di sfruttarmi da parte di quel rettile velenoso rivestito del corpo di Venere. Da me aveva appreso, preteso e preso tutto quanto le era stato possibile, e in cambio non voleva darmi più niente altro che il suo corpo, tomba della sua anima oramai. Eppure anche dai suoi rifiuti potevo imparare, almeno finché la sofferenza del precipitare retrogrado, non fosse diventata una rovina totale e la mia vita un cumulo di macerie. Comunque sarebbe stato difficile staccarsi del tutto da Ifigenia siccome avevo gettato dentro di lei le radici dell’ identità nuova che avevo trovato nel tempo della relazione con lei. Arrivati a Bologna, la scaricai davanti al cancello, senza aiutarla a portare i bagagli davanti all’ingresso del suo covo di belva: la salutai freddamente dall'automobile. Imparare soffrendo, sì; ma farsi calpestare, no, nemmeno dall'aurea Afrodite. La odiavo. Tornai a casa mia dove sentii di essere solo nel mondo. Ma non mi dispiaceva dato il mio fatalismo. Avevo capito che la rovina del nostro rapporto, la sua tragica fine imminente e l’inizio del mio capolavoro erano due eventi confatali –confatalia 33 suneimarmevna 34- e, dato il mio amor fati, dovevo collaborare con entrambi. Le radici nuove sarebbero state rinnovate un’altra volta e potenziate attraverso lo scrivere, Stratega del mio agire doveva essere sempre il destino. Il mio destino che amavo siccome mi identificavo con lui.
Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.
Not 32 Cfr. Casa di bambola, ultima scena. 33 Cfr. Cicerone, De fato, 30. 34 Cfr. Plutarco, Peri; eijmarmevnh~ 569F
Pesaro 30 settembre 2026 ore 18, 51 giovanni ghiselli p. s. Statistiche del blog All time3232437 Today3551 Yesterday3906 This month261069 Last month307804
|
[1] Cf.r. Sofocle, Edipo a Colono, 372 a proposito della brutta competizione per il potere tra Eteocle e Polinice.
Introduzione alla storiografia decima parte.
1. La conoscenza dei fatti storici e di quelli letterari è indispensabile alla crescita della persona. Cicerone. C. Pavese. Leopardi e il “secolo di ragazzi”. Alcuni non diventano mai uomini: H. Hesse, Esopo: Prometeo e gli uomini. Il gregge attaccato al piuolo dell’istante Il benessere dell'albero per le sue radici: la storia antiquaria di Nietzsche. T. Mann: la storia è quanto è stratificato sotto di noi. Ancora T. S. Eliot : il senso storico, la maturità della mente, e la visione d’insieme di tutta la letteratura europea che ha un’ esistenza simultanea.
Difficile e tardiva è la distinzione tra mito e storia. Il genealogo Ecateo, in quanto studioso del mondo eroico, non può negare il presupposto fondamentale di quella storia eroica ch’egli tratta: il commercio, cioè, fra uomini e dèi.
S. Mazzarino sul rapporto fra le Storie di Polibio e la tragedia storica romana.
Erodoto riferisce anche leggende e racconti cui non è tenuto a credere. Livio: all’antichità si conceda la licenza di rendere più venerabili i primordi della città mescolando l’umano con il divino. Curzio Rufo dà notizia di un racconto tràdito cui non crede. Così pure Arriano.
La storia nasce dalla poesia.
Vico[1]: la storia romana si cominciò a scrivere dai poeti. Anche quella greca: prima di Ecateo milesio furono i poeti a scriverla. Pavese: la poesia nasce da tutta la vita storica. Insomma storia e poesia sono intrecciate tra loro. La presenza continua di Omero, e in particolar modo dell’Odissea, nella cultura europea.
Giambattista Vico afferma che "la storia romana si cominciò a scrivere da' poeti", e inoltre, utilizzando un passo di Strabone[2] (I, 2, 6) sulla continuità tra l'epica ed Ecateo, :"prima d'Erodoto, anzi prima d'Ecateo milesio, tutta la storia de' popoli della Grecia essere stata scritta da' lor poeti"[3].
Nevio[4] scrisse il Bellum Poenicum, in saturni, con la prima guerra punica, Ennio[5] gli Annales già in esametri, con la seconda quando la storiografia statale era solo annalistica.
Con questi poeti arcaici la storia è già opus oratorium.
In un passo degli Academica, Cicerone afferma che i poeti arcaici, Ennio, Pacuvio, e Accio e molti altri piacciono “qui non verba, sed vim Graecorum expresserunt poetarum” (III, 10), poiché resero non le parole ma la forza dei poeti greci.
Analoga valutazione estetica si trova nel Prologo dell'Andria dove Terenzio si difende dall'accusa di contaminatio menzionando i suoi maestri Nevio, Plauto, Ennio:" quorum aemulari exoptat neclegentiam/potius quam istorum obscuram diligentiam" (vv. 20-21), dei quali preferisce cercare di eguagliare la negligenza piuttosto che la buia diligenza di costoro, ossia del malevolo vecchio poeta (vv. 6-7) Luscio Lanuvino e degli altri detrattori.
Attico nel De legibus dice a Cicerone, che dovrebbe scrivere la historia la quale manca alle lettere romane: “quippe cum sit opus , ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime” (I, 5), dal momento che appunto essa, la storia, come appunto a te sembra di solito, è l’unica scrittura davvero adatta all’oratore.
Quindi aggiunge che nihil potest esse ieiunius, niente può essere più scarno degli nnali dei pontefici massimi, poi anche le storie di Fabio Pittore[6], Catone, Fannio (genero di Lelio) e Venonio sono cosa exile, ( De legibus, I, 6), roba povera.
Cicerone nel De oratore (II, 12-15, 51-62) fa dire a Catulo che tra i Greci per essere grande storiografo bisognava essere anche grande oratore, mentre fra i latini “satis est non esse mendacem”.
La storia ufficiale infatti non era altro che compilazione di annali (erat enim historia nihil aliud nisi annalium confectio).
Gli annales pontificum erano scarne cronache annuali.
Ma torniamo al rapporto tra storia e poesia e chiudiamo l’argomento
Santo Mazzarino esamina il rapporto tra l'opera di Polibio e la tragedia storica romana:" In Roma la tragedia era sorta con Nevio, il poeta storico-epico del Bellum Poenicum. In particolare, la tragedia storica, o "pretesta", dei Romani si connetteva con la più tipica manifestazione del loro senso della storia e della morte"[7].
Nevio scrisse la praetexta Clastidium che celebrava la vittoria riportata dal console Marcello sui Galli nel 222 a. C.
Il pesarese Lucio Accio[8] invece con la pretesta Decius celebrò la vittoria di Sentinum, del 295 a. C., in cui il console Decio Mus, che comandava l'ala sinistra contro i Galli (alleati dei Sanniti), si era consacrato alla morte, col rito della devotio
Ricordo anche la praetexta Ambracia di Ennio che celebrò la spedizione vittoriosa di Marco Fulvio Nobiliore contro gli Etoli di Ambracia i quali si arresero dopo un lungo assedio (189 a. C.). Degli echi di questo fatto militare possono trovarsi anche nell’Amphitruo di Plauto.
Petronio nel Satyricon, attraverso il poeta Eumolpo dà precetti ai poeti che vogliano verseggiare fatti storici. I modelli sono Omero, i lirici greci, il romano Virgilio e la curiosa felicitas (118, 5) l'accurata fecondità di Orazio.
Ebbene il poeta-storico deve essere plenus litteris (118, 6), deve avere un’ampia cultura letteraria per non cadere sub onere, sotto il peso dell’impresa. Quindi non deve imitare gli storici cercando di racchiudere nei versi le imprese militari: “non enim res gesta versibus comprehendendae sunt, quod longe melius historici faciunt, sed per ambages deorumque ministeria et fabulosum sententiarum tormentum praecipitandus est liber spiritus, ut potius furentis animi vaticinatio appareat quam religiosae orationis sub testibus fides”, cosa che fanno molto meglio gli storici; ma lo spirito libero deve gettarsi a capofitto in mezzo alle ambiguità e funzioni divine e la sofferenza leggendaria delle battute, in modo che appaia il vaticinio di un animo invasato piuttosto che l’affidabilità di un discorso scrupoloso che dipende dalle testimonianze.
Si pensi al to; mh; muqw'de" di Tucidide :" e la mancanza del favoloso di questi fatti verosimilmente, apparirà meno piacevole all'ascolto (I, 22, 4). Il mito e il favoloso dunque, da quando Tucidide legiferò[9], va lasciato ai poeti. Polibio che ripete formule tucididèe seguì questa regola. Non altrettanto Tito Livio.
Tutti gli scrittori europei sono saliti sulle spalle di Omero poeta sovrano. L’ aforisma che Giovanni di Salysbury (XII secolo) attribuisce a Bernardo di Chartres.
Umberto Eco: ogni parricidio elimina i padri ricorrendo ai nonni. Picasso e Joyce.
Necessità della conoscenza della storia
Non tutti i bambini diventano persone mature. Lo afferma Cicerone nell'Orator [10]: "Nescire autem quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum. Quid enim est aetas hominis, nisi eă memoriā rerum veterum cum superiorum aetate contexitur?" (120), del resto non sapere che cosa sia accaduto prima che tu sia nato equivale ad essere sempre un ragazzo. Che cosa è infatti la vita di un uomo, se non la si allaccia con la vita di quelli venuti prima, attraverso la memoria storica?
Anche gli amori, per crescere diventare grandi, adulti, hanno bisogno di storia: “Anche gli amori muiono nell’attimo: vivono se diventano storia, cioè lunga fedeltà, rapporto con l’altro”[11].
Restare bambini, dal punto di vista del pensiero, non è cosa buona.
Lo fa notare C. Pavese:"C'è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini"[12].
Gli abitanti degli Stati Uniti, si dice, hanno qualche cosa di infantile. In effetti da loro non si respira la Storia. “Le strade, le piazze dove camminano li uomini, le donne e i bambini europei hanno preso il nome da statisti, generali, poeti, artisti, compositori, scienziati e filosofi…Le Streets e le Avenues in America sono semplicemente numerate; nei casi migliori, come a Washington, hanno anche un orientamento, visto che il numero è seguito da un North o da un West. Le automobili non hanno il tempo per meditare su una Rue Nerval o su un Largo Copernico. La sovranità del ricordo, questa auto-definizione dell’Europa come lieu de la mémoire, come luogo della memoria, ha però un suo ato oscuro. Le targhe affisse su tante case europee non parlano solo dell’eminenza artistica, letteraria, filosofica e politica. Commemorano anche secoli di massacri e di sofferenze, di odio e di sacrifici umani…L’Europa è il luogo in cui il giardino di Goethe confina con Buchenwald, in cui la casa i Corneille s’affaccia sulla piazza del mercato dove Giovanna d’Arco venne orribilmente messa a morte. Da questo censimento marmoreo, sembra che il numero dei morti superi quello dei vivi…L’America del Nord rifiuta proprio questa rete. La sua ideologia è quella dell’alba e del futuro. Quando Henry Ford ha dichiarato: “La storia è una sciocchezza”, lanciava la parola d’ordine dell’amnesia creativa, inneggiando a quel potere di dimenticare che è necessario all’inseguimento pragmatico dell’utopia”[13].
Leopardi trova che nella sua età prevalgano queste “creature”, giovani e anziane, infantilmente insensate[14]: "Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, senza altre fatiche preparatorie"[15].
In fondo ogni uomo è solo "un tentativo, un incamminato. Ma si deve essere incamminati verso la perfezione, in direzione del centro, non della periferia"[16]. Il centro è l'individuazione della propria humanitas, il riconoscimento dell' homo sum.
E’ difficile diventare uomini: “La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità…Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche. Taluno è uomo sopra e pesce sotto, ma ognuno è una rincorsa della natura verso l'uomo"[17].
“Ricordate di certo la favola di Esopo, quando Prometeo, su precisa indicazione di Zeus, plasma uomini e animali. Allorché Zeus si rende conto che gli animali sono molto più numerosi degli esseri umani, ordina a Prometeo di disfare un po’ di animali per trasformarli in uomini. E’ questo il motivo, afferma Esopo, per il quale gli esseri umani che non hanno ricevuto la loro forma umana sin dall’origine, si ritrovano con un corpo d’uomo e l’anima d’una bestia”[18]. “Pro;~ a[ndra skaio;n kai; qhriwvdh oJ lovgo~ eu[kairo~”[19], la favola è appropriata all’uomo rozzo e brutale
“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell'istante…solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l'uomo diventa uomo"[20].
"Il benessere dell'albero per le sue radici, la felicità di non sapersi totalmente arbitrari e fortuiti, ma di crescere da un passato come eredi, fiori e frutti, e di venire in tal modo scusati, anzi giustificati nella propria esistenza- è questo ciò che oggi si designa di preferenza come il vero e proprio senso storico"[21].
E’ l’aspetto antiquario dell’amore per la storia.
“La storia è il nostro accaduto, è ciò che continuamente accade nel tempo. Ma tale è anche ciò che è stratificato, lo strato sotto il suolo su cui camminiamo e quanto più profondamente le radici del nostro essere arrivano allo strato insondabile di ciò che, sebbene posto sotto e fuori i confini fisici del nostro io, tuttavia lo plasma e alimenta (così che in ore di meno vigile coscienza possiamo parlarne in prima persona, come se appartenesse alla nostra carne), tanto più spiritualmente “carica” è la nostra vita, tanto più degna è l’anima della nostra carne”[22].
Noi gettiamo radici nei luoghi della terra dove facciamo esperienze: “poiché molti eventi egli vi aveva vissuto e le storie che noi viviamo in un luogo sono simili a radici che gettiamo nel suo sottosuolo”[23].
“Maturità della mente: a questa occorre la storia e la consapevolezza della storia”[24].
Il senso storico e quello letterario di T. S. Eliot impongono una visione d’insieme: "with a feeling that the whole of the literature of Europe from Homer and within it the whole of the literature of is own country has a simultaneous existence and composes a simultaneous order"[25], con la sensazione che tutta la letteratura europea da Omero, e, all'interno di essa, tutta la letteratura del proprio paese, ha un'esistenza simultanea e compone un ordine simultaneo.
Pesaro 30 settembre 2026 ore 16, 49 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time3231910
Today3024
Yesterday3906
This month260542
Last month307804
[1] 1688-1744.
[2] 64 a. C.-20 d.C. Ci è pervenuta la Geografia in 17 libri.
[3]La Scienza Nuova , Pruove filologiche, III e VIII.
[4] 280-201
[5] 239-169 a. C.
[6] 260-190 a. C. Uno dei più antichi annalisti, trattò la storia di Roma, in greco e in latino, fino alla seconda guerra pun punica, in polemica con la narrazione filocartaginese di Filino d’Agrigento.
[7]S. Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 152.
[8] 170-80 a. C.
[9] Jo d j ou\n Qoukidivdh~ eu\ mavla tou't j ejnomoqevthse kai; dievkrinen ajreth;n kai; kakivan suggrafikhvn…Luciano, Come si deve scrivere la storia, 41-42. Il trattatello è del 164 d. C. ”, Tucidide dunque legiferò molto bene e distinse la buona dalla cattiva storiografia.
[10] Del 46 a. C.
[11] Natoli, Parole della filosofia, p. 47.
[12]Il mestiere di vivere , 24 dicembre 1937.
[13] G. Steiner, Una certa idea di Europa, p. 37 ss.
[14]Al capitolo 58 ricorderemo l'attardato bambino pargoleggiante dell’età d’argento di Esiodo.
[15] Dialogo di Tristano e di un amico (1832). E’ una delle Operette morali delle quali l’autore scrive:"Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi del ridicolo ne' dialoghi e novelle Lucianee ch'io vo preparando"(Zibaldone , 1394) .
Mevga nhvpio~, molto stupido, incapace di parlare, è l'attardato bambino pargoleggiante (ajtavllwn) dell’età d’argento: tali tipi umani rimanevano cento anni in casa con la madre solerte, poi, quando ne uscivano, vivevano per un tempo meschino, soffrendo dolori per la loro stupidità: poiché non potevano astenersi da un’insolente prepotenza reciproca (Esiodo, Opere e giorni, vv 130-135).
[16] H. Hesse, Il giuoco delle perle di vetro (del 1943), p. 81.
[17] H. Hesse, Demian (del 1919), p. 54.
[18] Francesco de Stisi e Maria Leone, Luna, p. 172.
[19] Esopo, Promhqeu;~ kai; a[nqrwpoi , Prometeo e gli uomini (322).
[20] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Considerazioni inattuali II, p. 83 e p. 87.
[21] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Considerazioni inattuali II, p. 99.
[22] T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli. La storia di Giacobbe, p. 213.
[23] T. Mann, Giuseppe e i suoi fratelli. La storia di Giacobbe, p. 385.
[24] T. S. Eliot, Che cos’è un classico? (del 1944) In T. S. Eliot, Opere, p. 965.
[25] Tradition and the Individual Talent (del 1919),