martedì 1 settembre 2026

Ifigenia CXVIII All’ospedale di Debrecen con Isabella. Il delicato corteggiamento del vecchio dentista.


 

Nei giorni seguenti, prossimi al ferragosto, vissi qualche minuto di buona speranza: una serie di momenti nei quali immaginavo di ritrovare la bella Ifigenia come la sera di novembre quando venne a casa mia innevata e innamorata salendo le scale come una baccante nella ojreibasiva invernale in onore di Dioniso; oppure la vedevo camminare in primavera sui prati odorosi dove il vento le gonfiava la gonna scoprendo le ginocchia rotonde e parte delle cosce tornite, profumate di vita, o la ammiravo di nuovo sull’aia deserta illuminata tutta dal sole ardente di giugno, nuda e incoronata di spighe come l’estate.

Tali ricordi pieni di gioia si alternavano con cupe visioni dove Ifigenia appariva non priva di segni brutti: la vedevo quale immonda strige dalla fauce avida, dal morso irto di denti, dalle fessure degli occhi viperèi che mi fissavano cercando di gettarmi addosso un fascino paralizzante.

Di questi ultimi giorni della Debrecen 1979 ricordo anche una scena simpatica siccome naturale e vivace.

Era lunedì 13 quando accompagnai l’amica Isabella dentro il grande complesso ospedaliero dove nel luglio del ’71 avevo portato Elena che voleva sapere se fosse incinta o malata di cancro.

Sentiva dolori nel ventre, il ventre suo benedetto, ricco di vita.

Volevo aiutarla certo, ma non senza l’intento di renderla riconoscente e predisposta a contraccambiare il favore che mi aveva chiesto, di accompagnarla  evitandole l’autombulanza, con un altro diverso e più grande piacere del quale avevo bisogno io da lei.

   

Senza essere una ragazza splendidissima, Isabella tuttavia era gradevole in quanto dotata di stile, quindi aveva interessi elevati e a me congeniali come, per esempio, il teatro. La accompagnai dunque nella clinica odontoiatrica senza l’intento palese o recondito di fare l’amore con lei. Tale mancanza di secondi fini mentre aiutavo una ragazza che non mi spiaceva, era segno di un progresso non piccolo rispetto alle svariate volte in cui avevo dato una mano a una donna con lo scopo finale, latente tuttavia non secondario, che era diverso dall’aiutarla gratis.

Elena non ebbe bisogno di venire aiutata da me per evitare l’autoambulanza, sicché fu lei a darni un aiuto gratuito. Quella donna meravigliosa mi ha rieducato.

Quel giorno pensavo a Elena più che a qualsiasi altra persona: passando di fronte all’edificio con il frontone dove si leggeva “clinica delle donne malate e pregnanti” rivolsi un pensiero di riconoscenza alla finlandese bella e fine che con i suoi doni mi aveva infuso la forza per  trionfare sulle frustrazione che alcune persone brutte, disordinate e cattive mi avevano inflitto. Se Ifigenia non riusciva ad abbindolarmi lo dovevo alla donna non meno bella di lei e molto più fine, l’Augusta Elena che mi aveva fatto uscire dalla spelonca degli ottenebrati.

 

Il dentista era un vecchierello canuto, onesto e simpatico. Fu gentile con noi e bravo: lavorò bene, non volle denaro e parlando nella sua lingua con chierezza tranquilla, mi diede la possibilità, assai gradita, di tradurre tutto quanto diceva a Isabella che appariva pallida di amabile terrore.

La ragazza che parlava italiano, con forte inflessione napoletana per giunta, del resto si faceva capire siccome l’anziano odontoiatra conosceva il latino e anche per quella magica capacità che hanno le fanciulle carine di comunicare ai maschi più o meno attempati i loro desideri usando, ancora prima di qualsiasi altro strumento , la meravigliosa vitalità della giovinezza e gli eterni, potenti richiami del sesso.

Il vecchio fece un’iniezione anestetica alla ragazza che, sebbene paziente, quel giorno era più bellina del solito, poi le disse che doveva aspettare almeno dieci minuti.

“Se vuole, rimanga qui signorina, ma, se preferisce, faccia pure due passi con il suo fidanzato”.

Mimò la mossa dell’ambulare muovendo lentamente l’ antico fianco.

Isabella rispose che non ero il suo fidanzato ma un caro amico.

Lo sussurrò con un tono dolce, sebbene un po’ impastato dall’iniezione.

Era spaventata dall’operazione cruenta che la attendeva ma anche un poco allusiva e stuzzicante nei confronti del simpatico anziano che, infatti, le disse: “Va bene kedves kisasszony, signorina cara, resti pure seduta qui, ma badi: siccome il giovanotto è solo un amico, io la corteggio: udvarolok”.

Quel dottore non mirava al fiorino o al dollaro: non aveva altro scopo che curare la giovane senza farle paura; il suo stile era bello, il tono cordiale; Isabella era impaurita e gradevole: non si lamentava né faceva pesare la propria paura, anzi la rendeva attraente con  femminilità squisita; io volevo aiutarla senza aspettarmi alcuna ricompensa: tutta la situazione era limpida e mi faceva obliare la partita truccata che da qualche tempo Ifigenia voleva giocare con me per usarmi il più possibile prima di andarsene via perfida mente. Mancavano ancora quasi due anni però. Vedrò di non annoiarti, lettore, racconterò soltanto gli episodi che mi sembreranno interessanti per tutti.

 

Pesaro primo settembre 2026 ore 10, 19 giovanni ghiselli

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Ifigenia CXVII Il sogno “che del futuro mi squarciò ’l velame”. L’acume di Isabella profetessa lucida. Ciclisti vittime e carnefici di tanti poveri vecchi.


 

La notte tra l’11 e il 12 agosto feci un sogno angoscioso.

Mi vedevo a Pesaro nella casa delle zie, mentre studiavo e aspettavo un segno da Ifigenia o da qualche uccello fatidico: una rondine che annuncia la primavera oppure lo stupro della sorella da parte del barbaro re  con il conseguente assassinio del figlio seguito da un pianto di morte.

 Ero in camera mia, quando udìi un tinnulo squillo. Veniva dal piano di sotto, forse dall’andito dove si trovava il telefono. Era davvero flebile  e  mi entrava nel cuore mettendolo in agitazione. Pensai, dormendo e sognando, che quel suono  potesse essere la richiesta di aiuto di una bambina che non voleva essere abortita . Allora mi vidi uscire dalla stanza e correre giù per le scale. Queste però si muovevano verso l’alto come i gradini di ferro che avevo visto salire e scendere tra i piani della Rinascente di Milano nei primi anni Cinquanta, non senza stupore.

Scendevo di corsa ma guadagnavo poco terreno a costo di una grande fatica   poiché i gradini dentati di quella scala ferrigna mi riportavano in su con una velocità quasi pari alla mia .

Oltretutto davanti all’ultimo tratto del ferreo tappeto che risaliva ruotando e cigolando c’era un ostacolo: un inginocchiatoio con sopra la foto di un bambino nel giorno assai triste della prima comunione. Aveva l’aria di un orfano denutrito, infreddolito, reso trepido e pallido dai patimenti. Chi era? Ero io? Era nessuno? Erano tutti i bambini maltrattati e infelici? Con uno sforzo supremo riuscivo a raggiungere il penultimo gradino, a saltare l’ostacolo e  afferrare il telefono.

“Pronto dissi con l’ultimo fiato. Sono gianni, pronto”.

“Pronto” rispose una voce tanto lontana e fioca che sembrava provenire dal paese nebbioso dei morti dove non brilla mai il sole né quando sale nel cielo né quando torna a tuffarsi nel mare.

“Io sono Claudia, la sua allieva, si ricorda di me?

“Oh, sì, certo, ricordo, ricordo benissimo te, il Minghetti i suoi lunghi corridoi scuri nelle mattine invernali, i sorrisi viceversa luminosi di voi ragazzi e la giovane collega venuta dal cielo a rallegrarmi nella stagione dello scontento”.

Seguì un poco di silenzio, quindi Claudia mi domandò:

“Ha saputo cosa è successo?”

“No, che cosa?”

“Una cosa terribile prof ”,  disse l’alunna

“terribile come? terribile a chi?”

“Una cosa terribile, terribile”, ripetè, poi tacque

Allora gridai: “A chi, a chi, alla vita della mia vita?”

“Morta, Sì, morta”.

Quindi iniziai a singhiozzare convulsamente e continuai, fino a quando il vecchio boemo che dormiva con me, mi diede una strattone e mi svegliò.

Questo fu il sogno “che del futuro mi squarciò  il velame”.

Avevo bisogno di affondare lo sguardo nelle situazioni tragiche che vivevo se volevo raccontarle in maniera da renderle universali. Nella mia pena  se ne adunavano tante altre poiché il dolore è eterno e riguarda tutti noi destinati alla morte.

 

Il mattino seguente durante la colazione non parlai con nessuno né mi guardai intorno.

 Cercavo di interpretare le immagini oniriche  avvalendomi della lettura dei libri di Freud che allora compulsavo. Sapevo che la censura onirica maschera il significato vero: questo cerca di rimanere latente. Volevo svelare  la verità che in greco si dice ajlhvqeia, ossia “non latenza”, disvelamento appunto.

Probabilmente la terribile notizia paventata al punto da farmi singhiozzare,  sotto sotto me l’aspettavo e addirittura la desideravo: Ifigenia me ne aveva fatte troppe perché volessi ancora dividere la vita con lei. Non funzionavamo insieme: dovevo cercarmene un’altra. Oramai la lunga, vana e penosa attesa dell’epistola promessa  aveva causato in me un disgusto profondo per la giovane collega e amante, per quel mio pedagogico aborto, quel fallimento educativo nonostante tutte le fatiche umanamente spese con la speranza di rendere anche buona quella donna bella che oramai mi appariva quale un diavolo incarnato.

 Prospero e Calibano novelli eravamo noi due.

In lei vedevo disordine mentale, ingratitudine, mancanza di quella finezza d’animo di cui ho sempre sentito il bisogno nel prossimo mio.

Gratitudine  genera sempre gratitudine –cavri~ cavrin ga;r ejstin hJ tivktous  j ajeiv- dice Temessa ad Aiace nella tragedia di Sofocle (Aiace, 520) mentre l’ingratitudine genera odio e disprezzo aggiungo.

 Mi sovvenni di quando l’aspettavo trepido sulla spiaggia di Pesaro, e lei, appena arrivata, disse con un sorriso sfacciato che in treno aveva vissuto “una bella avventura”, con un ferroviere fantastico.

“Di certo un cuccettista scaltro e abile nell’approfittare di ogni impudica disponibile”, avevo pensato.

Mi ricordai pure della sera quando, arrivato a Pesaro intorno alle 22 dopo un viaggio lungo e noioso sull’autostrada, ricevetti una telefonata da Ifigenia che mi chiedeva con insistenza di tornare indietro fino a Misano.

Ero reduce dallo scrutinio dell’esame di maturità al liceo Beccaria di Milano ed ero  assai affaticato, eppure ne fui contento. Ma  quando l’ebbi raggiunta, mi raccontò che nel pomeriggio era stata sul moscone con un uomo interessante , un tale più o meno della mia età, molto esperto di donne che le aveva proposto, solo ioci causa certo, di entrare nel suo harem. Aggiunse che nel serraglio non sarebbe entrata, ma se io non ero troppo geloso sarebbe uscita con lui qualche volta la sera mentre ero a Debrecen. Risposi che doveva deciderlo lei.

Da siffatto comportamento ho imparato a non essere geloso: dopo Ifigenia quando una donna si è messa a cercare di ingelosirmi per scherzo o sul serio, ho subito disdetto la relazione dicendo che era stata solo un’avventura già troppo lunga. Dal dolore si impara se non si è troppo stupidi.

 Ho cacciato dal mio cervello il mostro dagli occhi verdi che ha annientato Otello rendendolo pazzo e assassino di Desdemona, la disgraziata.

Poi l’ultima iniezione di veleno nel mio sangue già intossicato da lei: la promessa non mantenuta dell’espresso postale.

Conclusi che il sogno mi aveva indicato la via della ritirata da quella donna. Non mi aveva ancora lasciato ma io vivevo già senza di lei.

Sul mezzogiorno andai a correre i 5000 metri: 20 minuti e 15 secondi. Un poco meglio dell’ultima volta. Dopo la prova, Isabella che era venuta a cronometrarmi, disse: “se la tua compagna non ti scrive perché amoreggia con un altro ma vuole restare ancora del tempo con te finché le conviene, stai certo che non ti farà sapere niente della sua estate.  Il suo tempus tacendi sarebbe già scaduto se tu le stessi a cuore. Credo che aspetti di vedere come andrà a finire con il ganzo attualmente in carica. Se non potrà o non vorrà restare con quello e avrà ancora bisogno dell’aiuto tuo, dirà che ti ha sempre amato e non ti ha scritto perché paventava la tua critica al suo stile che le pareva non abbastanza ornato per uno come te”.

Isabella era lucida oltre essere buona.

 

Pesaro primo  settembre 2026 ore 9, 48 giovanni ghiselli

p. s.

Settembre andiamo, è tempo di tornare a Bologna? Non ancora. I miei lavori sono ancora qui e pure il caldo per fortuna. Posso restare ancora tutto questo mese. Ieri pomeriggio tra le 18, 30 e le 19 ho perfino nuotato mentre il sole già tramontava.

Poi però tornando a casa in bicicletta un ragazzino giuntomi addosso inopinato e non visto mi ha gettato a terra. Ho battuto la gamba rotta un anno fa. Stavo per andare al pronto soccorso per un controllo radiografico ma c’era un bel film e, cinefilo come sono, ho scelto il cine all’aperto. Tra poco andrò dal fisioterapista e sentirò lui. Volete sapere come mi sento? Non tanto male da chiamare l’autoambulanza e farmi portare nell’ospedale San Salvatore dove mi operarono il 10 luglio del 2025 .

 Mi inquieta la violenza diffusa. I ciclisti sono non solo vittime ma oramai anche carnefici ultimamente ancora più sbadati e pericolosi degli automobilisti. E’ di moda pedalare dappertutto con il telefonino, arnese stramaledetto, davanti agli occhi. Dovrebbe venire punito. E’ imitatio diaboli

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