Quando la seduta degli assaggi fu tolta, per smaltire la bevuta accompagnata da pasticci salati che rilanciavano la sete, scesi di corsa lungo la china del colle fino alla sponda del lago e, nonostante piovesse, mi denudai quasi del tutto sul lido deserto, riposi gli indumenti sotto la tettoia di un bar chiuso, quindi mi tuffai in mutande nell’acqua del Balaton. Mentre costeggiavo il promontorio mi sovvenne un’altra nuotata del genere fatta nello stesso luogo, di notte, nell’agosto del ’71 quando la finnica Helena mi aspettava sotto la luna, forse con trepidazione e orgoglio perché io ero stato l’unico dei cento gitanti a sfidare il freddo e un accidente tuffandomi nel lago dopo l’abbondante compotatio e la scorpacciata di debreceni paros, coppie di grosse e grasse salsicce.
Sulla spiaggia di Pesaro, prefigurando Elena, mi aspettava la mamma bruna, formosa e snella anche lei. Io allora, nei primi anni Cinquanta ero un bambino invece minuto, grande solo di occhi e di naso, insomma mi sentivo brutto davanti alla mamma e per ottenere la sua ammirazione, per piacerle, dovevo compiere qualche cosa di egregio, mostrarle delle capacità che i miei compagni non avevano, sebbene fossero più grossi di me. Qualcosa di speciale di soltanto mio, e non scolasticamente, ma fisicamente: da atleta.
A scuola infatti poteva essere bravo anche un disgraziato mezz’orbo e bruttino, magari pure gobbo, ma per le imprese sportive ci voleva la potenza del fisico. Se non l’avessi acquisita e manifestata, la mamma bella e bruna mai avrebbe potuto volermi un poco di bene. Elena nemmeno e neppure le altre. Un monachello disgraziato e infelice sarei stato, e solo per tutta la vita . Una vita storpiata. Perciò se mi guardava la mamma, mi buttavo nel mare e ruotavo le braccia nell’acqua, vi battevo le gambe dai polpacci già muscolosi impiegando tutte le forze, finché mi bastava la lena. Se la mamma non si era distratta e quando tornavo, nell’asciugarmi, mi diceva “bravo!”, ero felice.
“Ce l’ho fatta!” pensavo, come quando Elena mi disse: “sto imparando ad amarti” rendendomi l’uomo più felice del mondo, dopo avermi ignorato per un paio di giorni riempiendomi di angoscia.
Il 19 agosto del’ 79 invece sulla riva c’era soltanto Elena: gli altri erano andati dentro un Etterem a cenare.
“Non c’è Cristo o santo Francesco che mi trattenga-avranno detto- il Gulasch non me lo lascio scappare, la zuppa di pesce nemmeno”.
Per le connvinzioni mie invece la cena dopo la bisboccia pomeridiana sarebbe stata bassezza d’animo e mancanza di rispetto per la propria persona fisica e mentale. Un chilo in più bastava a turbare il mio equilibrio psico-fisico. Nemmeno Elena era andata a cena. Mi aspettava trepida eppure fiera di me.
Durante l’ultima nuotata, passate le sette, il cielo era già quasi buio. Nuotavo in solitudine nell’acqua fredda e scura, eppure dentro di me brillava la gioia pensando che a quel nuotare, come a correre, a pedalare sui monti e pure a studiare mi avevano stimolato le donne e se ero diventato bravo, sano e tutt’altro che brutto, lo dovevo a loro. Ce l’avevo fatta. Ne avevo già conosciute diverse: non solo le brune predilette ma anche diverse bionde e almeno una rossa. E altre ce ne sarebbero state e meravigliosamente le avrei conosciute. Ricco sarebbe stato il catalogo delle belle amanti amate. “Almeno cinquanta” avevo giurato. Ero di ottimo umore.
Ti domando lettore: tale contentezza era stupida smargiasseria oppure gratitudine dovuta agli dèi? Dimmelo tu.
Ludwig II di Baviera.
Un salto in avanti. Lo Starnberger See . Le due fiaccole: quella delle nozze e quella del funerale
Le nuotate nel lago Balaton mi sarebbero tornate in mente la sera del 17 aprile 1981 quando, seduto con Ifigenia sulla riva dello Starnberger See, entrambi senza proferire verbo, guardavamo la croce di ferro che indica il luogo sacro dell’annegamento rituale di Ludwig, bellissimo principe di Baviera, diventato re, poi decaduto a mostro pazzo e deforme. Vedevamo un cigno aggirarsi sull’acqua dove era annegato il sovrano lunatico che, degradato a farmakov~, sfuggì ai suoi carcerieri riconsacrandosi re e ribattezzandosi con la morte per acqua.
Quella sera, giunti vicino all’esodo della nostra storia, contemplavamo l’ultimo spicchio di sole che si inabissava tra colli scuri sovrastati dal cielo purpureo mentre si colorava di sangue l’acqua increspate dal lago e spiavamo con rapidi sguardi obliqui ciascuno il volto dell’altro, divenuto cupo, sospettoso e ostile dopo due anni di incomprensioni, malizie e menzogne.
Allora mi sovvenni dei bagni nel lago ungherese, dell’amore di Elena, delle gioie ricevute e date con Ifigenia nei mesi felici del nostro primo inverno, e mi si strinse il cuore.
A un certo punto su un colle davanti a noi si accese una fiaccola e io ruppi il silenzio dicendo: “viximus insignes inter utramque facem"[1]. Intendevo la fiaccola luminosa delle nozze del novembre 1978 e quella diventata fumosa del lungo funerale che offuscò tutte le nostre gioie poi le fece annegare. Come Ludwig II di Baviera. Eravamo andati a vederne i castelli per commemorare lui e il tempo buono del nostro amore dopo avere visto il film di Visconti che ci commosse e ci aveva perfino riconciliati per qualche ora. Perché tanti ricordi? Te lo spiego, lettore: prché se conoscere è ricordare come mi ha insegnato Platone, ricordare è riconoscere e conoscere meglio. E’ come leggere un autore o vedere un film più di qualità più di una volta.
Pesaro 5 settembre 2026 ore 9, 32 giovanni ghiselli
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Ho superato i 3 milioni di lettori: hoc erat in votis. Non ho un editore grande né buono, ma tanti lettori in tutto il mondo, più degli scrittori pubblicizzati che vendono 50 mila copie al mese se pure ci arrivano.
Credo che in questi tempi da più di 200 mila lettori al mese dei miei scritti forse solo i grandi classici abbiano avuto tanti seguaci. Ne sono contento e fiero. Compirò qualche rito di ringraziamento.
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