martedì 15 settembre 2026

Archiloco seconda parte. E’ necessario conoscere il ritmo che governa la vita.


Un altro frammento interessante e degno di essere commentato è il 67aD. Ne facciamo una traduzione letterale, quasi verbum de verbo :" animo, animo sconvolto da affanni senza rimedio

sorgi e difenditi dai malevoli, contrapponendo

il petto di fronte, piantandoti vicino agli agguati dei nemici

con sicurezza: e quando vinci, non gloriartene davanti a tutti,

 e, vinto, non gemere buttandoti a terra in casa.

 Ma nelle gioie gioisci e nei dolori affliggiti

non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini.

 (mh; livhn: givgnwske d  j oi|o~ rJusmo;~ ajnqrwvpou~ e[cei, tetrametri trocaici catalettici).

 

 Questi versi contengono alcune norme basilari della civiltà classica e della cultura europea. Hanno qualche precedente in Omero e un seguito infinito, tanto che sembrano riecheggiare dal fondo dei secoli nell'anima del lettore anche non esperto di greco. L'idea del tollerare con forza le avversità, si trova nell'Odissea , quando Ulisse, davanti allo scempio che vede in casa sua, invita il proprio cuore a sopportare i mali con il ricordo di mali ancora peggiori già superati:

"sopporta, o cuore un altro dolore più cane sopportasti una volta/ (tevtlaqi dhv kradivh: kai; kuvnteron allo pot j etlh")

quel giorno quando, irrefrenabile possa, mi mangiava il Ciclope/

i gagliardi compagni: e tu resistevi, finché l'ingegno

ti tirò fuori dall'antro dove credevi che saresti morto"(XX, 18-21).

 Un motivo dunque che può sollevarci l'animo nelle disgrazie  è il ricordo di un precedente successo.

 

Anche Saffo nella pena amorosa impiega questo balsamo quando rammenta che Afrodite immortale dal trono variopinto una volta venne e le disse: "Chi ti fa torto, Saffo? Se fugge, presto ti inseguirà, se non accetta doni, te li offrirà, se non ama, presto ti amerà anche se non vuole"(fr.1 LP, vv.20-24). La persona nobile infatti non dimentica il bene. Ma sulla poetessa di Lesbo ritorneremo.

 

Anche le sciagure si stancano.

Nell’Eracle [1] di Euripide, Anfitrione esorta la nuora Megara a sperare, nelle grandi ambasce in cui si trovano durante l’assenza di Eracle e perseguitati da Lico: il vento sfavorevole potrebbe cambiare: infatti  anche le sciagure degli uomini si stancano (kavmnousi gavr toi kai; brotw'n aiJ sumforaiv, v. 101), e le raffiche dei venti non hanno sempre la stessa potenza. Gli uomini di successo non rimangono fortunati sino alla fine. Essere angosciato è tipico dell’uomo vile: “to; d j ajporei'n ajndro;~ kakou' (v. 106).

 

Machiavelli nella Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 descrive la sua giornata fatta di studio e di un ingaglioffarsi con persone volgari e aggiunge: “sfogo questa malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la si vergognassi”.  Del resto alla fortuna non si deve “dare briga” ma “aspettare un tempo che la lasci fare qualche cosa agli uomini”.

Vero è pure che poi in Il Principe Machiavelli scrive che la fortuna è “arbitra della metà delle azioni umane”  e “dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla” (XXV). In effetti Machiavelli cerca un’occasione mandando in giro i suoi scritti, come faccio io. Manda dunque l’”opuscolo De principatibus” al “Magnifico ambasciatore”.

“E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere”. (Lettera a Vettori).

 

Archiloco dunque concepisce la vita umana come un grande ritmo, una ruota fatta di uno scendere e un salire con una forza ineluttabile, pari a quella della natura[2]che non è mai inefficiente. Di qui deriva il consiglio presente in tutta la classicità di non discostarsi dall'armonia del cosmo. Tale precetto può riassumersi nella massima di Cicerone (De Officiis  I, 100):"quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus ", e se la (la natura) seguiremo come guida non ci svieremo mai.

 

 "Nulla di troppo" (mh; livhn, v. 7), con il "conosci te stesso" erano le due massime scolpite nel santuario delfico e sono rimaste fondamentali nel comportamento di chi possiede una buona educazione, tanto che se ne trovano riflessi nei trattati di galateo dell'età moderna come, per esempio,  ne Il  libro del cortegiano  del Castiglione (1528): il perfetto cortegiano deve essere "umano, modesto e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se stesso"(I, 17) e dovrà "fuggir quanto più si pò, e come un asperissimo e periglioso scoglio, la affettazione"(I, 26).

 

Questo aspetto è relativo alla psicologia e al costume. Il versante dell'armonia cosmica invece ha un seguito nella filosofia presocratica e, per quanto riguarda il campo letterario,  nella tragedia di Euripide . Per il momento menzioniamo il dramma Le Fenicie  del 410, dove Giocasta, per convincere il figlio Eteocle a rinunciare alla brama di potere assecondata con ogni mezzo, compresa l'iniquità, gli ricorda che l'oscura palpebra della notte e la luce del sole percorrono uguale il giro annuo nell'alternarsi delle stagioni (vv.543-544). Dunque come  nel ritmo cosmico c'è una regolarità, in forma di isonomia, così  nell'avvicendarsi dei fatti umani, e all'uomo dotato di sguardo mentale tale armonia non può sfuggire. Una sentenza di Eraclito raccoglie questa verità: "l'armonia invisibile è più forte della visibile"(fr. 27 Diano). Possiamo chiudere questo commento citando un proverbio di padron 'Ntoni che ripete questo tipo di saggezza:"Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo!"( I Malavoglia , p.172).


 

Un altro frammento (7D) di Archiloco ripete il concetto in termini consolatori per la polis  che ha perso diversi cittadini in un naufragio:

" pur disapprovando lutti lamentevoli, o Pericle, né alcuno

dei cittadini godrà di feste né la città;

ché l'onda del mare sonante tali uomini

sommerse, e noi abbiamo i polmoni gonfi

per le sofferenze. Ma gli dei ai mali irrimediabili,

o amico, accordarono la forte sopportazione ( kraterh;n tlhmosuvnhn)

come farmaco (favrmakon). Ora gli uni ora gli altri provano queste sventure; ora si sono volte/

verso di noi e lamentiamo una ferita sanguinante,

un'altra volta toccherà ad altri. Ma adesso

 sopportate respingendo il pianto femmineo (gunaikei`on pevnqo~ ajpwsavmenoi)".

Questi distici elegiaci non solo costituiscono un energico richiamo alla vita, ma formano l'archetipo della cosiddetta allegoria della nave, e "sotto 'l velame delli versi strani", forse , "s'asconde"[3]   la difficoltà di un gruppo sociale.

 

L'Anonimo Sul sublime , il trattato di estetica più famoso dell'antichità ( scritto in greco nel I secolo d. C.) afferma che l'elevatezza di questi versi consiste nel fatto che Archiloco ha saputo "ripulire e combinare tra loro i punti culminanti senza lasciare nella composizione nulla di grezzo, indecoroso o noioso"(10).

L'immagine si trova poi in vari poeti greci (Alceo, fr.326 LP; Teognide, Silloge  , vv.668-682; Eschilo, I sette a Tebe , vv. 62 e sgg., 208 e sgg.; Aristofane, Le rane , v. 361, e Sofocle, Antigone , v. 163). Sono tutti autori sui quali ritorneremo. 

Che il pianto sia cosa da  donne lo afferma anche Tacito raccntando, non senza ammirazione, i costumi dei Germani:"Feminis lugere honestum est, viris meminisse "  alle donne si addice piangere, agli uomini ricordare. (Germania , 27). 

 

 

Ricchezza e potere non sono necessariamente dei beni.

 

 Passiamo a tradurre , sempre il più letteralmente possibile, il frammento 22 D.

"Non mi importano le ricchezze di Gige pieno d'oro

né mai mi prese l'invidia, né ammiro

 le imprese divine, e non ho brama di grande potere:

infatti questo è lontano dai miei occhi". Trimetri giambici.

 

 Altre negazioni e affermazioni queste che avranno un lungo seguito. Gige è il re di Lidia (687-652) antenato del più famoso Creso. Erodoto nel primo libro delle sue Storie ( 8-14) ne racconta l'avventurosa ascesa al trono. Egli divenne sovrano dopo avere ucciso il suo re Candaule che lo aveva indotto a nascondersi nella camera da letto della regina sua moglie perché la vedesse nuda. Al sovrano dispiaceva che le fattezze della splendidissima donna fossero conosciute solo da lui. Gige, che era guardia del corpo del "lunatico re", tentò di schermirsi dicendo: "con lo spogliarsi delle vesti, la donna si spoglia anche del pudore"(I, 8).

 

La nudità come immoralità era sentita anche da molti Romani del tempo di Catone il Vecchio il quale, seguendo il costume degli antichi, evitava di fare il bagno insieme al figlio e ai generi “perché si vergognava di stare nudo davanti a loro” (Plutarco, Vita di Catone il Vecchio, 20).

Non andava così a Sparta secondo Euripide (cfr. Andromaca).

 

   Candaule  dunque riuscì a convincere Gige. La regina, accortasi di essere stata spiata lì per lì fece finta di niente, ma poi, chiamato lo scudiero del marito,  gli ordinò di ammazzarlo, se non voleva essere ucciso lui stesso. "Gige, entrato di soppiatto e uccisolo, ebbe la donna e il regno. Di lui fa menzione in un trimetro giambico anche Archiloco di Paro, vissuto nello stesso tempo", ricorda Erodoto (I, 12).

Gige dunque attraverso la violenza e l'ingiustizia acquistò ricchezze e potere che divennero beni non desiderabili in quanto forieri di lutti. Nel caso del re lidio, non fu lui personalmente a pagare il fio, ma il suo quarto discendente, il notissimo Creso di cui torneremo a parlare trattando sia Solone sia Erodoto. Intanto del legislatore ateniese del sesto secolo possiamo anticipare che esprime un'idea non lontana da quella centrale negli ultimi versi citati quando afferma:"ricchezze desidero averle, ma procurarmele ingiustamente/ non voglio: infatti poi in ogni caso arriva la giustizia"(Solone, Elegia alle Muse , 7-8)[4].

 

Il succo dei trimetri giambici di Archiloco è lo stesso. Il rifiuto della potenza terrena separata dalla giustizia si trova naturalmente anche nella filosofia: nel Gorgia, Platone rappresenta Socrate che si contrappone al luogo comune secondo il quale un uomo molto ricco e potente è necessariamente una persona invidiabile: a Polo che, credendo di fare una domanda retorica, gli chiede se  si possa dire del gran  re di Persia che non è felice, risponde:"non lo so, poiché non so come stia a cultura e giustizia"(471d).

Questi autori classici insomma non hanno la caratteristica u{bri" dell'uomo economico che considera  virtù massima la capacità di fare denaro. Un elogio della povertà e del santo che la amò si trova nel Paradiso  di Dante:"Francesco e Povertà per questi amanti/prendi oramai nel mio parlar diffuso"(XI, 74-75).

 

Del resto nella Repubblica di Platone il personaggio Glaucone racconta l’episodio di Gige in altra maniera da Erodoto, volendo dimostrare che nessuno è giusto di sua volontà (eJkwvn), ma solo se costretto (ajnagkazovmeno~,  360c). Gige divenne l’amante della regina e uccise il suo re dopo che, da pastore al servizio del sovrano di Lidia, ebbe trovato un anello che lo rendeva invisibile quando girava verso di sé il castone dell’anello

 


Frammenti di poesia amorosa.

Del poeta di Paro rimane da trattare la poesia amorosa. Il fr. 25 D. è un delicato ritratto di ragazza:

" gioiva di avere un ramo di mirto

e un bel fiore di rosa,

e la chioma le ombreggiava le spalle e il dorso". Trimetri giambici

Alcuni commentatori pensano che la fanciulla  sia Neobùle ("magari mi capitasse di toccare la mano di Neobule", fa il fr 111 T.) , la protagonista, si racconta, della storia amorosa più importante nella vita del poeta il quale, dopo una promessa di matrimonio ritirata da Licambe, il padre della fidanzata, investì la sposa e il suocero mancati con versi talmente feroci che i due si impiccarono. Ma questa probabilmente è una leggenda creata per sottolineare la violenza di alcuni giambi archilochei.

 

 I trimetri del fr.25D ci danno un'immagine di ragazza riversa nella natura e ad essa quasi assimilata.

 

La donna e la terra.

Tale visione della femmina umana risale ai cretesi della civiltà minoica dove era adorata una signora degli alberi e delle fiere della quale troviamo un'eco nell'Iliade (povtnia qhrw'n-  [Artemi", XXI, 470-471); essa prosegue nell'Odissea , quando Ulisse vezzeggia Nausicaa paragonandola a un germoglio (qavlo~, VI, 157) e a un nuovo virgulto di palma (foivniko~ nevon e[rno~, VI, 163), che si alzava nell' isola santa di Delo, presso il tempio di Apollo. La ragazza dunque è vista come entità sacra e naturale nello stesso tempo. Ma l'accostamento letterario della donna alla natura è assai comune; anzi Mircea Eliade nel Trattato di storia delle religioni (p. 265) fa notare che"l'assimilazione fra donna e solco arato (...) è intuizione arcaica e molto diffusa".

Per questo tipo di similitudine, invero volto a significare la fertilità e la maternità piuttosto che l'aspetto primaverile e adolescenziale, si possono trarre esempi da un paio di tragedie sofoclee. Nel quarto stasimo dell'Edipo re  di Sofocle (1210-1212) il coro domanda al protagonista:"come mai i solchi paterni poterono sopportarti fino a tanto in silenzio, o infelice?" I solchi paterni sono quelli già seminati dal padre, Laio, ossia, fuor di metafora il corpo della magna mater  Giocasta.

 

Nelle Trachinie (vv. 31-32) , Deianira trascurata da Eracle paragona il marito a "l'agricoltore, padrone di un campo lontano, che lo visita una volta sola, al tempo della semina".

Anche Shakespeare usa questa metafora: Cleopatra indusse il grande Cesare a mettere a letto la spada: “he plough’d her, and she cropp’d[5], egli la arò ed ella diede il raccolto.

 

In epoca moderna questa linea arriva ovviamente a D'Annunzio[6] che  è particolarmente sensibile alla naturalezza della donna, ma prima di essere messa in versi da lui, tale analogia è stata teorizzata dal seduttore intellettuale, l'esteta Giovanni di Kierkegaard il quale scrive:"ella è come un fiore...e perfino quel che c'è in lei di spirituale ha alcunché di vegetativo"(Diario del seduttore , p.138).

 

 

Ancora un frammento (104D.) di lirica amorosa:

"infelice giaccio nella brama (duvsthno~ e[gkeimai povqw/),

senza vita, trapassato nelle ossa

da duri spasimi per volere degli dèi".

Povqo~ è il desiderio  di qualche cosa che non c’è, o non c’è più:   il rimpianto,"vano pascolo d'uno spirito disoccupato"[7]. E’ quel desiderio dell'assente che fece addirittura morire la madre di Odisseo, Anticlea, la quale nell'Ade dice al figlio che il rimpianto[8] di lui le ha tolto la vita.

 

 Qui c'è un'altra innovazione rispetto all'epos di Omero  dove, al massimo Agamennone si accusa di acciecamento per avere sottratto Briseide ad Achille. Ma era una questione di prestigio più che di amore. E Ulisse nel letto delle dee marine si annoia: nel quinto dell'Odissea , quando l'amante Calipso va a cercarlo, lo trova seduto su un promontorio che piange"poiché la ninfa non gli piaceva più"(v.153).

 Un precedente casomai può trovarsi nelle Opere  di Esiodo dove il poeta racconta che la prima donna, Pandora, ricevette in dono da Afrodite la grazia, la passione struggente e gli affanni che fiaccano le membra (vv. 65-66).

  In Archiloco il desiderio erotico diviene acuminato quanto un coltello appuntito, e il sentimento amoroso si avvicina al senso di morte, come sarà in Saffo (fr. 2D) che esprime lo smarrimento e la debolezza infusi da Eros. L'accoppiamento o l'affratellamento di Amore con Morte avrà un lungo seguito come si sa.

 

Un altro frammento che lamenta la brama tormentosa di amore è il 118 D.:

"mi prostra, amico, il desiderio che strugge le membra (lusimelhv~ povqo~).

 

Amore e vecchiaia. Il desiderio forse è eterna giovinezza tuttavia a mano a mano che si procede con l’età sempre più difficilmente esso viene contraccambiato.

 

Ancora il desiderio d'amore (fr. 27 della raccolta di Savino):

" profumati i capelli

e il petto, così che anche un vecchio ne avrebbe desiderio".

 

Ecco invece un monito a una donna non più giovane che si profuma (fr. 28 Savino):

"Farebbe meglio a non spalmarsi di unguenti profumati, perché è vecchia". Forse con questo verso l'autore cerca di consolare se stesso per essere stato respinto, con l'argomento della vecchiaia imminente della donna, come faranno gli alessandrini nel "lamento davanti alla porta chiusa".

 

 Certo è che Pericle (Vita  scritta da Plutarco, 28) citò questo verso coniugando il verbo alla seconda persona e rivolgendosi, "con un sorriso tranquillo", a Elpinice, sorella e forse amante di Cimone, un suo ex avversario politico, quando la donna lo aveva criticato per la  facile vittoria contro i Samii del 439.

 

Ecco un ultimo biasimo della vecchiaia (fr. 175 Savino):

"Comunque non fiorisci più nella pelle tenera, essa si raggrinza già

nei solchi della vecchiaia cattiva che ti distrugge

...il dolce desiderio saltato via dal volto amabile

è caduto; infatti davvero molte raffiche

di venti invernali si sono avventate spesso... ".

 

 

 Pesaro 15 settembre 2026 ore 16, 48 giovanni ghiselli

p. s.

E’ necessario conoscere i ritmi, i propri innanzitutto, come avere un metodo, se no si cade nella confusione: questo vale tanto per la vita delle persone quanto per quella degli Stati e delle civiltà.

Ora potrò fare un salto al mare anticipato rispetto a luglio dato il cambio di stagione. Tornerò a lavorare un poco quano tutta l’aria imbruna.

 

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[1] 415ca

[2]La natura ha un andamento ciclico, come i costumi e le mode degli uomini.

 Lo rileva Tacito negli Annali (III, 55) scrive:"Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis ut, quemadmodum temporum vices, ita morum vertantur ", se pure in  tutte le cose non c'è una specie di ciclo, in modo tale che come si avvicendano le stagioni, così mutano i costumi.

[3]cfr. Dante, Inferno, IX, 61-63.

[4]Anche Edipo re (vv. 380-382) lancia anatemi contro il potere e la ricchezza cui si accompagnano odio e invidia:"o ricchezza e potere e arte che prevale/sull'arte nella vita piena di conflitti/quanta invidia si accumula accanto a voi!".

[5] Antonio e Cleopatra, II, 2. E’ Agrippa che parla.

[6] ne Il Piacere ( del 1889) Andrea Sperelli dichiara che "fra i mesi neutri", aprile e settembre, preferisce il secondo in quanto "più feminino (...) E la terra?-aggiunge- Non so perché, guardando un paese, di questo tempo, penso sempre a una bella donna che abbia partorito e che si riposi in un letto bianco, sorridendo d'un sorriso attonito, pallido, inestinguibile. E' un'impressione giusta! C'è qualche cosa dello stupore e della beatitudine puerperale in una campagna di settembre!"(p. 169).

 Ne Il Fuoco (1890) l'amante non più giovane, la grande attrice tragica Foscarina, viene assimilata, tra l'altro, a "un campo che è stato mietuto"(p. 306).

Su questa linea si trova Liolà il primo personaggio di un dramma anomalo nel teatro pirandelliano:" il protagonista è un contadino- poeta ebbro di sole, e tutta la commedia è piena di canti di sole" scriveva l'autore al figlio Stefano nel 1917. Sentiamo alcune parole di questa forza fecondatrice della natura. La terra, sostiene, parlando con Don Simone, ricco massaro vecchio e impotente, è produttiva come una donna e l'una e l'altra appartengono a chi le rende madri di frutti.  :" Scusassi: ccà cc'è un pezzu di terra; si vossia si la sta a taliari senza faricci nenti, chi cci fa 'a terra? Nenti. Comu 'a fimmina! Chi cci duna 'u figliu?-Vegnu iu, nni stu sô pezzo di terra: l'azzappu; la conzu; cci fazzu un pirtusu; cci jettu 'u civu: spunta l'arbulu! A cu' l'ha datu st'arbulu 'a terra? A mmia!.-Veni vossia e dici no, è miu. Pirchi?  pirchì 'a terra è sô? Ma la terra, beddu zû Simuni, chi sapi a cu' apparteni? Duna 'u fruttu a cu' la lavura"[6] (I atto).

Si può continuare la rassegna, certo parziale e limitata, con uno dei massimi autori del Novecento, Robert Musil[6] che, ne L'uomo senza qualità , compie l'operazione inversa: assimila la terra alla donna. "Ulrich la trattenne e le mostrò il paesaggio.-Mille e mille anni fa questo era un ghiacciaio. Anche la terra non è con tutta l'anima quello che momentaneamente finge di essere-egli spiegò-. Questa creatura tondeggiante è di temperamento isterico. Oggi recita la parte della provvida madre borghese. A quei tempi invece era frigida e gelida come una ragazza maligna. E migliaia di anni prima si era comportata lascivamente, con foreste di felci arboree, paludi ardenti e animali diabolici"( p.279).

 

[7] G. D'Annunzio, Il Piacere, p. 40.

[8] Odissea, XI, 202.


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