E ora possiamo passare ai testi di Tirteo. Si tratta di poesia politica e guerresca.
In un frammento il poeta esorta al valore ricordando che la razza dorica deriva da Eracle, l'eroe che liberò la terra dai mostri usando la forza e scegliendo la via della virtù invece che quella del piacere e della depravazione come racconterà, citando il sofista Prodico di Ceo, Senofonte (Memorabili , II, 1, 21) l’ ateniese discepolo di Socrate e ammiratore dell'ordine spartano.
Leggiamo dunque Tirteo
"Infatti lo stesso Cronide, sposo di Era dalla bella corona,/
Zeus, diede questa città agli Eraclidi;
e insieme con loro, lasciata Erineo ventosa,
giungemmo alla spaziosa isola di Pelope"(fr. 2 D).
Con questi versi dunque il poeta vuole ricordare le origini nobili ed eroiche della razza dorica, discesa dalla Doride (regione dove si trovava Erineo) al seguito dei figli di Eracle per occupare l'isola loro promessa e dovuta, quel Peloponneso splendidissimo nel quale Pelope, figlio di Tantalo, diede impulso agli agoni sconfiggendo Enomao per avere la mano di Ippodamia, come vedremo da Pindaro.
Secondo la cronologia tradizionale tra il 1194 e il 1184 ci fu la guerra di Troia e poco meno di un secolo dopo, intorno al 11OO, "il ritorno degli Eraclidi", ossia l'invasione dei Dori, come ci spiega Tucidide:"Dwrih'" te ojgdohkostw'/ e[tei xu;n J Hrakleivdai" Pelopovnnhson e[scon" (I, 12, 3), e i Dori ottant'anni dopo occuparono il Peloponneso sotto la guida degli Eraclidi[1].
Notiamo che il concetto omerico di aristocratico viene esteso a tutto un popolo di guerrieri. L'elegia tirtaica, noterà Goethe contrapponendola alla poesia da ospedale, offre canti di guerra spingendi gli uomini a superare le lotte.
Un altro frammento in distici elegiaci (3bD.) riassume la rhetra (costituzione) spartana affermandone l'origine apollinea:
" così infatti Apollo, il signore dall'arco d'argento che saetta lontano
il dio dalla chioma d'oro dava responsi dal ricco santuario:/
"primeggino nel consiglio i re onorati dagli dèi,
cui l'amabile città di Sparta sta a cuore,
e gli anziani antichi, poi gli uomini del popolo
corrispondendo alle regole rette.
dicano parole belle, e facciano azioni tutte giuste
e non consiglino niente di storto per questa città.
Vittoria e potenza seguano la massa del popolo".
Febo infatti su questi argomenti così rivelò alla città".
La costituzione spartana
I Lacedemoni di fatto erano guidati da due re ereditari. Essi avevano il comando militare e, in un primo tempo anche il potere giudiziario. In origine godevano di privilegi, come il diritto a una parte migliore della preda di guerra, a lotti straordinari considerati beni della corona, a porzioni doppie nei sissizi (pasti comuni) cui ogni spartano doveva contribuire: chi era troppo povero e non poteva più prendervi parte, decadeva dalla cittadinanza.
Tutti i Lacedemoni dovevano alzarsi in piedi di fronte al re. Più avanti i cinque Efori eletti annualmente dal popolo tra le famiglie importanti, limitarono il potere monarchico, assumendo quello giudiziario. Essi costituivano la massima autorità dello stato. Infatti erano ispettori vigilanti su tutta vita pubblica.
Aristotele nella Politica (1270b) scrive che erano avidi , venali e troppo potenti: i re stessi li corteggiavano. Inoltre c'era un consiglio di 28 anziani, che venivano eletti a vita dall'apella, l'assemblea dei guerrieri ai quali i consiglieri presentavano le proposte, poi si allontanavano affinché il popolo votasse in libertà. Le leggi venivano approvate con un sì o respinte con un no. Quando la votazione era sfavorevole, i gherontes (anziani) potevano sciogliere l'assemblea o ritirare le proposte.
Doverosamente spiegata la costituzione spartana, passiamo a un altro frammento, il 4 D. con il quale il poeta, per incoraggiare gli opliti, ricorda un precedente successo:
“prendemmo Messene dagli ampi spazi
Messene buona da arare, buona da piantare
per lei combattevano diciannove anni
accanitamente, senza tregua, con animo costante,
i guerrieri padri dei nostri padri;
e nel ventesimo quelli, lasciati i grassi campi,
fuggivano dai grandi monti di Itome".
Si tratta degli iloti assoggettati alla fine dell’VIII secolo nella prima guerra messenica. Erano questi una specie di servi della gleba che dovevano consegnare ai padroni la metà di quanto producevano. La loro oppressione del resto non era tanto economica quanto giuridica: potevano subire impunemente offese o addirittura dei massacri organizzati per terrorizzarli. Nonostante ciò, talora si sollevavano.
Una posizione intermedia tra Spartiati che in origine occupavano la terra migliore, la pianura a destra dell'Eurota, sotto il Taigeto, e gli Iloti asserviti, era quella dei Perieci i quali possedevano il territorio marginale delle alture (perivoiko~, perioikevw, abito attorno) e si dedicavano alle attività produttive subendo, anche loro, una discriminazione meno economica che giuridica.
Ilota è rimasto nel linguaggio comune a indicare l'uomo umiliato.
Per quanto concerne la sua presenza nella letteratura, possiamo fare l' esempio di D'Annunzio che ne Il trionfo della morte (p.267) annunciando "uno spettacolo meraviglioso e terribile (...) che superava i più torbidi sogni prodotti dall'incubo", premette: "Tutte le brutture dell'ilota eterno, tutti i vizi turpi, tutti gli stupori; tutti gli spasimi e le deformazioni della carne battezzata (...) tutte le mescolanze erano là, ribollivano, fermentavano, intorno alla casa della Vergine (p.267).
Ecco dunque un quadro di umiliazione e oppressione inflitta dai padroni Spartiati a quesi sottoposti (fr. 5 D.):"
Come asini (w{sper o[noi) oppressi da grandi pesi,
portano ai padroni sotto penosa necessità
ogni mezzo frutto di quanti la terra produce.
Comunque piangono i padroni essi stessi insieme alle mogli/
quando il funesto destino di morte abbia preso qualcuno".
I servi subivano l'umiliazione estrema di dovere manifestare dolore, in compagnia della famiglia, per la morte dei duri oppressori. Tirteo sembra suggerire che è impossibile non prevalere di nuovo su certa gente. Purché naturalmente gli Spartiati conservino il valore delle generazioni passate.
Il bello (kalòn ) è il valore supremo, ed esso coincide con il morire per la patria
" è bello morire (Teqnavmenai ga;r kalovn) da uomo valoroso cadendo tra i primi
e combattendo per la propria patria"(fr. 10 W., vv.1-2).
Chi invece deve abbandonare la città e i campi privo di onore, diviene spregevole:
" scredita la stirpe e smentisce l'aspetto bello,
aijscuvnei te gevno~, kata; d jajglao;n ei\do~ ejlevgcei
e ogni disonore e viltà lo seguono" pa`sa d j ajtimivh kai; kakovth~ e{petai-(vv.9-10).
La vita successiva alla codardia non è desiderabile
"o giovani, combattete rimanendo saldi gli uni accanto agli altri/
e non date inizio alla turpe fuga né alla paura,
ma grande e coraggioso rendete il cuore nel petto
e non dovete amare la vita (mhde; filoyucei't j ) mentre combattete contro i nemici"(vv.15-18).
La conclusione del frammento è un invito affinché
"ognuno rimanga dov'è, poggiato su entrambi i piedi
piantato a terra, mordendo le labbra con i denti"( cei'lo~ ojdou'si dakwvn, vv. 31-32).
Il fr. 8 D. contiene alcune altre apostrofi con le quali Tirteo si rivolge direttamente agli opliti rinnovando il ricordo della discendenza da Eracle:"
Siete stirpe di Eracle invitto, coraggio
Zeus non ha ancora torto il collo da voi!" (qarsei't j-ou[ pw Zeu;~ aujcevna loxo;n ecei), vv.1-2).
Queste allocuzioni sono espressive della comunione esistente fra il poeta e il popolo in armi.
Il linguaggio non è diverso da quello delle battaglie "sempre sonanti" del carme di Omero dal quale Tirteo prende parole, locuzioni, emistichi.
Ma c'è un'idea nuova: quella della collettività della polis per la quale tutti devono vivere coraggiosamente o coraggiosamente morire.
Tra gli eroi omerici il più vicino al cittadino di Tirteo è il troiano Ettore che dice:"uno solo è l'auspicio ottimo: combattere difendendo la patria"( ei|~ oijwno;~ a[risto~ ajmuvnesqai peri; pavtrh~, Iliade , XII, 243).
Con queste parole Ettore risponde, guardandolo bieco, a Polidamante il consigliere che gli aveva indicato un segno: un’aquila che aveva afferrato un serpente, ma poi morsa da quella preda l’aveva lasciato cadere. Ebbene Ettore, anticipando Edipo, risponde: tu mi consigli di dare retta agli uccelli dalle ali spiegate, ma di loro io non mi curo in alcun modo, né mi do pensiero (tw'n ou[ ti metaprevpom j oujd j ajlegivzw, 238).
In questo modo l’eroe troiano arriva alla blasfemia, anticipando l’Edipo di Sofocle il cui peccato vero è la presunzione intellettuale che il re di Tebe manifesta con queste parole: "arrivato io,/ Edipo, che non sapevo niente, la feci cessare,/ azzeccandoci con l'intelligenza (gnwvmh/ kurhvsa" ) e senza avere imparato nulla dagli uccelli" (vv. 396- 398). La sapienza fasulla di Edipo viene smontata dagli eventi nel corso del dramma.
Edipo del resto ama la moglie e il figlio.
Nel poeta spartano invece l'amor di patria arriva a confondersi con l'odio per la vita (non è specificato se della propria o di quella degli avversari) in un'ebbrezza di strage che presenta connotazioni sadiche:"
Ognuno deve combattere senza paura:
"considerando odiosa la vita ( jecqrh;n me;n yuch;n qevmeno~) e il nero fato/
di morte caro quanto i raggi del sole" (fr. 8 D, vv.5-6).
Infatti il vile che fugge e viene colpito alla schiena è obbrobrioso da vivo e da morto.
Pesaro 19 settembre 2026 ore 17, 40 giovanni ghiselli
p. s.
Personalmente non amo la guerra, anzi la detesto soprattutto quella fatta per sottomettere. Tuttavia non censuro gli autori nemmeno quando scrivono parolacce come sa chi mi legge. Guerra per me è una brutta parola e una cosa orribile. E i canti di Tirteo sono significativi, perciò non trascurabili.
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